Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 24
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 3
Capitolo 3:24 - Che l’elezione è confermata dalla vocazione di Dio
Al contrario, i reprobi attirano su di sé la giusta perdizione alla quale sono destinati
3:24:1 - La vocazione come manifestazione efficace dell’elezione divina
Tuttavia, affinché la questione sia resa più chiara, sarà opportuno trattare qui sia della vocazione degli eletti, sia dell’accecamento e dell’indurimento dei reprobi. Ho già accennato al primo punto confutando l’errore di coloro che, sotto il pretesto della generalità delle promesse, vorrebbero porre sullo stesso piano l’intero genere umano. Ma Dio mantiene il suo ordine, manifestando infine, mediante la vocazione, la grazia che prima teneva nascosta in sé stesso. Per questa ragione si può dire che, chiamando, egli rende testimonianza della sua elezione.
Infatti, coloro che egli ha preconosciuto li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del suo Figlio; e quelli che ha predestinato li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamato li ha giustificati, per poi glorificarli (Romani 8:29-30). Poiché il Signore, eleggendo i suoi, li ha adottati come suoi figli, vediamo tuttavia che essi non entrano nel possesso di un bene così grande se non quando egli li chiama. D’altra parte, una volta chiamati, essi già godono in qualche modo della loro elezione. Per questo motivo l’apostolo Paolo chiama lo Spirito che ricevono Spirito di adozione (Romani 8:15); e altrove pegno e sigillo dell’eredità futura (Efesini 1:13-14; 2 Corinzi 1:22, e altri passi), poiché con la sua testimonianza egli conferma e suggella nei loro cuori la certezza di questa adozione.
Sebbene la predicazione dell’Evangelo scaturisca dalla fonte dell’elezione, tuttavia, poiché essa è comune anche ai reprobi, non sarebbe di per sé una prova sufficientemente solida. Ma Dio istruisce i suoi eletti con efficacia, per attirarli alla fede, come abbiamo già citato sopra: Colui che è da Dio ha visto il Padre (Giovanni 6:46), e non altri; e ancora: Ho manifestato il tuo nome alle persone che mi hai dato (Giovanni 17:6). Così pure: Nessuno può venire a me se non è attirato dal Padre (Giovanni 6:44).
Questo passo è considerato con grande saggezza da Agostino, che dice: «Se, come attesta la verità, chi ha imparato dal Padre viene, chiunque non viene non ha imparato dal Padre. Non segue dunque che chi può venire venga effettivamente, se non vuole e non lo fa; ma chiunque è stato istruito dal Padre non solo può venire, ma viene di fatto. E allora vi è l’avanzamento della possibilità, l’inclinazione della volontà e l’effetto dell’azione».
Altrove egli parla ancora più chiaramente: «Che cosa significa questo: Chiunque ha udito dal Padre e ha imparato, viene a me, se non che non c’è nessuno che abbia udito e imparato dal Padre e che non venga a Gesù Cristo? Poiché, se tutti quelli che odono e imparano vengono, chiunque non viene non ha né udito né imparato. Infatti, se avesse udito e imparato, verrebbe». Questa scuola è assai lontana dai sensi della carne: in essa il Padre insegna ed è udito interiormente per condurre al Figlio. Poco dopo aggiunge: «Questa grazia, che è data occultamente ai cuori delle persone, non è ricevuta da un cuore indurito, perché è data affinché la durezza del cuore sia tolta. Così, quando il Padre è udito interiormente, egli toglie il cuore di pietra e ne dona uno di carne» (Ezechiele 11:19; 36:26). Ed è così che egli fa i figli della promessa e i vasi di misericordia, che ha preparato per la gloria (Romani 9:23).
Perché dunque non istruisce tutte le persone per farle venire a Cristo? Se non perché coloro che istruisce lo fa per misericordia, e coloro che non istruisce lo fa per giudizio, poiché ha misericordia di chi vuole e indurisce chi vuole (Romani 9:18). Il Signore dunque sceglie come suoi figli coloro che ha eletto e decide di essere loro Padre; ma chiamandoli, li introduce nella sua famiglia e si unisce a loro, per essere come una cosa sola.
Poiché la Scrittura unisce così strettamente la vocazione all’elezione, mostra chiaramente che non vi si deve cercare altro se non la misericordia gratuita di Dio. Se infatti domandiamo chi egli chiami e per quale motivo, la risposta è: coloro che ha eletto. E quando si risale all’elezione, la sola misericordia appare da ogni lato, secondo la parola di Paolo: Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia (Romani 9:16).
Non bisogna intendere questo nel modo comune, come se si dividesse la grazia di Dio tra la sua azione e la volontà e lo sforzo della persona. Si dice infatti che il desiderio e lo sforzo umano non possono nulla se non quando la grazia di Dio li fa prosperare; ma che, se Dio aggiunge il suo aiuto, l’una e l’altro contribuiscono in qualche misura all’acquisto della salvezza. Questa cavillazione preferisco confutarla con le parole di Agostino piuttosto che con le mie. «Se l’Apostolo», dice, «non avesse voluto dire altro se non che non dipende solo dalla volontà o dallo sforzo, ma che il Signore vi aggiunge la sua misericordia, potremmo al contrario dire che non dipende solo dalla misericordia di Dio, se non quando essa è aiutata dalla volontà e dallo sforzo della persona».
Poiché questo è manifestamente empio, non si deve dubitare che l’Apostolo abbia voluto attribuire tutto alla misericordia di Dio, senza lasciare nulla alla nostra volontà o al nostro impegno. Queste sono le parole di quel santo uomo. Io non stimo neppure un filo d’erba la sottigliezza che costoro adducono: cioè che Paolo non avrebbe parlato così se non vi fosse in noi qualche sforzo e volontà. Egli non ha preso in considerazione ciò che è nella persona; ma vedendo che alcuni attribuivano in parte la salvezza alla loro operosità, nel primo membro della sua argomentazione condanna semplicemente il loro errore, e poi afferma che tutta la sostanza della salvezza risiede nella misericordia di Dio. E che cosa fanno altro i profeti, se non predicare continuamente la vocazione gratuita di Dio?
3:24:2 - La vocazione esteriore e interiore come dono gratuito di Dio
Questo lo vediamo anche nella sostanza stessa della vocazione: essa consiste nella predicazione della Parola e nell’illuminazione dello Spirito Santo. Il profeta dice a chi il Signore offre la sua parola: Mi sono lasciato trovare da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non mi interrogavano; ho detto a quelli che non invocavano il mio nome: Eccomi (Isaia 65:1).
E affinché i Giudei non pensassero che una grazia simile appartenesse solo ai Gentili, il Signore ricorda loro da dove abbia tratto il loro padre Abramo, quando lo volle accogliere nel suo amore: cioè dal mezzo dell’idolatria, nella quale egli era come sommerso insieme a tutti i suoi parenti (Giosuè 24:3).
Poiché Dio illumina con la sua parola persone che non hanno meritato nulla, egli dà in ciò un segno chiarissimo della sua bontà gratuita. E già in questo punto si manifesta l’infinita bontà di Dio; ma non per la salvezza di tutti, poiché la condanna dei reprobi sarà tanto più grave in quanto essi hanno respinto la testimonianza dell’amore di Dio. Di fatto, Dio ritira da loro l’efficacia del suo Spirito, per dare maggiore risalto alla sua grazia. Ne segue che la vocazione interiore è un pegno di salvezza che non può ingannare.
A questo si riferisce ciò che dice l’apostolo Giovanni: Noi conosciamo che dimoriamo in lui ed egli in noi, dallo Spirito che ci ha dato (1 Giovanni 3:24). E affinché la carne non si vanti di aver risposto alla chiamata, egli afferma che non abbiamo orecchi per udire né occhi per vedere se non quando Dio ce li ha formati; e che egli li forma non secondo il merito di ciascuno, ma secondo la sua elezione.
Di questo abbiamo un esempio notevole negli Atti degli Apostoli: Giudei e Gentili ascoltarono insieme la predicazione di Paolo; e sebbene tutti fossero istruiti dalla medesima dottrina, si dice tuttavia che credette chi era stato ordinato a vita eterna (Atti 13:48). Non dovremmo forse vergognarci di negare che la vocazione sia gratuita, nella quale l’elezione regna dall’inizio alla fine?
3:24:3 - Due errori da evitare riguardo alla vocazione e all’elezione
Qui dobbiamo guardarci da due errori. Alcuni rendono la persona compagna di Dio, come se l’elezione di Dio fosse ratificata dal suo consenso; così, secondo loro, la volontà umana sarebbe superiore al consiglio di Dio. Come se la Scrittura dicesse soltanto che ci è dato il potere di credere, e non piuttosto che la fede stessa è pienamente dono di Dio.
Altri, non so per quale ragione, sospendono l’elezione dalla fede, come se non vi fosse alcuna certezza o stabilità prima di credere. È vero che, dal nostro punto di vista, essa è confermata nel credere, e che il consiglio di Dio, prima nascosto, ci è manifestato; ma guardiamoci dal comprendere qualcosa di diverso da ciò che abbiamo già detto: cioè che l’adozione di Dio, a noi prima ignota, ci viene approvata e come suggellata.
È falso dire che l’elezione cominci ad avere efficacia quando riceviamo l’Evangelo, o che da lì tragga il suo vigore. Quanto a noi, come ho detto, dobbiamo trarre la certezza dell’elezione dall’Evangelo; perché, se tentiamo di penetrare il decreto eterno di Dio, ciò diventerà per noi un abisso che ci inghiottirà. Ma dopo che Dio ci ha testimoniato e fatto conoscere di essere suoi eletti, occorre salire più in alto, affinché l’effetto non seppellisca la causa.
Non c’è nulla di più irragionevole che, quando la Scrittura dice che Dio ci ha illuminati secondo l’elezione che aveva fatto di noi, questa stessa luce ci accechi al punto da rifiutare di pensare alla nostra elezione. Non nego tuttavia che, per essere certi della nostra salvezza, dobbiamo cominciare dalla Parola, e che tutta la nostra fiducia debba poggiarsi e riposare in essa, per invocare Dio come nostro Padre. Coloro che desiderano volteggiare tra le nubi per assicurarsi del consiglio di Dio, mentre egli ce lo ha messo nel cuore e nella bocca (Deuteronomio 30:14), sovvertono ogni ordine.
È dunque necessario frenare la nostra temerarietà con la sobrietà della fede, affinché Dio ci sia testimone sufficiente della sua grazia occulta quando ce la manifesta per mezzo della sua parola, purché questo canale, dal quale siamo dissetati, non impedisca che la vera sorgente conservi l’onore che le appartiene.
3:24:4 - La vera via per la certezza dell’elezione
Come è errato insegnare che la forza e la stabilità dell’elezione dipendano dalla fede mediante la quale sentiamo che essa ci appartiene, così, d’altra parte, manterremo un ordine eccellente se, cercando di avere certezza della nostra elezione, ci fermiamo ai segni che ne sono testimonianze sicure.
Non vi è tentazione più grave o più pericolosa con cui il diavolo scuota i fedeli, che quando, inquietandoli con il dubbio della loro elezione, li sollecita a una folle cupidigia di cercarla fuori dalla via. Chiamo cercare fuori dalla via il tentativo di penetrare i segreti incomprensibili della sapienza divina e di investigare, fin dall’eternità, ciò che è stato decretato riguardo a noi nel giudizio di Dio. In tal modo la persona si precipita come in un profondo gorgo per affogare, si impiglia in lacci dai quali non potrà mai liberarsi, ed entra in un abisso di tenebre dal quale non potrà uscire.
È giusto che l’arroganza dell’intelletto umano sia punita con una rovina così spaventosa quando osa innalzarsi con le proprie forze fino all’altezza della sapienza divina. Questa tentazione è tanto più perniciosa in quanto quasi tutti vi siamo inclini. Pochi sono coloro che non siano toccati nel cuore da questo pensiero: Da dove viene la tua salvezza, se non dall’elezione di Dio? E come ti è stata rivelata questa elezione? Quando questo pensiero prende posto nella persona, o la tormenta in modo terribile, oppure la rende del tutto sbigottita e abbattuta.
Non voglio addurre un argomento più adatto per mostrare quanto pervertitamente costoro immaginino la predestinazione. Non vi è errore più pestilenziale per lo spirito umano che quello che turba la coscienza, privandola della tranquillità e del riposo che dovrebbe avere davanti a Dio. Questa materia è come un mare: se temiamo di perire, guardiamoci soprattutto da quello scoglio contro il quale non si può urtare senza sciagura.
E tuttavia, sebbene questa disputa sulla predestinazione sia stimata un mare pericoloso, la navigazione vi è sicura, tranquilla e persino gioiosa, a meno che qualcuno non voglia di proposito esporsi al pericolo. Come coloro che, per assicurarsi della loro elezione, entrano nel consiglio eterno di Dio senza la sua parola si precipitano in un abisso mortale, così coloro che la cercano rettamente e secondo l’ordine mostrato dalla Scrittura ne traggono una consolazione singolare.
Questa sia dunque la nostra via per indagarla: cominciare dalla vocazione di Dio e terminare in essa. Ciò non impedisce che i fedeli riconoscano che i benefici che ricevono ogni giorno dalla mano di Dio provengano dalla sua adozione segreta, come dice Isaia: Tu hai compiuto cose meravigliose; i tuoi antichi disegni sono verità e certezza (Isaia 25:1). Il Signore vuole infatti che essa ci sia come un segno o un contrassegno, per assicurarci di tutto ciò che è lecito sapere del suo consiglio.
E affinché questa testimonianza non sembri debole a qualcuno, consideriamo quanta luce e certezza essa ci apporti. Di ciò parla molto opportunamente Bernardo. Dopo aver parlato dei reprobi, egli dice: «Il proposito di Dio rimane fermo. La sentenza di pace è assicurata su coloro che lo temono, poiché egli dissimula i loro peccati e ricompensa le loro opere buone; cosicché, in modo mirabile, perfino il male si volge per loro in bene. Chi accuserà gli eletti di Dio? Mi basta, per tutta giustizia, avere propizio colui che ho offeso; tutto ciò che egli ha deciso di non imputarmi è come se non fosse mai stato».
E poco dopo: «Ecco il luogo del vero riposo, che a buon diritto possiamo chiamare camera, quando contempliamo Dio non adirato né agitato da cure, ma per conoscere la sua volontà buona, gradita e perfetta. Questa visione non spaventa, ma placa e addolcisce; non suscita curiosità ardenti, ma le reprime tutte; non affatica i sensi, ma li rende tranquilli. Qui dobbiamo veramente riposare: Dio, essendo pacificato, pacifica noi, poiché il nostro riposo consiste nell’averlo pacifico».
3:24:5 - L’elezione si contempla in Cristo come in uno specchio
Anzitutto, se desideriamo ottenere la clemenza paterna di Dio e la sua benevolenza verso di noi, dobbiamo rivolgere gli occhi a Cristo, nel quale soltanto riposa il buon compiacimento del Padre (Matteo 3:17). Se cerchiamo salvezza, vita e immortalità, non dobbiamo ricorrere altrove, poiché egli solo è fonte di vita, porto di salvezza ed erede del regno celeste. Ora, a che cosa tende l’elezione, se non a questo: che noi, essendo adottati da Dio come suoi figli, otteniamo, nella sua grazia e nel suo amore, salvezza e immortalità? Per quanto uno rigiri, ritorni e scruti la questione, troverà che lo scopo della nostra elezione non va oltre questo.
Perciò, di coloro che Dio ha scelto per essere suoi figli non è detto che li abbia eletti in loro stessi, ma nel suo Cristo (Efesini 1:4), poiché non poteva amarli se non in lui, né poteva onorarli con la sua eredità se non rendendoli prima partecipi di lui. Ora, se siamo eletti in Cristo, non troveremo la certezza della nostra elezione in noi; e neppure in Dio Padre, se lo immaginiamo nudo e separato dal Figlio. Cristo dunque è come uno specchio, nel quale dobbiamo contemplare la nostra elezione, e nel quale la contempleremo senza inganno.
Infatti, poiché egli è colui nel quale il Padre celeste ha stabilito di incorporare quelli che, da tutta l’eternità, ha voluto essere suoi, affinché riconoscesse come suoi figli tutti coloro che avrebbe riconosciuto come membra di lui, noi abbiamo una testimonianza sufficientemente ferma ed evidente d’essere scritti nel libro della vita, se partecipiamo a Cristo. Ora egli ci è comunicato a sufficienza quando, mediante la predicazione dell’Evangelo, ci ha attestato che egli ci è dato dal Padre affinché sia nostro, con tutti i suoi beni. È detto che noi lo rivestiamo e che siamo uniti a lui, per vivere poiché egli vive.
Questa sentenza è spesso ripetuta: che il Padre celeste non ha risparmiato il suo Figlio unigenito (Romani 8:32), affinché chiunque crede in lui non perisca (Giovanni 3:16). È detto anche che chiunque crede in lui è passato dalla morte alla vita (Giovanni 5:24). In questo senso egli è chiamato il pane della vita, del quale chiunque mangerà non morirà mai (Giovanni 6:35, 58). Egli, dico, ci è testimone che tutti coloro dai quali egli sarà ricevuto con vera fede saranno tenuti dal Padre celeste per suoi figli.
Se desideriamo qualcosa di più che essere figli ed eredi di Dio, possiamo pure salire più in alto di Cristo. Ma se questo è il nostro ultimo traguardo, non è forse follia cercare fuori di Cristo ciò che abbiamo già ottenuto in lui, e che non può trovarsi se non in lui solo? Inoltre, poiché egli è la sapienza eterna del Padre, la verità immutabile, il consiglio stabile, non bisogna temere che ciò che egli ci dichiara con la sua bocca possa minimamente variare dalla volontà del Padre, che noi cerchiamo; anzi, egli ce la manifesta fedelmente quale fu fin dal principio e quale deve essere sempre.
La pratica di questa dottrina deve avere forza anche nelle nostre preghiere. Infatti, sebbene la fede della nostra elezione ci dia coraggio d’invocare Dio, sarebbe tuttavia una speculazione smarrita, quando dobbiamo formare le nostre richieste, premettere questo: “Dio mio, se sono eletto, esaudiscimi”. Egli vuole piuttosto che le sue promesse ci bastino, senza che cerchiamo altrove se ci sarà favorevole oppure no. Questa discrezione ci scioglierà da molti lacci, quando sapremo applicare ciò che è scritto al suo retto uso, e non lo tireremo qua e là, sconsideratamente e alla cieca.
3:24:6 - Vocazione e perseveranza: Cristo custode degli eletti
Contribuisce grandemente a stabilire la nostra fiducia anche questo: che la fermezza della nostra elezione è congiunta alla nostra vocazione. Infatti, coloro che Cristo ha illuminato nella sua conoscenza e introdotto nella comunione della sua Chiesa, si dice che egli li riceve sotto la sua protezione e tutela. Inoltre, tutti quelli che egli riceve, si dice che il Padre li ha affidati a lui e gli ha consegnati in custodia, perché li conduca alla vita eterna (Giovanni 6:37, 39). Che cosa vogliamo di più? Il Signore Gesù grida ad alta voce che il Padre gli ha dato in protezione tutti coloro che voleva fossero salvati (Giovanni 17:6, 12). Perciò, quando vogliamo sapere se Dio ha a cuore la nostra salvezza, cerchiamo se l’ha raccomandata a Cristo, che egli ha costituito unico custode di tutti i suoi.
Se dubitiamo se Cristo ci abbia accolti nella sua tutela e salvaguardia, egli previene questo dubbio quando si presenta come Pastore, e dichiara che ci avrà nel numero delle sue pecore se ascoltiamo la sua voce (Giovanni 10:3, 16). Riceviamo dunque Cristo, poiché egli si offre a noi con tanta benignità e ci viene incontro per accoglierci. Non vi è dubbio che ci terrà nel suo gregge e ci conserverà nel suo ovile.
Ma qualcuno dirà che dobbiamo preoccuparci di ciò che potrebbe accaderci; e quando pensiamo al tempo futuro, la nostra debolezza ci ammonisce a stare in ansia. Poiché, come Paolo dice che Dio chiama coloro che ha eletto (Romani 8:30), così il Signore Gesù dice che molti sono chiamati e pochi eletti (Matteo 22:14). Paolo pure ci esorta altrove a non essere sicuri: “Chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere” (1 Corinzi 10:12). E ancora: “Sei stato innestato nella Chiesa di Dio? Non insuperbirti, ma temi” (Romani 11:20), poiché il Signore può reciderti per mettere un altro al tuo posto. Infine, l’esperienza mostra che fede e vocazione non sono gran cosa, se non vi è congiunta la perseveranza, che non è data a tutti.
Rispondo che Cristo ci ha liberati da questa perplessità. Non vi è dubbio che queste promesse riguardino anche il tempo futuro: “Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me; e chi viene a me, non lo caccerò fuori”. E ancora: “Questa è la volontà del Padre mio: che io non perda nulla di ciò che mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Giovanni 6:37, 40). E ancora: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono; io le conosco e do loro la vita eterna; nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti; perciò nessuno potrà rapirle dalla mano del Padre” (Giovanni 10:27). Inoltre, dicendo che ogni albero che il Padre non ha piantato sarà sradicato (Matteo 15:13), egli indica per contrario che non può accadere che coloro che hanno radice viva in Dio siano mai strappati via.
A ciò si accorda la parola di Giovanni: “Se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi” (1 Giovanni 2:19). Per questo Paolo osa gloriarsi magnificamente contro la vita e la morte, contro le cose presenti e future (Romani 8:38): e si vede che egli era certo del dono della perseveranza. Non vi è dubbio che egli indirizzi la stessa parola a tutti gli eletti: “Colui che ha cominciato in voi l’opera della vostra salvezza la condurrà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo” (Filippesi 1:6). Così anche Davide, scosso da gravi tentazioni, si riposa su questo sostegno: “Signore, tu non abbandonerai l’opera delle tue mani” (Salmo 138:8).
Inoltre, è certo che Gesù Cristo, pregando per tutti gli eletti, chiede per loro ciò che aveva chiesto per Pietro: che la loro fede non venga meno (Luca 22:32). Da ciò concludiamo che essi sono fuori dal pericolo di una caduta mortale: poiché il Figlio di Dio, avendo chiesto che rimanessero saldi, non è stato respinto. Che cosa ha voluto insegnarci qui Cristo, se non di renderci certi che avremo la salvezza eterna, poiché una volta siamo stati fatti suoi?
3:24:7 - Gli apostati apparenti e la falsa sicurezza: distinzione necessaria
Si obietterà che accade ogni giorno che coloro i quali parevano appartenere a Cristo vengono meno e cadono. Persino nel passo in cui egli dice che nessuno di quelli che il Padre gli aveva dato è perito, egli eccettua il figlio della perdizione (Giovanni 17:12). Questo è vero; ma è altresì certo che tali persone non hanno mai aderito a Cristo con quella fiducia di cuore mediante la quale diciamo che la nostra elezione ci è certificata. “Sono usciti di mezzo a noi”, dice Giovanni, “ma non erano dei nostri; perché, se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi” (1 Giovanni 2:19). Non nego che essi abbiano segni simili a quelli degli eletti; ma non concedo loro quel fondamento certo dell’elezione che i fedeli devono trarre, secondo quanto ho detto, dalla parola dell’Evangelo.
Perciò non lasciamoci turbare da questi esempi, al punto da non appoggiarci con sicurezza alle promesse del Signore Gesù, nelle quali egli afferma che il Padre gli ha dato tutti coloro dai quali egli è ricevuto con vera fede; e che nessuno del loro numero perirà, poiché egli ne è custode e protettore (Giovanni 3:16; 6:39). Di Giuda si parlerà altrove.
Quanto a Paolo, egli non ci proibisce semplicemente ogni sicurezza, ma una noncuranza carnale, che porta con sé orgoglio, presunzione e disprezzo degli altri; spegne l’umiltà e il timore di Dio e induce a dimenticare le sue grazie. In quel passo egli parla ai Gentili, ai quali rimprovera di non insultare fieramente e inumanamente i Giudei, perché erano stati sostituiti al loro posto, mentre gli altri ne erano stati rigettati. Parimenti, egli non richiede un timore per il quale vacilliamo nello sgomento, ma un timore che, insegnandoci a venerare umilmente la grazia di Dio, non diminuisca affatto la fiducia che abbiamo in lui, come è stato detto altrove.
C’è di più: egli non indirizza il discorso a ciascuno in particolare, ma ai gruppi di allora. Poiché la Chiesa era divisa in due e l’invidia con la superbia era causa della separazione, Paolo ammonisce i pagani che, se sono stati sostituiti al posto del popolo santo ed ereditario, ciò li deve condurre a timore e modestia; tanto più che molti erano pieni d’orgoglio e presunzione, e conveniva abbattere la loro vana adulazione. Del resto, abbiamo già visto che la nostra speranza deve estendersi al futuro, anzi oltre la morte; e che nulla è più contrario alla sua natura che essere inquieti e in ansietà, come se dubitassimo di ciò che sarà fatto di noi.
3:24:8 - “Molti chiamati, pochi eletti”: due specie di vocazione
Quanto alla parola di Cristo, che molti sono chiamati e pochi eletti (Matteo 22:14), non vi sarà alcuna ambiguità se ricordiamo ciò che deve esserci abbastanza chiaro: cioè che vi è una duplice specie di vocazione.
Vi è una vocazione universale, che consiste nella predicazione esteriore dell’Evangelo, mediante la quale il Signore invita a sé tutte le persone indistintamente; persino quelle alle quali egli la presenta come odore di morte e come occasione di condanna più grave.
Ve n’è un’altra speciale, della quale egli rende partecipi quasi soltanto i fedeli, quando, mediante la luce interiore del suo Spirito, fa sì che la dottrina metta radici nei loro cuori; sebbene talvolta egli usi una tale vocazione anche verso coloro che illumina solo per un tempo, e poi, a causa della loro ingratitudine, li abbandona e li getta in un accecamento maggiore.
Ora, poiché il Signore Gesù vedeva che l’Evangelo, allora pubblicato a molte persone, era respinto da molti, disprezzato da altri e che pochi lo avevano in onore, egli ci rappresenta Dio sotto la figura di un re che, volendo fare un banchetto solenne, manda i suoi servi qua e là per invitare una grande moltitudine; ma che sono pochi quelli che promettono di venire, perché ciascuno adduce i propri impedimenti; così che, di fronte al loro rifiuto, egli è costretto a far chiamare tutti quelli che si possono incontrare per le strade. Nessuno non vede che, fin qui, la parabola deve intendersi della vocazione esteriore.
Egli aggiunge di conseguenza che Dio, come fanno coloro che ricevono ospiti, passa di tavola in tavola per accogliere con benevolenza tutti quelli che ha ricevuto. Se trova qualcuno che non abbia l’abito nuziale, dice che non permetterà che il suo banchetto sia disonorato, ma lo caccerà fuori (Matteo 22:2-13). Confesso che questa parte deve intendersi di coloro che fanno professione di fede e così sono ricevuti nella Chiesa, ma tuttavia non sono rivestiti della santificazione di Cristo. È dunque detto che il Signore non sopporterà a lungo tali piaghe, che non fanno altro che infamare la sua Chiesa; ma, secondo il merito della loro turpitudine, li caccerà fuori.
Dunque, in un grande numero di persone che saranno state chiamate, vi sono pochi eletti; ma non di quella vocazione mediante la quale noi insegniamo che i fedeli debbano stimare la loro elezione. Poiché quella di cui si parla lì appartiene anche agli empi; questa seconda invece porta con sé lo Spirito di rigenerazione, che è il pegno e sigillo dell’eredità futura, e mediante il quale i nostri cuori sono segnati fino al giorno della risurrezione (Efesini 1:13-14).
In breve, poiché gli ipocriti si vantano d’essere persone da bene al pari dei veri servitori di Dio, Gesù Cristo pronuncia che alla fine saranno scacciati dal luogo che occupano ingiustamente, secondo quanto è detto nel Salmo: “Signore, chi dimorerà nel tuo santuario? Chi è innocente nelle mani e puro di cuore” (Salmo 15:1). E ancora: “Questa è la generazione di quelli che cercano Dio, che cercano la faccia del Dio di Giacobbe” (Salmo 24:6). In tal modo lo Spirito Santo esorta i fedeli alla pazienza, affinché non si turbino se gli Ismaeliti sono mescolati in mezzo a loro nella Chiesa: poiché, alla fine, la maschera sarà tolta loro e saranno eliminati con vergogna.
3:24:9 - Giuda e l’uso equivoco del termine “elezione”
Questa è anche la ragione per cui Cristo fa l’eccezione di cui si è parlato, quando dice che nessuna delle sue pecore è perita, se non Giuda (Giovanni 17:12). Infatti, egli non era annoverato tra le pecore di Cristo perché lo fosse davvero, ma perché vi aveva un posto. E ciò che il Signore dice altrove, cioè che lo aveva eletto insieme con gli altri apostoli, va riferito soltanto all’ufficio. “Io vi ho scelti in dodici”, dice, “e uno di voi è un diavolo” (Giovanni 6:70): vale a dire che lo aveva costituito apostolo. Ma quando parla dell’elezione alla salvezza, lo separa dal numero degli eletti, come quando dice: “Io non parlo di tutti; io so chi ho scelto” (Giovanni 13:18).
Se qualcuno confonde il termine “elezione” in questi passi, si avviluppa miseramente; se sa distinguerlo, non c’è nulla di più facile. È stato dunque detto assai male da Gregorio, quando affermò che della nostra vocazione siamo certi, ma della nostra elezione restiamo incerti. Da ciò egli ci esorta a terrore e tremore, usando questa ragione: che sappiamo bene come siamo oggi, ma ignoriamo come saremo domani. Ma dall’andamento stesso del suo ragionamento si vede bene come egli si sia ingannato così. Poiché fondava l’elezione sul merito delle opere, aveva materiale sufficiente per spaventare le persone e metterle nella diffidenza; ma confortarle non poteva, perché non le rimandava alla fiducia nella bontà di Dio.
Da qui i fedeli possono gustare quanto abbiamo detto all’inizio: cioè che la predestinazione, se è ben meditata, non serve a turbare o scuotere la fede, ma piuttosto a confermarla saldamente. Tuttavia non nego che lo Spirito Santo talvolta adatti le parole alla rudezza del nostro intendimento, come quando dice: “Non saranno nel consiglio del mio popolo, non saranno scritti nel registro dei miei servitori” (Ezechiele 13:9). È come se cominciasse a scrivere nel libro della vita coloro che vuole riconoscere come suoi, mentre, secondo la testimonianza di Gesù Cristo (Luca 10:20; Filippesi 4:3), i nomi dei figli di Dio sono stati registrati nel libro della vita fin dal principio. Ma con tali parole è significata la reiezione dei Giudei, che per un tempo erano stati stimati colonne della Chiesa; secondo quanto è detto nel Salmo: “Siano cancellati dal libro della vita e non siano scritti con i giusti” (Salmo 69:28).
3:24:10 - Gli eletti prima della conversione: nessuna “semenza naturale” di elezione
Ora, gli eletti non sono tutti riuniti mediante la vocazione del Signore nel gregge di Cristo né dal grembo della madre, né nello stesso tempo, ma secondo che piace a Dio dispensare loro la sua grazia. Prima dunque che siano convertiti a quel supremo Pastore, essi errano come gli altri, sono dispersi nella dissipazione universale di questo mondo, e non differiscono in nulla dagli altri, se non che Dio, per una misericordia singolare, li conserva, affinché non precipitino nella rovina eterna.
Se dunque li consideriamo, vedremo la discendenza di Adamo, che non può sentire altro che la perversità della sua origine. E se essi non cadono in un’empietà disperata, ciò non avviene per qualche bontà naturale, ma perché l’occhio del Signore veglia sulla loro salvezza e la sua mano è stesa per condurli ad essa.
Coloro che immaginano di avere, fin dalla nascita, una certa semenza di elezione radicata nel cuore e che per questo sarebbero sempre inclini al timore di Dio, non hanno alcuna autorità della Scrittura per provare la loro opinione; e la stessa esperienza li confuta. Essi producono alcuni esempi, per sostenere che alcuni degli eletti non sono stati affatto senza religione prima d’essere rettamente illuminati: adducono che Paolo fu irreprensibile nel suo farisaismo (Filippesi 3:5-6); e che Cornelio il centurione era gradito a Dio per le sue preghiere e elemosine (Atti 10:2). Di Paolo concedo ciò che dicono; di Cornelio dico che s’ingannano: egli era già allora rigenerato e illuminato, al punto che non gli mancava altro se non una rivelazione più chiara dell’Evangelo.
Ma, in fin dei conti, che cosa otterranno quando anche concedessimo loro una dozzina di casi? Concluderanno forse che tutti gli eletti di Dio hanno avuto lo stesso spirito? Sarebbe come se qualcuno, avendo dimostrato l’integrità di Socrate, Aristide, Senocrate, Scipione, Curio, Camillo e altri pagani, volesse inferire da ciò che tutti coloro che furono accecati nell’idolatria vissero una vita santa e integra.
Oltre al fatto che il loro argomento non vale nulla, la Scrittura li contraddice apertamente in molti luoghi. Lo stato che Paolo descrive essere stato quello degli Efesini prima della loro rigenerazione non mostra un solo granello di quella semenza: “Voi eravate morti nei vostri falli e nei vostri peccati, nei quali camminavate secondo questo mondo e secondo il diavolo, che opera ora nei ribelli; tra i quali anche noi eravamo un tempo, seguendo le concupiscenze della nostra carne, facendo ciò che ci piaceva, ed eravamo per natura figli d’ira come gli altri” (Efesini 2:1-3). E ancora: “Ricordate che un tempo eravate senza speranza e senza Dio in questo mondo” (Efesini 2:12). E ancora: “Un tempo eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore; camminate come figli di luce” (Efesini 5:8).
Diranno forse che ciò si riferisce soltanto all’ignoranza della verità; nella quale essi ammettono che gli eletti siano trattenuti prima della loro vocazione. Ma questa è una calunnia impudente, poiché Paolo trae da ciò la conclusione che gli Efesini non devono più mentire né rubare (Efesini 4:25, 28). E anche se concedessimo loro questo, che cosa risponderebbero ad altri passi? Per esempio, quando, dopo aver dichiarato ai Corinzi che idolatri, fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri e avari non erediteranno il regno di Dio, aggiunge subito che essi erano stati avvolti in tali crimini prima di conoscere Cristo, ma che ora sono stati lavati dal suo sangue e liberati dal suo Spirito (1 Corinzi 6:9-11). E ai Romani: “Come avete offerto le vostre membra al servizio dell’impurità e dell’iniquità, così ora offritele al servizio della giustizia; poiché quale frutto avevate allora delle cose di cui ora vi vergognate?” (Romani 6:19-21), ecc.
3:24:11 - Esempi contrari e conclusione: eletti preservati fino al tempo stabilito
Quale semenza di elezione, vi prego, fruttificava in coloro che, vivendo una vita del tutto malvagia e vile, quasi abbandonati a una malizia disperata, si erano dati al vizio più esecrabile del mondo? Se l’apostolo avesse voluto parlare secondo il modo di questi nuovi dottori, avrebbe dovuto mostrare loro quanto fossero debitori a Dio, per non averli lasciati cadere in una tale miseria. Parimenti Pietro avrebbe dovuto esortare coloro ai quali scriveva a rendere grazie a Dio, per averli conservati, dando loro fin dal principio una semenza di santità. Ma, al contrario, egli li ammonisce che è già fin troppo che nel tempo passato abbiano lasciato andare la briglia a tutte le cattive concupiscenze (1 Pietro 4:3).
E che sarà se adduciamo esempi? Quale semenza vi era in Raab la prostituta prima della fede (Giosuè 2:1)? E in Manasse, mentre spargeva il sangue dei profeti fino a riempirne Gerusalemme (2 Re 21:16)? E nel ladrone che giunse al ravvedimento mentre spirava (Luca 23:42)?
Lasciamo dunque queste leggere invenzioni, con cui si fabbricano, fuori dalla Scrittura, non so quali curiosi intendimenti. Resti piuttosto fermo ciò che la Scrittura contiene: che siamo stati come povere pecore smarrite e ciascuno si è sviato per la propria via (Isaia 53:6), cioè verso la perdizione. Così, da quel gorgo di perdizione, il Signore trae coloro che vuole, non subito, ma differendo al tempo opportuno; nel frattempo li conserva, perché non precipitino nella bestemmia irrimissibile.
3:24:12 - I giudizi sui reprobi: privazione e indurimento mediante la Parola
Come il Signore, mediante la potenza della sua vocazione, conduce i suoi eletti alla salvezza alla quale li aveva predestinati nel suo consiglio eterno, così, d’altra parte, egli ha i suoi giudizi sui reprobi, mediante i quali esegue ciò che ha determinato di farne. Pertanto, coloro che ha creato per dannazione e morte eterna affinché siano strumenti della sua ira ed esempi della sua severità, egli li conduce al loro fine o privandoli della facoltà di udire la sua parola, oppure, mediante la predicazione di essa, accecandoli e indurendoli ancora di più.
Del primo punto abbiamo infiniti esempi; ma ne sceglieremo uno notevole sopra gli altri. Sono trascorsi più di quattromila anni prima dell’avvento di Cristo, durante i quali il Signore ha sempre nascosto a tutti i popoli la luce della sua dottrina salutare. Se qualcuno obietta che non rese le persone di quei tempi partecipi di un tale bene perché le giudicava indegne, i loro successori non ne sono più degni. Di ciò il profeta Malachia, oltre all’esperienza, è testimone certissimo: dopo aver ripreso l’incredulità, le enormi bestemmie e gli altri crimini del suo popolo, afferma tuttavia che il Redentore non mancherà di venire (Malachia 4:1-2). Perché dunque ha fatto questa grazia ad alcuni piuttosto che ad altri? Se qualcuno vuole cercare qui una ragione più alta del consiglio segreto e occulto di Dio, si tormenterà invano.
E non bisogna temere che qualche discepolo di Porfirio o altro bestemmiatore abbia licenza di detrarre contro la giustizia di Dio, se noi non rispondiamo nulla. Infatti, quando affermiamo che nessuno perisce senza averlo meritato e che è pura beneficenza gratuita di Dio se alcuni sono liberati dalla dannazione, ciò basta a sostenere la sua gloria, senza che essa abbia bisogno delle nostre tergiversazioni per essere difesa. Così, il sommo Giudice, privando della luce della sua verità e lasciando nell’accecamento coloro che ha riprovato, apre la via alla sua predestinazione.
Quanto al secondo punto, ne abbiamo esperienza quotidiana, e ve ne sono molti esempi nella Scrittura. Vi saranno cento persone che ascolteranno lo stesso sermone: venti lo riceveranno con l’obbedienza della fede; le altre o non ne terranno conto, o se ne faranno beffe, o lo respingeranno e lo condanneranno. Se qualcuno dice che questa diversità nasce dalla loro propria malizia e perversità, ciò non soddisferà. Poiché la medesima malizia occuperebbe l’intendimento di tutte, se il Signore non correggesse alcune mediante la sua grazia. Così resteremmo sempre avvolti, se non ricorressimo a questa parola di Paolo: “Chi è che ti distingue?” (1 Corinzi 4:7). Con ciò egli significa che, se uno è più eccellente di un altro, non è per sua virtù propria, ma per la sola grazia di Dio.
3:24:13 - Perché Dio lascia alcuni: la Scrittura attribuisce la differenza al suo volere e al suo giudizio
Perché dunque, facendo grazia all’uno, lascia indietro l’altro? San Luca rende la ragione di coloro che sono chiamati, dicendo che erano stati preordinati a vita (Atti 13:48). Che cosa penseremo dunque degli altri, se non che sono strumenti della sua ira per infamia?
Perciò non abbiamo vergogna di parlare così con sant’Agostino: “Dio”, dice, “potrebbe ben convertire in bene la volontà dei malvagi, poiché è onnipotente. Di questo non c’è dubbio. Perché dunque non lo fa? Perché non lo vuole. Perché non lo vuole, questo è nascosto in lui. Poiché non dobbiamo sapere più di quanto convenga”.
Questo è molto meglio che tergiversare con Crisostomo, dicendo che Dio attira chi lo invoca e tende la mano per avere aiuto, e così che la differenza non sarebbe nel giudizio di Dio, ma nel volere delle persone. In breve, è tanto lontano dal dipendere dal movimento proprio dell’essere umano l’accostarsi a Dio, che persino i figli di Dio hanno bisogno d’essere spinti da un’ispirazione singolare.
Lidia, mercante di porpora, temeva Dio; tuttavia fu necessario che il suo cuore fosse aperto dall’alto, per renderla attenta alla dottrina di Paolo e far sì che ne traesse profitto (Atti 16:14). E questo non è detto di una donna sola, ma affinché sappiamo che ogni progresso nella fede e nella pietà è un’opera mirabile dello Spirito Santo.
Certo, non si può mettere in dubbio che il Signore invii la sua parola ad alcuni dei quali sa che la loro cecità sarà accresciuta. Perché faceva giungere tanti messaggi a Faraone? Sperava forse di poterne ammorbidire il cuore, mandando ambasceria su ambasceria? Ma prima di cominciare sapeva quale sarebbe stato l’esito e l’aveva predetto: “Va”, diceva a Mosè, “e proclamagli la mia volontà; ma io indurirò il suo cuore, perché non obbedisca” (Esodo 4:21).
Così, suscitando Ezechiele, lo avvertì che lo mandava a un popolo ribelle e ostinato, affinché non si meravigliasse trovando le loro orecchie sorde (Ezechiele 2:3; 12:2). Predisse parimenti a Geremia che la sua dottrina sarebbe stata come fuoco, per distruggere e disperdere il popolo come paglia (Geremia 1:10). Ma la profezia che abbiamo in Isaia incalza ancora di più: il Signore lo invia con questo mandato: “Va’ e di’ ai figli d’Israele: Udrete sì, ma non intenderete; vedrete sì, ma non conoscerete. Indurisci il cuore di questo popolo, tappa le sue orecchie e benda i suoi occhi, perché non veda, non oda, non intenda e non si converta per essere salvato” (Isaia 6:9-10). Ecco come egli indirizza loro la sua parola, ma per renderli più sordi; accende la luce, ma per renderli più ciechi; presenta loro la dottrina, ma per renderli più storditi; dà loro un rimedio, ma affinché non guariscano.
San Giovanni, citando questa profezia, dice che i Giudei non poterono credere alla dottrina di Cristo, perché questa maledizione di Dio era su di loro (Giovanni 12:39). E non si può dubitare che, quando Dio non vuole illuminare qualcuno, gli dia la sua dottrina velata, affinché non ne tragga profitto, ma cada in maggiore stordimento e stupidità. Cristo infatti attesta che espone ai suoi apostoli soltanto il senso delle parabole che aveva usato tra il popolo, poiché agli apostoli è concessa la grazia di conoscere i misteri del suo regno, e non agli altri (Matteo 13:11).
Che cosa vuole dunque il Signore, insegnando a coloro dei quali si guarda dall’essere inteso? Consideriamo da dove viene il vizio, e lasceremo questa questione; poiché, per quanta oscurità vi sia nella dottrina, vi è sempre abbastanza chiarezza per convincere le coscienze dei malvagi.
3:24:14 - Colpa umana e decreto divino: la malizia è loro, ma il giudizio è di Dio
Resta tuttavia da vedere perché il Signore faccia questo, poiché è certo che lo fa. Se si risponde che ciò avviene perché gli esseri umani lo hanno meritato per la loro perversità e ingratitudine, si dirà bene e veracemente. Ma poiché la ragione di questa diversità non appare — perché egli piega gli uni all’obbedienza e lascia gli altri perseverare nella durezza — per risolverla rettamente bisogna venire a ciò che Paolo ha notato dalla testimonianza di Mosè: cioè che Dio li ha suscitati fin dal principio per mostrare il suo nome in tutta la terra (Romani 9:17).
Perciò, che i reprobi, pur avendo il regno di Dio aperto, non obbediscano, sarà giustamente ricondotto alla loro perversità e malizia; purché si aggiunga conseguentemente che essi sono stati asserviti a tale perversità, poiché, per il giudizio equo ma incomprensibile di Dio, sono stati suscitati per illustrare la sua gloria nella loro dannazione.
In questo senso, quando è detto dei figli di Eli che non ascoltarono le ammonizioni salutari del loro padre perché il Signore voleva farli morire (1 Samuele 2:25), non si intende che quella ostinazione non provenisse dalla loro malizia; ma si indica anche perché furono lasciati in essa, benché Dio potesse ammorbidire i loro cuori: cioè perché il decreto immutabile di Dio li aveva già destinati alla perdizione.
A ciò mira anche quanto dice Giovanni: sebbene Gesù Cristo avesse compiuto molti miracoli, nessuno credette in lui, affinché si adempisse la parola di Isaia: “Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?” (Giovanni 12:38). Egli non assolve gli increduli come se non fossero colpevoli; ma si contenta di questa ragione: che gli esseri umani non troveranno gusto né sapore nella parola di Dio, finché non sia loro dato di gustarla bene.
E Gesù Cristo, citando la profezia di Isaia che tutti saranno insegnati da Dio (Giovanni 6:45), non mira ad altro se non a mostrare che i Giudei sono riprovati ed esclusi dalla Chiesa, perché non sono capaci d’essere insegnati; non adduce altra ragione se non questa: che la promessa non appartiene a loro.
Ciò Paolo lo conferma dicendo che Gesù Cristo, che è scandalo per i Giudei e follia per i pagani, è tuttavia potenza e sapienza di Dio per coloro che sono chiamati (1 Corinzi 1:23-24). Dopo aver mostrato ciò che ordinariamente avviene quando si predica l’Evangelo — che esso irrita alcuni e viene disprezzato da altri — aggiunge che esso è stimato solo da coloro che sono chiamati. Poco prima li aveva chiamati “credenti”, non per sminuire la grazia dell’elezione di Dio che precede, ma aggiunse questo secondo membro per spiegazione più certa, affinché coloro che avevano ricevuto l’Evangelo attribuissero la lode della loro fede alla vocazione di Dio, come egli poi lo esprime.
Quando i malvagi odono queste cose, si lamentano che Dio abusa delle sue povere creature, giocando crudelmente con una potenza disordinata; ma noi, che sappiamo che le persone sono colpevoli in tanti modi davanti al trono di Dio, che se egli le interrogasse su mille punti non potrebbero rispondere a uno solo, confessiamo che i reprobi non soffrono nulla che non convenga al suo giusto giudizio. Se non ne comprendiamo la ragione, dobbiamo sopportarlo con pazienza e non rifiutare d’ignorare qualcosa là dove la sapienza di Dio eleva la sua altezza.
3:24:15 - “Dio non vuole la morte del peccatore”: senso proprio e armonia con la predestinazione
Poiché tuttavia si è soliti obiettare alcuni passi della Scrittura nei quali sembra che Dio non consenta che gli empi periscano per suo decreto, ma che, contro la sua volontà e quasi malgrado lui, essi si gettino nella perdizione, dobbiamo spiegarli brevemente, per mostrare che non contraddicono la nostra dottrina.
Si allega il passo di Ezechiele, dove è detto che Dio non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva (Ezechiele 33:11). Se si vuole estendere ciò a tutto il genere umano, domando dunque perché egli non solleciti molti al ravvedimento, i cui cuori sarebbero più pieghevoli a obbedire di quelli che si induriscono sempre più quando egli li invita ogni giorno. Gesù Cristo attesta che la sua predicazione e i suoi miracoli avrebbero portato più frutto a Ninive e a Sodoma che in Giudea (Matteo 11:23): come avviene dunque che, se Dio vuole che tutto il mondo sia salvato, non abbia aperto la porta a quei poveri miserabili, che sarebbero stati meglio disposti a ricevere la grazia, se fosse stata loro offerta?
Vediamo dunque che questo passo è pervertito e quasi tirato per i capelli, se, sotto il pretesto delle parole del profeta, si vuole annullare il consiglio eterno di Dio, col quale egli ha distinto i reprobi dagli eletti. Cerchiamo ora il senso naturale.
L’intenzione del profeta è di dare buona speranza a coloro che si pentiranno, che saranno ricevuti a misericordia. La sostanza è questa: i peccatori non devono dubitare che Dio li perdonerà non appena si convertano. Egli dunque non vuole la loro morte in quanto vuole la loro conversione.
Ora l’esperienza mostra come egli voglia che molti di quelli che invita a sé si pentano: in modo tale che tuttavia non tocca il loro cuore. Ciò non significa che egli usi fallacia per ingannarli; poiché, sebbene la voce esteriore serva solo a rendere inescusabili coloro che l’ascoltano senza obbedire, deve tuttavia essere considerata veramente testimonianza della grazia di Dio, mediante la quale egli riconcilia le persone con sé.
Notiamo dunque bene l’intenzione del profeta quando dice che Dio non prende piacere alla morte del peccatore: è affinché i fedeli abbiano fiducia che Dio sarà pronto a perdonare i loro falli non appena verranno a ravvedimento; e affinché, al contrario, i disprezzatori sappiano che la loro colpa è tanto più aggravata quando non rispondono a una tale umanità e clemenza di Dio. Così Dio verrà sempre incontro a chi si converte, presentandogli la sua misericordia; ma che la conversione non sia data a tutti ci è chiaramente mostrato tanto da Ezechiele quanto da tutti i profeti e apostoli.
3:24:16 - “Dio vuole che tutti siano salvati”: non individui senza eccezione, ma stati e condizioni
Secondariamente si porta il passo di Paolo, dove dice che Dio vuole che tutti siano salvati (1 Timoteo 2:4). Benché vi sia qualcosa di diverso rispetto al profeta, vi è anche una certa somiglianza. Rispondo anzitutto che è noto, dal filo del testo, in che senso Dio voglia la salvezza di tutti.
Paolo unisce due cose: che Dio vuole che tutti siano salvati e che vengano alla conoscenza della verità. Se fosse stato stabilito dal consiglio eterno di Dio che tutti fossero resi partecipi della dottrina della salvezza, che ne sarebbe di quanto Mosè dice: che non vi è stato popolo al mondo tanto nobile al quale Dio si sia avvicinato come ai Giudei (Deuteronomio 4:7)? Come mai Dio ha privato tante nazioni della luce dell’Evangelo, della quale ha fatto godere altre? Come è accaduto che la pura conoscenza della verità celeste non sia mai giunta a molti, e che altri a stento ne abbiano gustato alcuni piccoli rudimenti?
È dunque facile raccogliere l’intento di Paolo. Egli aveva comandato a Timoteo di fare preghiere solenni per re e principi. E poiché sembrava quasi strano pregare per una categoria di persone così “disperata”, dato che non solo era fuori dalla compagnia dei fedeli, ma si sforzava anche di opprimere il regno di Cristo, egli aggiunge che ciò è gradito a Dio, il quale vuole che tutti siano salvati. Con ciò non intende altro se non che Dio non ha sbarrato la via della salvezza ad alcuno stato, ma piuttosto ha diffuso la sua misericordia in modo da voler rendere partecipi persone di ogni condizione.
Le altre testimonianze non dichiarano ciò che il Signore ha determinato nel suo giudizio occulto, ma annunciano soltanto che il perdono è pronto per tutti i peccatori che lo cercheranno con vera penitenza. Se qualcuno si ostina su quella parola “tutti”, replicherò al contrario che altrove è detto: “Il nostro Dio è nei cieli; egli fa tutto ciò che gli piace” (Salmo 115:3). Bisogna dunque intendere la prima espressione in modo che concordi con l’altra: “Farò misericordia a chi farò misericordia e avrò pietà di chi avrò pietà” (Esodo 33:19). Poiché egli sceglie quelli ai quali deve fare misericordia, egli non la fa a tutti. Ma poiché è evidente che Paolo non tratta di ogni singola persona, bensì di stati e condizioni, mi astengo da una disputa più lunga; benché sia anche da notare che Paolo non dice che Dio faccia sempre e ovunque e in tutti questo, ma ci ammonisce che dobbiamo lasciarlo libero di attirare re, principi e magistrati all’obbedienza della sua dottrina, benché per un tempo essi ne siano come furiosamente avversi, accecati nelle tenebre.
3:24:17 - Promesse universali e decreto segreto: nessuna contraddizione, perché la fede distingue
Ma qualcuno mi dirà: “Se è così, vi sarà poca certezza nelle promesse evangeliche, le quali, attestando la volontà di Dio, dichiarano che egli vuole ciò che ripugna a quanto ha determinato in segreto”. Rispondo: no.
Poiché, benché le promesse di salvezza siano universali, esse non contraddicono affatto la predestinazione dei reprobi, purché consideriamo il loro compimento. Sappiamo che le promesse di Dio ci sono valide quando le riceviamo per fede; al contrario, quando la fede è annientata, esse risultano come abolite.
Se questa è la natura delle promesse, vediamo se contravvengono alla predestinazione: Dio ha determinato fin dal principio chi voleva accogliere in grazia e chi voleva rigettare; e nondimeno promette indistintamente la salvezza a tutti. Dico che ciò concorda benissimo. Infatti il Signore, promettendo così, non significa altro se non che la sua misericordia è offerta a tutti coloro che la cercheranno. Ora, nessuno la cerca se non coloro che egli ha illuminato. Infine, egli illumina quelli che ha predestinato alla salvezza. Questi sperimentano la verità delle promesse, certa e sicura; perciò non si può dire che vi sia contrarietà tra l’elezione eterna di Dio e il fatto che egli offra testimonianza della sua grazia ai suoi fedeli.
Perché dunque nomina “tutti”? Perché le buone coscienze riposino più sicure, vedendo che non vi è alcuna differenza tra peccatori, purché vi sia fede; e, d’altra parte, perché gli empi non pretendano di non avere alcun rifugio per uscire dalla loro miseria, poiché lo respingono per la loro ingratitudine. Poiché dunque la misericordia di Dio è presentata tanto agli uni quanto agli altri mediante l’Evangelo, è soltanto la fede — cioè l’illuminazione di Dio — che distingue tra credenti e increduli: affinché i primi sentano l’efficacia dell’Evangelo e i secondi non ne ricevano alcuna utilità. Ora, questa illuminazione ha per regola l’elezione eterna di Dio.
Quanto al lamento di Gesù Cristo su Gerusalemme, cioè che egli avrebbe voluto raccogliere i suoi pulcini e che essa lo ha rifiutato (Matteo 23:37), per quanto costoro se ne facciano un grande scudo, non giova loro in nulla. Confesso che Gesù Cristo non parla come un semplice uomo, ma rimprovera ai Giudei d’aver rifiutato da sempre la sua grazia. Tuttavia dobbiamo considerare quale sia questa “volontà” di Dio di cui egli parla. È cosa chiarissima che Dio si è adoperato con cura per trattenere quel popolo; è noto anche come essi, abbandonati alle loro concupiscenze sviate, abbiano resistito ostinatamente a essere raccolti. Ma da ciò non segue che il consiglio immutabile di Dio sia stato reso vano dalla malizia delle persone.
I nostri avversari replicano che nulla è meno conveniente alla natura di Dio che avere una doppia volontà. Io lo concedo, purché sappiano intendere rettamente. Ma perché non considerano tanti passi nei quali Dio, assumendo in sé gli affetti umani, discende per modo di dire dalla sua maestà per adattarsi alla nostra rozzezza? Isaia dice che egli ha steso le braccia verso un popolo ribelle (Isaia 65:2), che si è levato di buon mattino e ha vegliato fino a tardi per ricondurlo. Se vogliono attribuire alla lettera tutto ciò a Dio, rigettando la figura del parlare, apriranno la porta a contese superflue che si possono placare con una parola: Dio trasferisce a sé per similitudine ciò che è proprio degli esseri umani. E comunque la soluzione già data basta: benché la volontà di Dio ci appaia varia, egli non vuole in sé “questo e quello” in modo contraddittorio, ma stupisce i nostri sensi con la varietà della sua sapienza, finché ci sia dato di comprendere nell’ultimo giorno come egli voglia in modo mirabile ciò che oggi sembra contrario al suo volere.
Seguono poi cavillazioni indegne di risposta: “Poiché Dio è Padre di tutti, non è ragione che diseredI alcuno, se non chi per propria colpa si è reso indegno della salvezza”. Come se la liberalità di Dio non si estendesse anche ai cani e ai porci! Se si parla del genere umano, rispondano perché Dio ha voluto allearsi con un solo popolo per esserne Padre, lasciando gli altri indietro; e perché, di quel popolo scelto, ha riservato a sé soltanto un piccolo numero come fiore. Ma l’appetito rabbioso di maldicenza impedisce a costoro di considerare ciò che tutti vedono: che Dio fa ogni giorno sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (Matteo 5:45), mentre riserva l’eredità eterna al piccolo gregge dei suoi eletti, ai quali sarà detto: “Venite, benedetti del Padre mio, possedete il regno che vi è stato preparato prima della creazione del mondo” (Matteo 25:34).
Obiettano inoltre che Dio non odia nulla di ciò che ha fatto. Lo concedo senza pregiudicare ciò che insegno: cioè che i reprobi sono odiati da Dio, e a buon diritto, poiché, essendo privi del suo Spirito, non possono offrire altro che motivo di maledizione. Si servono anche stoltidamente dell’affermazione che la grazia di Dio è indifferentemente comune a tutti, perché non vi è differenza tra Giudeo e Gentile. Anche questo concedo, purché nel senso in cui Paolo lo spiega: che Dio chiama tanto tra i Giudei quanto tra i pagani (Romani 9:24) coloro che gli piace, senza essere obbligato a nessuno.
Così viene abbattuto anche ciò che adducono: che Dio ha rinchiuso tutti sotto il peccato per aver pietà di tutti (Romani 11:32). Sì, perché vuole che la salvezza di tutti sia attribuita alla sua misericordia; benché tale beneficio non sia comune a tutti.
E quando si saranno portate molte ragioni e si sarà disputato da entrambe le parti, dobbiamo venire a questa conclusione: essere rapiti nello stupore con Paolo; e se lingue sfrenate scagliano i loro dardi contro questo, non vergogniamoci di gridare: “O uomo, chi sei tu per contendere con Dio?” (Romani 9:20). Poiché sant’Agostino dice con verità che coloro che misurano la giustizia di Dio con la proporzione di quella umana si comportano in modo del tutto perverso.
Riassunto del capitolo 3:24