Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 25
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III
Capitolo XXV
Della resurrezione finale
3:25:1 - La speranza della resurrezione e la pazienza dei fedeli
Benché Gesù Cristo, come sole di giustizia, dopo aver vinto la morte abbia illuminato il mondo mediante il suo Evangelo, per mettere in piena luce la vita, come dice l’apostolo Paolo (2 Timoteo 1:10), e benché sia detto che, credendo, passiamo dalla morte alla vita (Giovanni 5:24), e non siamo più stranieri né forestieri, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, il quale ci ha fatti sedere nei luoghi celesti con il suo Figlio unigenito (Efesini 2:6, 19), cosicché nulla ci manca per la piena felicità; tuttavia, affinché non ci venga a noia l’essere ancora esercitati a combattere sulla terra, e per giunta in una condizione dura e faticosa, come se non vedessimo alcun frutto della vittoria che Cristo ci ha acquistata, dobbiamo tener fermo ciò che altrove è detto circa la natura della speranza.
Infatti, poiché speriamo ciò che non si vede (Romani 8:25), e come è detto in un altro passo, la fede è dimostrazione di cose invisibili (Ebrei 11:1), finché siamo rinchiusi nella prigione del nostro corpo siamo tanto più lontani da Dio (2 Corinzi 5:6). Per questa ragione l’apostolo Paolo dice altrove che noi siamo morti, e che la nostra vita è nascosta in Dio con Gesù Cristo; e quando colui che è la nostra vita sarà manifestato, allora anche noi appariremo con lui in gloria (Colossesi 3:3-4).
Questa dunque è la nostra condizione: che, vivendo sobriamente, giustamente e santamente in questo mondo, attendiamo la beata speranza e la manifestazione della gloria del grande Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo (Tito 2:12-13). Qui abbiamo bisogno di una pazienza singolare, affinché non ci stanchiamo né ci irritiamo, fino al punto di voltare indietro o di abbandonare il posto che ci è stato assegnato.
Perciò tutto ciò che è stato trattato fin qui riguardo alla nostra salvezza richiede che abbiamo i cuori elevati in alto, per amare Cristo che non vediamo; e che, credendo in lui, siamo rapiti da una gioia ineffabile e gloriosa, fino a conseguire il fine della nostra fede, secondo l’ammonimento dell’apostolo Pietro (1 Pietro 1:8-9). Per questa ragione l’apostolo Paolo dice che la fede e l’amore dei figli di Dio guardano alla speranza che è loro riservata nei cieli (Colossesi 1:5).
Quando abbiamo così gli occhi fissi in alto, e nulla quaggiù li ostacola o li trattiene, ma tutto li attira e li conduce verso la beatitudine promessa, allora si compie veramente in noi questa sentenza: dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore (Matteo 6:21).
Ed è per questo che la fede è così rara nel mondo: perché nulla è più difficile alla nostra lentezza che superare infiniti ostacoli, per proseguire con gioia la nostra corsa, finché non abbiamo ottenuto la palma della vocazione celeste. Oltre al fatto che siamo quasi oppressi da una grande moltitudine di miserie, siamo aspramente tentati dalle beffe di molti schernitori, i quali, per scherzo, ci tengono per ingenui e stolti, perché volontariamente rinunciamo agli allettamenti e ai piaceri presenti, per giungere a una beatitudine che ci è nascosta, come se inseguiamo un’ombra che sempre ci sfuggirà.
In breve, dall’alto e dal basso, davanti e dietro, a destra e a sinistra, siamo assediati e assaliti da tentazioni tanto gravi e violente, che non saremmo in grado di sostenerle né di resistervi, se non fossimo sciolti dalle cose terrene, per essere come attaccati alla vita celeste, la quale sembra essere molto lontana da noi. Perciò nessuno ha debitamente e fermamente fatto progresso nell’Evangelo, se non si è abituato a meditare continuamente la beata resurrezione.
3:25:2 - Il vero sommo bene e l’attesa del rinnovamento finale
I filosofi antichi hanno un tempo discusso con grande curiosità intorno al sommo bene, e ne hanno disputato con molte contraddizioni; tuttavia nessuno, eccetto Platone, è riuscito a convincersi che il sommo bene della persona consista nell’essere unita a Dio. Ma egli stesso non ha potuto gustare in che cosa consista tale unione. E non c’è da meravigliarsene, poiché egli non aveva appreso nulla del vero bene, senza il quale essa non può sussistere.
Quanto a noi, già in questo pellegrinaggio terreno conosciamo quale sia la felicità unica e perfetta, ma in modo tale che essa deve accendere ogni giorno sempre di più i nostri cuori a desiderarla, finché non saremo sazi della sua piena fruizione. Per questo ho detto che non possiamo ricevere alcun frutto dei benefici di Gesù Cristo, se non elevando i nostri spiriti alla resurrezione. Così anche l’apostolo Paolo propone questa meta a tutti i fedeli, dicendo che si sforza di tendervi, e che dimentica tutto il resto per giungervi (Filippesi 3:14).
E tanto più dobbiamo, da parte nostra, applicarci con ardore a questo, per timore che, se siamo occupati nelle cose del mondo, riceviamo una povera ricompensa della nostra negligenza e pigrizia. Perciò, in un altro luogo, egli dà questo segno dei fedeli: che la loro cittadinanza è nei cieli, da dove attendono il loro Salvatore (Filippesi 3:20). E affinché non diventino deboli o pigri nel correre, egli assegna loro tutte le creature come compagne (Romani 8:19).
Infatti, poiché in tutto il mondo si vedono tracce di rovina e di desolazione a causa del peccato di Adamo, egli afferma che tutto ciò che è nei cieli e sulla terra aspira e geme con travaglio a essere rinnovato. Poiché Adamo, con la sua caduta, ha sconvolto il vero ordine e l’integrità della natura, la servitù in cui tutte le cose si trovano è per esse dura e gravosa. Non che esse abbiano giudizio o intelligenza, ma perché naturalmente desiderano ritornare allo stato dal quale sono decadute.
Perciò l’apostolo Paolo attribuisce loro un dolore simile a quello di una donna che partorisce, affinché noi, che abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito, proviamo tanto maggiore vergogna nel ristagnare nella nostra corruzione, e non seguiamo almeno gli elementi insensibili, i quali portano la punizione del peccato altrui. E per stimolarci ancora più vivamente, egli chiama la venuta di Gesù Cristo “la nostra redenzione”.
È vero che tutte le parti della nostra redenzione sono già compiute; ma poiché Gesù Cristo, dopo essere stato offerto una sola volta per i nostri peccati, apparirà di nuovo, senza peccato, per la salvezza (Ebrei 9:28), qualunque miseria ci opprima, questa redenzione finale deve sostenerci fino alla fine.
3:25:3 - La resurrezione come fondamento dell’Evangelo e certezza fondata in Cristo
L’importanza di questa verità deve ben acuire il nostro impegno; poiché non senza ragione l’apostolo Paolo afferma che, se i morti non risuscitano, tutto l’Evangelo non è che fumo e menzogna (1 Corinzi 15:14). Infatti la nostra condizione sarebbe la peggiore fra tutte le persone mortali, poiché siamo esposti all’odio, agli insulti e agli oltraggi della maggior parte del mondo, siamo in pericolo a ogni ora, e siamo persino come pecore condotte al macello (Romani 8:36; Salmo 44:23).
Così l’autorità dell’Evangelo verrebbe abbattuta non soltanto in questo punto, ma in tutta la sua sostanza, che consiste tanto nella nostra adozione quanto nel compimento della nostra salvezza. Pertanto dobbiamo essere così attenti a una cosa di così grande valore, che nessuna lunghezza di tempo ci rechi noia, inducendoci a stancarci di essa. Per questa ragione ho rimandato il trattare della resurrezione fino ad ora, affinché i lettori imparino, dopo aver ricevuto Gesù Cristo come autore della loro salvezza perfetta, a elevarsi più in alto, e a riconoscere che egli è stato rivestito di immortalità e di gloria celeste, affinché tutto il corpo sia reso conforme al capo.
Così anche lo Spirito Santo ci propone spesso l’esempio della resurrezione nella persona stessa di Cristo. È cosa difficile da credere che i corpi, una volta consumati dalla putrefazione, debbano risorgere a suo tempo. Perciò, sebbene molti filosofi abbiano sostenuto l’immortalità delle anime, pochissimi hanno approvato la resurrezione della carne. E sebbene in questo non siano affatto da scusare, tuttavia siamo avvertiti che si tratta di una cosa troppo alta per attrarre a sé i sensi umani.
Ora, affinché la fede possa superare un così grande ostacolo, la Scrittura ci offre due aiuti: il primo è la somiglianza di Gesù Cristo, il secondo è la potenza infinita di Dio. Ogni volta dunque che si parlerà della resurrezione, poniamoci davanti agli occhi l’immagine di Gesù Cristo, il quale ha compiuto il corso della sua vita mortale nella natura che aveva assunto da noi in modo tale che, divenuto immortale, ci è pegno sicuro della nostra futura immortalità.
Infatti, in tutte le miserie dalle quali siamo circondati, portiamo nel nostro corpo la morte di Cristo, affinché anche la sua vita sia manifestata in noi (2 Corinzi 4:10). Non è lecito, né possibile, separarlo da noi senza lacerarlo. Da qui procede l’argomento dell’apostolo Paolo: se i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato (1 Corinzi 15:13, 16). Egli prende infatti come principio certo che Cristo non è stato sottomesso alla morte per una sua utilità privata, né ha trionfato su di essa risorgendo per proprio vantaggio; ma che ciò che deve essere compiuto in tutte le membra, secondo l’ordine e il grado di ciascuna, è stato iniziato nel capo.
Non sarebbe infatti ragionevole che le membra fossero in tutto e per tutto uguali al capo. È detto nel Salmo: “Tu non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione” (Salmo 16:10). Sebbene una parte di questa promessa appartenga anche a noi, secondo la misura che ci è stata concessa, tuttavia il suo pieno effetto si è manifestato solo in Gesù Cristo, il quale è stato preservato da ogni corruzione per riprendere il suo corpo integro.
E affinché non resti alcuna ambiguità o scrupolo sul fatto che Gesù Cristo ci associa alla sua resurrezione, tanto da renderci pienamente soddisfatti di questo pegno, l’apostolo Paolo dichiara espressamente che egli regna nei cieli e che verrà nell’ultimo giorno come giudice, per rendere il nostro corpo povero e spregevole conforme al suo corpo glorioso (Filippesi 3:21). In un altro passo (Colossesi 3:4) egli mostra che Dio non ha risuscitato il suo Figlio dai morti soltanto per esibire un capolavoro della sua potenza, ma per dispiegare la medesima efficacia del suo Spirito nei fedeli.
Perciò egli chiama questo Spirito “vita”, quando abita in noi, poiché ci è dato proprio a questo fine: vivificare ciò che in noi è mortale. Toccco brevemente cose che potrebbero essere sviluppate più ampiamente e meritano uno stile più elevato; ma ritengo che i lettori cristiani troveranno in questa brevità materia sufficiente per edificare la loro fede.
Gesù Cristo, dunque, è risuscitato affinché noi fossimo suoi compagni nella vita futura. Il Padre lo ha risuscitato come capo della Chiesa, dalla quale egli non sopporta in alcun modo di essere separato. È risuscitato nella potenza dello Spirito Santo, che è comune a noi e a lui quanto all’ufficio di vivificare; in breve, è risuscitato per essere per noi resurrezione e vita.
E come abbiamo detto che in questo specchio abbiamo una viva e manifesta immagine della nostra resurrezione, così ciò sia per noi fondamento certo su cui appoggiare i nostri spiriti, affinché la lunga attesa non ci stanchi né ci renda insofferenti; poiché non spetta a noi misurare i tempi secondo la nostra fantasia, ma attendere pazientemente che Dio, secondo la sua opportunità, stabilisca e disponga il suo regno.
A questo tende l’esortazione dell’apostolo Paolo, quando dice che Cristo è le primizie, e poi quelli che sono di Cristo, ciascuno nel proprio ordine (1 Corinzi 15:23).
3:25:4 - La potenza di Dio, fondamento certo della resurrezione dei corpi
Quanto abbiamo detto, cioè che per essere certi della resurrezione dobbiamo applicare i nostri sensi alla potenza infinita di Dio, l’apostolo Paolo lo dichiara in poche parole, dicendo che noi attendiamo che egli trasfiguri il nostro corpo umile, rendendolo conforme al suo corpo glorioso, secondo l’efficacia della sua potenza, mediante la quale egli può sottomettere a sé ogni cosa (Filippesi 3:21). Perciò non è affatto ragionevole considerare ciò che può avvenire secondo le forze della natura, poiché qui si tratta di un miracolo che, per la grandezza della sua eccellenza, inghiotte tutti i nostri sensi.
Tuttavia l’apostolo Paolo si serve di un esempio naturale per confutare la stoltezza di coloro che negano la resurrezione: “Stolto! Ciò che tu semini non riprende vita, se prima non muore” (1 Corinzi 15:36). Egli vuole che contempliamo l’immagine della resurrezione nel seme, che trae vita dalla putrefazione. E in effetti la cosa non ci sarebbe così difficile da credere, se fossimo attentivi, come dovremmo, ai tanti miracoli che si presentano ai nostri occhi in tutte le regioni del mondo.
Del resto, notiamo bene che nessuno sarà mai veramente persuaso della resurrezione futura, se, rapito nell’ammirazione, non attribuisce alla potenza di Dio la gloria che le è dovuta. Perciò il profeta Isaia, animato da tale fiducia, esclama: “I tuoi morti vivranno, i miei cadaveri risorgeranno. Svegliatevi ed esultate, voi che abitate nella polvere” (Isaia 26:19). Quando ogni cosa appare disperata tutt’intorno, egli si rivolge all’Autore della vita, il quale ha in mano le uscite dalla morte, come è detto nel Salmo (Salmo 68:21).
Anche Giobbe, ridotto più simile a una misera carogna che a una persona viva, tuttavia, appoggiandosi sulla potenza di Dio, non dubita, come se fosse in piena e perfetta vigoria, di essere ristabilito in quel giorno: “Io so che il mio Redentore vive, e che nell’ultimo giorno si leverà sulla polvere; e dopo che questa mia pelle sarà distrutta, nella mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno, non un altro” (Giobbe 19:25-27).
Benché alcuni distorcano sottilmente questi passi, come se non dovessero essere intesi della resurrezione, qualunque cosa dicano, confermano ciò che vogliono distruggere, poiché i santi non cercano consolazione migliore nelle loro afflizioni che nella speranza della resurrezione. Ciò risulta ancora più chiaro dal passo di Ezechiele. Infatti, poiché i Giudei non riuscivano ad accettare la promessa del loro ritorno e obiettavano che era tanto improbabile che fosse loro aperta la via, quanto che i morti uscissero dai sepolcri, fu data al profeta una visione: un campo pieno di ossa aridissime, alle quali Dio comanda di riprendere carne, pelle e nervi (Ezechiele 37:8).
Benché sotto questa figura Dio esorti il suo popolo a sperare fermamente nella sua redenzione, tuttavia egli fonda questa speranza sul fatto che è suo ufficio risuscitare i morti; come del resto questa è la suprema garanzia di tutte le liberazioni che i fedeli ricevono nel mondo. Perciò Gesù Cristo, dopo aver detto che la parola dell’Evangelo ha potenza di vivificare, poiché i Giudei respingevano questo insegnamento come cosa lontana, aggiunge subito: “Non vi meravigliate di questo; perché viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno” (Giovanni 5:28-29).
Cominciamo dunque, sull’esempio dell’apostolo Paolo, a trionfare già in mezzo ai nostri combattimenti, poiché colui che ci ha promesso la vita futura è potente da custodire ciò che gli abbiamo affidato (2 Timoteo 1:12). Così possiamo gloriarci con franchezza che la corona di giustizia, che il giusto Giudice ci renderà, ci è preparata (2 Timoteo 4:8). In questo modo tutte le afflizioni che dobbiamo sopportare ci serviranno da specchio per contemplare una vita migliore; poiché è conforme alla giustizia di Dio rendere il contraccambio agli empi che ci affliggono, e a noi, che siamo ingiustamente perseguitati, dare riposo nella manifestazione di Gesù Cristo, quando egli verrà con gli angeli della sua potenza, in fiamma di fuoco (2 Tessalonicesi 1:6-8).
Ma ricordiamo anche ciò che subito dopo è detto: che egli verrà per essere glorificato nei suoi santi, e per essere ammirato in tutti coloro che avranno creduto, perché all’Evangelo sarà stata prestata fede.
3:25:5 - Gli errori che negano la resurrezione e la risposta della Scrittura
Ora, sebbene gli spiriti delle persone dovrebbero applicarsi interamente a questo e farne oggetto di meditazione continua, tuttavia, come se deliberatamente volessero cancellare ogni memoria della resurrezione, molti hanno chiamato la morte “la fine di ogni cosa” e “l’annientamento della persona”. Infatti, quando Salomone dice che un cane vivo vale più di un leone morto (Ecclesiaste 9:4), egli parla secondo l’opinione comunemente accolta. E così pure nell’altro passo: “Chi sa se lo spirito della persona sale in alto e lo spirito della bestia scende in basso?” (Ecclesiaste 3:21).
Questa stoltezza bruta ha avuto corso in ogni tempo, e perfino si è insinuata nella Chiesa, quando i Sadducei non hanno avuto vergogna di sostenere pubblicamente che non vi fosse alcuna resurrezione e che le anime fossero mortali (Marco 12:18; Luca 20:27; Atti 23:8). Ma affinché questa grossolana ignoranza non servisse da scusa agli infedeli, essi sono stati sempre spinti da un impulso naturale a porsi davanti agli occhi qualche immagine della resurrezione. Infatti, a che cosa mirava l’uso di seppellire i morti, così sacro e inviolabile, se non a essere pegno di una nuova vita?
E non si può replicare che ciò sia nato da errore o da vana fantasia, poiché la medesima consuetudine è stata osservata con grande riverenza tra i Padri, e in ogni tempo. Anzi, Dio ha voluto che questa usanza rimanesse anche tra i pagani, affinché fosse per loro un memoriale della resurrezione, per scuotere la loro lentezza. E sebbene allora essa non abbia giovato loro, è tuttavia utile a noi, se consideriamo prudentemente a quale fine tendeva.
Infatti è un argomento forte e decisivo per confutare la loro incredulità il fatto che tutti hanno fatto professione di una cosa nella quale nessuno di loro credeva veramente. Ora, Satana non solo ha ottenebrato i sensi delle persone, inducendole a seppellire la memoria della resurrezione insieme ai corpi, ma si è anche sforzato di corrompere tutto ciò che la manifestava, per annientare questo articolo di fede.
Non ripeterò diffusamente che già al tempo dell’apostolo Paolo egli aveva cominciato a scuoterlo; ma subito dopo sorsero i Chiliasti, i quali vollero accorciare il regno di Gesù Cristo e limitarlo al termine di mille anni. La loro fantasia è così puerile che non ha bisogno di essere confutata, né ne è degna. E l’Apocalisse, dalla quale essi hanno tratto un pretesto per coprire il loro errore, non offre loro alcun sostegno, poiché il numero di mille anni di cui vi si parla (Apocalisse 20:4) non si riferisce alla beatitudine permanente della Chiesa, ma a molte vicende che dovevano sopraggiungere per affliggere la Chiesa.
Del resto, tutta la Scrittura afferma che non vi sarà fine alla punizione dei reprobi, così come non vi sarà fine alla felicità degli eletti (Matteo 25:41, 46). Ora, tra tutte le cose invisibili, e persino tra quelle che superano la capacità del nostro intelletto, non ve n’è alcuna certezza se non mediante la sola parola di Dio. È dunque ad essa che dobbiamo attenerci, respingendo tutto ciò che vi si aggiunge.
Coloro che assegnano mille anni ai figli di Dio per la beatitudine della vita futura non vedono quale ingiuria arrecano a Cristo e al suo regno. Infatti, se i fedeli non dovessero essere rivestiti di immortalità, ne conseguirebbe che Cristo, alla cui gloria essi devono essere conformi, non sarebbe stato accolto in una gloria immortale. Se la loro beatitudine dovesse avere una fine, ne seguirebbe che il regno di Cristo, sul quale essa è fondata, sarebbe temporaneo.
In conclusione, o tali persone sono profondamente ignoranti delle cose divine, oppure si sforzano con grande malizia di sovvertire tutta la grazia di Dio e la potenza di Cristo, il cui compimento non può avvenire se non quando il peccato sarà abolito, la morte inghiottita, e la vita eterna pienamente ristabilita.
Quanto al timore che attribuire una punizione eterna ai malvagi significhi lasciare intendere una eccessiva crudeltà in Dio, anche i ciechi vedono quanto sia stolta tale obiezione, come se il Signore commettesse una grande ingiustizia nel privare del suo regno coloro che, per la loro ingratitudine, se ne sono resi indegni. I peccati sono temporali, dicono. Lo concedo; ma la maestà di Dio, che essi hanno offeso, è eterna. È dunque giusto che la memoria della loro iniquità non venga meno.
Ma - dicono - la punizione supererà la misura del peccato. Rispondo che questa è una bestemmia intollerabile, quando la maestà di Dio è così poco stimata da noi, da giudicare il disprezzo di essa cosa di minor conto rispetto alla perdizione di un’anima. Perciò lasciamo simili chiacchieroni, affinché non sembri che li riteniamo degni di risposta, contro quanto abbiamo dichiarato fin dall’inizio.
3:25:6 - Due fantasie sull’anima e lo stato tra morte e resurrezione
Vi sono ancora due fantasticherie, che spiriti curiosi e contorti hanno messo avanti. Alcuni hanno pensato che le anime debbano risuscitare con i corpi, come se tutta la persona perisse morendo. Altri, ammettendo l’immortalità delle anime, hanno creduto che esse debbano essere rivestite di corpi nuovi, e così negano la resurrezione della carne.
Quanto ai primi, poiché ne ho già fatto cenno trattando della creazione della persona, mi basterà ammonire di nuovo i lettori quanto sia brutale questo errore: primo, fare dei nostri spiriti, formati a immagine di Dio, un vento che si dissolve e svanisce, avendo soltanto animato il corpo per questa vita caduca; secondo, ridurre a nulla il tempio dello Spirito Santo; in breve, spogliare la parte di noi più nobile ed eccellente dei segni notevoli che Dio vi ha impresso della sua divinità, per dichiararla immortale; e pervertire così ogni cosa, in modo che la condizione del corpo risulti più preziosa di quella dell’anima.
La Scrittura parla ben altrimenti, poiché paragona il nostro corpo a una dimora fragile, che lasciamo e abbandoniamo morendo. Con ciò mostra che l’anima è la parte principale della persona; e così pure la distingue dalle bestie brute. Perciò l’apostolo Pietro, vedendosi prossimo alla morte, dice che è giunto il tempo di deporre il suo tabernacolo (2 Pietro 1:14). L’apostolo Paolo, parlando dei fedeli, dopo aver detto che quando la loro casa terrestre sarà distrutta essi hanno un edificio permanente nei cieli, aggiunge che, finché abitiamo nella carne, siamo separati dal Signore come pellegrini; e quindi desideriamo essergli più vicini mediante l’assenza dal corpo (2 Corinzi 5:1, 4). Se le anime non sopravvivessero dopo la nostra morte, quale fantasma sarebbe mai quello che avrebbe Dio presente, poiché dev’essere qualcosa separato dal corpo?
E l’apostolo nella Lettera agli Ebrei toglie ogni scrupolo su questo punto, dicendo che noi siamo radunati con gli spiriti dei giusti (Ebrei 12:23). Con queste parole egli intende che siamo associati ai santi Padri, i quali, pur essendo morti, non cessano di onorare Dio insieme con noi: infatti non possiamo essere membra di Cristo se non uniti anche con loro. Inoltre, se le anime, spogliate dei corpi, non conservassero la loro essenza per essere capaci della gloria celeste, Gesù Cristo non avrebbe detto al malfattore: “Oggi sarai con me in Paradiso” (Luca 23:43).
Forniti di testimonianze tanto buone ed evidenti, non dubitiamo di raccomandare, sull’esempio di Cristo, le nostre anime a Dio nel morire (Luca 23:46); e anche di rimetterle, con Stefano, nella custodia del nostro Signore Gesù (Atti 7:59), il quale non senza causa è chiamato il fedele Pastore e Vescovo di esse (1 Pietro 2:25).
Non è lecito né utile investigare con eccessiva curiosità quale sia lo stato tra la morte e la resurrezione. Molti si tormentano oltremodo discutendo in quale luogo le anime dimorino e se già godano della gloria promessa, oppure no. Ma è follia e temerarietà cercare cose ignote, più in alto di quanto Dio ci permetta di sapere. La Scrittura, dopo aver detto che Cristo è presente con loro e le riceve in Paradiso per dar loro riposo e gioia, e dall’altro lato che le anime dei reprobi sentono già i tormenti che meritano (Matteo 5:8, 26; Giovanni 12:32), si ferma lì e non va oltre.
Chi sarà il maestro o il dottore che ci insegnerà ciò che Dio ci ha nascosto? La questione del luogo è davvero frivola e sciocca, poiché sappiamo che l’anima non ha misure di lunghezza e larghezza come il corpo. Che la dimora beata degli spiriti santi sia chiamata il seno o grembo di Abraamo, è sufficiente: poiché così siamo istruiti che, uscendo da questo pellegrinaggio terreno, siamo accolti dal Padre di tutti i fedeli, affinché partecipi con noi al frutto della sua fede.
Tuttavia, poiché la Scrittura vuole che restiamo sospesi fino alla venuta del nostro Signore Gesù, e ci comanda di attenderlo, rimandandoci a quel giorno per ricevere la corona di gloria, rimaniamo entro i confini che Dio ci assegna: cioè che le anime dei fedeli, dopo aver compiuto il loro tempo di combattimento e di fatica, sono raccolte nel riposo, dove attendono con gioia il pieno godimento della gloria promessa; e così tutte le cose restano sospese finché Gesù Cristo appaia come Redentore. Quanto ai reprobi, non c’è dubbio che la loro condizione sia conforme a ciò che l’apostolo Giuda pronuncia dei diavoli: essi sono incatenati come malfattori, finché siano trascinati alla punizione che è loro preparata (Giuda 6).
3:25:7 - Confutazione dell’errore dei “corpi nuovi” e difesa della resurrezione della stessa carne
L’errore di coloro che immaginano che le anime non riprenderanno i corpi dei quali ora sono rivestite, ma che ne sarà loro forgiato uno del tutto nuovo, è così enorme che dobbiamo considerarlo come un mostro detestabile. I Manichei, su questo punto, un tempo addussero una ragione troppo frivola: cioè che non è ragionevole che la carne, contaminata d’impurità, risusciti; quasi non vi fosse alcuna macchia nelle anime, che tuttavia essi confessavano dover partecipare alla salvezza eterna. È dunque come se avessero detto che ciò che è infetto dalle macchie del peccato non può essere purificato. Quanto all’altra loro infernale fantasticheria, secondo la quale le anime sarebbero naturalmente impure perché avrebbero origine dal diavolo, non ne parlo, come cosa troppo brutale; mi limito ad avvertire che tutto ciò che in noi è indegno del cielo non impedirà la resurrezione, nella quale ogni cosa sarà riparata.
Anzi, quando l’apostolo Paolo comanda ai fedeli di purificarsi da ogni contaminazione di carne e di spirito (2 Corinzi 7:1), subito ne segue il giudizio che egli annuncia altrove: cioè che ciascuno riceverà la retribuzione per le cose fatte nel corpo, sia bene sia male (2 Corinzi 5:10). A ciò si accorda quanto egli dice ancora: “affinché la vita di Gesù Cristo sia manifestata nella nostra carne mortale” (2 Corinzi 4:10). Per questo egli prega anche che Dio conservi integri i corpi fino al giorno di Gesù Cristo, come pure le anime e gli spiriti (1 Tessalonicesi 5:23). E non c’è da meravigliarsene, poiché sarebbe cosa troppo assurda che i corpi, che Dio si è consacrato come templi (1 Corinzi 3:16; 1 Corinzi 6:19), cadessero in putrefazione senza speranza di resurrezione. E ancor più: essi sono membra di Gesù Cristo (1 Corinzi 6:15). Inoltre, Dio vuole e ordina che tutte le parti gli siano santificate in lui. Inoltre, egli richiede che il suo nome sia celebrato mediante le lingue, che si levino verso il cielo mani pure (1 Timoteo 2:8), e che esse siano strumenti per offrirgli sacrifici.
Se il Giudice celeste fa un tale onore ai nostri corpi, quale follia è mai, in una persona mortale, ridurli in polvere senza speranza che debbano essere restaurati? Parimenti l’apostolo Paolo, esortandoci a glorificare il Signore tanto nei nostri corpi quanto nelle nostre anime, poiché l’uno e l’altra appartengono a lui (1 Corinzi 6:20), non permette di condannare a marcire per sempre ciò che Dio si è così preziosamente riservato.
E infatti non vi è articolo più chiaramente stabilito nella Scrittura di questo: che risorgeremo nella carne che portiamo. “Bisogna”, dice Paolo, “che questo corruttibile sia rivestito d’incorruttibilità, e questo mortale di immortalità” (1 Corinzi 15:53). Se Dio creasse corpi nuovi, che ne sarebbe di questo cambiamento di cui egli parla? Se avesse detto soltanto che dobbiamo essere rinnovati, un modo di parlare ambiguo avrebbe forse dato occasione di cavillare; ma quando egli indica con il dito i corpi che ci circondano e promette loro l’incorruttibilità, non intende dire che Dio ce ne forgerà di nuovi. Anzi, come dice Tertulliano, non avrebbe potuto parlare più espressamente, se non avesse tenuto la propria pelle in mano per mostrarla.
Non si troverà neppure una via di scampo in questo: che egli stesso, citando il profeta Isaia e dicendo che Gesù Cristo sarà giudice del mondo, riporta queste parole: “Io vivo, dice il Signore, e ogni ginocchio si piegherà davanti a me” (Romani 14:11; Isaia 45:23). Egli dichiara apertamente che proprio quelli ai quali parla saranno chiamati a rendere conto; cosa che non sarebbe adatta se si presentassero altri corpi, creati ex novo. Non vi è alcuna oscurità neppure nel passo di Daniele, quando dice: “Molti di quelli che dormono nella polvere risorgeranno; gli uni a vita eterna, gli altri a vergogna e infamia eterna” (Daniele 12:2). Egli non dice che Dio prenderà materia dai quattro elementi per forgiare corpi nuovi, ma che li trarrà dai sepolcri, dove erano stati deposti.
E la ragione è manifestissima: poiché la morte, avendo origine dalla caduta della persona, è accidentale, la restaurazione acquistata da Gesù Cristo appartiene ai medesimi corpi che, per il peccato, sono divenuti mortali. Anche dal fatto che gli Ateniesi si beffano quando l’apostolo Paolo parla loro della resurrezione (Atti 17:32), possiamo ricavare che questa era la sua dottrina; e quel loro scherno vale molto a confermare la nostra fede.
Molto va osservata anche la sentenza di Gesù Cristo quando dice: “Non temete coloro che uccidono il corpo e non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire anima e corpo nella Geenna” (Matteo 10:28). Non vi sarebbe motivo di temere questo, se il corpo che portiamo ora non fosse soggetto al castigo di cui egli parla. L’altra sentenza non è meno chiara: “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che avranno fatto il bene usciranno in resurrezione di vita, e quelli che avranno fatto il male in resurrezione di condanna” (Giovanni 5:28-29). Diremo forse che le anime riposano nei sepolcri per udire di lì, nell’ultimo giorno, la voce di Gesù Cristo? Non significa piuttosto che i corpi, al suo comando, riprenderanno il vigore che avevano perduto?
Inoltre, se Dio ci desse altri corpi, dov’è la conformità del capo con le membra? Cristo è risuscitato: lo ha forse fatto costruendosi un corpo nuovo? No; piuttosto, come aveva predetto: “Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere” (Giovanni 2:19). Egli riprese dunque il corpo mortale del quale si era caricato. Infatti ci gioverebbe ben poco che fosse stato sostituito un altro corpo, e che quello offerto in sacrificio per la nostra purificazione fosse annientato.
Dobbiamo dunque mantenere fermamente l’unione e comunione di cui parla l’apostolo: risorgeremo, poiché Cristo è risuscitato (1 Corinzi 15:12). Non sarebbe ragionevole che la nostra carne, nella quale portiamo la mortificazione di Gesù Cristo (2 Corinzi 4:10), fosse privata della sua resurrezione. Questo fu mostrato anche da un esempio notevole: quando Cristo risuscitò, molti corpi dei santi uscirono dai sepolcri (Matteo 27:52). Non si può negare che ciò sia stato un preludio, o piuttosto un pegno, della resurrezione finale che attendiamo, come già i Padri antichi avevano un simile segno in Enoc ed Elia, che Tertulliano dice essere destinati alla resurrezione: poiché Dio, avendoli sottratti in corpo e anima alla fragilità, li ha tenuti in custodia fino ad allora.
3:25:8 - Sobrietà nello scrutare il “mistero” e natura del corpo risorto
Mi vergogno di impiegare tante parole in una cosa così chiara; ma prego i lettori di avere pazienza con me, affinché gli spiriti perversi e temerari non trovino varchi o brecce per ingannare i semplici. Queste persone instabili, contro le quali discuto, mettono avanti la fantasticheria del loro cervello: che vi sarà una nuova creazione di corpi. Da quale ragione sono mossi a pensarlo, se non perché sembra loro incredibile che una carogna, consumata da lungo tempo nella putrefazione, recuperi il suo stato primo? Così la sola incredulità è madre di questa opinione; al contrario, lo Spirito Santo ci esorta in tutta la Scrittura a sperare la resurrezione della nostra carne.
Per questo, come l’apostolo Paolo attesta, il Battesimo ci è come un sigillo (Colossesi 2:12); e la santa Cena ci invita alla medesima fiducia, quando prendiamo in bocca i segni della grazia spirituale. E infatti l’esortazione di Paolo a offrire le nostre membra come strumenti al servizio della giustizia (Romani 6:13, 19) sarebbe ben fredda e povera, se ciò che egli aggiunge non fosse congiunto immediatamente: cioè che colui che ha risuscitato Gesù Cristo vivificherà anche i nostri corpi mortali (Romani 8:11). A che servirebbe applicare piedi e mani, occhi e lingua al servizio di Dio, se essi non fossero partecipi del frutto e della ricompensa?
Paolo lo conferma apertamente dicendo che il corpo non deve essere dato alla fornicazione, ma al Signore; e che il Signore è per il corpo; e che colui che ha risuscitato Gesù Cristo risusciterà anche noi mediante la sua potenza. E ciò che segue è ancora più chiaro: che i nostri corpi sono templi dello Spirito Santo e membra di Cristo (1 Corinzi 6:13-15, 19). Così vediamo come egli congiunge la resurrezione con la castità e la santità; e poco dopo estende il prezzo della redenzione fino ai nostri corpi. Infatti non avrebbe alcun senso che il corpo dell’apostolo Paolo, nel quale egli portava i segni di Gesù Cristo (Galati 6:17) e nel quale lo aveva magnificamente glorificato, fosse privato della ricompensa della corona. Perciò egli dice che attendiamo il nostro Redentore dai cieli, il quale trasfigurerà i nostri corpi disprezzati nella gloria del suo (Filippesi 3:21).
Inoltre, se è vera questa sentenza: che bisogna entrare nel regno di Dio attraverso molte afflizioni (Atti 14:22), non è giusto escludere da questo ingresso i corpi che Dio esercita sotto la bandiera della croce e che egli onora della vittoria. Perciò non vi è mai stato dubbio fra i fedeli che essi non sperassero di seguire Gesù Cristo, il quale trasferisce sulla propria persona le nostre afflizioni per mostrare che esse ci conducono alla vita.
Dio ha confermato ciò anche ai Padri antichi sotto la legge mediante una cerimonia visibile. Infatti l’uso della sepoltura, come abbiamo visto, serviva a mostrare che i corpi erano posti a riposo per attendere una vita migliore. Lo stesso fu significato dagli unguenti aromatici e da altre figure d’immortalità, per supplire all’oscurità della dottrina; come pure dai sacrifici e da cose simili. Non è stata la superstizione a generare questa consuetudine, poiché vediamo lo Spirito Santo insistere con tanta cura sulle sepolture quanto sui principali misteri della nostra fede. E Gesù Cristo stima questa umanità del seppellire come cosa degna di grande raccomandazione (Genesi 23:4, 19); e non per altra ragione se non perché, mediante questo, gli occhi sono distolti dal sepolcro che inghiotte e annienta ogni cosa, per essere rivolti allo spettacolo del rinnovamento futuro.
L’osservanza così premurosa che i Padri ne ebbero, e per la quale sono lodati, prova che questo era per loro un aiuto caro e prezioso per nutrire la fede. Infatti Abraamo non si sarebbe tanto impegnato a ottenere un sepolcro per sua moglie (Genesi 23:4, 19), se la religione non lo avesse spinto a ciò e se non si fosse posto davanti agli occhi un’utilità che supera il mondo: cioè che, ornando il corpo della moglie defunta con insegne e segni della resurrezione, confermasse la fede sua e della sua famiglia. Vi è una prova ancor più evidente nell’esempio di Giacobbe, il quale, per attestare ai suoi discendenti che la speranza della terra promessa non gli era svanita dal cuore neppure in morte, comandò che le sue ossa vi fossero trasportate (Genesi 47:30). Se egli avesse dovuto essere rivestito di un corpo nuovo nell’ultimo giorno, quel comando non sarebbe stato ridicolo, cioè aver cura di una massa di polvere destinata a essere ridotta a nulla?
Perciò, se la Scrittura ha su di noi l’autorità che merita, non vi sarà dottrina meglio approvata di questa. Inoltre, le parole “resurrezione” e “risuscitare” significano questo, persino per i bambini: poiché non diremo che ciò che è creato di nuovo risuscita; e altrimenti anche il dire riguardo a Gesù Cristo cadrebbe: “Di tutto ciò che il Padre mi ha dato, nulla andrà perduto, ma lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6:39). A ciò tende pure la parola “dormire”, che può essere attribuita soltanto ai corpi. Da qui viene anche la parola “cimitero”, che significa come “dormitorio”.
Resta che io tocchi in qualche misura il modo del risorgere. Intendo darne qualche piccolo assaggio, poiché l’apostolo Paolo, usando la parola “mistero” (1 Corinzi 15:51), ci esorta alla sobrietà e frena la licenza di speculare troppo temerariamente e sottilmente.
Anzitutto dobbiamo mantenere ciò che è stato esposto: che risorgeremo nella medesima carne che portiamo oggi, quanto alla sostanza, ma non quanto alla qualità; come la stessa carne di Gesù Cristo, offerta in sacrificio, risuscitando ha avuto in sé un’altra dignità ed eccellenza, quasi come se fosse stata mutata. Paolo lo esprime con similitudini familiari: come la carne delle persone e quella delle bestie è della stessa sostanza, ma non della stessa qualità; e come la materia delle stelle è una, ma lo splendore è diverso (1 Corinzi 15:39-40); così, benché conserviamo la sostanza dei nostri corpi, vi sarà un cambiamento per renderli di condizione più nobile.
Perciò questo corpo corruttibile non perirà né svanirà per farci risorgere; ma sarà spogliato della sua corruzione per ricevere uno stato incorruttibile. E poiché Dio tiene tutti gli elementi sotto il suo dominio, nessuna difficoltà gli impedirà di comandare alla terra, all’acqua e al fuoco di restituire ciò che sembrerà essere stato da essi consumato. Questo lo attesta anche il profeta Isaia: “Ecco, il Signore esce dal suo luogo per punire l’iniquità della terra; e la terra scoprirà il sangue e non nasconderà più i suoi uccisi” (Isaia 26:21).
Tuttavia si deve notare la differenza tra coloro che saranno già morti e coloro che saranno trovati viventi in quel giorno. “Non dormiremo tutti”, dice Paolo, “ma saremo tutti trasformati” (1 Corinzi 15:51): cioè non sarà necessario che vi sia un intervallo di tempo tra la morte e l’inizio della seconda vita; poiché in un istante, e in meno tempo di un battito di ciglia, il suono della tromba risuonerà ovunque, per chiamare i morti a uno stato incorruttibile e per trasformare i viventi in una gloria simile con un cambiamento improvviso.
Così egli consola altrove i fedeli che devono morire: che coloro che saranno viventi all’ultimo giorno non precederanno i morti; ma piuttosto che quelli che dormono in Cristo risorgeranno per primi (1 Tessalonicesi 4:15). Se qualcuno obietta il passo dell’apostolo secondo cui è stabilito che tutte le persone muoiano una sola volta (Ebrei 9:27), la soluzione è facile: che è una specie di morte quando lo stato di natura viene cambiato, e se ne può parlare così propriamente. Perciò queste due cose concordano benissimo: che coloro che deporranno i loro corpi mortali saranno rinnovati mediante la morte; tuttavia, poiché il cambiamento avverrà improvvisamente, non è richiesto che il corpo sia separato dall’anima.
3:25:9 - La resurrezione comune anche agli empi e la distinzione tra vita e condanna
Qui sorge una questione più difficile: con quale diritto o titolo la resurrezione debba essere comune anche agli empi, che sono maledetti da Dio, poiché essa è un beneficio singolare di Gesù Cristo. Sappiamo che tutti sono stati assoggettati alla morte in Adamo. Gesù Cristo, essendo la resurrezione e la vita (Giovanni 11:25), è venuto: è forse per vivificare indifferentemente tutto il genere umano? Ma non sembra probabile che gli increduli, nella loro ostinata cecità, ottengano ciò che i servitori di Dio recuperano mediante la sola fede.
Tuttavia questo rimane fermo: che la resurrezione sarà da una parte a vita e dall’altra a morte; e che Gesù Cristo verrà per separare i capri dalle pecore (Matteo 25:32). Rispondo che non dobbiamo trovare ciò così strano, poiché ne abbiamo ogni giorno una somiglianza. Sappiamo che tutti, in Adamo, sono stati privati dell’eredità del mondo; e che meritiamo di essere banditi dal mondo come dal paradiso terrestre e di essere privati di ogni nutrimento, come pure dell’albero della vita.
Da dove viene dunque che Dio non solo fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (Matteo 5:45), ma che la sua liberalità inestimabile si riversa sugli increduli con piena abbondanza e larghezza, quanto alle comodità della vita presente? Certamente vediamo da ciò che i beni che sono propri di Cristo e delle sue membra si diffondono anche sui disprezzatori di Dio: non affinché la loro possessione ne sia legittima, ma affinché essi siano resi più inescusabili. Infatti Dio spesso si mostra così largamente benefattore verso i malvagi, che le benedizioni che i fedeli ricevono da lui ne restano quasi oscurate; tuttavia il bene che egli fa a chi ne è indegno si volge per loro in più grande condanna.
Se qualcuno replica che la resurrezione non deve essere paragonata ai beni caduchi e terreni, rispondo ancora che le persone, estraniate da Dio, che è la sola fonte della vita, hanno meritato una stessa rovina del diavolo, per essere del tutto annientate; ma che, per l’ammirabile consiglio di Dio, è stato stabilito questo mezzo: che vivessero nella morte e fuori della vita. Perciò non si deve trovare strano che la resurrezione sia comune anche agli empi per accidente, per trascinarli, loro malgrado, al tribunale di Cristo, che essi ora rifiutano di ascoltare come Maestro.
Infatti sarebbe una pena troppo leggera essere rapiti dalla morte se essi non comparissero davanti al loro Giudice, del quale hanno provocato senza fine, senza sosta e senza misura la vendetta, per ricevere il salario della loro ribellione. Del resto, benché dobbiamo tenere per concluso quanto è stato detto e quanto porta la memorabile confessione dell’apostolo Paolo, cioè che dobbiamo attendere la resurrezione futura tanto dei giusti quanto dei malvagi (Atti 24:15), tuttavia la Scrittura spesso propone la resurrezione soltanto riguardo ai figli di Dio, e la congiunge alla gloria celeste, poiché, a parlare propriamente, Gesù Cristo non è venuto per la perdizione, ma per la salvezza del mondo. Perciò nel Simbolo [il Credo] si fa semplicemente menzione della vita beata.
3:25:10 - La gloria della vita eterna, Dio come sommo bene e diversità dei gradi di gloria
Poiché allora sarà pienamente adempiuta la profezia nella quale è predetto che la morte sarà inghiottita nella vittoria (Osea 13:14; 1 Corinzi 15:54), la nostra felicità permanente ci venga sempre alla mente, poiché essa è il fine della nostra resurrezione.
Dell’eccellenza della quale, anche se tutte le lingue umane dicessero tutto ciò che potrebbero esprimere, a stento se ne toccherebbe la minima parte. Infatti, benché la Scrittura insegni che il regno di Dio è pieno di luce, gioia, felicità e gloria, tuttavia tutto ciò che essa ne dice è ben al di là della nostra intelligenza ed è quasi avvolto in figure, finché verrà il giorno in cui il Signore si rivelerà a noi faccia a faccia.
Sappiamo, dice l’apostolo Giovanni, che siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora manifestato: quando saremo simili a lui, lo vedremo come egli è (1 Giovanni 3:2). Perciò i profeti, non potendo esprimere con parole questa beatitudine spirituale nella sua sostanza, l’hanno descritta e quasi dipinta sotto figure corporee. Tuttavia, poiché è necessario che il nostro cuore sia infiammato nell’amore e nell’attesa di essa, dobbiamo soprattutto fermarci su questo pensiero: che se Dio, come una fonte viva che non si esaurisce mai, contiene in sé la pienezza di ogni bene, allora coloro che tendono al sommo bene e a ogni parte della felicità non possono desiderare nulla oltre lui.
Come siamo istruiti in molti passi: “Abraamo, io sono il tuo grandissimo premio” (Genesi 15:2). A ciò si accorda quello di Davide: “Il Signore è la mia parte; la sorte mi è toccata in luoghi ameni” (Salmo 16:5). E ancora: “Sarò saziato della tua vista” (Salmo 17:15). L’apostolo Pietro poi afferma che i fedeli sono chiamati a essere in qualche modo partecipi della natura divina (2 Pietro 1:4). Come? perché il Signore sarà glorificato nei suoi santi ed esaltato in coloro che hanno creduto al suo Evangelo (2 Tessalonicesi 1:10).
Se il Signore deve comunicare ai suoi eletti la sua gloria, la sua potenza e la sua giustizia, anzi donarsi loro in pieno possesso ed essere fatto uno con loro, cosa che supera ogni dignità, dobbiamo considerare che sotto questa grazia sono compresi tutti i beni. E anche quando avremo ben profittato in questa meditazione, dobbiamo intendere che siamo ancora molto in basso e appena all’ingresso, e che in questa vita non ci avvicineremo mai all’altezza di questo mistero.
Perciò tanto più dobbiamo seguire la sobrietà in questo punto, affinché, dimenticando la nostra piccolezza e pretendendo, per folle audacia, di volare sulle nubi, non siamo oppressi dalla luce celeste. Sentiamo bene come siamo sempre inquieti in un desiderio disordinato di sapere più di quanto sia lecito; da qui sorgono ogni giorno molte questioni frivole e cattive. Chiamo “questioni frivole” quelle dalle quali non si può trarre alcun profitto. Ma la seconda cosa è ancor peggiore: che coloro che si lasciano andare a esse si avvolgono in speculazioni mortali; e per questo dico che portano grande danno.
Ciò che la Scrittura insegna deve essere risolto fra noi senza contraddizione: che come Dio, distribuendo i suoi doni nel mondo ai suoi fedeli in diversa misura, fa brillare su di loro i suoi raggi in modo diseguale, così in cielo, dove egli coronerà i medesimi doni, la misura della gloria non sarà uguale. Infatti ciò che l’apostolo Paolo dice di sé non conviene indistintamente a tutti: “Voi siete la mia gloria e la mia corona nel giorno di Cristo” (1 Tessalonicesi 2:19). Parimenti, ciò che il Signore Gesù dice ai suoi apostoli: “Voi sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Matteo 19:28).
Paolo dunque, sapendo che Dio glorifica in cielo i suoi santi secondo come li ha arricchiti sulla terra dei suoi doni spirituali, non dubita di dover ricevere una corona speciale secondo le sue fatiche; e Gesù Cristo, per magnificare la dignità dell’ufficio nel quale aveva stabilito i suoi apostoli, li avverte che il frutto ne è loro riservato in cielo. Così era stato detto prima da Daniele: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, e quelli che avranno condotto molti alla giustizia saranno come le stelle per sempre” (Daniele 12:3).
In effetti, considerando attentamente la Scrittura, troveremo che essa non soltanto promette la vita eterna ai fedeli, ma anche una particolare ricompensa in essa. A questo tende ciò che Paolo dice: che Dio renda a Onesiforo, in quel giorno, i benefici che egli aveva ricevuto da lui (2 Timoteo 1:18). Questo è confermato anche dalla promessa di Gesù Cristo: che i discepoli riceveranno nella vita eterna cento volte tanto di ciò che hanno lasciato (Matteo 19:29). Insomma, come il Signore Gesù, mediante la varietà dei doni che largisce ai suoi, comincia quaggiù la gloria del suo corpo e la accresce a gradi, così la porterà a compimento in cielo.
3:25:11 - Frenare le curiosità e restare entro i limiti della Scrittura
Ora, come i figli di Dio devono accogliere tutto ciò con comune consenso, poiché è così bene attestato dalla Scrittura, così devono anche, scacciando lontano tutte le questioni tortuose che riconosceranno non poter tornare loro se non a impedimento, starsene quieti entro i confini che Dio ha posto. Quanto a me, non solo mi astengo personalmente dal ricercare cose superflue e inutili, ma voglio anche guardarmi dal nutrire, rispondendo a molte curiosità, il male che devo reprimere.
Molti spiriti leggeri, affamati d’aria, chiedono quale distanza vi sarà tra profeti e apostoli; poi tra apostoli e martiri; in quanti gradi le vergini precederanno i coniugati; in breve, non lasciano alcun angolo del cielo che non scandaglino con le loro dispute. Poi si mettono a fantasticare a che cosa servirà il rinnovamento del mondo, poiché i figli di Dio non avranno bisogno di tutto ciò che la terra produce, ma saranno simili agli angeli (Matteo 22:30), i quali non sono sostenuti dal bere e dal mangiare, ma hanno la loro immortalità senza questi aiuti bassi.
Rispondo che vi sarà un tale piacere nel solo contemplare i beni di Dio, e che, benché i santi non ne fruiscano per uso, la sola conoscenza li rallegrerà in modo tale, che questa felicità supererà di gran lunga tutte le comodità che ci sono ora date. Supponiamo di essere posti nella regione più opulenta del mondo e dove non manchi alcuna voluttà: quante persone non sono continuamente impedite dalla malattia dal godere dei benefici di Dio? E chi è colui che non sia costretto ad astenersi dai beni che possiede e a digiunare a causa della propria intemperanza? Ne segue che il colmo della felicità è godere in modo puro e netto dei beni di Dio, anche se essi non servono a un uso determinato della vita corruttibile.
Altri si spingono ancora oltre e domandano se la scoria dei metalli e simili superfluità non siano contrarie al ristabilimento di tutte le cose; e io posso concederlo in parte; tuttavia non smetterò di attendere, con l’apostolo Paolo, la riparazione dei vizi che hanno origine dal peccato, alla quale tutte le creature gemono (Romani 8:22). Poi vanno oltre e chiedono quale sarà la condizione del genere umano, poiché allora cesserà la benedizione del generare. La soluzione è facile: quando la Scrittura esalta tanto il dono della discendenza, ciò si riferisce all’accrescimento dello stato presente, secondo che Dio porta avanti l’ordine della natura di giorno in giorno finché l’abbia condotto a perfezione; ma allora non ve ne sarà bisogno.
Ma poiché molte persone semplici e poco avvedute sono facilmente prese da tali allettamenti e poi si gettano più profondamente nel labirinto, e infine, poiché ciascuno si compiace della propria opinione, non vi è alcuna misura di contese, il miglior rimedio è accontentarci, finché siamo pellegrini sulla terra, di vedere come in uno specchio e in oscurità le cose che alla fine vedremo faccia a faccia (1 Corinzi 13:12).
Infatti se ne trovano ben pochi in tutto il mondo che si preoccupino della via per la quale bisogna andare, e tuttavia vogliono sapere che cosa si faccia in Paradiso. Quasi tutti sono pigri e freddi nel combattere, e intanto si forgiano trionfi immaginari.
3:25:12 - L’orrore della vendetta di Dio e la vera miseria: essere separati da Dio
Poiché nessuna descrizione sarebbe sufficiente a esprimere bene l’orrore della vendetta di Dio sugli increduli, i tormenti che essi devono sopportare ci sono rappresentati mediante cose corporee: cioè tenebre, pianto, stridore di denti, fuoco eterno e vermi che rodono incessantemente il cuore (Matteo 8:12; Matteo 22:13; Matteo 3:12; Marco 9:43-44; Isaia 66:24; Isaia 30:33). È certo infatti che lo Spirito Santo, con tali modi di parlare, ha voluto indicare un estremo orrore che colpisca tutti i sensi; come quando dice che è loro preparata da tutta l’eternità una Geenna profonda, ardente di fuoco, per alimentare la quale vi è sempre legna pronta, e che lo Spirito di Dio è come zolfo per accenderla.
Per quanto dunque, con tali forme di parlare, dobbiamo essere istruiti a concepire in qualche misura la misera condizione degli empi, tuttavia dobbiamo soprattutto fissare il pensiero su questo: quale infelicità sia essere separati da ogni comunione con Dio. E non solo questo, ma sentire la sua maestà contraria a noi, dalla quale non possiamo fuggire senza essere sempre perseguitati.
Infatti, anzitutto, la sua indignazione è come un fuoco ardente che, al suo contatto, divora e inghiotte ogni cosa (Ebrei 10:27). Poi tutte le creature gli servono in modo tale per eseguire il suo rigore, che tutti coloro ai quali Dio ha rivelato la sua ira sentono il cielo, la terra, il mare, tutte le bestie e ogni altra cosa come armate per la loro rovina e perdizione.
Perciò l’apostolo non ha detto una cosa di poca importanza quando afferma che gli infedeli saranno puniti eternamente, perché la faccia del Signore e la gloria della sua potenza li perseguiteranno (2 Tessalonicesi 1:9). E ogni volta che i profeti minacciano gli empi, per spaventarli mediante similitudini corporee, benché non eccedano misura nel loro parlare, tuttavia mescolano spesso alcuni tratti del giudizio futuro, dicendo che il sole sarà oscurato, la luna perderà il suo splendore, e tutta la struttura del mondo sarà dissolta e confusa.
Perciò le miserabili coscienze non possono trovare alcun riposo: esse sono agitate e sospinte come da turbini; si sentono come lacerate dall’ira di Dio; sono punte e ferite da piaghe mortali; in breve sono spaventate e come smarrite dal fulmine del cielo e spezzate dalla mano potente di Dio; tanto che sarebbe più sopportabile essere sommersi in tutti gli abissi che trovarsi in tali terrori, anche solo per un minuto.
Quale punizione è per loro essere così afflitte e oppresse per sempre, senza rimedio? Vi è una sentenza notevole nel Salmo 90: che, benché Dio annienti con il solo suo sguardo tutte le creature mortali (Salmo 90:9, 11), egli preme più duramente i suoi servitori in questo mondo, tanto più perché sono più timorosi degli altri, per spingerli, sotto il peso della croce, ad affrettarsi, finché egli sia tutto in tutte le cose (1 Corinzi 15:28).
Riassunto del capitolo 3:25