Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 3

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 3

Cap. 3 - Che siamo rigenerati mediante la fede; nel quale si tratta del ravvedimento

3:3:1 - Il rapporto tra fede, ravvedimento e remissione dei peccati

Benché io abbia già in parte insegnato come la fede possiede Cristo e come per mezzo di essa noi godiamo dei suoi beni, tuttavia ciò resterebbe ancora oscuro se non aggiungessimo la spiegazione dei frutti e degli effetti che i fedeli ne sperimentano in se stessi. Non senza motivo la somma dell’Evangelo è ricondotta al ravvedimento e alla remissione dei peccati. Perciò, lasciando da parte questi due articoli, tutto ciò che si potrà predicare o disputare intorno alla fede sarà ben magro e privo di nerbo, anzi del tutto inutile. Ora, poiché Gesù Cristo ci dona l’uno e l’altro, e poiché otteniamo l’uno e l’altro per fede, cioè la novità di vita e la riconciliazione gratuita, la ragione e l’ordine richiedono che io cominci qui a trattare di questi due. Verremo dunque in primo luogo dalla fede al ravvedimento, poiché, avendo rettamente compreso questo punto, potremo facilmente comprendere come l’essere umano sia giustificato per sola e pura accettazione e perdono dei suoi peccati, e tuttavia come la santità reale di vita, come si dice, non sia separata da tale imputazione gratuita di giustizia. Vale a dire che ben si accordano queste due cose: che noi non siamo senza buone opere, e tuttavia che siamo reputati giusti senza buone opere. Ora, che il ravvedimento non solo segua passo passo la fede, ma ne sia prodotto, non dobbiamo nutrire alcun dubbio. Poiché, dato che la remissione dei peccati è offerta dall’Evangelo affinché il peccatore, liberato dalla tirannia di Satana, dal giogo del peccato e dalla miserabile servitù dei suoi vizi, entri nel regno di Dio, nessuno può abbracciare la grazia dell’Evangelo senza ritirarsi dalle proprie dissolutezze per seguire la retta via e senza applicare tutto il proprio impegno a riformarsi. Coloro che pensano che la fede preceda il ravvedimento e negano che esso proceda dalla fede come un frutto e prodotto dell’albero, non hanno mai saputo quale sia la sua proprietà o natura, e sono indotti a tale fantasia da un argomento troppo leggero.


3:3:2 - Il ravvedimento non precede la fede, ma ne procede

Gesù Cristo, dicono essi, e Giovanni Battista hanno dapprima esortato il popolo al ravvedimento nelle loro predicazioni, e poi hanno annunciato che il regno dei cieli era vicino (Matteo 3:2; Matteo 4:17). Allegano anche che una simile commissione è stata data agli apostoli, e che l’apostolo Paolo, 2 il racconto dell’evangelista Luca, dichiara di aver seguito questo ordine (Atti 20:21). Ma, fermandosi alle sillabe, non considerano in quale senso e con quale connessione queste parole debbano essere intese. Infatti, quando Gesù Cristo e Giovanni Battista fanno questa esortazione: “Ravvedetevi, poiché il regno di Dio si è avvicinato”, non deducono forse la causa del ravvedimento dal fatto che Gesù Cristo ci presenta la grazia e la salvezza? Perciò queste parole valgono quanto se dicessero: poiché il regno di Dio si è avvicinato, per questa ragione fate ravvedimento. Lo stesso evangelista Matteo, avendo riferito questa predicazione di Giovanni, dice che in ciò si è adempiuta la profezia di Isaia riguardo alla voce che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Isaia 40:3). Ora, l’ordine del profeta è che questa voce cominci con consolazione e lieta notizia. Tuttavia, quando diciamo che l’origine del ravvedimento viene dalla fede, non intendiamo affatto che vi sia necessario un certo spazio di tempo nel quale esso debba essere generato, ma vogliamo significare che l’essere umano non può rettamente darsi al ravvedimento se non riconosce di appartenere a Dio. Ora, nessuno può risolversi a appartenere a Dio se prima non ha riconosciuto la sua grazia. Ma queste cose saranno più chiaramente esposte nel seguito. Può darsi che essi si siano ingannati perché molti sono domati dai terrori della loro coscienza, oppure indotti e formati a sottomettersi al servizio di Dio prima di aver conosciuto la sua grazia, anzi prima ancora di averla gustata. E questa è una paura come quella che si vede nei piccoli bambini, che non sono guidati dalla ragione. Tuttavia alcuni la considerano come virtù, poiché la vedono avvicinarsi alla vera ubbidienza, alla quale prepara gli esseri umani. Ma qui non si tratta di indagare in quanti modi Gesù Cristo ci attiri a sé o ci disponga a una retta disposizione di pietà; io dico soltanto che non si può trovare alcuna rettitudine se non dove lo Spirito che egli ha ricevuto per comunicarlo alle sue membra ha il suo regno. Dico inoltre, seguendo la dottrina del Salmo, cioè che Dio è propizio affinché lo si tema (Salmi 130:4), che nessuno gli porterà mai la riverenza che gli è dovuta se non confida nella sua clemenza e bontà, e che nessuno sarà mai ben disposto a osservare la Legge se non è persuaso che colui al quale serve gradisce il suo servizio. Ora questa benignità di cui Dio usa verso di noi è un segno del suo favore paterno. Ciò è mostrato anche dall’esortazione del profeta Osea: “Venite, ritorniamo al SIGNORE, poiché egli ha lacerato ma ci guarirà; ha percosso ma ci fascerà” (Osea 6:1). Vediamo in queste parole che la speranza di ottenere perdono deve servire da sprone ai peccatori affinché non ristagnino nelle loro colpe. Quanto al resto, coloro che inventano una nuova maniera di cristianesimo, cioè che per ricevere il battesimo si debbano osservare certi giorni nei quali ci si esercita nel ravvedimento prima di essere ammessi a partecipare alla grazia dell’Evangelo, non hanno alcuna apparenza nella loro eresia e follia. Parlo di molti Anabattisti, e soprattutto di quelli che desiderano essere chiamati spirituali, e di tale feccia come i Gesuiti e altre sette. Ma questi sono i frutti che produce questo spirito di frenesia: ordinare qualche pochi giorni per fare ravvedimento, il quale invece deve essere continuato dall’essere umano cristiano per tutta la sua vita.


3:3:3 - Mortificazione e vivificazione nel ravvedimento

Alcuni uomini dotti di tempi passati, volendo parlare semplicemente e puramente del ravvedimento 2 la regola della Scrittura, hanno detto che esso consiste in due parti, cioè mortificazione e vivificazione. Essi interpretano la mortificazione come un dolore e un terrore del cuore che si concepiscono dalla conoscenza del peccato e dal sentimento del giudizio di Dio. Infatti, quando qualcuno è condotto alla vera conoscenza del proprio peccato, allora comincia a odiarlo e detestarlo; allora veramente si dispiace nel cuore, si confessa miserabile e confuso, desidera essere diverso da ciò che è. Inoltre, quando è toccato dal sentimento del giudizio di Dio, poiché l’uno segue immediatamente l’altro, allora, umiliato, spaventato e abbattuto, trema e si scoraggia, e perde ogni speranza. Ecco la prima parte del ravvedimento, che è chiamata contrizione. Essi interpretano la vivificazione come una consolazione prodotta dalla fede: quando l’essere umano, confuso dalla coscienza del suo peccato e spaventato dal timore di Dio, volgendo lo sguardo alla bontà e misericordia di Dio, alla grazia e salvezza che sono in Gesù Cristo, si rialza, riprende fiato, recupera coraggio e quasi ritorna dalla morte alla vita. Ora, questi due termini, se fossero ben interpretati, esprimerebbero abbastanza ciò che è il ravvedimento; ma poiché tali persone spiegano la vivificazione come la gioia che un’anima riceve quando è pacificata dai suoi turbamenti e dalle sue angosce, io non concordo con loro, poiché bisognerebbe piuttosto intendere questo termine come un’affezione a vivere bene e santamente, come se si dicesse che l’essere umano muore a se stesso per vivere a Dio, ed è questo il rinnovamento di cui abbiamo parlato.


3:3:4 - Ravvedimento legale e ravvedimento evangelico

Altri, poiché vedono che questo nome è preso in senso diverso nella Scrittura, hanno stabilito due specie di ravvedimento. Per distinguerle, hanno chiamato l’una legale, per la quale il peccatore, ferito dal cauterio del suo peccato e come spezzato dal terrore dell’ira di Dio, rimane legato in questa perturbazione senza potersene liberare; l’altra l’hanno chiamata evangelica, per la quale il peccatore, pur essendo gravemente afflitto in se stesso, si eleva tuttavia più in alto, abbracciando Gesù Cristo come medicina della sua piaga, consolazione del suo spavento, rifugio della sua miseria. Caino, Saul e Giuda sono esempi del ravvedimento legale (Genesi 4:13; 1 Samuele 15:20, 30; Matteo 27:4). Di costoro, quando la Scrittura descrive il loro ravvedimento, intende che, dopo aver conosciuto la gravità del loro peccato, hanno temuto l’ira di Dio, ma, pensando soltanto alla vendetta e al giudizio di Dio, sono stati sommersi in questo pensiero. Così il loro ravvedimento non è stato altro che una porta dell’inferno, nella quale, essendovi già entrati in questa vita presente, hanno cominciato a soffrire l’ira della maestà di Dio. Vediamo invece il ravvedimento evangelico in tutti coloro che, dopo essere stati punti in se stessi dallo stimolo del peccato, sollevati tuttavia dalla fiducia nella misericordia di Dio, si sono rivolti a lui. Ezechia fu turbato quando ricevette il messaggio di morte, ma pianse, pregò e, guardando alla misericordia di Dio, riprese fiducia (2 Re 20:2; Isaia 38:1). I Niniviti furono spaventati dall’orribile minaccia della loro rovina, ma, coperti di sacchi e di cenere, pregarono, sperando che il Signore potesse convertirsi e distogliersi dall’ardore della sua ira (Giona 3:5). Davide confessò di aver peccato gravemente facendo il censimento del popolo, ma aggiunse: “Signore, togli l’iniquità del tuo servo”; alla riprensione di Natan riconobbe il peccato di adulterio, si prostrò davanti a Dio, ma al tempo stesso attese il perdono (2 Samuele 24:10; 2 Samuele 12:13, 16). Tale fu il ravvedimento di coloro che, alla predicazione dell’apostolo Pietro, furono trafitti nel cuore, ma confidando nella bontà di Dio aggiunsero: “Che dobbiamo fare, fratelli?” Tale fu anche quello dell’apostolo Pietro, che pianse amaramente ma non cessò di sperare (Atti 2:37; Luca 22:62; Matteo 26:75).


3:3:5 - Definizione del ravvedimento e sua distinzione dalla fede

Benché tutte queste cose siano vere, tuttavia, per quanto io possa comprendere dalla Scrittura, il nome di ravvedimento deve essere inteso in altro modo. Infatti, il fatto che essi confondano la fede con il ravvedimento è contrario a ciò che l’apostolo Paolo dice negli Atti, quando afferma di aver testimoniato ai Giudei e ai Gentili il ravvedimento verso Dio e la fede in Gesù Cristo (Atti 20:21). In questo luogo egli pone la fede e il ravvedimento come cose distinte. Che dunque? Il vero ravvedimento può forse consistere senza la fede? No di certo; ma, benché non possano essere separati, tuttavia devono essere distinti. Poiché, come la fede non può essere senza la speranza, e tuttavia fede e speranza sono cose diverse, così similmente il ravvedimento e la fede, benché siano congiunti da un vincolo indivisibile, devono piuttosto essere congiunti che confusi. Non ignoro che sotto il nome di ravvedimento è compresa tutta la conversione a Dio, della quale la fede è una delle parti principali; ma quando la natura e la proprietà di esso saranno spiegate, apparirà in quale senso ciò sia detto. La parola che gli Ebrei usano per significare ravvedimento indica conversione o ritorno; quella che usano i Greci indica cambiamento di consiglio e di volontà. E in effetti la cosa corrisponde bene a questi vocaboli: la somma del ravvedimento è che, ritirandoci da noi stessi, siamo convertiti a Dio, e, lasciati i nostri consigli e la nostra prima volontà, ne assumiamo una nuova. Perciò, a mio giudizio, potremo definirlo propriamente in questo modo: che esso è una vera conversione della nostra vita per seguire Dio e la via che egli ci mostra, procedente da un timore di Dio retto e non finto, la quale consiste nella mortificazione della nostra carne e del nostro vecchio uomo e nella vivificazione dello Spirito. In questo senso devono essere intese tutte le esortazioni contenute tanto nei profeti quanto negli apostoli, con le quali essi ammoniscono le persone dei loro tempi a fare ravvedimento. Poiché essi volevano condurle a questo punto: che, confuse per i loro peccati e ferite dal timore del giudizio di Dio, si umiliassero e si prostrassero davanti alla maestà di Dio che avevano offeso, e si ritirassero nella retta via. Perciò, quando parlano di convertirsi e di ritornare al Signore, di ravvedersi e di fare ravvedimento, tendono sempre a un medesimo fine. Per questo anche la storia sacra chiama ravvedimento l’essere ricondotti dietro a Dio, cioè quando gli esseri umani, dopo averlo disprezzato per abbandonarsi alle loro cupidigie, cominciano a ricondursi alla sua Parola e sono pronti e disposti a seguire dove egli li chiama (Matteo 3:2; 1 Samuele 7:3). E l’apostolo Paolo e l’apostolo Giovanni dicono che si producano frutti degni del ravvedimento, intendendo che si deve condurre una vita che mostri e testimoni in tutte le sue azioni un tale cambiamento (Luca 3:8; Romani 6:4; Atti 26:20).


3:3:6 - Conversione interiore: non solo opere, ma cuore nuovo

Ma prima di procedere oltre, sarà opportuno spiegare più ampiamente la definizione posta qui sopra, nella quale vi sono principalmente tre articoli da considerare. Quanto al primo: quando chiamiamo il ravvedimento una conversione della vita a Dio, richiediamo un cambiamento non solo nelle opere esteriori, ma anche nell’anima, affinché, spogliatasi della sua vecchia natura, produca poi frutti degni del suo rinnovamento. Volendo esprimere questo, il profeta comanda a coloro che esorta al ravvedimento di avere un cuore nuovo (Ezechiele 18:31). Perciò Mosè, molte volte, volendo mostrare al popolo d’Israele che cos’è la vera conversione, insegna loro a convertirsi con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima. E parlando della circoncisione del cuore, entra fino alle affezioni più nascoste. Tale modo di dire è spesso ripetuto dai profeti. Tuttavia non vi è luogo dal quale possiamo comprendere meglio quale sia la vera natura del ravvedimento che dal quarto capitolo di Geremia, dove Dio parla in questa maniera: “Israele, se tu ti converti, convertiti a me. Coltiva bene la terra del tuo cuore e non seminare fra le spine. Circoncidetevi al SIGNORE e togliete ogni immondezza dal vostro cuore” (Geremia 4:1, 3, 4). Vediamo come egli dichiari che, per mettersi a vivere bene, non possono prendere altro inizio se non lo sradicare ogni empietà dal cuore. E per toccarli più vivamente, li avverte che hanno a che fare con Dio, davanti al quale non si ottiene nulla tergiversando, poiché egli detesta il cuore doppio. Per questa ragione Isaia si fa beffe di tutte le imprese degli ipocriti, i quali ai suoi tempi si sforzavano di emendare la loro vita esteriormente mediante cerimonie, ma intanto non si curavano di spezzare i legami d’iniquità con i quali opprimevano i poveri. E in quello stesso passo egli mostra bene quali siano le opere che devono seguire la vera penitenza (Isaia 58:5-7).


3:3:7 - Il ravvedimento procede dal timore retto del giudizio di Dio

Il 2 articolo è stato questo: che abbiamo detto che esso procede da un retto timore di Dio. Poiché, prima che la coscienza del peccatore sia condotta al ravvedimento, è necessario che essa sia prima toccata dal giudizio di Dio. Infatti, quando questo pensiero una volta sarà conficcato nel cuore dell’essere umano, che Dio deve un giorno salire sul suo trono giudiziario per chiedere conto di tutte le opere e parole, esso non lascerà riposare il povero peccatore, né respirare un solo minuto, senza pungerlo e stimolarlo continuamente a condurre una vita nuova, affinché egli possa comparire con sicurezza davanti a quel giudizio. Perciò la Scrittura spesso, quando ci esorta al ravvedimento, ci richiama alla memoria che Dio giudicherà un giorno il mondo. Come in questo passo di Geremia: “Affinché il mio furore non esca come fuoco e non vi sia alcuno che lo spenga, a causa della vostra perversità” (Geremia 4:4). Parimenti, nella predicazione dell’apostolo Paolo che egli fece ad Atene: “Dio, avendo lasciato che gli esseri umani camminassero nell’ignoranza, ora comanda che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, poiché ha stabilito un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia” (Atti 17:30). E in molti altri luoghi. Talvolta, mediante i castighi già avvenuti, essa dimostra che Dio è giudice, affinché i peccatori stimino che una pena molto più grave li attende se non si correggono per tempo. Di ciò abbiamo l’esempio nel capitolo ventinovesimo del Deuteronomio. Ora, poiché l’inizio della nostra conversione a Dio è quando abbiamo odio e orrore del peccato, per questo l’apostolo Paolo dice che la tristezza 2 Dio produce ravvedimento (2 Corinzi 7:10), chiamando “tristezza secondo Dio” quando non solo abbiamo timore d’essere puniti, ma odiamo e abbiamo in esecrazione il peccato, poiché comprendiamo che esso dispiace a Dio. Ciò non deve parere strano, poiché, se non fossimo pungolati sul serio, mai la pigrizia della nostra carne potrebbe essere corretta; anzi nessuna puntura basterebbe a destarla dalla sua stupidità, se Dio non andasse più oltre mostrando le sue verghe. E oltre la brutalità vi è anche la ribellione, la quale ha bisogno d’essere battuta a grandi colpi di martello. Così noi costringiamo Dio, con la nostra perversità, a usare severità e rigore nel minacciare, poiché non servirebbe a nulla allettare con dolcezza coloro che dormono. Non riporterò le testimonianze che si trovano qua e là per tutta la Scrittura. Il timore di Dio è anche chiamato introduzione al ravvedimento per un’altra ragione. Infatti, anche se un essere umano fosse stimato perfetto in tutto e per tutto quanto alle virtù, se non riferisce la sua vita al servizio di Dio, potrà essere lodato dal mondo, ma sarà in abominio in cielo, poiché la principale parte della giustizia è rendere a Dio l’onore che egli merita, del quale lo defraudiamo malvagiamente quando non abbiamo questa intenzione di assoggettarci al suo imperio.


3:3:8 - Mortificazione della carne e vivificazione dello Spirito

Dobbiamo ora spiegare il terzo articolo: cioè che abbiamo detto che il ravvedimento consiste in due parti, nella mortificazione della carne e nella vivificazione dello Spirito. Questo i profeti, benché parlino semplicemente 2 la rozzezza del popolo con cui avevano a che fare, tuttavia lo espongono abbastanza bene quando dicono: “Cessate di fare il male e dedicatevi al bene. Purificatevi dalle vostre brutture, abbandonate la vostra vita perversa; imparate a fare il bene, applicatevi alla giustizia, alla misericordia”, ecc. (Salmi 34:15; Isaia 1:16, 17). Poiché, richiamando gli esseri umani dalla malvagità, essi richiedono che tutta la loro carne, cioè la loro natura, sia mortificata, essendo essa piena d’iniquità. Ora, è un comandamento molto difficile, poiché comporta che ci spogliamo di noi stessi e abbandoniamo la nostra propria natura. Non bisogna infatti stimare che la carne sia ben mortificata se non quando tutto ciò che abbiamo da noi stessi è annientato e abolito. Ma poiché tutti i pensieri e le affezioni della nostra natura sono contrari a Dio e nemici della sua giustizia (Romani 8:6, 7), la prima entrata nell’ubbidienza della Legge è rinunciare alla nostra natura e a tutta la nostra volontà. In seguito, in quel passo del profeta è significato il rinnovamento della vita mediante i frutti che ne seguono, cioè giustizia, giudizio e misericordia. Infatti non basterebbe compiere le opere esteriormente, se prima l’anima non fosse dedicata all’amore e all’affezione per esse. Ora ciò avviene quando lo Spirito di Dio, avendo trasformato le nostre anime nella sua santità, le dirige così a nuovi pensieri e affezioni che si possa dire che esse sono altre da ciò che erano prima. E in effetti noi siamo naturalmente sviati da Dio, per non tendere né aspirare mai a ciò che è buono e retto, finché non abbiamo imparato a lasciare noi stessi. Ecco perché così spesso ci è comandato di spogliare il vecchio uomo, rinunciare al mondo e alla carne, e, ritirandoci dalle nostre cupidigie, adoperarci a essere rinnovati nello spirito della nostra mente. E questo termine di mortificazione ci avverte quanto ci sia difficile dimenticare il nostro naturale, poiché significa che non possiamo essere piegati né formati al timore di Dio, né imparare i rudimenti della pietà, se non che, uccisi dalla spada dello Spirito, con violenza siamo ridotti al nulla. Come se Dio dichiarasse che è richiesto che noi moriamo e siamo annientati in tutto ciò che abbiamo, prima che egli ci riceva o accetti come suoi figli.


3:3:9 - Ravvedimento come rigenerazione: partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo

L’una e l’altra cosa ci viene dalla comunione che abbiamo con Cristo. Poiché, se siamo veramente partecipi della sua morte, per la virtù di essa il nostro vecchio uomo è crocifisso e la massa del peccato che risiede in noi è mortificata, affinché la corruzione della nostra prima natura non abbia più vigore (Romani 6:6). Se siamo partecipi della sua risurrezione, per essa siamo risuscitati in novità di vita, la quale corrisponde alla giustizia di Dio. Per parlare dunque in una parola, io dico che il ravvedimento è una rigenerazione spirituale, il cui scopo è che l’immagine di Dio, che era stata oscurata e quasi cancellata in noi dalla trasgressione di Adamo, sia restaurata. Così la chiama l’apostolo, quando dice che, tolto il velo, noi rispecchiamo la gloria di Dio, essendo trasformati nella medesima immagine, di gloria in gloria, come per lo Spirito di Dio (2 Corinzi 3:18). Parimenti: “Siate rinnovati nello spirito della vostra mente e rivestite il nuovo uomo, creato secondo Dio in giustizia e vera santità” (Efesini 4:23, 24). Parimenti, in un altro luogo: “Avendo rivestito il nuovo uomo, che si rinnova alla conoscenza e all’immagine di colui che lo ha creato” (Colossesi 3:10). Così dunque, mediante questa rigenerazione, noi siamo riparati dalla grazia di Cristo nella giustizia di Dio, dalla quale eravamo decaduti per Adamo, come piace a Dio di restituire nella loro integrità tutti coloro che egli adotta nell’eredità della vita eterna. Ora questa restaurazione non si compie né in un minuto di tempo, né in un giorno, né in un anno; ma Dio abolisce negli eletti le corruzioni della carne mediante una continua successione di tempo, e per di più a poco a poco, e non cessa di purgarli dalle loro brutture, consacrarli a sé come templi, riformare i loro sensi a una vera purezza, affinché essi si esercitino per tutta la loro vita nel ravvedimento e sappiano che questa guerra non finisce mai se non con la morte. Perciò tanto più vile è l’impudenza di un certo apostata quando mi rimprovera che io confondo lo stato della vita presente con la gloria futura, interpretando con l’apostolo Paolo che l’immagine di Dio consiste in santità e giustizia vera, come se, nel voler definire questo o quello, non fosse necessario prendere la perfezione e l’integrità. Ora, dicendo che Dio ci restaura alla sua immagine, non neghiamo affatto che egli lo faccia mediante un continuo accrescimento, ma secondo che ciascuno è più avanzato, questa immagine di Dio risplende tanto meglio in lui. Ora Dio, per condurre i suoi fedeli a questo scopo, assegna loro la via del ravvedimento per tutta la loro vita, nella quale non cessano di correre.


3:3:10 - Il peccato nei rigenerati: la concupiscenza come materia di combattimento

Ecco dunque come i figli di Dio sono liberati dalla servitù del peccato mediante la rigenerazione: non già per non sentire alcuna molestia della loro carne, come se fossero già in pieno possesso della libertà, ma piuttosto in modo tale che resti loro una materia perpetua di battaglia per esercitarli, e non solo per esercitarli, ma per far loro conoscere meglio la loro infermità. E in ciò consentono tutti gli scrittori di buon e sano giudizio: che resta nell’essere umano rigenerato una sorgente e nutrimento di male, dal quale escono continuamente tutte le cattive cupidigie, che lo allettano e lo incitano a peccare. Confessano inoltre che tutti i fedeli restano talmente avvolti in questa corruzione che non possono resistere dal non essere spesso mossi o a dissolutezza, o ad avarizia, o ad ambizione, o ad altri vizi. Ora non è necessario un lungo dibattito per indagare quale sia stata l’opinione degli antichi dottori su ciò, poiché Agostino solo può bastare per tutti, avendo egli raccolto fedelmente e con grande diligenza le loro sentenze. Se dunque qualcuno vuole sapere che cosa abbiano tenuto gli antichi su questo punto, io lo rimando lì per apprenderlo. Ora si potrebbe pensare che tra Agostino e noi vi sia qualche contrasto, poiché egli, confessando che tutti i fedeli, mentre abitano in questo corpo mortale, sono così soggetti alle concupiscenze che non possono impedirsi di desiderare, tuttavia non osa chiamare una tale malattia “peccato”; ma chiamandola “infermità”, dice che allora è peccato quando, oltre la concezione o apprensione, segue l’opera o il consenso, cioè quando la volontà acconsente al primo appetito. Noi, al contrario, riteniamo che ogni concupiscenza per la quale l’essere umano è in qualche modo solleticato a fare contro la Legge di Dio è peccato; anzi affermiamo che la perversità che genera in noi tali concupiscenze è peccato. Insegniamo dunque che i fedeli hanno sempre il peccato che abita in loro finché non siano spogliati di questo corpo mortale, poiché la perversità del desiderare, che è contraria alla rettitudine, risiede sempre nella loro carne. Tuttavia egli stesso non si astiene sempre dal nome di “peccato” in tale significato, come quando dice: “La sorgente da cui provengono tutti i peccati è chiamata peccato dall’apostolo Paolo, cioè la concupiscenza. Questo peccato, nei santi, perde il suo regno nel mondo e perisce in cielo”. Con queste parole egli confessa che, poiché i fedeli sono soggetti alle concupiscenze, essi sono colpevoli come peccatori.


3:3:11 - Il peccato nei credenti: abolito nel regno, non nella presenza

Quanto a ciò che è detto, che Dio purifica la sua Chiesa da ogni peccato, e che egli promette questa grazia nel battesimo, e la compie nei suoi eletti (Efesini 5:26, 27), noi riferiremo questo all’imputazione del peccato piuttosto che alla sua materia. Dio fa bene questo nel rigenerare i suoi, che il regno del peccato sia abolito in loro: poiché egli dà loro la virtù del suo santo Spirito per renderli superiori e vincitori nella lotta che essi hanno contro di esso; ma allora il peccato cessa soltanto di regnare in loro, e non di abitarvi (Romani 6:6). Perciò diciamo che il vecchio uomo è così crocifisso e che la legge del peccato è così abolita nei figli di Dio, che tuttavia ne rimangono delle reliquie: non per dominare, ma per umiliarli mediante la conoscenza della loro infermità. Confessiamo bene che tali reliquie non sono imputate loro, come se non esistessero, ma diciamo che ciò avviene per la misericordia di Dio. E così, benché essi siano assolti per grazia, nondimeno di fatto non cessano d’essere peccatori o colpevoli. Ci è molto facile confermare questa sentenza, poiché abbiamo testimonianze chiare e certe della Scrittura per la sua approvazione. Infatti, che cosa vorremmo di più chiaro di ciò che l’apostolo Paolo scrive nel settimo capitolo della Lettera ai Romani? Anzitutto, che egli parli lì nella persona dell’essere umano rigenerato, lo abbiamo già mostrato sopra, e Agostino reca ragioni perentorie per approvarlo. Tralascio il fatto che egli usa questi due termini: male e peccato. Benché gli oppositori possano cavillare su questi due termini, tuttavia chi negherà che la ripugnanza contro la Legge di Dio non sia vizio, e che l’impedimento di fare il bene non sia peccato? Infine, chi non confesserà che vi è colpa dovunque vi è miseria spirituale? Ora l’apostolo Paolo dice che tutte queste cose sono comprese in questa corruzione di cui parliamo. Inoltre, abbiamo una dimostrazione certa, mediante la quale tutta questa questione può essere risolta. Infatti nella Legge ci è comandato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze. Poiché conviene che tutte le parti della nostra anima siano così colme dell’amore di Dio, è certo che tutti coloro che possono concepire nel cuore anche solo un desiderio leggero, o qualche pensiero per essere distolti dall’amore di Dio verso vanità, non soddisfano questo comandamento. Ora, tali cose non sono forse comprese nell’anima, cioè essere toccati e mossi da qualche appetito, concepire nell’intelletto qualcosa o apprenderlo nel senso? Quando dunque in tali affezioni vi è vanità e vizio, non è segno che vi sono alcune parti dell’anima vuote e prive dell’amore di Dio? Perciò, chiunque non confessa che tutte le concupiscenze della carne sono peccato, e che questa malattia del desiderare che è in noi è la fonte del peccato, deve insieme negare che la trasgressione della Legge sia peccato.


3:3:12 - Non si condanna la natura, ma il desiderio disordinato

Se a qualcuno pare cosa fuori di ragione condannare così in generale tutte le cupidigie dalle quali l’essere umano è naturalmente toccato, poiché esse sono state poste nell’essere umano da Dio, che è autore della natura, rispondiamo che noi non condanniamo i desideri che Dio ha posto nell’essere umano nella prima creazione, e che non si possono togliere da noi se non con l’umanità stessa; ma riproviamo soltanto gli appetiti sfrenati e disordinati, che sono contrari all’ordine di Dio. Ora, poiché tutte le parti della nostra anima sono così corrotte dalla perversità della nostra natura, che in tutte le nostre opere appare sempre un disordine e una intemperanza, e poiché tutti i desideri che concepiamo non possono essere separati da tale eccesso, diciamo che per questo motivo essi sono viziosi. Oppure, se qualcuno ne vuole una somma più breve, diciamo che tutti i desideri e appetiti degli esseri umani sono cattivi e li condanniamo come peccato, non in quanto sono naturali, ma in quanto sono disordinati. Ora essi sono disordinati perché non può procedere nulla di puro e integro dalla nostra natura viziosa e contaminata. E anche su questo Agostino non va così lontano come sembra a prima vista. Quando egli vuole sfuggire alle calunnie dei Pelagiani, talvolta si astiene da questo termine di peccato; ma quando scrive che la legge del peccato rimane nei santi e che solo la colpa è tolta da loro, egli significa abbastanza che è conforme con noi nello stesso senso.


3:3:13 - Testimonianze di Agostino sulla concupiscenza dopo il battesimo

Produrremo alcune altre sentenze dei suoi libri, per mostrare più familiarmente che cosa egli ne abbia pensato. Nel secondo libro contro Giuliano egli dice così: la legge del peccato è rimessa nella rigenerazione spirituale e rimane nella carne mortale; è rimessa, poiché la colpa ne è abolita mediante il sacramento nel quale i fedeli sono rigenerati; rimane, poiché produce i desideri contro i quali gli stessi fedeli devono combattere. Parimenti: la legge del peccato che risiedeva ancora nelle membra dell’apostolo Paolo è rimessa nel battesimo, non finita. Parimenti, spiegando perché Ambrogio ha chiamato un tale vizio “iniquità”, egli dice che egli ha così denominato questa legge del peccato che rimane in noi, benché la colpa ne sia rimessa nel battesimo, poiché è cosa iniqua che la carne combatta contro lo spirito. Parimenti: il peccato è morto quanto alla colpa che ci teneva legati; tuttavia si ribella, pur essendo morto, finché non sia purgato dalla perfezione della sepoltura. Nel quinto libro egli parla ancora più chiaramente: come l’accecamento del cuore, dice, è peccato, poiché è causa che non si creda in Dio; ed è punizione del peccato, poiché così è punito il cuore superbo e altero; ed è causa del peccato, poiché genera errori malvagi; così la concupiscenza della carne contro la quale lo spirito buono combatte è peccato, poiché contiene disubbidienza contro il governo dello spirito; è punizione del peccato, poiché ci è imposta per la ribellione del nostro primo padre; ed è causa del peccato, sia che vi consentiamo, sia che ne siamo contaminati fin dalla nostra nascita. In questo passo Agostino non fa difficoltà a chiamare peccato l’infermità che è in noi dopo la rigenerazione, poiché non teme più tanto le calunnie dei Pelagiani dopo aver confutato il loro errore. Così anche nell’Omelia quarantunesima su Giovanni: “Se tu servi alla legge del peccato secoondo la tua carne, fa’ ciò che dice l’apostolo Paolo: ‘Il peccato non regni dunque nel vostro corpo, per ubbidire ai suoi desideri’ (Romani 6:12). Egli non proibisce che esso vi sia, ma che vi regni. Finché vivi, è necessario che il peccato sia nelle tue membra; tuttavia che gli sia tolto il dominio e che ciò che esso comanda non si faccia”. Coloro che sostengono che la concupiscenza non è peccato allegano questo detto dell’apostolo Giacomo: che la concupiscenza, dopo aver concepito, genera il peccato (Giacomo 1:15). Ma non vi è difficoltà a sciogliere questa obiezione, poiché, se non intendiamo quel passo delle opere cattive o dei peccati attuali, come li chiamano, neppure la volontà cattiva sarà contata come peccato. Ora, dal fatto che egli chiama le opere cattive “figli della concupiscenza” e attribuisce loro il nome di peccato, non segue per questo che desiderare non sia cosa cattiva e degna di condanna davanti a Dio.


3:3:14 - Contro la falsa “innocenza” anabattista e la licenza spiritualista

Alcuni Anabattisti immaginano non so quale intemperanza frenetica al posto della rigenerazione spirituale dei fedeli: cioè che i figli di Dio, come sembra loro, essendo ricondotti a uno stato d’innocenza, non debbano curarsi di frenare le concupiscenze della loro carne, ma debbano seguire lo Spirito come guida, sotto la cui direzione non si può errare. Sarebbe cosa incredibile che l’intelletto dell’essere umano potesse cadere in tale follia, se essi non pubblicassero arrogantemente questa dottrina. E in verità è un mostro orribile; ma è ben giusto che l’audacia di coloro che intraprendono di mutare la verità di Dio in menzogna sia così punita. Io dunque chiedo loro se sarà tolta ogni differenza tra turpitudine e onestà, tra giustizia e ingiustizia, tra bene e male, tra virtù e vizio. “Quella differenza”, dicono, “viene dalla maledizione del vecchio Adamo, dalla quale siamo liberati per Cristo”. Non vi sarà dunque nulla da dire tra dissolutezza e castità, tra semplicità e astuzia, tra verità e menzogna, tra equità e rapina. “Si tolga”, dicono, “ogni timore frivolo, e si segua arditamente lo Spirito, il quale non chiederà nulla di male, purché ci si dedichi alla sua guida”. Chi non si stupirebbe di discorsi così enormi? Nondimeno questa è una filosofia popolare e gradita presso coloro che, accecati dalla follia delle loro concupiscenze, hanno perduto il senso comune. Ma, vi prego, quale Cristo ci forgiano? e quale Spirito ci propinano? Poiché noi riconosciamo un Cristo e il suo Spirito quale i profeti l’hanno promesso e quale l’Evangelo annuncia che è stato rivelato, del quale non udiamo nulla di simile. Infatti lo Spirito che la Scrittura ci mostra non favorisce omicidi, dissolutezze, ubriachezze, orgoglio, contese, avarizia e frode, ma è autore di dilezione, castità, sobrietà, modestia, pace, temperanza e verità. Non è uno spirito di fantasticherie, né di turbini che si trasporta qua e là inconsideratamente tanto al male quanto al bene, ma pieno di sapienza e intelligenza per discernere tra bene e male. Non spinge l’essere umano a una licenza dissoluta e sfrenata, ma, come discerne il bene dal male, così insegna a seguire l’uno e fuggire l’altro. Ma perché mi affatico tanto a confutare questa bestiale follia? Lo Spirito di Dio non è per i cristiani una immaginazione folle che essi si siano fabbricata sognando o presa da altri; ma essi lo conoscono quale la Scrittura lo mostra, nella quale si dice che ci è dato per santificazione, per condurci all’ubbidienza della giustizia di Dio, avendoci purgati da immondizia e lordura. E tale ubbidienza non può esserci se le concupiscenze, alle quali costoro vogliono allentare le redini, non siano domate e soggiogate. Inoltre è detto anche che egli ci purifica così mediante la sua santificazione, che nondimeno ci rimane sempre molta infermità finché siamo rinchiusi in questo corpo mortale; onde avviene che, essendo ancora ben lontani dalla perfezione, abbiamo bisogno di progredire ogni giorno, e che, essendo avvolti in molti vizi, abbiamo bisogno di combattere contro di essi. Di qui segue che dobbiamo vegliare diligentemente per guardarci dall’essere sorpresi dai tradimenti e dagli agguati della nostra carne, e che non dobbiamo riposare come se non fossimo in pericolo, a meno che non pensiamo di avere più avanzamento in santità di vita dell’apostolo Paolo, il quale era molestato dagli stimoli di Satana (2 Corinzi 12:7), affinché nella debolezza fosse perfetto nella potenza; e che non parlava per finzione descrivendo la lotta della carne e dello spirito che sentiva nella sua persona (Romani 7:7 e seguenti).


3:3:15 - I “sette elementi” di 2 Corinzi 7:11 nella dinamica del ravvedimento

Quanto a ciò che l’apostolo Paolo, dichiarando che cosa sia il ravvedimento, enumera sette cose che lo producono in noi (2 Corinzi 7:11), o che procedono da esso come frutti ed effetti, o che sono come membra e parti di esso, non lo fa senza buona ragione. Queste cose sono: sollecitudine, scusa, indignazione, timore, desiderio, zelo, vendetta. Io non oso definire se siano le cause del ravvedimento o i suoi effetti, poiché l’uno e l’altro ha qualche apparenza. Si possono anche chiamare affezioni congiunte al ravvedimento; ma, lasciando queste questioni, poiché possiamo comprendere il senso dell’apostolo Paolo, mi basterà semplicemente esporre ciò che egli intende. Egli dunque dice che la tristezza secondo Dio genera in noi sollecitudine, poiché colui che è davvero toccato dal dispiacere d’aver offeso Dio è similmente incitato e pungolato a pensare e considerare con cura come potrà liberarsi dai legami del diavolo, e a provvedere per l’avvenire di non essere colto dai suoi agguati; inoltre ad aver cura di mantenersi sotto la guida dello Spirito Santo, affinché non sia sorpreso dalla negligenza. In secondo luogo egli pone la scusa, con la quale non intende una difesa mediante la quale il peccatore cerca di sfuggire al giudizio di Dio negando d’aver peccato o rendendo leggera la sua colpa, ma piuttosto una specie di scusa che consiste più nel chiedere perdono che nell’allegare il proprio diritto. Come un figlio che non sia incorrigibile, riconoscendo le sue colpe e confessandole davanti a suo padre, si rimette tuttavia alla sua misericordia, e per ottenerla protesta per quanto può di non aver mai disprezzato suo padre né di averlo offeso con un cuore malvagio; insomma, si scusa in modo tale che non tende a farsi giusto e innocente, ma soltanto a ottenere perdono. Segue poi l’indignazione, cioè quando il peccatore si adira contro se stesso nel cuore, si accusa e si dispiace contro di sé, reputando la propria perversità e ingratitudine verso Dio. Il termine timore comprende lo spavento di cui i nostri cuori sono toccati e colti ogni volta che pensiamo quale sia il rigore di Dio contro i peccatori e, d’altra parte, che cosa noi abbiamo meritato; poiché non può avvenire che non siamo agitati da una meravigliosa vexazione pensando a ciò, la quale ci istruisce all’umiltà e ci rende più avveduti per il tempo futuro. Così, mediante questo, la sollecitudine di cui egli aveva parlato si produce da questo timore. Mi pare che egli abbia usato il termine desiderio per indicare un’ardente affezione di compiere il nostro dovere verso Dio, alla quale soprattutto ci deve indurre la conoscenza delle nostre colpe. Lo zelo che egli aggiunge di seguito tende al medesimo fine, poiché significa l’ardore dal quale siamo mossi, essendo pungolati da tali pensieri come da sproni: “Che ho fatto? Dove sarei caduto, se la misericordia di Dio non mi avesse soccorso?” Infine egli pone la vendetta, poiché quanto più siamo aspri e severi nell’accusarci, tanto più dobbiamo sperare che Dio ci sarà misericordioso. E in verità non può avvenire che un’anima fedele, toccata dall’orrore del giudizio di Dio, non cerchi di punire se stessa; poiché i fedeli sanno bene quale pena sia la confusione, lo sbigottimento, la vergogna, il dolore e il dispiacere che essi sentono nel riconoscere le proprie colpe davanti a Dio. Tuttavia ricordiamoci che è necessario tenere misura, affinché la tristezza non ci inghiotta, poiché le coscienze timorose sono troppo inclini a precipitare nella disperazione. E Satana comunemente usa questo artificio: di spingere quanto più può in questo abisso di tristezza tutti coloro che egli vede abbattuti dal timore di Dio, in modo che non si possano mai rialzare. Il timore che finisce nell’umiltà e non ci distoglie dalla speranza d’ottenere perdono non può essere eccessivo; ma secondo l’ammonimento dell’apostolo Paolo, il peccatore stia in guardia, affinché, sollecitandosi a dispiacersi e odiarsi, non sia schiacciato da troppo grande spavento fino a venir meno del tutto. Infatti ciò tende ad allontanarci da Dio e a fuggirlo, ed è così del tutto contrario al ravvedimento, mediante il quale Dio ci invita a sé. E a questo proposito Bernardo dà un avvertimento molto utile: che il dolore per i peccati è necessario, purché non sia continuo; e che bisogna distoglierci dalla memoria delle nostre vie, che ci tiene stretti in angoscia e noia, e passeggiare nella memoria dei benefici di Dio come in una bella pianura. “Mescoliamo”, dice, “il miele con l’assenzio, affinché l’amarezza ci giovi a salute quando la beviamo confitta in dolcezza. E se senti di te stesso nell’umiltà, senti di Dio 2 la sua bontà”.


3:3:16 - I frutti del ravvedimento e gli esercizi esteriori

Ora si può intendere quali siano i frutti del ravvedimento: cioè le opere che si compiono per servire Dio a suo onore, e le opere di carità, e in somma una vera santità e innocenza di vita. In breve: quanto più ciascuno si sforza di conformare la propria vita alla regola della Legge di Dio, tanto migliori segni egli dà d’essere veramente ravveduto. Per questa ragione lo Spirito, volendo esortarci al ravvedimento, talvolta ci propone tutti i precetti della Legge, e talvolta il contenuto della seconda Tavola; benché in altri passi, dopo aver condannato l’immondizia della sorgente del cuore, ci inciti anche a mostrare con testimonianze esteriori che siamo veramente ravveduti. Di ciò i lettori avranno più avanti una viva rappresentazione, quando descriverò la vita cristiana. Non raccoglierò qui i passi dei profeti nei quali, da un lato, essi si fanno beffe delle sciocchezze di coloro che si sforzano di placare Dio con cerimonie, dicendo che non sono che giochi da bambini; e dall’altro insegnano che, per quanta integrità esteriore vi sia nella vita, ciò non è il punto principale, poiché Dio guarda al cuore. Chiunque abbia mediamente praticato la Scrittura comprenderà facilmente da sé, senza altro maestro, che quando si ha a che fare con Dio non si ottiene nulla se non si comincia dall’affezione interiore del cuore. E il passo del profeta Gioele servirà bene per intendere gli altri: “Lacerate”, dice, “i vostri cuori e non le vostre vesti” (Gioele 2:13), ecc. L’uno e l’altro sono esposti anche in queste parole dell’apostolo Giacomo: “Voi malvagi, lavate le vostre mani; voi doppi, purificate i vostri cuori” (Giacomo 4:8). È vero che l’accessorio è messo per primo; ma basta che subito dopo egli mostri il principio e la fonte, cioè il ripulire le sozzure nascoste, affinché l’altare per sacrificare a Dio sia innalzato nel cuore. Vi sono inoltre alcuni altri esercizi esteriori, dei quali ci serviamo in particolare per umiliarci o per domare la nostra carne, e in pubblico per attestare il nostro ravvedimento. E tutto ciò procede da quella “vendetta” di cui parla l’apostolo Paolo. Infatti sono cose proprie di un cuore afflitto: gemere e piangere, odiare e fuggire ogni piacere, ogni pompa e vanità, astenersi da banchetti e delizie. Inoltre, colui che conosce quale male sia la ribellione della carne cerca ogni rimedio per reprimerla. Similmente, chi considera bene quanto sia grave offesa aver violato la giustizia di Dio non ha riposo né tregua finché non abbia dato gloria a Dio nella sua umiltà. Gli antichi dottori parlano spesso di questi esercizi esteriori quando trattano dei frutti del ravvedimento. È vero che essi non pongono in essi il punto principale del ravvedimento; tuttavia i lettori mi perdoneranno se dico ciò che me ne pare: essi si sono fermati troppo a queste piccole cose. E chi lo considererà diligentemente, come spero, mi darà ragione. Infatti, raccomandando tanto questa disciplina corporea, essi inducevano il popolo a riceverla con grande devozione, ma nel frattempo oscuravano ciò che doveva essere al primo posto. Vi era anche in essi un altro difetto: che erano un poco troppo estremi e rigorosi nelle correzioni, come dovremo trattare altrove.


3:3:17 - Piansi, digiuni e sacco: circostanze, non essenza del ravvedimento

Ma poiché alcuni, vedendo che i profeti fanno menzione che ci si deve ravvedere con pianti e digiuni, indossando un sacco e con la cenere sul capo (ciò che è mostrato principalmente in Gioele) (Gioele 2:12), stimano per questo che il principale del ravvedimento consista nel digiunare e piangere, dobbiamo prevenire il loro errore. In quel passo dunque di Gioele, ciò che è detto della conversione intera del nostro cuore al Signore e del lacerare non i nostri vestiti ma il nostro cuore è propriamente e pienamente riferito al ravvedimento. I pianti e i digiuni non sono posti come conseguenze perpetue, ma come circostanze che convenivano specialmente allora. Poiché, avendo egli denunciato ai Giudei una vendetta di Dio spaventosa, li ammonisce di prevenirla non solo emendando la loro vita, ma anche umiliandosi e mostrando segno di tristezza. Infatti, come anticamente un uomo accusato di un delitto, per ottenere misericordia dal giudice, lasciava crescere la barba, non si pettinava e si vestiva a lutto, così conveniva che quel popolo, accusato davanti al trono di Dio, testimoniasse con segni esteriori che non chiedeva se non d’ottenere perdono dalla sua clemenza. Ora, benché il modo di vestirsi di sacco e di gettarsi cenere sul capo fosse l’uso di quel tempo e non ci appartenga oggi in alcun modo, tuttavia i pianti e i digiuni non sarebbero oggi fuori luogo ogni volta che il Signore ci mostra apparenza di qualche calamità. Poiché quando egli ci fa apparire qualche pericolo, annuncia che è pronto a fare vendetta e quasi già armato. Il profeta dunque parla molto bene esortando a pianti e digiuni, cioè a testimonianze di tristezza, coloro ai quali aveva predetto che il giudizio di Dio è pronto per perderli. In questo modo i pastori ecclesiastici non farebbero male oggi se, ogni volta che vedono prossima qualche calamità, sia di guerra, di fame o di pestilenza, ammonissero il popolo che sarebbe bene pregare il Signore con pianti e digiuni, purché si fermassero al principale, che è lacerare i cuori e non i vestiti. È dunque cosa certa che il digiuno non è sempre congiunto con il ravvedimento, ma conviene particolarmente a coloro che vogliono testimoniare di riconoscere d’aver meritato l’ira di Dio e tuttavia chiedono perdono della sua clemenza. Per questa ragione Gesù Cristo lo collega con l’angoscia e la tribolazione. Infatti egli scusa i suoi apostoli che non digiunavano mentre erano in sua compagnia, poiché quello era tempo di gioia; dicendo che avrebbero avuto opportunità di digiunare nel tempo della tristezza, quando egli li avrebbe privati della sua presenza (Matteo 9:15). Parlo del digiuno solenne e pubblico. Poiché la vita del cristiano deve essere temperata in tale sobrietà che, dal principio alla fine, vi appaia come una specie di digiuno perpetuo. Ma poiché questo punto sarà trattato più avanti, parlando della disciplina della Chiesa, non ne terrò qui più lungo discorso.


3:3:18 - “Fare penitenza” come confessione esterna e confessione segreta a Dio

Tuttavia intreccerò ancora questo punto: che quando il termine ravvedimento è attribuito alla dichiarazione esterna che fanno i peccatori per mostrare segno di cambiamento in meglio, allora esso è deviato dal suo senso naturale. Infatti una tale protesta non è tanto convertirsi a Dio quanto confessare la propria colpa per ottenere perdono e grazia. Così, “fare penitenza” nella cenere e col sacco non è altro che protestare che abbiamo in orrore i nostri peccati e ce ne dispiacciamo, poiché Dio ne è gravemente offeso. Ed è una specie di confessione pubblica mediante la quale, condannandoci davanti a Dio e ai suoi angeli e a tutto il mondo, preveniamo il giudizio che ci era dovuto. Poiché l’apostolo Paolo, riprendendo la negligenza di coloro che si perdonano troppo, dice: “Se giudicassimo noi stessi, non saremmo giudicati” (1 Corinzi 11:31). Del resto, non è sempre necessario chiamare gli esseri umani a testimoni del nostro ravvedimento; ma confessare segretamente a Dio i nostri peccati è una parte del ravvedimento che non si può omettere. Infatti non è ragione che Dio perdoni i peccati nei quali ci blandiamo e che copriamo d’ipocrisia, affinché egli non li porti alla luce. E non solo ci conviene riconoscere le colpe che commettiamo di giorno in giorno, ma una caduta grave deve trarci più avanti e richiamarci alla memoria le offese che sembrano già sepolte da lungo tempo. Questo Davide ci insegna col suo esempio. Infatti, avendo vergogna del grande misfatto che aveva commesso riguardo a Betsabea, egli si esamina fino al grembo di sua madre e riconosce che fin da allora è stato corrotto e infetto e inclinato al male (Salmi 51:7). E non è per diminuire la sua colpa, come molti, accusandosi d’essere esseri umani peccatori, si nascondono nella moltitudine e si procurano un pretesto per avvolgere con sé tutto il genere umano; Davide procede in ben altro modo. Infatti, per circostanza, egli accresce e aggrava francamente la sua colpa: cioè che fin dalla sua infanzia, essendo inclinato al male, non ha cessato di accumulare peccati su peccati. In un altro passo egli entra ugualmente in esame della sua vita passata per chiedere perdono delle colpe commesse nella sua giovinezza (Salmi 25:7). E in effetti non proveremo mai d’essere veramente destati dalla nostra ipocrisia se non gemiamo sotto il peso e, piangendo della nostra miseria, cerchiamo che Dio ci sollevi. Bisogna anche notare che il ravvedimento nel quale Dio ci comanda di esercitarci senza fine e senza cessare per tutta la nostra vita differisce da quello per cui coloro che sono caduti in qualche atto vile ed enorme, o si sono sregolati oltraggiosamente nella dissolutezza, o persino, rigettando il giogo di Dio, si sono come ribellati a lui, sono come risuscitati dalla morte alla vita. Poiché la Scrittura spesso, esortando al ravvedimento, parla come di un tale cambiamento che ci ritrae dall’inferno per condurci al regno di Dio, e come di una risurrezione. E quando è detto che il popolo “fece ravvedimento”, significa che si ritrasse dall’idolatria e da altre enormità simili. Per questa ragione l’apostolo Paolo comanda a coloro che non hanno fatto ravvedimento delle loro dissolutezze, fornicazioni e impurità di fare cordoglio a causa di una tale durezza (2 Corinzi 12:21). Questa differenza è ben da osservare, affinché, se alcuni sono esortati al ravvedimento, non pensiamo d’essere dispensati dal convertirci ogni giorno a Dio, e affinché non siamo colti da negligenza, come se la mortificazione della carne non ci appartenesse più in nulla. Infatti le cattive cupidigie dalle quali siamo continuamente solleticati e i vizi che pullulano in noi non ci danno alcun agio di impigrirci, senza applicare impegno e cura a migliorarci. Perciò il ravvedimento speciale richiesto in coloro che il diavolo ha trascinato dal servizio di Dio e avviluppato nelle reti della morte non impedisce che in generale tutti debbano essere ravveduti e non toglie il ravvedimento ordinario al quale la corruzione della nostra natura ci deve sollecitare.


3:3:19 - Ravvedimento e remissione: la somma dell’Evangelo nella predicazione di Giovanni e di Cristo

Ora, se è vero che tutta la somma dell’Evangelo è compresa in questi due punti, cioè nel ravvedimento e nella remissione dei peccati, come è cosa notoria, non vediamo chiaramente che il Signore giustifica gratuitamente i suoi servitori per restaurarli nello stesso tempo in vera giustizia mediante la santificazione del suo Spirito? Giovanni Battista, che era l’angelo mandato per preparare la via a Cristo (Matteo 11:10), aveva questo come somma della sua predicazione: “Ravvedetevi, perché il regno di Dio si è avvicinato” (Matteo 3:2). Inducendo gli esseri umani al ravvedimento, egli li ammoniva a riconoscersi peccatori e a rendersi condannabili davanti a Dio con tutte le loro opere, affinché desiderassero di tutto cuore la mortificazione della loro carne e una nuova rigenerazione dello Spirito di Dio. Annunciando il regno di Dio, egli li chiamava alla fede. Infatti, per il regno di Dio che annunciava vicino, egli intendeva la remissione dei peccati, la salvezza e la vita e, in generale, tutti i beni che riceviamo in Cristo. Perciò è detto negli altri evangelisti che Giovanni venne predicando il battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati (Marco 1:4; Luca 3:3). Il che non è altro che dire che egli insegnò agli esseri umani che, sentendosi stanchi e come interamente schiacciati dal carico e dal peso dei loro peccati, si volgessero al Signore e concepissero in se stessi una certa speranza di grazia e salvezza. In questa maniera, similmente, il nostro Signore Gesù Cristo cominciò le sue predicazioni dopo il suo battesimo, dicendo: “Il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete all’Evangelo” (Matteo 4:17; Marco 1:15). In primo luogo, con queste parole egli dichiara che è nella sua persona che i tesori della misericordia di Dio sono aperti e dispiegati. In 2 luogo, egli richiede il ravvedimento. Infine, richiede una certa fiducia e assicurazione delle promesse di Dio. Per questa ragione, in un altro passo, volendo comprendere brevemente tutto ciò che appartiene all’Evangelo, egli dice che bisognava che egli soffrisse, che risuscitasse dai morti e che nel suo nome fosse predicato il ravvedimento e la remissione dei peccati (Luca 24:26 e Luca 24:46). Questo hanno anche annunciato gli apostoli dopo la sua risurrezione, come quando dissero che egli era stato risuscitato da Dio per dare ravvedimento al popolo d’Israele e la remissione dei peccati (Atti 5:31). Il ravvedimento è predicato nel nome di Cristo quando gli esseri umani, istruiti dalla dottrina dell’Evangelo, comprendono che tutti i loro pensieri, movimenti, affezioni e operazioni sono corrotti e viziosi, e perciò che è necessario essere rigenerati e rinascere se vogliono avere ingresso nel regno di Dio. La remissione dei peccati è predicata quando si mostra agli esseri umani che Gesù Cristo è stato fatto per loro redenzione, giustizia, salvezza e vita, e che per mezzo suo e sotto la sua approvazione essi sono reputati giusti e innocenti davanti a Dio (1 Corinzi 1:30), e così che la sua giustizia è loro imputata gratuitamente. Ora, benché noi riceviamo l’uno e l’altro per fede, come abbiamo dedotto e dichiarato altrove, tuttavia, poiché il proprio oggetto della fede è la bontà di Dio per la quale i nostri peccati ci sono rimessi, è stato necessario porre la differenza che abbiamo posto tra fede e ravvedimento.


3:3:20 - Il ravvedimento continuo: la vita cristiana come mortificazione perseverante

Ora, come l’odio del peccato, che è l’inizio del ravvedimento, ci dà per primo accesso e ingresso alla conoscenza di Cristo, il quale non reca il messaggio di gioia e non si comunica se non ai poveri peccatori afflitti, che gemono, faticano, sono carichi e, come affamati e assetati, vengono meno, essendo oppressi da dolore e miseria (Isaia 61:1-3; Matteo 11:5, 28; Luca 4:18), così d’altra parte, dopo aver iniziato il ravvedimento, egli ce lo fa proseguire per tutta la nostra vita e non cessare mai fino alla morte, se vogliamo sussistere e dimorare nel nostro Signore Gesù Cristo. Infatti egli è venuto per chiamare i peccatori, ma è per chiamarli al ravvedimento (Matteo 9:13). Egli ha portato benedizione agli esseri umani che ne erano indegni, ma è affinché ciascuno di essi si converta dalla propria iniquità (Atti 3:26; Atti 5:31). La Scrittura è piena qua e là di tali sentenze. Perciò, quando il Signore ci offre remissione dei nostri peccati, egli ha l’abitudine di richiedere reciprocamente da noi emendamento di vita, significando che la sua misericordia deve esserci causa e materia di migliorarci. “Fate giudizio e giustizia”, dice, “poiché la salvezza è vicina” (Isaia 56:1). Parimenti: “La salvezza verrà a Sion e a quelli che si convertono dalla loro iniquità in Israele” (Isaia 59:20). Parimenti: “Cercate il SIGNORE mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e i suoi pensieri perversi, e ritorni al SIGNORE, ed egli avrà pietà di lui” (Isaia 55:6, 7). Parimenti: “Ravvedetevi e convertitevi, affinché i vostri peccati siano cancellati” (Atti 3:19). In quel passo tuttavia bisogna notare che questa condizione è aggiunta non perché il nostro emendamento di vita sia come il fondamento per ottenere perdono delle nostre offese, ma piuttosto al contrario, poiché il Signore vuole fare misericordia agli esseri umani affinché emendino la loro vita, ci è mostrato a quale scopo dobbiamo tendere se vogliamo ottenere perdono da Dio. Perciò, finché abiteremo in questa prigione del nostro corpo mortale, ci sarà necessario combattere sempre e senza cessare contro la corruzione della nostra natura e contro tutto ciò che è naturale in noi. Platone dice talvolta che la vita di un filosofo è una meditazione della morte; noi possiamo dire più veracemente che la vita di un cristiano è uno studio ed esercizio perpetuo di mortificare la carne, finché essa, essendo del tutto morta, lo Spirito di Dio regni in noi. Perciò io stimo che abbia molto profittato colui che ha imparato a dispiacersi molto di sé: non per fermarsi lì e non andare oltre, ma piuttosto affinché sospiri e tenda a Dio; e, essendo piantato nella morte e risurrezione di Cristo, si applichi e si impegni a fare ravvedimento continuo, come certamente fanno coloro che sono veramente toccati dall’odio del peccato. Infatti nessuno odia il peccato senza amare insieme la giustizia. Questa sentenza, come è la più semplice di tutte, mi è parsa anche accordarsi molto bene con la verità delle sacre Scritture.


3:3:21 - Il ravvedimento come dono di Dio e il peccato “irremissibile” degli apostati

Ora, che il ravvedimento sia un eccellente e singolare dono di Dio, io penso che sia un punto così noto per quanto è stato trattato qui sopra, che non c’è bisogno di farne più lunga deduzione. E perciò è detto che la Chiesa primitiva del tempo degli apostoli glorificava Dio, meravigliandosi del fatto che egli aveva dato ai pagani ravvedimento a salvezza (Atti 11:18). E l’apostolo Paolo, ammonendo Timoteo a essere paziente e mansueto verso gli increduli, aggiunge: per vedere se Dio darà loro ravvedimento, perché conoscano la verità e si ritirino dai lacci del diavolo nei quali sono tenuti (2 Timoteo 2:25, 26). È vero che Dio in infiniti passi della Scrittura pronuncia e afferma che egli vuole la conversione di tutti e rivolge comunemente a tutti la dottrina dell’emendarsi; ma l’efficacia dipende dallo Spirito di rigenerazione. Infatti è più facile crearci esseri umani che essere rinnovati in una natura più eccellente per la nostra propria industria o virtù. Perciò non senza ragione siamo chiamati la fattura di Dio, essendo creati a buone opere, le quali egli ha preparate affinché camminiamo in esse (Efesini 2:10). E questo non solo riguardo a un giorno, ma a tutto il corso della nostra vocazione. Tutti coloro che Dio vuole sottrarre alla dannazione, egli li vivifica e rinnova mediante il suo Spirito per riformarli a sé. Non che il ravvedimento propriamente sia causa di salvezza, ma perché abbiamo già mostrato che esso è inseparabile dalla fede e dalla misericordia di Dio, poiché, come attesta Isaia, il Redentore è venuto in Giacobbe per quelli che si ritraggono dalle loro iniquità (Isaia 59:20). Comunque sia, questo punto deve esserci risoluto: che il timore di Dio non dominerà mai nei nostri cuori se lo Spirito Santo non vi ha operato per condurci a salvezza. Perciò i fedeli, lamentandosi per bocca di Isaia e piangendo d’essere stati lasciati da Dio, pongono come segno di riprovazione questo: che egli ha indurito i loro cuori (Isaia 63:17). E l’apostolo, volendo escludere da ogni speranza di salvezza gli apostati che hanno del tutto rinnegato Dio, porta questa ragione: che è impossibile che siano rinnovati a ravvedimento (Ebrei 6:6), poiché Dio, rinnovando coloro che non vuole lasciare in perdizione, dà loro segno del suo favore paterno e fa come risplendere su di loro i raggi della sua luce per attirarli; e al contrario, indurendo i reprobi, la cui empietà è irremissibile, fulmina su di loro per farli perire. È la vendetta della quale l’apostolo minaccia gli apostati che scientemente e volontariamente si ribellano alla verità dell’Evangelo, e facendo così si beffano di Dio, rigettano la sua grazia con ignominia, profanano e calpestano il sangue di Gesù Cristo, anzi lo crocifiggono di nuovo, per quanto dipende da loro (Ebrei 10:29, 30). Infatti l’apostolo, in quel passo, non vuole gettare nella disperazione tutti coloro che hanno peccato consapevolmente, ma vuole semplicemente mostrare che è un delitto irremissibile rinnegare del tutto la dottrina dell’Evangelo, così che non si deve trovare strano se Dio lo punisce con estrema severità fino a non concederne mai perdono, quando è stato così vilmente disprezzato. Poiché egli dice che è impossibile che coloro che sono stati una volta illuminati e hanno ricevuto la grazia del cielo, essendo stati fatti partecipi dello Spirito Santo e avendo gustato la Parola di Dio e le potenze della vita futura, se ricadono di nuovo, siano ricondotti a ravvedimento, poiché ciò è crocifiggere per la seconda volta il Figlio di Dio e metterlo in ludibrio (Ebrei 6:4-6). Parimenti in un altro luogo: “Se pecchiamo volontariamente”, dice, “dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non resta più alcun sacrificio, ma una terribile attesa del giudizio” (Ebrei 10:26). Questi sono i passi per la cattiva intelligenza dei quali i Novaziani un tempo turbarono la Chiesa. E poiché sono duri in apparenza, alcune persone perbene hanno stimato che questa epistola fosse supposta, la quale nondimeno mostra davvero dappertutto uno spirito apostolico. Ora, poiché noi abbiamo disputato solo con coloro che la ricevono, è facile mostrare quanto queste sentenze non facciano nulla per confermare il loro errore. Anzitutto è necessario che l’apostolo concordi con il suo Maestro, il quale assicura che ogni peccato e bestemmia saranno rimessi, eccetto il peccato contro lo Spirito Santo, che non è rimesso né in questo mondo né nell’altro (Matteo 12:31; Marco 3:28; Luca 12:10). È certo che l’apostolo si è attenuto a questa eccezione, se non lo vogliamo rendere avversario della grazia di Cristo. Ne segue che ciò che egli dice non è di un peccato o di un altro in particolare per cui non vi sia misericordia, ma soltanto di uno che procede da un furore disperato e non può essere scusato sotto il velo dell’infermità, quando appare che l’essere umano che si abbandona così è posseduto dal diavolo.


3:3:22 - Che cosa è il peccato contro lo Spirito Santo

Per spiegare meglio ciò, conviene sapere quale sia questo delitto tanto abominevole che non avrà alcuna remissione. Ciò che Agostino, in qualche luogo, definisce come un indurimento e ostinazione fino alla morte con diffidenza d’ottenere grazia non si accorda con le parole di Cristo che non sarà rimesso in questo secolo. Infatti o ciò sarebbe detto invano, oppure esso si può commettere in questo mondo. Ora, secondo quanto dice Agostino, non si commette se non quando vi è perseveranza fino alla morte. Quanto agli altri, che dicono che avere invidia delle grazie del prossimo sia peccare contro lo Spirito Santo, non so su che cosa sia fondato. Ma bisogna portare la vera definizione, la quale, una volta provata con buone testimonianze, annienterà facilmente le altre. Io dunque dico che pecca contro lo Spirito Santo colui che, essendo così toccato dalla luce della verità di Dio che non può pretendere ignoranza, nondimeno resiste per malizia deliberata, unicamente per resistere. Poiché il Signore Gesù, volendo spiegare ciò che aveva detto, aggiunge conseguentemente che chi avrà detto parola contro di lui otterrà perdono, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito non avrà alcuna grazia. E l’evangelista Matteo, invece di nominare “bestemmia contro lo Spirito”, pone “spirito di bestemmia” (Matteo 12:31; Marco 3:29; Luca 12:10). Come può accadere che qualcuno oltraggi il Figlio di Dio senza che ciò ricada sul suo Spirito Santo? Accade quando un essere umano, per ignoranza, contraddice la verità di Dio che non ha conosciuto e, per ignoranza, parla male di Cristo, avendo tuttavia tale disposizione che non vorrebbe affatto spegnere la verità di Dio se gli fosse rivelata, né direbbe una sola parola cattiva contro colui che stimerebbe essere il Cristo. Tali persone peccano contro il Padre e contro il Figlio, come oggi ve ne sono molte che odiano e rigettano la dottrina dell’Evangelo, la quale, se la ritenessero davvero l’Evangelo, l’avrebbero in grande onore e l’adorerebbero di tutto cuore. Ma coloro che sono convinti nella loro coscienza che la dottrina che combattono è da Dio e tuttavia non cessano di resisterle e di tentare di distruggerla, costoro bestemmiano contro lo Spirito, poiché combattono contro la luce che era loro presentata dalla virtù dello Spirito Santo. Ve ne erano di tali fra i Giudei: i quali, benché non potessero resistere allo Spirito che parlava per bocca di Stefano, nondimeno si sforzavano di resistergli (Atti 6:10). Non v’è dubbio che alcuni fossero mossi da zelo sconsiderato per la Legge; ma appare che ve ne furono altri che, con certa malizia ed empietà, infuriavano contro Dio, cioè contro la dottrina che non potevano ignorare essere proceduta da Dio. Tali erano i farisei, che Gesù Cristo riprende, i quali, per rovesciare la virtù dello Spirito Santo, la diffamavano come se fosse di Beelzebù (Matteo 9:34; Matteo 12:24). Ecco dunque che cosa è lo “spirito di bestemmia”: cioè l’audacia dell’essere umano che, di proposito deliberato, tenta di annientare la gloria di Dio. Questo l’apostolo Paolo lo significa quando dice d’aver ottenuto misericordia, perché per errore e ignoranza era stato incredulo (1 Timoteo 1:13). Se l’ignoranza congiunta con l’incredulità gli ha fatto ottenere perdono, ne segue che non vi è alcuna misericordia quando l’incredulità procede da conoscenza e malizia deliberata.


3:3:23 - Ebrei 6 e 10: non un peccato particolare, ma una rivolta totale e volontaria

Ora, che l’apostolo non parli di una colpa particolare, ma di una rivolta universale, mediante la quale i reprobi si tagliano fuori da ogni speranza di salvezza, è facile da intendere se vi si bada. Che Dio si renda inesorabile verso di essi non deve stupire, poiché, secondo la testimonianza dell’apostolo Giovanni, essi non erano del numero degli eletti quando si sono così allontanati (1 Giovanni 2:19). Egli indirizza la sua parola contro coloro che pensavano di poter tornare al cristianesimo dopo averlo una volta rinnegato. Volendo distoglierli da questa fantasia e perniciosa opinione, egli dice una cosa verissima: che coloro che una volta hanno rinnegato Gesù Cristo di loro piena volontà non possono mai avere parte in lui. Ora, lo rinnegano non coloro che semplicemente, con vita disordinata, trasgrediscono la sua parola, ma coloro che di proposito deliberato la rigettano del tutto. I Novaziani dunque e i loro seguaci abusano dei termini “cadere” e “tombare”, poiché intendono che cade colui che, essendo stato istruito dalla Legge di Dio che non bisogna rubare, nondimeno non se ne astiene. Ma io dico che qui bisogna intendere una comparazione di cose contrarie: cioè quando egli dice che coloro che sono inciampati dopo essere stati illuminati, dopo aver gustato la Parola di Dio e la sua grazia celeste e le potenze della vita futura, e dopo essere stati resi partecipi dello Spirito Santo (Ebrei 6:4), bisogna intendere: se hanno spento la luce dello Spirito per malizia deliberata, e hanno rigettato la Parola di Dio e il sapore della sua grazia, e si sono alienati dal suo Spirito; sicché qui non è notato un vizio particolare, ma una rivolta generale contro Dio, quando l’essere umano si allontana totalmente da Dio ed è apostata di tutta la cristianità. E in effetti, per esprimere più chiaramente che parlava di empietà maliziosa e deliberata, egli aggiunge espressamente in un luogo questa parola: volontariamente (Ebrei 10:26). Poiché quando dice che non resta più alcun sacrificio per coloro che, di volontà certa, dopo aver conosciuto la verità, peccano, egli non nega che Cristo sia un sacrificio perpetuo per cancellare le iniquità dei fedeli (cosa che aveva trattato prima quasi in tutta l’epistola, spiegando il sacerdozio di Cristo), ma intende che non ne resta alcun altro quando si rigetta quello. Ora lo si rigetta calpestando di proposito deliberato la verità dell’Evangelo.


3:3:24 - Dio non nega perdono a chi si converte: l’“impossibilità” è l’indurimento giudiziario

Quanto a ciò che alcuni obiettano, che sarebbe una troppo grande crudeltà, e non conveniente alla clemenza di Dio, escludere qualche peccatore dalla remissione dei peccati quando richieda misericordia, la risposta è facile. Poiché l’apostolo non dice che Dio negherà loro perdono se si convertono a lui, ma dice precisamente che essi non torneranno mai al ravvedimento, in quanto Dio, per il suo giusto giudizio, a causa della loro ingratitudine, li colpirà di un accecamento eterno. E non contraddice a ciò quello che egli applica a questo proposito con l’esempio di Esaù, il quale invano ha cercato con lacrime e grida di recuperare la primogenitura che aveva perduto (Ebrei 12:17), né quello che dice il profeta, che quando grideranno il Signore non li esaudirà (Zaccaria 7:13). Poiché con tali modi di parlare la Scrittura non indica una vera invocazione o un vero ravvedimento, ma piuttosto significa la distretta per cui, quando gli empi sono premuti nella loro estrema calamità, sono costretti a riconoscere ciò che prima stimavano scherno e favola, cioè che tutto il loro bene consiste nell’aiuto di Dio. Ora, essi non possono implorarlo di cuore, ma soltanto gemono che esso è loro tolto. Perciò il profeta, con il termine grido, e l’apostolo, con il termine lacrime, non significano altro che l’orribile tormento dal quale gli empi sono agitati nella disperazione e nello sconforto, vedendo che non hanno rimedio alla loro miseria se non nella bontà di Dio, nella quale tuttavia non possono in alcun modo confidare. Bisogna notare diligentemente questo, poiché altrimenti Dio sarebbe contrario a se stesso, dopo aver pubblicato per mezzo del profeta che egli sarà pronto a far misericordia e a dimenticare tutto, non appena il peccatore si convertirà a lui (Ezechiele 18:20, 21). Anzi, come ho già detto, è certo che il cuore dell’essere umano non potrà mai convertirsi se non essendo prevenuto dalla grazia dall’alto. Quanto all’invocazione di Dio, la sua promessa non verrà mai meno; ma nei passi che abbiamo addotto tanto la conversione quanto la preghiera sono prese per un tormento confuso e cieco, dal quale i reprobi sono agitati vedendo che hanno bisogno di cercare Dio per trovare rimedio ai loro mali, e nondimeno se ne ritraggono quanto più possono.


3:3:25 - Achab ed Esaù: misericordie temporali verso ipocriti, come ammonimento

Tuttavia si potrebbe domandare: poiché l’apostolo dice che non si può placare Dio fingendo e simulando di ravvedersi, come dunque il re Acab ha ottenuto perdono e ha distolto la punizione che gli era stata annunciata (1 Re 21:27 e seguenti), dato che egli si è solo spaventato per breve tempo e non si è emendato, anzi ha proseguito nel cattivo corso della sua vita? Si è ben vestito di sacco, ha gettato polvere sul suo capo, si è sdraiato a terra e, come la Scrittura testimonia, si è umiliato davanti a Dio; ma ciò non è stato lacerare il cuore, poiché il cuore restava indurito e gonfio di malizia. E nondimeno Dio lo ha esaudito per fargli misericordia. Ma io rispondo che Dio perdona così agli ipocriti per un tempo, che la sua ira resta tuttavia sempre su di loro; e che ciò non avviene tanto a loro favore quanto per dare esempio a tutti. Infatti, quale profitto ebbe Acab dal fatto che la pena fu mitigata, se non che non vide avvenire durante la sua vita ciò che temeva? Così la maledizione di Dio non cessò d’avere sede e dimora perpetua nella sua casa, benché fosse nascosta, ed egli non cessò di perire in eterno. Lo stesso si vede in Esaù. Infatti, benché sia respinto, nondimeno ottiene una benedizione temporale con le sue lacrime (Genesi 27:38, 39). Ma poiché l’eredità spirituale era riservata a uno solo dei fratelli, essendo Esaù escluso e Giacobbe eletto, tale rigetto gli chiuse la porta alla grazia di Dio. E tuttavia, secondo che era essere umano grossolano, gli fu lasciato questo sollievo: che si consolasse con la grassezza della terra e con la rugiada del cielo. E questo è ciò che ho detto poc’anzi: che tutto ciò avviene per dare esempio agli altri, affinché imparino ad applicare le loro affezioni e i loro sforzi al vero ravvedimento. Poiché non bisogna dubitare che Dio sia facile e inclinato a perdonare tutti coloro che si convertiranno a lui di cuore, poiché egli estende la sua clemenza fino a coloro che ne sono indegni, quando mostrano almeno qualche sembianza di dispiacersi del loro misfatto. Siamo anche istruiti, al contrario, quale vendetta sia pronta per coloro che si prendono gioco delle minacce di Dio e non ne tengono conto, indurendosi con fronte impudente e cuore di ferro per annientarle. Così Dio spesso ha teso la mano ai figli d’Israele per soccorrerli nella loro calamità, benché le loro grida fossero piene di finzione e il loro cuore doppio e sleale (Salmi 78:36, 37). E infatti egli si lamenta nel salmo che subito dopo tornavano al loro primo corso. Poiché con ciò egli volle condurli a un ravvedimento retto e cordiale, mostrandosi così umano verso di loro, oppure renderli inescusabili. Tuttavia ciò non significa che, rimettendo per un tempo la pena, egli si freni per sempre; ma piuttosto alla fine si leva con maggiore rigore contro gli ipocriti e raddoppia le punizioni, affinché appaia quanto la finzione gli dispiaccia. Nondimeno notiamo ciò che ho detto: che egli mostra alcuni esempi di quanto sia liberale nel perdonare, affinché i fedeli siano tanto più incoraggiati a correggere le loro colpe, e affinché la superbia di coloro che scalpitano contro lo sprone sia più gravemente condannata.


Riassunto