Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 4
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III - Capitolo IV
Quanto sia lontano dalla purezza dell’Evangelo tutto ciò che i teologi sorbonici vaneggiano sulla penitenza: dove si tratta della confessione e della soddisfazione
3:4:1 - Definizioni sofistiche della penitenza: esteriorità senza rinnovamento interiore
Vengo ora a discutere ciò che i Sofisti hanno insegnato riguardo alla Penitenza, e lo farò nel modo più breve possibile. Infatti non è mio intento trattare ogni cosa nel dettaglio, per timore che questo presente libretto, che mi sforzo di contenere, cresca oltre misura. D’altra parte, essi hanno avvolto questa materia - che di per sé non era troppo difficile - in dispute così lunghe, che non sarebbe facile uscirne, se volessimo inoltrarci a fondo nei loro labirinti.
Anzitutto, nel dare la definizione della penitenza, mostrano chiaramente di non aver mai compreso che cosa essa sia. Infatti traggono dai libri degli Antichi alcune sentenze che non esprimono affatto la forza e la natura della penitenza. Come quelle che seguono: che fare penitenza significa piangere i peccati commessi in passato e non commettere più quelli che si dovrebbe poi piangere. Inoltre, che essa consiste nel gemere per i mali passati e non commettere più quelli per i quali si dovrebbe gemere. Ancora, che è una vendetta triste, che punisce in sé ciò che avrebbe voluto non aver commesso. Ancora, che è un dolore del cuore e un’amarezza dell’anima per i mali che qualcuno ha commesso o ai quali ha acconsentito.
Ora, anche concedendo che queste cose siano state dette correttamente dagli Antichi (cosa che non sarebbe difficile a un litigioso negare), tuttavia esse non furono dette con l’intento di dichiarare che cosa sia la penitenza, ma soltanto per esortare i penitenti a non ricadere nelle stesse colpe dalle quali erano stati liberati. E se si dovesse fare una definizione basandosi su tutto ciò che si trova detto dagli Antichi, se ne potrebbero addurre ancora altre, non meno plausibili: come quella di Crisostomo, che afferma che la penitenza è una medicina che estingue il peccato, un dono disceso dal cielo, una virtù ammirabile, una grazia che supera la forza delle leggi.
Inoltre, l’esposizione che questi buoni glossatori aggiungono subito dopo è molto peggiore di tali definizioni. Essi infatti si soffermano a tal punto sui modi di fare esteriori e corporali, che non si può raccogliere altro dai loro voluminosi e grossolani libri se non che la penitenza è una disciplina e un’austerità, che serve in parte a domare la carne e in parte a punire i peccati. Della rinnovazione interiore dell’anima e del rinnovamento della vita, non vi è alcuna notizia nei loro ambienti.
Essi borbottano abbastanza di contrizione e di attrizione. E in effetti tormentano le anime con molti scrupoli, e le avvolgono in molte angosce e molestie; ma quando sembra che abbiano profondamente ferito i cuori, guariscono tutte le amarezze con qualche spruzzo di cerimonie.
Dopo aver così sottilmente definito che cosa sia la penitenza, la dividono in tre parti: contrizione del cuore, confessione della bocca e soddisfazione delle opere. Questa divisione non è più corretta della loro definizione, sebbene non studino altro per tutta la vita che la Dialettica, che è l’arte di definire e dividere. Ma se qualcuno obietta, secondo l’argomento ammesso tra i Dialettici, che si possono piangere i peccati commessi in passato e non commetterli più, pur senza alcuna confessione di bocca, come difenderanno la loro suddivisione? Infatti, se colui che non si confessa con la bocca non cessa per questo di essere un vero penitente, la penitenza può sussistere senza quella confessione.
Se rispondono che questa suddivisione va riferita alla penitenza in quanto sacramento, oppure che va intesa come la perfezione completa della penitenza, che essi non comprendono nelle loro definizioni, non hanno motivo di accusare me, ma devono imputare la colpa al fatto di non definire più chiaramente e più puramente. Io, da parte mia, per quanto mi è possibile, quando si tratta di qualcosa, mi attengo alla definizione, che deve essere il fondamento di ogni disputa.
Ma concediamo loro questa licenza magistrale, e veniamo a esaminare le parti una per una. Quanto al fatto che tralascio per disprezzo molte cose come frivole, che tuttavia essi sostengono nel loro orgoglio come grandi misteri, non lo faccio né per ignoranza né per dimenticanza; e non mi sarebbe affatto penoso scrivere loro e far conoscere le sottigliezze sulle quali confidano. Ma avrei scrupolo di infastidire i lettori con tali minuziosi ammassi di ciarpame senza alcun frutto.
In ogni caso, dalle questioni che sollevano e dibattono, e nelle quali si avvolgono, è facile giudicare che chiacchierano di cose che non conoscono. Come quando domandano se la penitenza di un peccato piaccia a Dio, mentre l’ostinazione rimane in tutto il resto. Oppure se le punizioni che Dio manda valgano come soddisfazione. Oppure se la penitenza possa essere reiterata per i peccati mortali. Anzi, su quest’ultimo punto decidono in modo vile e perverso che non è se non per i peccati veniali che quotidianamente dobbiamo pentirci.
Si danno anche molta pena, e traviano grossolanamente nel citare san Girolamo, secondo il quale la penitenza è una seconda tavola, sulla quale colui che stava per perire nel mare nuota per giungere al porto. In ciò mostrano di non essersi mai destati dalla stupidità nella quale somigliano alle bestie brute, incapaci di scorgere da lontano anche una sola colpa tra le mille che hanno commesso.
3:4:2 - La questione decisiva della remissione dei peccati e l’angoscia delle coscienze
I lettori devono qui essere avvertiti che non ci troviamo in una contesa frivola, ma che è in gioco una cosa di importanza sopra tutte le altre: vale a dire la remissione dei peccati. Infatti, quando essi richiedono per la penitenza queste tre cose - contrizione del cuore, confessione della bocca e soddisfazione delle opere - allo stesso modo stabiliscono che esse sono necessarie per ottenere la remissione dei peccati.
Ora, se in tutta la nostra religione è necessario conoscere qualcosa, è soprattutto necessario comprendere questo: per quale mezzo, in quale modo, a quali condizioni, e con quale facilità o difficoltà si ottiene la remissione dei peccati. Se questa conoscenza non è certa e salda, la coscienza non può avere alcun riposo, né alcuna pace con Dio, né alcuna fiducia o sicurezza; ma trema continuamente, è agitata, turbata, tormentata, sconvolta; ha in orrore e in odio il giudizio di Dio e lo fugge per quanto può.
E se la remissione dei peccati dipende da quelle condizioni alle quali essi la legano, non vi è nulla di più miserabile né di più disperato di noi.
La prima parte che essi pongono per ottenere il perdono e la grazia è la contrizione, che richiedono debitamente fatta, cioè piena e completa. Tuttavia, non stabiliscono affatto quando qualcuno possa essere sicuro di essersi ben assolto da questa contrizione. Io confesso certamente che dobbiamo essere vigilanti, prenderci cura e persino stimolarci a piangere amaramente le nostre colpe, per essere tanto più incitati a detestarle e odiarle. Infatti questa è la tristezza della quale parla san Paolo, che non dobbiamo rigettare, perché produce una penitenza che conduce alla salvezza.
Ma quando si esige un dolore così amaro che sia proporzionato e uguale alla grandezza della colpa, e lo si mette sulla bilancia insieme con la fede di ottenere il perdono, ecco lo stretto nel quale le povere coscienze sono meravigliosamente tormentate e afflitte, quando vedono che questa contrizione dovuta è loro imposta e non comprendono la misura del debito, per poter essere certe di aver pagato ciò che dovevano.
Se dicono che bisogna fare ciò che è in noi, gireremo sempre nello stesso circolo. Infatti, quando mai qualcuno oserà promettersi di aver impiegato tutte le sue forze a piangere i propri peccati? Il risultato finale è dunque che le coscienze, dopo essersi a lungo dibattute in sé stesse, non trovando alcun porto dove poter riposare, almeno per addolcire il loro male, si costringono a qualche dolore e strappano a forza alcune lacrime per adempiere questa contrizione.
3:4:3 - Contrizione evangelica e falsa contrizione: misericordia di Dio contro disperazione e finzione
Se vogliono accusarmi di calunnia, mostrino un solo individuo che, mediante questa dottrina della contrizione, non sia stato gettato nella disperazione, oppure che non abbia opposto una finzione di dolore al giudizio di Dio al posto di una vera componzione.
Noi pure abbiamo detto altrove che la remissione dei peccati non ci è mai concessa senza penitenza, poiché nessuno può veramente e sinceramente implorare la misericordia di Dio se non colui che è afflitto e ferito nella coscienza dei propri peccati; ma aggiungevamo parimenti che la penitenza non è la causa di tale remissione, e toglievamo questi tormenti delle anime, cioè l’idea che la contrizione debba essere debitamente compiuta.
Inoltre, insegnavamo al peccatore a non guardare né alla sua compunzione né alle sue lacrime, ma a fissare entrambi gli occhi nella misericordia di Dio. Dichiaravamo soltanto che sono chiamati da Cristo coloro che sono stanchi e oppressi, poiché egli è stato mandato per annunciare buone notizie ai poveri, per guarire quelli che hanno il cuore ferito, per proclamare la liberazione ai prigionieri, per sciogliere i legami dei carcerati e consolare quelli che piangono (Matteo 11:5, 28; Isaia 61:1; Luca 4:18).
In ciò erano esclusi sia i farisei, che, sazi e soddisfatti della loro giustizia, non riconoscevano la loro povertà, sia i disprezzatori di Dio, che, non curandosi della sua ira, non cercano alcun rimedio al loro male. Infatti tutte queste categorie di persone non sono affaticate né ferite nel cuore, né legate, né prigioniere, né piangono.
Vi è dunque una grande differenza tra insegnare a un peccatore a meritare la remissione dei suoi peccati mediante una contrizione piena e completa, della quale non potrà mai assolversi, e istruirlo ad avere fame e sete della misericordia di Dio mediante la conoscenza della propria miseria; a mostrargli la sua fatica, angoscia e prigionia, per fargli cercare consolazione, riposo e liberazione; in breve, a insegnargli a dare gloria a Dio nella sua umiltà.
3:4:4 - La controversia sulla confessione: diritto divino o ordinanza ecclesiastica?
Quanto alla confessione, vi è sempre stata grande controversia tra i Canonisti e i teologi Scolastici. Infatti i primi hanno detto che essa è stata stabilita soltanto dal diritto positivo, cioè dalle costituzioni ecclesiastiche. I secondi hanno sostenuto che essa è stata stabilita per comando divino.
In questo conflitto si è manifestata una grande impudenza dei teologi, i quali hanno tanto travisato e corrotto i passi della Scrittura quanti ne citavano a loro favore. E inoltre, vedendo che in questo modo non giungevano al loro scopo, quelli che hanno voluto apparire più sottili tra loro hanno trovato questa via di fuga: che la confessione discende dal diritto divino quanto alla sua sostanza, ma che in seguito ha preso la sua forma dal diritto positivo.
In questo modo, quelli che sono i più inetti tra i giuristi sono soliti ricondurre la citazione al diritto divino, perché ad Adamo fu detto: “Adamo, dove sei?”. Ugualmente l’eccezione, perché Adamo rispose quasi difendendosi: “La donna che tu mi hai data…”. Tuttavia, la forma sarebbe stata data a entrambi dal diritto civile.
Ma vediamo con quali argomenti essi provano che questa confessione, formata o informe che sia, sia comandata da Dio. Nostro Signore, dicono, ha mandato i lebbrosi ai sacerdoti (Matteo 8:4; Luca 5:14; 17:14). Che cosa? Li ha forse mandati a confessarsi? Chi ha mai udito dire che i sacerdoti levitici fossero stati ordinati per ascoltare le confessioni?
Perciò ricorrono alle allegorie e dicono che era stato istituito dalla Legge mosaica che i sacerdoti discernessero tra lebbra e lebbra (Levitico 14:2), che il peccato è una lebbra spirituale, e che spetta al sacerdote giudicarla.
Prima di rispondere, domando: se per questo passo essi sono costituiti giudici della lebbra spirituale, perché si arrogano anche la conoscenza di quella naturale e corporale? Non è forse un giocare con le Scritture il torcerle in questo modo? La Legge affida ai sacerdoti levitici il giudizio della lebbra: prendiamolo dunque per noi. Il peccato è una lebbra spirituale: siamo dunque giudici dei peccati.
Ora rispondo che, essendo il sacerdozio trasferito, è necessario che vi sia anche un trasferimento della legge (Ebrei 7:12). Poiché tutti i sacerdozi sono stati trasferiti a Gesù Cristo, compiuti e cessati in lui, è necessario che tutta la dignità e la prerogativa del sacerdozio siano ugualmente trasferite a lui. Se essi provano tanto piacere nel seguire le allegorie, si propongano Cristo come unico sacerdote e radunino presso il suo seggio ogni giurisdizione: lo sopporteremo volentieri.
Inoltre, l’allegoria è inopportuna, perché mescola una legge puramente civile tra le cerimonie. Perché dunque Cristo manda i lebbrosi ai sacerdoti? Affinché i sacerdoti non avessero motivo di calunniarlo come violatore della legge, la quale comandava che colui che era guarito dalla lebbra fosse presentato al sacerdote e purificato mediante una certa oblazione. Egli comanda ai lebbrosi che aveva guarito di fare ciò che la legge prescrive: “Andate”, dice, “mostratevi ai sacerdoti e offrite il dono che Mosè ha comandato nella legge, affinché ciò serva loro di testimonianza”.
E in verità questo miracolo doveva essere per loro una testimonianza. Essi li avevano dichiarati lebbrosi; ora pronunciano che sono guariti. Non sono forse costretti, lo vogliano o no, a essere testimoni dei miracoli di Cristo? Cristo permette che il suo miracolo sia messo alla prova; essi non possono negarlo; ma poiché ancora tergiversano, quest’opera diventa per loro una testimonianza.
In questo senso è detto altrove: “Questo Evangelo sarà predicato in tutto il mondo in testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14). E ancora: “Sarete condotti davanti a re e governatori in testimonianza per loro” (Matteo 10:18), cioè affinché ne siano tanto più convinti nel giudizio di Dio.
E se preferiscono attenersi all’autorità di Crisostomo, egli insegna che Cristo fece ciò a causa dei Giudei, affinché non fosse ritenuto un trasgressore della legge. Benché io mi vergogni di addurre la testimonianza di un uomo in una cosa così chiara, poiché Gesù Cristo stesso dichiara che lascia ai sacerdoti il loro diritto integro, quale lo avevano per la legge, persino come nemici mortali del suo Evangelo, i quali cercavano continuamente occasione di calunniare, se egli non avesse loro chiusa la bocca.
Perciò, se i sacerdoti del papato vogliono mantenersi in tale possesso, dichiarino apertamente di essere compagni di coloro che hanno bisogno di essere repressi con la forza per non bestemmiare. Infatti ciò che Gesù Cristo lascia ai sacerdoti della Legge non appartiene in nulla ai suoi ministri.
3:4:5 - Allegorie contro allegorie: Lazzaro “sciolto” e la vera lezione del perdono
Traggono il secondo argomento dalla medesima fonte, vale a dire dall’allegoria: come se le allegorie avessero grande forza per provare qualche dottrina. Ma voglio pure concedere che siano sufficienti, purché io non mostri che potrei adoperarle con maggior verosimiglianza di quanto facciano loro.
Essi dunque dicono che nostro Signore comandò ai suoi discepoli, dopo che Lazzaro fosse stato da lui risuscitato, che lo sciogliessero e lo sfasciassero (Giovanni 11:44). Anzitutto mentono su questo: perché non è detto in alcun luogo che nostro Signore l’abbia comandato ai suoi discepoli. Ed è assai più verosimile che lo dicesse ai Giudei lì presenti, affinché, senza alcun sospetto di frode, il miracolo risultasse più evidente, e la sua potenza apparisse tanto più grande, in quanto, senza contatto, con la sola parola, risuscitava i morti.
Io certamente lo intendo così: che nostro Signore, per togliere ogni cattivo sospetto ai Giudei, volle che essi stessi sollevassero la pietra, sentissero il cattivo odore, scorgessero i certi indizi della morte, vedessero Lazzaro risuscitare per la sola virtù della sua voce, e che fossero i primi a toccarlo. E tale è il giudizio di Crisostomo nel sermone contro i Giudei, i pagani e gli eretici.
Ma concediamo che ciò sia stato detto ai discepoli: che cosa ne concluderanno? Diranno che in quel momento fu data agli apostoli la potestà di sciogliere? Eppure noi potremmo trattare questo passo con un’allegoria assai più chiara, se dicessimo che nostro Signore, con ciò, volle insegnare ai suoi fedeli a sciogliere coloro che sono stati da lui risuscitati: cioè, a non riportare alla memoria i peccati che egli ha dimenticato; a non condannare come peccatori coloro che egli ha assolto; a non rinfacciare ciò che egli ha perdonato; a non essere severi e difficili nel punire là dove egli è misericordioso, dolce e benigno nel perdonare.
Infatti non vi è nulla che debba renderci più inclini a perdonare dell’esempio di colui che è nostro giudice, il quale minaccia di rendere la stessa misura a coloro che saranno stati troppo duri e austeri. Vadano dunque ora e facciano uno scudo delle loro allegorie.
3:4:6 - I testi biblici addotti: battesimo di Giovanni e confessione “reciproca” secondo Giacomo
Essi combattono un po’ più da vicino, confermando ciò che dicono con sentenze della Scrittura, che ritengono manifeste: “Quelli”, dicono, “che venivano al battesimo di Giovanni confessavano i loro peccati” (Matteo 3:6). E san Giacomo comanda che confessiamo i nostri peccati gli uni agli altri (Giacomo 5:16).
Io rispondo che non è affatto sorprendente che coloro i quali volevano essere battezzati confessassero i loro peccati: infatti poco prima è stato detto che Giovanni predicava il battesimo di penitenza e battezzava con acqua “in penitenza”. Chi dunque avrebbe battezzato, se non quelli che si riconoscevano peccatori? Il battesimo è un segno della remissione dei peccati: chi sarebbe ammesso a quel segno se non i peccatori e quelli che si riconoscono tali? Essi dunque confessavano i loro peccati per essere battezzati.
San Giacomo non comanda senza motivo che ci confessiamo gli uni agli altri; ma se considerassero ciò che segue immediatamente, troverebbero che questo serve ben poco alla loro tesi. “Confessate”, dice, “i vostri peccati gli uni agli altri, e pregate gli uni per gli altri”. Egli congiunge insieme la preghiera reciproca e la confessione reciproca. Se ci si dovesse confessare solo ai sacerdoti, bisognerebbe pregare solo per loro. Anzi, dalle parole stesse di san Giacomo seguirebbe che non vi sarebbero altri che i sacerdoti a potersi confessare: poiché, volendo che ci confessiamo “gli uni agli altri”, egli parla soltanto a coloro che possono ascoltare la confessione altrui. Infatti dice “mutuamente”, o, se preferiscono, “reciprocamente”. Ora, nessuno può confessarsi reciprocamente se non colui che ascolta la confessione del suo compagno: privilegio che costoro concedono soltanto ai sacerdoti. Dunque, seguendo la loro sentenza, lasciamo loro volentieri l’onere di confessarsi.
Togliamo dunque questi cumuli di ciarpame, e intendiamo il senso dell’Apostolo, che è semplice e manifesto: vale a dire che comunichiamo e scopriamo le nostre infermità gli uni agli altri, per ricevere consiglio, compassione e consolazione reciproci. Inoltre, che così, conoscendo le infermità dei nostri fratelli, ciascuno, da parte sua, preghi Dio per esse.
Perché dunque adducono san Giacomo contro di noi, quando noi richiediamo così insistentemente la confessione della misericordia di Dio, la quale non può essere confessata se non da coloro che prima hanno confessato la loro miseria? Anzi, noi dichiariamo che tutti coloro che non si confessano davanti a Dio, davanti ai suoi angeli, davanti alla chiesa, in breve davanti a tutte le persone, sono maledetti e dannati. Poiché Dio ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, affinché ogni bocca sia chiusa e ogni carne sia umiliata davanti a lui, e affinché egli solo sia giustificato ed esaltato (Galati 3:22; Romani 3:9, 19).
3:4:7 - La “legge” della confessione: origine tarda e disciplina ecclesiastica, non istituzione di Cristo
Mi meraviglio anzi dell’audacia con cui osano assicurare che la confessione di cui parlano sia di diritto divino. Noi ammettiamo bene che il suo uso sia antichissimo; ma possiamo facilmente provare che, in origine, fu libera. E in effetti le loro storie raccontano che non vi fu alcuna legge o costituzione prima del tempo di Innocenzo terzo.
Certo, se vi fosse stata una legge più antica, si sarebbero appigliati piuttosto a quella per trarne vantaggio, invece di accontentarsi del decreto fatto nel concilio di San Giovanni in Laterano, rendendosi ridicoli perfino agli occhi dei bambini, come hanno fatto. Non si trattengono, in altre materie, dal fabbricare falsi decreti e supposti, e dal far credere che siano stati stabiliti dai primi concili, per abbagliare gli occhi dei semplici con l’antichità: non è venuto loro in mente di fare lo stesso in questo punto. Perciò sono costretti a essere essi stessi testimoni che non sono ancora trecento anni da quando Innocenzo terzo ha imbrigliato la chiesa, proponendole la necessità di confessarsi.
E anche lasciando da parte il tempo, la sola barbarie delle parole mostra che quella legge non merita alcuna riverenza. Lì si comanda che chiunque sia “di due sessi” confessi i propri peccati almeno una volta l’anno al proprio sacerdote: da cui seguirebbe che nessuno, se non fosse insieme uomo e donna, sarebbe tenuto a confessarsi.
Si è scoperta poi una sciocchezza ancora più grossolana nei loro successori, i quali non seppero comprendere che cosa significasse “proprio sacerdote”. Per quanto tutti gli avvocati e procuratori del papa, e tutti i buffoni che egli mantiene a salario, chiacchierino, noi abbiamo questo punto del tutto risolto: che Gesù Cristo non è autore di questa legge che costringe le persone a raccontare i loro peccati; e che, prima che se ne ordinasse alcunché, erano già trascorsi milleduecento anni dalla risurrezione di Gesù Cristo; e che questa tirannia fu stabilita quando, al posto di pastori, regnavano maschere, le quali, dopo aver spento ogni pietà di dottrina, si erano usurpate una licenza di far tutto senza alcuna discrezione.
Inoltre, vi sono evidenti testimonianze, tanto delle storie quanto di altri antichi scrittori, che mostrano che si trattò di una disciplina politica istituita soltanto dai vescovi, non di un’ordinanza posta da Cristo o dagli apostoli. Ne addurrò una sola, che basterà ampiamente a provare ciò che dico.
Sozomeno, uno degli autori della storia ecclesiastica, racconta che questa fu una costituzione dei vescovi, diligentemente osservata dalle chiese occidentali, e soprattutto a Roma: con ciò mostra che non fu un’ordinanza universale di tutte le chiese. Poi mostra che vi era un sacerdote specificamente destinato a questo ufficio: e così confuta pienamente l’invenzione di costoro, secondo cui le chiavi sarebbero state date indifferentemente, per la confessione, a tutto l’ordine dei sacerdoti. Infatti non era un ufficio comune di tutti, ma particolarmente l’incarico di uno solo, eletto dal vescovo a questo compito. Ed è quello che anche oggi i papisti chiamano “Penitenziere” nelle loro chiese cattedrali, il quale ha qualche riserva sui crimini più enormi.
Egli dice inoltre che questa usanza era a Costantinopoli, fino a quando una donna, fingendo di confessarsi, fu scoperta ad aver preso quel pretesto per coabitare con uno dei diaconi di quella chiesa. A causa di tale misfatto, Nettario, vescovo di quel luogo, uomo rinomato per santità e grande dottrina, abolì questa osservanza della confessione.
Che questi asini tendano le orecchie. Se la confessione auricolare fosse legge di Dio, come avrebbe osato Nettario romperla e abolirla? Accuseranno di eresia e di scisma quel santo personaggio, stimato e approvato da tutti gli antichi? Ma, con la medesima sentenza, condannerebbero la chiesa di Costantinopoli, anzi tutte le chiese orientali, che hanno disprezzato una legge (se dicono il vero) inviolabile e comandata a tutti i cristiani.
3:4:8 - Crisostomo: confessione a Dio senza “testimone” umano
Questa abrogazione è dimostrata così spesso da Crisostomo, che fu anch’egli vescovo di Costantinopoli, che è meraviglia come osino aprir bocca per replicare contro.
“Se vuoi cancellare i tuoi peccati”, dice, “confessali. Se hai vergogna di scoprirli a una persona, confessali ogni giorno nella tua anima. Non dico che tu li scopra a qualcuno che poi te li rinfacci: confessali a Dio, che può purgarli. Confessali nel tuo letto, affinché la tua coscienza riconosca ogni giorno il suo male”.
E ancora: “Non è necessario confessarsi davanti a un testimone: fa’ soltanto il riconoscimento nel tuo cuore. Questo esame non richiede testimone: basta che Dio solo ti veda e ti ascolti”.
E ancora: “Io non ti chiamo davanti alle persone per scoprire i tuoi peccati: esamina la tua coscienza davanti a Dio. Mostra la tua piaga al Signore, che ne è il medico, e pregalo di porvi rimedio. È colui che non rinfaccia nulla e guarisce benignamente il povero malato”.
E ancora: “Non voglio che tu ti confessi a una persona che poi possa rinfacciarti, o diffamarti pubblicando le tue colpe: mostra le tue piaghe a Dio, che è il buon medico”. Poi introduce Dio che parla in questo modo: “Io non ti costringo a venire in assemblea pubblica: confessa a me solo i tuoi peccati, affinché io ti guarisca”.
Diremo che san Crisostomo, parlando così, sia stato tanto temerario da liberare le coscienze dai legami coi quali sarebbero state strette dalla volontà di Dio? Non è così: ma ciò che egli intendeva non essere stato ordinato dal decreto di Dio, non osa richiederlo come necessario.
3:4:9 - La confessione secondo la Scrittura: mostrare le piaghe al Medico
Ma per sciogliere ancora meglio tutta la questione, insegneremo anzitutto fedelmente quale specie di confessione ci è stata data dalla Parola di Dio; poi mostreremo le invenzioni dei papisti sulla confessione: non tutte (chi potrebbe esaurire un mare così grande?), ma soltanto quelle che appartengono al nucleo della loro dottrina.
Mi dispiace dover avvertire che il traduttore, sia greco sia latino, ha spesso preso questo termine “confessare” nel senso di “lodare”, cosa notoria anche ai più rozzi ignoranti; e tuttavia è opportuno che sia scoperta l’audacia di questi miserabili, nel fatto che si armano del termine “confessione”, che significa semplicemente la lode di Dio, per coprire la loro tirannia.
Volendo provare che la confessione rallegra e ricrea le anime, adducono questo versetto del Salmo: “Verrò con voce di letizia e di confessione” (Salmo 42:5). Ora, se è lecito trasfigurare così ogni cosa, ne verranno fuori terribili scambi di “una cosa per un’altra”. Ma poiché i papisti hanno perduto ogni vergogna, è giusto che riconosciamo che Dio li ha precipitati in uno spirito reprobo, per rendere la loro temerarietà più detestabile.
Del resto, attenendoci alla pura semplicità della Scrittura, non saremo in pericolo di essere ingannati da tali travestimenti. Infatti essa ci prescrive un solo modo di confessarci debitamente: poiché è il Signore che rimette, dimentica e cancella i peccati, noi li confessiamo a lui per ottenere grazia e perdono. Egli è il medico: mostriamogli dunque le nostre piaghe. Egli è colui che è stato offeso e ferito: chiediamogli dunque misericordia e pace. Egli è colui che conosce i cuori e vede tutti i pensieri: apriamo dunque i nostri cuori davanti a lui. Egli è colui che chiama i peccatori: ritiriamoci dunque a lui.
“Io ti ho fatto conoscere il mio peccato”, dice Davide, “e non ho nascosto la mia iniquità. Ho detto: Confesserò contro me stesso la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l’iniquità del mio cuore” (Salmo 32:5). Tale è un’altra confessione di Davide: “Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua grande misericordia” (Salmo 51:1-3). Tale è pure quella di Daniele: “Noi abbiamo peccato, Signore, abbiamo agito perversamente, abbiamo commesso empietà e siamo stati ribelli, ritirandoci dai tuoi comandamenti” (Daniele 9:5).
Ve ne sono abbastanza altre simili che si vedono nella Scrittura e che potrebbero riempire un volume. “Se confessiamo i nostri peccati”, dice san Giovanni, “il Signore è fedele per perdonarceli” (1 Giovanni 1:9). A chi li confesseremo? A lui certamente: cioè, se con un cuore afflitto e umiliato ci prosterniamo davanti a lui; se, con vera sincerità, accusandoci e condannandoci davanti al suo volto, chiediamo di essere assolti dalla sua bontà e misericordia.
3:4:10 - Dalla confessione a Dio alla confessione pubblica: umiliazione e gloria della misericordia
Chiunque farà di cuore e davanti a Dio questa confessione, avrà senza dubbio anche la lingua pronta a confessione quando sarà necessario annunciare tra le persone la misericordia di Dio: e non soltanto per scoprire il segreto del proprio cuore a uno solo una volta e all’orecchio, ma per dichiarare liberamente, molte volte, pubblicamente e a uditorio intero, tanto la propria povertà quanto la gloria di Dio.
In questo modo Davide, dopo essere stato ripreso da Natan, pungolato da uno stimolo di coscienza, confessò il suo peccato davanti a Dio e davanti alle persone. “Ho peccato”, disse, “contro il Signore” (2 Samuele 12:13): cioè, non voglio più scusarmi né tergiversare, ma voglio che tutti mi giudichino peccatore, e che ciò che ho voluto restasse nascosto a Dio sia perfino manifestato alle persone.
Da questa confessione segreta, che si fa a Dio, deriva anche che il peccatore si confessi volontariamente davanti alle persone, tutte le volte che è opportuno farlo, o per umiliarsi, o per dare gloria a Dio. E per questa ragione nostro Signore aveva anticamente ordinato nella Legge che tutto il popolo si confessasse pubblicamente nel tempio per bocca del sacerdote (Levitico 16:21). Egli prevedeva infatti che ciò sarebbe stato un aiuto eccellente per indurre ciascuno a riconoscere rettamente le proprie colpe. Ed è ben giusto che, confessando la nostra miseria, magnifichiamo tra noi e davanti a tutto il mondo la misericordia di Dio.
3:4:11 - La confessione pubblica della chiesa: utilità, fondamento biblico e pratica ecclesiale
Ora, poiché questa specie di confessione deve essere ordinaria nella Chiesa, è bene farne uso in modo speciale, oltre l’uso consueto, qualora accada che tutto il popolo abbia commesso una colpa comune, in modo che tutti siano colpevoli davanti a Dio. Di ciò abbiamo un esempio nella confessione solenne fatta dal popolo su consiglio e istanza di Esdra e Neemia (Neemia 1:7). Poiché la lunga cattività che avevano sopportato, la distruzione della città e del tempio, e la dispersione del culto di Dio erano state una verga comune per punire le colpe di tutti, essi non potevano riconoscere adeguatamente il beneficio della loro liberazione se non confessando prima le proprie colpe.
E non importa se talvolta, in una chiesa, alcuni siano innocenti. Infatti, poiché sono membri di un corpo languente e mal disposto, non devono vantarsi di essere sani; anzi, non può accadere che non siano contaminati da qualche contagio, risultando in qualche modo colpevoli. Perciò, tutte le volte che siamo afflitti da peste, o da guerra, o da carestia, o da qualche altra avversità, il nostro dovere sarebbe di ricorrere al pianto e al digiuno, e ad altri segni di umiltà, e soprattutto alla confessione, dalla quale tutto il resto dipende.
Quanto alla confessione ordinaria che si fa in comune da tutto il popolo, oltre al fatto che è approvata dalla bocca di Dio, nessuno di sano giudizio la disprezzerà, considerando l’utilità che ne deriva. Infatti, poiché in ogni assemblea che teniamo nel tempio ci presentiamo davanti a Dio e ai suoi angeli, da dove possiamo meglio cominciare se non dal riconoscimento della nostra indegnità?
Qualcuno mi obietterà che ciò avviene in tutte le preghiere, poiché confessiamo sempre i nostri peccati pregando. Sì, è vero; ma se si considera la nostra negligenza e pesantezza, nessuno potrà negare che sia una santa e utile ordinanza ammonire espressamente il popolo cristiano, mediante un atto particolare, a umiliarsi. Infatti, sebbene la cerimonia che Dio aveva comandato al popolo d’Israele fosse parte dei rudimenti della Legge, tuttavia la realtà della cosa ci riguarda in qualche misura.
E in effetti vediamo che le chiese ben ordinate hanno questa consuetudine: che ogni domenica il ministro pronunci una confessione, tanto a suo nome quanto a nome del popolo, per rendere colpevole tutta l’assemblea davanti a Dio e domandare misericordia; e ciò non avviene senza frutto. Anzi, essa serve come una chiave per aprire la porta alla preghiera, sia in generale sia in particolare.
3:4:12 - Confessione particolare fraterna e confessione pastorale: libertà, consolazione e guardia contro la tirannia
Inoltre, la Scrittura ci raccomanda due altre specie di confessione particolare: l’una, che si fa per il nostro bene, alla quale mira la parola di san Giacomo, quando dice che confessiamo i nostri peccati gli uni agli altri (Giacomo 5:16). Egli intende che, dichiarando le nostre infermità gli uni agli altri, ci aiutiamo reciprocamente con consiglio e consolazione. L’altra, che si fa per amore del nostro prossimo, quando questi sia stato offeso dalla nostra colpa, per riconciliarlo e placarlo.
Quanto alla prima specie, sebbene la Scrittura, non assegnandoci una persona determinata alla quale scaricarci, ci lasci liberi di scegliere tra i fedeli chi riterremo opportuno per confessarci a lui, tuttavia, poiché i pastori devono essere più adatti di altri a questo compito, è cosa migliore rivolgersi preferibilmente a loro. E dico che sono più idonei degli altri, perché, per il dovere del loro ufficio, sono costituiti da Dio per istruirci su come dobbiamo vincere e correggere il peccato, e per assicurarci della bontà di Dio, al fine di consolarci.
Infatti, sebbene l’ufficio di ammonirci reciprocamente sia comune a tutti i cristiani, tuttavia è particolarmente imposto ai ministri. E perciò, come dobbiamo consolarci gli uni gli altri ciascuno secondo la propria misura, così d’altra parte vediamo che i ministri sono ordinati da Dio come testimoni e quasi come garanti, per assicurare le coscienze della remissione dei peccati: tanto che si dice che essi rimettono i peccati e sciolgono le anime (Matteo 16:19; 18:18; Giovanni 20:23).
Vedendo che ciò è loro attribuito, pensiamo che sia a nostro beneficio. Pertanto, ogni fedele, quando si troverà angosciato nel cuore per il rimorso dei propri peccati, al punto da non potersi risolvere a trovare pace senza un aiuto esterno, si ricordi di usare questo rimedio che Dio gli offre: vale a dire, di aprirsi al proprio pastore per essere alleviato, poiché l’ufficio di quest’ultimo è di consolare il popolo di Dio mediante la dottrina dell’Evangelo, tanto in pubblico quanto in privato.
Ma bisogna sempre vigilare affinché, dove Dio non ha imposto alcuna legge, le coscienze non siano assoggettate a un giogo determinato. Ne segue che questa forma di confessione deve restare libera, in modo che nessuno vi sia costretto, ma soltanto che si esorti coloro che ne hanno bisogno a usarla come un aiuto utile.
In secondo luogo, ne segue che coloro che ne fanno uso liberamente per la loro necessità non devono essere costretti per comando, né indotti con astuzie a raccontare tutti i loro peccati, ma solo quanto giudicheranno opportuno per ottenere un vero sollievo. I buoni e fedeli pastori devono non solo lasciare la Chiesa in questa libertà, ma anche mantenerla con tutte le loro forze, se vogliono conservare il loro ministero in purezza senza tirannia e impedire che il popolo cada nella superstizione.
3:4:13 - Confessione per la riconciliazione: offesa al prossimo, scandalo pubblico e disciplina antica
Segue la seconda specie di confessione particolare, della quale parla nostro Signore in san Matteo, quando dice: «Se dunque presenti la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con tuo fratello, e poi torna a offrire il tuo dono» (Matteo 5:23-24). Ecco dunque come bisogna ricomporre la carità che è stata infranta dalla nostra colpa: vale a dire, confessando di aver mancato e chiedendo perdono.
Sotto questo genere è compresa anche la confessione pubblica dei penitenti che hanno commesso qualche scandalo notorio nella Chiesa. Infatti, se il Signore Gesù stima tanto l’offesa privata di una sola persona da respingere dall’altare colui che ha offeso il proprio fratello, finché non lo abbia soddisfatto e non si sia riconciliato con lui, vi è a maggior ragione motivo che chi ha ferito la Chiesa con un cattivo esempio si riconcili con essa, riconoscendo la propria colpa.
In questo modo l’incestuoso di Corinto fu riammesso nella comunione dei fedeli, dopo essersi umilmente sottomesso alla disciplina (2 Corinzi 2:6). Questa forma è sempre durata nella Chiesa antica, come san Cipriano ne fa menzione. Parlando infatti dei peccatori pubblici, egli dice: «Essi fanno penitenza per un certo tempo; poi vengono a confessare il loro peccato, e sono ricevuti nella comunione con l’imposizione delle mani del vescovo e del clero».
Non si trova nella Scrittura altra maniera o forma di confessione che questa. E non spetta a noi legare o assoggettare le coscienze con nuovi vincoli, poiché Gesù Cristo proibisce severamente di tenerle in servitù. Del resto, tanto lungi dal voler impedire che le pecore si presentino al loro pastore quando si tratta di accostarsi alla Cena del Signore, vorrei anzi che questa consuetudine fosse osservata ovunque. Infatti coloro che hanno la coscienza appesantita possono usare questa opportunità per essere consolati; e il pastore ha accesso e occasione di ammonire coloro che ne hanno bisogno, purché ci si guardi sempre bene dalla tirannia e dalla superstizione.
3:4:14 - La vera funzione delle chiavi: assoluzione evangelica e consolazione delle coscienze
In tutti questi tre generi di confessione ha luogo la potestà delle chiavi: vale a dire quando la Chiesa domanda perdono a Dio con solenne riconoscimento dei propri peccati; oppure quando una persona che ha commesso una colpa scandalosa a danno della Chiesa rende testimonianza della propria penitenza; oppure quando colui che ha bisogno del consiglio e della consolazione del proprio ministro, perché agitato nella coscienza, gli manifesta la propria infermità.
Quanto al riparare le offese e al riconciliarsi con il prossimo, la ragione è diversa. Infatti, sebbene anche questo tenda ad appacificare le coscienze, tuttavia il fine principale è che, aboliti gli odi, i cuori siano uniti in buona pace. Ciò non toglie che anche l’altro frutto non sia da disprezzare, affinché ciascuno sia tanto più disposto a confessare francamente le proprie colpe.
Infatti, quando tutta la Chiesa si presenta come davanti al tribunale di Dio, rendendosi colpevole e confessando i propri demeriti, e protestando di avere il suo unico rifugio nella misericordia di Dio, non è poca consolazione avere lì presente l’ambasciatore di Gesù Cristo, incaricato di assolverla, e che le annunci l’assoluzione nel nome del suo Maestro e per la sua autorità, secondo il mandato che gli è stato dato. In ciò vediamo quanto valga l’uso delle chiavi e quale utilità ne riceviamo, quando questa ambasciata di riconciliazione si compie con quella riverenza e quell’ordine che le si addicono.
Allo stesso modo, quando colui che si era alienato dalla Chiesa è riaccolto nella comunione fraterna e ottiene il perdono della Chiesa, non è forse un grande beneficio per lui vedere che ottiene il perdono da coloro ai quali Gesù Cristo ha detto: «Tutto ciò che avrete sciolto e rimesso sulla terra sarà sciolto e rimesso in cielo» (Matteo 18:18; Giovanni 20:23)?
Parimenti, l’assoluzione particolare non è meno efficace né meno fruttuosa quando coloro che hanno bisogno di conferma nelle loro coscienze se ne avvalgono. Accade talvolta che una persona, pur avendo udito le promesse generali di Dio rivolte a tutta la Chiesa, non sia tuttavia risolta in sé stessa, ma resti ancora sospesa e incerta circa la remissione dei propri peccati. Ma se si reca dal suo pastore e gli manifesta segretamente il proprio male, e il pastore, indirizzando la sua parola a lei, la rassicura applicandole in modo particolare la dottrina generale, essa sarà debitamente certissima là dove prima era nel dubbio, e sarà liberata da ogni scrupolo per giungere alla pace della coscienza.
Tuttavia, quando si tratta di considerare la potestà delle chiavi, bisogna sempre guardarsi dall’immaginare una potestà data alla Chiesa che sia separata dalla predicazione dell’Evangelo. Sarà necessario chiarire questo punto più ampiamente altrove, quando parleremo del governo della Chiesa; e lì vedremo che tutta l’autorità che Dio ha dato per legare e sciogliere è congiunta alla Parola. Questa affermazione deve essere applicata in modo particolare al ministero delle chiavi, di cui qui si tratta. Infatti tutto consiste in questo: che la grazia dell’Evangelo sia confermata e quasi suggellata, tanto in pubblico quanto in privato, da coloro che Dio ha ordinato a questo ufficio, il che non può avvenire se non mediante la sola predicazione.
3:4:15 - Le dottrine papiste sulle chiavi: moltiplicazione arbitraria e confusione teologica
E i teologi papisti che cosa fanno? Ordinano che tutti coloro che sono di entrambi i sessi, non appena giunti all’età della discrezione, confessino almeno una volta l’anno tutti i loro peccati ai propri curati; e che il peccato non sia rimesso se non a coloro che abbiano il fermo proposito di confessarsi. Se tale proposito non è adempiuto quando si presenta l’occasione, non resta più alcun accesso al Paradiso.
Essi aggiungono che il sacerdote ha la potestà delle chiavi per legare o sciogliere il peccatore, poiché la parola di Cristo non può essere vana, quando ha detto che ciò che avranno legato sulla terra sarà legato in cielo, e così via. Ora essi stessi si combattono tra loro su questa potestà. Alcuni dicono che vi è una sola chiave essenzialmente, cioè la potestà di legare e sciogliere; che la scienza è sì necessaria per il buon uso, ma che è solo come un accessorio e non appartiene all’essenza. Altri, vedendo che questa licenza era troppo disordinata, hanno enumerato due chiavi: discernimento e potestà. Altri ancora, vedendo che con questa moderazione la temerarietà dei sacerdoti veniva frenata, hanno forgiato nuove chiavi: vale a dire l’autorità di discernere (che usano nel pronunciare sentenze definitive) e la potestà (che usano nell’eseguire le loro sentenze), e vi hanno aggiunto la scienza come consigliera.
Essi non osano interpretare semplicemente che “legare e sciogliere” significhi rimettere e cancellare i peccati, poiché odono il Signore dichiarare per mezzo del suo profeta: «Sono io, sono io che cancello le tue iniquità, Israele; sono io, e non ve n’è altro fuori di me» (Isaia 43:11, 25). Ma dicono che spetta al sacerdote pronunciare chi è legato o sciolto, e dichiarare di chi i peccati sono ritenuti o rimessi; e che il sacerdote fa questa dichiarazione o nella confessione, quando assolve o trattiene i peccati, oppure per sentenza, quando scomunica o assolve dalla scomunica.
Infine, vedendo che non riescono ancora a sottrarsi all’obiezione che spesso persone indegne sono legate o sciolte dai loro sacerdoti, e tuttavia non sono legate né sciolte in cielo, come ultimo rifugio rispondono che il dono delle chiavi deve essere inteso con una certa limitazione: cioè che Cristo ha promesso che la sentenza del sacerdote, giustamente pronunciata secondo i meriti di colui che si lega o si scioglie, sarà approvata da lui in cielo.
Aggiungono inoltre che queste chiavi sono state date da Cristo a tutti i sacerdoti e che sono loro conferite dai vescovi nella loro ordinazione, ma che l’uso spetta soltanto a coloro che esercitano uffici ecclesiastici; e così le chiavi rimangono anche agli scomunicati e ai sospesi, ma come arrugginite e inceppate. Coloro che dicono queste cose potrebbero sembrare sobri e moderati a confronto di altri, i quali, con una nuova officina, hanno fabbricato nuove chiavi, sotto le quali dicono che sia rinchiuso il tesoro della Chiesa, che esamineremo più avanti.
3:4:16 - L’impossibilità di “numerare” tutti i peccati e l’assurdità di farne condizione per il perdono
Risponderò brevemente a tutti questi punti, lasciando tuttavia per ora da parte quale diritto o quale ingiuria essi facciano subire alle anime dei fedeli con le loro leggi; poiché ciò sarà considerato a suo luogo. Ma quanto al fatto che impongono come legge il dover enumerare tutti i peccati, e negano che i peccati siano rimessi se non a chi abbia fermo proposito di confessarsi; e inoltre dicono che l’ingresso del Paradiso è chiuso a coloro che abbiano lasciato passare per disprezzo l’occasione di confessarsi, ciò non deve assolutamente essere tollerato.
Infatti, come intendono che si possano enumerare tutti i propri peccati, quando Davide, il quale, a mio parere, aveva meditato assai bene la confessione dei suoi peccati, non poteva tuttavia far altro che gridare: «Chi comprenderà le sue colpe? Signore, purgami dai miei mali occulti» (Salmo 19:12). E altrove: «Le mie iniquità mi hanno oltrepassato il capo, e come un grave fardello hanno superato le mie forze» (Salmo 38:4). Certamente egli comprendeva quanto grande fosse l’abisso dei nostri peccati, e quante specie di crimini vi siano nella persona: quante teste porti questo mostro del peccato, e quanto lunga coda trascini dietro di sé. Non si metteva dunque a farne un resoconto completo; ma dal profondo dei suoi mali gridava a Dio: «Sono oppresso, sepolto, soffocato; le porte dell’inferno mi hanno circondato: la tua destra mi tragga fuori da questo pozzo nel quale sono annegato, e da questa morte nella quale vengo meno».
Chi sarà ora colui che penserà di poter tenere il conto dei propri peccati, vedendo che Davide non poteva trovarne il numero?
3:4:17 - La tortura delle coscienze: scrupoli, disperazione e “rimedi” che avvelenano
Con questa gehenna sono state crudelmente tormentate le coscienze di coloro che avevano qualche sentimento di Dio. Anzitutto volevano “fare il conto”; e per farlo distinguevano i peccati in braccia, rami, rametti e foglie, secondo le distinzioni dei dottori confessori; poi pesavano qualità, quantità e circostanze. All’inizio la cosa procedeva loro abbastanza bene; ma, quando erano entrati un poco più avanti, non vedevano più che cielo e mare, senza trovare alcun porto o approdo.
E quanto più avanzavano, tanto più il numero cresceva: anzi, si innalzava davanti ai loro occhi come alte montagne che toglievano la vista e non lasciavano apparire alcuna speranza di poterne uscire alla fine. Rimanevano dunque in quell’angoscia e non trovavano infine altra via d’uscita che la disperazione.
Allora questi carnefici inumani, per guarire le ferite che avevano fatto, portavano un rimedio, vale a dire che ciascuno facesse ciò che è in lui. Ma allora nuovi affanni pungolavano, o piuttosto nuovi tormenti scorticavano le povere anime, quando questi pensieri si presentavano loro davanti: «Non vi ho dedicato abbastanza tempo; non vi ho applicato lo studio come si deve. Ho omesso una parte per negligenza, e la dimenticanza che proviene da negligenza non è scusabile».
Aggiungevano altri rimedi per attenuare questi mali: «Fa’ penitenza per la negligenza; se non è troppo grande, ti sarà perdonata». Ma tutte queste cose non possono chiudere la ferita, e non sono tanto rimedi per alleviare il male quanto veleni cosparsi di miele, affinché non offendano troppo per la loro asprezza al primo gusto, ma ingannino e arrivino alle parti vitali prima di essere avvertiti.
Quella voce terribile dunque preme sempre e tuona alle orecchie: «Confessa tutti i tuoi peccati»; e l’orrore non può essere placato se non con qualche consolazione. I lettori riflettano qui se sia possibile, alla fine dell’anno, rendere conto di tutto ciò che si è fatto e raccontare le colpe commesse ogni giorno. Infatti l’esperienza ci convince che, se si dovessero esaminare la sera le colpe commesse durante il giorno, la memoria ne sarebbe confusa, tanta varietà si presenta.
Non parlo di quegli ipocriti ottusi che credono di essersi assolti benissimo, avendo annotato tre o quattro grossi misfatti; ma dei veri servitori di Dio i quali, dopo aver fatto un retto esame delle loro colpe, vedendosi schiacciati passano ancora oltre e concludono con san Giovanni: «Se il nostro cuore ci condanna, Dio è maggiore del nostro cuore» (1 Giovanni 3:20). Perciò tremano davanti a quel grande Giudice, la cui conoscenza supera di gran lunga la nostra capacità.
3:4:18 - L’effetto reale della legge papista: impossibile, ipocritizzante e contraria alla vera regola della confessione
E il fatto che una grande parte del mondo si sia accontentata di tali addolcimenti, con i quali un veleno così mortale veniva addolcito, non avvenne perché le persone pensassero che Dio ne fosse soddisfatto o che essé stesse ne fossero appagate. Ma, come i marinai che gettano l’ancora in mezzo al mare si riposano dalla fatica della navigazione, o come un pellegrino stanco e sfinito si siede in mezzo alla via per riposare, così essi prendevano quel riposo, benché non fosse loro sufficiente.
Non mi affaticherò molto a mostrarlo vero: ciascuno può esserne testimone in sé stesso; ma dirò in breve quale sia stata questa legge. In primo luogo, essa è semplicemente impossibile; perciò non può che perdere, dannare, confondere, rovinare e gettare nella disperazione. Inoltre, avendo distolto i peccatori dal vero sentimento dei loro peccati, li rende ipocriti e ignoranti di Dio e di sé stessi.
Infatti, occupandosi del tutto nel computo dei peccati, essi dimenticano intanto il segreto abisso di vizio che hanno nel profondo del cuore, le loro iniquità interiori e le sporcizie nascoste, mediante la conoscenza delle quali avrebbero soprattutto dovuto valutare la loro miseria. Al contrario, la retta regola della confessione era confessare e riconoscere in noi un tale abisso di male, che supera perfino la nostra capacità di percezione.
Di questa forma vediamo composta la confessione del pubblicano: «Signore, sii propizio a me, che sono peccatore» (Luca 18:13); come se dicesse: «Tutto ciò che è in me non è altro che peccato, tanto che né il mio pensiero né la mia lingua possono comprenderne la grandezza; l’abisso della misericordia dunque inghiotta l’abisso dei miei peccati».
«Che dunque?», dirà qui qualcuno; «non bisogna confessare ogni peccato? Non vi è confessione gradita a Dio se non quella rinchiusa in queste tre parole: “Io sono peccatore”?» Io rispondo che piuttosto dobbiamo studiarci di esporre, per quanto è in noi, tutto il nostro cuore davanti a Dio; e non soltanto confessarci peccatori, ma, per ritenerci veramente tali, riconoscere con tutto il nostro pensiero quanto grande e quanto varia sia la sporcizia dei nostri peccati; non soltanto riconoscerci immondi, ma valutare quale sia la nostra immondizia, quanto grande e in quante parti; non soltanto riconoscerci debitori, ma valutare di quanti debiti siamo caricati e oppressi; non soltanto riconoscerci feriti, ma di quante e quanto gravi e mortali piaghe siamo colpiti.
Tuttavia, quando un peccatore si sarà scoperto davanti a Dio con tale conoscenza, deve ancora ritenere come vero e giudicare con sincerità che molti più mali gli restano di quelli che egli può stimare, e che la profondità della sua miseria è tale che non potrebbe mai esaminarla a fondo né trovarne la fine. E perciò gridi con Davide: «Chi comprenderà le sue colpe? Signore, purgami dai miei mali occulti» (Salmo 19:12).
Inoltre, quanto al loro affermare che i peccati non sono rimessi se non a condizione che si abbia un certo proposito di confessarsi, e che la porta del Paradiso è chiusa a chi ne abbia omesso l’opportunità: non accada mai che concediamo loro questo punto, poiché la remissione dei peccati non è ora diversa da ciò che è sempre stata. Tutti coloro che leggiamo aver ottenuto da Cristo la remissione dei peccati non sono detti essersi confessati all’orecchio di qualche messer Giovanni. E certo non potevano confessarsi, poiché allora non vi erano né confessori né confessione stessa; e ancora per molti anni dopo tale confessione fu sconosciuta, mentre in quel tempo i peccati furono rimessi senza la condizione che essi richiedono.
Ma affinché non disputiamo come su cosa dubbia, la Parola di Dio, che rimane eternamente, è manifesta: «Ogni volta che il peccatore si ravvedrà, io dimenticherò tutte le sue iniquità» (Ezechiele 18:21). Chi osa aggiungere a questa parola non lega i peccati, ma la misericordia di Dio.
Quanto a ciò che essi adducono - che non si può pronunciare giudizio se non si conosce la causa, e che dunque un sacerdote non può assolvere prima di aver udito il male - la soluzione è facile: coloro che si sono creati giudici di sé stessi usurpano temerariamente tale autorità. Ed è meraviglioso come usino una tale presunzione per fabbricarsi principi che nessuno di sano giudizio concederà loro.
Essi si vantano che sia stata data loro la carica di legare e sciogliere; come se fosse una giurisdizione che si eserciti in forma di processo. Ma che quel diritto da loro preteso sia stato sconosciuto agli apostoli, tutta la loro dottrina lo grida ad alta voce. E in effetti non spetta a un sacerdote sapere con certezza se il peccatore sia assolto, ma a colui al quale si deve chiedere l’assoluzione, cioè a Dio; poiché chi ascolta non potrà mai sapere se la confessione sia fatta come si deve. Perciò l’assoluzione sarebbe nulla, se non fosse ristretta alle parole di colui che si confessa.
C’è ancora di più: tutta la virtù dell’assolvere risiede nella fede e nel ravvedimento di chi chiede perdono; ora, queste due cose non possono essere conosciute da una persona mortale per pronunciarne sentenza. Ne segue dunque che la certezza di legare e sciogliere non è soggetta alla conoscenza di un giudice terreno; così che un ministro della Parola, esercitando debitamente il suo ufficio, non può assolvere se non condizionalmente. Ma questa sentenza è pronunciata in favore dei poveri peccatori: «Ciò che avrete rimesso sulla terra sarà rimesso in cielo», affinché non dubitino che la grazia loro promessa per comandamento di Dio sarà ratificata in cielo.
3:4:19 - Perché rigettare la confessione auricolare: nessun frutto, molti mali e scandali
Non è dunque meraviglia se rigettiamo questa confessione auricolare, cosa così pestilente e in tanti modi perniciosa per la Chiesa. E anche se fosse una cosa indifferente, tuttavia, poiché non reca alcun frutto né utilità, anzi è stata causa di tanti errori, sacrilegi ed empietà, chi è colui che non dica che debba essere abolita?
È vero che essi raccontano alcuni vantaggi che dicono provenirne e li esaltano quanto possono; ma sono tutti o inventati o frivoli. Ne hanno uno in singolare raccomandazione sopra gli altri: vale a dire che la vergogna di chi si confessa è una grave pena, mediante la quale egli diventa più avveduto per l’avvenire e previene la vendetta di Dio punendo sé stesso.
Come se non umiliassimo una persona con vergogna abbastanza grande, quando la chiamiamo a quel tribunale celeste e al giudizio di Dio; e come se fosse un gran profitto che, per vergogna davanti a una persona, cessiamo di peccare senza avere alcuna vergogna di avere Dio testimone della nostra cattiva coscienza. E per di più ciò che essi dicono è del tutto falso.
Infatti si vede comunemente a occhio che le persone non acquistano maggiore audacia e licenza di fare il male da altro che da questo: che, avendo fatto la loro confessione al sacerdote, stimano di potersi pulire la bocca e dire di non aver fatto nulla. E non solo diventano più arditi nel peccare per tutto l’anno, ma, non curandosi della confessione per il resto dell’anno, non sospirando a Dio, non tornano mai a considerarsi in sé stessi; ma accumulano peccati su peccati finché, come sembra loro, li vomitano tutti insieme una volta.
E quando li hanno vomitati, si credono ben scaricati del loro peso e d’aver tolto il giudizio di Dio, che hanno dato e trasferito al sacerdote; e pensano d’aver fatto sì che Dio abbia dimenticato ciò che hanno fatto conoscere al sacerdote. Inoltre, chi è colui che di buon animo vede avvicinarsi il giorno della confessione? Chi è colui che vi va di cuore libero, e non piuttosto, come se fosse trascinato in prigione per il collo, vi viene controvoglia e per forza? Se non forse i sacerdoti, che si dilettano gioiosamente a raccontarsi l’un l’altro le loro azioni come piacevoli storielle.
Non macchierò molta carta nel riferire le orribili abominazioni delle quali è piena la confessione auricolare; dico soltanto questo: se il santo uomo Nettario (del quale abbiamo parlato sopra) non agì sconsideratamente togliendo dalla sua Chiesa tale confessione, o piuttosto abolendola da ogni memoria, per un solo rumore di dissolutezza, noi oggi siamo abbastanza avvertiti di fare lo stesso, per gli infiniti lenocini, dissolutezze, adulteri e incesti che ne procedono.
3:4:20 - Le chiavi e lo Spirito Santo: senza lo Spirito non c’è uso legittimo delle chiavi
Quanto al fatto che essi mettono innanzi la potestà delle chiavi e in esse collocano tutta la forza del loro regno, dobbiamo vedere che cosa valga. Le chiavi dunque, dicono, sarebbero state date senza motivo? Sarebbe stato detto senza motivo: «Tutto ciò che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo» (Matteo 18:18)? Renderemo dunque vana la parola di Cristo?
Io rispondo che vi è stata una ragione più che sufficiente per cui le chiavi furono date, come ho già mostrato poco fa in parte, e sarà ancora meglio esposto trattando dell’escomunica. Ma che sarà, se con un solo colpo taglio la radice a tutte tali domande, negando che i loro sacerdoti siano vicari o successori degli apostoli? Tuttavia questo punto sarà trattato altrove.
Ora, proprio da ciò di cui vogliono munirsi, essi costruiscono una macchina per rovesciare tutte le loro fortezze. Infatti Cristo non concesse agli apostoli la potestà di legare e sciogliere prima di aver loro comunicato lo Spirito Santo. Io nego dunque che la potestà delle chiavi competa a qualcuno se non a colui che ha ricevuto lo Spirito Santo; e nego che qualcuno possa usare le chiavi, se non quando il governo e la guida dello Spirito Santo precedono e insegnano che cosa si debba fare.
Essi si vantano di avere lo Spirito Santo, ma con i loro fatti lo negano. A meno che non immaginino che lo Spirito Santo sia una cosa vana e da nulla, come vogliono far credere; ma non si presterà loro fede. Con questa macchina essi sono del tutto sovvertiti. Infatti, qualunque porta dicano di avere la chiave, noi dobbiamo sempre interrogarli su questo: se hanno lo Spirito Santo, che è il direttore e moderatore delle chiavi. Se rispondono di sì, bisogna domandare ancora se lo Spirito Santo possa fallire. Ciò non oseranno confessarlo apertamente, sebbene con la loro dottrina lo confessino in modo velato.
Bisognerà dunque concludere che nessun sacerdote ha la potestà delle chiavi, se temerariamente e senza discernimento lega coloro che il Signore voleva liberati e libera coloro che voleva legati.
3:4:21 - Potere senza Parola: assoluzione incerta, chiavi senza uso e dominio “senza Dio”
Quando si vedono convinti da evidente esperienza che legano e sciolgono indiscriminatamente degni e indegni, si attribuiscono la potenza senza la scienza. E benché non osino negare che la scienza sia richiesta per un buon uso, tuttavia insegnano che la potenza è ugualmente data anche a cattivi amministratori. Ma poiché la potenza è tale: «Ciò che avrai legato o sciolto sulla terra sarà legato e sciolto nei cieli», bisogna che la promessa di Gesù Cristo menta, oppure che coloro che sono costituiti in questa potenza leghino e sciolgano come devono.
E non possono tergiversare dicendo che la promessa di Cristo è limitata secondo i meriti di colui che è legato o assolto. Noi, da parte nostra, confessiamo certamente che nessuno può essere legato o assolto se non colui che ne è degno; ma i messaggeri dell’Evangelo e la Chiesa hanno la Parola per misurare questa dignità.
È mediante questa Parola che i messaggeri evangelici possono promettere a tutti la remissione dei peccati in Cristo mediante la fede, e possono denunciare la condanna a tutti e sopra tutti coloro che non avranno abbracciato Cristo. In questa Parola la Chiesa pronuncia che tutti i fornicatori, adulteri, ladri, omicidi, avari, ingiusti non hanno alcuna parte nel regno di Dio (1 Corinzi 6:9-10), e li stringe con legami fortissimi. In questa stessa Parola essa scioglie coloro che, ritornando a penitenza, essa consola.
Ma quale sarà questa potenza, se non sanno che cosa si debba legare o sciogliere, dato che non si può legare o sciogliere se non lo si sa? Perché dunque dicono di dare l’assoluzione per autorità a loro concessa, dal momento che l’assoluzione è incerta? A che serve questa potenza immaginaria, il cui uso è nullo?
Ora, io ho già ottenuto che o essa è del tutto nulla, o è così incerta che dev’essere reputata nulla. Infatti, poiché confessano che la maggior parte dei sacerdoti non usa rettamente le chiavi; e d’altra parte che la potenza delle chiavi, senza l’uso legittimo, è senza efficacia; chi mi darà certezza che colui dal quale sono assolto sia un buon amministratore delle chiavi? E se è cattivo, che cosa mi dà se non questa frivola assoluzione: «Io non so che cosa si debba legare o sciogliere in te, poiché non ho alcun uso delle chiavi; ma se tu lo meriti, io ti assolvo»?
E tanto potrebbe fare - non dico un laico, perché ciò li irriterebbe troppo - ma un Turco o un diavolo. Infatti ciò vale quanto dire: «Io non ho la Parola di Dio, che è la regola certa del legare e sciogliere; ma mi è data autorità di assolverti, se tu lo meriti così».
Vediamo dunque a che cosa miravano quando hanno determinato che le chiavi fossero l’autorità di discernere e la potenza di eseguire, e che la scienza intervenisse come consigliera per il buon uso: cioè, che licenziosamente e a briglia sciolta hanno voluto regnare senza Dio e senza la sua Parola.
3:4:22 - Assoluzione papale e assoluzione evangelica: giudizio umano incerto contro promessa condizionale certa
Se qualcuno obietta che i veri ministri e pastori eserciteranno il loro ufficio nella medesima perplessità, poiché l’assoluzione che dipende dalla fede sarà sempre dubbia, e quindi che sarà un sollievo ben magro o del tutto nullo per i peccatori essere assolti da colui che, non essendo giudice sufficiente della loro fede, non è sicuro della loro assoluzione, la risposta è pronta.
Infatti i papisti dicono che un sacerdote non può perdonare i peccati se non li ha conosciuti; così la remissione dipende dal giudizio e dall’esame di una persona mortale: e se questa non discerne prudentemente chi sia degno di ottenere perdono oppure no, ciò che fa è frivolo e senza alcun valore. In breve, la potenza che essi si attribuiscono è una giurisdizione congiunta con un esame, al quale restringono l’assoluzione.
Ora, in tutto ciò non vi è nulla di fermo, ma solo un profondo abisso: poiché, se la confessione non è intera, la speranza di ottenere grazia sarà tanto più diminuita e recisa; d’altra parte il sacerdote resterà in sospeso, non sapendo se il peccatore assolva fedelmente o no al dovere di raccontare le proprie colpe.
Inoltre, vi è una tale rozzezza e bestialità nei sacerdoti, che la maggior parte non è più adatta a esercitare questo ufficio di quanto lo sarebbe un calzolaio a lavorare i campi; e gli altri hanno giusta causa di essere sospetti a sé stessi. In breve, la confusione e la perplessità che noi attribuiamo all’assoluzione papale consiste nel fatto che essi vogliono che sia fondata sulla persona del sacerdote; e non solo su di lui, ma sulla sua conoscenza, così che egli giudichi soltanto di cose che gli sono riferite, che ha interrogato e delle quali è ben informato.
Ora, se si domanda a questi buoni dottori se un peccatore sia riconciliato con Dio quando una parte dei suoi peccati gli è rimessa, non vedo che possano rispondere se non che saranno costretti a confessare che, mentre i peccati dimenticati o omessi da chi si confessa restano ancora da perdonare, tutto ciò che il sacerdote pronuncia quanto all’assoluzione di quelli che egli ha udito è inutile.
Quanto a colui che si confessa, appare in quale stretta e angoscia la sua coscienza sia tenuta legata, quando, riposando sulla discrezione del sacerdote, non può avere nulla di stabile dalla Parola di Dio.
La dottrina che noi insegniamo non è affatto soggetta a tali assurdità. L’assoluzione è condizionale: cioè che il peccatore si confidi che Dio gli è propizio, purché cerchi senza finzione la purificazione dei suoi peccati nel sacrificio di Gesù Cristo, e si appoggi alla grazia che gli è offerta. In tal modo il pastore, che pubblica secondo il suo ufficio ciò che gli è stato detto dalla Parola di Dio, non può fallire; e il peccatore, da parte sua, riceve un’assoluzione del tutto certa e palese, poiché gli è semplicemente proposto di abbracciare la grazia di Gesù Cristo secondo la regola generale di quel buon Maestro, che è stata malvagiamente violata nel papato: cioè che sia fatto a ciascuno secondo la sua fede (Matteo 9:29).
3:4:23 - Confondere predicazione, disciplina ed escomunica: abuso delle “chiavi” e introduzione di pene e soddisfazioni
Ho promesso di mostrare altrove quanto grossolanamente essi mescolino ciò che nella Scrittura è distinto quanto alla potenza delle chiavi; e il luogo sarà più opportuno quando tratteremo del governo della Chiesa. Tuttavia i lettori sappiano che ciò che è detto in parte della predicazione dell’Evangelo e in parte della scomunica è malamente e scioccamente distorto alla confessione segreta.
E così, quando adducono che l’autorità di sciogliere è stata data agli apostoli affinché i sacerdoti perdonino i peccati dei quali saranno informati, in ciò partono da un principio falso e frivolo. Infatti l’assoluzione che serve alla fede non è altro che una testimonianza tratta dalle promesse gratuite dell’Evangelo, per annunciare ai peccatori che Dio ha fatto loro misericordia. L’assoluzione che serve alla disciplina della Chiesa non riguarda i peccati segreti, ma appartiene a dare esempio, affinché lo scandalo pubblico sia riparato.
Quanto ai passi che essi raccolgono qui e là per mostrare che non basta confessare i propri peccati a Dio solo o alle persone laiche, tutta la fatica che vi impiegano è così mal spesa da doverli far arrossire. Infatti, se talvolta gli antichi dottori esortano i peccatori a confessare le loro colpe ai pastori per esserne alleviati, non è perché li costringano a farne un elenco, cosa che allora non era in uso.
Inoltre, il Maestro delle Sentenze e i suoi simili sono stati così perversi che pare si siano deliberatamente rivolti a libri supposti e bastardi per trarne una copertura con cui ingannare i semplici. È ben fatto a loro confessare che, poiché l’assoluzione accompagna sempre la penitenza, a parlare propriamente, il legame della condanna è spezzato quando il peccatore è toccato nel vivo, benché non si sia ancora confessato; e perciò il sacerdote non rimette tanto i peccati quanto li pronuncia e dichiara rimessi.
Benché, con questo termine “dichiarare”, essi introducano obliquamente un cattivo errore: quello di supporre una cerimonia - fare un segno di croce sulla schiena - al posto della dottrina. Quanto a ciò che aggiungono, cioè che colui che ha già ottenuto perdono davanti a Dio è assolto davanti al volto della Chiesa, essi parlano scioccamente, estendendo troppo largamente a ciascuno in particolare ciò che è stato ordinato soltanto per la disciplina comune della Chiesa, affinché siano riparati gli scandali notori.
Ma ancora essi pervertono e corrompono tutta la moderazione che avevano stabilito, aggiungendo subito un altro modo di rimettere i peccati, vale a dire con l’imposizione di pena e soddisfazione. In ciò danno licenza ai loro sacerdoti di spezzare a metà ciò che Dio promette interamente dappertutto. Poiché, dato che egli richiede semplicemente penitenza e fede, è sacrilegio dire che vi sia ancora un’altra parte da aggiungere. Questo vale quanto se i sacerdoti si facessero controllori di Dio per opporsi alla sua Parola, non volendo permettere che egli riceva i poveri peccatori per pura liberalità, se prima non sono comparsi davanti al loro seggiolino per esservi castigati.
3:4:24 - La confessione auricolare come legge umana: tirannia, sacrilegio e pestilenza spirituale
Tutta la somma si riduce a questo: che se vogliono fare Dio autore di questa confessione falsamente inventata, la loro menzogna sarà presto confutata, come ho mostrato che sono falsari in quei pochi passi che adducono. Ora, poiché appare che è una legge forgiata dalle persone, dico che è tirannica, e che imponendola si è fatta una grande ingiuria a Dio, il quale, vincolando le coscienze alla sua Parola, ha voluto che esse fossero libere dal giogo e dall’impero delle persone.
Inoltre, quando per ottenere perdono si impone necessità a una cosa che Dio ha lasciato in libertà, dico che è un sacrilegio intollerabile, poiché non vi è nulla più proprio di Dio che perdonare i peccati, e in ciò consiste anche la nostra salvezza.
Ho pure mostrato che questa tirannia è stata stabilita in un tempo in cui il mondo era confuso in una barbarie così vile che non se ne può immaginare di peggiore. Parimenti ho provato che questa legge è mortale come una peste: poiché, se le povere anime sono toccate dal timore di Dio, essa le precipita nella disperazione; se sono assopite, addolcendole con vane lusinghe, le rende ancora più ottuse.
Infine ho scoperto che, quali che siano gli addolcimenti che essi apportano, tutto tende a inviluppare, oscurare e depravare la pura dottrina, e a coprire o travestire le loro empietà, truccandole con falsi colori.
3:4:25 - La “soddisfazione”: opere come riscatto e merito contro la remissione gratuita in Cristo
Essi danno alla soddisfazione il terzo posto nella penitenza, e tutto ciò che ne ciarlano può essere rovesciato con una sola parola. Dicono che non basta al penitente astenersi dai mali passati e migliorare la propria vita, se non soddisfa a Dio per ciò che ha commesso. E propongono molti mezzi per riscattare i peccati: vale a dire lacrime, digiuni, offerte, elemosine e altre opere di carità, mediante le quali dicono che dobbiamo placare Dio, pagare ciò che è dovuto alla sua giustizia, compensare le nostre colpe e acquistare il perdono.
Infatti, benché il Signore, per la liberalità della sua misericordia, ci abbia rimesso la colpa, tuttavia, per la disciplina della sua giustizia, egli trattiene la pena, che bisogna riscattare con la soddisfazione. Tuttavia tutto si riduce a questo: che per la clemenza di Dio otteniamo il perdono dei peccati, ma che ciò avviene mediante il merito delle nostre opere, le quali sono una compensazione delle colpe commesse, affinché la giustizia di Dio sia soddisfatta.
A tali menzogne oppongo la remissione gratuita dei peccati, la quale è così chiaramente esposta nella Scrittura che nulla di più. Anzitutto, che cos’è “remissione”, se non un dono di pura liberalità? Infatti un creditore non è detto “rimettere” quando, con la ricevuta, attesta che il pagamento gli è stato fatto; ma quando, senza ricevere nulla, libera liberalmente e francamente dal debito.
Perché poi la Scrittura aggiunge “gratuitamente”, se non per togliere ogni fantasia di soddisfazione? Con quale audacia dunque essi rialzano ancora le loro soddisfazioni, che sono così potentemente fulminate? E che dire? Quando il Signore grida per mezzo di Isaia: «Sono io, sono io che cancello le tue iniquità per amor di me stesso, e non mi ricorderò più dei tuoi peccati» (Isaia 43:25), non dichiara forse apertamente che la causa e il fondamento di questa remissione viene dalla sola bontà?
Inoltre, poiché tutta la Scrittura rende testimonianza a Gesù Cristo che la remissione dei peccati deve essere ricevuta nel suo nome (Romani 5:8; Colossesi 2:14; Tito 3:5; Isaia 52:3; Atti 10:43), non esclude forse tutti gli altri nomi? Come dunque insegnano di riceverla nel nome delle soddisfazioni?
E non dicano che, benché le soddisfazioni ne siano mezzi, tuttavia non è nel loro nome, ma nel nome di Gesù Cristo. Infatti, quando la Scrittura dice “nel nome di Cristo”, intende che non vi portiamo nulla né pretendiamo nulla di nostro, ma che vi veniamo per amore del solo Cristo; come san Paolo, affermando che Dio riconciliava il mondo nel suo Figlio, non imputando alle persone i peccati per amore di lui, aggiunge subito il modo: che colui che non conobbe peccato fu fatto peccato per noi (2 Corinzi 5:19, 21).
3:4:26 - “Dopo il battesimo servono soddisfazioni”: confutazione e sufficienza perpetua di Cristo come avvocato e propiziazione
Qui, secondo la loro perversità, replicano che la riconciliazione e la remissione sono bensì fatte una volta, quando siamo ricevuti in grazia per Cristo nel battesimo; ma che, se dopo il battesimo ricadiamo, dobbiamo rialzarci mediante soddisfazioni; e che, in ciò, il sangue di Cristo non ci giova in nulla, se non in quanto ci è amministrato mediante le chiavi della Chiesa.
Io non parlo di cosa ambigua, poiché essi dichiarano apertamente la loro empietà in questo punto (1 Pietro 2:24); e non soltanto uno o due tra loro, ma tutte le loro scuole. Infatti il loro maestro, dopo aver confessato, secondo la parola di san Pietro, che Cristo ha pagato sulla croce il debito dei nostri peccati, corregge subito questa affermazione con un’eccezione: cioè che nel battesimo tutte le pene temporali dei peccati ci sono rilasciate, ma dopo il battesimo sono diminuite mediante la penitenza; così che, per ottenere ciò, la croce di Cristo e la nostra penitenza cooperano insieme.
Ma san Giovanni parla ben diversamente: «Se qualcuno», dice, «ha peccato, noi abbiamo un Avvocato presso il Padre, Gesù Cristo; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati. E ancora: Io vi scrivo, piccoli figli, perché nel suo Nome vi sono rimessi i peccati» (1 Giovanni 2:1-2, 12).
Egli certamente parla ai fedeli: ai quali, proponendo Gesù Cristo come propiziazione dei peccati, mostra che non vi è altra soddisfazione con la quale l’offesa contro Dio possa essere placata. Non dice: “Dio vi è stato una volta riconciliato per mezzo di Cristo, ora cercate altri mezzi per riconciliarvi”; ma lo costituisce Avvocato perpetuo, che con la sua intercessione ci rimette sempre nella grazia del Padre; e propiziazione perpetua, per la quale i peccati sono continuamente purgati.
Infatti ciò che diceva san Giovanni Battista è vero per sempre: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1:29): è lui, dico, che lo toglie, non un altro; cioè, poiché egli è l’Agnello di Dio, egli è anche l’unica offerta per i peccati, purificazione e soddisfazione.
Poiché, così come il diritto e l’autorità di perdonare i peccati sono propriamente attribuiti al Padre, Gesù Cristo è posto al secondo grado come mezzo, in quanto ha preso su di sé la pena che ci era dovuta, per cancellare la memoria delle nostre offese davanti a Dio. Ne segue che non possiamo essere partecipi della purificazione da lui compiuta se non gli lasciamo interamente l’onore che gli rapiscono coloro che tentano di placare Dio con le loro compensazioni.
3:4:27 - Salvaguardare l’onore di Cristo e dare pace alle coscienze: contro la cooperazione delle opere dopo la “prima remissione”
Qui vi sono due cose da considerare: primo, che l’onore che appartiene a Cristo gli sia conservato interamente; secondo, che le coscienze, assicurate del perdono dei loro peccati, abbiano riposo con Dio.
Isaia dice che il Padre ha posto sul suo Figlio le iniquità di tutti noi, affinché per la sua piaga fossimo guariti (Isaia 53:4-6). San Pietro, ripetendolo con altre parole, dice che Cristo ha portato nel suo corpo sul legno tutti i nostri peccati (1 Pietro 2:24). San Paolo insegna che il peccato è stato condannato nella sua carne quando egli fu fatto peccato per noi: cioè che tutta la forza e la maledizione del peccato sono state uccise nella sua carne, quando egli fu dato per noi in sacrificio, sul quale fosse gettato tutto il fardello dei peccati, con la sua maledizione ed esecratione, con il giudizio di Dio e la condanna di morte (Romani 8:3; Galati 3:13).
Qui non si ode affatto quella favola e menzogna che dopo il battesimo nessuno di noi partecipi della virtù della morte di Cristo se non in quanto soddisfa con la penitenza per i suoi peccati. Ma la Scrittura ci richiama, tutte le volte che abbiamo peccato, all’unica soddisfazione di Cristo.
Consideriamo dunque la loro maledetta dottrina: cioè che la grazia di Dio opera da sola nella prima remissione; e che, se poi ci accade di cadere, le nostre opere cooperino per ottenere perdono. Se ciò fosse vero, come potrebbero accordarsi a Cristo le testimonianze che abbiamo citato? Quanta differenza vi è tra dire che le nostre iniquità siano state poste su Cristo per essere purgate in lui, e dire che siano pulite mediante le nostre opere! Che Cristo sia propiziazione per i nostri peccati, e che si debba placare Dio mediante le nostre opere!
Ora, se si tratta di dare riposo alla coscienza, quale tranquillità sarà per essa udire che si debbano riscattare i peccati mediante soddisfazione? Quando mai potrà essere certa d’aver compiuto la sua soddisfazione? Dunque dubiterà sempre se Dio le sia propizio, e sarà in perpetuo tormento e orrore.
Infatti coloro che si accontentano di soddisfazioni leggere disprezzano troppo la giustizia di Dio e non stimano abbastanza quanto grave sia la colpa del peccato, come diremo altrove. E anche se concedessimo loro che qualche peccato potesse essere riscattato, che farebbero, caricati di tanti peccati, alla soddisfazione dei quali cento vite, senza far altro, non potrebbero bastare?
C’è anche un altro punto: che dovunque si parla della pura gratuità di Dio nel perdonare i peccati, il discorso non si rivolge a coloro che non sono ancora battezzati, ma ai figli di Dio, che sono stati rigenerati e nutriti per lungo tempo nel seno della Chiesa. Quell’ambasciata che san Paolo magnifica così altamente, dicendo: «Vi prego nel nome di Dio: riconciliatevi con Dio» (2 Corinzi 5:20), non è per gli estranei, ma per coloro che già da tempo erano membri della Chiesa.
E tuttavia, abbattendo ogni soddisfazione e comandando loro di astenersene, essa li rimanda alla croce di Cristo. Parimenti ciò che egli scrive ai Colossesi, che Gesù Cristo ha pacificato mediante il suo sangue ciò che è in cielo e ciò che è in terra (Colossesi 1:20), non è ristretto a un istante di tempo, quando siamo ricevuti nella Chiesa, ma a tutto il corso della fede. E questo è chiarito meglio dal seguito del testo, dove dice che i fedeli hanno la redenzione mediante il sangue di Cristo, cioè la remissione dei loro peccati. È superfluo ammassare molte testimonianze, che si incontrano qua e là.
3:4:28 - Peccati “mortali” e “veniali”: una distinzione che deride Dio e non salva dalla necessità infinita di soddisfare
Qui essi ricorrono a un rifugio di frivola distinzione: cioè che dei peccati alcuni sono mortali, altri veniali; che per i primi occorra una grande soddisfazione, mentre i secondi si possono purgare con rimedi facili, come la preghiera del Padre nostro, prendere acqua benedetta e l’assoluzione della messa. Ecco come essi scherzano e si burlano di Dio.
Ma, sebbene abbiano sempre in bocca i nomi di peccato mortale e veniale, non hanno tuttavia saputo distinguere l’uno dall’altro, se non in questo modo: che dell’empietà e della sudiciume del cuore umano (che è il peccato più orribile davanti a Dio) fanno un peccato veniale.
Noi invece, come la Scrittura (che è la regola del bene e del male) ci insegna, dichiariamo che il salario del peccato è la morte e che l’anima che avrà peccato è degna di morte. E inoltre che i peccati dei fedeli sono veniali: non già perché non meritino la morte, ma perché, per la misericordia di Dio, non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Gesù Cristo; poiché i loro peccati non sono imputati, ma sono cancellati per grazia.
Io so quanto calunnino questa dottrina, dicendo che è il paradosso degli Stoici, i quali facevano tutti i peccati uguali. Ma saranno facilmente confutati dalla loro stessa bocca. Poiché io domando se, tra i peccati che essi confessano essere mortali, non ne riconoscano uno più grande dell’altro. Non segue dunque che i peccati siano uguali, solo perché sono ugualmente mortali.
Ora, poiché la Scrittura stabilisce che la morte è il salario del peccato, e come l’obbedienza alla Legge è la via della vita così la trasgressione è morte, essi non possono sottrarsi a questa sentenza. Quale via dunque troveranno per soddisfare in una tale moltitudine di peccati? Se la soddisfazione di un peccato si potesse compiere in un giorno, mentre la compiono ne commetteranno molti, poiché non passa giorno in cui il giusto non pecchi molte volte. E quando vorranno soddisfare per molti, ne commetteranno ancora di più, fino a giungere a un abisso senza fine. Parlo anche dei più giusti. Ecco già tolta ogni fiducia di soddisfare. Che cosa pensano o che cosa attendono? come osano ancora pensare di soddisfare?
3:4:29 - Colpa e pena: la distinzione che cade davanti alla Scrittura e alla promessa di “non ricordare” i peccati
Essi si sforzano di districarsi, ma non riescono a venirne a capo. Si fabbricano una distinzione tra pena e colpa: e confessano che la colpa è rimessa per la misericordia di Dio; ma, rimessa la colpa, dicono che resta la pena, la quale la giustizia di Dio richiede sia pagata; e perciò che le soddisfazioni appartengono alla remissione della pena.
Che leggerezza è questa! Ora fanno gratuita la remissione della colpa, mentre altrove comandano di meritarla mediante preghiere, lacrime e altre preparazioni. Ma ancora, tutto ciò che ci è insegnato nella Scrittura combatte direttamente contro questa distinzione; e benché io creda di averlo già provato abbastanza bene sopra, produrrò tuttavia ancora alcune testimonianze che, come spero, stringeranno questi serpenti in modo tale che non potranno neppure piegare la punta della coda.
Così dice Geremia: questa è la nuova alleanza che Dio ha fatto con noi nel suo Cristo: che non si ricorderà più delle nostre iniquità (Geremia 31:31-34). Impareremo dall’altro profeta che cosa significhi questo, dove il Signore dice: «Se il giusto si allontana dalla sua giustizia, non mi ricorderò più di tutte le sue giustizie. Se il peccatore si ritrae dalla sua iniquità, non mi ricorderò più di tutte le sue colpe» (Ezechiele 18:24, 27).
Quando dice che non si ricorderà più della giustizia, vuole farci intendere che non avrà alcun riguardo alle buone opere per ricompensarle. Dunque, al contrario, “non ricordarsi dei peccati” significa non prenderne alcuna punizione. È ciò che si dice altrove: gettarli dietro le spalle, cancellarli come una nube, gettarli in fondo al mare, non imputarli e averli nascosti (Isaia 38:17; 44:22; Michea 7:19; Salmo 32:1). Con tali modi di parlare lo Spirito Santo ci avrebbe spiegato abbastanza chiaramente il suo senso, se ci rendessimo docili ad ascoltarlo.
Certo, se Dio punisce i peccati, li imputa; se ne fa vendetta, se ne ricorda; se li chiama in giudizio, non li tiene nascosti; se li esamina, non li mette dietro le spalle; se li guarda, non li ha cancellati come una nube; se li mette davanti, non li ha gettati in fondo al mare.
E in questo modo lo interpreta chiaramente sant’Agostino: «Se Dio ha nascosto i peccati», dice, «non ha voluto guardarli; se non ha voluto guardarli, non ha voluto prenderne cura; se non ha voluto prenderne cura, non ha voluto punirli: non ha voluto riconoscerli e ha preferito perdonarteli». Perché dunque si dice che i peccati sono nascosti? Perché non appaiano. E che cosa significa che Dio non vede i peccati, se non che non li punisce?
Ora ascoltiamo altrove dal profeta in qual modo e qualità il Signore rimette i peccati: «Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto, saranno bianchi come neve; se sono rossi come porpora, saranno come lana» (Isaia 1:18). E in Geremia si legge: «In quel giorno si cercherà l’iniquità di Giacobbe e non sarà trovata; poiché in verità sarà nulla, perché avrò misericordia delle reliquie che conserverò» (Geremia 50:20).
Se vogliamo sapere brevemente qual è il senso di queste parole, consideriamo al contrario che cosa significano quelle locuzioni quando il Signore dice che lega le iniquità in un sacco, le piega in un fascio e le incide con la punta di un ferro (Giobbe 14:17; Osea 13:12; Geremia 17:1). Certo, se ciò significa che il Signore ne farà la punizione (e non vi è dubbio), non dobbiamo dubitare che le prime affermazioni promettano che Dio non punirà le colpe che rimetterà.
Qui devo scongiurare i lettori: non ascoltino le mie glosse, ma diano luogo alla Parola di Dio.
3:4:30 - Cristo ha portato anche la pena: redenzione come riscatto e sacrificio unico, contro ogni soddisfazione
Che cosa ci avrebbe portato Cristo, se la pena fosse sempre richiesta per i nostri peccati? Infatti quando diciamo che egli ha portato nel suo corpo tutti i nostri peccati sul legno (1 Pietro 2:24), non intendiamo altro se non che egli ha ricevuto tutta la pena e la vendetta dovute ai nostri peccati.
Isaia lo ha espresso più vivamente quando ha detto che la punizione, o correzione, della nostra pace è stata sopra di lui (Isaia 53:5). E che cos’è “la correzione della nostra pace”, se non la punizione dovuta ai nostri peccati, che noi avremmo dovuto portare prima di poter essere riconciliati con Dio, se Cristo non se ne fosse fatto carico per noi?
Vediamo qui evidentemente che Cristo ha sofferto le pene dei peccati per liberarne i suoi. E quando san Paolo fa menzione della redenzione da lui compiuta, la chiama comunemente in greco apolytrosis, che non significa semplicemente “redenzione” nel senso volgare, ma il prezzo e la soddisfazione che in francese chiamiamo “riscatto”. Per questa ragione egli dice in un luogo che Cristo si è fatto riscatto per noi, cioè si è costituito garante al nostro posto, per liberarci pienamente da tutti i debiti dei nostri peccati (Romani 3:24; 1 Corinzi 1:30; Efesini 1:7; Colossesi 1:14; 1 Timoteo 2:6).
«Che cos’è la propiziazione presso Dio», dice sant’Agostino, «se non un sacrificio? E che cos’è il sacrificio, se non ciò che è stato offerto nella morte di Cristo?»
Ma soprattutto abbiamo un argomento fermo in ciò che nella Legge di Mosè è ordinato circa il modo di espiare, cioè di purgare i peccati. Poiché il Signore non insegna lì molte maniere di soddisfare, ma stabilisce, per ogni compensazione, i sacrifici soltanto. E, sebbene enumeri diligentemente in ordine tutti i sacrifici che si dovevano fare secondo la diversità dei peccati, che cosa significa che non comandi al peccatore di soddisfare mediante buone opere e meriti per ottenere il perdono, ma per ogni espiazione richieda che si sacrifichi, se non che così attesta che vi è un solo genere di soddisfazione per la quale la sua giustizia è placata?
Infatti i sacrifici che allora immolavano gli Israeliti non erano stimati come opere di persone, ma prendevano valore dalla loro verità, cioè dal sacrificio unico di Cristo.
Quanto alla ricompensa che Dio riceve da noi, il profeta Osea l’ha elegantemente indicata con una parola: «Signore, tu abolirai tutte le nostre iniquità»; ecco la remissione dei peccati. «E noi ti renderemo sacrifici delle nostre labbra» (Osea 14:3); ecco la soddisfazione, che non è altro che azione di grazie.
Io so che essi hanno un’altra sottigliezza per fuggire, distinguendo tra la punizione eterna e quelle temporali. Ma poiché dicono che, eccetto la morte eterna, ogni male e avversità che soffriamo tanto nei corpi quanto nelle anime è punizione temporale, non guadagnano molto con questa via di scampo.
Infatti i passi che abbiamo addotto mostrano soprattutto che Dio ci riceve a misericordia a tale condizione che, rimettendoci la colpa, ci rimette anche tutta la punizione che avevamo meritato. E tutte le volte che Davide e i profeti domandano a Dio perdono dei loro peccati, chiedono anche che la pena sia loro rimessa; anzi il timore del giudizio di Dio li spinge a ciò. D’altra parte, quando essi promettono che Dio userà misericordia, in modo particolare e quasi deliberatamente insistono su questo articolo: che egli rimetterà la punizione.
Certo, quando Dio promette per mezzo di Ezechiele di ricondurre il suo popolo dalla cattività di Babilonia, e ciò per amore di sé stesso e non a causa del popolo (Ezechiele 36:21, 32), mostra bene che ciò è gratuito.
Infine, se Cristo ci libera dal giudizio di Dio suo Padre, affinché non siamo più ritenuti colpevoli, ne segue che le pene alle quali eravamo soggetti cessano nello stesso tempo.
3:4:31 - Argomenti scritturali invocati per la soddisfazione: distinzione tra giudizio di vendetta e giudizio di correzione
Ma poiché da parte loro si armano di testimonianze della Scrittura, vediamo quali argomenti ci oppongono.
Davide, dicono, ripreso dal profeta Natan per il suo adulterio e omicidio, riceve perdono del suo peccato; e nondimeno, in seguito, è punito con la morte del figlio che aveva generato dall’adulterio (2 Samuele 12:13). Siamo dunque anche istruiti a riscattare mediante soddisfazione tali pene e punizioni, che dovremmo sopportare dopo la remissione dei nostri peccati.
Infatti Daniele esortava Nabucodonosor a riscattare i suoi peccati con l’elemosina (Daniele 4:27). E Salomone scrive che le iniquità sono rimesse alla persona a causa della sua giustizia e pietà (Proverbi 16:6). E ancora, che la moltitudine dei peccati è coperta dalla carità: sentenza che è confermata anche da san Pietro (Proverbi 10:12; 1 Pietro 4:8). E in san Luca nostro Signore dice della donna peccatrice che molti peccati le erano stati rimessi perché aveva molto amato (Luca 7:47).
Come considerano sempre perversamente le opere di Dio! Al contrario, se avessero ben notato ciò che non deve essere disprezzato, cioè che vi sono due maniere di giudizio di Dio, avrebbero scorto tutt’altro in quella correzione di Davide che vendetta o punizione del peccato.
Ora, poiché è molto utile che comprendiamo a quale fine tendano i castighi che Dio ci manda per correggere i nostri peccati, e quanto differiscano dalle punizioni che egli manda sui reprobi, non sarà, come credo, cosa superflua toccarne brevemente quanto basta.
Indicheremo dunque in generale tutte le punizioni col nome di Giudizio, del quale faremo due specie: e chiameremo l’una Giudizio di vendetta, l’altra Giudizio di correzione.
Per il giudizio di vendetta, il Signore punisce i suoi nemici in modo tale da mostrare la sua ira contro di loro per perderli, distruggerli e ridurli al nulla. Perciò la vendetta di Dio è quando la punizione che egli manda è congiunta con la sua ira.
Per il giudizio di correzione, egli non punisce in modo tale da essere adirato, e non castiga per perdere o confondere. Perciò non si dovrebbe propriamente chiamare Vendetta, ma Ammonizione e rimprovero. L’uno appartiene a un giudice, l’altro a un padre. Infatti il giudice, punendo un malfattore, punisce la sua colpa e misfatto; un padre, correggendo suo figlio, non mira a questo fine: di vendicarsi della sua colpa; ma piuttosto cerca di istruirlo e renderlo più avveduto per l’avvenire.
Crisostomo usa questa similitudine un poco diversamente; tuttavia torna allo stesso punto: «Il figlio è battuto», dice, «come il servo; ma il servo, così facendo, è punito perché ha peccato, ricevendo ciò che ha meritato; il figlio è castigato con una disciplina amorevole. Perciò il castigo è fatto al figlio per emendarlo e ricondurlo sulla buona via; il servo riceve ciò che ha meritato, perché il padrone è indignato contro di lui».
3:4:32 - Ira e maledizione non colpiscono i fedeli: la correzione è benedizione, segno d’amore e moderazione paterna
Ma, per intendere più facilmente il tutto, dobbiamo fare due distinzioni.
La prima è che, dovunque la punizione tende alla vendetta, lì si manifesta l’ira e la maledizione di Dio, che egli non rivolge mai contro i suoi fedeli. Al contrario, la correzione è benedizione di Dio e testimonianza del suo amore, come dice la Scrittura. Questa differenza è spesso notata.
Infatti tutto ciò che gli empi sopportano di afflizioni in questo mondo è per loro come un portale e un ingresso dell’inferno, dal quale intravedono da lontano la loro dannazione eterna. E ben lungi dal migliorarsene o riceverne qualche frutto, piuttosto il Signore li prepara, mediante ciò, a ricevere la pena orribile che infine li aspetta.
Al contrario, il Signore castiga i suoi servitori, ma non per consegnarli alla morte. Perciò, battuti dalle sue verghe, riconoscono che ciò torna loro a bene per istruirli (Giobbe 5:17; Proverbi 3:11; Ebrei 12:5; Salmo 118:18; 119:71). Per questa ragione, come vediamo che i fedeli hanno sempre ricevuto con pazienza e con animo pacifico tale castigo, così hanno sempre avuto in orrore quelle punizioni nelle quali fosse mostrata loro l’ira di Dio.
«Castigami, Signore», dice Geremia, «ma per il mio emendamento, e non nella tua ira, affinché io non sia schiacciato, ecc. Versa la tua furia sui popoli che non ti conoscono e sui regni che non invocano il tuo Nome» (Geremia 10:24-25). Così Davide: «Signore, non rimproverarmi nella tua furia e non castigarmi nella tua ira» (Salmo 6:2; 38:2).
E non contraddice a ciò il fatto che spesso si dica che il Signore si adira contro i suoi servitori quando li punisce e castiga per le loro colpe. Come in Isaia: «Ti loderò, Signore, perché ti sei adirato contro di me, ma la tua ira si è volta e mi hai consolato» (Isaia 12:1). E in Abacuc: «Quando ti sarai adirato, ti ricorderai della misericordia» (Abacuc 3:2). Così anche Michea dicendo: «Porterò l’ira di Dio, poiché l’ho offeso» (Michea 7:9): non solo significa che coloro che sono giustamente puniti non guadagnano nulla a mormorare, ma anche che i fedeli hanno di che addolcire la loro tristezza considerando l’intenzione di Dio.
Per la medesima ragione si dice che egli profana la sua eredità, la quale, come sappiamo, egli non profanerà mai. Dunque ciò non si riferisce alla volontà di Dio o al suo consiglio nel castigare i suoi, ma al dolore veemente di cui sono toccati tutti coloro ai quali egli mostra qualche rigore o severità.
E avviene che non solo talora egli punge i suoi servitori con piccoli stimoli, ma li ferisce così al vivo che sembra loro di non essere lontani dall’inferno. Così facendo, li avverte che hanno meritato la sua ira: il che è utile affinché si disgustino dei loro mali, siano toccati da maggior cura di riconciliarsi con lui e siano tanto più spronati a chiedere prontamente perdono; ma intanto, in ciò stesso, egli attesta loro più ampiamente la sua clemenza che il suo rigore.
Infatti il patto che egli ha una volta stabilito con Gesù Cristo e con le sue membra rimane, come egli ha promesso, tale che non potrebbe mai essere infranto. «Se i miei figli», dice, «abbandonano la mia Legge e non camminano nella mia giustizia; se trasgrediscono i miei comandamenti e non custodiscono le mie ordinanze, visiterò le loro iniquità con verghe e i loro peccati con disciplina; nondimeno non ritirerò la mia misericordia» (Salmo 89:31-34).
E, per renderci più certi di ciò, dice che le verghe con cui ci percuoterà saranno verghe d’uomini (2 Samuele 7:14). Con questa espressione, significando che ci tratterà con dolcezza e benignità, mostra che coloro che egli vuole colpire con la sua mano non possono che essere del tutto confusi e smarriti. Questa dolcezza che egli usa verso il suo popolo è similmente mostrata dal profeta: «Ti ho purgato», dice, «col fuoco, ma non come l’argento; perché saresti stato del tutto consumato» (Isaia 48:10): cioè, benché le tribolazioni che egli manda al suo popolo siano per purgarlo dai suoi vizi, tuttavia le modera affinché non lo raschino oltre misura.
E ciò è ben necessario, perché quanto più ciascuno teme Dio, lo riverisce e si dedica a ubbidirgli in tutta santità, tanto più è tenero e debole a portare la sua ira. Infatti, sebbene i reprobi sospirino o digrignino i denti sotto i colpi, tuttavia, poiché non considerano la causa, ma volgono le spalle tanto ai loro peccati quanto ai giudizi di Dio, non fanno che indurirsi; oppure, poiché si ribellano e calcitrano, anzi si scagliano fieramente contro il loro Giudice, tale impetuosità e furia li rende ancora più stolti, come persone insensate.
Ma i fedeli, appena sono avvertiti dalle verghe di Dio, entrano a considerare i loro peccati; e, sbigottiti da timore e spavento, hanno come rifugio il supplicare per ottenere perdono. Se Dio non addolcisse tali angosce con cui le povere anime si tormentano, esse soccomberebbero cento volte, anche solo se egli desse un piccolo segno della sua ira.
3:4:33 - I colpi sugli empi inaugurano il giudizio: sui fedeli sono medicina e disciplina per l’avvenire, non pagamento del passato
L’altra distinzione è che, quando i malvagi sono colpiti dai flagelli di Dio in questo mondo, cominciano già a sopportare il rigore del suo giudizio. E, benché non sarà loro perdonato di non aver tratto profitto da tali avvertimenti dell’ira di Dio, tuttavia non sono puniti per il loro emendamento, ma solo affinché conoscano di avere un giudice che non li lascerà sfuggire senza render loro secondo i meriti.
Al contrario, i fedeli sono battuti non per soddisfare all’ira di Dio o pagare ciò che è dovuto al suo giudizio, ma affinché giovino alla penitenza e si rimettano sulla buona via. Perciò vediamo che tali castighi si riferiscono piuttosto al futuro che al passato.
Preferisco esprimere ciò con le parole di Crisostomo piuttosto che con le mie: «Il Signore», dice, «ci punisce per le nostre colpe non per ricevere qualche compenso dei nostri peccati, ma ammonendoci per l’avvenire». Similmente sant’Agostino dice: «Ciò che soffri e di cui gemi è medicina, non pena; castigo e non dannazione. Non rigettare la verga, se non vuoi essere rigettato dall’eredità». E ancora: «Tutta la miseria del genere umano, sotto la quale il mondo geme, sappiate, fratelli, che è dolore di medicina e non sentenza di punizione».
Ho voluto addurre questi passi affinché ciò che dico non sembri nuovo. E a ciò mirano le lamentele piene d’indignazione con cui Dio spesso accusa l’ingratitudine dei Giudei, perché avevano disprezzato con ostinazione i castighi ricevuti dalla sua mano. Come in Isaia: «Perché dovrei percuotervi ancora? Dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo non c’è nulla di sano» (Isaia 1:5-6).
Ma poiché i profeti sono pieni di tali sentenze, basta aver toccato brevemente che Dio non punisce la sua Chiesa con altra intenzione se non di domarla e sottometterla affinché si emendi.
Secondo questa differenza, quando egli spogliava Saul del suo regno, lo puniva per vendetta; ma togliendo a Davide suo figlio, lo correggeva per ricondurlo. Così si deve intendere ciò che dice san Paolo: che quando il Signore ci affligge, ci corregge affinché non siamo condannati con questo mondo (1 Samuele 15:23; 2 Samuele 12:18; 1 Corinzi 11:32): cioè che le afflizioni che egli ci manda non sono punizioni per confonderci, ma castighi per istruirci.
In ciò sant’Agostino concorda benissimo con noi quando dice che dobbiamo considerare diversamente i castighi con cui il Signore visita sia i suoi eletti sia i reprobi. Ai primi, dice, essi sono esercizi dopo aver ottenuto grazia; ai secondi sono condanna senza grazia. Poi riferisce gli esempi di Davide e degli altri, dicendo che il Signore, castigandoli, non ebbe altro fine se non esercitarli all’umiltà.
E non dobbiamo inferire, da ciò che dice Isaia, cioè che l’iniquità fu rimessa al popolo giudaico perché aveva ricevuto dalla mano del Signore piena correzione (Isaia 40:2), che la remissione dei nostri peccati dipenda dai castighi che ne riceviamo. Ciò significa tanto quanto se Dio avesse detto: “Vi ho abbastanza puniti e afflitti, in modo tale che il vostro cuore è del tutto oppresso da tristezza e angoscia; è dunque tempo che, ricevendo il messaggio di misericordia, i vostri cuori siano riportati alla gioia, riconoscendomi come Padre”.
Infatti là Dio assume la persona di un padre che, essendo stato costretto a mostrarsi aspro verso suo figlio, prova rammarico per la sua severità, per quanto giusta.
3:4:34 - In tribolazione: giudizio che inizia dalla casa di Dio; i fedeli devono vederci disciplina paterna, non maledizione
È necessario che i fedeli si fortifichino di questo pensiero nell’amarezza delle loro afflizioni: «È tempo che il giudizio cominci dalla casa del Signore, nella quale è stato invocato il suo Nome» (1 Pietro 4:17; Geremia 25:29).
Che farebbero i figli di Dio se stimassero che la tribolazione che sopportano fosse vendetta di Dio contro di loro? Infatti chi, colpito dalla mano di Dio, lo considera verso di sé come un giudice che punisce, non può concepirlo se non adirato e contrario; e non può che detestare la verga di Dio come maledizione e dannazione. In somma, chi penserà che Dio abbia tale disposizione verso di sé da volerlo ancora punire, non potrà mai persuadersi di essere amato da lui.
Ora, non possiamo trarre profitto dalla sua disciplina se non pensando che, pur essendo indignato contro i nostri vizi, egli sia propizio verso di noi e ci porti affetto d’amore. Altrimenti ci accadrebbe quanto dice il profeta d’essergli accaduto: «Signore, la tua ira è passata su di me; i tuoi terrori mi hanno schiacciato» (Salmo 88:17). E come è detto nel salmo di Mosè: «Signore, siamo venuti meno nella tua ira e siamo stati confusi nella tua indignazione. Hai posto le nostre iniquità davanti ai tuoi occhi e le nostre colpe nascoste nella luce del tuo volto. Così tutti i nostri giorni sono svaniti nella tua ira; i nostri cuori sono consumati e smarriti come una parola quando è uscita dalla bocca» (Salmo 90:7-9).
Al contrario, Davide, parlando dei castighi paterni per mostrare che i fedeli ne sono piuttosto aiutati che oppressi, dice: «Beato l’uomo che tu avrai corretto, Signore, e che tu avrai istruito nella tua Legge, affinché tu gli dia riposo nel giorno della calamità, mentre la fossa si scava per i peccatori» (Salmo 94:12-13).
È una dura tentazione quando Dio, risparmiando gli increduli e dissimulando i loro misfatti, si mostra più duro e aspro verso i suoi; e perciò egli aggiunge, per sollievo e conforto, l’avvertimento e l’istruzione nella Legge: cioè che Dio procura la loro salvezza, ricondurli sulla buona via, mentre i reprobi, smarrendosi, precipitano e inciampano nella fossa della perdizione.
E non fa differenza se la pena è eterna o temporale. Infatti tanto le guerre, le carestie, le pestilenze e le malattie sono maledizioni di Dio quanto lo stesso giudizio della morte eterna, quando il Signore le manda con questo fine, usandone come strumenti della sua ira e vendetta sugli empi.
3:4:35 - Il caso di Davide: esempio di disciplina, non di pagamento; la regola resta la remissione gratuita attestata da molte assoluzioni scritturali
Ciascuno vede, come credo, a quale fine tenda questa correzione di Dio su Davide: a insegnargli quanto omicidio e adulterio dispiacciano gravemente a Dio, contro i quali egli manifesta un tale sdegno sul suo servitore fedele e amato; e anche ad ammonirlo di non osare commettere in futuro una simile azione: non per essere una punizione con cui egli rendesse qualche compenso a Dio per la sua colpa.
Lo stesso si deve stimare dell’altra correzione con cui Dio afflisse il popolo giudaico con una terribile pestilenza (2 Samuele 24:15), a causa della disobbedienza di Davide, commessa facendo fare il censimento del popolo. Poiché egli perdonò a Davide la colpa del delitto; ma, poiché conveniva tanto all’esempio di tutte le età quanto all’umiliazione di Davide che un simile fatto non restasse impunito, il Signore lo castigò aspramente con la sua verga.
Al medesimo scopo tende la maledizione universale che il Signore ha pronunciato su tutto il genere umano. Infatti, dopo aver ottenuto grazia, portando ancora le miserie che furono imposte al nostro padre Adamo per la sua trasgressione, il Signore ci ammonisce quanto gli dispiaccia la trasgressione della sua Legge, affinché, umiliati e abbattuti dalla conoscenza della nostra povertà, aspiriamo con desiderio più ardente alla vera beatitudine. E se qualcuno volesse dire che tutte le calamità che sopportiamo in questa vita mortale sono compensi resi a Dio per le nostre colpe, a buon diritto lo si stimerebbe privo d’intendimento.
Questo, come mi pare, ha voluto dire san Crisostomo scrivendo così: «Se la ragione per cui Dio ci castiga è affinché non persistiamo nel male o non restiamo induriti, appena ci ha ricondotti a penitenza, la punizione non ha più luogo. Perciò, secondo ciò che egli conosce convenire alla natura di ciascuno, tratta alcuni più aspramente e altri con maggiore dolcezza». Per mostrare che non è eccessivo nel punire, egli rimprovera ai Giudei che, secondo la loro durezza e ostinazione, pur essendo battuti non cessano per questo di far male (Geremia 5:3). E nello stesso senso si lamenta che Efraim è come una focaccia bruciata da un lato e tutta cruda dall’altro (Osea 7:8), perché le verghe di cui aveva sentito i colpi non gli erano penetrate fino al cuore per cuocerlo bene e renderlo capace di ottenere perdono.
Certo, Dio, parlando così, protesta che sarà placato non appena ciascuno sarà ritornato a lui; e che, se usa rigore nel castigare le colpe, ciò gli è strappato per forza, poiché i peccatori potrebbero prevenire con una correzione volontaria.
Tuttavia, poiché non c’è alcuno di noi che non devii e tutti abbiamo bisogno di castigo, questo buon Padre, che ama il nostro profitto, ci visita tutti senza eccezione con le sue verghe. Ed è meraviglioso come essi si fermino al solo esempio di Davide e non si muovano per tanti esempi che ci mostrano la remissione gratuita dei peccati.
Leggiamo che il pubblicano è sceso dal tempio giustificato: non segue alcuna pena (Luca 18:14). San Pietro ha ottenuto perdono del suo peccato (Luca 22:61). «Leggiamo le sue lacrime», dice sant’Ambrogio; «di soddisfazione non ne leggiamo nulla». Al paralitico fu detto: «Alzati, i tuoi peccati ti sono rimessi» (Matteo 9:2), e non gli fu imposta alcuna pena. Tutte le assoluzioni di cui si fa menzione nella Scrittura ci sono descritte come gratuite.
Da questa moltitudine di esempi si doveva prendere la regola, più che da questo solo, che contiene non so che di speciale.
3:4:36 - “Riscattare” in Daniele e i testi sapienziali: non soddisfazione davanti a Dio, ma conversione e carità tra le persone
L’esortazione di Daniele, con la quale consigliava a Nabucodonosor di riscattare i suoi peccati con la giustizia e le sue iniquità con la pietà verso i poveri (Daniele 4:27), non intendeva dire che giustizia e misericordia fossero propiziazione di Dio e redenzione di pene: poiché non vi è mai stata altra rançon che il sangue di Cristo. Ma parlando di “riscattare”, egli lo riferisce piuttosto alle persone che a Dio: come se avesse detto: O re, tu hai esercitato un dominio ingiusto e oltraggioso; hai oppresso i deboli, spogliato i poveri, trattato male e iniquamente il tuo popolo. Per le ingiuste rapine, oppressioni e violenze che hai commesso contro di loro, rendi loro ora misericordia e giustizia.
Similmente Salomone, quando dice che la moltitudine dei peccati è coperta dalla carità (Proverbi 10:12), non lo intende davanti a Dio, ma tra le persone; perché la sentenza intera è come segue: “L’odio suscita contese, ma la carità copre tutte le iniquità”. In ciò Salomone, secondo il suo modo consueto, per comparazione dei contrari, mette a confronto i mali che nascono dagli odi con i frutti della carità; e il senso è questo: Coloro che si odiano a vicenda si mordono, si riprendono e si ingiuriano l’un l’altro, e trasformano tutto in vizio e rimprovero. Coloro che si amano a vicenda dissimulano tra loro, tollerano e perdonano molte cose: non che l’uno approvi i vizi dell’altro, ma perché li sopporta e vi rimedia piuttosto con ammonimenti che non lo irriti con accuse.
E non bisogna dubitare che questo passo sia stato allegato nello stesso senso da san Pietro (1 Pietro 4:8), se non vogliamo imputargli di aver corrotto e mal tratto la Scrittura.
Quando Salomone dice che per misericordia e beneficenza i peccati ci sono rimessi (Proverbi 16:6), non intende che siano compensati davanti a Dio, sì che, essendo egli soddisfatto e contento, ci rimetta le pene che altrimenti ci avrebbe mandato; ma, secondo il modo comune della Scrittura, significa che tutti troveranno Dio propizio, i quali, lasciata la loro vita cattiva, si convertiranno a lui in santità e buone opere; come se dicesse che l’ira di Dio cessa ed è placata quando cessiamo di fare il male.
Tuttavia non insegna per quale causa Dio ci perdoni, ma descrive soltanto il modo di convertirci bene e debitamente; come spesso i profeti denunciano che è vano che gli ipocriti portino a Dio le loro fanfare e pompose cerimonie al posto della penitenza, poiché egli non prende piacere se non nell’integrità, nella pietà, nella rettitudine e in cose simili. Così anche l’autore della Lettera agli Ebrei, raccomandando umanità e beneficenza, dice che Dio si diletta di tali sacrifici (Ebrei 13:16).
E infatti nostro Signore Gesù, dopo essersi fatto beffe del fatto che i farisei ponevano tutta la loro cura nel pulire le loro scodelle, comanda loro, se desiderano purezza, di fare elemosine (Matteo 23:25; Luca 11:39-41): con ciò non li esorta a soddisfare, ma soltanto li avverte quale purezza sia approvata da Dio. Di tale modo di parlare si è trattato altrove.
3:4:37 - La donna peccatrice: l’amore non è causa del perdono, ma segno; il perdono si ottiene per fede
Quanto al passo di san Luca, coloro che avranno letto con sano giudizio la parabola proposta lì da nostro Signore non ci faranno alcun contrasto.
Il fariseo pensava tra sé che la donna peccatrice non fosse conosciuta dal Signore, poiché egli l’aveva così facilmente ammessa a sé. Infatti stimava che non l’avrebbe mai ricevuta se l’avesse conosciuta peccatrice come era. Da ciò inferiva che egli non era profeta, poiché poteva così ingannarsi.
Nostro Signore, per mostrare che ella non era più peccatrice da quando i suoi peccati le erano stati rimessi, gli propose questa similitudine: Un usuraio aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquanta denari, l’altro cinquecento; egli rimise il debito a entrambi: quale di essi gli sarebbe stato più grato? Il fariseo risponde: “Certamente colui al quale è stata condonata la maggiore somma”. Nostro Signore replica: “Da ciò considera che molti peccati sono stati rimessi a questa donna, poiché ha molto amato” (Luca 7:36-47).
Con queste parole, come si vede chiaramente, egli non fa dell’amore di quella donna la causa della remissione dei suoi peccati, ma soltanto la prova; poiché esse sono tratte dalla similitudine del debitore al quale erano stati condonati cinquecento denari. Ora egli non dice che gli siano stati condonati perché avrebbe amato molto; ma dice che egli deve amare molto, poiché gli sono stati condonati.
Bisogna applicare queste parole alla similitudine in questo modo: Tu stimi questa donna qui peccatrice; ma tu dovevi riconoscerla diversa, poiché i suoi peccati le sono stati perdonati. Ora la remissione dei suoi peccati ti doveva essere manifesta dal suo amore, con il quale ella rende grazie per il bene che le è stato fatto.
È un argomento che si chiama “dalle cose conseguenti”, per cui dimostriamo qualcosa mediante i segni che ne seguono. Infine nostro Signore attesta chiaramente per quale mezzo quella peccatrice ottenne perdono del suo peccato: “La tua fede”, dice, “ti ha salvata”. Otteniamo dunque per fede la remissione; e mediante la carità rendiamo grazie e riconosciamo la liberalità del nostro Signore.
3:4:38 - I Padri e la “soddisfazione”: severità di linguaggio, ma non nel senso scolastico; Cristo unico sacrificio anche dopo il battesimo
Non mi meraviglio molto delle sentenze che si trovano nei libri degli antichi circa la soddisfazione. A dire il vero, vedo che alcuni di essi, e quasi tutti quelli di cui le opere sono pervenute alla nostra conoscenza, o hanno fallito in questo punto, oppure hanno parlato troppo duramente. Tuttavia non concederò che siano stati così aspri e ignoranti da aver scritto ciò che hanno detto nel senso che ne traggono questi nuovi “soddisfattori”.
Crisostomo in un passo parla in questo modo: “Quando si chiede misericordia, è affinché non si sia esaminati del proprio peccato: affinché non si sia trattati secondo il rigore della giustizia: affinché ogni punizione cessi. Poiché dove c’è misericordia non c’è più né gehenna, né esame, né rigore, né pena”. Qualunque cavillo se ne voglia fare, queste parole non si potranno mai accordare con la dottrina degli scolastici.
Inoltre, nel libro intitolato De dogmatibus ecclesiasticis, che si attribuisce a sant’Agostino, è detto al capitolo cinquantaquattresimo: “La soddisfazione della penitenza consiste nel togliere le cause del peccato e nel non abbandonarsi alle sue suggestioni”. Da ciò appare che in quel tempo era respinta questa opinione: che occorresse, con soddisfazione, compensare le colpe passate. Poiché ogni soddisfazione è lì riferita al guardarsi per l’avvenire e all’astenersi dal male.
Non voglio allegare ciò che dice Crisostomo, che il Signore non richiede da noi altro se non che confessiamo davanti a lui le nostre colpe con lacrime, poiché tali sentenze sono spesso ripetute dagli antichi.
Sant’Agostino chiama sì in un luogo le opere di misericordia verso i poveri “rimedi per ottenere perdono presso Dio”. Ma, affinché nessuno inciampi o si avvolga, egli spiega altrove più ampiamente il suo pensiero: “La carne di Cristo è il vero e unico sacrificio per i peccati: non soltanto per quelli che ci sono rimessi nel battesimo, ma anche per quelli che ci sopravvengono dopo, per l’infermità della carne; per i quali la Chiesa prega ogni giorno: ‘Rimettici i nostri debiti’. E infatti sono rimessi per questo sacrificio unico” (Matteo 6:12).
3:4:39 - “Soddisfazione” come disciplina ecclesiastica pubblica: non pagamento a Dio, ma segno di penitenza verso la Chiesa
Più spesso, essi chiamavano “soddisfazione” non un compenso reso a Dio, ma una protesta pubblica con cui coloro che erano stati corretti mediante scomunica, quando venivano a rientrare nella comunione della Chiesa, davano alla compagnia dei fedeli una testimonianza della loro penitenza.
Infatti si ordinavano loro certi digiuni e altre cose, mediante le quali dessero a conoscere che veramente e di cuore si pentivano della loro vita passata; o piuttosto mediante le quali cancellassero la memoria della loro cattiva vita. Così si diceva che “soddisfacevano”, non a Dio, ma alla Chiesa: come sant’Agostino lo esprime parola per parola nel libro che intitolò Enchiridion ad Laurentium.
Da questa antica consuetudine sono discese le confessioni e le soddisfazioni che oggi sono in uso: che sono veramente una stirpe serpentina, la quale ha soffocato a tal punto tutto ciò che era buono in quella forma antica, che neppure l’ombra ne è rimasta.
So bene che gli antichi parlano talvolta abbastanza duramente; e, come ho detto poc’anzi, non voglio negare che forse abbiano in qualche misura errato; ma i loro libri, che erano solo macchiati di piccole chiazze, sono del tutto imbrattati quando vengono maneggiati da questi porci.
E se si tratta di combattere con l’autorità degli antichi, quali “antichi” ci mettono davanti? La maggior parte delle sentenze con cui Pietro Lombardo, loro capitano, ha riempito il suo libro, è stata presa da non so quali fantasticherie di folli monaci, divulgate sotto il nome di sant’Ambrogio, Girolamo, Agostino e Crisostomo.
Come, in questa materia presente, egli prende quasi tutto ciò che dice da un libro intitolato De penitence, il quale, cucito confusamente da qualche ignorante con autori buoni e cattivi, è attribuito a sant’Agostino; ma è tale che una persona mediamente dotta non lo degnerebbe di riconoscerlo come suo.
Quanto al fatto che io non frugo con tanta sottigliezza le loro sciocchezze, i lettori mi perdoneranno. Non mi sarebbe troppo penoso mettere in ridicolo tutti i grandi misteri di cui si vantano, e potrei farlo con l’applauso di molte persone; ma poiché desidero edificare con semplicità, me ne astengo.
Riassunto del capitolo 3:4