Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 5

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro III

Capitolo 5

Dei supplementi che i Papisti aggiungono alle soddisfazioni: cioè le indulgenze e il purgatorio


3:5:1 - Origine e lunga persistenza delle indulgenze come inganno palese

È da questa fonte delle soddisfazioni che sono nate le indulgenze. Essi infatti blaterano che, quando ci viene a mancare la facoltà di soddisfare, questo sia un mezzo per supplirvi; e si spingono a tal punto di furia da insegnare che il Papa, facendo volare qua e là le sue bolle, dispensa i meriti di Gesù Cristo e dei martiri. Ora, sebbene costoro siano piuttosto degni di essere affidati ai medici che di essere confutati con argomenti, e non vi sia davvero grande necessità di indugiarsi nella confutazione di tali errori, i quali, essendo stati da lungo tempo scossi, cominciano ormai da sé stessi a decadere e venir meno, tuttavia, poiché una breve confutazione potrà ancora giovare ad alcune persone semplici e ignoranti, non voglio del tutto astenermene.

E infatti, il fatto che le indulgenze si siano mantenute e conservate così a lungo, persino con tanta licenza ed enormità, ci mostra in quali tenebre ed errori le persone siano state sepolte per molti anni. Esse vedevano apertamente di essere beffate e ingannate dal Papa e dai suoi venditori di chincaglierie; vedevano che si faceva mercato della salvezza delle loro anime; che l’acquisto del paradiso era tassato a una certa somma di denaro; che nulla veniva dato gratuitamente; che sotto questo pretesto si traevano dalle loro borse offerte che poi venivano vergognosamente sperperate in dissolutezze, lenocini e gozzoviglie; che i più grandi promotori delle indulgenze ne erano per conto loro i più grandi disprezzatori; che questo mostro cresceva ogni giorno di più e si innalzava furiosamente senza fine; che di giorno in giorno si aggiungeva nuovo piombo per estrarre nuovo denaro. E nondimeno essi ricevevano le indulgenze con grande onore, le adoravano e le compravano. E coloro che vedevano più chiaramente degli altri pensavano tuttavia che si trattasse di frodi salutari, dalle quali potevano essere ingannati con qualche profitto. Infine, quando il mondo si è ora permesso di essere un poco più savio, le indulgenze si raffreddano e si congelano, finché si dileguano del tutto.


3:5:2 - Definizione papista delle indulgenze e loro incompatibilità con l’unica sufficienza del sangue di Cristo

Tuttavia, poiché molti che conoscono i traffici, gli inganni, i furti e le rapacità esercitati fin qui dai promotori e mercanti delle indulgenze non scorgono la fonte dell’empietà che vi è in esse, è opportuno mostrare qui non solo che cosa siano le indulgenze secondo l’uso che se ne fa, ma che cosa siano in sé, considerate nella loro propria e migliore natura, senza alcuna qualità o vizio accidentale.

Essi chiamano tesoro della Chiesa i meriti di Gesù Cristo, degli apostoli e dei martiri. Di questo tesoro dicono che il Papa abbia la custodia essenziale, come alla radice, in quanto ne sarebbe il dispensatore, per distribuirne egli stesso ciò che gli piace, e per delegare ad altri la giurisdizione di distribuirne delle parti. Da qui derivano le indulgenze che egli concede, ora plenarie, ora per un certo numero di anni; similmente quelle che concedono i cardinali per cento giorni e i vescovi per quaranta.

Ora tutto ciò, a dirla in verità, non è altro che una contaminazione del sangue di Cristo e una menzogna del diavolo, per distogliere il popolo cristiano dalla grazia di Dio e dalla vita che è Cristo, e per sviarlo dal cammino della salvezza. Poiché come potrebbe il sangue di Cristo essere più vergognosamente contaminato e disonorato che nel negare che esso basti alla remissione dei peccati, alla riconciliazione e alla soddisfazione, se non supponendo che il suo difetto venga supplito altrove?

La Legge e tutti i profeti, dice san Pietro, rendono testimonianza a Cristo, che in lui si deve ricevere la remissione dei peccati (Atti 10:43); le indulgenze concedono la remissione dei peccati per mezzo di san Pietro, san Paolo e degli altri martiri. Il sangue di Cristo ci purifica dai peccati, dice san Giovanni (1 Giovanni 1:7); le indulgenze fanno del sangue dei martiri un lavacro dei peccati. Cristo, dice san Paolo, che non aveva conosciuto peccato, è stato fatto peccato per noi, cioè soddisfazione per il peccato, affinché in lui fossimo fatti giustizia di Dio (2 Corinzi 5:21); le indulgenze collocano la soddisfazione del peccato nel sangue dei martiri. San Paolo gridava ai Corinzi che un solo Cristo era stato crocifisso e morto per loro (1 Corinzi 1:13); le indulgenze stabiliscono che san Paolo e gli altri siano morti per noi. E in un altro passo egli dice che Cristo si è acquistato la Chiesa con il proprio sangue (Atti 20:28); le indulgenze pongono un altro prezzo di acquisto nel sangue dei martiri. Cristo, dice l’Apostolo, ha reso perfetti per sempre, mediante un’unica offerta, quelli che sono santificati (Ebrei 10:14); le indulgenze lo contraddicono, affermando che la santificazione di Cristo, che altrimenti non sarebbe sufficiente, viene completata dal sangue dei martiri. San Giovanni dice che tutti i santi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (Apocalisse 7:14); le indulgenze ci insegnano a lavare le nostre vesti nel sangue dei santi.


3:5:3 - Testimonianza dei Padri contro la pretesa satisfattoria dei martiri

Leone, vescovo di Roma, pronuncia contro tali bestemmie una bella sentenza, degna di memoria, nella sua Epistola ai vescovi della Palestina: «Benché la morte di molti santi sia stata preziosa davanti a Dio, tuttavia non ve n’è alcuna che sia stata la riconciliazione del mondo. I giusti hanno ricevuto la corona per sé stessi, non l’hanno data agli altri; e dalle loro sofferenze abbiamo esempi di pazienza, non il dono della giustizia; poiché ciascuno ha sofferto per sé stesso, e nessuno ha pagato il debito degli altri, se non il Signore Gesù, nel quale tutti siamo morti, crocifissi e sepolti».

Egli ripete le stesse parole anche in un altro luogo. Vogliamo qualcosa di più chiaro per confutare questa empia dottrina delle indulgenze? Abbiamo anche la testimonianza di sant’Agostino, altrettanto esplicita quanto si possa desiderare: «Benché morissimo per i nostri fratelli, tuttavia il sangue di nessun martire è stato versato per la remissione dei peccati, come Gesù Cristo ha versato il suo per noi. In ciò egli non ci ha dato un esempio da seguire, ma una grazia per la quale dobbiamo ringraziarlo». E ancora in un altro passo: «Come il Figlio di Dio è stato fatto uomo per farci figli di Dio con lui, così egli solo ha sopportato la pena per noi, senza aver commesso alcun demerito, affinché per mezzo di lui ricevessimo senza alcun nostro merito la grazia che non ci era dovuta».

Certamente, benché tutta la loro dottrina sia cucita e tessuta di orribili bestemmie e sacrilegi, questa bestemmia supera tutte le altre. Che essi riconoscano se queste non siano le loro conclusioni: che i martiri, con la loro morte, abbiano meritato presso Dio più di quanto fosse loro necessario; che abbiano avuto una tale abbondanza di meriti da poterne far ridondare una parte sugli altri; e che perciò, affinché un tale bene non fosse vano e perduto, il loro sangue sia stato messo insieme con quello di Cristo, e che da tutti insieme sia stato formato e accumulato il tesoro della Chiesa per la remissione e la soddisfazione dei peccati; e che così si debba intendere ciò che san Paolo dice: «Io supplisco nel mio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa» (Colossesi 1:24). Che cos’è questo, se non lasciare a Cristo il nome, e per il resto farne un piccolo santo volgare, che a stento si distingue nella moltitudine degli altri?


3:5:4 - Retta interpretazione di Colossesi 1:24 e confutazione dell’abuso papista

Ora, quanto maliziosamente corrompono il passo di san Paolo, dove egli dice di supplire nel suo corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo! Poiché egli non riferisce questa mancanza o questo supplimento alla virtù della redenzione, purificazione o soddisfazione, ma alle afflizioni nelle quali è necessario che le membra di Cristo, cioè i fedeli, siano esercitate finché vivranno in questa carne.

Egli dice dunque che questo resta delle sofferenze di Cristo: che, avendo sofferto una volta in sé stesso, egli soffre ogni giorno nelle sue membra. Cristo infatti ci fa tanto onore da stimare e chiamare nostre afflizioni le sue. E quando san Paolo aggiunge che soffriva per la Chiesa, non intende per la redenzione, riconciliazione o soddisfazione della Chiesa, ma per la sua edificazione e crescita, come egli dice in un altro passo che sopporta ogni cosa per gli eletti, affinché giungano alla salvezza che è in Cristo (2 Timoteo 2:10). E come è scritto ai Corinzi, che per la loro consolazione e salvezza egli sopportava volentieri le tribolazioni che pativa (2 Corinzi 1:6).

E infatti egli aggiunge subito una parola con cui si spiega chiaramente, dicendo che è stato costituito ministro della Chiesa, non per compiere la redenzione, ma per predicare l’Evangelo secondo la dispensazione che gli era stata affidata. Se qualcuno desidera un altro interprete, ascolti sant’Agostino: «Le sofferenze di Cristo sono in lui solo, come nel capo; in lui e nella sua Chiesa, come in tutto il corpo. Perciò Paolo, come uno dei membri, diceva: “Io supplisco nel mio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo”. E perciò tu che soffri da parte di coloro che non sono membra di Cristo, se sei membro, soffri ciò che mancava alle sofferenze di Cristo».


3:5:5 - Contraddizione tra l’Evangelo e le indulgenze, e origine storica del loro abuso

Infine, anche se tacessimo tali abominazioni, chi è che ha insegnato al Papa a rinchiudere la grazia di Gesù Cristo nel piombo e nella pergamena, mentre il Signore ha voluto che fosse distribuita mediante la parola dell’Evangelo? Certamente è necessario o che la parola di Dio sia menzognera, oppure che le indulgenze non siano altro che inganno. Poiché Cristo ci è offerto nell’Evangelo con tutta l’abbondanza dei beni celesti, con tutti i suoi meriti, tutta la sua giustizia, sapienza e grazia, senza alcuna eccezione.

San Paolo ne è testimone quando dice che la parola della riconciliazione è stata posta nella bocca dei ministri, affinché portassero questa ambasciata al mondo da parte di Cristo: «Vi preghiamo di riconciliarvi con Dio; poiché egli ha fatto essere peccato per noi colui che non aveva conosciuto peccato, affinché in lui fossimo giustizia di Dio» (2 Corinzi 5:18, 21). E in effetti i fedeli sanno che cosa valga la comunione di Cristo che ci è offerta nell’Evangelo per goderne, come lo attesta lo stesso san Paolo (1 Corinzi 1:9).

Al contrario, le indulgenze traggono dall’armadio del Papa la grazia di Cristo in una certa misura, la legano a piombo, pergamena e a un determinato vincolo, separandola dalla parola di Dio. Se qualcuno desidera conoscerne l’origine, sembra che l’abuso sia derivato da un’antica consuetudine: poiché le soddisfazioni imposte ai penitenti erano così dure e gravose che non tutti potevano sopportarle, coloro che si sentivano troppo oppressi chiedevano alla Chiesa qualche alleviamento; ciò che veniva loro rimesso della severità si chiamava indulgenza. Ma dopo che le soddisfazioni furono trasferite a Dio, e si fece credere che fossero come ricompense o pagamenti per assolvere le persone nel suo giudizio, un errore ne trascinò un altro. Poiché si pensò che le indulgenze fossero come rimedi per liberare i peccatori dalle pene di cui erano debitori davanti a Dio. Quanto alle bestemmie che i Papisti hanno forgiato su questa materia, esse non hanno alcun colore né apparenza.


3:5:6 - Il purgatorio abbattuto alla radice come finzione blasfema

Ora, similmente, che non ci rompano più la testa con il loro purgatorio, il quale con questa scure è reciso, abbattuto e rovesciato fino alla radice. Poiché non approvo affatto l’opinione di alcuni, i quali pensano che si debba dissimulare questo punto e guardarsi dal fare menzione del purgatorio, dal quale — come essi dicono — nascono grandi clamori e poca edificazione. Certamente anch’io sarei del parere di lasciare simili rottami alle spalle, se essi non traessero con sé conseguenze di grande importanza; ma poiché il purgatorio è costruito su molte bestemmie, ed è di giorno in giorno sostenuto da altre ancora più grandi, e suscita enormi scandali, non è lecito dissimulare.

Forse si sarebbe potuto tollerare per qualche tempo che fosse stato inventato senza la Parola di Dio, anzi con folle e audace temerarietà; che fosse stato accolto sulla base di non so quali rivelazioni, forgiate dall’astuzia di Satana; che per confermarlo si fossero malignamente corrotti alcuni passi della Scrittura. Sebbene il nostro Signore non ritenga una colpa leggera che l’audacia umana penetri così temerariamente nei segreti dei suoi giudizi, e abbia rigorosamente proibito di interrogare i morti (Deuteronomio 18:11), disprezzando la sua voce, e non permetta che la sua Parola sia trattata in modo tanto irreverente.

Ammettiamo tuttavia che tutte queste cose possano essere tollerate per un certo tempo, come se fossero di poca importanza. Ma quando la purificazione dei peccati è cercata altrove che in Cristo, quando la soddisfazione è trasferita ad altri che a lui, è pericoloso tacere: occorre dunque gridare ad alta voce che il purgatorio è una finzione perniciosa di Satana, che reca un oltraggio troppo grande alla misericordia di Dio, annienta la croce di Cristo, dissolve e sovverte la nostra fede. Poiché che cos’è per loro il purgatorio, se non una pena che le anime dei defunti sopportano in soddisfazione dei loro peccati? Cosicché, se si elimina la fantasia della soddisfazione, il loro purgatorio crolla.

Ora, se da quanto abbiamo già dimostrato risulta più che evidente che il sangue di Cristo è l’unica purificazione, oblazione e soddisfazione per i peccati dei fedeli, che cosa resta se non che il purgatorio sia una pura e orribile bestemmia contro Gesù Cristo? Tralascio qui molte menzogne e sacrilegi con cui esso viene quotidianamente sostenuto e difeso, gli scandali che genera nella religione e gli altri mali innumerevoli che sono scaturiti da questa fonte di empietà.


3:5:7 - Confutazione dei passi evangelici falsamente invocati a favore del purgatorio

Tuttavia è necessario strappare loro di mano le testimonianze della Scrittura che falsamente sono soliti pretendere. Quando il Signore, dicono essi, pronuncia che il peccato contro lo Spirito Santo non sarà rimesso né in questo mondo né nell’altro (Matteo 12:32; Marco 3:28; Luca 12:10), egli indica che alcuni peccati saranno rimessi nell’altro mondo. In risposta, chiedo se non sia evidente che il Signore parla lì della colpa del peccato. Se così è, ciò non giova affatto al loro purgatorio: poiché essi dicono che lì si subisce la pena dei peccati, la cui colpa è stata rimessa in questa vita mortale.

Tuttavia, per chiudere loro del tutto la bocca, darò una spiegazione ancora più chiara. Poiché il Signore voleva togliere ogni speranza di ottenere perdono per un crimine tanto esecrabile, non si è accontentato di dire che non sarebbe mai stato rimesso; ma per rafforzare il discorso ha usato questa distinzione, ponendo da una parte il giudizio che la coscienza di ciascuno avverte nella vita presente, e dall’altra il giudizio finale che sarà manifestato nel giorno della risurrezione. Come se dicesse: Guardatevi dal combattere contro Dio con malizia deliberata, poiché una tale ribellione comporta la morte eterna; infatti chiunque avrà cercato deliberatamente di spegnere la luce dello Spirito che gli è presentata, non otterrà perdono né in questa vita, che è assegnata ai peccatori per convertirsi, né nell’ultimo giorno, nel quale gli angeli di Dio separeranno le pecore dai capri e purificheranno il regno di Dio da ogni scandalo.

Essi adducono anche questa parabola di Matteo: «Mettiti d’accordo con il tuo avversario, affinché non ti conduca davanti al giudice, e il giudice non ti consegni all’ufficiale, e l’ufficiale non ti metta in prigione; dalla quale non uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo» (Matteo 5:25-26). Rispondo che, se in questo passo il giudice significa Dio, l’avversario il diavolo, l’ufficiale un angelo, e la prigione il purgatorio, concedo loro la vittoria. Ma se è cosa notoria che Cristo ha voluto mostrare quanto grandi pericoli corrono coloro che preferiscono spingere le loro contese e le loro liti fino all’estremo, piuttosto che accordarsi amichevolmente, per esortarci con questo ammonimento a cercare sempre la concordia con tutti, dove mai vi si troverà il purgatorio? In breve, se il passo è considerato secondo il suo senso semplice e naturale, non vi si troverà nulla di ciò che essi pretendono.


3:5:8 - Confutazione di Filippesi 2:10 e del ricorso ai Maccabei

Essi traggono anche una prova da ciò che dice san Paolo, che ogni ginocchio si piegherà davanti a Cristo, tanto di quelli che sono nei cieli, quanto di quelli che sono sulla terra e sotto la terra (Filippesi 2:10); poiché ritengono cosa risolta che per quelli “sotto la terra” non si possano intendere coloro che sono nella morte eterna, e pertanto ne concludono che si tratti delle anime del purgatorio. L’argomentazione sarebbe valida, se con l’atto dell’inginocchiarsi l’Apostolo intendesse la vera adorazione che i fedeli rendono a Dio. Ma poiché egli insegna semplicemente che Gesù Cristo ha ricevuto dal Padre la sovranità suprema su tutte le creature, quale difficoltà vi è nel comprendere per quelli “sotto la terra” i demoni, i quali certamente compariranno davanti al trono del Signore per riconoscerlo come loro giudice con terrore e tremore? Così san Paolo stesso espone questa profezia in un altro passo: «Tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo» (Romani 14:10). Poiché il Signore dice che ogni ginocchio si piegherà davanti a lui, eccetera.

Replicheranno che non si può interpretare così ciò che è detto nell’Apocalisse: «Udii tutte le creature, tanto nei cieli quanto sulla terra, e sotto la terra e nel mare, dire: A colui che siede sul trono e all’Agnello siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli» (Apocalisse 5:13). Questo lo concedo volentieri; ma di quali creature pensano che qui si parli? È più che certo che vi sono comprese anche quelle che non hanno anima né intelligenza. Pertanto non si significa altro se non che tutte le parti del mondo, dalla sommità del cielo fino al centro della terra, ciascuna nel proprio ordine, magnificano la gloria del loro Creatore.

Non darò alcuna risposta a ciò che essi producono dalla storia dei Maccabei (2 Maccabei 12:43), affinché non sembri che io voglia riconoscere quel libro come canonico. Diranno che sant’Agostino lo riceve come tale; ma chiedo: con quale certezza? «I Giudei», dice egli, «non tengono la storia dei Maccabei come la Legge, i Profeti e i Salmi, ai quali il Signore rende testimonianza come suoi testimoni, dicendo che doveva compiersi tutto ciò che era scritto di lui nella Legge, nei Salmi e nei Profeti; tuttavia la Chiesa», egli dice, «l’ha ricevuta, e non senza utilità, purché la si legga sobriamente» (Luca 24:44). San Girolamo dichiara senza esitazione che non è un libro che debba avere autorità per fondarvi alcuna dottrina o articolo di fede. E nell’esposizione del Simbolo attribuita a san Cipriano, la quale è antica, qualunque ne sia l’autore, è dimostrato che allora non lo si considerava un libro canonico.

Ma mi accorgo di disputare invano. Poiché l’autore stesso mostra quanto gli si debba credere, quando chiede che gli si perdoni se ha detto qualcosa fuori strada (2 Maccabei 15:38). Chi confessa di aver bisogno di indulgenza e di perdono, attesta abbastanza con ciò che ciò che dice non deve essere ritenuto come una sentenza dello Spirito Santo. Inoltre, in ciò che essi adducono a loro favore, non è lodato altro che la pietà di Giuda Maccabeo, in quanto, per la speranza che aveva della risurrezione finale, inviò un’offerta per i morti a Gerusalemme. Poiché l’autore della storia, chiunque egli sia, non spinge la devozione di Giuda fino al punto che volesse riscattare i peccati mediante la sua offerta; ma affinché coloro nel cui nome egli offriva fossero associati ai fedeli che erano morti per sostenere la vera religione. Questo atto non fu privo di uno zelo inconsiderato; ma coloro che ai nostri giorni traggono un sacrificio fatto sotto la Legge sono doppiamente folli, poiché è certo che tutte queste cose allora in uso sono cessate con la venuta di Cristo.


3:5:9 - Retta interpretazione di 1 Corinzi 3 e identificazione del “fuoco”

Ma essi possiedono una roccaforte che ritengono inespugnabile in san Paolo, quando egli dice: «Se qualcuno costruisce sul fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno o paglia, l’opera di ciascuno sarà manifestata dal giorno del Signore, poiché sarà rivelata nel fuoco; e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno. Se l’opera di qualcuno brucia, egli ne avrà danno; quanto a lui, sarà salvato, però come attraverso il fuoco» (1 Corinzi 3:12-15). Di quale fuoco parla san Paolo, dicono essi, se non del purgatorio, mediante il quale le nostre macchie vengono lavate affinché entriamo puri nel regno di Dio?

Rispondo che molti degli antichi hanno interpretato diversamente, intendendo per “fuoco” la croce e la tribolazione, mediante le quali il Signore prova i suoi per purificarli da ogni lordura. E in effetti questa interpretazione è assai più verosimile che l’immaginazione di un purgatorio. Tuttavia io non accolgo neppure questa opinione, poiché mi sembra di averne una più certa e più chiara. Ma prima di giungervi, chiedo loro se pensino che gli apostoli e tutti i santi abbiano dovuto passare attraverso questo fuoco di purificazione. Sono certo che lo negheranno; poiché sarebbe troppo assurdo confessare che coloro che, secondo i loro sogni, avevano meriti così superflui da poterne largire a tutta la Chiesa, abbiano avuto bisogno di essere purificati. Ora san Paolo non dice che l’opera di alcuni sarà provata, ma di tutti; nel quale numero universale sono compresi anche gli apostoli. Non sono io che formulo questo argomento, ma sant’Agostino, che lo usa per confutare proprio l’interpretazione dei nostri avversari.

Vi è di più: san Paolo non dice che coloro che passeranno attraverso il fuoco soffriranno per i loro peccati; ma dice che coloro che avranno edificato la Chiesa di Dio nel modo più fedele possibile riceveranno la loro ricompensa dopo che la loro opera sarà stata provata dal fuoco. Anzitutto vediamo che l’Apostolo ha usato una metafora, chiamando fieno, legno e paglia le dottrine forgiate dalla mente degli uomini. La ragione di questa similitudine è evidente: come il legno, appena è accostato al fuoco, viene consumato, così tali dottrine umane non possono sussistere quando vengono sottoposte all’esame. Ora è cosa notoria che questo esame è compiuto dallo Spirito Santo. Perciò, per proseguire la similitudine e adattare una parte all’altra, egli ha chiamato “fuoco” l’esame dello Spirito Santo.

Poiché come l’oro e l’argento, quanto più sono accostati al fuoco, tanto più sono provati nella loro purezza, così la verità di Dio, quanto più è diligentemente considerata mediante l’esame spirituale, tanto più è confermata nella sua autorità. E come il legno, la paglia e il fieno, quando sono messi al fuoco, vengono subito incendiati e ridotti in cenere, così tutte le invenzioni umane che non sono fondate sulla Parola di Dio non possono sopportare l’esame dello Spirito senza essere distrutte e annientate. In breve, se le dottrine inventate sono paragonate al legno, alla paglia e al fieno, perché come tali vengono bruciate dal fuoco e ridotte al nulla; e se è così che esse non vengono distrutte se non dallo Spirito di Dio, ne segue che lo Spirito è il fuoco mediante il quale esse sono provate.

Questa prova è chiamata da san Paolo “giorno del Signore”, secondo l’uso della Scrittura, la quale parla così ogni volta che il Signore, in qualunque modo, manifesta agli uomini la sua presenza. Ma soprattutto il suo volto risplende quando la sua verità ci è chiarita. Abbiamo già dimostrato che questo fuoco non significa altro, in san Paolo, che l’esame dello Spirito Santo.

Resta ora da intendere come saranno salvati “attraverso il fuoco” coloro che subiranno la perdita della loro opera. Ciò non sarà difficile, se consideriamo di quale genere di uomini egli parli. Egli fa menzione di coloro che, volendo edificare la Chiesa, conservano il buon fondamento, ma vi aggiungono una materia diversa e non corrispondente: cioè non si allontanano dai principali e necessari articoli della fede, ma tuttavia sbagliano in alcune cose, mescolando sogni umani alla verità di Dio. Costoro dunque devono subire la perdita della loro opera, cioè ciò che hanno aggiunto di loro alla Parola di Dio deve perire ed essere calpestato; tuttavia la loro persona sarà salvata, non perché il loro errore e la loro ignoranza siano approvati da Dio, ma perché il Signore, per la grazia del suo Spirito, li ne trae e li libera. Perciò tutti coloro che hanno contaminato la sacra purezza delle Scritture con questa feccia e lordura del purgatorio devono lasciar perire la loro opera.


3:5:10 - Origine storica delle preghiere per i morti e loro mancanza di fondamento scritturale

I nostri avversari replicheranno che questa opinione è stata sostenuta fin dall’antichità nella Chiesa; ma san Paolo, prevedendo tale obiezione, include anche il suo tempo in questa sentenza, quando annuncia che tutti coloro che avranno aggiunto qualcosa all’edificio della Chiesa che non corrisponde al fondamento avranno lavorato invano e perso la loro fatica. Pertanto, quando i nostri avversari mi diranno che questa usanza di pregare per i defunti è stata accolta nella Chiesa già da tredici secoli, chiederò loro, d’altra parte, in base a quale Parola di Dio, a quale rivelazione e seguendo quale esempio ciò sia stato fatto. Poiché non solo essi non hanno alcuna testimonianza della Scrittura, ma non vi è neppure alcun esempio di un fedele che si accordi a tale pratica.

La Scrittura racconta spesso e diffusamente come i fedeli abbiano pianto la morte dei loro parenti e come li abbiano sepolti; ma che abbiano pregato per loro, non se ne trova notizia. E poiché ciò sarebbe stato di maggiore importanza del pianto e della sepoltura, meritava tanto più di essere menzionato. In effetti, i Padri antichi della Chiesa cristiana, che hanno pregato per i morti, vedevano bene di non avere alcun comandamento di Dio né esempio legittimo per farlo. Come dunque, dirà qualcuno, osarono intraprenderlo? Rispondo che in ciò essi furono uomini; e pertanto non bisogna trarre a imitazione ciò che fecero. Poiché, dal momento che i fedeli non devono intraprendere nulla senza certezza di coscienza, come dice san Paolo (Romani 14:23), tale certezza è richiesta soprattutto nella preghiera.

Si replicherà che è verosimile che siano stati indotti a ciò da qualche ragione. Rispondo che fu un affetto umano a muoverli, poiché cercavano un alleviamento del loro dolore; e sembrava loro cosa disumana non mostrare alcun segno d’amore verso i loro amici defunti. Tutti sperimentiamo quanto la nostra natura sia incline a questo affetto. Anche l’abitudine servì da fiaccola per accendere il fuoco in molti. Sappiamo che è stata pratica comune presso tutti i popoli e in ogni età celebrare esequie per i defunti e purificare le anime, come essi credevano, fissando anche un giorno solenne ogni anno. Ora, benché Satana abbia abusato dei poveri con tali illusioni, egli tuttavia trasse occasione del suo inganno da un principio vero: che la morte non annienta del tutto l’uomo, ma è un passaggio da questa vita caduca a un’altra. E non v’è dubbio che tale superstizione renda persino i pagani colpevoli davanti al tribunale di Dio, poiché non si sono curati della vita futura che pure professavano di credere.

I cristiani, per non sembrare peggiori dei profani, si vergognarono di non rendere anch’essi servizi ai defunti. Da qui nacque questa sollecitudine folle e inconsiderata: temevano di esporsi a grande disonore se non usavano molte cerimonie e pompe e se non facevano offerte per alleviare le anime dei loro parenti e amici. Ciò che era proceduto da una scimmiottatura perversa crebbe a poco a poco al punto che la principale santità dei Papisti consiste nel raccomandare i morti e soccorrerli.

Ma la Scrittura ci offre una consolazione ben migliore, proclamando che coloro che muoiono nel nostro Signore sono beati, aggiungendone la ragione: che essi riposano da tutte le loro fatiche (Apocalisse 14:13). Non è dunque cosa buona dare tanto libero corso ai nostri affetti da introdurre nella Chiesa un modo perverso di pregare Dio. Certamente chiunque abbia un minimo di giudizio e prudenza giudicherà facilmente che gli antichi, trattando di questa materia, si sono troppo conformati all’opinione e alla stoltezza del volgo.

Confesso che, come spesso gli spiriti prevenuti da una credulità instabile vengono accecati, anche i dottori furono coinvolti nella fantasia comune; tuttavia dai loro scritti appare che parlano delle preghiere per i defunti non senza scrupolo, come persone incerte e vacillanti. Sant’Agostino, nel libro delle Confessioni, racconta che sua madre Monica, al momento della morte, pregò con insistenza che si facesse memoria di lei alla comunione dell’altare; ma dico che si tratta di un desiderio da vecchia, che il figlio, mosso da umanità, non ha ben misurato secondo la regola della Scrittura nel volerlo approvare. Il libro che egli compose appositamente su questo argomento, intitolato La cura per i morti, è avvolto in tanti dubbi da bastare a raffreddare chiunque vi fosse incline. Almeno vedendo che egli si appoggia solo a congetture deboli e leggere, si comprenderà che non ci si deve troppo affannare per una cosa che non ha alcuna importanza.

Infatti l’unico fondamento su cui egli si appoggia è questo: che non si deve disprezzare ciò che è stato accolto da lungo tempo ed è comunemente praticato. Del resto, anche se concedessi che gli antichi dottori ritenessero che non si dovessero respingere i suffragi per i morti, dobbiamo tuttavia attenersi alla regola che non può fallire: che non è lecito introdurre nelle nostre preghiere nulla che abbiamo forgiato da noi stessi, ma dobbiamo piuttosto sottomettere i nostri desideri e le nostre richieste a Dio, poiché a lui spetta l’autorità di dirci che cosa dobbiamo domandargli. Ora, poiché non vi è una sola sillaba in tutta la Legge e nell’Evangelo che ci conceda di pregare per i morti, dico che tentare più di quanto egli ci ha permesso è profanare il suo nome.

E affinché i nostri avversari non si glorino di avere la Chiesa antica come compagna in questo errore, aggiungo che vi è grande differenza. Anticamente si faceva memoria dei defunti affinché non sembrasse che fossero stati del tutto dimenticati; ma i Padri confessavano di non sapere nulla del loro stato. Tanto è vero che non affermavano nulla sul purgatorio, anzi non ne parlavano se non con dubbio. Questi nuovi profeti vogliono che il loro sogno sia tenuto come articolo di fede, sul quale non sia lecito indagare. Gli antichi Padri facevano qualche menzione dei morti nelle loro preghiere con sobrietà e raramente, quasi per forma; i Papisti invece vi insistono continuamente, preferendo questa superstizione a tutte le opere di carità.

Non mi sarebbe neppure difficile addurre alcune testimonianze degli antichi che rovesciano tutte le preghiere che allora si facevano per i defunti, come quando sant’Agostino dice che tutti attendono la risurrezione della carne e la vita eterna, ma che del riposo che segue la morte godono coloro che ne sono degni; e che tutti i fedeli godono di tale riposo, come i profeti, gli apostoli e i martiri, non appena sono deceduti. Se la loro condizione è tale, vi chiedo, che cosa potrebbero aggiungere le nostre preghiere?

Tralascio di parlare delle tante superstizioni grossolane con cui hanno ammaliato le persone semplici; eppure vi sarebbe materia più che sufficiente per smascherarle, poiché non hanno alcun pretesto per scusarsi dal non essere riconosciuti come i più vili ingannatori che siano mai esistiti. Tralascio anche le ignobili traffiche e mercanzie che hanno fatto delle anime a loro piacere, mentre il mondo era intontito. Non se ne verrebbe mai a capo, se volessi trattare a lungo questo argomento. D’altra parte, i fedeli hanno quanto basta, in ciò che ho detto, per risolversi nelle loro coscienze.


Riassunto del capitolo (3:5)