Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 6
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III - Capitolo VI
Della vita della persona cristiana: e anzitutto quali sono gli argomenti della Scrittura per esortarci ad essa
3:6:1 - Scopo della rigenerazione e metodo generale per ordinare la vita cristiana
Abbiamo detto che lo scopo della nostra rigenerazione è che nella nostra vita si percepisca un’armonia e un accordo tra la giustizia di Dio e la nostra obbedienza, e che mediante ciò ratifichiamo l’adozione con cui Dio ci ha accolti nella sua famiglia come figli e figlie. Ora, sebbene la Legge di Dio contenga in sé questa novità di vita, mediante la quale la sua immagine viene restaurata in noi, tuttavia, poiché la nostra lentezza ha bisogno di molti stimoli e aiuti, sarà utile raccogliere da diversi passi della Scrittura il modo di ben regolare la nostra vita, affinché coloro che desiderano convertirsi a Dio non si smarriscano in affetti inconsiderati.
Nel propormi di formare la vita della persona cristiana, non ignoro di entrare in una materia ampia e varia, tale da poter riempire un grande volume se la si volesse trattare diffusamente. Vediamo infatti quanto siano prolisse le esortazioni degli antichi Dottori, anche quando trattano una sola virtù in particolare. E ciò non procede da eccessiva verbosità, poiché qualunque virtù si proponga di lodare e raccomandare, l’abbondanza della materia fa sì che non sembri di averne ben discusso se non vi si impiegano molte parole.
La mia intenzione, però, non è di estendere la dottrina di vita che intendo proporre fino a spiegare singolarmente ogni virtù, né di comporre lunghe esortazioni. Questo si potrà apprendere dai libri altrui, e in particolare dalle omelie degli antichi Dottori, cioè dai sermoni popolari. Mi basterà indicare un certo ordine mediante il quale la persona cristiana sia condotta e indirizzata a un giusto fine nel ben ordinare la propria vita. Mi accontenterò, dico, di mostrare brevemente una regola generale alla quale si possano ricondurre tutte le azioni.
Avremo forse talvolta occasione di fare applicazioni simili a quelle che si trovano nei sermoni degli antichi Dottori; ma l’opera che abbiamo tra mano richiede che comprendiamo una dottrina semplice, nella maggiore brevità possibile. Ora, come i filosofi hanno certi fini di onestà e rettitudine dai quali deducono i doveri particolari e tutti gli atti di virtù, così anche la Scrittura, in questo ambito, ha il suo modo di procedere, che è di gran lunga migliore e più sicuro di quello dei filosofi.
Vi è solo questa differenza: che quelli, essendo pieni di ambizione, hanno cercato la forma più appariscente possibile, per dare lustro all’ordine e alla disposizione di cui facevano uso, al fine di mostrare la loro sottigliezza. Al contrario, lo Spirito Santo, poiché insegnava senza affettazione e senza pompa, non ha sempre osservato in modo così rigoroso un certo ordine e metodo; tuttavia, poiché talvolta se ne serve, ci mostra che non dobbiamo disprezzarlo.
3:6:2 - Santità come fine della vocazione e fondamento della vita cristiana
Ora, questo ordine della Scrittura di cui parliamo consiste in due parti. La prima è imprimere nei nostri cuori l’amore per la giustizia, al quale per natura non siamo affatto inclini. La seconda è darci una certa regola che non ci lasci vagare qua e là né smarrirci nel determinare il modo di vivere.
Quanto al primo punto, la Scrittura offre moltissime e ottime ragioni per inclinare il nostro cuore ad amare il bene; molte delle quali abbiamo già notato in altri luoghi e ne toccheremo ancora alcune qui. Da quale fondamento potrebbe cominciare meglio, se non ammonendoci che dobbiamo essere santi, poiché il nostro Dio è santo (Levitico 19:1-2; 1 Pietro 1:16)? Aggiungendo la ragione: che, poiché eravamo dispersi come pecore smarrite nel labirinto di questo mondo, egli ci ha raccolti per unirci a sé.
Quando udiamo parlare della comunione di Dio con noi, dobbiamo ricordare che il vincolo di tale comunione è la santità. Non che mediante il merito della nostra santità giungiamo alla comunione con Dio - poiché è necessario che egli prima ci renda santi per poter aderire a lui, affinché poi diffonda su di noi la sua santità e ci faccia seguire dove ci chiama - ma perché appartiene alla sua gloria non avere alcuna comunanza con iniquità e impurità. Poiché siamo suoi, dobbiamo dunque somigliargli.
Per questo la Scrittura ci insegna che questo è il fine della nostra vocazione, al quale dobbiamo sempre guardare se vogliamo rispondere a Dio. Che senso avrebbe, infatti, essere liberati dalla lordura e dalla contaminazione in cui eravamo immersi, se poi volessimo per tutta la vita rotolarci di nuovo in esse? Inoltre essa ci ammonisce che, se vogliamo essere nella compagnia del popolo di Dio, dobbiamo abitare in Gerusalemme, sua città santa (Salmo 24:3). Poiché egli l’ha consacrata e dedicata al suo onore, non è lecito che sia contaminata da abitanti impuri e profani.
Da qui derivano quelle affermazioni secondo cui chi cammina senza macchia e si applica a vivere rettamente dimorerà nel tabernacolo del Signore, poiché non è conveniente che il santuario in cui egli abita sia infettato di lordure come una stalla (Salmo 15:2; Isaia 35:8 e altrove).
3:6:3 - Cristo come modello vivente e motivazione superiore all’etica filosofica
Inoltre, per stimolarci maggiormente, la Scrittura ci ricorda che, come Dio si è riconciliato con noi in Cristo, così in lui ci ha costituiti avendo davanti un esempio e un modello al quale dobbiamo conformarci (Romani 6:18). Coloro che pensano che solo i filosofi abbiano trattato bene e correttamente la dottrina morale, mi mostrino nei loro libri un’esortazione pari a quella che ho appena ricordato.
Quando vogliono esortarci con tutte le loro forze alla virtù, non adducono altro se non che dobbiamo vivere in modo conforme alla natura. La Scrittura ci conduce a una fonte di esortazione molto più alta, quando non solo ci comanda di riferire tutta la nostra vita a Dio, che ne è l’autore, ma, dopo averci ammonito che siamo decaduti dalla vera origine della nostra creazione, aggiunge che Cristo, riconciliandoci con Dio suo Padre, ci è dato come esempio di innocenza, la cui immagine deve essere rappresentata nella nostra vita.
Che cosa si potrebbe dire di più forte e di più efficace? E che cosa si potrebbe desiderare di più? Infatti, se Dio ci adotta come suoi figli e figlie a questa condizione - che l’immagine di Cristo appaia nella nostra vita - allora, se non ci dedichiamo alla giustizia e alla santità, non solo abbandoniamo il nostro Creatore con una slealtà gravissima, ma lo rinneghiamo anche come Salvatore.
Di conseguenza, la Scrittura trae motivo di esortazione da tutti i benefici di Dio e da tutte le parti della nostra salvezza: come quando dice che, poiché Dio si è dato a noi come Padre, siamo colpevoli di una vergognosa ingratitudine se non ci comportiamo come suoi figli e figlie (Malachia 1:6; Efesini 5:1; 1 Giovanni 3:1); poiché Cristo ci ha purificati mediante il lavacro del suo sangue e ci ha comunicato questa purificazione mediante il battesimo, non è conveniente che ci insozziamo di nuove impurità (Efesini 5:26; Ebrei 10:10; 1 Corinzi 6:11, 15; 1 Pietro 1:15, 19); poiché ci ha associati e innestati nel suo corpo, dobbiamo vegliare con cura a non contaminarci in alcun modo, poiché siamo sue membra (1 Corinzi 6:15; Giovanni 15:3; Efesini 5:23); poiché colui che è il nostro capo è asceso al cielo, dobbiamo spogliarci di ogni affetto terreno per aspirare con tutto il cuore alla vita celeste (Colossesi 3:1-2); poiché lo Spirito Santo ci consacra come templi di Dio, dobbiamo impegnarci affinché la gloria di Dio sia esaltata in noi e guardarci da ogni contaminazione (1 Corinzi 3:16; 6:19; 2 Corinzi 6:16); poiché la nostra anima e il nostro corpo sono destinati all’immortalità del regno di Dio e alla corona incorruttibile della sua gloria, dobbiamo sforzarci di conservarli entrambi puri e immacolati fino al giorno del Signore (1 Tessalonicesi 5:23).
Questi sono fondamenti solidi e appropriati per ben ordinare la nostra vita, dei quali non se ne trovano di simili in tutti i filosofi, i quali non salgono mai più in alto che all’esposizione della dignità naturale della persona, quando si tratta di mostrarle quale sia il suo dovere.
3:6:4 - Incompatibilità tra il titolo di cristiano e una vita non trasformata
Qui devo rivolgere la mia parola a coloro che, non avendo di Cristo se non il titolo, vogliono tuttavia essere considerati cristiani. Ma quale audacia è la loro nel gloriarsi del suo sacro Nome, dal momento che nessuno ha comunione con lui se non chi lo ha conosciuto rettamente mediante la Parola dell’Evangelo? Ora san Paolo nega che una persona abbia una vera conoscenza di Cristo se non ha imparato a spogliarsi dell’essere umano vecchio che si corrompe nei desideri disordinati, per rivestirsi di Cristo (Efesini 4:20-24).
È dunque evidente che persone di questo genere pretendono falsamente la conoscenza di Cristo e gli arrecano in ciò una grave offesa, per quanto bello sia il loro parlare. Poiché l’Evangelo non è una dottrina di lingua, ma di vita; e non deve essere compreso soltanto con l’intelletto e la memoria, come le altre discipline, ma deve possedere interamente l’anima e avere la sua sede e dimora nel profondo del cuore; altrimenti non è accolto come si conviene.
Perciò, o cessino di vantarsi, con disonore di Dio, di essere ciò che non sono, oppure si mostrino realmente discepoli di Cristo. Abbiamo giustamente dato il primo posto alla dottrina in materia di religione, poiché essa è l’inizio della nostra salvezza; ma è necessario anche che, per esserci utile e fruttuosa, essa penetri fino in fondo nel cuore e manifesti la sua efficacia nella nostra vita, anzi, che ci trasformi secondo la sua natura.
Se i filosofi hanno buone ragioni per indignarsi contro coloro che fanno professione della loro arte - che essi chiamano maestra di vita - e tuttavia la riducono a un chiacchiericcio sofistico, quanto maggiori ragioni abbiamo noi di detestare quei parlatori che si accontentano di avere l’Evangelo sulle labbra, disprezzandolo con tutta la loro vita, quando la sua efficacia dovrebbe penetrare nel profondo del cuore ed essere radicata nell’anima cento volte più di tutte le esortazioni filosofiche, che in confronto hanno ben poca forza.
3:6:5 - Tensione verso la perfezione evangelica e perseveranza nel cammino
Non richiedo che i costumi della persona cristiana siano puro e perfetto Evangelo - sebbene ciò sia da desiderare e ci si debba sforzare di realizzarlo - tuttavia non esigo con tanta rigidità una perfezione evangelica tale da non voler riconoscere come cristiana alcuna persona che non vi sia giunta. Altrimenti, tutte le persone del mondo sarebbero escluse dalla Chiesa, poiché non se ne troverebbe una che non ne sia ancora molto lontana, anche tra coloro che hanno fatto buoni progressi; e la maggior parte è ancora poco avanzata. Tuttavia, per questo non devono essere respinte.
Che cosa dunque? Dobbiamo tenere davanti ai nostri occhi questo obiettivo, al quale tutte le nostre azioni siano orientate: tendere alla perfezione che Dio ci comanda. Dobbiamo, dico, sforzarci e aspirare a giungervi. Poiché non è lecito patteggiare con Dio, accogliendo una parte di ciò che egli comanda nella sua Parola e lasciandone un’altra al nostro capriccio. Egli ci raccomanda sempre, come primo requisito, l’integrità: con la quale intende una semplicità pura del cuore, libera da ogni finzione, opposta al cuore doppio; come a dire che il principio del ben vivere è spirituale, quando l’affezione interiore dell’anima si dedica a Dio senza ipocrisia, per camminare nella giustizia e nella santità.
Ma poiché, mentre dimoriamo in questa prigione terrena, nessuna persona tra noi è così forte e ben disposta da correre in questa via con l’agilità che dovrebbe - anzi la maggior parte è così debole e fragile che vacilla e zoppica, e avanza a fatica - procediamo ciascuno secondo la misura delle nostre forze, senza cessare di seguire il cammino che abbiamo intrapreso. Nessuno camminerà così lentamente da non avanzare ogni giorno di un poco.
Non cessiamo dunque di tendere a questo fine, affinché progrediamo assiduamente nella via del Signore; e non perdiamo coraggio se il nostro progresso è piccolo. Poiché, anche se il risultato non corrisponde al nostro desiderio, non è tutto perduto quando il giorno presente supera quello passato. Guardiamo soltanto con semplicità pura e retta al nostro obiettivo, e sforziamoci di raggiungerlo, senza ingannarci con vane lusinghe né concedere indulgenza ai nostri vizi; ma impegnandoci senza sosta a diventare di giorno in giorno migliori di quanto siamo, fino a quando saremo giunti alla somma bontà, che dobbiamo cercare e seguire per tutto il tempo della nostra vita, per afferrarla pienamente quando, spogliati dell’infermità della nostra carne, saremo resi partecipi di essa in modo completo: cioè quando Dio ci accoglierà nella sua comunione.
Riassunto del capitolo 3:6