Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 7
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III – Capitolo VII
La somma della vita cristiana: in cui si tratta del rinnegare noi stessi
3:7:1 – Il fondamento della vita cristiana: appartenere a Dio e rinnegare sé stessi
Veniamo ora al secondo punto. Sebbene la Legge di Dio abbia un metodo ottimo e una disposizione ben ordinata per regolare la nostra vita, tuttavia è parso opportuno a questo buon Maestro celeste formare i suoi con una dottrina più raffinata, oltre alla regola che aveva loro dato nella Legge. L’inizio dunque di questo suo insegnamento è questo: che l’ufficio dei fedeli consiste nell’offrire i loro corpi a Dio come sacrificio vivente, santo e gradito; ed è in questo che consiste il culto legittimo che dobbiamo rendergli (Romani 12:1-2). Da qui segue l’esortazione che i fedeli non si conformino alla forma di questo secolo, ma siano trasformati mediante il rinnovamento della mente, per ricercare e conoscere quale sia la volontà di Dio.
È già un grande punto affermare che siamo consacrati e dedicati a Dio, per non pensare, parlare, meditare o fare nulla d’ora in poi se non per la sua gloria. Poiché non è lecito applicare una cosa sacra a un uso profano. Ora, se non siamo nostri, ma apparteniamo al Signore, da questo si può comprendere che cosa dobbiamo fare per non errare, e a che cosa dobbiamo indirizzare tutte le parti della nostra vita.
Non siamo nostri: dunque la nostra ragione e la nostra volontà non devono dominare nei nostri propositi e nelle nostre azioni. Non siamo nostri: non poniamoci quindi come fine quello che ci è utile secondo la carne. Non siamo nostri: dimentichiamo dunque noi stessi, per quanto è possibile, e tutto ciò che ci circonda.
Al contrario, siamo del Signore: viviamo e moriamo per lui. Siamo del Signore: dunque la sua volontà e la sua sapienza presiedano a tutte le nostre azioni. Siamo del Signore: tutte le parti della nostra vita siano riferite a lui come al loro unico fine.
Oh quanto ha progredito l’uomo che, riconoscendo di non appartenere a sé stesso, ha tolto il dominio e il governo di sé alla propria ragione per rimetterli a Dio! Infatti, come la peggiore peste che gli esseri umani abbiano per perdersi e rovinarsi è il compiacersi in sé stessi, così l’unico porto di salvezza è non essere sapienti in sé stessi, non volere nulla da sé, ma seguire soltanto il Signore.
Sia dunque questo il nostro primo grado: ritirarci da noi stessi, per applicare tutta la forza del nostro intendimento al servizio di Dio. Chiamo servizio non solo quello che consiste nell’obbedienza alla sua Parola, ma quello per cui l’intelletto umano, svuotato del proprio giudizio, si converte interamente e si sottomette allo Spirito di Dio. Questa trasformazione, che l’apostolo Paolo chiama rinnovamento della mente (Efesini 4:23), è stata ignorata da tutti i filosofi, benché sia il primo ingresso nella vita.
Essi infatti insegnano che la sola ragione deve governare e moderare l’essere umano, e pensano che si debba ascoltare e seguire soltanto essa, affidandole così il governo della vita. Al contrario, la filosofia cristiana vuole che la ragione ceda, si ritiri e lasci posto allo Spirito Santo, venendo domata dalla sua guida, affinché l’essere umano non viva più di sé stesso, ma abbia in sé Cristo che vive e regna (Galati 2:20).
3:7:2 – Cercare ciò che piace a Dio e non a noi stessi
Da qui segue l’altra parte che abbiamo indicato: che non cerchiamo le cose che piacciono a noi, ma quelle che sono gradite a Dio e servono a esaltare la sua gloria. Anche questa è una grande virtù: che, avendo quasi dimenticato noi stessi, o almeno non curandoci di noi, ci impegniamo fedelmente ad applicare il nostro zelo nel seguire Dio e i suoi comandamenti.
Infatti, quando la Scrittura ci vieta di avere uno sguardo particolare verso noi stessi, non solo estirpa dal nostro cuore l’avarizia, l’ambizione di dominare, il desiderio di grandi onori o alleanze, ma vuole anche sradicare ogni ambizione, ogni ricerca di gloria umana e le altre pestilenze nascoste.
È necessario che la persona cristiana sia disposta in modo tale da pensare di avere sempre a che fare con Dio in tutta la sua vita. Se ha questo pensiero, così come rifletterà sul dover rendere conto di tutte le sue opere, allo stesso modo rivolgerà a lui tutta la sua intenzione e la manterrà fissata in lui. Chiunque infatti guarda a Dio in tutte le sue opere distoglie facilmente il suo spirito da ogni vana considerazione.
Questo è il rinnegamento di sé stessi che Cristo richiede con tanta cura da tutti i suoi discepoli come primo insegnamento (Matteo 16:24). Quando il cuore dell’essere umano ne è una volta occupato, dapprima vengono estirpati l’orgoglio, la superbia e l’ostentazione; poi anche l’avarizia, l’intemperanza, la dissipazione e tutti i piaceri, insieme agli altri vizi che nascono dall’amore di sé.
Al contrario, ovunque esso non regni, o l’essere umano si abbandona a ogni bassezza senza vergogna, oppure, se vi è qualche apparenza di virtù, essa è corrotta da una cattiva cupidigia di gloria. Mi si mostri infatti una persona che eserciti la benevolenza gratuitamente verso gli altri, se non ha rinnegato sé stessa secondo questo comandamento del Signore.
Coloro che non hanno avuto questa disposizione hanno almeno cercato la lode praticando la virtù. Persino i filosofi, che più di tutti hanno combattuto per mostrare che la virtù deve essere desiderata per sé stessa, sono stati così gonfi di orgoglio e superbia che è evidente come non abbiano cercato la virtù per altro motivo se non per avere materia di vanagloria.
Ora, tanto è vero che gli ambiziosi che cercano la gloria mondana, o persone di questo genere che scoppiano di presunzione interiore, non possono piacere a Dio, che egli dichiara che i primi hanno già ricevuto la loro ricompensa in questo mondo, e che i secondi sono più lontani dal regno di Dio dei pubblicani e delle prostitute.
Tuttavia non abbiamo ancora esposto chiaramente da quanti impedimenti l’essere umano debba essere liberato per dedicarsi al bene, se non ha rinnegato sé stesso. È stato detto a ragione già anticamente che vi è un mondo di vizi nascosti nell’anima dell’essere umano. E non vi troveremo altro rimedio se non questo: che, rinnegando noi stessi e senza badare a ciò che ci piace, indirizziamo e dedichiamo il nostro intendimento a ricercare le cose che Dio richiede da noi, e a ricercarle soltanto perché gli sono gradite.
3:7:3 – Sobrietà, giustizia e pietà alla luce della speranza futura
L’apostolo Paolo, in un altro luogo, espone più distintamente tutte le parti del retto governo della nostra vita, sebbene brevemente. La grazia di Dio, dice, è apparsa portando salvezza a tutti, insegnandoci a rinnegare l’empietà e le cupidigie mondane e a vivere in questo secolo sobriamente, giustamente e piamente, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e del nostro Salvatore Gesù Cristo, che ha dato sé stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone (Tito 2:11).
Dopo aver presentato la grazia di Dio per infonderci coraggio e averci tracciato la via per camminare al servizio di Dio, egli rimuove due ostacoli che potrebbero impedirci fortemente: l’empietà, alla quale siamo per natura troppo inclini, e poi le cupidigie mondane, che si estendono molto più lontano.
Con il termine empietà egli non intende solo le superstizioni, ma comprende tutto ciò che è contrario al vero timore di Dio. Le cupidigie mondane equivalgono alle affezioni della carne. Così egli ci comanda di spogliarci della nostra natura rispetto alle due parti della Legge e di rigettare lontano tutto ciò che la nostra ragione e la nostra volontà ci propongono.
Inoltre, egli riduce tutte le nostre azioni a tre membri: sobrietà, giustizia e pietà. La prima, la sobrietà, comprende senza dubbio sia la castità e la temperanza, sia un uso puro e moderato di tutti i beni di Dio, e la pazienza nella povertà. Il termine giustizia indica la rettitudine con cui dobbiamo comportarci verso il nostro prossimo, rendendo a ciascuno ciò che gli è dovuto. La pietà, posta al terzo posto, ci purifica da ogni contaminazione del mondo per unirci a Dio nella santità.
Quando queste tre virtù sono unite da un legame inseparabile, esse costituiscono una perfezione completa. Ma poiché non vi è nulla di più difficile che abbandonare il nostro giudizio, domare le nostre cupidigie, anzi rinunciarvi del tutto per dedicarci a Dio e ai nostri fratelli e sorelle e meditare in questo fango terrestre una vita angelica, l’apostolo Paolo, per sciogliere le nostre anime da ogni legame, ci richiama alla speranza dell’immortalità beata.
Egli afferma che non combattiamo invano, poiché Gesù Cristo, apparso una volta come Redentore, manifesterà alla sua ultima venuta il frutto della salvezza che ci ha acquistato. In questo modo egli ci distoglie da tutti gli allettamenti che abitualmente ci abbagliano, impedendoci di aspirare come dovremmo alla gloria celeste, e allo stesso tempo ci ammonisce a considerarci pellegrini nel mondo, affinché l’eredità dei cieli non ci venga meno.
3:7:4 – Il rinnegamento di sé nei rapporti con il prossimo
In queste parole vediamo che il rinnegamento di noi stessi riguarda in parte gli altri e in parte Dio, anzi principalmente Dio. Quando la Scrittura ci comanda di comportarci verso il prossimo in modo da preferirlo a noi stessi nell’onore e di impegnarci fedelmente a promuoverne il bene (Romani 12:10; Filippesi 2:3), ci dà comandamenti ai quali il nostro cuore non è capace di obbedire se non è prima svuotato del suo sentimento naturale.
Siamo infatti tutti così accecati e trascinati dall’amore di noi stessi che non vi è persona che non pensi di avere buona ragione per elevarsi sopra tutte le altre e disprezzare chiunque in confronto a sé. Se Dio ci ha concesso qualche grazia degna di stima, subito sotto la sua ombra il nostro cuore si innalza: non solo ci gonfiamo, ma quasi scoppiamo di orgoglio.
I vizi di cui siamo pieni li nascondiamo accuratamente agli altri e facciamo credere che siano piccoli e leggeri, o talvolta li mascheriamo addirittura da virtù. Quanto alle grazie, le stimiamo tanto in noi stessi da arrivare ad ammirarle. Se esse appaiono in altri, persino più grandi, per non essere costretti a cedere loro il posto, le oscuriamo o le disprezziamo quanto più possiamo.
Al contrario, qualunque vizio vi sia nel nostro prossimo, non ci accontentiamo di osservarlo con severità, ma lo amplifichiamo in modo odioso. Da qui nasce questa insolenza: che ciascuno di noi, come se fosse esentato dalla condizione comune, aspira alla preminenza sopra tutti gli altri e disprezza tutti come suoi inferiori.
I poveri cedono ai ricchi, le persone umili ai nobili, i servitori ai loro padroni, gli ignoranti ai sapienti; ma non vi è nessuno che non coltivi nel cuore qualche fantasia di essere degno di eccellere sopra tutti gli altri. Così ciascuno, adulando sé stesso, nutre un regno nel proprio cuore.
Ma se ascoltiamo la dottrina della Scrittura, dobbiamo ricordare che tutte le grazie che Dio ci ha concesso non sono beni nostri, ma doni gratuiti della sua liberalità. Chi dunque se ne inorgoglisce dimostra la propria ingratitudine. «Infatti chi ti distingue dagli altri? E che hai tu che non l'abbia ricevuto? E se pur l'hai ricevuto, perché ti glori come se tu non l'avessi ricevuto?» (1 Corinzi 4:7).
Riconoscendo poi continuamente i nostri vizi, dobbiamo essere condotti all’umiltà. Così non rimarrà in noi nulla che possa gonfiarci, ma piuttosto grande motivo per abbassarci.
Inoltre ci è comandato di onorare e riverire in modo tale i doni di Dio che vediamo nel nostrioprossimo da onorare, per causa loro, le persone nelle quali essi risiedono. Sarebbe infatti un’audacia e un’impudenza troppo grande voler spogliare una persona dell’onore che Dio le ha conferito.
Ci è anche comandato di non fissare lo sguardo sui vizi, ma di coprirli: non per mantenerli con l’adulazione, ma per non insultare chi è caduto in qualche errore, poiché gli dobbiamo amore e onore. Da ciò deriverà che, con chiunque abbiamo a che fare, non solo ci comporteremo con modestia e moderazione, ma anche con dolcezza e amicizia. Al contrario, non si giungerà mai per altra via alla vera mansuetudine se non disponendo il cuore ad abbassarsi e a onorare gli altri.
3:7:5 – La carità come amministrazione dei doni di Dio
Quanto al compiere il nostro dovere nel cercare l’utilità del prossimo, quanta difficoltà vi è! Se non lasciamo da parte la considerazione di noi stessi e non ci spogliamo di ogni affezione carnale, non faremo nulla in questo ambito. Chi infatti adempirà agli uffici che l’apostolo Paolo richiede nella carità, se non ha rinnegato sé stesso per dedicarsi interamente agli altri?
La carità, dice, è paziente, benevola; non è arrogante, non è insolente; non è gonfia, non è invidiosa; non cerca il proprio interesse (1 Corinzi 13:4). Anche se vi fosse solo quest’ultima affermazione, che non dobbiamo cercare il nostro interesse, bisognerebbe già fare grande violenza alla nostra natura, che ci trascina così fortemente all’amore di noi stessi da non permetterci facilmente di trascurare ciò che ci è utile per vegliare sul bene degli altri, o piuttosto di rinunciare al nostro diritto per cederlo al prossimo.
La Scrittura, per condurci a questo atteggiamento, ci ricorda che tutto ciò che abbiamo ricevuto dalla grazia del Signore ci è stato affidato a questa condizione: che lo impieghiamo per il bene comune della Chiesa. E poiché l’uso legittimo di questi doni consiste in una comunicazione amichevole e generosa verso il prossimo, non si poteva trovare regola migliore e più sicura di questa: che tutto il bene che possediamo ci è stato affidato da Dio come in deposito, affinché sia distribuito a vantaggio degli altri.
La Scrittura va oltre, paragonando le grazie che ciascuno possiede alla funzione dei membri di un corpo umano. Nessun membro ha la sua facoltà per sé stesso né la applica al proprio uso particolare, ma la utilizza per il bene degli altri; e non ne ricava alcuna utilità se non quella che deriva dal beneficio comune diffuso in tutto il corpo. Così la persona fedele deve impiegare tutte le sue capacità per i fratelli e le sorelle, provvedendo a sé stessa solo nella misura in cui mantiene sempre l’intenzione rivolta all’utilità comune della Chiesa (1 Corinzi 12:12).
Riteniamo dunque questa regola nel fare il bene ed esercitare l’umanità: che di tutto ciò che il Signore ci ha dato, con cui possiamo aiutare il prossimo, siamo amministratori e dovremo rendere conto di come avremo svolto il nostro incarico. Inoltre, non vi è altro modo di amministrare bene e rettamente ciò che ci è stato affidato se non secondo la regola della carità.
Ne seguirà che non solo congiungeremo la sollecitudine per il bene del prossimo con la cura del nostro vantaggio, ma che assoggetteremo il nostro vantaggio a quello degli altri. E il Signore, per mostrarci che questa è la maniera di amministrare fedelmente i suoi doni, l’ha raccomandata anticamente al popolo d’Israele anche nei più piccoli benefici. Egli ordinò che le primizie dei frutti gli fossero offerte (Esodo 22:29; 23:19), affinché il popolo testimoniasse che non gli era lecito godere dei frutti dei beni se non dopo averli consacrati a lui.
Se dunque i doni di Dio ci vengono finalmente santificati solo dopo che li abbiamo consacrati a lui, è evidente che vi è un abuso condannabile quando questa consacrazione viene omessa. D’altra parte, sarebbe follia cercare di arricchire Dio comunicandogli beni materiali, poiché la nostra beneficenza non può giungere fino a lui, come dice il profeta (Salmi 16:2-3). Essa deve quindi essere esercitata verso i suoi servitori che sono nel mondo.
Per questo anche le elemosine sono paragonate a sacrifici santi (Ebrei 13:16; 2 Corinzi 9:5, 12), per mostrare che esse sono ora esercizi corrispondenti all’antica osservanza che era sotto la Legge, di cui abbiamo appena parlato.
3:7:6 – La pazienza nel fare il bene e lo sguardo sull’immagine di Dio
Inoltre, affinché non ci stanchiamo nel fare il bene (cosa che altrimenti accadrebbe inevitabilmente), dobbiamo ricordare anche ciò che aggiunge l’Apostolo: che la carità è paziente e non si irrita facilmente (1 Corinzi 13:4). Il Signore comanda senza eccezione di fare del bene a tutti; e la maggior parte di essi ne è indegna, se li stimiamo secondo il loro merito. Ma la Scrittura previene questa difficoltà, ammonendoci che non dobbiamo considerare ciò che gli esseri umani meritano da sé stessi, ma piuttosto dobbiamo contemplare in tutti l’immagine di Dio, alla quale dobbiamo ogni onore e amore.
In particolare, dobbiamo riconoscerla nei fratelli e sorelle nela fede (Galati 6:10), poiché in loro essa è rinnovata e restaurata dallo Spirito di Cristo. Chiunque dunque si presenti a noi avendo bisogno del nostro aiuto, non avremo motivo di rifiutarci di impiegarci per lui.
Se diciamo che è uno straniero, il Signore gli ha impresso un segno che deve esserci familiare; perciò ci esorta a non disprezzare la nostra carne (Isaia 58:7). Se allegassimo che è spregevole e di nessun valore, il Signore replica, ricordandoci che l’ha onorato facendo risplendere in lui la sua immagine. Se dicessimo che non gli dobbiamo nulla, il Signore ci dice che lo sostituisce al suo posto, affinché riconosciamo in lui i benefici che ci ha fatto.
Se dicessimo che è indegno, al punto che non faremmo neppure un passo per lui, l’immagine di Dio, che dobbiamo contemplare in lui, è ben degna che ci esponiamo per essa con tutto ciò che è nostro. Anzi, anche se fosse una persona tale che non solo non avesse meritato nulla da noi, ma ci avesse fatto molte ingiurie e oltraggi, ciò non sarebbe ancora causa sufficiente perché cessiamo di amarla e di procurarle piacere, aiuto e servizio.
Se dicessimo che non ha meritato da noi se non male, Dio potrebbe domandarci quale male egli ci abbia fatto, lui dal quale teniamo tutto il nostro bene. Infatti, quando egli ci comanda di rimettere agli altri le offese che ci hanno fatto (Luca 17:3; Matteo 6:14; 18:35), se ne assume egli stesso l’onere. Non c’è che questa via per giungere a ciò che è non solo difficile alla natura umana, ma del tutto ripugnante: amare chi ci odia, rendere bene per male, pregare per chi parla male di noi (Matteo 5:44).
Arriveremo, dico, a questo punto se ricordiamo che non dobbiamo fermarci alla malizia delle persone, ma piuttosto contemplare in loro l’immagine di Dio, la quale, per la sua eccellenza e dignità, può e deve muoverci ad amarle e a cancellare tutti i loro vizi che potrebbero distoglierci da questo.
3:7:7 – Carità compiuta: non solo dovere esteriore, ma affetto fraterno
Questa mortificazione dunque avrà luogo in noi quando avremo una carità compiuta. E ciò consiste non nel compiere soltanto tutti gli uffici che appartengono alla carità, ma nel compierli con un vero affetto di amicizia. Infatti può accadere che una persona faccia al prossimo tutto ciò che gli deve quanto al dovere esteriore, e tuttavia sia ben lontana dal compiere il suo dovere come si conviene.
Se ne vedono molti che vogliono essere considerati molto liberali; e tuttavia non largiscono nulla senza poi rinfacciarlo, o con un’aria altera, o con parole superbe. Siamo giunti a questa miseria nel tempo presente, che la maggior parte del mondo non fa elemosine se non con contumelia. Una perversità che non dovrebbe essere tollerabile neppure tra i pagani.
Ora il Signore richiede dai cristiani ben altro che un volto gioioso e allegro, affinché rendano la loro beneficenza amabile mediante umanità e dolcezza. Prima di tutto, devono assumere in sé la condizione di chi ha bisogno di soccorso: devono aver compassione della sua sorte come se la sentissero e la portassero, ed essere toccati dal medesimo sentimento di misericordia nel sovvenirlo come se si trattasse di sé stessi.
Chi avrà un tale animo, nel fare del bene ai fratelli e alle sorelle, non solo non contaminerà la sua beneficenza con alcuna arroganza o rinfaccio, ma neppure disprezzerà chi beneficia a motivo della sua indigenza, né vorrà assoggettarlo come se fosse obbligato verso di lui.
Così come non insultiamo un membro del nostro corpo, per il quale tutto il resto del corpo si affatica per rimetterlo in forze, e non pensiamo che esso sia in modo speciale debitore agli altri membri perché ha dato loro più fatica di quanta ne abbia ricevuta. Infatti ciò che le membra si comunicano tra loro non è stimato gratuito, ma piuttosto pagamento e soddisfazione di quanto è dovuto per legge di natura; e non potrebbe essere rifiutato senza rendersi odioso.
In questo modo guadagneremo anche un altro punto: che non penseremo di essere liberati e assolti quando avremo compiuto il nostro dovere in qualche ambito, come comunemente si ritiene. Infatti, quando una persona ricca ha dato qualcosa del suo, lascia poi cadere tutte le altre responsabilità e se ne considera esente, come se non la riguardassero affatto. Al contrario, ciascuno riterrà di essere debitore al prossimo di tutto ciò che ha e di ciò che può, e non dovrà porre altro limite all’obbligo di fare del bene se non quello in cui venga a mancare la capacità; e fin dove essa si estende, deve essere ricondotta alla carità.
3:7:8 – Rinnegare sé stessi davanti a Dio: sottomettere i desideri e cercare la sua benedizione
Trattiamo ora più a lungo dell’altra parte del rinnegamento di noi stessi, quella che riguarda Dio. Ne abbiamo già parlato qua e là, e sarebbe superfluo ripetere tutto ciò che è stato detto. Basterà mostrare come essa debba condurci alla pazienza e alla mansuetudine.
Anzitutto, nel cercare il modo di vivere o riposare comodamente, la Scrittura ci riconduce sempre qui: che, rimettendoci a Dio con tutto ciò che ci appartiene, gli sottomettiamo le affezioni del nostro cuore, affinché egli le domi e le soggioghi.
Abbiamo un’intemperanza furiosa e una cupidigia sfrenata nel desiderare prestigio e onori, nel cercare potere, nell’ammassare ricchezze e nel raccogliere tutto ciò che ci sembra adatto a pompa e magnificenza. D’altra parte, temiamo e odiamo straordinariamente la povertà, la piccolezza e il disonore; e perciò li fuggiamo per quanto sta in noi.
Per questo si vede in quale inquietudine d’animo vivono tutti coloro che ordinano la loro vita secondo il proprio consiglio: quanti mezzi tentano, in quante maniere si tormentano per giungere dove li trascinano l’ambizione e l’avarizia, e per evitare la povertà e la condizione umile.
Perciò i fedeli, per non impigliarsi in questi lacci, devono tenere questa via. Primo: non devono desiderare, sperare o immaginare altro mezzo di prosperare se non la benedizione di Dio; e perciò devono appoggiarsi e riposare con sicurezza su di essa. Infatti, benché sembri alla carne di essere sufficiente a giungere al suo scopo quando aspira a onori e ricchezze con la propria industria, o vi mette tutti i suoi sforzi, o è aiutata dal favore delle persone, tuttavia è certo che tutte queste cose non sono nulla, e che non potremo trarre alcun profitto né dal nostro ingegno né dal nostro lavoro se non nella misura in cui il Signore farà prosperare l’uno e l’altro.
Al contrario, la sola benedizione si aprirà una via in mezzo a tutti gli impedimenti per darci buon esito in ogni cosa. Inoltre, anche se fosse vero che senza di essa potessimo acquistare qualche onore o opulenza (come vediamo ogni giorno i malvagi giungere a grandi ricchezze e a stati elevati), nondimeno, poiché dove c’è la maledizione di Dio non si può avere neppure una sola goccia di felicità, non otterremo nulla che non si volga a nostra sventura, se la sua benedizione non è su di noi.
Sarebbe dunque grande follia desiderare ciò che non può renderci se non miserabili.
3:7:9 – Moderazione nelle aspirazioni e sottomissione alla provvidenza di Dio
Perciò, se crediamo che ogni mezzo di prosperare consiste nella sola benedizione di Dio e che senza di essa ci attendono miseria e calamità, il nostro dovere è non aspirare a ricchezze e onori con eccessiva cupidigia confidando nel nostro ingegno, nella nostra diligenza, nel favore degli altri o nella fortuna; ma guardare sempre a Dio, affinché, per la sua guida, siamo condotti a quella condizione che gli piacerà.
Ne seguirà che non ci affanneremo per attirare le ricchezze a noi stessi, né per carpire gli onori con il giusto o con l’ingiusto, con violenza o con astuzia e altri mezzi obliqui; ma cercheremo soltanto quei beni che non ci distoglieranno dall’innocenza. Chi infatti spererà che la benedizione di Dio lo aiuti mentre commette frodi, rapine e altre malvagità? Come essa non assiste se non chi è retto nei pensieri e nelle opere, così chi la desidera deve esserne distolto da ogni iniquità e cattivo pensiero.
Inoltre essa sarà come un freno per trattenerci, affinché non bruciamo di una cupidigia disordinata di arricchirci e non cerchiamo con ambizione di innalzarci. Che impudenza sarebbe pensare che Dio debba aiutarci a ottenere ciò che desideriamo contro la sua Parola! Non sia mai che egli promuova con la sua benedizione ciò che egli maledice con la sua bocca.
Infine, quando le cose non avverranno secondo la nostra speranza e il nostro desiderio, questa considerazione ci tratterrà dal traboccare nell’impazienza e dal detestare la nostra condizione. Riconosceremo infatti che ciò sarebbe mormorare contro Dio, dalla cui volontà sono distribuite povertà e ricchezze, disprezzo e onori.
In breve, chi riposa nella benedizione di Dio, come si è detto, non aspirerà con mezzi cattivi e obliqui a nessuna delle cose che gli esseri umani bramano con cupidigia sfrenata, poiché saprà che quel mezzo non gli gioverebbe a nulla. E se gli sopraggiunge qualche prosperità, non la attribuirà né alla sua diligenza né alla sua industria né alla fortuna, ma riconoscerà che essa viene da Dio.
D’altra parte, se non può avanzare quasi per nulla mentre gli altri si elevano a loro piacere, anzi anche se va indietro, non per questo porterà la sua povertà con meno pazienza e moderazione di quanto un infedele porterebbe una ricchezza mediocre, non grande quanto vorrebbe. Egli avrà infatti un sollievo, nel quale potrà riposare meglio che in tutte le ricchezze del mondo, anche se le avesse ammassate in un monte: cioè che riterrà ogni cosa ordinata da Dio come è conveniente alla sua salvezza.
Vediamo che Davide era così disposto: seguendo Dio e lasciandosi governare da lui, protesta di essere simile a un bambino svezzato e di non camminare in cose alte e superiori alla sua natura (Salmi 131:1-2).
3:7:10 – Rinnegamento di sé e pazienza in tutte le avversità della vita
Benché i fedeli non debbano custodire in questo ambito soltanto una tale pazienza e moderazione, essi devono estenderla anche a tutti gli eventi ai quali la vita presente è soggetta. Perciò nessuno ha veramente rinnegato sé stesso se non quando si è talmente rimesso a Dio da sopportare volontariamente che tutta la sua vita sia governata secondo il suo beneplacito.
Chi avrà una tale disposizione, qualunque cosa accada, non si riterrà mai infelice e non si lamenterà della sua condizione come per rimproverare indirettamente Dio. Quanto tale disposizione sia necessaria apparirà se consideriamo a quanti incidenti siamo soggetti.
Vi sono mille malattie che ci tormentano continuamente, una dopo l’altra. Ora ci affligge la peste, ora la guerra; ora una gelata o una grandinata porta sterilità e, di conseguenza, ci minaccia di indigenza; ora, per la morte, perdiamo mogli, figli e altri parenti; talvolta il fuoco divampa nella nostra casa.
Queste cose fanno sì che gli esseri umani maledicano la loro vita, detestino il giorno della loro nascita, abbiano in esecrazione il cielo e la luce, e parlino male di Dio; e, poiché sono eloquenti nel bestemmiare, lo accusano d’ingiustizia e crudeltà.
Al contrario, è necessario che la persona fedele contempli, anche in queste cose, la clemenza di Dio e la sua benignità paterna. Perciò, sia pure che si veda desolata per la morte del suo prossimo e la sua casa come deserta, non cesserà di benedire Dio, ma piuttosto si volgerà a questo pensiero: che, poiché la grazia di Dio abita nella sua casa, essa non la lascerà desolata.
Sia pure che i suoi campi di grano e le sue vigne siano guastati e distrutti da gelata, grandine o altra tempesta, e che per questo preveda il pericolo di fame: non perderà tuttavia coraggio né si scontenterà di Dio, ma persisterà in ferma fiducia, dicendo nel suo cuore: «Noi siamo tuttavia sotto la tutela del Signore, siamo le pecore del suo pascolo» (Salmi 79:13). Qualunque sterilità vi sia, egli ci darà sempre di che vivere.
Sia pure che soffra l’afflizione della malattia, non sarà abbattuta dal dolore fino a traboccare nell’impazienza e a lamentarsi di Dio; ma piuttosto, considerando la giustizia e la bontà del Padre celeste nel fatto che la corregge, si eserciterà così alla pazienza.
In breve, qualunque cosa accada, sapendo che tutto procede dalla mano del Signore, la riceverà con cuore tranquillo e non ingrato, per non resistere al comando di colui al quale si è una volta sottomessa.
Soprattutto, sia lontana dal cuore cristiano quella folle e miserabile consolazione dei pagani: attribuire alla fortuna le avversità per sopportarle più pazientemente. I filosofi usano infatti questo ragionamento: che sarebbe follia adirarsi contro la fortuna, la quale è temeraria e cieca e scaglia i suoi dardi a caso per ferire buoni e cattivi senza distinzione. Al contrario, questa è la regola della pietà: che la sola mano di Dio guida e governa sia la buona sorte sia l’avversa, e non procede con impeto sconsiderato, ma dispensa con giustizia ben ordinata tanto il bene quanto il male.
Riassunto del capitolo 3:7