Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 8
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III - Capitolo 8
Del sopportare pazientemente la croce, che è parte del rinnegare noi stessi
3:8:1 - La chiamata universale a portare la croce e la comunione con Cristo
È necessario che l’affetto dei fedeli si elevi più in alto: cioè là dove Cristo chiama tutti i suoi, vale a dire che ciascuno porti la propria croce (Matteo 16:24). Poiché tutti coloro che il Signore ha adottato e accolto nella compagnia dei suoi figli devono prepararsi a una vita dura, faticosa, piena di travagli e di infiniti generi di mali. È il beneplacito del Padre celeste esercitare così i suoi servitori per metterli alla prova. Egli ha iniziato questo ordine con Cristo, suo Figlio primogenito, e lo continua verso tutti gli altri. Infatti, benché Cristo fosse il suo Figlio diletto, del quale egli si compiace (Matteo 3:17; 17:5), vediamo tuttavia che non fu trattato con mollezza e delicatezza in questo mondo; tanto che si può dire che non solo fu in continua afflizione, ma che tutta la sua vita non fu altro che una specie di croce perpetua.
L’Apostolo ne assegna la causa: che egli dovette essere istruito all’obbedienza mediante ciò che patì (Ebrei 5:8). Come dunque potremmo esentarci dalla condizione alla quale Cristo, nostro capo, dovette sottomettersi, tanto più che vi si sottomise per causa nostra, per darci esempio di pazienza? Perciò l’Apostolo proclama che Dio ha destinato tutti i suoi figli a questo fine: renderli conformi a Cristo (Romani 8:29).
Da qui ci viene una singolare consolazione: che nel sopportare tutte le miserie che vengono chiamate cose avverse e malvagie, partecipiamo alla croce di Cristo; affinché, come egli è passato attraverso un abisso di ogni male per entrare nella gloria celeste, così anche noi vi giungiamo attraverso varie tribolazioni (Atti 14:22). Poiché san Paolo ci insegna che, quando sentiamo in noi una partecipazione alle sue afflizioni, sperimentiamo ugualmente la potenza della sua risurrezione; e quando siamo resi partecipi della sua morte, ciò è una preparazione per giungere alla sua gloriosa eternità (Filippesi 3:10).
Quanto è efficace questo per addolcire ogni amarezza che potrebbe esserci nella croce: che quanto più siamo afflitti e sopportiamo miserie, tanto più è certamente confermata la nostra comunione con Cristo. E quando abbiamo tale comunione con lui, le avversità non solo ci sono benedette, ma diventano anche come aiuti per far avanzare grandemente la nostra salvezza.
3:8:2 - La croce come rimedio contro l’orgoglio e scuola di umiltà
Inoltre, il Signore Gesù non ebbe alcun bisogno di portare la croce e di sopportare tribolazioni, se non per testimoniare e dimostrare la sua obbedienza a Dio suo Padre; ma per noi è necessario essere continuamente afflitti in questa vita per molte ragioni.
Anzitutto, poiché per natura siamo troppo inclini a esaltarci e ad attribuire a noi stessi ogni cosa: se la nostra debolezza non ci viene mostrata davanti agli occhi, stimiamo immediatamente la nostra virtù oltre misura e non dubitiamo affatto di renderla invincibile contro ogni difficoltà che possa sopraggiungere. Da ciò nasce che ci innalziamo in una vana e folle fiducia nella carne, la quale poi ci spinge a insuperbirci contro Dio, come se la nostra capacità fosse sufficiente senza la sua grazia.
Egli non può reprimere meglio questa arroganza se non mostrandoci, mediante l’esperienza, quanta non solo debolezza ma anche fragilità vi sia in noi. Perciò ci affligge, o con l’ignominia, o con la povertà, o con la malattia, o con la perdita dei parenti, o con altre calamità, sotto le quali, per quanto sta in noi, soccombiamo immediatamente, poiché non abbiamo la forza di sostenerle. Allora, umiliati, impariamo a implorare la sua potenza, la quale sola ci fa sussistere e restare saldi sotto il peso di tali fardelli.
Anche i più santi, sebbene sappiano che la loro fermezza è fondata sulla grazia di Dio e non sulla propria virtù, tuttavia si ritengono ancora troppo sicuri della loro forza e costanza, se il Signore non li conducesse a una conoscenza più certa di se stessi, mettendoli alla prova mediante la croce. Lo stesso Davide fu colto da tale presunzione, al punto da essere reso come insensato, come egli confessa: «Io dicevo nella mia prosperità: non sarò mai smosso» (Salmo 30:6); «O Dio, per il tuo favore avevi reso saldo il mio monte; ma quando nascondesti il tuo volto, fui smarrito» (Salmo 30:7). Egli confessa che la prosperità aveva ottuso e intorpidito tutti i suoi sensi, tanto che, non curandosi della grazia di Dio dalla quale avrebbe dovuto dipendere, volle appoggiarsi su se stesso e osò promettersi uno stato stabile e permanente.
Se ciò è accaduto a un così grande profeta, chi di noi non temerà e non starà in guardia? E così, ciò che essi si lusingavano di possedere, immaginando in se stessi una grande fermezza e costanza mentre tutto procedeva tranquillamente, dopo essere stati scossi dalla tribolazione riconoscevano che non era altro che ipocrisia.
Ecco dunque il modo in cui i fedeli devono essere avvertiti delle loro malattie: affinché progrediscano nell’umiltà e si spoglino di ogni perversa fiducia nella carne, per affidarsi interamente alla grazia di Dio. E dopo essersi così affidati, sentono che la sua potenza è loro presente, nella quale possiedono sufficiente fortezza.
3:8:3 - La croce come generatrice di pazienza, speranza e fede provata
Questo è ciò che san Paolo intende quando dice che dalla tribolazione nasce la pazienza, e dalla pazienza la prova (Romani 5:3-4). Poiché ciò che il Signore ha promesso ai suoi fedeli, cioè di assisterli nelle tribolazioni, essi lo sperimentano vero quando perseverano nella pazienza, sostenuti dalla sua mano: cosa che non avrebbero potuto fare con le proprie forze.
La pazienza, dunque, è una prova per i santi, mediante la quale Dio dimostra di dare realmente l’aiuto che ha promesso, quando ve n’è bisogno. Per questo anche la loro speranza è confermata: poiché sarebbe una grandissima ingratitudine non attendere per l’avvenire la verità di Dio, la quale essi hanno già sperimentato essere ferma e immutabile.
Vediamo già quanti frutti provengano dalla croce, come da un filo continuo. Poiché essa rovescia la falsa opinione che concepiamo naturalmente della nostra virtù, e scopre la nostra ipocrisia, che ci seduce e ci inganna con le sue lusinghe, e abbatte la presunzione della nostra carne, che ci era pericolosamente dannosa. Dopo averci così umiliati, ci insegna a riposare in Dio, il quale, essendo il nostro fondamento, non ci lascia soccombere né perdere il coraggio.
Da questa vittoria segue la speranza, poiché il Signore, adempiendo ciò che ha promesso, stabilisce la sua verità per l’avvenire. Certamente, anche se non vi fossero che queste sole ragioni, appare chiaramente quanto ci sia necessaria l’esercitazione della croce. Infatti non è un piccolo vantaggio che l’amore di noi stessi, che ci acceca, sia tolto, affinché riconosciamo rettamente la nostra debolezza; che ne abbiamo un giusto sentimento, per imparare a diffidare di noi stessi; che diffidando di noi stessi trasferiamo la nostra fiducia in Dio; che ci appoggiamo a Dio con una ferma fiducia del cuore, affinché, mediante il suo aiuto, perseveriamo fino alla fine vittoriosi; che restiamo nella sua grazia, affinché lo riconosciamo vero e fedele nelle sue promesse; che la certezza delle sue promesse ci sia resa manifesta, affinché la nostra speranza ne sia confermata.
3:8:4 - La croce come manifestazione delle virtù e scuola di obbedienza
Il Signore ha ancora un’altra ragione per affliggere i suoi servitori: per mettere alla prova la loro pazienza e istruirli all’obbedienza. Non perché essi possano avere un’altra obbedienza diversa da quella che egli ha già donato loro, ma perché gli piace mostrare e testimoniare così le grazie che ha posto nei suoi fedeli, affinché non restino oziose e nascoste nell’intimo.
Perciò, quando egli mette in evidenza la virtù e la costanza nel soffrire che ha donato ai suoi servitori, si dice che egli prova la loro pazienza. Da qui derivano anche questi modi di dire: che egli tentò Abramo e conobbe la sua pietà, poiché non rifiutò di offrire in sacrificio suo figlio per compiacerlo (Genesi 22:1, 12). Perciò san Pietro dice che la nostra fede è provata dalla tribolazione non meno dell’oro che è saggiato nella fornace (1 Pietro 1:7).
Chi negherà che sia conveniente che un dono così eccellente, che il Signore ha fatto ai suoi servitori, sia messo in uso, affinché divenga noto e manifesto? Infatti non sarebbe mai stimato come si deve se rimanesse inattivo. E se il Signore ha una giusta ragione di fornire materia alle virtù che ha posto nei suoi fedeli per esercitarle, affinché non restino nascoste e, anzi, non siano inutili, vediamo che non è senza motivo che egli invia le afflizioni, senza le quali la loro pazienza sarebbe nulla.
Dico anche che mediante ciò li istruisce all’obbedienza, poiché imparano così a non vivere secondo il proprio desiderio, ma secondo il suo beneplacito. Certamente, se ogni cosa avvenisse secondo ciò che essi chiedono, non saprebbero che cosa significhi seguire Dio. Ora, Seneca, filosofo pagano, dice che era un antico proverbio, quando si voleva esortare qualcuno a sopportare pazientemente le avversità, usare questa espressione: «Bisogna seguire Dio». Con ciò essi intendevano che l’uomo si sottomette finalmente al giogo del Signore quando si lascia correggere e presta volontariamente la mano e il dorso ai suoi colpi. Ora, se è cosa ragionevole che in ogni modo ci rendiamo obbedienti al Padre celeste, non si deve rifiutare che egli ci abitui in ogni modo possibile a rendergli obbedienza.
3:8:5 - La disciplina della croce contro la ribellione della carne
Tuttavia non vediamo ancora quanto questa disciplina sia necessaria, se non consideriamo quale sia l’intemperanza della nostra carne nel rigettare il giogo del Signore non appena è trattata un poco con delicatezza. Poiché accade come ai cavalli ribelli, i quali, dopo essere stati per qualche tempo oziosi nella stalla e ben nutriti, non si lasciano più domare e non riconoscono il loro padrone, al quale prima si sottomettevano.
In breve, ciò di cui il Signore si lamenta essere accaduto al popolo d’Israele si vede comunemente in tutte le persone: che, ingrassati da un nutrimento troppo abbondante, scalpitano contro colui che li ha nutriti (Deuteronomio 32:15). È vero che la bontà di Dio avrebbe dovuto attirarci ad apprezzare e ad amare la sua benevolenza; ma poiché la nostra ingratitudine è tale che siamo piuttosto corrotti dalla sua dolcezza e dal suo trattamento benigno che stimolati al bene, è più che necessario che egli ci tenga con la briglia corta e ci mantenga sotto una certa disciplina, affinché non trabocchiamo in una tale sfrenatezza.
Per questa ragione, affinché non diventiamo superbi per una troppo grande abbondanza di beni, affinché gli onori non ci gonfino d’orgoglio, affinché gli ornamenti che possediamo, secondo il corpo o secondo l’anima, non producano in noi qualche arroganza o disordine, il Signore interviene e vi pone rimedio, frenando e domando mediante il rimedio della croce l’insolenza della nostra carne.
E ciò in modi diversi, come egli sa essere opportuno e salutare per ciascuno. Infatti non siamo tutti ugualmente malati, né della stessa malattia; e perciò non è necessario che la cura sia identica per tutti. Questa è la ragione per cui egli esercita gli uni con un tipo di croce e gli altri con un altro. Tuttavia, benché nel provvedere alla salute di tutti egli usi una medicina più dolce verso alcuni e più aspra e rigorosa verso altri, nondimeno non ne lascia alcuno esente, poiché egli sa che tutto il mondo è malato.
3:8:6 - La croce come correzione paterna e liberazione dalla condanna
Inoltre, è necessario che il nostro buon Padre non solo prevenga la nostra infermità per l’avvenire, ma è anche opportuno che spesso corregga le nostre colpe passate, per trattenerci nell’obbedienza verso di lui. Perciò, non appena ci sopraggiunge qualche afflizione, dobbiamo ricordarci della nostra vita passata. Così facendo troveremo senza dubbio che abbiamo commesso qualche colpa degna di un tale castigo; benché, a dire il vero, non dobbiamo trarre dalla consapevolezza del nostro peccato la materia principale per esortarci alla pazienza. Poiché la Scrittura ci mette in mano una considerazione molto migliore, dicendo che il Signore ci corregge mediante le avversità affinché non siamo condannati con questo mondo (1 Corinzi 11:32).
Dunque, in mezzo alla più grande amarezza che vi sia nelle tribolazioni, dobbiamo riconoscere la clemenza e benevolenza del nostro Padre: poiché proprio in questo egli non cessa di far avanzare la nostra salvezza. Infatti egli ci affligge non per perderci o rovinarci, ma per liberarci dalla condanna di questo mondo. Questo pensiero ci condurrà a ciò che la Scrittura insegna altrove, dicendo: «Figlio mio, non rigettare la correzione del Signore, e non adirarti quando egli ti riprende; perché Dio corregge quelli che ama e li tratta come suoi figli» (Proverbi 3:11-12).
Quando udiamo che le sue correzioni sono verghe paterne, non è forse nostro dovere renderci figli docili, piuttosto che, resistendo, seguire le persone disperate, indurite nelle loro malefatte? Il Signore ci perderebbe se non ci richiamasse a sé con le correzioni quando abbiamo sbagliato. E come dice l’Apostolo, siamo bastardi e non figli legittimi, se egli non ci mantiene nella disciplina (Ebrei 12:8). Siamo dunque troppo perversi se non possiamo sopportarlo, quando egli ci dichiara la sua benevolenza e la cura che ha della nostra salvezza.
La Scrittura nota questa differenza tra gli increduli e i fedeli: che i primi, alla maniera dei servi antichi, di indole perversa, non fanno che peggiorare e indurirsi sotto la frusta; i secondi invece progrediscono nel ravvedimento e nell’emendamento come figli ben nati: scegliamo ora di quale gruppo preferiamo essere. Ma poiché altrove questo argomento è stato trattato, ci basterà averlo qui appena toccato in breve.
3:8:7 - La consolazione nelle persecuzioni per giustizia
Ma la consolazione suprema è quando sopportiamo persecuzione per giustizia. Poiché allora dobbiamo ricordarci quale onore il Signore ci fa, dandoci le insegne della sua milizia. Chiamo “persecuzione per giustizia” non soltanto quando soffriamo per difendere l’Evangelo, ma anche per sostenere ogni causa equa. Sia dunque che, per difendere la verità di Dio contro le menzogne di Satana, oppure per sostenere gli innocenti contro i malvagi e impedire che si faccia loro torto e ingiuria, dobbiamo incorrere nell’odio e nell’indignazione del mondo, con pericolo del nostro onore o dei nostri beni o della nostra vita, non dobbiamo considerarci danneggiati se ci spendiamo fino a questo punto per Dio; e non dobbiamo reputarci infelici, quando egli con la sua bocca ci dichiara beati (Matteo 5:10).
È vero che la povertà, considerata in se stessa, è miseria; similmente l’esilio, il disprezzo, l’ignominia, la prigione; infine la morte è una calamità estrema. Ma dove Dio si china con il suo favore, non vi è nessuna di queste cose che non si tramuti per noi in beatitudine e felicità. Accontentiamoci dunque piuttosto della testimonianza di Cristo che di una falsa opinione della nostra carne: e così avverrà che, sull’esempio degli apostoli, ci rallegreremo ogni volta che egli ci giudicherà degni di sopportare oltraggi per il suo Nome (Atti 5:41).
Infatti, se, pur essendo innocenti e con buona coscienza, siamo spogliati dei nostri beni dalla malvagità degli iniqui, siamo davvero impoveriti davanti alle persone, ma per questo le vere ricchezze crescono per noi presso Dio in cielo. Se siamo cacciati e banditi dalla nostra patria, siamo tanto più accolti nella famiglia del Signore. Se siamo vessati e molestati, siamo tanto più confermati nel nostro Signore, per ricorrere a lui. Se riceviamo obbrobrio e ignominia, siamo tanto più esaltati nel regno di Dio. Se moriamo, ci è aperto l’accesso alla vita beata. Non sarebbe grande vergogna per noi stimare meno le cose che il Signore ha tanto apprezzato delle delizie di questo mondo, che svaniscono subito come fumo?
3:8:8 - Portare la croce con gratitudine e gioia reale, non stoica
Poiché dunque la Scrittura ci conforta così in ogni ignominia e calamità che dobbiamo sopportare per la difesa della giustizia, siamo troppo ingrati se non le portiamo pazientemente e con cuore lieto; specialmente poiché questa specie di croce è propria dei fedeli più di tutte le altre, e mediante essa Cristo vuole essere glorificato in loro, come dice san Pietro (1 Pietro 4:11).
E poiché è più difficile e amaro per ogni spirito altero e coraggioso sopportare l’obbrobrio che cento morti, san Paolo ci ammonisce che, sperando in Dio, non solo saremo soggetti a persecuzioni, ma anche a vituperi (1 Timoteo 4:10); e altrove ci incita, con il suo esempio, a camminare attraverso l’infamia come attraverso la buona reputazione (2 Corinzi 6:8).
Benché Dio non richieda da noi una letizia tale da togliere ogni amarezza al dolore: altrimenti la pazienza dei santi sarebbe nulla nella croce, se non fossero tormentati dai dolori e non provassero angoscia quando sono molestati. Allo stesso modo, se la povertà non fosse dura e aspra per loro, se nella malattia non sopportassero qualche tormento, se l’ignominia non li pungesse, se la morte non incutesse loro timore, quale forza o moderazione sarebbe disprezzare tutte queste cose? Ma poiché ciascuna di esse ha un’amarezza congiunta, che naturalmente punge i cuori di noi tutti, proprio qui si dimostra la forza della persona fedele: se, essendo tentata dal sentimento di tale asprezza e pur travagliandosi gravemente, resistendo tuttavia supera e viene al di sopra. Qui si manifesta la pazienza: se, stimolata da quel medesimo sentimento, è tuttavia trattenuta dal timore di Dio, come da una briglia, per non traboccare in dispetto o in qualche altro eccesso. Qui appare la sua gioia e letizia: se, pur ferita da tristezza e dolore, si acquieta nondimeno nella consolazione spirituale di Dio.
3:8:9 - La vera pazienza non è insensibilità: contro lo stoicismo
Questo combattimento che i fedeli sostengono contro il sentimento naturale del dolore, seguendo pazienza e moderazione, è ben descritto da san Paolo con queste parole: «Siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; siamo poveri, ma non privi di ogni cosa; siamo perseguitati, ma non abbandonati; siamo abbattuti, ma non periamo» (2 Corinzi 4:8-9).
Vediamo dunque che portare pazientemente la croce non significa essere del tutto stupidi e non sentire alcun dolore, come i filosofi stoici hanno follemente descritto un tempo l’essere umano magnanimo: il quale, avendo spogliato la propria umanità, non fosse toccato dall’avversità più che dalla prosperità, né dalle cose tristi più che dalle gioiose; o piuttosto fosse senza sentimento come una pietra. E che cosa hanno ottenuto con una così alta sapienza? Hanno dipinto un simulacro di pazienza, che non è mai stato trovato fra le persone e non può affatto esserlo; e anzi, volendo una pazienza troppo raffinata, ne hanno tolto l’uso fra le persone.
Ve ne sono anche oggi di simili fra i cristiani: i quali pensano che sia vizio non solo gemere e piangere, ma anche rattristarsi ed essere in sollecitudine. Queste opinioni selvagge procedono quasi da persone oziose, le quali, esercitandosi più a speculare che a mettere mano all’opera, non possono produrre altro che tali fantasie.
Da parte nostra non abbiamo bisogno di questa filosofia così dura e rigorosa, che il Signore Gesù Cristo ha condannato non solo con le parole, ma anche con il suo esempio. Infatti egli ha gemuto e pianto, tanto per il proprio dolore quanto per compassione degli altri; e non ha insegnato diversamente ai suoi discepoli. «Il mondo», dice, «si rallegrerà e voi sarete nella tristezza; esso riderà e voi piangerete» (Giovanni 16:20). E affinché nessuno trasformasse ciò in vizio, egli dichiara beati quelli che piangono (Matteo 5:4).
Il che non è meraviglia. Poiché, se si condannano tutte le lacrime, che giudicheremo del Signore Gesù, dal cui corpo stillarono gocce di sangue (Luca 22:44)? Se si accusa d’incredulità ogni spavento, che penseremo dell’orrore che lo colse in modo così straordinario? Se ogni tristezza ci dispiace, come approveremo ciò che egli confessa: che l’anima sua era triste fino alla morte (Matteo 26:38)?
3:8:10 - Patienza cristiana: dolore reale, ma cuore domato dall’obbedienza
Ho voluto dire queste cose per distogliere ogni buon cuore dalla disperazione, affinché non rinunci allo studio della pazienza, anche se non è del tutto liberato dall’affetto naturale del dolore. Infatti è necessario che coloro che fanno della pazienza una stupidità e di una persona forte e costante un tronco di legno perdano coraggio e disperino, quando vorranno applicarsi alla pazienza.
La Scrittura, al contrario, loda i santi per la loro tolleranza quando sono così afflitti dalla durezza dei loro mali che non ne sono spezzati fino a venir meno; quando sono così punti dall’amarezza che hanno insieme una gioia spirituale; quando sono così pressati dall’angoscia che nondimeno non cessano di respirare, rallegrandosi nella consolazione di Dio.
Tuttavia, questa repugnanza si agita nei loro cuori: da una parte, il senso naturale fugge e aborrisce tutto ciò che gli è contrario; dall’altra, l’affetto della pietà li trae all’obbedienza della volontà di Dio in mezzo a tali difficoltà. Questa repugnanza Gesù Cristo l’ha espressa parlando così a san Pietro: «Quando eri giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai» (Giovanni 21:18).
Non è certo verosimile che san Pietro, dovendo glorificare Dio con la morte, sia stato trascinato a ciò contro voglia e per costrizione; altrimenti il suo martirio non sarebbe stato degno di grande lode. Tuttavia, benché egli obbedisse all’ordine di Dio con animo franco e lieto, poiché non aveva spogliato la propria umanità, era diviso in una duplice volontà. Infatti, quando reputava crudele la morte che doveva soffrire, atterrito dal suo orrore, ne sarebbe fuggito volentieri; ma d’altra parte, considerando di esservi chiamato dal comandamento di Dio, vi si presentava volentieri, anzi gioiosamente, calpestando ogni timore.
Perciò, se vogliamo essere discepoli di Cristo, dobbiamo impegnarci affinché i nostri cuori siano colmi di una tale riverenza e obbedienza verso Dio, capace di domare e soggiogare ogni affezione contraria al suo beneplacito. Da ciò avverrà che, qualunque tribolazione ci colpisca, nella più grande angustia di cuore possibile, non cesseremo di conservare costantemente la pazienza. Poiché le avversità avranno sempre la loro asprezza, che ci morderà. Per questa ragione, afflitti dalla malattia, gemeremo e ci lamenteremo e desidereremo la salute; oppressi dall’indigenza, sentiremo qualche pungolo di perplessità e sollecitudine. Ugualmente ignominia, disprezzo e ogni altra ingiuria ci feriranno il cuore. Quando muore qualcuno dei nostri parenti, renderemo alla natura le lacrime che le sono dovute.
Ma torneremo sempre a questa conclusione: nondimeno Dio l’ha voluto; seguiamo dunque la sua volontà. Anzi, questo pensiero deve intervenire in mezzo alle punture del dolore, alle lacrime e ai gemiti, per ricondurre il nostro cuore a portare con gioia le cose delle quali è così contristato.
3:8:11 - Patienza cristiana e patienza filosofica: giustizia di Dio e bene per la salvezza
Poiché abbiamo tratto la principale ragione per tollerare bene la croce dalla considerazione della volontà di Dio, bisogna definire brevemente quale differenza vi sia tra la pazienza cristiana e quella filosofica. Vi sono stati ben pochi filosofi saliti tanto in alto da comprendere che le persone sono esercitate dalla mano di Dio mediante le afflizioni e che, perciò, in questo dobbiamo obbedire alla sua volontà. Ma anche quelli che arrivarono fin lì non adducono altra ragione se non che “è necessario”.
Or che cosa significa questo, se non che bisogna cedere a Dio perché sarebbe vano sforzarsi di resistergli? Infatti, se obbediamo a Dio solo perché è necessario, quando potremo fuggire cesseremo di obbedirgli. Ma la Scrittura vuole che consideriamo nella volontà di Dio ben altro: prima la sua giustizia ed equità, poi la cura che egli ha della nostra salvezza.
Perciò le esortazioni cristiane sono tali: sia che la povertà, o l’esilio, o la prigione, o l’oltraggio, o la malattia, o la perdita dei parenti, o altra avversità ci tormenti, dobbiamo pensare che nulla di tutto ciò avviene se non per il volere e la provvidenza del Signore; e inoltre che egli non fa nulla se non secondo una giustizia ben ordinata.
Che cosa? I peccati che commettiamo ogni giorno non meritano forse d’essere castigati cento mila volte più aspramente e con severità assai maggiore di quella che egli usa? Non è forse giusto che la nostra carne sia domata e, per così dire, abituata al giogo, affinché non si smarrisca nell’intemperanza secondo la sua indole? La giustizia e la verità di Dio non sono forse degne che noi sopportiamo per esse? Se l’equità di Dio appare evidentemente in tutte le nostre afflizioni, non possiamo senza ingiustizia mormorare o ribellarci.
Non ascoltiamo qui quella fredda cantilena dei filosofi: che ci si debba sottomettere poiché è necessario; ma un richiamo vivo e pieno di efficacia: che bisogna obbedire perché non è lecito resistere; che bisogna avere pazienza perché l’impazienza è ribellione ostinata contro la giustizia di Dio.
E poiché nulla ci è davvero amabile se non ciò che riconosciamo essere buono e salutare per noi, il Padre delle misericordie ci consola anche in questo, assicurandoci che, nel fatto stesso di affliggerci mediante la croce, egli provvede alla nostra salvezza. Ora, se le tribolazioni ci sono salutari, perché non le riceveremo con cuore tranquillo e non ingrato? Perciò, sopportandole pazientemente, non soccombiamo alla necessità, ma acconsentiamo al nostro bene.
Queste considerazioni, dico, faranno sì che, quanto più il nostro cuore è stretto nella croce dall’amarezza naturale che vi è congiunta, tanto più esso sarà dilatato dalla gioia spirituale. Da ciò seguirà anche il ringraziamento, che non può essere senza gioia. Ora, se la lode del Signore e il ringraziamento non possono uscire se non da un cuore gioioso e lieto, e nondimeno non devono essere impediti da nulla al mondo, da ciò appare quanto sia necessario che l’amarezza della croce sia temperata dalla gioia spirituale.
Sommario del capitolo (3:8)