Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 9
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III - Capitolo IX
Della meditazione sulla vita futura
3:9:1 - Le tribolazioni come scuola di distacco dalla vita presente e stimolo alla vita futura
Inoltre, qualunque sia il genere di tribolazione da cui siamo afflitti, dobbiamo sempre tenere presente questo fine: abituarci al disprezzo della vita presente, affinché da ciò siamo stimolati a meditare la vita futura. Poiché il Signore conosce molto bene quanto siamo inclini a un amore cieco, anzi brutale, di questo mondo, egli usa un rimedio assai appropriato per distogliercene e per risvegliare la nostra pigrizia, affinché il nostro cuore non si attacchi eccessivamente a un amore così folle.
Non vi è nessuno di noi che non voglia apparire come aspirante, per tutta la durata della sua vita, all’immortalità celeste e che non si sforzi di conseguirla. Infatti ci vergogniamo di non essere in nulla più eccellenti delle bestie brute, la cui condizione non sarebbe affatto inferiore alla nostra, se non ci restasse qualche speranza di eternità dopo la morte. Tuttavia, se si esaminano i consigli, le deliberazioni, le imprese e le opere di ciascuno, non vi si troverà altro che terra.
Questa stupidità nasce dal fatto che il nostro intelletto è come abbagliato dal vano splendore che ricchezze, onori e potenze mostrano all’esterno, e così non riesce a guardare più lontano. Allo stesso modo, il nostro cuore, occupato dall’avarizia, dall’ambizione e da altre cattive concupiscenze, è talmente legato alle cose terrene da non poter guardare in alto. Infine, l’anima intera, avvolta e come impigliata nei piaceri carnali, cerca la propria felicità sulla terra.
Perciò il Signore, per porre rimedio a questo male, insegna ai suoi servi la vanità della vita presente, esercitandoli continuamente in diverse miserie. Affinché non si promettano in questa vita pace e riposo, egli permette che essa sia spesso turbata e molestata da guerre, tumulti, brigantaggi o altre ingiustizie. Affinché non aspirino con eccessiva cupidigia alle ricchezze caduche, o non si adagino in quelle che possiedono, li riduce all’indigenza: ora mediante la sterilità della terra, ora mediante il fuoco, ora in altro modo; oppure li mantiene nella mediocrità.
Affinché non traggano troppo piacere dal matrimonio, egli dona loro mogli difficili e di cattivo carattere, che li tormentano; oppure concede loro figli perversi, per umiliarli; o li affligge togliendo loro mogli e figli. E se in tutte queste cose li tratta con dolcezza, tuttavia, affinché non si inorgogliscano in una vana gloria o non si innalzino in una fiducia disordinata, li ammonisce mediante malattie e pericoli, quasi ponendo davanti ai loro occhi quanto siano fragili e di breve durata tutti i beni soggetti alla mortalità.
Pertanto traiamo grande profitto dalla disciplina della croce quando impariamo che la vita presente, se considerata in sé stessa, è piena di inquietudine, di turbamenti ed è del tutto miserabile, e non è beata in alcun aspetto; che tutti i beni che essa offre e che sono tenuti in grande considerazione sono transitori e incerti, frivoli e mescolati a infinite miserie. Da ciò concludiamo che qui non dobbiamo cercare né sperare altro che battaglia, e che, quando si tratta della nostra corona, dobbiamo levare gli occhi al cielo. Poiché è cosa certa che il nostro cuore non si eleva davvero a desiderare e meditare la vita futura, se prima non è stato toccato dal disprezzo della vita terrena.
3:9:2 - L’alternativa inevitabile: disprezzo del mondo o amore smodato
Non vi è alcuna via di mezzo tra questi due estremi: o la terra è per noi oggetto di disprezzo, oppure ci tiene legati a sé con un amore smodato. Perciò, se abbiamo qualche cura dell’immortalità, dobbiamo impegnarci con diligenza a liberarci da questi cattivi legami.
Ora, poiché la vita presente ha sempre molte attrattive per sedurci e mostra una grande apparenza di piacevolezza, grazia e dolcezza per lusingarci, abbiamo estremo bisogno di essere continuamente distolti da essa, affinché non ne siamo ingannati e quasi stregati da tali adulazioni. Che cosa accadrebbe, infatti, se qui godessimo di una felicità perpetua, dal momento che, pur essendo pungolati incessantemente da tanti stimoli, non riusciamo a destarci a sufficienza per riconoscere la nostra miseria?
Non solo i dotti riconoscono che la vita umana è simile a un’ombra o a un fumo, ma ciò è anche un proverbio comune tra il popolo. E poiché si vedeva che era cosa molto utile da conoscere, essa è stata celebrata con molte belle sentenze; e tuttavia non vi è nulla al mondo che consideriamo con maggiore negligenza, o di cui ci ricordiamo di meno. Infatti conduciamo tutte le nostre imprese come se stabilissimo la nostra immortalità sulla terra.
Se si seppellisce un morto, o se ci troviamo in un cimitero tra le tombe, poiché allora abbiamo davanti agli occhi un’immagine della morte, confesso che in quel momento filosofiamo molto bene sulla fragilità di questa vita. Benché ciò non avvenga sempre, perché talvolta queste cose ci scuotono poco. Ma quando avviene, è una filosofia passeggera, che svanisce non appena voltiamo le spalle, tanto che non ne rimane alcuna memoria: in breve, scorre via come un grido della folla in un teatro.
Avendo dimenticato non solo la morte, ma anche la nostra condizione mortale, come se non ne avessimo mai sentito parlare, ricadiamo in una folle e troppo sicura fiducia in una presunta immortalità terrena. Se qualcuno tuttavia ci ricorda l’antico proverbio secondo cui l’uomo è un animale di un giorno, lo ammettiamo pure, ma in modo così superficiale che resta sempre radicata nel nostro cuore l’idea di dover vivere qui per sempre.
Chi dunque potrà negare che ci sia sommamente necessario, non solo essere ammoniti, ma anche essere convinti con quante più esperienze possibile di quanto sia infelice la condizione dell’uomo quanto alla vita mondana? Poiché, anche quando ne siamo convinti, a stento smettiamo di ammirarla tanto da rimanerne quasi accecati, come se essa contenesse in sé ogni felicità. Se dunque è necessario che il Signore ci istruisca in questo modo, nostro compito è ascoltare le sue ammonizioni, mediante le quali egli risveglia la nostra noncuranza, affinché, disprezzando il mondo, aspiriamo con tutto il cuore alla meditazione della vita futura.
3:9:3 - Il giusto equilibrio: disprezzo del mondo senza odio della vita né ingratitudine verso Dio
Tuttavia i fedeli devono abituarsi a un tale disprezzo della vita presente che non generi odio per essa né ingratitudine verso Dio. Infatti, benché questa vita sia piena di infinite miserie, a buon diritto è annoverata tra le benedizioni di Dio, che non devono essere disprezzate. Se dunque non riconosciamo in essa alcuna grazia di Dio, siamo colpevoli di una grande ingratitudine.
In modo particolare, essa deve essere per i fedeli una testimonianza della benevolenza del Signore, poiché è interamente destinata a promuovere la loro salvezza. Il Signore, infatti, prima di rivelarci pienamente l’eredità della gloria immortale, vuole mostrarsi nostro Padre in cose minori, vale a dire nei benefici che riceviamo ogni giorno dalla sua mano. Poiché dunque questa vita ci serve a comprendere la bontà di Dio, dovremmo forse tenerne conto come se non avesse alcun bene in sé?
Occorre dunque avere questo sentimento e questa disposizione: considerarla come un dono della benignità divina, che non deve essere rifiutato. E quand’anche mancassero le testimonianze della Scrittura - che tuttavia non mancano - la stessa natura ci esorta a rendere grazie a Dio, poiché egli ci ha creati e posti in questo mondo, ci conserva in esso e ci provvede di tutto ciò che è necessario per sostentarci.
Anzi, questa ragione è ancora più forte se consideriamo che egli ci prepara qui alla gloria del suo regno. Infatti ha stabilito che coloro che devono essere incoronati in cielo combattano prima sulla terra, affinché non trionfino se non dopo aver superato le difficoltà della guerra e aver ottenuto la vittoria. Vi è poi un’altra ragione di grande peso: cominciamo già qui a gustare la dolcezza della sua benignità nei suoi benefici, affinché la nostra speranza e il nostro desiderio siano stimolati a bramarne la piena rivelazione.
Stabilito dunque che la vita terrena è un dono della clemenza divina, per il quale gli siamo debitori e riconoscenti, allora sarà tempo di considerare la sua condizione infelice, per liberarci da quell’eccessiva cupidigia alla quale - come abbiamo mostrato - siamo naturalmente inclini.
3:9:4 - Dalla rinuncia all’amore disordinato della vita presente al desiderio della vita celeste
Tutto ciò che togliamo all’amore disordinato di questa vita deve essere trasferito al desiderio della vita celeste. Confesso che coloro che hanno giudicato che il nostro sommo bene consista nel non nascere mai, e il secondo nel morire presto, hanno avuto una buona opinione secondo il loro senso umano. Poiché, essendo pagani privi della luce di Dio e della vera religione, che cosa potevano vedere nella vita terrena se non miseria e orrore?
Non era neppure senza ragione che il popolo degli Sciti piangeva alla nascita dei figli e si rallegrava solennemente quando moriva uno dei loro parenti. Tuttavia non traevano alcun profitto da ciò, poiché, mancando loro la vera dottrina della fede, non vedevano come ciò che in sé stesso non è né felice né desiderabile si trasformi in salvezza per i fedeli. Perciò il fine del loro giudizio era la disperazione.
I servi di Dio, invece, devono sempre tendere a questo scopo nel valutare la vita mortale: vedendo che in essa non vi è che miseria, essere più pronti e più disposti a meditare la vita futura ed eterna. Quando le avranno messe a confronto, non solo potranno facilmente sopportare la prima, ma anche disprezzarla e non attribuirle alcun valore rispetto alla seconda.
Se il cielo è la nostra patria, che cos’è la terra se non un passaggio in terra straniera? E, in quanto maledetta a causa del peccato, un vero esilio e bando? Se l’uscita da questo mondo è un ingresso alla vita, che cos’è questo mondo se non un sepolcro? E dimorare in esso, che cos’è se non essere immersi nella morte? Se la libertà consiste nell’essere liberati da questo corpo, che cos’è il corpo se non una prigione? E se la nostra suprema felicità è godere della presenza di Dio, non è forse miseria non goderne? Fino a quando usciremo da questo mondo, saremo come lontani da Dio (2 Corinzi 5:6).
Perciò, se la vita terrena è paragonata a quella celeste, non c’è dubbio che possa essere disprezzata e quasi stimata come sterco. È vero che non dobbiamo mai odiarla, se non in quanto ci trattiene sotto il dominio del peccato, benché, propriamente parlando, ciò non le sia imputabile. In ogni caso, dobbiamo esserne talmente stanchi e gravati che, desiderandone la fine, siamo tuttavia pronti a rimanervi secondo il beneplacito di Dio, affinché il nostro fastidio sia lontano da ogni mormorio e impazienza.
Essa è come una stazione nella quale il Signore ci ha collocati, e nella quale dobbiamo restare finché egli non ci richiami. L’apostolo Paolo lamenta la sua condizione, poiché è trattenuto come legato nella prigione del suo corpo più a lungo di quanto desideri, e sospira ardentemente per esserne liberato (Romani 7:24). Tuttavia, per sottomettersi alla volontà di Dio, dichiara di essere pronto all’una e all’altra cosa, poiché si riconosceva debitore di Dio nel glorificarne il nome, sia con la vita sia con la morte (Filippesi 1:23).
Spetta dunque al Signore determinare ciò che è opportuno per la sua gloria. E poiché dobbiamo vivere e morire per lui, affidiamo al suo beneplacito tanto la nostra vita quanto la nostra morte; desiderando tuttavia sempre la morte e meditandola assiduamente, disprezzando questa vita mortale a confronto dell’immortalità futura, e desiderando di rinunciarvi ogniqualvolta piacerà al Signore, poiché essa ci trattiene nella servitù del peccato.
3:9:5 - La paura della morte come anomalia nel cristiano e l’attesa gioiosa della risurrezione
Ma è cosa mostruosa che molti, i quali si vantano di essere cristiani, invece di desiderare la morte la temano a tal punto che, non appena ne sentono parlare, tremano come se fosse il più grande male che possa loro capitare. Non c’è da meravigliarsi se il senso naturale si turba e si sgomenta quando udiamo che il nostro corpo deve essere separato dall’anima; ma non è affatto tollerabile che in un cuore cristiano non vi sia tanta luce da vincere e reprimere questa paura, per quanto sia, mediante una consolazione più grande.
Infatti, se consideriamo che questo tabernacolo del nostro corpo, debole, vizioso, corruttibile, caduco e tendente alla putrefazione, viene disfatto e quasi demolito per essere poi restaurato in una gloria perfetta, stabile, incorruttibile e celeste, la fede non ci costringerà forse a desiderare ardentemente ciò che la natura fugge e aborrisce? Se pensiamo che mediante la morte siamo richiamati da un miserabile esilio per abitare nella nostra patria, anzi nella nostra patria celeste, non ne trarremo una singolare consolazione?
Qualcuno obietterà che tutte le cose desiderano perseverare nel loro essere. Lo concedo; e per questo sostengo che dobbiamo aspirare all’immortalità futura, dove avremo una stabilità che non appare in alcun luogo sulla terra. Perciò l’apostolo Paolo insegna molto bene ai fedeli a camminare lietamente verso la morte, non come se desiderassero essere spogliati, ma perché desiderano essere rivestiti di meglio (2 Corinzi 5:2, 4).
È forse ragionevole che le bestie brute e perfino le creature insensibili, fino al legno e alle pietre, avendo come un certo sentimento della loro vanità e corruzione, attendano il giorno del giudizio per esserne liberate (Romani 8:19), mentre noi, che abbiamo una qualche luce naturale e, inoltre, siamo illuminati dallo Spirito di Dio, quando si tratta del nostro essere non leviamo gli occhi al di sopra di questa putrefazione terrena?
Non è mia intenzione disputare a lungo contro una perversità così grande. Fin dall’inizio ho dichiarato di non voler trattare qui ogni materia in forma di esortazione. Consiglierei a persone di animo così timido di leggere il libro di san Cipriano intitolato Della mortalità, se non fosse che meritano piuttosto di essere rimandate ai filosofi, presso i quali troveranno un disprezzo della morte che dovrebbe farle arrossire.
Tuttavia dobbiamo mantenere questa massima: nessuno ha veramente profittato nella scuola di Cristo se non colui che attende con gioia e letizia il giorno della morte e della risurrezione finale. L’apostolo Paolo descrive tutti i fedeli mediante questo segno (2 Timoteo 4:8; Tito 2:13), e la Scrittura ha l’abitudine di richiamarci a ciò quando vuole proporci una materia di gioia. “Rallegratevi”, dice il Signore, “e levate il capo, perché la vostra redenzione si avvicina” (Luca 21:28).
Che senso ha, vi prego, che ciò che Gesù Cristo ha ritenuto adatto a rallegrarci produca in noi soltanto tristezza e sgomento? Se così è, perché ci gloriamo di essere suoi discepoli? Torniamo dunque a un miglior giudizio e, benché la cupidigia della nostra carne, cieca e stolta com’è, vi si opponga, non dubitiamo di desiderare l’avvento del Signore come una cosa sommamente felice, non solo con un semplice desiderio, ma fino a gemere e sospirarne l’arrivo. Poiché egli verrà come nostro Redentore, per introdurci nell’eredità della sua gloria, dopo averci sottratti a questo abisso di mali e miserie.
3:9:6 - La consolazione escatologica dei fedeli e il trionfo della croce di Cristo
In verità è così: tutti i fedeli, finché abitano sulla terra, devono essere come pecore destinate al macello (Romani 8:36), per essere resi conformi al loro capo, Gesù Cristo. Sarebbero dunque disperatamente infelici se non elevassero il loro intelletto verso l’alto, per superare tutto ciò che è nel mondo e oltrepassare lo sguardo delle cose presenti (1 Corinzi 15:29).
Al contrario, se avranno una volta innalzato i loro pensieri al di sopra delle cose terrene, quando vedranno gli empi fiorire in ricchezze e onori, vivere in pace, avere ogni cosa a loro piacimento, condurre una vita di delizie e splendori; e persino quando saranno trattati da costoro con inumanità, quando sopporteranno insulti, quando saranno spogliati o afflitti in qualunque modo, sarà loro facile consolarsi in tali mali.
Essi avranno sempre davanti agli occhi quel giorno finale, nel quale sapranno che il Signore raccoglierà i suoi fedeli nel riposo del suo regno, asciugherà le lacrime dai loro occhi, li incoronerà di gloria, li rivestirà di gioia, li sazierà della dolcezza infinita delle sue delizie, li eleverà alla sua altezza e, in breve, li renderà partecipi della sua felicità (Isaia 25:8; Apocalisse 7:17).
Al contrario, egli getterà gli empi, che si sono esaltati sulla terra, in un’estrema ignominia; trasformerà le loro delizie in orribili tormenti, le loro risa e gioie in pianto e stridore di denti; turberà il loro riposo con meravigliosi tormenti di coscienza; infine, li immergerà nel fuoco eterno e li assoggetterà ai fedeli, che essi hanno trattato iniquamente. Poiché questa è la giustizia - come attesta l’apostolo Paolo - di dare riposo agli afflitti e ingiustamente oppressi, e di rendere afflizione ai malvagi che affliggono i buoni, in quel giorno in cui il Signore Gesù sarà rivelato dal cielo (2 Tessalonicesi 1:6-7).
Questa è, certamente, la nostra unica consolazione: tolta la quale, o dovremo perdere ogni coraggio, oppure illuderci e blandirci con consolazioni vane e frivole che ci condurranno alla rovina. Il profeta stesso confessa di aver vacillato e che i suoi piedi stavano per scivolare, quando si fermava troppo a considerare la felicità presente degli empi; e di non aver potuto reggersi finché non ha ricondotto il suo pensiero a contemplare il santuario di Dio, cioè a considerare quale sarà infine la sorte dei giusti e degli empi (Salmo 73:2-3, 17 e seguenti).
Per concludere in una parola, affermo che la croce di Cristo trionfa definitivamente nei cuori dei fedeli contro il diavolo, la carne, il peccato, la morte e gli empi, quando essi volgono lo sguardo a contemplare la potenza della sua risurrezione.
Riassunto del capitolo 3:9,