Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 1

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro IV

Dei mezzi esteriori, o aiuti, di cui Dio si serve per invitarci a Gesù Cristo suo Figlio e per mantenerci in Lui

Capitolo I

Della vera Chiesa: con la quale dobbiamo mantenere l’unità, poiché essa è madre di tutte le persone fedeli

4:1:1 - La Chiesa come strumento ordinato da Dio per generare, nutrire e custodire la fede

Nel libro precedente è stato esposto come, mediante la fede dell’Evangelo, Gesù Cristo divenga nostro, e come noi veniamo resi partecipi della salvezza che Egli ci ha recato e della beatitudine eterna. Ma poiché la nostra rozzezza e pigrizia - aggiungo anche la vanità delle nostre menti - hanno bisogno di aiuti esteriori, mediante i quali la fede sia generata in noi, cresca e avanzi di grado in grado, Dio non ha dimenticato di provvedere a ciò, per sostenere la nostra infermità.

E affinché la predicazione dell’Evangelo avesse il suo corso, Egli ha affidato come in deposito questo tesoro alla sua Chiesa: ha istituito pastori e dottori, per mezzo della cui bocca Egli ci ammaestrasse (Efesini 4:11); in breve, non ha tralasciato nulla di tutto ciò che serviva a nutrire un santo consenso della fede e un buon ordine tra noi.

Soprattutto ha istituito i Sacramenti, che conosciamo per esperienza essere mezzi più che utili per nutrire e confermare la nostra fede. Poiché, essendo rinchiusi nella nostra carne come in una prigione, non siamo giunti a una condizione angelica, Dio, conformandosi alla nostra capacità, secondo la sua ammirabile provvidenza ha stabilito questa guida per condurci a sé, benché noi ne siamo ancora molto lontani e separati.

Perciò il metodo dell’insegnamento richiede che ora io tratti della Chiesa e del suo governo, degli uffici compresi nel suo stato, della sua autorità; inoltre dei Sacramenti e infine della disciplina; e che mi sforzi di ricondurre i lettori lontano dalle corruzioni e dagli abusi con cui Satana, nel papato, ha tentato di adulterare tutto ciò che Dio aveva destinato alla nostra salvezza.

Comincerò dunque dalla Chiesa, nel seno della quale Dio ha voluto che i suoi figli fossero raccolti: non solo per essere nutriti mediante il suo ministero mentre sono ancora in età infantile, ma affinché essa eserciti sempre una cura materna nel governarli, fino a quando siano giunti all’età adulta, anzi fino a quando raggiungano l’ultimo fine della fede.

Infatti non è lecito separare queste due cose che Dio ha congiunto (Matteo 19:6): cioè che la Chiesa sia madre di tutti coloro dei quali Egli è Padre. Ciò non è avvenuto soltanto sotto la Legge, ma perdura anche dall’avvento di Gesù Cristo, come testimonia l’apostolo Paolo, il quale afferma che noi siamo figli della Gerusalemme nuova e celeste (Galati 4:26).


4:1:2 - “Credere la Chiesa”: elezione, invisibilità e unità della Chiesa universale

Quando confessiamo nel Simbolo che crediamo la Chiesa, questo articolo non si riferisce soltanto alla Chiesa visibile, di cui ora dobbiamo parlare, ma anche a tutti gli eletti di Dio, nel cui numero sono compresi anche coloro che sono già morti. Perciò vi è stato inserito il termine credere, poiché spesso non si potrebbe distinguere con gli occhi la differenza che vi è tra i figli di Dio e le persone profane, tra il suo santo gregge e le teste selvagge.

Quanto al fatto che alcuni interpongano la preposizione in, ciò non ha alcuna ragione valida. Confesso che oggi è più consueto, e che anche anticamente fu in uso; e perfino il Simbolo di Nicea, come è riportato nella Storia ecclesiastica, dice: Credere nella Chiesa. Tuttavia risulta anche dai libri degli antichi Padri che era comunemente accettato dire Credere la Chiesa, e non Credere nella Chiesa.

Infatti sant’Agostino e l’autore del trattato sul Simbolo, attribuito a san Cipriano, non solo parlano in questo modo, ma insegnano espressamente che l’espressione sarebbe impropria se si aggiungesse quella preposizione in. E confermano la loro opinione con una ragione che non è affatto frivola: poiché noi attestiamo di credere in Dio in quanto il nostro cuore si affida a Lui come veritiero, e la nostra fiducia riposa in Lui; cosa che non sarebbe appropriata nei confronti della Chiesa, così come della remissione dei peccati e della risurrezione della carne.

Pertanto, benché io non voglia contendere sulle parole, tuttavia preferisco seguire la proprietà del linguaggio, che chiarisce bene la cosa, piuttosto che ricercare forme di espressione che introducono oscurità senza motivo.

Il fine è che sappiamo che, benché il diavolo macchini tutto ciò che può per distruggere la grazia di Cristo, e tutti i nemici di Dio vi cospirino contro e si sforzino con furia impetuosa, tuttavia essa non può essere spenta, né il sangue di Gesù Cristo può essere reso sterile, senza produrre alcun frutto.

Perciò dobbiamo qui rivolgere lo sguardo all’elezione di Dio e anche alla sua chiamata interiore, mediante la quale Egli attira a sé i suoi eletti; poiché Egli solo conosce chi sono i suoi, e li tiene sigillati sotto il suo suggello (2 Timoteo 2:19), come dice san Paolo, se non quando li fa portare i suoi segni, per mezzo dei quali possono essere distinti dai reprobi.

Ma poiché essi non sono che un piccolo numero, anzi disprezzabile, mescolato in mezzo a una grande moltitudine, e sono nascosti come un poco di grano sotto una grande massa di paglia sull’aia, dobbiamo lasciare a Dio solo questo privilegio di conoscere la sua Chiesa, il cui fondamento è la sua elezione eterna.

E in effetti non sarebbe sufficiente concepire nella nostra mente che Dio ha i suoi eletti, se non comprendessimo allo stesso tempo una tale unità della Chiesa, nella quale siamo persuasi di essere realmente innestati. Poiché, se siamo uniti a tutte le altre membra sotto il capo comune, che è Gesù Cristo, non possiamo avere alcuna speranza dell’eredità futura.

Per questo essa è chiamata cattolica o universale: poiché non se ne possono fare due o tre senza lacerare Gesù Cristo, per quanto dipende da noi. Gli eletti di Dio sono infatti così congiunti in Gesù Cristo che, come tutti dipendono da un solo capo, così sono costituiti un solo corpo, con un legame simile a quello che si vede tra le membra di un corpo umano.

Essi sono dunque tutti uno, vivendo di una medesima fede, speranza e carità per mezzo dello Spirito di Dio, essendo chiamati non solo a una medesima eredità, ma anche a partecipare alla gloria di Dio e di Gesù Cristo.

E perciò, benché la desolazione orribile che si vede ovunque e da ogni parte sembri mostrare che non resti nulla della Chiesa, sappiamo che la morte di Cristo è feconda, e che Dio custodisce miracolosamente la sua Chiesa come in segreto, secondo quanto fu detto a Elia nel suo tempo: Mi sono riservato settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal (1 Re 19:18).


4:1:3 - La comunione dei santi e la certezza del nostro essere membri della Chiesa

Benché l’articolo del Simbolo si estenda anche in qualche misura alla Chiesa esteriore, affinché ciascuno di noi sia istruito a mantenersi in fraterno accordo con tutti i figli di Dio, a riconoscere alla Chiesa l’autorità che le spetta e, infine, a comportarsi come una pecora del gregge, per questo è aggiunta la comunione dei santi.

Questa espressione, benché sia stata omessa dagli antichi, non è tuttavia da disprezzare, poiché esprime molto bene la qualità della Chiesa; come se si dicesse che i santi sono riuniti in una società di Cristo tale, che devono comunicare reciprocamente tra loro tutti i doni che sono loro conferiti da Dio.

Ciò non toglie tuttavia la diversità delle grazie, come vediamo che i doni dello Spirito sono distribuiti in molteplici forme; né viene dissolto l’ordine della disciplina, per cui ciascuno possiede i suoi beni in particolare, secondo quanto è necessario per conservare la pace tra le persone, affinché ognuno sia padrone delle proprie risorse.

Questa comunione deve dunque essere intesa come la descrive san Luca: La moltitudine di coloro che avevano creduto era di un solo cuore e di un’anima sola (Atti 4:32); e come san Paolo, esortando gli Efesini a essere un solo corpo e un solo spirito, come sono chiamati a una sola speranza (Efesini 4:4).

Infatti non può accadere che coloro che sono veramente persuasi che Dio è per loro un Padre comune, e che Cristo è l’unico capo di tutti, non siano uniti tra loro in amore fraterno, per comunicare insieme a beneficio reciproco.

È quindi molto necessario e utile per noi conoscere quale frutto ci derivi da ciò: noi crediamo infatti la Chiesa in modo tale da dover essere certi di esserne membri. Ed è così che la nostra salvezza è ben fondata e saldamente stabilita, tanto che, anche se tutto il mondo fosse scosso, questa certezza rimarrebbe salda.

Essa è fondata anzitutto sull’elezione di Dio, e non può venire meno, se non venisse annientata la sua provvidenza eterna. Inoltre è confermata dal fatto che Cristo deve rimanere integro, e non permetterà che i suoi fedeli siano separati da Lui, così come non permetterà che le sue membra siano lacerate a pezzi.

Inoltre siamo certi che, finché dimoriamo nel seno della Chiesa, la verità dimora con noi. Infine comprendiamo che quelle promesse ci appartengono, nelle quali è detto che vi sarà salvezza in Sion, che Dio dimorerà per sempre in Gerusalemme e non si allontanerà mai dal suo mezzo (Gioele 2:32; Abdia 17; Salmo 46:6).

Tale è la forza dell’unità della Chiesa, che essa può trattenerci nella comunione con Dio. Allo stesso modo, questo termine comunione può consolarci grandemente: poiché, dal momento che tutto ciò che il nostro Signore ha conferito di grazie alle sue membra e alle nostre ci appartiene, la nostra speranza è rafforzata da tutti i beni che essi possiedono.

Del resto, per conservarci nell’unità di questa Chiesa, non è affatto necessario che noi vediamo una Chiesa con gli occhi o la tocchiamo con la mano; anzi, poiché dobbiamo crederla, ci è indicato che non dobbiamo riconoscerla di meno quando è invisibile, che se la vedessimo chiaramente.

E la nostra fede non ne è affatto peggiore, quando riconosce una Chiesa che la nostra intelligenza non può comprendere; poiché qui non ci è comandato di distinguere gli eletti dai reprobi (cosa che appartiene solo a Dio e non a noi), ma di avere questa certezza nei nostri cuori: che tutti coloro che, per la clemenza di Dio Padre e per la virtù dello Spirito Santo, sono giunti alla partecipazione di Cristo, sono separati come eredità propria di Dio; e poiché noi siamo nel loro numero, siamo eredi di una tale grazia.


4:1:4 - La Chiesa visibile come madre necessaria alla salvezza

Ma poiché ora la mia intenzione è di parlare della Chiesa visibile, impariamo dal solo titolo di madre quanto la conoscenza di essa ci sia utile, anzi necessaria; poiché non vi è alcun ingresso nella vita permanente, se non siamo concepiti nel grembo di questa madre, se essa non ci partorisce, non ci allatta con le sue mammelle e, infine, non ci custodisce e governa sotto la sua guida e il suo governo, finché, spogliati di questa carne mortale, siamo resi simili agli angeli (Matteo 22:30).

Infatti la nostra infermità non sopporta che siamo sottratti alla scuola, finché non siamo stati discepoli per tutto il corso della nostra vita.

È inoltre da notare che fuori dal suo grembo non si può sperare remissione dei peccati né alcuna salvezza, come testimoniano Isaia e Gioele (Isaia 37:32; Gioele 2:32); con i quali concorda Ezechiele, dicendo che coloro che Dio vuole sterminare dalla vita celeste non saranno iscritti nel registro del suo popolo (Ezechiele 13:9).

Al contrario, è detto che coloro che si convertiranno al servizio di Dio e alla vera religione saranno iscritti tra i cittadini di Gerusalemme (Salmo 87:6). Per questa ragione si dice nell’altro Salmo: Ricordati di me, o Dio, nell’amore che porti al tuo popolo; visitami con la tua salvezza, affinché io veda la felicità dei tuoi eletti, mi rallegri della gioia della tua nazione e mi glorifichi con la tua eredità (Salmo 106:4-5).

Con queste parole, il favore paterno di Dio e la testimonianza speciale della vita spirituale sono ristretti al gregge di Dio, affinché siamo avvertiti che è cosa perniciosa e mortale distaccarsi o separarsi dalla Chiesa.


4:1:5 - Il ministero della Parola come mezzo ordinario voluto da Dio per edificare la Chiesa

Ora proseguiamo a dedurre ciò che appartiene a questo argomento. San Paolo dice che Gesù Cristo, per riempire ogni cosa, ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero, affinché sia edificato il corpo di Cristo, finché giungiamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, alla misura dell’età compiuta in Cristo (Efesini 4:11-13).

Vediamo che Dio, pur potendo elevare in un istante i suoi alla perfezione, tuttavia vuole farli crescere a poco a poco sotto il nutrimento della Chiesa. Vediamo anche che il modo è chiaramente espresso: cioè che la predicazione è affidata ai pastori. Vediamo inoltre come tutti siano ordinati a questo, a lasciarsi governare con spirito docile e mansueto dai pastori istituiti a tale scopo.

E già molto tempo prima il profeta Isaia aveva descritto il regno di Gesù Cristo con questi tratti: Il mio Spirito che è su di te e le parole che ho posto nella tua bocca non si allontaneranno mai né dalla tua bocca, né dalla bocca dei tuoi figli, né dalla bocca dei loro discendenti (Isaia 59:21). Ne consegue che coloro che rifiutano di essere nutriti dalla Chiesa, o respingono il cibo spirituale che essa offre loro, sono degni di morire di fame.

È vero che Dio stesso ispira la fede, ma lo fa mediante lo strumento del suo Evangelo; come ammonisce san Paolo dicendo che la fede viene dall’udire (Romani 10:17), così come la potenza di salvare risiede in Dio (Romani 1:16); ma Egli la dispiega nella predicazione dell’Evangelo, come lo stesso apostolo testimonia altrove.

Per questo motivo Egli volle sotto la Legge che il popolo antico si radunasse nel santuario, affinché la dottrina insegnata dalla bocca del sacerdote mantenesse l’unità della fede. E in effetti, quei titoli tanto eccellenti e magnifici - che il tempio è il riposo di Dio, il suo santuario e la sua dimora, che Egli abita fra i cherubini (Salmi 132:14; 80:2; 84) - non tendono ad altro se non a far stimare e amare con ogni riverenza la predicazione della dottrina celeste, e a conferirle la dignità che potrebbe essere sminuita se ci si fermasse a considerare gli uomini mortali che la portano.

Perciò, affinché sappiamo che un tesoro inestimabile ci è presentato in vasi di terra (2 Corinzi 4:7), Dio stesso si pone innanzi a noi; e, poiché è l’autore di questo ordine, vuole essere riconosciuto presente in ciò che ha istituito. Per questa ragione, dopo aver proibito al suo popolo di mescolarsi a divinazioni, arti magiche, necromanzia e a tutte le altre superstizioni, aggiunge che darà loro un mezzo sufficiente per essere istruiti: cioè che non saranno mai privati di profeti (Levitico 19:31; Deuteronomio 18:10 ss.).

Come non ha inviato il popolo antico agli angeli, ma ha suscitato loro dottori sulla terra che facessero verso di loro l’ufficio degli angeli, così oggi vuole istruirci per mezzo delle persone. E come un tempo non si è accontentato di aver dato la Legge per iscritto, ma ha stabilito sacerdoti come suoi interpreti, per mezzo della cui bocca essa fosse compresa (Malachia 2:7), così oggi gli piace che non solo ciascuno legga personalmente, ma che vi siano maestri e dottori per guidarci e assisterci; il che comporta un duplice beneficio.

Da un lato, è una buona prova per saggiare l’obbedienza della nostra fede, quando ascoltiamo i ministri che Egli ci manda come se fosse Lui stesso a parlare; dall’altro, provvede alla nostra infermità, preferendo parlarci in modo umano per mezzo dei suoi messaggeri, per attirarci dolcemente, piuttosto che tuonare nella sua maestà per spaventarci.

In effetti, tutti i fedeli avvertono quanto questo modo familiare di insegnare sia adatto a noi, poiché è impossibile che non siamo atterriti quando Dio parla nella sua altezza. Coloro che ritengono che l’autorità della Parola sia annientata dal disprezzo e dalla condizione umile dei ministri che la annunciano, manifestano la loro ingratitudine; poiché, fra i tanti doni eccellenti con cui Dio ha ornato il genere umano, è una prerogativa somma che Egli degni consacrare le loro bocche e le loro lingue al suo servizio, affinché la sua voce vi risuoni.

Non ci sia dunque gravoso, da parte nostra, ricevere con ogni obbedienza la dottrina di salvezza che ci è proposta per suo espresso comando. Poiché, benché la sua potenza non sia legata ad alcun mezzo esterno, tuttavia ha voluto vincolarci a questo modo ordinario; e chi lo rigetta, come fanno molti fanatici, si avvolge in molti legami mortali.

Molti, per orgoglio e presunzione, o per disprezzo, o per invidia, si persuadono che trarranno sufficiente profitto leggendo o meditando privatamente; perciò disprezzano le assemblee pubbliche e ritengono superflua la predicazione. Ma poiché essi sciolgono o spezzano, per quanto sta in loro, il vincolo dell’unità che Dio vuole sia mantenuto inviolabile, è giusto che ricevano il salario di un tale divorzio: cioè che si incantino in errori e fantasticherie che li conducono alla confusione.

Perciò, affinché ci rimanga la pura semplicità della fede, non ci sia gravoso né molesto servirci di questo esercizio che Dio, istituendolo, ha dichiarato necessario e che tanto ci raccomanda. Non si è mai trovato nessuno, nemmeno tra quei cani mastini che si abbandonano a ogni scherno, che osasse dire che si possano tappare le orecchie quando Dio parla; ma i profeti e i santi dottori hanno sempre sostenuto grandi e difficili combattimenti contro i malvagi, per sottometterli alla dottrina che predicavano, poiché la loro arroganza non può sopportare questo giogo: quello di essere istruiti per mezzo della bocca e del ministero delle persone.

Ora, questo equivale a cancellare l’immagine di Dio che risplende nella dottrina; poiché anche per questo motivo fu comandato anticamente ai fedeli di cercare l’immagine di Dio nel tempio (Salmo 105:4), cosa che è così spesso reiterata nella Legge: perché la dottrina e l’esortazione dei profeti erano per loro come una viva immagine di Dio, come san Paolo si gloria che la gloria di Dio risplende nella sua predicazione nel volto di Cristo (2 Corinzi 4:6).

E tanto più ci devono essere detestabili tutti quegli apostati che si sforzano di dissipare le Chiese, come se scacciassero le pecore dal loro recinto o dalla loro stalla per esporle alla gola dei lupi. Quanto a noi, riteniamo ciò che ho addotto da san Paolo: cioè che la Chiesa non può essere edificata se non mediante la predicazione esterna, e che i santi non sono tenuti insieme da altro vincolo se non quando, di comune accordo, imparando e progredendo, osservano l’ordine stabilito da Dio (Efesini 4:12).

Questa è stata, come ho detto, la principale finalità che Dio ha perseguito, comandando un tempo ai fedeli sotto la Legge di radunarsi nel santuario. Per questo motivo Mosè lo chiama il luogo del nome di Dio, poiché Dio aveva voluto che la sua memoria fosse lì celebrata (Esodo 20:24). In ciò egli insegna apertamente che il suo uso sarebbe nullo senza la dottrina della verità.

Non vi è dubbio che Davide, a questo riguardo, si lamenti con così grande angoscia e amarezza d’animo del fatto che l’accesso al tabernacolo gli sia precluso dalla tirannia e dalla crudeltà dei suoi nemici (Salmo 84:1 ss.). Molti ritengono questa lamentazione puerile, perché non sarebbe stata per lui una grande perdita, né una grande privazione di piacere, non potersi avvicinare al cortile del tempio, dal momento che godeva comunque delle sue comodità e delizie. Tuttavia egli deplora che questa tristezza e questo dolore lo brucino e lo tormentino, fino a consumarlo del tutto, perché non osa avvicinarsi al luogo santo; e ciò perché i fedeli non stimano nulla più di quel mezzo mediante il quale Dio eleva i suoi in alto, come di grado in grado.

È anche da notare che Dio si è manifestato anticamente ai Padri nello specchio della sua dottrina in modo tale da voler essere sempre conosciuto spiritualmente; per questo il tempio non è soltanto chiamato il suo volto, ma anche lo sgabello dei suoi piedi (Salmi 132:7; 99:5; 1 Cronache 28:2), per evitare ogni superstizione.

Questa è la felice coincidenza di cui parla san Paolo: che la perfezione nell’unità della fede ci è apportata quando tutti, dal più grande al più piccolo, aspirano al Capo. Quanto ai templi che i pagani hanno edificato a Dio con altro fine o intenzione, essi non sono serviti che a profanare il suo culto. A questo vizio sono caduti anche i Giudei, sebbene non in modo altrettanto grave; tuttavia non hanno cessato di essere colpevoli, come santo Stefano rimprovera loro per bocca di Isaia: che Dio non abita in edifici fatti da mani d’uomo (Atti 7:48); ma Egli stesso si consacra per mezzo della sua Parola e santifica templi a un uso legittimo.

E non appena noi intraprendiamo qualcosa avventatamente, senza che Egli ce lo abbia comandato, subito un male segue l’altro: cioè l’aggiungere molte fantasticherie a un principio già cattivo di per sé, cosicché la corruzione si moltiplica senza misura. Tuttavia Serse, re di Persia, procedette follemente e sconsideratamente, bruciando - su consiglio dei filosofi del suo paese - tutti i templi della Grecia, con il pretesto che gli dèi, che godono di piena libertà, non debbano essere rinchiusi entro mura e sotto tetti; come se non fosse nella potenza di Dio scendere in qualche modo verso di noi per mostrarsi più vicino, senza per questo muoversi o cambiare luogo, né legarsi a mezzi terreni, ma piuttosto elevarci verso la sua gloria celeste, che riempie ogni cosa della sua grandezza infinita e supera perfino i cieli nella sua altezza (Geremia 23:24).


4:1:6 - L’efficacia del ministero e l’opera esclusiva dello Spirito Santo

Ora, poiché nel nostro tempo vi sono stati grandi contrasti riguardo all’efficacia del ministero, alcuni, volendo amplificarne la dignità, hanno ecceduto ogni misura; altri invece hanno sostenuto che sia una totale perversione attribuire alla persona mortale ciò che è proprio dello Spirito Santo, affermando che ministri e dottori penetrano fino negli intendimenti e nei cuori per correggere sia la cecità sia la durezza che vi risiedono. È necessario dirimere queste controversie.

Ciò che viene addotto da entrambe le parti sarà facilmente conciliato, se si osservano distintamente i passi nei quali Dio, in quanto autore della predicazione, congiungendo il suo Spirito con essa, promette che essa non passerà senza frutto; e, d’altra parte, quelli nei quali, separandosi da ogni aiuto esterno, Egli attribuisce a sé solo sia l’inizio della fede sia il suo compimento.

L’ufficio del secondo Elia, come testimonia il profeta Malachia, è stato quello di illuminare le menti, convertire i cuori dei padri verso i figli e gli increduli alla sapienza dei giusti (Malachia 4:6; Luca 1:17). Gesù Cristo afferma di mandare i suoi apostoli affinché rechino frutto del loro lavoro (Giovanni 15:16). San Pietro definisce brevemente quale sia questo frutto, dicendo che siamo rigenerati mediante la Parola che ci è predicata, che è il seme incorruttibile della vita (1 Pietro 1:23).

Perciò san Paolo si gloria di aver generato i Corinzi al Signore per mezzo dell’Evangelo, e che essi sono il sigillo del suo apostolato; e afferma persino di non essere un ministro puramente letterale, che abbia soltanto percosso le orecchie con il suono della voce, ma che gli è stata data l’efficacia dello Spirito, affinché la sua dottrina non fosse inutile (1 Corinzi 4:15; 9:2; 2 Corinzi 3:6). In questo senso dice altrove che il suo Evangelo non è stato soltanto in parole, ma in potenza dello Spirito (1 Corinzi 2:4).

Egli dice anche che i Galati hanno ricevuto lo Spirito Santo mediante l’udire della fede (Galati 3:2); in breve, in molti passi non solo si dichiara cooperatore di Dio, ma si attribuisce anche l’ufficio di amministrare la salvezza (1 Corinzi 3:9). È certo che egli non ha mai pronunciato tali parole per usurpare anche una sola goccia di gloria a sé stesso, separandosi da Dio, come egli stesso spiega altrove: Il nostro lavoro non è stato vano nel Signore, secondo la sua potenza, che ha operato efficacemente in me (1 Tessalonicesi 3:5).

Ancora: Colui che ha operato con potenza in Pietro per l’apostolato verso i Giudei, ha operato anche in me verso i Gentili (Galati 2:8). Inoltre, da altri passi risulta che egli non lascia nulla ai ministri, se sono considerati in sé stessi: Colui che pianta non è nulla, e colui che annaffia non è nulla; ma Dio che dà la crescita fa ogni cosa (1 Corinzi 3:7). E ancora: Ho faticato più di tutti; non io però, ma la grazia di Dio che era con me (1 Corinzi 15:10).

È necessario notare diligentemente e ritenere queste affermazioni, nelle quali Dio, attribuendosi l’illuminazione delle nostre menti e il rinnovamento dei nostri cuori, dichiara che chiunque si vanti di avervi qualche parte o porzione è sacrilego. Tuttavia, nella misura in cui ciascuno si renderà docile ai ministri che Dio ordina, sentirà di fatto, a suo grande profitto, che questo modo di insegnare non è piaciuto a Dio invano, e che non senza motivo Egli ha imposto questo giogo di modestia a tutti i suoi fedeli.


4:1:7 - La distinzione tra Chiesa invisibile e Chiesa visibile

Ritengo che sia ormai abbastanza chiaro, da quanto abbiamo detto, come si debba giudicare della Chiesa visibile, che possiamo conoscere. Poiché abbiamo detto che la Sacra Scrittura parla della Chiesa in due modi.

Talvolta, usando questo nome, intende la Chiesa che è tale in verità, nella quale non sono compresi se non coloro che, per la grazia dell’adozione, sono figli di Dio e, per la santificazione del suo Spirito, sono veri membri di Gesù Cristo. In questo caso essa non parla soltanto dei santi che abitano sulla terra, ma di tutti gli eletti che sono stati fin dal principio del mondo.

Spesso invece, con il nome di Chiesa, essa indica l’intera moltitudine delle persone che, sparse in diverse regioni del mondo, fanno una medesima professione di onorare Dio e Gesù Cristo; hanno il Battesimo come testimonianza della loro fede; partecipando alla Cena, professano di avere unità nella dottrina e nella carità; acconsentono alla Parola di Dio e vogliono conservarne la predicazione secondo il comandamento di Gesù Cristo.

In questa Chiesa vi sono molti ipocriti mescolati con i buoni, che non hanno nulla di Gesù Cristo se non il titolo e l’apparenza: alcuni ambiziosi, altri avari, altri maldicenti, alcuni di vita dissoluta; costoro sono tollerati per un tempo, o perché non possono essere convinti giuridicamente, oppure perché la disciplina non è sempre in vigore quanto dovrebbe.

Pertanto, come è necessario credere la Chiesa invisibile, a noi sconosciuta e nota a Dio solo, così ci è comandato di tenere in onore questa Chiesa visibile e di mantenerci nella comunione di essa.


4:1:8 - La Chiesa riconosciuta con giudizio di carità e segnata da Dio con segni visibili

Tuttavia il Signore ce l’ha indicata mediante certi segni e contrassegni, nella misura in cui ci era conveniente conoscerla. È vero che questo privilegio appartiene a Lui solo: conoscere chi sono i suoi, come ho citato da san Paolo (2 Timoteo 2:19). E in effetti, affinché la temerarietà delle persone non si spingesse fin lì, Egli ha posto un buon ordine, avvertendoci ogni giorno, per esperienza, quanto i suoi giudizi segreti superino il nostro intendimento.

Infatti, da una parte, coloro che sembravano del tutto perduti e che si ritenevano disperati, vengono ricondotti sulla via retta; dall’altra, coloro che sembravano ben saldi, cadono. Perciò, secondo la predestinazione di Dio, nascosta e segreta, come dice sant’Agostino, vi sono molte pecore fuori della Chiesa e molti lupi dentro. Poiché Egli conosce e ha contrassegnato coloro che non conoscono né Lui né loro stessi.

Quanto a quelli che portano esteriormente il suo marchio, non vi sono che i suoi occhi a vedere quali siano santi senza finzione e quali debbano perseverare fino alla fine: e questo è il punto principale della nostra salvezza. Tuttavia, poiché il Signore vedeva che era utile sapere chi dobbiamo considerare suoi figli, in questo si è adattato alla nostra capacità. E poiché in ciò non era necessario un’assoluta certezza di fede, ha posto al suo posto un giudizio di carità, secondo il quale dobbiamo riconoscere come membri della Chiesa tutti coloro che, mediante confessione di fede, buon esempio di vita e partecipazione ai Sacramenti, professano con noi un medesimo Dio e un medesimo Cristo.

Ora, poiché ci era necessario conoscere il corpo della Chiesa per unirci ad esso, Egli l’ha contrassegnata con certe insegne [segni distintivi], mediante le quali la Chiesa ci appare chiaramente e quasi a vista d’occhio.


4:1:9 - Dove sono Parola e Sacramenti, lì è la Chiesa: unità della Chiesa universale e riconoscimento delle chiese locali

Ecco dunque come abbiamo la Chiesa visibile. Poiché ovunque vediamo la Parola di Dio predicata puramente e ascoltata, e i Sacramenti amministrati secondo l’istituzione di Cristo, lì non bisogna dubitare in alcun modo che vi sia Chiesa (Efesini 2:20), poiché la promessa che Egli ci ha dato non può venir meno: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Matteo 18:20).

Ma per comprendere bene la sostanza di questa materia, dobbiamo procedere per i gradi seguenti: che la Chiesa universale è l’intera moltitudine che concorda con la verità di Dio e con la dottrina della sua Parola, qualunque diversità di nazione vi sia, o distanza di regioni, poiché essa è unita dal vincolo della religione.

Che sotto questa Chiesa universale, le chiese distribuite in ogni città e villaggio sono comprese in modo tale che ciascuna ha il titolo e l’autorità di Chiesa; e che le persone che, per professione di fede, sono riconosciute come appartenenti ad essa, benché in verità non siano la Chiesa, tuttavia sono ritenute appartenervi, finché non siano respinte con un giudizio pubblico.

Benché vi sia una diversa ragione nel giudicare chiese e persone particolari. Può accadere infatti che dovremo trattare come fratelli e considerare fedeli coloro che non riterremmo degni di essere di questo numero, a motivo del comune consenso della Chiesa, che li sopporterà e li tollererà ancora nel corpo di Cristo. Noi dunque non approveremo tali persone come membri della Chiesa secondo la nostra valutazione privata; tuttavia lasceremo loro il posto che occupano tra il popolo di Dio, finché non sia loro tolto per via legittima.

Verso una moltitudine, dobbiamo procedere diversamente. Poiché, se essa ha il ministero della Parola e lo onora, se conserva l’amministrazione dei Sacramenti, essa deve senza dubbio essere riconosciuta come Chiesa; poiché è certo che la Parola e i Sacramenti non possono essere senza frutto.

In questo modo conserveremo l’unità della Chiesa universale, che gli spiriti diabolici hanno sempre cercato di dissipare, e non toglieremo l’autorità che spetta alle assemblee ecclesiastiche, le quali sono in ogni luogo per la necessità delle persone.


4:1:10 - I segni della Chiesa e la gravità dello scisma: la comunione ecclesiale come cosa santa

Abbiamo posto come insegne della Chiesa la predicazione della Parola di Dio e l’amministrazione dei Sacramenti. Poiché queste due cose non possono non portare frutto e non prosperare per la benedizione di Dio. Non dico che ovunque vi sia predicazione, il frutto appaia subito; ma intendo che essa non è accolta in nessun luogo come sede stabile, senza produrre qualche efficacia.

Comunque sia, ovunque la predicazione dell’Evangelo è ascoltata con riverenza e i Sacramenti non sono trascurati, lì appare, per un tempo, una certa forma di Chiesa, della quale non si può dubitare, e della quale non è lecito disprezzare l’autorità, né sprezzare le ammonizioni, né respingere il consiglio, né fare delle correzioni motivo di scherno. Tanto meno è permesso separarsene, o spezzarne l’unità.

Poiché Dio stima così tanto la comunione della sua Chiesa che considera traditore e apostata della cristianità chi si allontana da qualche compagnia cristiana nella quale vi sia il ministero della sua Parola e dei suoi Sacramenti. Egli ha in tale raccomandazione l’autorità di essa che, quando essa è violata, dice che è violata la sua stessa.

Infatti non è un titolo di poca importanza che essa sia chiamata colonna e sostegno della verità; e anche la casa di Dio (1 Timoteo 3:15). Con queste parole san Paolo significa che la Chiesa è stata stabilita come custode della verità di Dio, affinché essa non venga abolita nel mondo; e che Dio si serve del ministero ecclesiastico per custodire e mantenere la pura predicazione della sua Parola e mostrarsi come padre di famiglia verso di noi, nutrendoci con il cibo spirituale e provvedendo con cura a tutto ciò che appartiene alla nostra salvezza.

Non è neppure piccola lode quando si dice che Gesù Cristo ha scelto e separato la sua Chiesa come sua sposa, per renderla pura e netta da ogni macchia (Efesini 5:27); e perfino che essa è la sua pienezza (Efesini 1:23). Ne segue che chiunque se ne separa rinnega Dio e Gesù Cristo.

E tanto più dobbiamo guardarci da un divorzio così enorme, con il quale, per quanto sta in noi, tentiamo di rovinare la verità di Dio; e per questo siamo degni che Egli ci fulmini con tutta l’impetuosità della sua ira, per schiacciarci. Non vi è infatti delitto più detestabile che violare con la nostra slealtà il santo matrimonio che il Figlio unigenito di Dio ha benignamente voluto contrarre con noi.


4:1:11 - Custodire i segni della Chiesa contro gli inganni di Satana e discernere le false pretese

Dobbiamo dunque ritenere diligentemente i segni sopra indicati e stimarli secondo il giudizio di Dio. Poiché non vi è nulla che Satana macchini più di questo: condurci a uno di questi due estremi, o che, abolendo o cancellando i veri segni con i quali possiamo discernere la Chiesa, ci tolga ogni vera distinzione; oppure che ci induca a disprezzarli, affinché ci separiamo e ci ribelliamo alla comunione della Chiesa.

Per sua astuzia è avvenuto che la pura predicazione dell’Evangelo sia stata nascosta per lunghi anni; e ora, con la stessa malizia, egli si sforza di rovesciare il ministero che Gesù Cristo ha ordinato nella sua Chiesa in modo tale che, abbattuto quello, l’edificazione della Chiesa deve necessariamente perire.

Quanto è pericolosa, anzi perniciosa, la tentazione che entra nel cuore di una persona quando pensa di separarsi da una congregazione nella quale appaiono le insegne con cui il nostro Signore ha ritenuto sufficientemente di contrassegnare la sua Chiesa!

Vediamo quanto sia necessario guardarsi da una parte e dall’altra. Poiché, affinché non siamo ingannati sotto il titolo di Chiesa, dobbiamo esaminare con questa prova che Dio ci dà ogni congregazione che pretende il nome di Chiesa, come si prova l’oro con la pietra di paragone: cioè se essa ha l’ordine che il nostro Signore ha posto nella sua Parola e nei suoi Sacramenti, non ci ingannerà, e potremo renderle con sicurezza l’onore che spetta alla Chiesa.

Al contrario, se senza la Parola di Dio e senza i suoi Sacramenti vuole essere riconosciuta come Chiesa, non dobbiamo guardarci meno da tale inganno che dall’altra temerarietà.


4:1:12 - Differenze dottrinali tollerabili e permanenza nella comunione ecclesiale

Quanto al fatto che affermiamo che il puro ministero della Parola e la pura maniera di amministrare i Sacramenti siano un buon pegno e una caparra per assicurarci che vi sia Chiesa in tutte le comunità nelle quali vediamo l’uno e l’altro, ciò deve avere tale importanza che non dobbiamo respingere alcuna assemblea che conservi entrambe le cose, anche se fosse soggetta a molti vizi.

Anzi, può esservi qualche difetto o nella dottrina o nel modo di amministrare i Sacramenti, che tuttavia non deve allontanarci del tutto dalla comunione di una Chiesa. Infatti non tutti gli articoli della dottrina di Dio sono della stessa natura. Ve ne sono alcuni la cui conoscenza è così necessaria che nessuno deve dubitarne, così come dei fondamenti e dei principi della cristianità; come, per esempio, che vi è un solo Dio, che Gesù Cristo è Dio e Figlio di Dio, che la nostra salvezza consiste unicamente nella sua misericordia, e altri simili.

Ve ne sono altri che sono oggetto di discussione tra le Chiese, e tuttavia non rompono la loro unità. Per fare un esempio: se accadesse che una Chiesa sostenesse che le anime, separate dal corpo, siano subito trasferite in cielo, mentre un’altra, senza osare determinare il luogo, pensasse semplicemente che esse vivano in Dio, e che tale diversità fosse senza contesa e senza ostinazione, perché dovrebbero separarsi?

Sono parole dell’Apostolo che, se vogliamo essere perfetti, dobbiamo avere un medesimo sentimento; del resto, se abbiamo qualche divergenza, Dio ci rivelerà ciò che è giusto (Filippesi 3:15). Non mostra forse con questo che, se i cristiani hanno qualche dissenso su materie che non sono di grande necessità, ciò non deve produrre turbamento né sedizione tra loro?

È vero che l’ideale è concordare in tutto e per tutto; ma poiché non vi è nessuno che non sia avvolto in qualche ignoranza, sarà necessario o che non rimanga alcuna Chiesa, oppure che perdoniamo l’ignoranza a coloro che mancano in cose che possono essere ignorate senza pericolo per la salvezza e senza che la religione ne sia violata.

Non intendo qui sostenere alcun errore, neppure il più piccolo, né vorrei che fossero alimentati dissimulandoli o adulandoli; ma dico che non bisogna, per una leggera dissensione, abbandonare una Chiesa nella quale è conservata integralmente la dottrina principale della nostra salvezza e i Sacramenti come il nostro Signore li ha ordinati.

Nel frattempo, se cerchiamo di correggere ciò che in essa ci dispiace, non facciamo altro che il nostro dovere. A questo ci induce anche la sentenza di san Paolo, che chi ha una rivelazione migliore si alzi a parlare e che il primo taccia (1 Corinzi 14:30); da ciò risulta che a ogni membro della Chiesa è affidato il compito di edificare gli altri, secondo la misura della grazia che è in lui, purché ciò avvenga con decoro e ordine, cioè senza rinunciare alla comunione della Chiesa e senza, pur rimanendovi, turbarne la disciplina e il governo.


4:1:13 - Imperfezione morale nella Chiesa e falso perfezionismo

Quanto all’imperfezione dei costumi, dobbiamo sopportarne molto di più. È infatti facile inciampare in questo punto, e il diavolo ha straordinarie macchinazioni per sedurci. Ci sono sempre stati alcuni che, persuadendosi di possedere una santità perfetta, come se fossero stati angeli del paradiso, hanno disprezzato ogni compagnia umana nella quale scorgevano qualche debolezza umana.

Tali furono un tempo coloro che si chiamavano Catari, cioè i puri; e anche i Donatisti, che si avvicinavano alla follia degli altri. Oggi vi sono alcuni Anabattisti simili, vale a dire coloro che vogliono apparire i più capaci e che pensano di aver progredito più degli altri.

Ve ne sono altri che peccano più per uno zelo della giustizia inconsiderato che per tale presunzione. Infatti, quando vedono che tra coloro ai quali l’Evangelo è annunciato il frutto non corrisponde alla dottrina, subito giudicano che lì non vi sia alcuna Chiesa.

Quanto al loro scandalo, esso è molto giusto; e in verità ne diamo troppi motivi, e non possiamo in alcun modo scusare la nostra maledetta negligenza, che Dio non lascerà impunita, come già comincia a castigare con verghe terribili. Guai dunque a noi, che con la nostra licenza disordinata feriamo e scandalizziamo le coscienze deboli; tuttavia anche coloro di cui si parla mancano dal canto loro, poiché oltrepassano la misura.

Infatti là dove il nostro Signore richiede che usino clemenza, lasciandola da parte si abbandonano del tutto al rigore e alla severità. Stimando che non vi sia Chiesa se non dove vedono una perfetta purezza e santità di vita, con il pretesto di odiare i vizi si separano dalla Chiesa di Dio, pensando di sottrarsi alla compagnia dei malvagi.

Essi adducono che la Chiesa di Gesù Cristo è santa (Efesini 5:26); ma devono ascoltare ciò che Egli stesso dice: che essa è mescolata di buoni e di cattivi. È vera infatti la parabola in cui Egli la paragona a una rete che raccoglie ogni sorta di pesci, i quali non sono separati finché non giungono a riva (Matteo 13:47).

Ascoltino anche ciò che dice in un’altra parabola: che essa è simile a un campo che, dopo essere stato seminato di buon grano, è infestato anche dalla zizzania, dalla quale la buona messe non può essere purificata finché non sia portata nel granaio (Matteo 13:24). Infine, ascoltino ciò che è detto ancora in un’altra parabola: che essa è simile a un’aia, nella quale il grano è raccolto in un mucchio, ma resta nascosto sotto la paglia finché non sia ventilato e vagliato per essere messo nel granaio (Matteo 3:12).

Poiché il Signore dichiara che la sua Chiesa sarà soggetta a questa miseria fino al giorno del giudizio, di essere sempre appesantita da uomini malvagi, è vano cercarla del tutto pura e senza macchia.


4:1:14 - L’esempio della Chiesa di Corinto contro ogni rigorismo separatista

Ma essi dicono che è cosa intollerabile che i vizi regnino così ovunque. Concedo che sarebbe desiderabile il contrario; ma, come risposta, pongo loro davanti la sentenza di san Paolo.

Tra i Corinzi non vi era un piccolo numero di persone venute meno, ma quasi tutto il corpo era corrotto; e non vi era un solo tipo di male, ma molti. Le colpe non erano lievi, ma grandi ed enormi trasgressioni. La corruzione non riguardava soltanto i costumi, ma anche la dottrina.

Che cosa fa di fronte a ciò il santo Apostolo, cioè uno strumento eletto dello Spirito Santo, sulla cui testimonianza è fondata la Chiesa? Cerca forse di separarsi da loro? Li respinge forse dal regno di Cristo? Pronuncia contro di loro una maledizione finale per sterminarli del tutto? No: non solo non fa nulla di tutto questo, ma anzi li riconosce come Chiesa di Dio e compagnia dei santi, e li confessa tali.

Se dunque vi rimane Chiesa tra i Corinzi, mentre vi regnano contese, fazioni e invidie; mentre vi sono molte liti e dissensi; mentre la malizia è in vigore; mentre una scelleratezza che avrebbe dovuto essere esecrabile persino tra i pagani è pubblicamente tollerata; mentre san Paolo stesso è diffamato, lui che avrebbero dovuto onorare come loro padre; mentre alcuni si fanno beffe della risurrezione dei morti, senza la quale tutto l’Evangelo è distrutto (1 Corinzi 1:11 ss.; 3:3; 5:1; 6:7; 9:1; 15:12); mentre i doni di Dio sono usati per ambizione e non per carità, e molte cose si fanno in modo disonesto e senza ordine: se dunque, nonostante tutto questo, vi rimane Chiesa tra loro, e vi rimane perché conservano la predicazione della Parola e i Sacramenti, chi oserà togliere il nome di Chiesa a coloro ai quali non si può rimproverare nemmeno la decima parte di tali colpe?

Coloro che esaminano con tanta severità le Chiese presenti, mi chiedo: che cosa avrebbero fatto ai Galati, i quali si erano quasi ribellati all’Evangelo? E tuttavia san Paolo riconosceva ancora tra loro una Chiesa (Galati 1:2).


4:1:15 - Comunione alla Cena e presenza dei malvagi: responsabilità ecclesiale e personale

Essi obiettano anche che san Paolo rimprovera aspramente i Corinzi per aver tollerato nella loro compagnia un uomo che viveva in modo scellerato, e aggiunge una sentenza generale, nella quale afferma che non è lecito mangiare e bere con una persona di cattiva condotta (1 Corinzi 5:2, 11). Da ciò traggono l’argomento che, se non è lecito mangiare il pane comune con un malvagio, tanto meno sarà permesso mangiare con lui il pane del Signore, che è sacro.

Confesso certamente che è un grande disonore se cani e porci hanno posto tra i figli di Dio; e ancora più grande se il sacro corpo di Gesù Cristo è loro permesso senza discernimento. E infatti, se le Chiese sono ben governate, non tollerano i malvagi per nutrirli nel loro seno, né ammettono indiscriminatamente alla Cena buoni e cattivi.

Ma poiché i pastori non vigilano sempre con la dovuta attenzione, talvolta sono anche più indulgenti e miti di quanto converrebbe, oppure sono impediti dall’esercitare la severità che vorrebbero, accade per queste ragioni che i malvagi non siano sempre esclusi dalla compagnia dei buoni.

Confesso che questo è un difetto, e non intendo minimizzarlo come cosa lieve, poiché san Paolo lo rimprovera con forza. Tuttavia, anche se la Chiesa non adempie pienamente al suo dovere, non ne segue che ciascun individuo debba decidere di separarsi dagli altri.

Non nego che sia compito di una persona fedele astenersi da ogni familiarità con i malvagi e non mescolarsi con loro in alcuna faccenda, per quanto gli sia possibile; ma è altra cosa fuggire la compagnia dei malvagi, e altra cosa, per odio verso di essi, rinunciare alla comunione della Chiesa.

Quanto a ciò che essi ritengono un sacrilegio, cioè comunicare alla Cena del Signore con i malvagi, in questo sono molto più severi di san Paolo. Infatti, quando egli ci esorta a usare puramente della Cena, non richiede che ciascuno esamini il suo prossimo o che una persona esamini tutta la Chiesa, ma che ciascuno esamini sé stesso (1 Corinzi 11:28).

Se fosse peccato comunicare alla Cena con una persona indegna, egli ci avrebbe certamente comandato di guardare intorno a noi se vi fosse qualcuno dalla cui impurità potessimo essere contaminati. Ma quando comanda soltanto che ciascuno esamini sé stesso, ci mostra con ciò che la compagnia dei malvagi non ci nuoce affatto, se ve ne sono alcuni che vi si introducono.

A ciò è conforme quanto aggiunge subito dopo, quando dice che chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna (1 Corinzi 11:29). Non dice: la condanna degli altri, ma la propria; e giustamente. Poiché non deve essere in potere di ciascuno discernere chi si debba ammettere o escludere. Questa autorità appartiene alla Chiesa, poiché non può essere esercitata senza un ordine legittimo, come sarà detto in seguito. Sarebbe dunque cosa iniqua che una persona fosse contaminata dall’indegnità di un’altra, dal momento che non può e non deve respingerla.


4:1:16 - Zelo indiscreto, orgoglio spirituale e il dovere di custodire l’unità della Chiesa

Ora, benché questa tentazione colpisca talvolta anche le persone buone, per uno zelo inconsiderato che hanno affinché tutto proceda rettamente, tuttavia si troverà ordinariamente che coloro che sono così scrupolosi e aspri sono guidati più dall’orgoglio e da una falsa opinione di essere più santi degli altri, che da una vera santità o da un sincero amore per essa.

Perciò coloro che sono più audaci degli altri nel separarsi dalla Chiesa e che quasi fanno da portabandiera, per lo più non hanno altra ragione se non quella di mostrarsi migliori di tutti gli altri, disprezzando chiunque.

Per questo sant’Agostino parla con grande prudenza, dicendo così: poiché la regola della disciplina ecclesiastica deve mirare principalmente all’unità dello Spirito nel vincolo della pace, che l’Apostolo comanda di custodire sopportandoci gli uni gli altri; e poiché, se essa non è osservata, il rimedio non solo è superfluo, ma addirittura pernicioso, cessando così di essere rimedio.

I malvagi, che per cupidigia di contesa, più che per odio verso l’iniquità, si sforzano di attirare dietro a sé i semplici o di dividerli, gonfi d’orgoglio, trascinati dall’ostinazione, abili a spargere calunnie, ardenti di sedizione, affinché si creda che abbiano la verità, pretendono, come pretesto, di usare severità; e abusano, per dividere malvagiamente la Chiesa, di ciò che dovrebbe essere fatto con buona moderazione, per correggere i vizi dei nostri fratelli, conservando la sincerità dell’amore e l’unità della pace.

In seguito egli dà questo consiglio ai fedeli che hanno a cuore la pace e la concordia: che con umanità correggano ciò che possono correggere; e ciò che non possono, lo sopportino con pazienza, gemendo con affetto di carità per le colpe del prossimo, finché Dio le corregga, oppure estirpi la zizzania e il grano cattivo purificando il frumento, e ventili il suo grano per separarlo dalla paglia.

Tutti i fedeli devono armarsi di questa ammonizione, affinché, volendo essere zelanti oltre misura per la giustizia, non si allontanino dal regno dei cieli, che è l’unico vero regno della giustizia. Poiché, dal momento che Dio vuole che sia custodita la comunione della sua Chiesa, vivendo nella compagnia della Chiesa così come la vediamo tra noi, chi se ne separa è in grande pericolo di recidere sé stesso dalla comunione dei santi.

Perciò coloro che sono tentati in questo modo considerino, anzitutto, che in una grande moltitudine vi sono molti che restano loro nascosti e sconosciuti, i quali tuttavia sono veramente santi davanti a Dio. In secondo luogo, considerino che tra coloro che sembrano loro viziosi ve ne sono molti che non si compiacciono né si lusingano nei loro vizi, ma sono spesso mossi dal timore di Dio ad aspirare a una vita migliore e più perfetta.

In terzo luogo, considerino che non si deve giudicare una persona da un solo atto, poiché talvolta accade anche ai più santi di cadere gravemente.

In quarto luogo, considerino che la Parola di Dio deve avere più peso e autorità nel conservare l’unità della Chiesa, di quanto ne abbia la colpa di alcuni malvagi nel distruggerla.

Infine, quando si tratta di giudicare dove sia la vera Chiesa, considerino che il giudizio di Dio deve essere preferito a quello delle persone.


4:1:17 - La santità della Chiesa: reale, ma non ancora perfetta

Quanto a ciò che essi adducono, che non senza motivo la Chiesa è chiamata santa, dobbiamo ben ponderare quale santità vi sia in essa. Poiché, se ritenessimo che non vi sia Chiesa se non quella che fosse perfetta da un capo all’altro, non ne troveremmo alcuna.

È ben vero ciò che dice san Paolo: che Gesù Cristo si è dato per la Chiesa per santificarla, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la Parola di vita, per presentarla a sé stesso come sposa gloriosa, senza macchia né ruga (Efesini 5:25-27). Ma non è meno vero che il Signore opera di giorno in giorno per cancellarne le rughe e mondarne le macchie; da cui segue che la sua santità non è ancora perfetta.

La Chiesa dunque è santa in questo senso: che ogni giorno progredisce, ma non ha ancora raggiunto la sua perfezione; ogni giorno avanza, ma non è ancora giunta al termine della santità, come sarà spiegato più ampiamente altrove.

Perciò ciò che i profeti predicono di Gerusalemme, che sarà santa, che gli stranieri non passeranno più per essa, e che il tempio di Dio sarà santo, tanto che nessun impuro vi entrerà (Gioele 3:17; Isaia 35:8; 52:1), non va inteso come se non vi fosse alcuna macchia nei membri della Chiesa; ma poiché i fedeli, con sincero affetto di cuore, aspirano alla piena santità e purezza, la perfezione che non possiedono ancora è loro attribuita per la bontà di Dio.

Ora, benché spesso accada che tra le persone non si scorgano grandi segni di questa santificazione, dobbiamo tuttavia concludere che non vi è stato alcun tempo, fin dall’inizio del mondo, nel quale il Signore non abbia avuto la sua Chiesa, e che mai accadrà che Egli non l’abbia sempre.

Infatti, sebbene fin dal principio il genere umano sia stato corrotto e pervertito dal peccato di Adamo, Egli non ha mai cessato di santificare, da questa massa corrotta, strumenti d’onore; così che non vi è stato alcun secolo che non abbia sperimentato la sua misericordia. Ciò Egli lo ha attestato con promesse precise, come quando dice: Ho stabilito un’alleanza con i miei eletti, ho giurato a Davide, mio servo, che conserverò in eterno la sua discendenza e stabilirò il suo trono per sempre (Salmo 89:4-5).

E ancora: Il Signore ha scelto Sion, l’ha scelta come sua dimora: questo è il mio riposo eterno (Salmo 132:13-14). E ancora: Così dice il Signore, che fa risplendere il sole di giorno e la luna di notte: se quest’ordine venisse meno, allora perirebbe la discendenza d’Israele, e non prima (Geremia 31:35-37).


4:1:18 - L’esempio dei profeti: rimanere nella Chiesa anche in tempi di grande corruzione

Di questo Gesù Cristo, gli apostoli e quasi tutti i profeti ci hanno dato esempio. È cosa terribile leggere ciò che Isaia, Geremia, Gioele, Abacuc e gli altri scrivono del disordine che regnava nella Chiesa di Gerusalemme ai loro tempi.

Vi era una tale corruzione, tanto nel popolo quanto nei governanti e nei sacerdoti, che Isaia non esita a chiamarli principi di Sodoma e popolo di Gomorra (Isaia 1:10). La religione stessa era in parte disprezzata, in parte contaminata. Quanto ai costumi, vi erano saccheggi, rapine, slealtà, omicidi e altre simili scelleratezze.

E tuttavia i profeti non si fabbricavano nuove chiese per conto loro, né innalzavano nuovi altari per offrire sacrifici separati; ma, quali che fossero le persone, poiché ritenevano che Dio avesse lì posto la sua Parola e avesse ordinato le cerimonie che vi si praticavano, in mezzo ai malvagi adoravano Dio con cuore puro ed elevavano al cielo mani pure.

Se avessero pensato di trarre da ciò qualche contaminazione, avrebbero preferito morire cento volte piuttosto che mescolarsi a loro. Nulla dunque li induceva a rimanere nella Chiesa in mezzo ai malvagi, se non il desiderio di custodirne l’unità.

Ora, se i santi profeti si facevano scrupolo di separarsi dalla Chiesa a causa di grandi peccati che vi regnavano, non di una sola persona ma quasi di tutto il popolo, è una presunzione eccessiva da parte nostra osare separarci dalla comunione della Chiesa non appena la vita di qualcuno non soddisfa il nostro giudizio, o addirittura non corrisponde alla professione cristiana.


4:1:19 - L’esempio di Cristo e degli apostoli e la legittimità della comunione ecclesiale

Similmente, com’era il tempo di Gesù Cristo e dei suoi apostoli? E tuttavia l’empietà disperata dei farisei e la vita dissoluta del popolo non impedirono loro di offrire gli stessi sacrifici insieme agli altri, né di recarsi al tempio per adorare Dio e fare le preghiere solenni in comune con loro.

Essi non avrebbero mai fatto ciò se non avessero saputo che coloro che, con coscienza pura, partecipano ai sacramenti di Dio insieme ai malvagi, non sono contaminati dalla loro compagnia. Se qualcuno non si accontenta dell’esempio dei profeti e degli apostoli, almeno si sottometta all’autorità di Gesù Cristo.

Perciò san Cipriano parla molto bene quando dice: benché vi sia nella Chiesa del grano cattivo o dei vasi impuri, non dobbiamo per questo ritirarci dalla Chiesa, ma piuttosto impegnarci a essere buon grano e vasi d’oro o d’argento; rompere i vasi di terra spetta a Gesù Cristo solo, al quale è stata data la verga di ferro per farlo (Salmo 2:9).

Nessuno si attribuisca ciò che appartiene al solo Figlio di Dio: estirpare la zizzania, ripulire l’aia e spazzare via la paglia per separarla dal buon grano (Matteo 3:12) mediante un giudizio umano; ciò è un’ostinazione orgogliosa e una presunzione piena di sacrilegio.

Pertanto siano per noi ben saldi questi due punti:

  • primo, che chi di propria volontà abbandona la comunione esterna di una Chiesa nella quale la Parola di Dio è predicata e i suoi Sacramenti sono amministrati, non ha alcuna scusa.
  • Secondo, che i vizi degli altri, anche se numerosi, non ci impediscono di fare lì professione della nostra cristianità, partecipando ai Sacramenti del nostro Signore insieme con loro, poiché una buona coscienza non è ferita dall’indegnità altrui, fosse anche quella del pastore; e i Sacramenti del nostro Signore non cessano di essere salutari per una persona integra e pura, anche se sono ricevuti insieme da persone malvagie e impure.

4:1:20 - Contro il perfezionismo arrogante: remissione dei peccati e comunione dei santi

Il loro astio e la loro arroganza vanno ancora oltre, poiché non riconoscono alcuna Chiesa che non sia pura dalle più piccole macchie del mondo; anzi, si scagliano fieramente contro i pastori che cercano di compiere il loro dovere, perché, esortando i fedeli a progredire, li avvertono che per tutta la vita saranno macchiati da qualche vizio, e per questo li incitano a gemere davanti a Dio per ottenere perdono.

Questi grandi correttori rimproverano loro che in tal modo distolgono il popolo dalla perfezione. Ora, confesso bene che, nell’incitare le persone alla santità, non si deve essere freddi né fiacchi, ma bisogna impegnarvisi seriamente. Tuttavia, far credere alle persone, mentre sono ancora in cammino, che siano già giunte alla perfezione, è far loro bere una fantasticheria diabolica.

Perciò, nel Simbolo, la remissione dei peccati è congiunta molto opportunamente alla Chiesa, poiché non può essere ottenuta se non da coloro che sono membri della Chiesa, come dice il profeta (Isaia 33:24). Occorre dunque che questa Gerusalemme celeste sia anzitutto edificata, e poi, in essa, abbia luogo questa grazia: che l’iniquità di tutti i suoi cittadini sia cancellata.

Ora dico che deve essere anzitutto edificata, non perché la Chiesa possa essere in qualche modo senza la remissione dei peccati, ma perché il Signore non ha promesso la sua misericordia se non nella comunione dei santi. Perciò la nostra prima entrata nella Chiesa e nel regno di Dio è la remissione dei peccati, senza la quale non abbiamo alcuna alleanza né appartenenza con Dio, come mostra il profeta Osea: In quel giorno - dice il Signore - farò alleanza con le bestie della terra e con gli uccelli del cielo; spezzerò arco e spada e farò cessare ogni guerra sulla terra, e farò dormire gli uomini senza timore. Farò con loro un’alleanza per sempre: l’alleanza sarà in giustizia, in giudizio, in misericordia e in pietà (Osea 2:18-19).

Vediamo come il nostro Signore ci riconcili con sé mediante la sua misericordia. Parimenti, in un altro luogo, quando predice che raccoglierà il popolo che aveva disperso nella sua ira: Li purificherò - dice - da ogni iniquità con la quale mi hanno offeso (Geremia 33:8).

Perciò siamo accolti nella compagnia della Chiesa fin dal primo ingresso mediante il segno del lavacro, per mostrarci che non abbiamo alcun accesso alla famiglia di Dio se non quando, prima di tutto, le nostre lordure siano lavate dalla sua bontà.


4:1:21 - Remissione quotidiana: Dio ci mantiene nella Chiesa con la stessa grazia che ci vi introduce

E in effetti, non è una sola volta che Dio, mediante la remissione dei peccati, ci riceve nella sua Chiesa, ma con essa vi ci mantiene e ci conserva. Infatti, a che scopo il nostro Signore ci concederebbe un perdono che non ci portasse alcuna utilità? Sarebbe dunque vano e inutile se la misericordia di Dio ci fosse concessa una sola volta.

Di ciò ogni fedele può rendere testimonianza, poiché non vi è nessuno che non si senta, per tutta la vita, colpevole di molte infermità che hanno bisogno della misericordia di Dio. E infatti non senza motivo Dio promette in modo particolare ai suoi domestici di essere sempre pietoso verso di loro, comandando che questo messaggio sia loro portato ogni giorno.

Perciò, poiché finché viviamo siamo sempre gravati dai residui del peccato, è certo che non potremmo sussistere un solo minuto nella Chiesa se la grazia di Dio non ci soccorresse assiduamente rimettendoci le nostre colpe.

D’altra parte, il Signore ha chiamato i suoi alla salvezza eterna; essi devono dunque ritenere che la sua grazia è sempre pronta a fare loro misericordia delle loro offese. Perciò dobbiamo tenere questo punto fermo: che per la clemenza di Dio, mediante il merito di Gesù Cristo e la santificazione del suo Spirito, la remissione dei nostri peccati ci è stata fatta e ci è fatta ogni giorno, in quanto siamo uniti al corpo della Chiesa.


4:1:22 - Le chiavi della Chiesa: la remissione mediata dal ministero della Parola e dei Sacramenti

E infatti, per questo motivo il Signore ha dato le chiavi alla sua Chiesa, affinché essa avesse la dispensazione di questa grazia per rendercene partecipi.

Poiché quando Gesù Cristo ha comandato ai suoi apostoli e ha dato loro il potere di rimettere i peccati (Matteo 16:19; 18:18; Giovanni 20:23), non lo ha fatto soltanto affinché sciogliessero coloro che si sarebbero convertiti alla fede cristiana, compiendo ciò una sola volta, ma affinché esercitassero questo ufficio continuamente verso i fedeli.

Questo san Paolo lo insegna quando scrive che Dio ha affidato ai ministri della sua Chiesa l’ambasciata della riconciliazione, per esortare ogni giorno il popolo a riconciliarsi con Dio nel nome di Cristo (2 Corinzi 5:19-20).

Perciò, nella comunione dei santi, i peccati ci sono rimessi continuamente mediante il ministero della Chiesa, quando i sacerdoti e i vescovi, ai quali è affidato questo incarico, confermano le coscienze dei fedeli con le promesse dell’Evangelo e li assicurano che Dio vuole fare loro perdono e misericordia; e questo tanto in pubblico quanto in privato, secondo che la necessità lo richieda. Poiché vi sono alcuni così deboli che hanno davvero bisogno di essere consolati a parte e in particolare.

E san Paolo non dice di aver insegnato il popolo nella fede di Gesù Cristo soltanto nei sermoni pubblici, ma anche per le case, ammonendo ciascuno riguardo alla sua salvezza (Atti 20:20-21).

Dobbiamo dunque osservare qui tre cose.

  • La prima: che per quanta santità vi sia nei fedeli, tuttavia, finché abitano in questo corpo mortale, non possono stare davanti a Dio se non avendo remissione dei loro peccati, poiché sono sempre poveri peccatori.
  • La seconda: che questo beneficio è dato alla Chiesa come in custodia, in modo tale che non possiamo ottenere perdono delle nostre colpe davanti a Dio se non perseverando nella sua comunione.
  • La terza: che questo bene ci è distribuito e comunicato mediante i ministri e i pastori, tanto nella predicazione dell’Evangelo quanto nei Sacramenti; e anzi, la potenza delle chiavi è principalmente compresa in questo.

Perciò l’ufficio di ciascuno di noi è non cercare la remissione dei nostri peccati altrove se non dove Dio l’ha posta. Quanto alla riconciliazione pubblica, che appartiene alla disciplina, se ne parlerà a suo luogo.


4:1:23 - Contro l’errore novaziano e anabattista: perdono continuo e preghiera quotidiana dei santi

Ora, poiché questi spiriti frenetici di cui parlo si sforzano di togliere alla Chiesa questo unico rifugio di salvezza, dobbiamo rafforzare ancor più le coscienze contro un errore così pestilenziale. I Novaziani turbarono la Chiesa antica con questa falsa dottrina; ma il nostro tempo ha alcuni Anabattisti che non le somigliano poco in questa fantasia.

Essi immaginano infatti che il popolo di Dio, mediante il Battesimo, sia rigenerato a una vita pura e angelica che non deve essere contaminata da alcuna macchia della carne. E se accade che dopo il Battesimo essi decadano, non lasciano loro altra prospettiva che il rigore inexorabile di Dio. In breve, non danno alcuna speranza al peccatore caduto in colpa, dopo aver ricevuto la grazia di Dio, di ottenere perdono e misericordia.

Infatti non riconoscono altra remissione dei peccati se non quella mediante la quale siamo rigenerati la prima volta. Ora, benché non vi sia menzogna più chiaramente confutata nella Scrittura di questa, tuttavia, poiché tali persone trovano dei semplici da ingannare (come Novato ebbe anticamente molti seguaci), mostriamo brevemente quanto il loro errore sia pericoloso, per loro e per gli altri.

Anzitutto, poiché per comando di Dio tutti i santi usano ogni giorno questa richiesta: che i loro peccati siano loro rimessi (Matteo 6:12), con ciò confessano di essere peccatori. E non lo chiedono invano, poiché il Signore Gesù non ci ha ordinato di domandare cose che non voglia darci. Anzi, avendo promesso in generale che ogni preghiera che ci ha dato sarebbe esaudita dal Padre, aggiunge una promessa speciale per questa domanda. Che cosa vogliamo di più?

Il Signore vuole che tutti i suoi santi, giorno dopo giorno per tutta la vita, si confessino peccatori, e promette loro perdono. Che audacia è dunque negare che siano peccatori o, quando sono caduti, escluderli da ogni grazia?

Inoltre, a chi vuole che perdoniamo settanta volte sette (Matteo 18:22), cioè tutte le volte, quante volte? Non forse ai nostri fratelli? E perché vuole questo, se non affinché seguiamo la sua clemenza? Egli dunque perdona non per una volta o due, ma ogni volta che il povero peccatore, abbattuto e ferito dalla consapevolezza delle sue colpe, sospira verso di Lui.


4:1:24 - Esempi dell’Antico Patto: peccati gravi dei santi e misericordia promessa al popolo

E affinché cominciamo dall’origine della Chiesa: i patriarchi furono circoncisi, ricevuti nell’alleanza di Dio; e non vi è dubbio che fossero anche istruiti dal loro padre a seguire la giustizia e l’integrità. Eppure, quando congiurarono per uccidere il loro fratello, fu un delitto abominevole, persino per i più disperati briganti del mondo. Alla fine, ammorbiditi dall’ammonizione di Giuda, lo vendettero (Genesi 37:18, 28); ma ciò fu ancora una crudeltà intollerabile.

Simeone e Levi massacrarono tutto il popolo di Sichem per vendicare la loro sorella: vendetta che non era loro lecita, e infatti fu condannata dal loro padre (Genesi 34:25, 30). Ruben commise un incesto esecrabile con la moglie di suo padre (Genesi 35:22). Giuda, volendo fornicare, contravvenne all’onestà naturale, unendosi alla sua nuora (Genesi 38:18).

Ora, lungi dall’essere cancellati dal popolo eletto, essi furono invece costituiti come capi. Che diremo di Davide, che, pur essendo guida di giustizia, offese gravemente volendo soddisfare alla sua lussuria spargendo sangue innocente (2 Samuele 11:4, 15)? Egli era già rigenerato e aveva ricevuto, più di altri figli di Dio, un’eccellente testimonianza; e tuttavia commise una scelleratezza che persino i pagani avrebbero aborrito. Ciò non impedì che ottenesse misericordia (2 Samuele 12:13).

E per non fermarci troppo a esempi particolari, quante promesse abbiamo della misericordia di Dio verso gli Israeliti! Quante volte vi è mostrato che il Signore è stato loro sempre propizio! Infatti che cosa promette Mosè al popolo quando ritornerà a Dio dopo essere caduto nell’idolatria e aver abbandonato il Dio vivente? Il Signore - dice - ti ricondurrà dalla cattività, avrà pietà di te e ti raccoglierà di mezzo ai popoli fra i quali sarai stato disperso. Se fossi disperso ai quattro angoli del mondo, Egli ti raccoglierà (Deuteronomio 30:3-4).


4:1:25 - Promesse profetiche di perdono: la misericordia di Dio verso una Chiesa infedele

Ma non voglio iniziare un racconto che non avrebbe mai fine. Infatti i Profeti sono pieni di tali promesse, nelle quali presentano misericordia a un popolo che aveva commesso colpe infinite. Quale iniquità vi è più grave della ribellione? Per questa ragione essa è chiamata divorzio tra Dio e la sua Chiesa; e tuttavia essa è perdonata dalla bontà di Dio.

Qual è l’uomo - dice il Signore per bocca di Geremia - che, se la moglie si abbandona alla prostituzione, voglia poi riprenderla? Eppure tutte le strade sono infette delle tue prostituzioni, o popolo di Giuda, e la terra ne è piena; nondimeno ritorna a me, e io ti accoglierò. Ritorna a me, popolo ribelle e ostinato: non volgerò da te il mio volto, poiché sono santo e la mia ira non durerà in eterno (Geremia 3:1, 2, 12).

E certamente non potrebbe esserci altra disposizione d’animo in Colui che dice di non desiderare la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ezechiele 18:23, 32).

Per questo Salomone, nel dedicare il Tempio, lo destinò a questo uso: che le preghiere innalzate per ottenere il perdono dei peccati vi fossero esaudite. Quando i tuoi figli - dice - avranno peccato (poiché non vi è persona che non pecchi) e tu, nella tua ira, li avrai consegnati ai loro nemici; se poi si pentiranno nel loro cuore e, convertiti, ti pregheranno nella loro prigionia dicendo: “Signore, abbiamo peccato e abbiamo operato malvagiamente”, e così supplicando rivolgeranno lo sguardo verso la terra che hai dato ai loro padri e verso il tuo santo Tempio: tu esaudirai dal cielo le loro preghiere e sarai propizio al tuo popolo che ti ha offeso, e perdonerai tutte le trasgressioni che avranno commesso contro di te (1 Re 8:46-49).

Non invano, dunque, Dio nella sua Legge ha ordinato sacrifici quotidiani per i peccati del suo popolo (Numeri 28:3); poiché, se non avesse riconosciuto che i suoi servitori sono continuamente macchiati da vizi, non avrebbe loro dato questo rimedio.


4:1:26 - In Cristo la misericordia non diminuisce, ma abbonda

Ora domando: con la venuta di Cristo, nella quale è stata manifestata tutta la pienezza della grazia, questo sarebbe stato tolto ai fedeli, cioè di non osare più pregare per ottenere il perdono delle loro colpe, né di trovare misericordia quando hanno offeso Dio?

Che cosa sarebbe questo, se non dire che Cristo è venuto per la rovina dei suoi, piuttosto che per la loro salvezza, se la benignità di Dio, che era sempre pronta verso i santi nell’Antico Testamento, fosse ora del tutto soppressa?

Ma se prestiamo fede alla Scrittura, che proclama a gran voce che la grazia di Dio e l’amore che Egli porta alle persone sono apparsi pienamente in Cristo, che le ricchezze della sua misericordia sono state in Lui dispiegate e la riconciliazione con l’umanità è stata compiuta (Tito 2:11; 3:4; 2 Timoteo 1:9), non dobbiamo dubitare che la sua clemenza ci sia ora offerta in maggiore abbondanza, e non ridotta o diminuita.

Di ciò abbiamo anche esempi evidenti. San Pietro, che aveva udito dalla bocca di Gesù Cristo che chiunque non avesse confessato il suo nome davanti alle persone non sarebbe stato riconosciuto da Lui davanti agli angeli del cielo (Matteo 10:33; Marco 8:38), Lo rinnegò tre volte, e persino con imprecazioni (Matteo 26:69-74); tuttavia non fu escluso dalla grazia.

Coloro che vivevano disordinatamente tra i Tessalonicesi furono così corretti da san Paolo, che egli li invita al ravvedimento (2 Tessalonicesi 3:6, 11, 12, 14). E san Pietro stesso non getta nella disperazione Simone il Mago, ma gli offre piuttosto una speranza, consigliandogli di pregare Dio per il suo peccato (Atti 8:22).


4:1:27 - La misericordia di Dio verso Chiese gravemente colpevoli

Inoltre, non vi sono forse state gravi colpe che hanno coinvolto un’intera Chiesa? Che cosa fece san Paolo in tali circostanze, se non cercare di ricondurre tutto il popolo sulla buona via, invece di abbandonarlo a una maledizione definitiva?

La ribellione dei Galati all’Evangelo (Galati 1:6; 3:1; 4:9) non era una colpa lieve. I Corinzi erano ancora meno scusabili di loro, poiché avevano più vizi e altrettanto gravi (2 Corinzi 12:21); e tuttavia né gli uni né gli altri furono esclusi dalla bontà di Dio.

Al contrario, coloro che avevano offeso più gravemente degli altri con fornicazione, impurità e ogni sorta di dissolutezza, sono espressamente chiamati al ravvedimento. Poiché l’alleanza che il nostro Signore ha stabilito con Cristo e con tutte le sue membra rimane e rimarrà sempre inviolabile, come Egli dice: Se i suoi figli abbandoneranno la mia legge e non cammineranno nei miei precetti, se profaneranno la mia giustizia e non osserveranno la mia dottrina, visiterò le loro iniquità con la verga e i loro peccati con castighi; tuttavia la mia misericordia non si allontanerà da loro (Salmo 89:31-34).

Infine, dall’ordine stesso del Simbolo apprendiamo che questa grazia e questa clemenza risiedono e dimorano sempre nella Chiesa, poiché, dopo aver confessato la Chiesa, è immediatamente aggiunta la remissione dei peccati. Occorre dunque che essa abbia luogo in coloro che ne fanno parte.


4:1:28 - Anche i peccati volontari sono perdonati per mezzo di Cristo

Alcuni, un po’ più sottili, vedendo che la dottrina dei Novaziani è così chiaramente confutata dalla Scrittura, non dichiarano ogni peccato imperdonabile, ma soltanto le trasgressioni volontarie, nelle quali una persona sarebbe caduta con piena consapevolezza e deliberazione.

Così dicendo, essi ritengono che nessun peccato sia rimesso, se non quello commesso per ignoranza. Ma poiché il Signore nella Legge ha ordinato alcuni sacrifici per cancellare i peccati volontari del suo popolo, e altri per purificare le ignoranze, quale temerarietà è negare ogni speranza di perdono a un peccato volontario?

Io sostengo che nulla è più chiaro di questo: che l’unico sacrificio di Gesù Cristo ha la virtù di rimettere i peccati volontari dei fedeli, poiché Dio lo ha così attestato mediante le vittime carnali, che ne erano figura.

Inoltre, chi potrà scusare Davide con il pretesto dell’ignoranza, dal momento che era così ben istruito nella Legge? Non sapeva forse quale delitto fosse l’adulterio e l’omicidio, lui che li puniva quotidianamente nei suoi sudditi? I patriarchi pensavano forse che fosse cosa buona e onesta uccidere il loro fratello? I Corinzi avevano forse profittato così poco, da ritenere che incontinenza, fornicazione, odio e contese fossero gradite a Dio?

San Pietro, dopo essere stato così diligentemente ammonito, ignorava forse quale colpa fosse rinnegare il suo Maestro? Non chiudiamo dunque, con la nostra disumanità, la porta alla misericordia di Dio, che si offre a noi con tanta liberalità.


4:1:29 - Disciplina ecclesiastica, penitenza e misericordia secondo la Scrittura

Non mi è ignoto che alcuni antichi dottori abbiano interpretato i peccati rimessi quotidianamente come le colpe leggere che sorgono per l’infermità della carne. Inoltre, essi ritenevano che la penitenza solenne, allora richiesta per gravi offese, non dovesse essere reiterata più del Battesimo.

Questa affermazione non va però intesa come se essi avessero voluto gettare nella disperazione chi fosse ricaduto dopo essere stato una volta accolto al ravvedimento, o come se avessero voluto sminuire le colpe quotidiane considerandole piccole davanti a Dio. Essi sapevano bene che i santi spesso inciampano o vacillano in qualche infedeltà, che talvolta giurano senza motivo, si adirano oltre misura, giungono persino a offese manifeste, e cadono in altri vizi che il nostro Signore non considera affatto di poco conto.

Ma usavano questo modo di parlare per distinguere tra colpe private e crimini pubblici che arrecavano grandi scandali nella Chiesa. Inoltre, se perdonavano con tanta difficoltà coloro che avevano commesso colpe degne di disciplina ecclesiastica, non era perché ritenessero che i peccatori ottenessero difficilmente il perdono di Dio, ma perché, con tale severità, volevano incutere timore agli altri, affinché non cadessero in colpe per le quali meritassero di essere scomunicati dalla Chiesa.

Tuttavia, la Parola di Dio, che qui dobbiamo assumere come unica regola, richiede una maggiore moderazione e umanità; poiché insegna che il rigore della disciplina ecclesiastica non deve giungere fino al punto di schiacciare sotto il peso della tristezza colui del quale si deve cercare il bene, come abbiamo mostrato più ampiamente in precedenza.


Riassunto del capitolo 4:1.