Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 10

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Capitolo 10

4:10:1 - Della potestà della Chiesa di fare e ordinare leggi: e della tirannia esercitata sulle anime

Segue ora la seconda parte dell’autorità della Chiesa, che i papisti vogliono consistere nel potere di imporre leggi a loro piacimento. Da questa fonte sono scaturite infinite tradizioni, le quali sono state altrettante corde per strangolare le povere anime. Essi non fanno più scrupolo degli Scribi e dei Farisei di porre sulle spalle del popolo pesi insopportabili, che essi stessi non vorrebbero toccare neppure con un dito (Matteo 23:4; Luca 11:46).

Ho già mostrato altrove quale e quanto crudele tormento sia contenuto nell’ordine imposto a ciascuno di confessare tutti i propri peccati all’orecchio di un sacerdote. In nessuna delle altre loro leggi appare una violenza tanto enorme; tuttavia anche quelle che sembrano più sopportabili non cessano di opprimere tirannicamente le coscienze. Tralascio ora di dire che esse corrompono il servizio di Dio e strappano a Dio stesso il diritto che gli appartiene di essere il solo Legislatore.

La questione che dobbiamo trattare è dunque questa: è lecito alla Chiesa vincolare le coscienze con le leggi che essa vorrà fare? In questa disputa non tocchiamo l’ordine che serve alla disciplina esteriore; ma si tratta soltanto che Dio sia servito puramente e debitamente secondo quanto egli ha comandato, e che la libertà spirituale ci rimanga salva.

È uso comune chiamare tradizioni umane tutti gli editti procedenti dagli uomini riguardo al servizio di Dio. È contro tali leggi che dobbiamo combattere, non contro le sante e utili ordinanze che servono a custodire modestia e decoro o a nutrire la pace. Lo scopo è frenare quel dominio eccessivo e barbaro che coloro che vogliono essere reputati pastori hanno usurpato sulle povere anime, delle quali sono divenuti crudeli carnefici. Vogliono infatti che le loro leggi siano spirituali e concernano l’anima, affermando che sono necessarie alla vita eterna. Così il regno di Cristo è assalito e violato, e la libertà che egli ha donato alle coscienze dei fedeli è oppressa e abbattuta.

Tralascio per ora l’empietà con cui fondano l’osservanza delle loro leggi, dicendo che per mezzo di esse acquistiamo remissione dei peccati e giustizia, ponendo in esse tutta la sostanza della religione. Per il presente discuterò soltanto questo punto: che non si deve imporre necessità alle coscienze in quelle cose dalle quali esse sono state affrancate da Gesù Cristo; senza tale libertà, come abbiamo insegnato sopra, esse non possono avere pace davanti a Dio. Esse devono riconoscere un solo Re, Cristo, e un solo Liberatore; e devono essere governate dalla sola legge di libertà, che è la sacra parola dell’Evangelo, se vogliono conservare la grazia una volta ottenuta in Cristo Gesù; e non devono essere assoggettate ad alcuna servitù né incatenate da alcun vincolo.


4:10:2 - Il falso nome di “leggi di libertà”

Questi legislatori fanno ben sembrare che le loro costituzioni siano leggi di libertà, un giogo dolce e un peso leggero. Ma chi non vede che sono pure menzogne? Quanto a loro, non sentono affatto il peso delle loro leggi, poiché, avendo rigettato ogni timore di Dio, disprezzano con la stessa audacia le loro leggi come quelle di Dio. Ma coloro che sono toccati da qualche cura della loro salvezza sono ben lontani dal ritenersi liberi mentre sono stretti da tali legami.

Vediamo quanto attentamente san Paolo abbia evitato di caricare le coscienze, fino a non osare legarle in una sola cosa (1 Corinzi 7:35). E non senza motivo: egli sapeva che si infligge una ferita mortale alle coscienze quando si impone loro necessità in cose nelle quali Dio ha lasciato libertà.

Al contrario, a fatica si potrebbero contare le costituzioni che costoro hanno pubblicato con rigore, sotto pena di dannazione eterna, e che esigono con estrema severità come necessarie alla salvezza. Molte sono difficilissime da osservare; e se le si considera tutte insieme, l’osservanza diventa del tutto impossibile, tanta è la loro moltitudine.

Come dunque potrebbe accadere che coloro che sono caricati di un peso così grande e gravoso non siano tormentati da orribili angosce e perplessità? Ripeto dunque che la mia intenzione è di combattere contro tali leggi che vengono stabilite per legare le anime davanti a Dio e avvolgerle in scrupoli, come se tutto ciò che contengono dovesse essere osservato per necessità assoluta.


4:10:3 - Che cos’è la coscienza e quale sia il suo tribunale

Molti restano impigliati in questa questione perché non distinguono abbastanza sottilmente tra il tribunale giudiziario di Dio, che è spirituale, e la giustizia terrena degli uomini. La difficoltà è accresciuta dal fatto che san Paolo comanda di obbedire ai magistrati non solo per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza (Romani 13:1, 5). Da ciò sembrerebbe seguire che le coscienze siano soggette anche alle leggi civili. Se così fosse, quanto abbiamo detto nel capitolo precedente e quanto resta da dire sul governo spirituale verrebbe annullato.

Per sciogliere questo nodo, dobbiamo prima sapere che cosa sia la coscienza. In parte lo si può dedurre dalla parola stessa. La scienza è la percezione o conoscenza di ciò che le persone comprendono secondo lo spirito loro dato. Quando dunque hanno un senso e un rimorso del giudizio di Dio, come un testimone posto in loro per non permettere che nascondano i peccati, ma per attirarli e sollecitarli al giudizio di Dio, ciò si chiama coscienza. È una conoscenza intermedia tra Dio e l’essere umano, che non permette a chi vorrebbe sopprimere le proprie colpe di dimenticarle, ma lo costringe a sentire che è colpevole.

È ciò che intende san Paolo quando dice che la coscienza rende testimonianza insieme ai pensieri, che accusano o difendono davanti a Dio (Romani 2:15). Una semplice conoscenza potrebbe restare come soffocata; ma questo sentimento che cita e conduce l’essere umano al tribunale di Dio è come una sentinella posta per svegliarlo e scoprire tutto ciò che vorrebbe nascondere, se potesse. Da qui il proverbio antico: la coscienza è come mille testimoni.

Per la stessa ragione san Pietro parla della “risposta di buona coscienza” (1 Pietro 3:21) come di un riposo e una tranquillità dell’animo, quando il credente, appoggiandosi alla grazia di Cristo, si presenta con fiducia davanti a Dio. E l’autore dell’Epistola agli Ebrei, dicendo che i fedeli non hanno più coscienza di peccato (Ebrei 10:2), significa che ne sono liberati e assolti, non avendo più rimorso che li accusi.


4:10:4 - La coscienza davanti a Dio e le cose indifferenti

Come le opere hanno riguardo agli uomini, così la coscienza ha Dio per suo fine; cosicché buona coscienza non è altro che integrità interiore del cuore. A questo proposito san Paolo dice che il compimento della Legge è carità, da cuore puro, da buona coscienza e da fede non finta (1 Timoteo 1:5). Altrove mostra in che cosa essa differisca da una semplice conoscenza, dicendo che alcuni hanno fatto naufragio nella fede perché si erano allontanati dalla buona coscienza. Con queste parole egli indica un vivo desiderio di onorare Dio e un retto zelo di vivere puramente e santamente.

Talvolta il nome di coscienza si applica a ciò che concerne gli uomini, come quando san Paolo dice negli Atti di essersi sforzato di camminare in buona coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini (Atti 24:16); ma ciò si intende perché i frutti esteriori che ne procedono giungono fino agli uomini. In senso proprio, tuttavia, la coscienza ha Dio per suo fine.

Diciamo dunque che una legge lega la coscienza quando obbliga semplicemente e assolutamente l’essere umano davanti a Dio, come se non avesse a che fare con altri che con lui. Per esempio, Dio ci comanda non solo di avere il cuore puro da ogni impurità, ma anche di guardarci da ogni parola oscena e dissolutezza che conduca all’incontinenza. Anche se non vi fosse alcuna altra persona al mondo, sarei tenuto in coscienza a osservare tale legge. Se dunque mi abbandono all’impurità, non pecco soltanto perché do scandalo al prossimo, ma sono colpevole davanti a Dio per aver trasgredito ciò che egli mi aveva vietato tra lui e me.

Vi è invece un’altra considerazione nelle cose indifferenti: dobbiamo astenercene quando potremmo offendere il prossimo, ma con coscienza franca e libera. Come mostra san Paolo parlando della carne offerta agli idoli: “Se qualcuno vi dice: Questo è stato offerto in sacrificio, non mangiatene, per motivo di coscienza; non della vostra, ma di quella dell’altro” (1 Corinzi 10:28-29). Il credente che, avvertito, mangiasse scandalizzando il prossimo, peccherebbe; ma sebbene Dio gli comandi di astenersi per amore del prossimo, e gli sia necessario sottomettersi, tuttavia la sua coscienza rimane libera. Vediamo dunque che tale legge impone soggezione solo all’atto esteriore, lasciando la coscienza libera.


4:10:5 - Le leggi umane e il limite della loro autorità

Torniamo ora alle leggi umane. Se esse tendono a questo fine di assoggettarci come se fosse necessario osservarle con necessità semplice e assoluta, diciamo che le coscienze sono caricate oltre misura, poiché devono essere regolate soltanto dalla parola di Dio, avendo a che fare con lui e non con gli uomini.

E tale è stato in effetti il senso della distinzione comunemente tenuta nelle scuole: che altra cosa è la giurisdizione umana e politica, altra quella che riguarda la coscienza. Benché il mondo sia stato immerso in terribili tenebre di ignoranza, tuttavia è sempre rimasta questa piccola scintilla: che vi è una giurisdizione propria della coscienza, superiore agli uomini. È vero che coloro che lo confessavano a parole poi lo rovesciavano nei fatti; tuttavia Dio ha voluto che rimanesse sempre qualche testimonianza della libertà cristiana, per esentare le coscienze dalla tirannia degli uomini.

Resta però la difficoltà sollevata sopra: se bisogna obbedire ai principi non solo per la punizione, ma per coscienza, ne segue che le loro leggi dominino sulle coscienze. Se ciò è vero, si dovrebbe dire lo stesso delle leggi ecclesiastiche.

Rispondo che bisogna anzitutto distinguere tra il genere e le specie. Benché ogni singola legge non obblighi la coscienza in sé, tuttavia siamo tenuti a osservarle in generale per il comandamento di Dio, che ha approvato e stabilito l’autorità dei magistrati. Su questo insiste san Paolo: dobbiamo onorare i magistrati perché sono ordinati da Dio (Romani 13:1). Tuttavia egli non insegna che le loro leggi o statuti appartengano al governo spirituale delle anime, poiché altrove sostiene che il servizio di Dio è la regola del vivere bene e santamente. Quanto alla spiritualità, essa è al di sopra di ogni decreto e statuto umano.

Un secondo punto, che dipende dal primo, è che tutte le leggi umane - intendo quelle rette e giuste - non legano la coscienza, perché la necessità di osservarle non risiede nelle cose comandate in sé, come se fosse peccato di per sé fare questo o quello; ma tutto si deve riferire al fine generale, cioè che vi sia buon ordine e disciplina tra noi. Tutte le leggi che determinano un modo di servire Dio oltre la sua parola, o che impongono una necessità assoluta in cose libere e indifferenti, sono ben lontane da tale fine.


4:10:6 - Il preteso diritto dei falsi vescovi di farsi legislatori spirituali

Tali sono tutte le costituzioni che oggi, nel papato, sono chiamate ecclesiastiche e che si afferma essere necessarie per onorare e servire bene Dio. E come sono innumerevoli, così sono altrettanti lacci per tenere le anime in cattività. Benché ne abbiamo già brevemente trattato nell’esposizione della Legge, tuttavia, poiché questo è il luogo più opportuno per discuterne diffusamente, mi sforzerò di raccogliere in sintesi ciò che vi concerne e di ordinarlo nel modo migliore possibile.

Poiché abbiamo già parlato a sufficienza della licenza che i falsi vescovi si attribuiscono nel proporre dottrine e forgiare articoli di fede a loro piacimento, tralascerò per ora quella materia e mi soffermerò soltanto sulla potestà che si vantano di avere nel fare leggi e costituzioni.

Ecco dunque il pretesto con cui il Papa e tutti i suoi vescovi “cornuti” hanno caricato le coscienze di nuove leggi: essi dicono di essere stati costituiti dal Signore legislatori spirituali, poiché il governo della Chiesa è stato loro affidato. Pertanto tutto ciò che comandano e ordinano, affermano debba essere necessariamente osservato da tutto il popolo cristiano; e chi vi contravviene sarebbe colpevole di doppia disobbedienza, in quanto ribelle a Dio e alla Chiesa.

Se fossero veri vescovi, concederei loro una certa autorità in questo ambito: non quella che pretendono, ma quanto fosse necessario per mantenere l’ordine della Chiesa. Ma poiché non sono affatto ciò che vogliono essere reputati, non potrebbero domandare neppure la minima cosa senza che sia già troppo. Tuttavia, poiché abbiamo già mostrato chi siano e in quale stima vadano tenuti, concediamo per ora che possiedano tutta l’autorità che compete ai veri vescovi.

Anche ammettendo questo, nego tuttavia che siano costituiti legislatori sui fedeli, per stabilire a loro piacimento una regola di vita o costringere il popolo a osservare i loro statuti e decreti. Con ciò intendo dire che non è loro lecito in alcun modo comandare alla Chiesa di osservare ciò che essi hanno stabilito da sé, senza la parola di Dio, imponendovi necessità.

Poiché tale potere fu sconosciuto agli apostoli e Dio stesso lo ha tante volte interdetto con la sua propria bocca ai ministri della sua Chiesa (Isaia 29:14), mi meraviglio che abbiano osato usurparlo contro un divieto così manifesto, e ancor più che oggi osino sostenerlo.


4:10:7 - Dio solo Legislatore e Re delle anime

Il Signore ha racchiuso nella sua Legge tutto ciò che apparteneva alla perfetta regola del vivere bene, senza lasciare nulla da aggiungere agli uomini. Lo ha fatto per due ragioni.

La prima è che, poiché ogni santità e giustizia consiste nel conformare la nostra vita alla sua volontà come unica regola di rettitudine, è giusto che egli solo abbia su di noi il dominio e il governo.

La seconda è che ha voluto mostrare che non richiede da noi altro che obbedienza.

Secondo questo principio, san Giacomo dice: “Chi giudica il proprio fratello giudica la Legge; e chi giudica la Legge non è osservatore, ma giudice di essa. Ora vi è un solo Legislatore che può salvare e dannare” (Giacomo 4:11-12). Udiamo come Dio si attribuisca questo come privilegio particolare: governarci sotto il suo imperio e mediante le sue leggi.

La stessa sentenza era già stata pronunciata da Isaia: “Il Signore è il nostro Re, il Signore è il nostro Legislatore, il Signore è il nostro Giudice: egli ci salverà” (Isaia 33:22). In entrambi i passi è mostrato che Dio solo ha in mano la vita e la morte, poiché possiede autorità sull’anima; e san Giacomo lo dichiara apertamente.

Nessun essere umano può dunque usurpare tale diritto. Ne consegue che dobbiamo riconoscere Dio come unico Re delle nostre anime, il solo che abbia potestà di salvare e dannare; o, come canta Isaia, riconoscerlo come Re, Giudice, Legislatore e Salvatore.

Perciò san Pietro, esortando i pastori circa il loro ufficio, li ammonisce a pascere il gregge senza esercitare dominio sulle eredità del Signore (1 Pietro 5:2-3), intendendo con tale espressione il popolo di Dio, che egli ha acquistato come propria possessione.

Se consideriamo bene che non è lecito trasferire a un mortale ciò che Dio riserva a sé, comprenderemo che tutta l’autorità che costoro si attribuiscono per assoggettare la Chiesa ai propri statuti è, per questo stesso principio, annullata.


4:10:8 - Le due ragioni per cui Dio riserva a sé la legislazione spirituale

Poiché tutta questa questione dipende da questo punto - che se Dio solo è il nostro Legislatore, non è lecito a un mortale usurpare tale dignità - dobbiamo tenere a mente le due ragioni per cui Dio si attribuisce questo diritto esclusivo.

La prima: affinché la sua volontà sia tenuta come regola perfetta di ogni giustizia e santità; e quindi la vera scienza del ben vivere consista nel conoscere ciò che a lui piace.

La seconda: affinché, quanto al modo di servirlo rettamente e debitamente, egli sia riconosciuto unico superiore delle nostre anime, con autorità di comandare, e nostro dovere sia di obbedire.

Se queste due ragioni saranno ben impresse nella nostra memoria, ci sarà facile discernere quali costituzioni umane siano contrarie alla parola di Dio: cioè tutte quelle che pretendono di appartenere al vero servizio di Dio e la cui osservanza è imposta alle coscienze come necessaria.

Pesiamo dunque tutti gli statuti e decreti degli uomini su questa bilancia, se vogliamo avere un criterio certo e infallibile.

San Paolo, nell’Epistola ai Colossesi, si arma della prima ragione contro i falsi profeti che volevano imporre nuovi pesi alle Chiese (Colossesi 2:8). Nell’Epistola ai Galati insiste maggiormente sulla seconda, pur trattando una causa simile.

Ai Colossesi dimostra che non si deve apprendere dagli uomini la dottrina del vero servizio di Dio, poiché egli ci ha fedelmente e sufficientemente istruiti su come servirlo. Nel primo capitolo mostra che tutta la sapienza che conduce l’essere umano alla perfezione davanti a Dio è contenuta nell’Evangelo; e all’inizio del secondo attesta che tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti in Cristo (Colossesi 2:3). Conclude dunque che i fedeli devono guardarsi dall’essere distolti dal gregge di Cristo da una vana filosofia secondo le tradizioni degli uomini.

Alla fine del capitolo condanna ogni culto volontario, cioè inventato dagli uomini o ricevuto da altri, e in generale tutti i comandamenti umani stabiliti per servire Dio. Abbiamo dunque questo punto acquisito: tutte le costituzioni nelle quali si fa consistere il servizio di Dio sono malvagie.

Quanto agli argomenti dell’Epistola ai Galati, con cui mostra che non è lecito assoggettare le coscienze, che devono essere governate da Dio solo (Galati 5:1), ciascuno può comprenderli leggendo, specialmente nel capitolo quinto.


4:10:9 - Applicazione al nostro tempo: le cerimonie e la disciplina papale

Poiché questa materia sarà meglio chiarita mediante esempi, prima di procedere oltre conviene applicare questa dottrina al nostro tempo.

Noi diciamo che le costituzioni con cui il Papa e la sua schiera caricano la Chiesa sono perniciose e malvagie. I papisti le difendono come sante e utili. Esse sono di due specie: alcune cerimoniali, altre più propriamente disciplinari.

Consideriamo se abbiamo giusta causa di riprovarle entrambe. Certamente sì, e più di quanto vorrei dire.

Coloro che le stabiliscono non affermano forse apertamente che in esse consiste il vero servizio di Dio? A quale fine riferiscono le loro cerimonie, se non a servire Dio mediante esse? E ciò non soltanto per il popolo semplice, ma con l’approvazione dei governanti e prelati.

Non parlo ancora delle enormi abominazioni con cui hanno tentato di rovesciare ogni pietà; ma è certo che non considererebbero delitti mortali e irremissibili la trasgressione della più piccola delle loro tradizioni, se non avessero posto il servizio di Dio nelle loro invenzioni.

In che cosa dunque sbagliamo se non possiamo sopportare ciò che san Paolo dichiara intollerabile? Egli afferma che il servizio di Dio non deve essere modellato secondo il piacere degli uomini, specialmente quando comandano di servirlo con rudimenti puerili, cioè con cose esteriori (Colossesi 2:20), che egli dice essere contrarie a Cristo.

Inoltre è ben noto con quale rigore essi costringano le coscienze a osservare tutto ciò che comandano. E nel contraddirli abbiamo con noi san Paolo, il quale non permette affatto che le coscienze dei fedeli siano sottoposte alla servitù degli uomini (Galati 5:1).


4:10:10 - Quando le tradizioni annullano il comandamento di Dio

Vi è di peggio: quando si comincia a fondare la religione su queste vane tradizioni, ne segue immediatamente un’altra maledizione esecrabile, che Cristo rimproverava ai Farisei: che il comandamento di Dio viene annullato per osservare i precetti degli uomini (Matteo 15:3).

Non combatterò con parole mie contro i nostri legislatori attuali: concedo loro la vittoria se possono dimostrare che questa accusa di Cristo non li riguarda.

Come potrebbero scusarsi? È forse peccato cento volte più grave non essersi confessati una volta l’anno all’orecchio di un sacerdote che aver vissuto malvagiamente tutto l’anno? È più grave aver toccato con la punta della lingua un po’ di carne di venerdì che aver contaminato ogni giorno le proprie membra con impurità? È più grave aver compiuto un’opera utile e onesta in un giorno festivo dedicato a un loro santo canonizzato a piacere, che aver impiegato tutta la settimana in azioni malvagie? È più grave che un sacerdote sia legittimamente sposato che sia macchiato di mille adulteri? È più grave non aver adempiuto un voto di pellegrinaggio che aver infranto ogni promessa? Non aver contribuito alle loro pompe disordinate che aver abbandonato una persona povera in estrema necessità? Passare davanti a un idolo senza togliersi il cappello che aver disprezzato tutte le persone del mondo? Non aver balbettato a certe ore lunghe parole senza senso che non aver mai pregato con vera devozione?

Che cos’è annullare il comandamento di Dio per le tradizioni umane, se non questo? Quando raccomandano freddamente l’osservanza dei comandamenti di Dio, ma esigono l’obbedienza ai loro con tale cura come se tutta la pietà consistesse in essi; quando puniscono con leggere soddisfazioni la trasgressione della Legge di Dio, ma infliggono prigione, fuoco o spada per la violazione dei loro decreti; quando sono indulgenti verso chi disprezza Dio, ma perseguitano con odio implacabile fino alla morte chi li disprezza; quando educano i loro sudditi nell’ignoranza al punto che preferirebbero vedere tutta la Legge di Dio sovvertita piuttosto che un solo punto dei comandamenti della Chiesa, come li chiamano.

Anzitutto è già una grave deviazione che, per cose leggere e indifferenti secondo il giudizio di Dio, una persona disprezzi e condanni un’altra. Ma ora, come se non bastasse, tali elementi frivoli del mondo - come li chiama san Paolo (Galati 4:9) - sono stimati più delle ordinanze celesti di Dio. Chi è assolto per adulterio è condannato per il suo cibo. A chi è permessa una concubina è vietata una moglie legittima.

Ecco il frutto di un’obbedienza piena di prevaricazione, che tanto più si inclina verso gli uomini quanto più si allontana da Dio.


4:10:11 - L’inutilità e la moltiplicazione oppressiva delle costituzioni

Vi sono ancora due altri vizi da riprovare in queste costituzioni, e non sono piccoli.

Il primo è che ci tengono occupati in osservanze per la maggior parte inutili, talvolta perfino sciocche e contrarie alla ragione. Il secondo è che il loro numero è così grande che le coscienze fedeli ne sono oppresse; e, ricondotte a una specie di giudaismo, si fermano tanto alle ombre da non poter giungere a Cristo.

Quando le chiamo inutili e inette, so bene che ciò non sarà credibile alla prudenza carnale. Il senso naturale dell’essere umano vi prende tanto piacere che, quando le si tolgono, gli pare che tutta la Chiesa sia sfigurata. Ma è ciò che dice san Paolo: esse hanno apparenza di sapienza, perché sembra che Dio vi sia servito e che ci esercitino all’umiltà e alla disciplina (Colossesi 2:23).

Qui egli ci offre un ammonimento molto utile, che deve essere ben impresso nella memoria: le costituzioni umane hanno colore di sapienza per ingannarci. Se chiediamo quale sia questa sapienza, egli risponde anzitutto che, essendo forgiate dagli uomini, l’intelletto umano, riconoscendo in esse ciò che è suo, le accoglie più volentieri di ciò che, pur essendo migliore, non si accorderebbe con la sua follia e vanità.

Risponde in secondo luogo che ci pare di trovare in esse un buon esercizio di umiltà. Risponde infine che sembrano atte a frenare i piaceri della carne, poiché contengono una certa forma di austerità.

Ma dopo aver detto tutto ciò, le approva forse? O cerca ragioni per smascherare questa falsa apparenza? Al contrario, poiché riteneva sufficiente per riprovarle il fatto che siano invenzioni umane, non si degna di confutarle più ampiamente. Sapeva infatti che ogni culto di Dio forgiato secondo il capriccio umano deve essere rigettato nella Chiesa; e che tanto più deve essere sospetto ai fedeli quanto più suole piacere agli uomini. Sapeva anche che vi è tale differenza tra la vera umiltà e la sua falsa imitazione che è facile distinguerle; e che quell’austerità di cui parla non è altro che esercizio corporale. Perciò menziona queste cose solo per confutare le tradizioni umane tra i fedeli, sebbene proprio da esse esse traggano tutta la loro dignità davanti agli uomini.


4:10:12 - La pompa delle cerimonie e la loro vacuità

Così oggi non solo il popolo semplice, ma anche coloro che si reputano saggi secondo il mondo, provano un meraviglioso piacere nell’uso di una grande pompa di cerimonie. Quanto agli ipocriti e alle donne superstiziose per natura, sembra loro che non vi sia nulla di più bello e di migliore.

Ma chi esamina più da vicino e considera secondo la retta regola ciò che tutto questo vale, comprende che non è altro che un ammasso confuso, poiché non ne deriva alcun frutto. Inoltre sono abusi e inganni, poiché gli occhi ne sono abbagliati per condurre l’essere umano nell’errore.

Parlo delle cerimonie alle quali i romanisti attribuiscono grandi misteri nascosti. Ma noi sperimentiamo che non sono altro che derisione. E non c’è da meravigliarsi che coloro che le hanno introdotte siano caduti in tale follia da illudere e ingannare altri con simili frivolezze, poiché in parte hanno preso a modello le vane fantasie dei pagani, in parte le osservanze della Legge mosaica, che non ci appartengono più dei sacrifici di animali e di cose simili, le quali essi hanno imitato senza discernimento, come scimmie.

Anche se non vi fosse altro argomento, da una stoffa così mal cucita non si potrebbe attendere nulla di buono. È evidente che la maggior parte delle cerimonie papistiche non ha altro uso che rendere il popolo stupido piuttosto che istruirlo.

Allo stesso modo gli ipocriti venerano altamente questi nuovi canoni e li tengono in grande stima, sebbene siano più atti a rovesciare la disciplina che a conservarla; perché, se li si guarda da vicino, non sono che maschere senza verità.


4:10:13 - La moltitudine intollerabile delle tradizioni

Quanto al secondo punto: chi non vede che si sono accumulate tante tradizioni l’una sull’altra, che il loro numero è cresciuto senza misura ed è diventato intollerabile per la Chiesa cristiana?

Nelle cerimonie appare un vero giudaismo. Le altre osservanze sono come una gehenna per tormentare crudelmente le povere coscienze.

Sant’Agostino si lamentava già al suo tempo che tutto fosse divenuto così pieno di presunzione nel disprezzo dei comandamenti di Dio, che chi avesse camminato scalzo durante l’ottava del suo battesimo era rimproverato più gravemente di chi si fosse ubriacato. Si doleva anche che la Chiesa, che Dio aveva voluto libera, fosse talmente oppressa da ordinanze e statuti che la condizione dei Giudei fosse stata più sopportabile.

Se quel santo uomo vivesse oggi, quali lamenti innalzerebbe per la misera servitù in cui siamo? Il numero delle prescrizioni è cresciuto fino a essere dieci volte maggiore di allora, e si insiste su ciascun punto cento volte più rigidamente.

E così avviene sempre: quando gli uomini hanno una volta occupato il dominio sulle anime, non cessano di fare nuovi comandamenti e nuove proibizioni, finché non si siano abbandonati a ogni eccesso. San Paolo lo esprime bene: “Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi lasciate imporre decreti: Non toccare, non assaggiare, non maneggiare?” (Colossesi 2:20-21).

Egli descrive bene il procedere dei seduttori: cominciano con una superstizione, proibendo di mangiare una certa cosa; ottenuto questo, vietano perfino di assaggiarla; e, concesso anche questo, fanno credere che non sia lecito neppure toccarla.


4:10:14 - La falsa scusa di aiutare i semplici

A buon diritto dunque oggi riprendiamo questa tirannia delle tradizioni umane: le povere coscienze sono crudelmente tormentate da statuti infiniti, alla cui osservanza il mondo è strettamente obbligato.

Dei canoni disciplinari si è detto sopra. Quanto alle cerimonie, che dirò? Non apportano altro frutto se non quello di ricondurci alle figure giudaiche, seppellendo a metà il nostro Signore Gesù Cristo.

Il Signore, dice sant’Agostino, ci ha ordinato pochi sacramenti, eccellenti nel significato e facili da osservare. Quanto contrasta con questa semplicità la moltitudine e varietà delle osservanze che avvolgono la Chiesa!

So bene con quale pretesto alcuni scusano questa perversità: dicono che tra noi vi sono molte persone rozze come tra il popolo d’Israele, e che per loro è stata introdotta questa forma puerile; benché i più maturi possano farne a meno, non devono disprezzarla, poiché è utile ai fratelli più deboli.

Rispondo che sappiamo bene ciò che ogni cristiano deve all’infermità del prossimo; ma non è questo il modo di accomodarsi ai semplici, imponendo loro un gran cumulo di cerimonie per opprimerli. Dio non ha senza ragione stabilito questa differenza tra il popolo antico e noi: volle istruire quello mediante segni e figure come bambini; verso di noi usa altra semplicità, avendo abolito quella pompa esteriore.

Come dice san Paolo, un fanciullo è governato da un pedagogo secondo la sua età; così i Giudei furono condotti sotto la Legge (Galati 4:1-3). Ma noi siamo come giovani usciti dall’infanzia, che non hanno più bisogno di tutela puerile.

Il Signore sapeva bene quale sarebbe stato il popolo della Chiesa cristiana e come occorresse governarlo; tuttavia ha stabilito questa distinzione tra noi e i Giudei. È dunque follia voler ristabilire la maniera giudaica per soccorrere i semplici, quando essa è stata abolita da Gesù Cristo.

Questa differenza è dichiarata anche dalle parole del Signore alla Samaritana: “Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giovanni 4:23). I fedeli del nuovo patto differiscono dagli antichi padri in questo: allora l’adorazione spirituale era coperta da cerimonie; ora, rotto il velo del tempio, adoriamo Dio con semplicità.

Chi confonde questa differenza sovverte l’ordine stabilito da Cristo.

Si chiederà: i semplici non avranno dunque alcuna cerimonia? Confesso che è buono aiutarli anche con segni; ma con misura, affinché tutto serva a illuminare la conoscenza di Cristo e non a oscurarla. Dio ci ha dato poche cerimonie, facili, per rappresentarci Cristo ora che ci è stato manifestato. I Giudei ne ebbero di più per raffigurarlo nella sua assenza. Se vogliamo mantenere la giusta via, dobbiamo dunque evitare di moltiplicarle; far sì che siano poche, facili e ricche di chiara significazione. Che ciò non sia avvenuto è cosa manifesta.


4:10:15 - Il culto volontario come falsa via di giustizia e mercato di superstizione

Tralascio le perniciose fantasie con cui si è abbeverato il povero popolo, facendogli credere che le cerimonie inventate dagli uomini siano sacrifici graditi a Dio, per mezzo dei quali i peccati sono cancellati e si acquista giustizia e salvezza.

Qualcuno dirà che, se sono buone in sé, non possono essere corrotte da tali errori, poiché anche alle opere comandate da Dio si aggiungono abusi. Ma è ancor più intollerabile attribuire tanto onore a opere inventate dagli uomini da ritenerle meritorie della vita eterna.

Le opere comandate da Dio ricevono il fondamento della loro ricompensa dal fatto che egli le accetta in quanto obbedienza. Non sono stimate per la loro dignità intrinseca, ma perché Dio gradisce l’obbedienza che gli rendiamo.

Quanto alle opere fatte per devozione umana, Dio dice per mezzo del profeta: “Non vi ho comandato sacrifici, ma di ascoltare la mia voce” (Geremia 7:22-23). E altrove: “Perché spendete il vostro denaro per ciò che non è pane?” (Isaia 55:2). E ancora: “Invano mi onorano, insegnando precetti che sono comandamenti di uomini” (Isaia 29:13; Matteo 15:9).

I nostri avversari non potranno mai scusarsi di permettere che il povero popolo cerchi la propria giustizia in questi ammassi di tradizioni umane per poter stare davanti a Dio e ottenere salvezza.

Non è forse un grave vizio usare molte cerimonie incomprese per intrattenere il popolo come in uno spettacolo o in una sorta di incantesimo? Ogni cerimonia è perversa e dannosa se non conduce a Cristo. Ma quelle della papalità non hanno né dottrina né significato: sono solo giochi da bambini.

Infine, come il ventre è ingegnoso nell’inventare ciò che gli è profittevole, così la maggior parte di esse è stata escogitata dai sacerdoti per pura avarizia, per attirare denaro al mulino. Qualunque sia stata la loro origine, se si vuole purgare la Chiesa da una vergogna manifesta e togliere ogni traffico e mercato indegno, non si può fare altrimenti che sopprimerne la maggior parte, poiché sono come trappole per attirare il denaro del popolo.


4:10:16 - Dottrina generale contro ogni culto fondato su invenzioni umane

Benché quanto ho detto finora sulle tradizioni umane sembri rivolto soltanto al nostro tempo, per riprovare le superstizioni papistiche, tuttavia se ne può trarre una dottrina utile per ogni epoca. Ogni volta che questa follia germoglia - cioè voler servire Dio mediante invenzioni umane - tutte le ordinanze stabilite a tal fine ricadono inevitabilmente negli abusi già menzionati.

Non è per un tempo soltanto, ma per sempre, che Dio ha pronunciato questa maledizione: colpire di accecamento e di stoltezza coloro che lo servono secondo dottrine umane (Isaia 29:13-14). Questo accecamento fa sì che coloro che si allontanano dalla retta via, disprezzando tante ammonizioni divine, cadano da un’assurdità all’altra.

Se qualcuno desidera una regola generale, senza riferimento alla Papalità, per sapere quali tradizioni umane debbano essere sempre respinte dalla Chiesa, la determinazione già esposta è chiara e certa: dobbiamo considerare come illegittime tutte le leggi stabilite dagli uomini senza la parola di Dio, allo scopo di istituire un modo di servire Dio o di legare le coscienze con necessità.

Se poi ne seguono altri abusi - come l’oscuramento della chiarezza dell’Evangelo mediante una moltitudine di cerimonie; oppure osservanze vane e inutili che non edificano; o mezzi per spremere denaro dalle borse; o aggravio eccessivo del popolo; o altre superstizioni malvagie - tutto ciò ci aiuterà a discernere quanto male e danno ne derivino.


4:10:17 - Il falso appello all’autorità della Chiesa e degli Apostoli

So bene quale sia la loro risposta: dicono che le loro tradizioni non vengono da loro, ma da Dio, poiché la Chiesa è governata dallo Spirito Santo in modo da non poter errare. E presuppongono che l’autorità della Chiesa risieda presso di loro. Stabilito questo, concludono che tutte le loro tradizioni sono rivelazioni dello Spirito Santo, e che non si possono disprezzare senza disprezzare Dio.

Per non sembrare aver agito con temerità, fanno credere che la maggior parte delle loro ordinanze provenga dagli Apostoli. E adducono come esempio il concilio apostolico, nel quale fu stabilito che i Gentili si astenessero dal sangue, dalle carni soffocate e dalle cose sacrificate agli idoli (Atti 15:20, 29).

Abbiamo già mostrato altrove quanto falsamente abusino del nome della Chiesa per confermare la loro autorità. Quanto alla questione presente, se mettiamo da parte ogni finzione e consideriamo quale Chiesa Cristo richiede che noi seguiamo e alla quale dobbiamo conformarci, sarà evidente che non è Chiesa quella che, oltrepassando i limiti della parola di Dio, si diletta nel fare nuove leggi e inventare nuovi modi di servire Dio.

La legge data alla Chiesa non rimane forse eterna? “Guarderai di fare ciò che ti comando; non vi aggiungerai nulla e non ne toglierai nulla” (Deuteronomio 12:32). E ancora: “Non aggiungere nulla alla parola del Signore, affinché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo” (Proverbi 30:6).

Poiché queste parole sono rivolte alla Chiesa, che altro fanno coloro che dicono che, nonostante tali divieti, essa abbia osato aggiungere del suo alla parola di Dio, se non accusarla di ribellione contro Dio?

Non ascoltiamo dunque le loro menzogne, con le quali fanno così grave ingiuria alla Chiesa. Piuttosto riconosciamo che il nome della Chiesa è abusato quando si vuole coprire con esso la temerità degli uomini che rompono i limiti della parola di Dio per far spazio alle proprie invenzioni.

Essi obiettano che questi divieti riguardano solo la Legge, dopo la quale vennero le profezie. Lo concedo, purché intendano che esse non aggiunsero nulla, ma completarono e illuminarono la Legge. Ora, se il Signore non ha permesso di aggiungere o togliere nulla al ministero di Mosè, benché fosse ancora oscuro fino alla maggiore luce data per mezzo dei profeti e, infine, del Figlio, quanto più dobbiamo ritenere che sia vietato aggiungere alla Legge, ai Profeti, ai Salmi e all’Evangelo?

Dio non ha mutato volontà: egli ha dichiarato che nulla lo offende più gravemente che volerlo servire secondo invenzioni umane. Lo attestano chiaramente i profeti. In Geremia: “Non ho comandato ai vostri padri olocausti e sacrifici, ma questo comando: Ascoltate la mia voce” (Geremia 7:23; 11:7). E in Samuele: “L’Eterno gradisce forse olocausti e sacrifici quanto l’ubbidienza alla sua voce? L’ubbidienza è migliore del sacrificio… la ribellione è come peccato di stregoneria” (1 Samuele 15:22-23).


4:10:18 - La vera obbedienza della Chiesa e la falsità dell’origine apostolica

Poiché non si può scusare d’empietà ogni invenzione difesa sotto l’autorità della Chiesa, è facile concludere che esse le siano falsamente attribuite.

Noi combattiamo dunque con franchezza contro questa tirannia delle tradizioni umane. Non disprezziamo la Chiesa, come falsamente ci si rimprovera, ma le attribuiamo la lode più alta: l’obbedienza. Essi, invece, la insultano, facendola ribelle contro il suo Signore, sostenendo che abbia trasgredito il comandamento di Dio.

Se vogliamo essere in accordo con la Chiesa, dobbiamo considerare ciò che Dio comanda a lei e a noi, affinché insieme gli obbediamo. Non vi è dubbio che saremo in perfetto accordo con la Chiesa se in ogni cosa saremo obbedienti a Dio.

Quanto alla pretesa origine apostolica delle loro tradizioni, è pura impostura. La dottrina degli Apostoli mira a questo: che le coscienze non siano caricate di nuove tradizioni e che la religione cristiana non sia contaminata da invenzioni umane. E se si crede alle antiche storie, molte delle cose che attribuiscono agli Apostoli non solo erano loro ignote, ma non se ne era mai sentito parlare.

Anche senza storie, è evidente che una tale moltitudine di cerimonie non è sorta d’un tratto, ma è stata introdotta poco a poco. I primi vescovi, fedeli alla predicazione apostolica, avranno forse stabilito alcune ordinanze utili all’ordine; ma i loro successori, amanti delle novità, aggiunsero ciascuno il proprio pezzo. E per impedire che le loro invenzioni cadessero in disuso, usarono maggiore severità per costringere il popolo a osservarle.

Così, per una folle emulazione, ciascuno volle superare il predecessore nell’inventare novità; e da qui proviene la maggior parte delle cerimonie che oggi si vogliono far passare per apostoliche.


4:10:19 - L’esempio della Cena e l’abuso dell’antichità

Per non dilungarci, basti un esempio.

Gli Apostoli amministrarono la Cena del Signore con grande semplicità. I loro successori immediati aggiunsero alcune forme per ornare il mistero, non del tutto riprovevoli. Ma in seguito sopraggiunsero altri che, con vana ambizione, aggiunsero pezzo su pezzo, fino a comporre le vesti del sacerdote, gli ornamenti dell’altare e tutto il teatro della Messa con il suo apparato.

I papisti obiettano che ciò che è stato osservato universalmente nella Chiesa deve provenire dagli Apostoli, come testimonierebbe sant’Agostino. Rispondo con le sue stesse parole: egli dice che ciò che si osserva in tutto il mondo si deve ritenere istituito dagli Apostoli o dai concili universali - e cita pochi esempi, come la celebrazione annuale della passione, risurrezione, ascensione e Pentecoste.

Poiché egli menziona così pochi casi, è evidente che non intendeva autorizzare tutte le osservanze, ma solo quelle sobrie, poche e utili all’ordine ecclesiastico. Ben lontano, dunque, dall’affermare che ogni minima cerimonia papistica sia apostolica.


4:10:20 - L’esempio dell’acqua benedetta e la corruzione delle pratiche

Un esempio ancora.

Se si chiede da dove provenga l’acqua benedetta, rispondono subito: dagli Apostoli. Eppure le storie attestano che fu un papa a introdurla per primo. Se avesse consultato gli Apostoli, non avrebbe mai contaminato il battesimo con tale aggiunta, quasi a ripeterne il memoriale, quando il sacramento fu ordinato per essere ricevuto una sola volta.

Non mi soffermo su altre attribuzioni fatte per congettura da sant’Agostino. Anche se ammettessimo che alcune pratiche risalgano ai tempi apostolici, vi è grande differenza tra istituire esercizi che i fedeli possono usare liberamente o tralasciare, e stabilire statuti che vincolino strettamente le coscienze.

Chiunque ne sia stato l’autore, poiché esse sono state tratte in grave abuso, non facciamo torto a nessuno abolendole a motivo della corruzione sopravvenuta. Esse non furono mai istituite con l’intenzione di essere perpetue.

Così, anche sotto il pretesto dell’antichità, resta fermo il principio: nulla deve essere imposto alle coscienze che non sia fondato sulla parola di Dio.


4:10:21 - Il decreto apostolico e la libertà cristiana

L’esempio degli Apostoli che essi adducono per dare autorità alla loro tirannia non è affatto pertinente. Gli Apostoli - dicono - insieme agli anziani della Chiesa primitiva, stabilirono un’ordinanza oltre il comandamento di Cristo, vietando ai Gentili di mangiare cose sacrificate agli idoli, carne soffocata e sangue (Atti 15:20). Se essi ebbero ragione di farlo, perché i loro successori non potrebbero fare altrettanto quando occorre?

Io vorrei che li imitassero in questo come in ogni altra cosa. Perché nego che gli Apostoli abbiano istituito qualcosa di nuovo. Nel medesimo luogo san Pietro afferma che imporre un giogo ai discepoli è tentare Dio. Egli contraddirebbe se stesso se subito dopo avesse consentito a imporre un nuovo obbligo. E sarebbe certamente un obbligo, se avessero proibito per autorità propria quei cibi.

Rimane però un’apparente difficoltà: sembra che li abbiano effettivamente proibiti. Ma guardando più attentamente al senso del decreto, la soluzione è chiara.

Il punto principale è questo: che ai Gentili fosse lasciata la libertà, senza turbarli con le osservanze della Legge. L’eccezione riguardo ai cibi non è una nuova legge, ma l’applicazione del comandamento eterno della carità. Non limita la libertà in sé, ma insegna come usarla senza scandalizzare i fratelli.

Gli Apostoli dunque non aggiungono nulla di nuovo alla Legge eterna di Dio, che vieta lo scandalo. San Paolo lo conferma: “Sappiamo che l’idolo non è nulla… ma badate che questa vostra libertà non diventi un inciampo per i deboli” (1 Corinzi 8:1, 9). Chi considera questo non potrà lasciarsi ingannare da chi pretende che gli Apostoli abbiano iniziato a restringere la libertà della Chiesa.

E anzi, se quella legge era fondata sulla carità, come essi stessi ammettono, e se viene meno quando viene meno la causa dello scandalo, allora non era un’aggiunta alla Legge di Dio, ma un’applicazione pastorale secondo le circostanze.


4:10:22 - Applicazione pastorale e natura temporanea delle prescrizioni

Se oggi, in luoghi dove le Chiese non sono ancora ben stabilite, dei buoni pastori esortassero i fedeli maturi ad astenersi pubblicamente da certi atti leciti - come mangiare carne in determinati giorni o lavorare in giorni festivi - finché i deboli non fossero meglio istruiti, chi oserebbe dire che essi abbiano fatto una nuova legge?

Quelle cose, tolta la superstizione, sono indifferenti; ma diventano peccato se compiute con scandalo. Così pure gli Apostoli non fecero altro che prevenire lo scandalo, applicando il principio generale della carità.

Se i nostri avversari sostengono che il decreto apostolico è stato poi abrogato perché venuta meno la causa, confessano implicitamente che esso non era una nuova legge perpetua, ma un provvedimento temporaneo fondato sulla carità.


4:10:23 - L’obbedienza alle autorità ecclesiastiche e la libertà delle coscienze

Essi replicano che, anche se le leggi ecclesiastiche fossero ingiuste, si dovrebbe comunque obbedire, poiché non si tratta di approvare l’errore, ma di sottomettersi ai superiori.

Ma il Signore ci difende da questa sofistica, mantenendoci nella libertà acquistata col suo sangue. Qui non si tratta solo di sopportare un peso esteriore, ma di privare le coscienze della loro libertà.

È forse cosa lieve sottrarre a Dio il suo regno? Egli vuole essere l’unico Legislatore del suo culto. “Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono comandamenti di uomini” (Matteo 15:9; Isaia 29:13-14).

La Scrittura mostra che la mescolanza di invenzioni umane con il culto divino è sempre stata causa di idolatria. I Samaritani, pur osservando esteriormente certi riti, non temevano veramente il Signore (2 Re 17:24-34). La vera reverenza consiste nel non mescolare nulla di nostro nel culto che Dio ha comandato.

Per questo i re fedeli sono lodati perché non deviarono “né a destra né a sinistra” (2 Re 22:1-2). L’altare di Achaz, pur destinato al Dio vivente, fu detestato perché invenzione umana (2 Re 16:10). Così pure il peccato di Manasse fu aggravato dall’aver eretto altari dove Dio non aveva comandato (2 Re 21:3).

Ogni aggiunta al culto divino, per quanto bella all’apparenza, corrompe la sua santità.


4:10:24 - Perché Dio detesta il culto fondato su comandamenti umani

Molti trovano strano che il Signore minacci così severamente coloro che lo servono secondo comandamenti umani. Ma la religione è materia di sapienza celeste: deve dipendere unicamente dalla bocca di Dio.

Coloro che si sottomettono a leggi umane pensando di onorare Dio non sono veramente umili, poiché impongono a Dio ciò che Egli non ha comandato. Per questo san Paolo ci ammonisce a guardarci dalle tradizioni degli uomini (Colossesi 2:8), chiamandole culto volontario, cioè inventato secondo la volontà umana.

La vera sapienza consiste nel riconoscere Dio solo come sapiente. Ogni culto inventato dall’uomo non è che follia e contaminazione.


4:10:25 - Esempi biblici: sacrifici straordinari e invenzioni condannate

Quanto agli esempi di Samuele o di Manoah, non giovano alla causa degli innovatori. Samuele non istituì un nuovo culto, ma agì in circostanze particolari senza mutare l’ordine divino. Manoah agì per speciale rivelazione, non per regola generale.

Al contrario, l’esempio di Gedeone è ammonimento solenne: l’efod che egli fece, per devozione mal regolata, divenne occasione di rovina (Giudici 8:27).

In sintesi, ogni invenzione estranea con cui si pretende servire Dio secondo il proprio giudizio non è altro che corruzione della vera santità.


4:10:26 - “Fate ciò che dicono”: il vero senso delle parole di Cristo

Essi obiettano: perché Cristo ha comandato di osservare ciò che gli scribi e i farisei insegnavano, pur imponendo pesi gravosi (Matteo 23:3)?

Io domando a mia volta: perché altrove Cristo ordina di guardarsi dal lievito dei farisei, che - come spiega l’evangelista - è la loro dottrina mescolata con invenzioni proprie (Matteo 16:6, 12)? Se ci è comandato di fuggire la loro dottrina, è evidente che nell’altro passo non si tratta di sottomettere le coscienze alle loro tradizioni.

Il senso è chiaro: Cristo, volendo riprendere la loro vita corrotta, avverte il popolo di non lasciarsi indurre dal cattivo esempio a disprezzare la Legge che essi insegnavano quando sedevano sulla cattedra di Mosè. Bisognava distinguere tra la Legge di Dio, che essi leggevano, e le loro aggiunte umane.

Sant’Agostino interpreta nello stesso modo: la voce di Cristo può essere udita anche per mezzo di ministri indegni, ma solo quando insegnano la Legge di Dio. Se invece introducono qualcosa di proprio, non devono essere ascoltati. Dunque Cristo non ha mai autorizzato l’obbedienza alle tradizioni umane, ma solo alla Parola divina proclamata anche da bocche indegne.


4:10:27 - Differenza tra tradizioni oppressive e ordinamenti per l’ordine ecclesiastico

Alcuni semplici, udendo che le coscienze non devono essere legate da tradizioni umane, pensano che lo stesso valga per ogni regola stabilita nella Chiesa per mantenere l’ordine. Occorre dunque prevenire tale errore.

È necessario che in ogni comunità vi sia una qualche forma di governo per mantenere pace e concordia; e ciò vale ancor più per la Chiesa, che si conserva mediante l’ordine e si dissolve per la confusione. San Paolo comanda che “ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine” (1 Corinzi 14:40).

Poiché gli esseri umani differiscono per giudizio e inclinazione, nessuna comunità può sussistere senza alcune norme comuni. Non solo non riproviamo tali leggi, ma affermiamo che senza di esse la Chiesa sarebbe presto disgregata.

Tuttavia bisogna vigilare attentamente che tali ordinamenti non siano ritenuti necessari alla salvezza, né che in essi si faccia consistere il culto di Dio, come se la vera pietà vi fosse racchiusa.


4:10:28 - Criterio per distinguere le buone ordinanze dalle costituzioni dannose

Abbiamo dunque un criterio chiaro per distinguere tra le costituzioni malvagie, che oscurano la religione e opprimono le coscienze, e le sante ordinanze ecclesiastiche.

Le une tendono a istituire un culto inventato e a legare le coscienze; le altre mirano a due fini legittimi: custodire l’onestà e il decoro nella comunità dei fedeli, e mantenere la pace e la concordia.

Quando si comprende che una legge mira soltanto al buon ordine e alla carità reciproca, cade la superstizione che fa consistere il culto in invenzioni umane. Cade anche l’idea falsa che tali ordinamenti siano necessari alla salvezza.

Quanto all’“onestà” e all’“ordine” di cui parla Paolo: l’onestà consiste nel dare ai sacramenti e alle azioni sacre quella dignità che suscita riverenza e devozione; l’ordine consiste nel buon governo della Chiesa e nella disciplina che mantiene concordia.


4:10:29 - Esempi concreti di onestà e ordine legittimi

Non chiameremo onestà una pompa teatrale che mira solo a colpire gli occhi, come accade nella magnificenza papistica, che è maschera senza frutto. Chiameremo invece onestà ciò che educa il popolo alla vera devozione cristiana e conferisce alle azioni sacre una dignità conveniente.

Le cerimonie sono esercizi di pietà solo se conducono a Cristo. Senza questa funzione diventano inutili.

Analogamente, l’ordine non consiste in fasti esteriori, ma in una disciplina che evita confusione e disprezzo.

Esempi della prima specie (decoro): evitare di mescolare banchetti profani con la Cena del Signore; che le donne non si presentino in modo sconveniente nell’assemblea; pregare con riverenza; trattare i sacramenti con rispetto; seppellire i defunti con dignità (1 Corinzi 11:22; 11:5).

Esempi della seconda specie (ordine e disciplina): stabilire orari per le predicazioni e i sacramenti; designare luoghi per il culto; osservare il silenzio durante la Parola; che le donne non insegnino nell’assemblea (1 Corinzi 14:34); istituire il catechismo, la disciplina ecclesiastica, l’escomunica, digiuni comuni e simili pratiche.

Tutte le costituzioni legittime della Chiesa si possono dunque ricondurre a due capi: le une riguardano le cerimonie ordinate al decoro, le altre la disciplina e la concordia.


4:10:30 - Costituzioni veramente divine e regole generali

Qui vi è un duplice pericolo: da una parte, che i vescovi tirannici si servano di quanto abbiamo detto per giustificare le loro leggi malvagie; dall’altra, che alcuni, temendo di ricadere nella servitù passata, respingano ogni ordinamento ecclesiastico, anche buono e santo.

Dichiaro dunque che non approvo se non quelle costituzioni fondate sull’autorità di Dio e tratte dalla Scrittura, sì che possano essere chiamate, in certo senso, divine.

Prendiamo l’esempio dell’inginocchiarsi nelle preghiere solenni. È una tradizione umana che ciascuno può disprezzare? Rispondo: è insieme umana e divina. Divina, perché rientra nell’ordine e nel decoro raccomandati dall’Apostolo (1 Corinzi 14:40); umana, perché specifica in modo concreto ciò che l’Apostolo aveva enunciato in generale.

La conclusione è questa: Dio ha racchiuso nella sua Parola tutta la regola della vera giustizia, del culto e della salvezza. In ciò egli solo è Maestro. Quanto alla disciplina esteriore e alle cerimonie, non ha voluto prescrivere ogni dettaglio, poiché esse variano secondo i tempi e le circostanze. Ci ha dato però regole generali: che tutto si faccia con onestà e ordine.

Poiché tali cose non sono necessarie alla salvezza e devono adattarsi all’edificazione, possono essere cambiate, istituite o abolite secondo l’utilità della Chiesa. Non si deve innovare con leggerezza; ma la carità mostrerà ciò che giova o nuoce.


4:10:31 - Libertà di coscienza e osservanza volontaria

Il compito del popolo cristiano è osservare tali ordinamenti non per superstizione, ma con libertà di coscienza, sottomettendosi volontariamente.

Disprezzarli per negligenza è male; violarli per ribellione è peggio. Ma in che senso la coscienza resta libera? Nel riconoscere che non si tratta di leggi perpetue e necessarie alla salvezza, bensì di aiuti esterni all’infermità umana. Anche se non tutti ne hanno sempre bisogno, tutti siamo tenuti alla carità reciproca.

Vi è forse un tale mistero nel velo di una donna da farne un grave peccato? O nel silenzio imposto? O nell’inginocchiarsi o nel seppellire un corpo con determinate forme? No. Se la necessità del prossimo richiede altro, non vi è colpa. Ma per vivere in pace bisogna seguire le consuetudini e le leggi del luogo, secondo la regola della modestia.

Così pure giorni, ore, luoghi e salmi non hanno in sé alcuna santità necessaria; e tuttavia devono essere stabiliti per evitare confusione. Se ciascuno cambiasse a suo piacere, nascerebbero contese senza fine. Perciò la parola dell’Apostolo deve bastarci: “Noi non abbiamo tale consuetudine, né le Chiese di Dio” (1 Corinzi 11:16).


4:10:32 - Uso sobrio delle cerimonie e subordinazione all’edificazione

Bisogna vigilare affinché nessun errore oscuri o corrompa questo uso. Ciò avverrà se le cerimonie adottate avranno utilità manifesta, saranno poche, e soprattutto se il pastore chiuderà la via alle false opinioni mediante sana dottrina.

Questa conoscenza conserverà a ciascuno piena libertà interiore, e tuttavia lo indurrà a limitare volontariamente la propria libertà quando l’onestà o la carità lo richiedano. Eviteremo così ogni superstizione; non opprimeremo altri con eccessiva severità; non stimeremo il culto migliore per la moltitudine delle cerimonie; né una Chiesa disprezzerà un’altra per differenze esteriori.

Non stabilendo leggi perpetue, riferiremo tutto all’edificazione della Chiesa. E per questa stessa edificazione saremo pronti non solo a modificare qualche cerimonia, ma anche ad abolirle tutte, se necessario.

L’esperienza presente mostra che talvolta è opportuno abolire osservanze che in sé non erano cattive, ma che, a causa dell’ignoranza e della superstizione, hanno generato abusi difficili da correggere. Meglio rinunciare a tali forme che lasciare la Chiesa sepolta in superstizioni.

Così si conclude: ogni cerimonia deve essere subordinata all’edificazione, alla carità e alla libertà cristiana; e nulla deve essere imposto come necessario alla salvezza se non ciò che Dio ha comandato nella sua Parola.


Riassunto del capitolo 4:10