Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 12

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Capitolo 12

4:12:1 - Necessità e natura della disciplina ecclesiastica

Ora dobbiamo trattare brevemente della disciplina della Chiesa, della quale abbiamo fin qui differito la trattazione. Essa dipende in gran parte dalla potestà delle chiavi e dalla giurisdizione spirituale. Per comprenderla più agevolmente, distinguiamo nella Chiesa due stati: il clero e il popolo. Uso il termine “chierici” perché è comune, sebbene improprio: con esso intendo coloro che esercitano un ufficio e un ministero nella Chiesa. Parleremo dapprima della disciplina comune, alla quale tutti devono essere sottoposti; poi passeremo al clero, che ha una disciplina propria oltre a quella generale.

Poiché alcuni detestano tanto la disciplina da averne in odio perfino il nome, è necessario mostrar loro l’errore. Non vi è società, né casa, per quanto piccola, che possa mantenersi senza disciplina; tanto più essa è necessaria nella Chiesa, che deve essere ordinata meglio di qualunque altra comunità. Come la dottrina del Signore Gesù è l’anima della Chiesa, così la disciplina ne è come i nervi, che uniscono le membra e le mantengono ciascuna nel proprio posto e ordine.

Perciò, tutti coloro che desiderano l’abolizione della disciplina o impediscono che sia ristabilita - sia consapevolmente, sia per leggerezza - cercano di condurre la Chiesa alla totale dissoluzione. Che cosa avverrà infatti se a ciascuno sarà lecito vivere come vuole? Tale licenza sarebbe inevitabile, se insieme alla predicazione della dottrina non si usassero anche ammonizioni private, correzioni e altri mezzi che sostengano la dottrina, affinché non rimanga inefficace.

La disciplina è dunque come un freno per trattenere e domare coloro che si ribellano alla dottrina; come uno sprone per stimolare chi è lento e negligente; talvolta anche come una verga paterna, per correggere con dolcezza e mansuetudine cristiana coloro che hanno gravemente mancato. Poiché vediamo che la Chiesa va in rovina quando manca ogni sollecitudine nel mantenere il popolo nell’ubbidienza al Signore, la necessità stessa proclama che occorre un rimedio. E il rimedio unico è quello che Gesù Cristo ha comandato e che è sempre stato in uso tra i fedeli.


4:12:2 - Il primo fondamento: l’ammonizione privata

Il primo fondamento della disciplina è che abbiano luogo le ammonizioni private. Se qualcuno non compie volontariamente il proprio dovere, o si lascia andare all’insolenza, o non vive onestamente, o ha commesso qualcosa di degno di riprensione, deve accettare di essere ammonito; e ciascuno deve impegnarsi ad ammonire il proprio prossimo quando è necessario. Soprattutto, però, devono vigilare su questo i pastori e gli anziani, poiché il loro ufficio non consiste soltanto nel predicare pubblicamente, ma anche nell’ammonire ed esortare privatamente nelle case coloro nei quali la dottrina generale non ha avuto sufficiente efficacia.

Così insegna l’apostolo Paolo, quando ricorda di aver istruito gli Efesini tanto pubblicamente quanto nelle case, dichiarandosi puro del sangue di tutti, perché non aveva cessato di ammonire ciascuno notte e giorno con lacrime (Atti 20:20, 26, 31). La dottrina esercita pienamente la sua autorità e produce frutto quando il ministro non solo espone a tutti come si deve vivere, ma ha anche accesso personale per spronare coloro che vede negligenti o disubbidienti.

Se qualcuno respinge con ribellione tali rimostranze, o persevera nel male, mostrando di non farne conto dopo una seconda ammonizione fatta alla presenza di due o tre testimoni, allora, secondo il comandamento di Cristo, deve essere deferito al giudizio della Chiesa, e lì ammonito con maggiore solennità dall’autorità pubblica, affinché ascolti la Chiesa, si sottometta con umiltà e obbedisca.

Se nemmeno così si ottiene risultato, ma egli continua nella sua malvagità, allora deve essere escluso e bandito dalla comunione dei cristiani, come uno che disprezza la Chiesa (Matteo 18:15, 17).


4:12:3 - Distinzione tra peccati occulti e pubblici

Poiché in quel passo Cristo parla soltanto dei vizi occulti e nascosti, è necessario distinguere tra peccati segreti e peccati pubblici o notori. Riguardo ai primi, Gesù dice: «Se tuo fratello ha peccato, va’ e riprendilo fra te e lui solo» (Matteo 18:15). Quanto a quelli notori, l’apostolo Paolo scrive a Timoteo: «Riprendili davanti a tutti, affinché anche gli altri abbiano timore» (1 Timoteo 5:20).

Cristo aveva detto: «Se tuo fratello ha peccato contro di te», espressione che non può essere intesa se non come riferita a un peccato conosciuto soltanto da chi è offeso. Paolo, invece, comanda di riprendere pubblicamente chi ha commesso una colpa manifesta. Egli stesso agì così con Pietro: poiché il suo errore era scandaloso, non lo ammonì in privato, ma lo rimproverò davanti a tutti (Galati 2:14).

Questa è la via retta e legittima: per le colpe segrete si seguano i gradi stabiliti da Cristo; per quelle manifeste, soprattutto se comportano scandalo pubblico, si proceda direttamente davanti alla Chiesa.


4:12:4 - Distinzione tra colpe leggere e crimini gravi

Occorre un’ulteriore distinzione: alcuni peccati sono mancanze leggere, più facilmente perdonabili; altri sono crimini, atti turpi e malvagi. Per correggere questi ultimi non basta una semplice ammonizione, ma occorre un rimedio più severo. Così fece l’apostolo Paolo nel caso dell’incesto a Corinto: non si limitò a una riprensione verbale, ma, avendo piena conoscenza del fatto, lo punì con la scomunica (1 Corinzi 5:4-5).

Vediamo dunque come la giurisdizione spirituale della Chiesa, che secondo la Parola di Dio corregge le colpe, sia un aiuto prezioso per la conservazione della Chiesa, fondamento del suo ordine e vincolo della sua unità. Quando la Chiesa esclude dalla sua comunione adulteri, fornicatori, ladri, truffatori, rapinatori, omicidi, sediziosi, violenti, litigiosi, falsi testimoni e simili; e anche coloro che, pur non avendo commesso crimini così gravi, non vogliono correggersi e si mostrano ribelli, essa non fa nulla di irragionevole, ma esercita la giurisdizione affidatale da Dio.

Affinché nessuno disprezzi tale giudizio o lo ritenga cosa di poco conto, il Signore ha dichiarato che esso non è altro che la proclamazione della sua propria sentenza: ciò che sarà legato o sciolto sulla terra sarà ratificato nei cieli (Matteo 16:19; 18:18; Giovanni 20:23). La Chiesa ha la Parola di Dio per condannare i perversi e la medesima Parola per accogliere con misericordia i veri penitenti.

Coloro che pensano che le Chiese possano sussistere a lungo senza essere unite e legate da questa disciplina si ingannano gravemente. Non possiamo fare a meno del rimedio che il Signore ha previsto come necessario; e l’utilità che ne deriva ne dimostra l’indispensabilità.


4:12:5 - Le tre finalità della correzione e della scomunica

La Chiesa mira a tre fini nelle sue correzioni e nella scomunica.

Il primo è che persone di cattiva condotta non siano annoverate, con grave disonore di Dio, tra i cristiani, come se la Chiesa fosse un ricettacolo di malvagi. Poiché la Chiesa è il corpo di Cristo (Colossesi 1:24), non può essere contaminata da membra corrotte senza che parte dell’infamia ricada sul Capo. Inoltre, si deve aver riguardo alla Cena del Signore, affinché non sia profanata distribuendola indiscriminatamente. Colui al quale è affidata la sua amministrazione, se vi ammette chi dovrebbe e potrebbe respingere, si rende colpevole di sacrilegio, come se desse ai cani il corpo del Signore.

Per questo Giovanni Crisostomo rimproverava severamente i ministri che, per timore dei grandi e dei ricchi, non osavano respingerli quando si presentavano alla Cena. Diceva: «Il loro sangue sarà richiesto dalle vostre mani. Se temete l’uomo mortale, egli vi disprezzerà; se temete Dio, anche gli uomini vi onoreranno. Non dobbiamo lasciarci intimidire da scettri, diademi o porpora: qui abbiamo un’autorità più grande. Quanto a me, preferirei offrire il mio corpo alla morte e versare il mio sangue piuttosto che rendermi complice di tale profanazione» (Ezechiele 18:18; 33:8).

Il secondo fine è che i buoni non siano corrotti dalla compagnia dei malvagi, come spesso accade. Siamo inclini a deviare, e nulla ci è più facile che seguire il cattivo esempio. Per questo l’apostolo ordinò ai Corinzi di espellere l’incestuoso: «Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta» (1 Corinzi 5:6). E vietò ai fedeli perfino la familiarità con chi, pur chiamandosi fratello, fosse fornicatore, avaro, idolatra, maldicente, ubriacone o rapace: «Con un tale non dovete neppure mangiare» (1 Corinzi 5:11).

Il terzo fine è che coloro che sono colpiti dalla scomunica, confusi dalla loro vergogna, si ravvedano e si emendino. È dunque utile anche per la loro salvezza che la loro malvagità sia punita, affinché, ammoniti dalla verga della Chiesa, riconoscano i loro peccati, nei quali si induriscono quando sono trattati con eccessiva indulgenza.

Così scrive l’apostolo: «Se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, segnatelo e non abbiate rapporti con lui, affinché si vergogni» (2 Tessalonicesi 3:14). E altrove dice di aver consegnato l’incestuoso a Satana per la distruzione della carne, affinché lo spirito fosse salvato nel giorno del Signore (1 Corinzi 5:5). A mio giudizio, ciò significa che lo sottopose a una condanna temporale, perché lo spirito fosse salvato eternamente.

Dice «consegnare a Satana» perché fuori della Chiesa il diavolo esercita il suo dominio, come Cristo lo esercita nella Chiesa. L’interpretazione secondo cui si tratterebbe di un particolare tormento inflitto dal diavolo mi pare incerta; più corretto è intendere la cosa nel senso sopra esposto.

4:12:6 - Procedura della disciplina e pratica antica della penitenza

Avendo considerato i tre fini della disciplina, resta ora da vedere in che modo la Chiesa eserciti questa parte che consiste nella giurisdizione. Occorre anzitutto mantenere la distinzione già stabilita: vi sono peccati pubblici e peccati più occulti. I peccati pubblici sono quelli non solo conosciuti da uno o due testimoni, ma commessi apertamente, con scandalo per tutta la Chiesa. Chiamo peccati occulti non quelli del tutto ignoti - come quelli degli ipocriti, che non giungono alla conoscenza della Chiesa - ma quelli che, pur essendo segreti, sono noti ad alcuni.

Per i peccati pubblici non è necessario seguire i gradi indicati da Cristo nel capitolo diciottesimo di Matteo; quando si verifica uno scandalo notorio, la Chiesa deve intervenire subito, chiamando il peccatore e correggendolo secondo la gravità della colpa. Quanto ai peccati segreti, non devono essere portati immediatamente davanti alla Chiesa, se non quando vi sia ostinazione e ribellione, cioè quando l’interessato rifiuti di obbedire alle ammonizioni ricevute, secondo la regola: «Se non ascolta, dillo alla Chiesa».

Giunti a questo punto, occorre osservare l’altra distinzione tra crimini e colpe leggere. Non è giusto usare la medesima severità per un piccolo fallo e per un grave delitto. Per le mancanze minori è sufficiente una riprensione verbale, anche dolce e paterna, che non miri a spezzare o inasprire il peccatore, ma a ricondurlo a sé stesso, affinché si rallegri della correzione più che rattristarsene. I crimini, invece, devono essere puniti con maggiore rigore. Non basta riprendere a parole chi ha scandalizzato la Chiesa con il proprio esempio: egli deve essere privato della comunione della Cena finché non dia segni di ravvedimento. Così fece l’apostolo Paolo con l’incestuoso di Corinto, che non solo rimproverò, ma escluse dalla Chiesa (1 Corinzi 5:5), rimproverando anche i Corinzi per averlo tollerato così a lungo.

Questa fu la prassi della Chiesa antica finché vi fu un buon governo. Chi aveva commesso un crimine scandaloso era anzitutto sospeso dalla Cena; poi doveva umiliarsi davanti a Dio e manifestare pubblicamente il proprio ravvedimento. Ai penitenti venivano imposti determinati atti come segni della loro conversione. Dopo aver così soddisfatto alla Chiesa, erano riammessi alla comunione mediante l’imposizione delle mani. Questa riammissione è spesso chiamata “pace” da Cipriano, il quale afferma che coloro che avevano commesso scandalo facevano penitenza per il tempo stabilito, poi confessavano la colpa e, mediante l’imposizione delle mani del vescovo e del clero, ottenevano pace e comunione. Tuttavia, il vescovo e il clero riconciliavano i penitenti con il consenso del popolo, come egli stesso dichiara altrove.


4:12:7 - La disciplina senza eccezione di persone

Questa disciplina era applicata a tutti senza eccezione: perfino i principi vi si sottomettevano, poiché sapevano che essa proveniva da Cristo, al quale è giusto che siano soggetti scettri e diademi.

Così l’imperatore Teodosio, scomunicato da Ambrogio per il sangue innocente versato per suo comando, depose le insegne imperiali e pianse pubblicamente il suo peccato nella Chiesa, benché avesse agito su istigazione altrui, chiedendo perdono con lacrime e sospiri. Fu un atto degno di grande lode. I re non devono considerare disonorevole umiliarsi e piegare il ginocchio davanti a Gesù Cristo, loro sovrano supremo, né devono ritenere ingiusto essere giudicati dalla Chiesa. Nelle loro corti essi ascoltano soltanto adulazioni; perciò è ancor più necessario che siano corretti da Dio per mezzo della bocca dei pastori. Anzi, dovrebbero desiderare che il loro pastore non li risparmi, affinché Dio li risparmi.

Quanto a chi debba esercitare questa giurisdizione, ne ho già trattato altrove; aggiungo soltanto che la procedura legittima per scomunicare consiste nel fatto che i ministri non agiscano da soli, ma con la conoscenza e il consenso della Chiesa. Il popolo non deve dominare né precedere, ma essere testimone, affinché nulla sia fatto per ambizione disordinata. In tale atto, oltre all’invocazione del nome di Dio, è richiesta una gravità che manifesti la presenza di Cristo, cioè che si percepisca che Egli stesso presiede.


4:12:8 - La moderazione della severità

La severità della Chiesa deve sempre essere accompagnata da dolcezza e umanità. Vi è il pericolo, come ammonisce l’apostolo, che chi è punito venga sommerso da un eccesso di tristezza (2 Corinzi 2:7): così il rimedio diventerebbe veleno.

La regola della moderazione si ricava dal fine stesso della disciplina. Poiché la scomunica mira a condurre il peccatore al ravvedimento, a rimuovere il cattivo esempio e a impedire che il nome di Cristo sia bestemmiato, se guardiamo a questi scopi sapremo fino a dove deve giungere la severità e quando deve arrestarsi. Quando il peccatore dà testimonianza di ravvedimento e, per quanto dipende da lui, rimuove lo scandalo, non deve essere ulteriormente oppresso; altrimenti il rigore oltrepassa la misura.

In questo punto non si può negare che gli antichi siano stati talvolta troppo austeri, poiché la loro prassi non sempre corrispondeva alla regola del Signore ed era pericolosa. Privavano i penitenti della Cena per tre anni, talvolta per sette, talvolta fino alla morte: che cosa poteva derivarne se non grande ipocrisia o disperazione? Inoltre, chi ricadeva una seconda volta non era più ammesso alla penitenza, ma escluso per tutta la vita. Ciò non era né utile né ragionevole. Chi giudica con equilibrio riconoscerà che vi fu eccesso. Tuttavia, rimprovero più l’usanza che le persone: molti di quei padri non l’approvavano, ma la tolleravano perché non potevano mutarla.

Cipriano stesso afferma di non essere stato aspro per propria volontà, dichiarando la sua pazienza e umanità verso tutti coloro che ritornavano. Giovanni Crisostomo, pur più severo, diceva: se Dio è tanto benigno, perché il suo ministro dovrebbe mostrarsi austero? Anche Agostino mostrò grande mitezza verso i donatisti, accogliendo persino al grado episcopale coloro che avevano rinunciato all’errore subito dopo la conversione. Tuttavia, poiché la consuetudine era diversa, questi uomini pii furono costretti ad adeguarvisi.


4:12:9 - Giudizio umano e giudizio di Dio

Come la Chiesa nel suo insieme deve esercitare dolcezza e misura, così ciascun credente deve conformarsi a tale mansuetudine. Non dobbiamo cancellare gli scomunicati dal numero degli eletti né disperare di loro come se fossero già perduti. È lecito considerarli, per il tempo della loro separazione, estranei alla comunione ecclesiastica; ma anche se in loro vediamo più orgoglio che umiltà, dobbiamo rimetterli nelle mani di Dio, raccomandandoli alla sua bontà e sperando per il futuro meglio di quanto appaia al presente.

Non ci è lecito condannare a morte eterna chi è nelle mani dell’unico Dio. Dobbiamo valutare le opere secondo la Legge di Dio, non secondo il nostro arbitrio. Così non anteponiamo il nostro giudizio, ma ci atteniamo a quello che Dio ha rivelato. Non dobbiamo attribuirci maggiore libertà nel giudicare, quasi volessimo limitare la potenza di Dio o sottomettere la sua misericordia al nostro capriccio. Egli, quando vuole, converte i più malvagi e accoglie nella Chiesa coloro che erano estranei, affinché l’opinione degli uomini sia smentita e la loro presunzione repressa.


4:12:10 - Legare e sciogliere: natura e limiti della scomunica

Quando Cristo afferma che ciò che i ministri legheranno o scioglieranno sulla terra sarà legato o sciolto nei cieli (Matteo 18:18), Egli limita tale autorità alla censura ecclesiastica. Gli scomunicati non sono gettati in rovina eterna o nella disperazione; la loro vita è condannata, e sono avvertiti che la dannazione li attende se non si ravvedono.

Vi è differenza tra scomunica e anatema. L’anatema - che non dovrebbe quasi mai essere pronunciato - priva l’uomo di ogni speranza di perdono e lo consegna al diavolo; la scomunica, invece, punisce i costumi. Anche se tocca la persona, lo fa in modo tale che, denunciandogli la futura condanna, lo richiami alla via della salvezza. Se egli obbedisce, la Chiesa è pronta a riceverlo in amicizia e a restituirgli la comunione.

Pertanto, pur non essendo lecito intrattenere stretta familiarità con gli scomunicati, dobbiamo sforzarci, per quanto dipende da noi, mediante esortazione, insegnamento, clemenza e preghiera, di ricondurli sulla buona via e, una volta rientrati, di riaccoglierli nella comunione. Come insegna l’apostolo: «Non considerateli come nemici, ma ammoniteli come fratelli» (2 Tessalonicesi 3:15).

È richiesta tale mansuetudine anche nell’atto di ricevere chi mostra segni di emendamento. La Chiesa non deve esercitare una severità inflessibile, ma andare incontro al penitente e offrirsi volontariamente ad accoglierlo, affinché non sia oppresso da eccessiva tristezza. Se questa moderazione non è osservata con diligenza, vi è il pericolo che dalla disciplina si scivoli in una sorta di gehenna, e che da correttori si diventi carnefici. dei ricchi, non osavano respingerli quando si presentavano alla Cena. Diceva: «Il loro sangue sarà richiesto dalle vostre mani. Se temete l’uomo mortale, egli vi disprezzerà; se temete Dio, anche gli uomini vi onoreranno. Non dobbiamo lasciarci intimidire da scettri, diademi o porpora: qui abbiamo un’autorità più grande. Quanto a me, preferirei offrire il mio corpo alla morte e versare il mio sangue piuttosto che rendermi complice di tale profanazione» (Ezechiele 18:18; 33:8).

Il secondo fine è che i buoni non siano corrotti dalla compagnia dei malvagi, come spesso accade. Siamo inclini a deviare, e nulla ci è più facile che seguire il cattivo esempio. Per questo l’apostolo ordinò ai Corinzi di espellere l’incestuoso: «Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta» (1 Corinzi 5:6). E vietò ai fedeli perfino la familiarità con chi, pur chiamandosi fratello, fosse fornicatore, avaro, idolatra, maldicente, ubriacone o rapace: «Con un tale non dovete neppure mangiare» (1 Corinzi 5:11).

Il terzo fine è che coloro che sono colpiti dalla scomunica, confusi dalla loro vergogna, si ravvedano e si emendino. È dunque utile anche per la loro salvezza che la loro malvagità sia punita, affinché, ammoniti dalla verga della Chiesa, riconoscano i loro peccati, nei quali si induriscono quando sono trattati con eccessiva indulgenza.

Così scrive l’apostolo: «Se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, segnatelo e non abbiate rapporti con lui, affinché si vergogni» (2 Tessalonicesi 3:14). E altrove dice di aver consegnato l’incestuoso a Satana per la distruzione della carne, affinché lo spirito fosse salvato nel giorno del Signore (1 Corinzi 5:5). A mio giudizio, ciò significa che lo sottopose a una condanna temporale, perché lo spirito fosse salvato eternamente.

Dice «consegnare a Satana» perché fuori della Chiesa il diavolo esercita il suo dominio, come Cristo lo esercita nella Chiesa. L’interpretazione secondo cui si tratterebbe di un particolare tormento inflitto dal diavolo mi pare incerta; più corretto è intendere la cosa nel senso sopra esposto.


4:12:11 - Unità e prudenza nella correzione

Vi è ancora un punto necessario per moderare rettamente la disciplina: ciò che Agostino afferma contro i donatisti, ossia che se alcuni fedeli vedono i ministri negligenti nel correggere i vizi, non devono per questo separarsi dalla Chiesa fomentando una sedizione. Parimenti, se i pastori non riescono a purgare e correggere tutte le colpe del loro popolo come desidererebbero, non devono abbandonare il loro ministero né turbare la Chiesa con una severità disperata.

È verissimo quanto egli dice: chi corregge ciò che può, riprendendolo; ciò che non può correggere, lo esclude senza rompere l’unità; e ciò che non può escludere senza causare dissensione, lo riprova e tuttavia lo sopporta, costui è libero da colpa e non partecipa del male. La ragione è che l’ordine e la buona disciplina ecclesiastica devono sempre guardare all’unità dello Spirito nel vincolo della pace (Efesini 4:2-3). Se si procede diversamente, il rimedio non solo diventa inutile, ma dannoso.

Chi considera attentamente queste cose non rinuncerà alla severità necessaria per conservare l’unione, né spezzerà il legame della concordia per eccesso di rigore. Agostino riconosce che non solo i pastori, ma ciascuno nel proprio ambito, deve impegnarsi per purgare la Chiesa dai vizi. E non esita a dichiarare colpevole davanti a Dio chi trascura di ammonire e correggere i malvagi, anche se non partecipa ai loro peccati. Inoltre, chi esercita un ufficio pubblico e può scomunicare, se omette di farlo, pecca gravemente. Tuttavia, tutto ciò deve essere fatto con prudenza, secondo il comandamento del Signore, che proibisce di strappare il buon grano insieme alla zizzania (Matteo 13:29).

Egli conclude, citando Cipriano: ciascuno corregga con misericordia ciò che può; ciò che non può, lo sopporti con pazienza e ne gema con amore.


4:12:12 - Contro lo zelo scismatico

Agostino scriveva queste cose contro l’eccessiva rigidità dei donatisti. Vedendo vizi nella Chiesa che i vescovi rimproveravano a parole ma non punivano con la scomunica - perché non speravano di ottenere frutto con tale mezzo - essi accusavano i vescovi come traditori della disciplina e, peggio ancora, si separavano con uno scisma dalla comunione dei fedeli.

Così fanno anche oggi gli anabattisti, i quali non riconoscono come cristiana alcuna comunità in cui non appaia una perfezione quasi angelica. Sotto pretesto di zelo, distruggono l’edificazione della Chiesa.

Agostino descrive tali persone come desiderose di attrarre o dividere il popolo semplice con apparenza di rigore, non per odio verso il peccato, ma per ambizione di contesa: gonfie di orgoglio, ostinate, inclini alla calunnia e pronte alla sedizione. Per non apparire prive della luce della verità, si rivestono dell’ombra della severità. Ciò che la Scrittura comanda di fare per correggere i fratelli, mantenendo unità e carità e usando una medicina dolce, essi lo trasformano in occasione di scisma e divisione malvagia.

Così Satana si traveste da angelo di luce (2 Corinzi 11:14), spingendo le persone a una crudeltà disumana sotto il pretesto di severità, poiché il suo scopo è spezzare il vincolo della pace e dell’unità: ed è questo il mezzo principale con cui può nuocere alla Chiesa.


4:12:13 - Severità temperata dalla misericordia

Agostino raccomanda in modo particolare che, quando un intero popolo è infetto da un vizio come da una malattia contagiosa, la severità sia moderata dalla misericordia. La separazione, dice, è un consiglio cattivo e pericoloso, che turba più i buoni deboli che non corregga i malvagi ostinati.

Egli stesso applicò questo principio. Scrivendo ad Aurelio, vescovo di Cartagine, si lamentava dell’ubriachezza diffusa in Africa e proponeva un concilio provinciale per porvi rimedio; tuttavia aggiungeva che tali mali devono essere rimossi non con eccessiva asprezza, ma con buon metodo: più insegnando che comandando, più ammonendo che minacciando. Quando il vizio è comune, occorre maggiore prudenza che quando è limitato a pochi.

Non intendeva che il vescovo dovesse tacere o dissimulare; ma che la correzione fosse medicina e non veleno. Perciò conclude che non si deve trascurare il precetto apostolico di separare i malvagi quando ciò può avvenire senza pericolo di turbamento (1 Corinzi 5:7); ma al tempo stesso occorre sopportarsi gli uni gli altri, sforzandosi di mantenere l’unità (Efesini 4:2).


4:12:14 - Esercizi straordinari: digiuni e preghiere solenni

Un’altra parte della disciplina, che non consiste propriamente nella potestà delle chiavi, è che i pastori, secondo la necessità dei tempi, esortino il popolo a digiuni, preghiere solenni e altri esercizi di umiliazione e ravvedimento. Di tali pratiche non vi è una regola precisa nella Parola di Dio, perché Egli le ha lasciate al giudizio della Chiesa.

Tuttavia, la loro utilità ne ha assicurato l’uso fin dalla Chiesa antica, a partire dagli apostoli, i quali seguirono l’esempio della Legge e dei Profeti. Quando sopraggiungeva una grave necessità, il popolo veniva convocato e invitato a pregare con digiuno (Gioele 2:15; Atti 13:2-3). Similmente, ogni mezzo che incita il popolo al dovere e lo mantiene nell’obbedienza ha fondamento negli esempi della storia sacra.

In sintesi: quando sorge una controversia di grande importanza, quando si deve eleggere un ministro, quando vi sono affari difficili o segni dell’ira di Dio come peste, guerra o carestia, è ordine santo e utile che i pastori inducano il popolo a digiuni e preghiere straordinarie. Se qualcuno ritenesse che gli esempi dell’Antico Testamento non si applichino alla Chiesa cristiana, basti ricordare che gli apostoli stessi agirono così. Quanto alla preghiera, nessuno la mette in discussione; ma sul digiuno occorre dire qualcosa, poiché molti, non comprendendone l’utilità, lo ritengono superfluo, mentre altri lo respingono del tutto. E, d’altra parte, se non se ne comprende l’uso, è facile cadere nella superstizione.


4:12:15 - Natura e fini del digiuno

Il digiuno santo e legittimo mira a tre fini: domare la carne, affinché non si abbandoni all’eccesso; disporci alla preghiera e alle sante meditazioni; testimoniare la nostra umiliazione davanti a Dio quando confessiamo il peccato.

Il primo fine riguarda soprattutto il digiuno privato, poiché non tutti hanno la stessa costituzione o condizione di salute; il secondo è comune sia al digiuno pubblico sia a quello privato, poiché tutta la Chiesa ha bisogno di prepararsi alla preghiera come ogni singolo credente; il terzo pure si applica a entrambi.

Talvolta Dio colpisce un intero popolo con guerra, peste o altre calamità: allora è giusto che tutti si riconoscano colpevoli davanti a Lui. Se invece il giudizio riguarda un individuo, egli deve riconoscere la propria colpa con la sua famiglia. È vero che tale confessione risiede anzitutto nel cuore; ma quando il cuore è realmente toccato, essa si manifesta anche esteriormente, specialmente quando ciò contribuisce all’edificazione comune: affinché, confessando insieme i peccati, si renda gloria a Dio e ci si esorti a vicenda con il buon esempio.


4:12:16 - Il digiuno pubblico come aiuto alla preghiera comune

Il digiuno, in quanto segno di umiliazione, conviene soprattutto a un popolo intero radunato pubblicamente, più che a un singolo in privato, benché - come si è detto - appartenga a entrambi. E in relazione alla disciplina di cui ora trattiamo, ogni volta che dobbiamo pregare Dio insieme per una causa importante, sarebbe opportuno esortare al digiuno.

Così i fedeli di Antiochia, quando imposero le mani a Paolo e Barnaba per raccomandare meglio il loro ministero a Dio, unirono il digiuno alla preghiera (Atti 13:3). Allo stesso modo Paolo e Barnaba, nel costituire anziani nelle Chiese, avevano l’usanza di digiunare per pregare con maggiore fervore (Atti 14:23). In tali digiuni non cercavano altro se non di disporsi meglio e rendersi più pronti alla preghiera.

L’esperienza insegna infatti che, quando il ventre è sazio, lo spirito non si eleva con altrettanta facilità verso Dio, né è acceso da uguale fervore. Così va inteso ciò che Luca dice della profetessa Anna, che serviva Dio con digiuni e preghiere (Luca 2:37): non che il servizio di Dio consista nel digiunare, ma che ella si esercitava nel digiuno per perseverare nella preghiera. Tale fu anche il digiuno di Neemia, quando pregò con ardore per la liberazione del suo popolo (Neemia 1:4).

In questo senso Paolo afferma che marito e moglie fanno bene ad astenersi per un tempo, per dedicarsi al digiuno e alla preghiera (1 Corinzi 7:5): il digiuno è presentato come aiuto alla preghiera, non come fine a sé stesso. E poiché egli comanda ai coniugi di rendersi il dovere reciproco (1 Corinzi 7:3), è chiaro che tale astinenza non riguarda le preghiere ordinarie, ma casi di particolare necessità.


4:12:17 - Digiuno in tempo di calamità

Se sopraggiungono peste, fame, guerra o minacce di calamità, è compito dei pastori esortare la Chiesa al digiuno, affinché si preghi Dio con umiltà e si implori che allontani la sua ira. Quando Egli ci mostra segni di giudizio imminente, è come se ci citasse davanti al suo tribunale.

Come un tempo i colpevoli si vestivano di nero e mostravano segni di lutto per ottenere misericordia dai giudici, così, quando Dio ci chiama al suo giudizio, è salutare implorare grazia anche con manifestazioni esteriori di dolore: ciò serve alla sua gloria e all’edificazione comune.

Il profeta Gioele lo testimonia chiaramente: «Suonate la tromba, proclamate un digiuno, convocate un’assemblea» (Gioele 2:15). Egli parlava di usanze ben note al popolo. Dopo aver annunciato che il giudizio era vicino, li esorta a umiliarsi con sacco, cenere, pianto e digiuno. È vero che sacco e cenere appartenevano a quel tempo; ma convocare il popolo, piangere e digiunare sono pratiche che si addicono anche a noi quando le circostanze lo richiedono.

La Scrittura mostra che non solo Israele, istruito nella Legge, digiunò in segno di dolore (1 Samuele 7:6; 31:13; 2 Samuele 1:12; 1 Re 21:12), ma anche Ninive, che aveva ascoltato soltanto la predicazione di Giona (Giona 3:5). Perché dunque non dovremmo fare lo stesso in simili occasioni?

Se qualcuno obietta che si tratta di una cerimonia esteriore abolita in Cristo, rispondiamo che è tuttora un aiuto prezioso e un utile richiamo, affinché, sotto i colpi della disciplina divina, non provochiamo ulteriormente la sua ira con indifferenza. Cristo stesso, giustificando i suoi discepoli che non digiunavano, non abolì il digiuno, ma lo riservò ai tempi di afflizione: «Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto» (Luca 5:34; Matteo 9:15).


4:12:18 - Che cos’è il digiuno

Per evitare equivoci, occorre definire che cosa intendiamo per digiuno. Non si tratta soltanto di una generica temperanza nel mangiare e nel bere, sebbene la vita del credente debba essere costantemente sobria, quasi un continuo digiuno. Oltre a questa sobrietà permanente, vi è un digiuno temporaneo, quando si restringe l’alimentazione oltre l’uso consueto, per un giorno o per un periodo determinato, adottando una disciplina più rigorosa del solito.

Tale restrizione riguarda tre aspetti: il tempo, la qualità dei cibi e la quantità. Quanto al tempo, si rimane digiuni fino al compimento dell’atto per cui si digiuna; per esempio, in occasione di una preghiera solenne, fino alla sua conclusione. Quanto alla qualità, si evitano cibi raffinati e stimolanti, contentandosi di alimenti semplici e comuni. Quanto alla quantità, si mangia meno del solito, quanto basta per necessità e non per piacere.


4:12:19 - Avvertenze contro la superstizione

È necessario vigilare contro la superstizione, che in passato ha arrecato grande danno alla Chiesa. Sarebbe meglio non digiunare affatto che farlo con opinioni perverse, se i pastori non istruiscono con prudenza.

Anzitutto, ricordiamo le parole di Gioele: «Stracciate il vostro cuore e non le vostre vesti» (Gioele 2:13). Il digiuno non ha valore davanti a Dio se non è accompagnato da sincera umiliazione, pentimento e timore. Senza queste realtà interiori, esso è ipocrisia, che Dio detesta. Isaia denuncia severamente coloro che pensano di aver soddisfatto Dio con il digiuno, mentre il loro cuore è pieno di malvagità: «È questo il digiuno che io gradisco?» (Isaia 58:5). Il digiuno degli ipocriti non solo è inutile, ma abominevole.

In secondo luogo, non si deve considerare il digiuno come opera meritoria o servizio in sé necessario. È cosa indifferente in sé stessa e ha valore solo in relazione ai fini indicati; mescolarlo senza discernimento tra le opere comandate è superstizione pericolosa. I manichei caddero in questo errore, come ricorda Agostino, il quale insegna che il digiuno è approvato da Dio solo quando è ordinato ai suoi veri scopi.

Un terzo errore, meno grave ma non privo di pericolo, è imporre il digiuno come se fosse una delle opere principali del cristiano, o stimarlo così altamente da far credere che chi digiuna compia un atto di grande eccellenza. In ciò anche gli antichi padri non sono del tutto esenti: pur avendo espresso giudizi equilibrati, talvolta ne esaltarono eccessivamente il valore, gettando semi di superstizione.


4:12:20 - Critica del digiuno quaresimale

Già ai loro tempi si osservava la Quaresima, e non senza qualche superstizione. Il popolo pensava di rendere un grande servizio a Dio osservandola; i pastori la giustificavano come imitazione del digiuno di Cristo (Matteo 4:2).

Ma Cristo non digiunò per stabilire un esempio da imitare annualmente; lo fece all’inizio della sua predicazione per attestare con un segno straordinario che il suo Evangelo proveniva dal cielo. Egli non digiunò ripetutamente, come sarebbe stato necessario per istituire una legge; né lo fece in modo ordinario, ma miracoloso, rendendosi oggetto di ammirazione piuttosto che modello praticabile.

Il suo digiuno richiama piuttosto quello di Mosè, che digiunò quaranta giorni quando ricevette la Legge (Esodo 24:18; 34:28), affinché l’autorità della Legge fosse confermata. Così era conveniente che un analogo segno accompagnasse l’inizio dell’Evangelo, per mostrare che non era inferiore alla Legge. Tuttavia nessuno in Israele introdusse un digiuno annuale in imitazione di Mosè; né i profeti né i fedeli lo fecero, benché fossero zelanti.

Quanto a Elia, che pure digiunò quaranta giorni (1 Re 19:8), ciò servì a confermare la sua missione profetica in un tempo di apostasia. Chiamare “Quaresima” un’ordinanza fondata sull’imitazione di Cristo fu dunque un’imitazione falsa e superstiziosa.

Inoltre, la pratica non era uniforme. Cassiodoro riferisce che a Roma la Quaresima durava tre settimane, con digiuno quotidiano eccetto domenica e sabato; in Illiria e in Grecia sei settimane; altrove sette, ma con modalità diverse. Anche l’alimentazione variava: alcuni vivevano di pane e acqua, altri di erbe, altri di pesce e pollame, altri non si astenevano da alcun cibo, come attesta Agostino nella seconda epistola a Gennaro.


4:12:21 - Corruzione del digiuno e degenerazione papista

Col passare del tempo la situazione peggiorò sempre più. Alla superstiziosa devozione del popolo si aggiunse un altro male da parte dei vescovi: in parte rozzi e ignoranti, in parte desiderosi di dominare senza misura. Da ciò nacquero leggi perverse e ingiuste, con cui si legarono le coscienze quasi per trascinarle all’inferno.

Si proibì la carne come se fosse impura e contaminante. Poi si accumularono opinioni malvagie una sull’altra, fino a precipitare in un abisso di errori. E, perché nulla restasse incorrotto, si arrivò a beffarsi di Dio come di un bambino: nei giorni di digiuno si preparavano tavole più sontuose del solito; si raccoglievano leccornie e delizie in abbondanza; si aumentava la varietà e la quantità dei cibi - e tale apparato si chiamava “digiuno”, credendo di servire così Dio.

Anzi, coloro che vogliono apparire più santi non riempiono mai tanto il ventre quanto quando digiunano. In sostanza, tutta la santità del digiuno comune consiste nell’astenersi dalla carne, mentre si abbonda in ogni altra delizia, mangiando con ingordigia, purché una sola volta al giorno - salvo poi concedersi spuntini “leciti”. Al contrario, mangiare un pezzo di lardo o di carne salata con pane semplice è ritenuto empietà gravissima, quasi un delitto capitale.

Girolamo racconta che già ai suoi tempi vi erano persone che volevano placare Dio con simili bagatelle: rinunciavano all’olio, ma facevano venire da lontano cibi squisiti; non bevevano acqua, ma liquori raffinati, sorseggiati non in bicchieri comuni ma in conchiglie preziose. Ciò che allora era vizio di pochi è oggi pratica comune tra i ricchi: digiunano solo per trattarsi con maggiore raffinatezza.

Non è necessario insistere su cosa tanto evidente. Basti dire che i papisti non hanno motivo di vantarsi dei loro digiuni o della loro disciplina, poiché tutto è corrotto e snaturato.


4:12:22 - Disciplina del clero nell’antichità

Segue la seconda parte della disciplina, propria del clero: che i ministri si governino secondo i canoni antichi, destinati a mantenerli nell’onestà. Si stabiliva che un uomo di Chiesa non fosse dedito alla caccia, al gioco d’azzardo, ai banchetti; che non praticasse usura o commercio; che non frequentasse danze o dissoluzioni.

Per far osservare tali norme, i concili antichi prevedevano pene per i trasgressori. Ogni vescovo aveva autorità sul proprio clero per costringerlo al dovere. A tal fine furono istituiti sinodi e visite pastorali, per ammonire i negligenti e punire i colpevoli secondo il merito.

I vescovi stessi si riunivano ogni anno in concilio provinciale - talvolta ogni sei mesi - affinché eventuali abusi fossero giudicati. Se un vescovo era troppo duro o abusava del potere, si poteva ricorrere contro di lui. La severità era grande: chi abusava dell’ufficio poteva essere deposto o anche scomunicato temporaneamente.

Finché questa disciplina durò, il clero non imponeva al popolo nulla che non praticasse esso stesso, anzi era più severo verso sé medesimo. È giusto infatti che il popolo goda di maggiore libertà rispetto al clero.

Oggi, invece, è evidente la dissoluzione dello stato ecclesiastico. Per quanto si cerchi di conservare qualche ombra dell’antichità, tutto è una caricatura. Si può ricordare quanto narra Senofonte dei Persiani: decaduti dalla sobrietà dei loro antenati, conservarono le forme esteriori ma ne svuotarono lo spirito. Così i papisti mantengono cerimonie e regole, ma ne hanno tradito la sostanza, in una imitazione tanto ridicola quanto quella di una scimmia che imita gli uomini.


4:12:23 - La proibizione del matrimonio ai ministri

Essi sono inflessibili nel proibire il matrimonio ai sacerdoti, mentre concedono ampia licenza alla dissolutezza. Sotto l’apparenza di una santità impura, si sono induriti in ogni vizio. Tale proibizione dimostra quanto le tradizioni umane siano dannose: non solo hanno privato la Chiesa di buoni pastori, ma hanno generato un mare di scandali e trascinato molte anime alla disperazione.

Questa interdizione è tirannica, contraria alla Parola di Dio e all’equità. Non è lecito agli uomini proibire ciò che Dio ha lasciato libero. Il Signore stesso ha voluto che tale libertà non fosse violata. Paolo prescrive che il vescovo sia marito di una sola moglie (1 Timoteo 3:2; Tito 1:6) e annuncia che sorgeranno uomini che proibiranno il matrimonio, chiamando tale dottrina “diabolica” (1 Timoteo 4:3).

Gli avversari cercano scappatoie, sostenendo che Paolo parlasse solo di antiche sette eretiche, non di loro. Ma proibire il matrimonio a una categoria di persone non è forse proibirlo? È come se un tiranno dicesse che una legge non è ingiusta perché colpisce solo una parte del popolo.


4:12:24 - Il matrimonio onorevole anche per il ministro

Essi sostengono che occorra un segno distintivo tra clero e laici. Ma così facendo accusano l’apostolo di aver confuso l’ordine ecclesiastico, poiché egli include il matrimonio tra le qualità del buon vescovo (1 Timoteo 3:2). Alcuni interpretano l’espressione come divieto di seconde nozze; ma il contesto mostra l’errore, poiché Paolo parla anche delle mogli dei ministri e dei diaconi.

Non contenti di biasimare il matrimonio, lo chiamano “sozzura carnale”, come fece papa Siricio nei loro canoni. Eppure Cristo stesso ha onorato il matrimonio chiamandolo immagine dell’unione sacra tra Lui e la Chiesa. Quale maggiore dignità si potrebbe attribuire? Come osare dunque definirlo impuro?


4:12:25 - Confutazione dell’analogia levitica

Benché la proibizione contrasti con la Scrittura, essi adducono un’analogia: poiché i sacerdoti levitici si astenevano dalle mogli quando servivano all’altare, così i ministri cristiani dovrebbero astenersi dal matrimonio. Ma il paragone è errato.

I sacerdoti levitici rappresentavano la persona di Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Timoteo 2:5). Poiché non potevano uguagliare la sua perfetta santità, era loro richiesto di purificarsi in modo speciale quando svolgevano il servizio sacro, per rappresentare simbolicamente la purezza del Mediatore.

I pastori cristiani non ricoprono tale funzione tipologica; dunque il paragone non vale. L’apostolo afferma senza eccezione che il matrimonio è onorevole tra tutti, mentre Dio giudicherà fornicatori e adulteri (Ebrei 13:4). Gli apostoli stessi mostrarono con l’esempio che il matrimonio non diminuisce la santità del ministero: Paolo testimonia che avevano con sé le loro mogli (1 Corinzi 9:5).

La proibizione, pertanto, non è segno di maggiore santità, ma di deviazione dalla libertà e dall’ordine stabiliti da Dio.


4:12:26 - Testimonianza della Chiesa antica a favore del matrimonio

È stata grande impudenza pretendere come necessaria questa maschera di castità, recando così grave offesa alla Chiesa antica. Essa, pur eccellendo in purezza dottrinale, fiorì ancor più in santità di vita. Se non vogliono ascoltare gli apostoli, che diranno dei padri antichi, i quali non solo tollerarono il matrimonio dei vescovi, ma lo approvarono? Secondo l’opinione dei nostri avversari, ne seguirebbe che essi abbiano profanato i misteri di Dio, poiché li avrebbero amministrati in stato matrimoniale.

È vero che la questione fu discussa al Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico (Concilio di Nicea I). Come sempre accade, vi furono alcuni spiriti superstitiosi che volevano vietare il matrimonio ai ministri. Ma prevalse la posizione di Pafnuzio, il quale dichiarò che la coabitazione legittima tra marito e moglie è castità. Così il santo matrimonio rimase integro, e non fu considerato disonorevole per i vescovi essere sposati, né si giudicò che ciò macchiasse il ministero.


4:12:27 - Sviluppo della superstizione e progressiva restrizione

In tempi successivi si accrebbe la superstizione, attribuendo valore eccessivo all’astinenza dal matrimonio. La verginità fu tanto esaltata che difficilmente si riconosceva altra virtù comparabile. Sebbene il matrimonio non fosse ancora apertamente condannato, la sua dignità fu oscurata, e si pensò che non si potesse aspirare alla perfezione senza rinunciarvi.

Da qui nacquero canoni che vietavano ai ministri già ordinati di contrarre matrimonio; poi altri che proibivano di ordinare uomini sposati, se non promettessero continenza perpetua con il consenso delle mogli. Si riteneva che ciò rendesse più onorevole il sacerdozio, e per questo fu accolto favorevolmente.

Se si invoca l’antichità, rispondiamo anzitutto che nei tempi apostolici e per lungo periodo dopo, i ministri potevano essere sposati; gli apostoli stessi e molti padri della Chiesa primitiva non ebbero scrupolo in tal senso. In secondo luogo, il loro esempio deve essere per noi autorevole: non è lecito dichiarare illecito o disonorevole ciò che allora era non solo permesso, ma stimato. Inoltre, anche quando il matrimonio cominciò a essere meno stimato a causa della sopravvalutazione della verginità, non fu subito proibito come cosa necessaria, ma solo preferita la continenza.

Infine, neppure allora la legge fu applicata con tale rigore da costringere chi non poteva mantenere la continenza. I canoni antichi infliggevano pene severe ai sacerdoti colpevoli di fornicazione; ma chi prendeva moglie veniva semplicemente sospeso dall’ufficio, non trattato come reo di infamia.


4:12:28 - Replica finale e testimonianza dei Padri

Pertanto, ogni volta che i nostri avversari invocheranno la Chiesa antica per difendere la loro nuova tirannia, risponderemo che dimostrino nei loro ministri la medesima castità dei ministri antichi; che allontanino fornicatori e adulteri; che non permettano che coloro ai quali vietano il matrimonio si abbandonino a ogni dissolutezza; che ristabiliscano l’antica disciplina per reprimere le turpitudini; che liberino la Chiesa dall’ignominia che la deturpa da tanto tempo.

Quando avranno fatto questo, resterà ancora da ricordare loro che non si deve imporre come necessità ciò che Dio ha lasciato libero e che deve essere regolato secondo l’utilità della Chiesa.

Non dico queste cose per concedere validità ai canoni che hanno imposto la continenza al clero, ma perché si riconosca l’impudenza di diffamare il santo matrimonio sotto il pretesto dell’antichità.

Quanto ai padri di cui possediamo gli scritti - eccetto Girolamo - non hanno mai denigrato il matrimonio in modo così estremo, nemmeno quando esprimevano opinioni personali. Ci basti la testimonianza di Giovanni Crisostomo, il quale, pur incline a esaltare la verginità, afferma: il primo grado di castità è la verginità immacolata; il secondo è il matrimonio fedelmente custodito. È dunque una specie di verginità anche l’amore coniugale, quando marito e moglie vivono santamente nel loro stato.


Riassunto del capitolo 4:12