Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 13
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 13 - Dei voti, e quanto siano stati fatti alla leggera nel papato, per avvincere miseramente le anime
4:13:1 - La tirannia dei voti e la corruzione del servizio di Dio
È cosa davvero deplorevole che la Chiesa, dopo che la sua libertà le fu acquistata a prezzo inestimabile, cioè mediante il sangue di Gesù Cristo, sia stata oppressa da così crudele tirannia e gravata da un cumulo infinito e insopportabile di tradizioni umane. Tuttavia la stoltezza di ciascuno mostra che Dio non ha sciolto senza giusta causa le briglie a Satana e ai suoi ministri. Non bastò infatti a coloro che volevano apparire devoti disprezzare il giogo di Cristo e, nello stesso tempo, accettare e portare i pesi che parve bene ai falsi dottori imporre; ma ciascuno si filò una propria corda e si scavò un proprio pozzo nel quale sprofondare fino in fondo.
Ciò avvenne quando ognuno volle mostrarsi più abile nel forgiarsi voti, per obbligarsi con un vincolo ancora più stretto di quello che già esisteva in un così grande numero di leggi e in un tale eccesso. Avendo già mostrato sopra come il servizio di Dio sia stato corrotto dall’arroganza di coloro che, sotto il titolo di pastori, dominarono avvolgendo le povere anime nelle loro leggi inique, non sarà fuori luogo mettere ora in luce un altro vizio affine al precedente, nel quale si vede quanto il mondo sia perverso, poiché ha sempre cercato con ogni mezzo di respingere gli aiuti che Dio gli offriva.
Per comprendere meglio quali mali abbiano prodotto i voti, è necessario ricordare i principi già stabiliti:
- primo, che tutto ciò che è richiesto per vivere bene e santamente è compreso nella Legge;
- secondo, che il Signore, per distoglierci dalla curiosità di inventare a nostro piacimento nuovi modi di servirlo, ha racchiuso tutta la lode della giustizia nella semplice obbedienza alla sua volontà.
Se ciò è vero, bisogna concludere che tutti i servizi inventati da noi per piacere a Dio non gli sono graditi, per quanto possano piacerci. E in effetti il Signore in molti passi non solo li rigetta, ma li ha in grande abominio.
Ne nasce dunque una questione circa i voti fatti oltre l’espressa Parola di Dio: quale stima se ne debba fare; se una persona cristiana possa farne; e, se li ha fatti, quanto ne sia obbligata. Ciò che tra le persone si chiama promessa, nei confronti di Dio si chiama voto. Ora, alle persone promettiamo ciò che pensiamo sarà loro gradito o che dobbiamo loro secondo ragione ed equità. Ma occorre molta più discrezione nei voti, poiché essi si rivolgono a Dio, con il quale non si può scherzare.
In ogni tempo vi è stata nel mondo una meravigliosa superstizione in questo campo: le persone hanno votato a Dio, alla leggera e senza giudizio, tutto ciò che veniva loro in mente. Da qui sono nate le follie dei voti, con le quali i pagani si sono presi gioco dei loro dèi - follie, anzi, mostruose assurdità. E fosse piaciuto a Dio che i cristiani non avessero imitato tale audacia! Non si sarebbe dovuto fare; e tuttavia nulla fu per lungo tempo più comune di questa presunzione: il popolo, lasciando e disprezzando la legge di Dio, arse di folle cupidigia verso tutto ciò che aveva immaginato. Non voglio aggravare oltre questo male né descrivere minutamente le enormità commesse; ho voluto solo accennarvi brevemente, affinché si sappia che nel trattare dei voti non solleviamo una questione vana o superflua.
4:13:2 - Prima regola: il voto deve essere conforme alla volontà rivelata di Dio
Se non vogliamo errare nel giudicare quali voti siano legittimi o perversi, dobbiamo osservare tre cose: primo, a chi il voto è rivolto; secondo, chi siamo noi che votiamo; terzo, con quale intenzione votiamo.
La prima considerazione mira a questo: ricordare che abbiamo a che fare con Dio, il quale prende tale piacere nella nostra obbedienza che dichiara maledetti tutti i servizi volontari, cioè quelli che inventiamo di nostra testa, per quanto abbiano bella apparenza davanti alle persone (Colossesi 2:23). Se tutti i servizi che escogitiamo oltre il suo comandamento gli sono in abominio, ne segue che nessuno gli è gradito se non ciò che egli ha approvato mediante la sua Parola. Non prendiamoci dunque la licenza di votare nulla che non abbia testimonianza da parte sua.
Ciò che l’apostolo Paolo afferma - che tutto ciò che non procede da fede è peccato (Romani 14:23) - si estende a tutte le opere; ma vale in modo particolare quando la persona indirizza direttamente il suo pensiero a Dio. Se erriamo anche nelle cose minime, quando non abbiamo certezza di fede né luce dalla Parola, quanto più dobbiamo essere modesti quando si tratta di un atto di così grande importanza! Nulla è infatti più importante di ciò che concerne il servizio di Dio.
Questa sia dunque la prima regola: non intraprendere di votare nulla senza avere nella coscienza la certezza di non agire temerariamente. Saremo al riparo dalla temerarietà quando avremo Dio per guida, il quale mediante la sua Parola ci mostri ciò che è bene fare o ciò che è male.
4:13:3 - Seconda regola: considerare le proprie forze, la vocazione e la libertà cristiana
La seconda considerazione consiste nel misurare le nostre forze, nel guardare alla nostra vocazione e nel non disprezzare la libertà che Dio ci ha donata. Chi vota ciò che non è in suo potere o che contrasta con la propria vocazione è temerario; e chi disprezza la grazia di Dio, per la quale è costituito signore e padrone delle cose, è ingrato.
Non intendo dire che abbiamo qualcosa in nostro potere da promettere confidando nella nostra virtù: giustamente il Concilio di Orange stabilì che non possiamo votare rettamente nulla a Dio se non ciò che abbiamo ricevuto dalla sua mano, poiché tutto ciò che possiamo offrirgli proviene da lui. Tuttavia, poiché Dio nella sua benignità ci ha posto alcune cose nella nostra facoltà e ce ne ha negate altre, ciascuno, secondo l’ammonimento dell’apostolo, consideri la misura della grazia che gli è stata data (Romani 12:3; 1 Corinzi 12:11).
I nostri voti devono dunque essere proporzionati alla misura del dono ricevuto, senza pretendere più di quanto Dio permette, per non precipitare attribuendoci troppo. Gli uomini che, come si legge negli Atti, votarono di non mangiare finché non avessero ucciso l’apostolo Paolo (Atti 23:12), anche se la loro intenzione non fosse stata malvagia, furono comunque temerari, poiché sottoponevano alla loro potestà la vita di un’altra persona. Così Iefte pagò la sua follia sacrificando la figlia per un voto inconsiderato fatto nel fervore (Giudici 11:30).
Ma il colmo della frenesia si vede nei molti che votano di non sposarsi mai. Sacerdoti, monaci e monache, dimentichi della propria infermità, credono di potersi astenere dal matrimonio per tutta la vita. Chi ha loro rivelato che potranno custodire per sempre la castità? Ascoltano la sentenza di Dio: non è bene che la persona sia sola (Genesi 2:18). Sentono - e fosse che non lo sperimentassero - quanto siano forti gli stimoli dell’incontinenza nella loro carne. Con quale audacia rigettano per tutta la vita questa vocazione generale, mentre il dono della continenza è spesso dato solo per un tempo, secondo l’opportunità?
È tentare Dio (Deuteronomio 6:16) opporsi alla natura che egli ci ha dato e disprezzare i mezzi che ci offre, come se non ci appartenessero. E non si vergognano di chiamare il matrimonio “impurità”, mentre il nostro Signore lo ha istituito, dichiarato onorevole per tutti (Ebrei 13:4), santificato con la sua presenza e onorato con il suo primo miracolo (Giovanni 2:2 ss.). Lo fanno solo per esaltare il loro stato di astinenza, come se non fosse evidente che altra cosa è l’astensione dal matrimonio e altra la vera verginità.
Si spingono fino a chiamare la loro vita “angelica”, facendo grande ingiuria agli angeli di Dio, ai quali paragonano persone impure e adultere, e spesso peggiori. I fatti stessi li confutano: si vede con quali terribili giudizi il Signore punisca tale arroganza e disprezzo dei suoi doni.
Non è lecito sottomettere a voto nulla che impedisca di servire Dio nella propria vocazione - come farebbe un padre di famiglia che facesse voto di abbandonare moglie e figli per assumere altro incarico. Quanto alla libertà cristiana, il senso è questo: poiché Dio ci ha costituiti padroni delle cose e le ha sottomesse al nostro uso, non dobbiamo pensare di servirlo rendendoci schiavi delle cose esterne che dovrebbero esserci di aiuto. Molti credono sia umiltà sottomettersi a osservanze dalle quali il Signore ha voluto liberarci. Se vogliamo evitare tale pericolo, non allontaniamoci mai dall’ordine che egli ha stabilito nella Chiesa cristiana.
4:13:4 - Terza regola: l’intenzione del cuore
Vengo ora alla terza considerazione: per rendere i nostri voti accettevoli a Dio, dobbiamo esaminare con quale intenzione li facciamo. Dio guarda al cuore e non all’apparenza esteriore; così una medesima cosa, secondo l’intenzione, può essergli talvolta gradita e talvolta grandemente sgradita.
Se qualcuno vota di astenersi dal vino come se in ciò vi fosse santità, sarà giustamente condannato per superstizione; se invece mira a un fine legittimo, non potrà essere ripreso. A mio giudizio, vi sono quattro fini ai quali devono riferirsi tutti i voti: due riguardano il passato, due il futuro.
I voti relativi al passato sono: quelli di ringraziamento, con cui riconosciamo i benefici ricevuti; e quelli di penitenza, con cui correggiamo le colpe commesse per ottenere perdono. Del primo genere è esempio il voto di Giacobbe di dare la decima se Dio lo avesse ricondotto in pace (Genesi 28:20); oppure i sacrifici di ringraziamento promessi in tempo di guerra o di afflizione (Salmi 22:26; 56:13; 116:14, 18). Anche oggi è lecito fare tali voti quando Dio ci libera da pericoli o malattie, offrendo un’oblazione come segno di gratitudine.
Quanto al voto di penitenza, si pensi a chi, caduto per intemperanza, rinunci per un tempo ai piaceri per correggersi. Non è sconveniente rafforzare tale proposito con un voto, purché non si imponga una legge universale, ma si riconosca che è un mezzo lecito per chi lo ritiene utile. Tale voto è santo e legittimo, senza pregiudicare la libertà di ciascuno.
4:13:5 - Voti per il futuro: disciplina e stimolo al dovere
I voti che riguardano il futuro hanno due fini: aiutarci a evitare pericoli o spronarci a compiere il nostro dovere.
Chi si riconosce incline a un vizio legato a una cosa in sé lecita può rinunciarvi per un tempo mediante voto, per tagliare alla radice la propria concupiscenza. Così pure chi è negligente nel proprio dovere può correggersi imponendosi con voto ciò che abitualmente trascura.
Riconosco che in tali pratiche vi è qualcosa di elementare; ma esse possono servire da aiuto all’infermità dei semplici e degli imperfetti. Pertanto, tutti i voti che mirano a uno di questi fini - specialmente quelli riguardanti cose esterne - li terremo per buoni, purché abbiano fondamento nell’approvazione di Dio, siano conformi alla nostra vocazione e proporzionati alla grazia che ci è stata concessa.
4:13:6 - Il voto comune del battesimo e la sobrietà nei voti particolari
Non è difficile, alla luce di quanto detto, stabilire quale giudizio generale si debba avere sui voti. Vi è un voto comune a tutti i fedeli, fatto per noi nel Battesimo e confermato ogni volta che professiamo la nostra fede e partecipiamo alla Cena del Signore. I sacramenti sono infatti come strumenti di un patto: Dio ci promette la sua misericordia e, in essa, la vita eterna; noi, da parte nostra, gli promettiamo obbedienza.
La sostanza del voto battesimale consiste nel rinunciare a Satana per consacrarci al servizio di Dio, al fine di essere obbedienti ai suoi santi comandamenti e di non seguire i desideri perversi della carne. Non vi è dubbio che tale voto sia santo e utile, poiché Dio lo approva nella Scrittura e lo richiede a tutti i suoi figli.
Non obietta contro ciò il fatto che nessuno, in questa vita, renda a Dio un’obbedienza perfetta. La stipulazione divina è racchiusa nell’alleanza di grazia, che comprende la remissione dei peccati e la rigenerazione, per farci nuove creature. Così la promessa che facciamo presuppone che chiediamo continuamente perdono per le nostre colpe e che Dio sostenga la nostra debolezza mediante il suo Santo Spirito.
Quanto ai voti particolari, se ricordiamo le tre regole sopra esposte, potremo facilmente discernere quali siano leciti. Tuttavia, non si pensi che io voglia esaltare i voti - anche quelli buoni - al punto da consigliarne l’uso quotidiano. Senza voler determinare né il numero né il tempo, chi vorrà seguire un consiglio prudente li userà con sobrietà. Chi vota molto e spesso rischia di non osservare con diligenza i propri voti e di scivolare nella superstizione. Chi si lega con voto perpetuo difficilmente lo manterrà senza grande fatica e turbamento; oppure, stancandosi col tempo, finirà per abbandonare tutto.
4:13:7 - Superstizione e falsa santità nei voti popolari
È noto quale superstizione abbia regnato a lungo in questo campo. Uno votava di non bere vino, come se tale astinenza fosse di per sé un servizio gradito a Dio; un altro si obbligava a digiunare; un altro ancora a non mangiare carne in certi giorni, immaginando in essi una santità maggiore che negli altri. Vi erano voti ancora più puerili - sebbene non fossero fatti da bambini. Si reputava grande saggezza promettere pellegrinaggi qua e là, perfino a piedi o mezzo nudi, per acquistare maggior merito mediante la fatica.
Se tali pratiche sono esaminate secondo le regole sopra stabilite, si troverà che non solo sono vane e stolte, ma contengono manifesta empietà. Dio infatti nulla aborrisce più dei culti inventati a piacimento umano. A ciò si aggiungono opinioni malvagie e dannose: molti ipocriti, dopo essersi assolti con tali sciocchezze, si persuadono di aver acquisito un’eccellente giustizia, pensando che la sostanza del cristianesimo consista in tali cose esteriori, e disprezzano chi non ne fa grande conto.
4:13:8 - La vera natura del monachesimo antico
Non è necessario elencare tutte le specie di voti; ma poiché i voti monastici godono di particolare reputazione, come se fossero sostenuti dall’autorità comune della Chiesa, ne tratterò brevemente.
Anzitutto, perché nessuno difenda il monachesimo attuale sotto pretesto di antichità, occorre notare che un tempo nei monasteri si viveva in modo assai diverso. Coloro che volevano esercitarsi in grande austerità si ritiravano là. Come presso gli Spartani vi era una disciplina dura e aspra, così anche i monaci di allora osservavano una vita rigorosa: dormivano a terra, bevevano solo acqua, mangiavano pane grossolano, erbe e radici; le loro maggiori leccornie erano olio, piselli o fave; si astenevano da ogni cosa che potesse dare comodità al corpo.
Queste testimonianze non sono incredibili, poiché ne rendono conto persone che le videro e le sperimentarono, come Gregorio Nazianzeno, Basilio e Giovanni Crisostomo. Tali pratiche erano come rudimenti per prepararsi a uno stato più eccellente. I monasteri erano allora come vivai per fornire alla Chiesa buoni ministri: i tre appena nominati furono chiamati dall’ambiente monastico all’episcopato, così come molti altri illustri del loro tempo.
Anche Agostino testimonia che ai suoi giorni si sceglievano persone dai monasteri per servire la Chiesa. Esortava i monaci a perseverare, ma anche a non rifiutare, per pigrizia, il servizio richiesto dalla Chiesa loro madre. In un’altra lettera afferma che si dovevano scegliere solo i migliori e più provati, affinché non si desse motivo di disprezzo verso il ministero ecclesiastico. Ne risulta che molti si preparavano nel monachesimo per essere più idonei al governo della Chiesa; non tutti vi tendevano, ma tra i semplici si sceglievano coloro che erano idonei.
4:13:9 - Descrizione di Agostino della disciplina monastica
Agostino descrive quasi come in un quadro la forma dell’antica vita monastica, specialmente nei libri De moribus Ecclesiae catholicae e De opere monachorum. Riassumendone le parole: disprezzando i piaceri mondani, i monaci conducevano una vita santissima e castissima, dedicata alla preghiera, alla lettura e alle conferenze spirituali, senza orgoglio né contese. Nessuno possedeva nulla di proprio; nessuno era di peso agli altri; lavoravano con le mani per il sostentamento, senza che l’animo fosse distratto da Dio.
Affidavano i loro prodotti ai decani, che rendevano conto al padre del monastero. I superiori erano uomini santi e dotati di dottrina, governavano senza orgoglio e con autorità temperata; i monaci obbedivano volentieri. Alla sera si radunavano ancora digiuni per ascoltare l’insegnamento; poi prendevano il necessario per la salute, con grande sobrietà. Si astenevano non solo da carne e vino, ma anche da altre cose che potessero stimolare la gola; e il surplus del loro lavoro era distribuito ai poveri.
Agostino sottolinea che nessuno era costretto a portare un peso superiore alle proprie forze; la carità era la regola principale. Sapevano che tutte le vivande sono pure per chi è puro (Tito 1:15), e che il ventre è per le vivande (1 Corinzi 6:13). L’astinenza non era superstizione, ma disciplina per domare la concupiscenza. La carità regolava parole, abiti, comportamento; chi la violava era corretto o escluso.
4:13:10 - Contrasto tra monachesimo antico e moderno
Non intendo dilungarmi, ma mostrare in breve quali furono i monaci dell’antica Chiesa e quale la loro professione, affinché si possa giudicare quanto sia impudente appellarsi all’antichità per difendere il monachesimo attuale.
Agostino, descrivendo la vera vita monastica, esclude ogni rigore nel comandare cose lasciate libere dalla Parola di Dio. Oggi invece nulla è richiesto con maggiore severità delle osservanze in abiti, cibi e cerimonie frivole. Egli sostiene con forza che non è lecito ai monaci vivere oziosi a spese altrui e afferma che ai suoi tempi non vi era monastero ben ordinato in cui non si lavorasse. Oggi, invece, l’ozio è considerato parte principale della santità. Se fosse tolto l’ozio, che ne sarebbe della vita contemplativa di cui si vantano, reputandosi quasi pari agli angeli?
Agostino voleva che il monachesimo fosse un esercizio e un aiuto per mantenere le persone nel timore di Dio e nella vera cristianità. Quando pone la carità come regola principale, non intende una setta separata dal corpo della Chiesa, ma un esempio di unità cristiana. Il monachesimo attuale è tanto lontano da ciò che difficilmente si troverebbe qualcosa di più contrario. Non contenti della santità alla quale Cristo chiama tutti i suoi servi, essi ne immaginano una nuova, con cui pretendono di essere più perfetti degli altri.
4:13:11 - L’illusione dell’“stato di perfezione”
Se qualcuno nega che i monaci pretendano una perfezione superiore, domando: perché chiamano il loro ordine “stato di perfezione”, attribuendo a sé un titolo che dovrebbe appartenere a tutte le vocazioni ordinate da Dio? Conosco bene il loro sofisma: non lo chiamano così - dicono - perché contenga in sé la perfezione, ma perché sarebbe il mezzo più adatto per conseguirla.
Eppure, quando vogliono ingannare il popolo semplice, attirare giovani nelle loro reti, magnificare i propri privilegi e disprezzare gli altri, si vantano apertamente di essere nello “stato di perfezione”. Quando poi sono messi alle strette, ricorrono al sotterfugio: affermano di non essere ancora perfetti, ma di trovarsi in uno stato più adatto ad aspirare alla perfezione rispetto agli altri. Intanto, però, mantengono presso il popolo la reputazione di una vita angelica, pura da ogni vizio, e su questa fama edificano il proprio prestigio, vendendo cara la loro presunta santità.
Anche concedendo che attribuiscano al loro stato soltanto la capacità di aspirare alla perfezione, resta il fatto che gli conferiscono un onore speciale, distinguendolo da tutte le altre forme di vita. E chi può tollerare che tale onore sia dato a uno stato che Dio non ha mai approvato con una sola sillaba, mentre le sante vocazioni da lui istituite e onorate con titoli eccellenti vengano come escluse e ritenute inferiori? Non è forse un’enorme ingiuria a Dio preferire a tutti gli stati da lui ordinati uno forgiato dagli uomini e privo di approvazione divina?
4:13:12 - I “consigli evangelici” e la doppia regola di vita
Se possono, confutino come calunnia l’accusa che non si contentano della regola data da Dio ai suoi. Ma si accusano da sé, poiché insegnano apertamente di assumere un fardello più pesante di quello imposto da Cristo ai suoi discepoli, promettendo di osservare i cosiddetti “consigli evangelici”, ai quali - dicono - non tutti i cristiani sono obbligati.
Chiamano “consigli” ciò che Cristo comanda quando dice di amare i nemici, di non cercare vendetta, di non giurare (Matteo 5:34-44). Quale antichità potranno addurre a sostegno? Nessuno degli antichi pensò mai che le parole di Cristo fossero semplici consigli facoltativi. Tutti affermano unanimemente che egli non ha pronunciato nulla cui non siamo tenuti a obbedire, e riconoscono quelle sentenze come veri comandamenti.
Poiché abbiamo già mostrato altrove quanto sia perniciosa l’opinione che distingue tra comandamenti e consigli come se i secondi non obbligassero tutti, basta qui ricordare che il monachesimo presente è fondato su un errore degno di esecrazione: immaginare una regola di vita più perfetta di quella che Cristo ha dato a tutta la sua Chiesa. Tutto ciò che si edifica su tale fondamento non può che essere abominevole.
4:13:13 - Il giovane ricco e il fraintendimento della perfezione
Essi adducono poi un altro argomento, che credono solidissimo: le parole di Cristo al giovane ricco - «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri» (Matteo 19:21; Luca 18:22).
Non discuto ora se essi effettivamente facciano ciò; concediamolo pure. Si vantano dunque di essere perfetti perché rinunciano ai beni. Ma se la perfezione consistesse in questo solo, come si spiegherebbe l’affermazione dell’apostolo Paolo che, anche distribuendo tutti i beni ai poveri, senza la carità non si è nulla (1 Corinzi 13:3)? Che perfezione è mai quella che, senza la carità, si riduce a nulla?
Essi devono riconoscere che la rinuncia ai beni, anche se fosse un’opera eminente, non è l’intera perfezione. Paolo infatti dichiara che la carità è il vincolo della perfezione (Colossesi 3:14), e ciò senza richiedere la totale spogliazione dei beni.
Per comprendere correttamente le parole di Cristo, occorre considerare a chi sono rivolte - cosa sempre necessaria nelle risposte del Signore. Il giovane chiede cosa fare per avere la vita eterna (Luca 18:18). Cristo lo rimanda alla Legge, che in sé è via di vita, benché la nostra perversità ne impedisca l’adempimento. In tal modo egli attesta la perfezione della Legge e respinge l’accusa di introdurre una nuova regola di vita.
Il giovane, gonfio di presunzione, afferma di aver osservato i comandamenti fin dall’infanzia. Ma era lontano dalla meta. Se davvero li avesse adempiuti, nulla gli sarebbe mancato alla perfezione, poiché la Legge contiene la perfetta giustizia. Per smascherare il vizio nascosto nel suo cuore - l’attaccamento alle ricchezze - Cristo lo colpisce nel punto sensibile, ordinandogli di venderle. Se avesse amato Dio con tutto il cuore, non si sarebbe rattristato.
Dunque, quel comando era particolare, diretto a smascherare un peccato specifico, come se a un ambizioso si ordinasse di rinunciare agli onori o a un dissoluto di abbandonare i piaceri. I monaci sbagliano prendendo un caso particolare come dottrina generale, quasi che Cristo avesse stabilito la perfezione nella rinuncia ai beni. Egli voleva solo condurre quel giovane a riconoscere la propria mancanza.
È vero che alcuni Padri interpretarono male questo passo e da ciò nacque l’esaltazione della povertà volontaria; ma chi legge con animo equo riconoscerà che questa è l’interpretazione corretta.
4:13:14 - Nessun “secondo battesimo” e la rottura dell’unità
Non fu mai intenzione dei Padri stabilire quella doppia cristianità che i monaci hanno poi immaginato, come se il monachesimo fosse una sorta di secondo battesimo, più perfetto del primo. Tale dottrina era loro estranea e sarebbe stata da essi detestata come blasfema.
Quanto alla carità, che Agostino poneva a fondamento della vita monastica antica, essa è oggi apertamente contraddetta. Chi entra in un monastero si separa dalla Chiesa, si costituisce in comunità distinta, con governo e amministrazione dei sacramenti separati. Se questo non è rompere la comunione ecclesiale, cos’altro lo è?
Un tempo i monaci, pur vivendo appartati, non avevano una Chiesa separata: partecipavano ai sacramenti insieme agli altri fedeli, prendevano parte alle assemblee solenni e si consideravano parte del popolo di Dio. Oggi, erigendo altari propri, hanno spezzato il vincolo dell’unità, disprezzando il ministero ordinario mediante il quale Dio mantiene la pace tra i suoi.
Ogni monastero è così divenuto un conventicolo scismatico. E, per rendere più manifesto il distacco, hanno assunto nomi di sette - francescani, domenicani, benedettini - vantandosi di ciò che l’apostolo Paolo condanna con tanta severità quando biasima le divisioni a Corinto (1 Corinzi 1:12; 3:4). Come allora si ritenne intollerabile dividere Cristo, così è oggi intollerabile frammentarlo sotto nomi settari.
4:13:15 - La degenerazione morale del monachesimo contemporaneo
Le differenze finora indicate non riguardano solo i costumi, ma la professione stessa. Tuttavia, quanto ai costumi, la degenerazione è evidente. Non vi è oggi stato più corrotto, con tante fazioni, rivalità, ambizioni e intrighi.
È vero che in qualche convento si vive con una certa disciplina; ma chiamare “castità” la semplice repressione esteriore dei desideri è illusorio. Con difficoltà si troverà un monastero su dieci che non sia più simile a un luogo di dissolutezza che a una dimora di purezza. Quanto alla sobrietà, ben poco ne resta.
Agostino, pur lodando la santità dei monaci del suo tempo, lamentava già la presenza di vagabondi, imbroglioni e trafficanti di false reliquie che disonoravano l’ordine. Egli affermava di non aver mai visto persone migliori di quelle ben formate nei monasteri, ma neppure peggiori di quelle corrotte al loro interno.
Che direbbe se vedesse oggi quasi tutti i conventi pieni di vizi tanto enormi da non poter più essere nascosti? Non intendo accusare tutti senza eccezione: come in passato vi erano sempre alcuni indegni tra i buoni, così anche oggi restano pochi uomini integri. Ma sono rari e dispersi nella moltitudine dei corrotti; e spesso, anziché essere onorati, sono disprezzati e maltrattati, perché tra i più vi è una sorta di congiura contro ogni autentica integrità.
4:13:16 - Il falso appello all’antichità e l’ambiguità dell’austerità
Con il confronto tra il monachesimo antico e quello presente ho raggiunto lo scopo: mostrare quanto falsamente i nostri difensori del chiostro invochino l’esempio della Chiesa primitiva per coprire il loro stato, poiché tra essi e gli antichi monaci vi è differenza non minore che tra esseri umani e scimmie.
Non nego tuttavia che, anche nella descrizione offerta da Agostino, vi siano elementi discutibili. Concedo che l’austerità esteriore degli antichi non fosse superstiziosa; ma vi scorgevo una certa ostentazione e un desiderio emulativo poco sano. Rinunciare ai beni terreni può sembrare cosa nobile; ma Dio stima assai più chi, libero da avarizia e ambizione, governa santamente la propria famiglia, servendolo in una vocazione giusta e approvata. Ritirarsi dal consorzio umano per filosofare in solitudine appare elevato; ma non è conforme alla carità cristiana fuggire quasi per odio del genere umano e sottrarsi ai doveri reciproci che il Signore richiede.
Anche concedendo che non vi fosse altro male, questo esempio introdotto nella Chiesa fu già di per sé pericoloso e nocivo.
4:13:17 - Il voto di castità perpetua e la sua temerarietà
Consideriamo ora i voti con cui i monaci entrano nel loro stato. Primo: poiché intendono inventare un nuovo culto per piacere a Dio e acquistare la sua grazia, ne segue - secondo i principi stabiliti - che tali voti sono abominazione davanti a Dio.
Secondo: poiché escogitano una forma di vita senza riguardo alla vocazione divina né approvazione della sua Parola, è temerità illecita, priva di fondamento di fede; e tutto ciò che non procede da fede è peccato (Romani 14:23).
Terzo: poiché si obbligano a pratiche corrotte, come le idolatrie diffuse nei conventi, non si consacrano a Dio ma al diavolo. Se il profeta rimprovera Israele per aver sacrificato ai demoni e non a Dio (Deuteronomio 32:17; Salmi 106:37), quanto più si può dire lo stesso di chi si avvolge in mille superstizioni sotto l’abito monastico?
Quanto al contenuto dei voti, essi promettono castità perpetua, come se avessero stipulato con Dio un patto che li esenti dal matrimonio. Ma il Signore stesso dichiara che il dono della continenza non è dato a tutti (Matteo 19:11). Non è dunque in nostro potere presumere di possederlo. Chi ne è dotato ne faccia uso; chi sente l’ardore della carne ricorra all’aiuto divino. Se non riceve tale grazia, non respinga il rimedio che Dio offre: il matrimonio è chiaramente la vocazione di chi non ha il dono della continenza. E la continenza non consiste solo nell’astensione esteriore, ma nella purezza del cuore (1 Corinzi 7:9).
È vero che anticamente alcuni si consacravano alla continenza; ma ciò non implica che ogni pratica antica sia norma vincolante. Inoltre, la severità assoluta di oggi - che non ammette ripensamento - è frutto di degenerazione progressiva. Cipriano, ad esempio, ammetteva che, se una vergine non poteva perseverare, era meglio che si sposasse piuttosto che cadere nel fuoco della passione. Oggi invece si giunge a sostenere che sia peccato più grave sposarsi che cadere nell’impudicizia: segno evidente di distanza dalla consuetudine antica.
4:13:18 - Le vedove in 1 Timoteo 5 e l’abuso del testo apostolico
Si obietta che già al tempo degli apostoli esisteva tale voto, poiché Paolo afferma che le vedove che si risposavano rompevano la prima fede (1 Timoteo 5:12). Non nego che le vedove ammesse al servizio pubblico della Chiesa accettassero la condizione di non risposarsi; ma non per attribuire santità alla continenza, bensì perché il loro ufficio richiedeva libertà da vincoli familiari.
Se poi, dopo aver promesso tale servizio, decidevano di sposarsi, rinunciavano alla vocazione assunta. Paolo rimprovera in esse non tanto il matrimonio in sé, quanto l’incoerenza e la leggerezza che le portava a trascurare l’impegno preso.
Inoltre, l’apostolo stabilisce un’età - sessant’anni - generalmente fuori dal pericolo dell’incontinenza, e richiede che siano state mogli di un solo uomo (1 Timoteo 5:9). Non condanniamo il voto di astinenza in sé, ma due cose: che lo si consideri falso culto gradito a Dio e che sia fatto temerariamente da chi non può mantenerlo.
4:13:19 - Le vedove e le monache: differenze sostanziali
Che relazione ha questo passo con le monache? Le vedove erano scelte per servire i poveri in nome della Chiesa, non per cantilenare formule incomprensibili nell’ozio. Non facevano voto per credere di offrire un culto speciale a Dio, ma per adempiere meglio il loro ministero.
Inoltre, non si impegnavano in giovane età, quando ancora non conoscevano le proprie forze, ma in un tempo in cui il pericolo dell’incontinenza era passato. Ridurre l’età a quaranta, poi a trenta, e infine costringere giovani inesperte con lusinghe o violenze a un vincolo irreversibile, è pratica inescusabile.
Quanto ai voti di povertà e obbedienza, oltre a essere gravati di superstizioni, sembrano fatti più per deridere Dio e le persone che per onorarlo. Tuttavia basti la confutazione generale già esposta.
4:13:20 - I voti illeciti non obbligano la coscienza
Avendo mostrato quali voti siano legittimi, occorre soccorrere le coscienze timorose che, pur riconoscendo l’illiceità di un voto, temono di peccare rompendo una promessa fatta a Dio.
Rispondo brevemente: i voti illeciti, contrari al diritto e alla ragione, sono nulli davanti a Dio e devono considerarsi come non fatti. Nei contratti umani obbligano solo le promesse riconosciute valide da entrambe le parti; quanto più è assurdo dire che Dio ci obblighi a ciò che egli non richiede.
Le opere sono buone solo se piacciono a Dio e la coscienza, nella fede, le riconosce tali. Tutto ciò che si fa con coscienza dubbiosa è peccato (Romani 14:23). Se dunque qualcuno, avendo fatto un voto per ignoranza, riconosce l’errore, può e deve desistere. Non solo tali voti non obbligano, ma perseverarvi è proibito quanto intraprenderli.
Questo basta a liberare le coscienze fedeli da ogni scrupolo: le opere nate da errore e superstizione sono rigettate da Dio e devono essere abbandonate.
4:13:21 - La liberazione dai voti monastici e la grazia di Cristo
Questa risposta vale anche contro l’accusa rivolta a chi lascia il monachesimo per entrare in uno stato onesto, come il matrimonio. Si dice che abbia rotto un vincolo indissolubile verso Dio e la Chiesa. Ma non vi è alcun vincolo quando Dio stesso annulla ciò che l’uomo ha stabilito.
Anche concedendo che vi fosse un obbligo nel tempo dell’ignoranza, la grazia di Cristo libera da tali catene quando illumina con la verità. Se la morte del Signore ci ha riscattati dalla maledizione della Legge (Galati 3:13), tanto più ci libera dai legami umani, che sono reti di Satana.
Chi è stato illuminato dall’Evangelo è sciolto dai vincoli della superstizione. Inoltre, chi non aveva il dono della continenza aveva ulteriore motivo per sciogliersi dal voto, poiché un voto impossibile conduce alla rovina dell’anima che Dio vuole salvare. L’esperienza stessa grida quanto sia diffusa l’impurità nei chiostri. Anche dove vi è apparenza di decoro, spesso la corruzione è nascosta.
Così Dio punisce l’audacia di chi, ignorando la propria debolezza, pretende di raggiungere contro natura ciò che gli è negato e disprezza i rimedi che Dio offre. Che altro è se non ostinazione, quando una persona, avvertita da Dio della necessità del matrimonio e del rimedio che egli offre, non solo lo disprezza, ma si obbliga con giuramento a rifiutarlo?
Riassunto del capitolo 4:13