Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 14
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 14 - Dei Sacramenti
4:14:1 - Definizione e natura del Sacramento
Vi è un altro aiuto, prossimo e simile alla predicazione dell’Evangelo, per sostenere e confermare la fede, cioè i Sacramenti; dei quali è per noi grandemente utile avere una chiara dichiarazione, affinché apprendiamo a quale fine siano stati istituiti e come se ne debba fare uso.
Anzitutto dobbiamo intendere che cosa sia un Sacramento. Ora, penso che questa definizione sia appropriata e semplice: se diciamo che il Sacramento è un segno esteriore mediante il quale Dio sigilla nelle nostre coscienze le promesse della sua benevolenza verso di noi, per confermare la debolezza della nostra fede; e noi, reciprocamente, rendiamo testimonianza tanto davanti a Lui e agli angeli quanto davanti alle persone, che lo riconosciamo come nostro Dio.
Si potrà ancora più brevemente definire che cosa sia un Sacramento, dicendo che è una testimonianza della grazia di Dio verso di noi, confermata da un segno esteriore, con attestazione reciproca dell’onore che gli portiamo.
Quale che si voglia scegliere tra queste due definizioni, esse concordano nel senso con quanto afferma sant’Agostino, che il Sacramento è un segno visibile di cosa sacra, o una forma visibile della grazia invisibile. Tuttavia ho cercato di darne un’intelligenza più chiara, spiegando più compiutamente ciò che sant’Agostino aveva toccato più oscuramente a motivo della brevità.
4:14:2 - Origine del termine e uso patristico
È facile giudicare per quale ragione gli antichi Padri abbiano usato questo termine in tale significato. Infatti, ovunque il traduttore comune del Nuovo Testamento abbia voluto rendere in latino il termine greco “mistero”, ha detto “Sacramento”; come nell’Epistola agli Efesini: “per manifestare il mistero della sua volontà” (Efesini 1:9). Così pure: “Se avete inteso quale sia la dispensazione della grazia di Dio che mi è stata affidata: cioè che per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero” (Efesini 3:2-3). Parimenti ai Colossesi: “il mistero che era stato nascosto fin dai secoli, ma che ora è stato manifestato ai santi, ai quali Dio ha voluto far conoscere le ricchezze di questo mistero” (Colossesi 1:26-27). E a Timoteo: “Grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne” (1 Timoteo 3:16).
Vediamo dunque che il traduttore ha usato questo termine per indicare il segreto delle cose sacre e divine. In tale significato l’hanno spesso inteso anche gli antichi Dottori della Chiesa. Ed è cosa nota che il Battesimo e la Cena sono chiamati “misteri” in greco, cosicché non vi è dubbio che si tratti di due termini di medesimo significato.
Da ciò è avvenuto che il termine sia stato applicato anche ai segni o alle cerimonie che contenevano rappresentazione di realtà alte e spirituali. Ciò che anche sant’Agostino accenna in qualche passo, dicendo: “Sarebbe lungo disputare della varietà dei segni, i quali, quando appartengono alle cose celesti, si chiamano Sacramenti.”
4:14:3 - La necessaria congiunzione tra Parola e Sacramento
Vediamo dunque che il Sacramento non è mai senza che la Parola di Dio lo preceda, ma è ad essa aggiunto come un’appendice ordinata per sigillarla, confermarla e ancor più certificarcela; come il Signore vede che è necessario all’ignoranza del nostro senso e alla lentezza e infermità della nostra carne.
Non è perché la Parola non sia di per sé sufficientemente ferma, o che possa ricevere migliore conferma quanto a se stessa (poiché la verità di Dio è per sé tanto sicura e certa che non può ricevere migliore conferma che da se stessa), ma è per confermarci in essa. La nostra fede è infatti così piccola e debole che, se non è sostenuta da ogni lato e sorretta con ogni mezzo, subito è scossa in ogni direzione, agitata e vacillante.
E poiché siamo tanto ignoranti e così inclini e radicati nelle cose terrene e carnali, che non pensiamo né possiamo comprendere o concepire nulla che sia spirituale, così il Signore misericordioso si adatta in questo alla grossolanità del nostro senso, e mediante questi elementi terreni ci conduce a sé, e ci fa contemplare persino nella carne, come in uno specchio, i suoi doni spirituali.
Infatti, se non fossimo sensibili e rivestiti di corpo, come dice Crisostomo, queste cose ci sarebbero date senza figura corporea; ma poiché abitiamo nei nostri corpi, Dio ci dona le cose spirituali sotto segni visibili. Non perché le cose che ci sono proposte come Sacramenti abbiano per natura tale qualità e virtù, ma perché sono segnate e contrassegnate da Dio per avere quel significato.
4:14:4 - La Parola come predicazione e non come mormorio
Si dice comunemente che il Sacramento consiste nella Parola e nel segno esteriore. Ora, per Parola non si deve intendere un mormorio fatto senza senso e intelligenza, balbettando alla maniera degli incantatori, come se per ciò si compisse la consacrazione; ma si deve intendere la Parola che ci è predicata, per insegnarci e farci sapere che cosa significhi il segno visibile.
Pertanto ciò che si fa sotto la tirannia del Papa è una malvagia profanazione dei Sacramenti. Essi ritengono infatti che basti che il sacerdote faccia la consacrazione mormorando senza senso, mentre il popolo sta lì stupito e a bocca aperta. E fanno persino un mistero del fatto che il popolo non comprenda nulla di ciò che si dice. Per questo hanno composto tutte le loro consacrazioni in latino. E la superstizione è giunta a tal punto che ritengono che la consacrazione non sia debitamente compiuta se non sussurrando a bassa voce, tanto che non si oda nemmeno il suono.
Ora sant’Agostino parla ben altrimenti delle parole sacramentali: “Si unisca la Parola al segno terreno, ed esso diverrà Sacramento. Da dove viene infatti tale virtù all’acqua, che toccando il corpo lavi il cuore, se non dalla virtù della Parola? Non perché la si pronunci, ma perché la si crede. Una cosa è il suono che passa, un’altra la virtù che rimane. Questa è la Parola della fede che è predicata”, dice l’Apostolo.
Perciò è detto negli Atti che Dio purifica i cuori mediante la fede; e san Pietro dice che il Battesimo ci salva, non in quanto rimuove le impurità della carne, ma in quanto abbiamo una buona coscienza per rispondere a Dio. È dunque la Parola della fede che noi predichiamo, mediante la quale il Battesimo è consacrato per poter purificare (Romani 10:8; Atti 15:9; 1 Pietro 3:21).
Ecco le parole di sant’Agostino. Vediamo dunque che egli richiede la predicazione ai Sacramenti, dalla quale segua la fede. Non occorre qui usare più lunga dimostrazione, poiché è notorio ciò che Gesù Cristo ha fatto, ciò che ci ha comandato di fare, ciò che hanno seguito gli Apostoli e ciò che la Chiesa antica ha osservato.
Si sa pure che fin dal principio del mondo, quando Dio ha dato qualche segno ai Padri, lo ha congiunto con un legame inseparabile alla dottrina, poiché senza di essa la muta visione non può che stupire i nostri sensi. Quando dunque si fa menzione delle parole sacramentali, intendiamo con ciò la promessa, che deve essere predicata ad alta e chiara voce dal ministro, per condurre il popolo là dove il segno tende.
4:14:5 - I Sacramenti come sigilli delle promesse
Non sono da ascoltare coloro che argomentano con questa cavillazione: o sappiamo, dicono, che la Parola di Dio, che precede il Sacramento, è la vera volontà di Dio, oppure non lo sappiamo. Se lo sappiamo, non apprendiamo nulla di nuovo dal Sacramento seguente. Se non lo sappiamo, il Sacramento non potrà insegnarcelo, poiché tutta la sua virtù ed efficacia risiede nella Parola.
Si risponda loro brevemente che i sigilli apposti alle lettere e agli atti pubblici, presi in sé, non sono nulla: infatti, se nulla fosse scritto sulla pergamena, non servirebbero a nulla e sarebbero attaccati invano. Tuttavia non cessano per questo di confermare, autenticare e rendere più certa la scrittura contenuta nelle lettere, quando vi sono aggiunti.
Non possono dire che questa similitudine sia stata da poco inventata da noi e fatta a piacere, poiché san Paolo ne ha fatto uso, chiamando il Sacramento della circoncisione con un termine greco, “sphragis”, cioè sigillo. In quel passo egli dimostra che la circoncisione non fu data ad Abramo per giustizia, ma come sigillo del patto, nella fiducia del quale egli era già stato giustificato (Romani 4:11).
E perché, vi prego, ciò dovrebbe offenderci se insegniamo che la promessa è sigillata dai Sacramenti, dal momento che è manifesto che tra le promesse una è confermata dall’altra? Quella che è più manifesta è la più adatta ad assicurare la fede. Ora i Sacramenti ci portano promesse chiarissime, e hanno questo di particolare oltre la Parola, che ce le rappresentano al vivo, come in un dipinto.
Non deve turbarci la differenza che si introduce tra i Sacramenti e i sigilli delle lettere patenti, cioè che, poiché gli uni e gli altri consistono in elementi carnali di questo mondo, i Sacramenti non possono servire a sigillare le promesse di Dio, che sono spirituali, come fanno i sigilli per gli scritti dei principi riguardo a cose transitorie e caduche.
Infatti la persona credente, vedendo il Sacramento, non si ferma all’esteriorità, ma mediante una santa considerazione si eleva a contemplare gli alti misteri che vi sono nascosti, secondo la corrispondenza tra la figura carnale e la realtà spirituale.
4:14:6 - I Sacramenti come segni di alleanza e pedagogia divina
Poiché il nostro Signore chiama le sue promesse “patti” e “alleanze” (Genesi 6:18; 9:9; 17:21), e i Sacramenti “segni” e “testimonianze” dell’alleanza, possiamo trarre una similitudine dai patti e dagli accordi tra le persone.
Gli antichi, per confermare i loro accordi, erano soliti uccidere una scrofa. Che cosa avrebbe significato l’uccisione di una scrofa, se le parole del patto non fossero intervenute insieme, e anzi non l’avessero preceduta? Spesso infatti si uccidono scrofe senza che vi sia alcun mistero. Parimenti, che cos’è di per sé lo stringersi la mano, sebbene talvolta anche i nemici si tocchino le mani per farsi del male? Tuttavia, quando le parole di amicizia e di accordo sono state pronunciate prima, esse sono confermate da tale segno, benché siano già state proposte, stabilite e concluse.
Così i Sacramenti sono per noi esercizi per renderci più certi della Parola e delle promesse di Dio. E poiché siamo carnali, ci sono dati in cose carnali, affinché ci istruiscano secondo la capacità della nostra rozzezza, e ci guidino come i pedagòghi fanno con i piccoli fanciulli.
Per questa ragione sant’Agostino chiama il Sacramento “Parola visibile”, in quanto ci mostra come in un dipinto le promesse di Dio e ce le rappresenta al vivo. Possiamo anche usare altre similitudini per designare pienamente i Sacramenti, chiamandoli colonne della nostra fede. Come un edificio si regge e si sostiene sul suo fondamento, e tuttavia, quando vi si aggiungono colonne al di sotto, diventa più sicuro e più stabile, così la nostra fede riposa e si sostiene sulla Parola di Dio come sul suo fondamento; ma quando vi sono aggiunti i Sacramenti, essi le servono come colonne sulle quali si appoggia più saldamente e si conferma meglio.
Oppure possiamo chiamarli specchi, nei quali contempliamo le ricchezze della grazia di Dio che Egli ci elargisce. Per mezzo dei Sacramenti, infatti, come è già stato detto, Egli si manifesta a noi secondo quanto è dato alla nostra ottusità di poterlo conoscere, e ci testimonia la sua benevolenza più espressamente che mediante la sola Parola.
4:14:7 - I Sacramenti come vera testimonianza della grazia
Argomentano male coloro che pretendono che i Sacramenti non siano testimonianze della grazia di Dio, perché spesso sono ricevuti dai malvagi, i quali tuttavia non sentono per questo Dio più favorevole verso di loro, ma acquistano anzi più grave condanna.
Con la stessa ragione si potrebbe dire che neppure l’Evangelo è testimonianza della grazia di Dio, poiché è udito da molti che lo disprezzano. E perfino Gesù Cristo è stato visto e conosciuto da molti, dei quali ben pochi lo hanno ricevuto.
Lo stesso si può vedere nelle lettere patenti dei principi. Una grande parte del popolo, pur sapendo che il sigillo autentico apposto proviene dal principe, non per questo cessa di disprezzarlo. Alcuni lo lasciano lì come cosa che non li riguarda; altri addirittura lo detestano. Così, considerando un tale patto, non possiamo che approvare la similitudine sopra proposta.
È dunque certissimo che il nostro Signore, tanto nella sua santa Parola quanto nei suoi Sacramenti, presenta a tutti la sua misericordia e la grazia della sua benevolenza; ma essa è accolta solo da coloro che ricevono la Parola e i Sacramenti con vera fede. Così Gesù Cristo è stato offerto e presentato dal Padre a tutti per la salvezza, ma non è stato riconosciuto e ricevuto da tutti.
Sant’Agostino, volendo indicare ciò, afferma che la virtù della Parola nel Sacramento non consiste nel fatto che essa sia pronunciata, ma nel fatto che sia creduta e ricevuta.
Perciò san Paolo, parlando dei Sacramenti tra i fedeli, li tratta in modo tale da includervi la comunione di Gesù Cristo, quando dice: “Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Galati 3:27). E ancora: “Noi siamo un solo corpo e un solo Spirito, perché siamo stati battezzati in Cristo” (1 Corinzi 12:13).
Al contrario, quando egli biasima l’uso cattivo e perverso dei Sacramenti, non attribuisce loro più che figure vane e inutili. Con ciò egli significa che, sebbene i malvagi e gli ipocriti annullino o impediscano la virtù e l’effetto della grazia di Dio nei Sacramenti, tuttavia ciò non contraddice il fatto che i Sacramenti, ogni volta che piace a Dio, portino vera testimonianza della comunione di Gesù Cristo, e che lo Spirito Santo realizzi realmente ciò che essi promettono.
Concludiamo dunque che i Sacramenti sono veramente chiamati testimonianze della grazia di Dio, e come sigilli del favore che Egli ci porta; i quali, imprimendola in noi, consolano in tal modo la nostra fede, la nutrono, la confermano e l’accrescono.
Le ragioni che alcuni hanno voluto addurre contro ciò sono troppo frivole e deboli. Alcuni dicono che, se la nostra fede è buona, non può diventare migliore: infatti non è fede, se non si appoggia e si fissa sulla misericordia di Dio così fermamente da non poter essere smossa né distratta. A costoro sarebbe molto meglio pregare con gli Apostoli che il Signore aumenti loro la fede (Luca 17:5), piuttosto che vantarsi di una tale perfezione di fede che nessuna persona ha mai avuto né avrà in questa vita. Che rispondano quale fede pensano avesse colui che diceva: “Io credo, Signore; sovvieni alla mia incredulità” (Marco 9:24). Quella fede, per quanto iniziale, era buona, e poteva ancora essere migliorata mediante la diminuzione dell’incredulità. Essi non possono essere confutati con argomenti più certi che dalla loro stessa coscienza: infatti, se si confessano peccatori (cosa che, vogliano o no, non possono negare), necessariamente devono attribuirne la causa all’imperfezione della loro fede.
4:14:8 - “Credere con tutto il cuore” e la crescita della fede
Essi dicono ancora: Filippo rispose all’eunuco che, se credeva con tutto il suo cuore, gli era lecito essere battezzato (Atti 8:37). E quale posto vi sarebbe per la conferma del Battesimo, dove la fede occupa e riempie tutto il cuore? Rispondo a mia volta chiedendo loro: non sentono forse che una buona parte del loro cuore è priva e vuota di fede? Non riconoscono in sé ogni giorno qualche nuovo accrescimento di fede?
Un pagano si vantava di invecchiare imparando. Noi cristiani saremmo dunque più che miserabili, se invecchiassimo senza progredire, mentre la nostra fede deve avere le sue età, mediante le quali avanzi sempre, finché giunga all’uomo perfetto (Efesini 4:13). In quel passo, “credere con tutto il cuore” non significa essere perfettamente radicati in Gesù Cristo, ma solo abbracciarlo con sincero ardore e zelo, non esserne sazi, ma averne fame e sete con affetto ardente e sospirare verso di Lui.
È una maniera comunissima della Scrittura dire che qualcosa è fatto “con tutto il cuore” per significare che è fatto con sincerità e senza finzione. Così: “Ti ho cercato con tutto il mio cuore”; “Ti loderò con tutto il mio cuore” (Salmo 119:10; 111:1; 138:1). Al contrario, rimproverando gli ipocriti, essa dice che hanno “cuore e cuore”, cioè un cuore doppio (Salmo 12:3).
Essi aggiungono ancora che, se la fede fosse aumentata dai Sacramenti, lo Spirito Santo sarebbe dato invano, poiché è opera e virtù sua iniziare, confermare e perfezionare la fede. Io concedo loro che la fede è opera propria e intera dello Spirito Santo, per mezzo del quale, essendo illuminati, riconosciamo Dio e i grandi tesori della sua benignità; e senza la cui luce il nostro intelletto è così accecato da non poter vedere nulla, così privo di ogni senso da non poter percepire nulla delle cose spirituali.
Ma per una grazia di Dio che essi considerano, noi ne riconosciamo tre.
- Primo, il Signore ci insegna e istruisce mediante la sua Parola.
- Secondo, ci conferma mediante i suoi Sacramenti.
- Terzo, mediante la luce del suo Spirito Santo illumina il nostro intendimento e dà ingresso nei nostri cuori sia alla Parola sia ai Sacramenti, i quali altrimenti batterebbero soltanto alle orecchie e si presenterebbero agli occhi, ma non penetrerebbero né muoverebbero l’interiorità.
4:14:9 - La vera efficacia: lo Spirito come causa, i Sacramenti come strumenti
Desidero che i lettori siano avvertiti che, quando attribuisco ai Sacramenti l’ufficio di confermare e accrescere la fede, non intendo dire che essi abbiano in sé una virtù permanente per farlo; ma che sono stati istituiti da Dio a tale fine. Essi producono la loro efficacia quando il Maestro interiore delle anime vi aggiunge la sua virtù, mediante la quale sola i cuori sono penetrati e gli affetti toccati per dare accesso ai Sacramenti. Se Egli manca, essi non possono arrecare alle menti più beneficio di quanto la luce del sole ne arrechi ai ciechi, o una voce sonora alle orecchie sorde.
Perciò pongo questa differenza tra lo Spirito e i Sacramenti: riconosco che la virtù risiede nello Spirito, non lasciando ai Sacramenti altro che l’essere strumenti di cui il Signore si serve verso di noi; strumenti che sarebbero inutili e vani senza l’operazione dello Spirito, ma che sono pieni di efficacia quando lo Spirito opera interiormente.
È ora evidente come, secondo la mia opinione, la fede sia confermata dai Sacramenti: allo stesso modo in cui gli occhi vedono mediante la luce del sole e le orecchie odono mediante il suono della voce. Certamente la luce non farebbe nulla per gli occhi, se non vi fosse la facoltà di vedere; né il suono per le orecchie, se non vi fosse l’udito.
Se dunque è vero (come deve essere stabilito tra noi) che l’operazione dello Spirito Santo per generare, mantenere, conservare e stabilire la fede è simile alla vista dell’occhio e all’udito dell’orecchio, ne segue che i Sacramenti non giovano a nulla senza la sua virtù; e tuttavia ciò non impedisce affatto che nei cuori già istruiti da Lui la fede sia corroborata e accresciuta dai Sacramenti.
Vi è solo questa differenza: che i nostri occhi e le nostre orecchie hanno naturalmente la facoltà di vedere e udire; ma lo Spirito Santo esercita questo stesso ufficio nelle nostre anime per una grazia speciale oltre il corso della natura.
4:14:10 - Nessuna ingiuria allo Spirito, ma cooperazione ordinata
Per questa ragione sono anche sciolte le obiezioni che alcuni sono soliti fare: che se attribuiamo alle creature l’accrescimento o la conferma della fede, facciamo ingiuria allo Spirito di Dio, che solo deve essere riconosciuto autore di essa. Non gli togliamo affatto la lode che gli appartiene, poiché ciò che si dice confermare e accrescere non è altro che preparare, mediante la sua illuminazione, il nostro spirito a ricevere la conferma proposta nei Sacramenti.
Se ciò è ancora detto troppo oscuramente, sarà chiarito con questa similitudine. Se si vuole persuadere qualcuno a fare qualcosa, si meditano tutte le ragioni per attrarlo a quella decisione e quasi costringerlo ad acconsentire. Ma non è ancora fatto nulla, se la persona con cui si tratta non è di giudizio vivo e acuto, capace di comprendere il peso delle ragioni addotte; se non è anche di natura docile, incline a obbedire a buona dottrina; se infine non ha concepito tale opinione della lealtà e prudenza di chi gli dà consiglio, da formarsi quasi un mezzo giudizio per ricevere ciò che gli sarà proposto. Vi sono infatti molte teste dure che nessuna ragione potrà mai piegare. Quando la probità è sospetta o l’autorità disprezzata, non si ottiene nulla, neppure presso chi sarebbe altrimenti disposto. Al contrario, quando tutte queste cose sono congiunte, faranno sì che il consiglio dato sia volontariamente ricevuto, mentre altrimenti sarebbe stato disprezzato.
L’operazione dello Spirito Santo è simile in questo. Affinché la Parola non batta invano alle orecchie o i Sacramenti non siano presentati invano agli occhi, Egli dichiara che è Dio che parla lì, e ammorbidisce la durezza del nostro cuore per prepararci all’obbedienza dovuta alla sua Parola. In definitiva, Egli trasferisce alle orecchie dello spirito tanto le parole quanto i Sacramenti.
Non vi è dunque alcun dubbio che tanto la Parola quanto i Sacramenti confermino la nostra fede, mostrandoci come davanti agli occhi la benevolenza del nostro Padre celeste verso di noi; nella cui conoscenza consiste la fermezza della nostra fede, e in essa riposa tutta la sua forza.
Anche lo Spirito conferma la fede, in quanto imprime nei nostri cuori tale conferma per darle efficacia. Tuttavia il Padre delle luci non è impedito dal poter illuminare le nostre anime mediante i Sacramenti, come illumina i nostri occhi corporei mediante i raggi del sole.
4:14:11 - La Parola come seme e strumento efficace
Che tale proprietà appartenga alla Parola esteriore, il Signore Gesù lo mostra quando la chiama seme. Come il seme, se cade in un luogo deserto e non lavorato, si perde senza produrre nulla; ma se è gettato in un campo ben coltivato, porta frutto in abbondanza, così la Parola di Dio, se cade in una mente dura e ribelle, rimane sterile come seme gettato sulla ghiaia del mare; ma se trova un’anima ben preparata dall’operazione dello Spirito Santo, è feconda e fertile in frutti (Matteo 13:4; Luca 8:15). Se vi è dunque una così grande somiglianza tra il seme e la Parola, come diciamo che il grano cresce, si sviluppa e giunge a perfezione dal seme, perché non diremo anche che la fede prende il suo principio, il suo accrescimento e la sua perfezione dalla Parola?
San Paolo esprime molto bene l’una e l’altra cosa in diversi passi. Quando ricorda ai Corinzi con quale efficacia Dio si sia servito della sua predicazione, si gloria che il suo ministero sia stato spirituale, come se la virtù dello Spirito Santo fosse stata congiunta alla sua predicazione per illuminare i loro intendimenti e muovere i loro cuori (1 Corinzi 2:4).
Ma in un altro passo, volendo ammonirli sul valore della Parola di Dio quando è predicata da una persona, paragona i predicatori a coltivatori, i quali, dopo aver lavorato e faticato a coltivare la terra, non possono fare altro. Che cosa varrebbe aver coltivato, seminato e irrigato, se Dio non desse la sua virtù dall’alto? Perciò conclude che né chi pianta né chi annaffia è qualcosa, ma che tutto va attribuito a Dio che dà la crescita (1 Corinzi 3:6).
Gli Apostoli dunque predicano con l’efficacia dello Spirito Santo, in quanto Dio si serve di loro come strumenti. Ma si deve sempre mantenere questa distinzione: ricordare ciò che la persona può da sé, e ciò che è proprio di Dio.
4:14:12 - La rimozione dei Sacramenti come ritiro della promessa
È così vero che i Sacramenti sono conferma della nostra fede, che talvolta Dio, quando vuole togliere la fiducia nelle cose promesse dai Sacramenti, toglie i Sacramenti stessi.
Quando spoglia e respinge Adamo dal dono dell’immortalità, dice: “Che Adamo non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in eterno” (Genesi 3:22). Che cosa ascoltiamo qui? Quel frutto poteva forse restituire ad Adamo l’incorruttibilità già perduta? No. Ma è come se dicesse: “Il segno della mia promessa, che potrebbe dargli qualche speranza di immortalità, gli sia tolto, affinché non prenda più vana fiducia.”
Per la medesima ragione l’Apostolo, esortando gli Efesini a ricordare di essere stati un tempo stranieri alle promesse, separati dalla comunità d’Israele, senza Dio e senza Cristo, dice che non erano stati partecipi della circoncisione (Efesini 2:11-12). Con ciò significa che erano esclusi dalla promessa, poiché non ne avevano avuto il segno.
Si obietta ancora che in tal modo la gloria di Dio sarebbe trasferita alle creature, alle quali si attribuisce tanta virtù, e così sarebbe diminuita.
È facile rispondere che non attribuiamo alcuna virtù alle creature, ma diciamo soltanto che Dio fa uso di tali mezzi e strumenti che Egli stesso giudica convenienti, affinché ogni cosa serva alla sua gloria, poiché Egli è Signore e Maestro di tutto.
Come dunque Egli nutre i nostri corpi mediante il pane e altri cibi, illumina il mondo mediante il sole e lo riscalda mediante il fuoco, e tuttavia né il pane, né il sole, né il fuoco fanno nulla se non in quanto Egli, attraverso tali mezzi, ci dispensa le sue benedizioni; così similmente Egli nutre e alimenta spiritualmente la fede mediante i Sacramenti, i quali non hanno altro ufficio se non rappresentarci le sue promesse davanti agli occhi e fungere per noi da pegno.
E come non dobbiamo riporre alcuna fiducia nelle altre creature, che per la benevolenza di Dio sono destinate al nostro uso, e mediante il cui servizio Egli ci dispensa i doni della sua bontà, né dobbiamo ammirarle o glorificarle come cause del nostro bene, così la nostra fiducia non deve fermarsi ai Sacramenti, né la gloria di Dio deve essere trasferita ad essi; ma, lasciando e superando ogni cosa, la nostra fede e la nostra confessione devono elevarsi e rivolgersi a Colui che è autore dei Sacramenti e di ogni altro bene.
4:14:13 - Sul nome “Sacramento” e le false sottigliezze
Quanto al fatto che, dal nome stesso di Sacramento, si cerchi di trarre copertura per l’errore, è argomento troppo debole. Si dice che, sebbene il termine “sacramento” negli autori latini abbia molti significati, tuttavia ne abbia uno solo che convenga ai segni, cioè il giuramento solenne che il soldato presta al proprio principe o capitano quando viene arruolato.
Come infatti con tale giuramento i nuovi soldati si obbligano al loro principe o capitano, promettendogli fedeltà e dichiarandosi appartenenti alla sua milizia, così anche noi, mediante i nostri segni, confessiamo che Gesù Cristo è il nostro Capitano e attestiamo di combattere sotto la sua insegna.
Si adducono poi similitudini: come in guerra si distinguono i Francesi dagli Inglesi, perché i Francesi portano la croce bianca e gli Inglesi la croce rossa; come i Romani erano distinti dai Greci per la diversità degli abiti; come a Roma gli ordini erano distinti dai propri segni, i senatori dai cavalieri per la veste purpurea e le scarpe particolari, e i cavalieri dal popolo per l’anello; così anche noi abbiamo i nostri segni per essere distinti dagli infedeli e dagli estranei alla nostra religione.
Ma da quanto è stato detto appare che gli antichi, dando ai nostri segni il nome di Sacramenti, non hanno considerato il significato in cui gli scrittori latini usavano tale parola; piuttosto, per loro comodità, le hanno attribuito questo nuovo significato, per designare semplicemente i segni sacri.
Se vogliamo sottilizzare di più, è verosimile che abbiano trasferito questo nome per la medesima ragione per cui hanno fatto con il termine “fede”. Infatti, sebbene fede significhi propriamente la lealtà nel mantenere una promessa, essi l’hanno presa per indicare la certezza o persuasione che si ha di quella verità.
Così, sebbene il sacramento sia il giuramento con cui il soldato si obbliga al capitano, essi l’hanno usato per significare il segno di cui il capitano si serve per ricevere i soldati nella sua milizia. Poiché il Signore, mediante i suoi Sacramenti, ci promette che sarà il nostro Dio e che noi saremo il suo popolo.
Lasciamo però tali sottigliezze. Credo di aver mostrato con argomenti chiari che gli antichi, chiamando Sacramenti i nostri segni, non avevano altro intento che indicare che sono segni di realtà sante e spirituali.
Accettiamo pure le similitudini tratte dalle insegne dei soldati; ma non sopportiamo che ciò che nei Sacramenti è secondario sia posto al primo posto, e che non vi si riconosca altro. La considerazione principale deve essere questa: che i Sacramenti servono alla nostra fede verso Dio; la seconda, che servono a testimoniare la nostra confessione davanti alle persone. Secondo questa seconda ragione le similitudini sono buone e convenienti, purché la prima resti fondamentale; altrimenti i Sacramenti avrebbero ben poca forza, se non servissero a sostenere la nostra fede e non fossero accessori della dottrina.
4:14:14 - Contro la falsa attribuzione di grazia automatica ai Sacramenti
D’altra parte, dobbiamo essere avvertiti che, come alcuni distruggono l’efficacia dei Sacramenti e ne aboliscono l’uso, così altri, al contrario, attribuiscono ai Sacramenti certe non so quali virtù segrete, che non si legge mai essere state loro date da Dio.
Con tale errore sono ingannati i semplici e gli ignoranti, i quali si abituano a cercare i doni e le grazie di Dio dove non si possono trovare, e sono a poco a poco distolti da Lui per seguire pure vanità al posto della sua verità.
Le scuole dei sofisti hanno stabilito unanimemente che i Sacramenti della nuova Legge, cioè quelli di cui ora usa la Chiesa cristiana, giustificano e conferiscono grazia, purché non si opponga l’ostacolo del peccato mortale.
Non si potrebbe spiegare abbastanza quanto sia perniciosa questa opinione, tanto più che per così lunghi anni è stata accolta con grande danno della Chiesa, e ancora dura in gran parte del mondo.
Essa è pienamente diabolica: poiché, promettendo giustizia senza fede, getta le coscienze nella confusione e nella dannazione. Inoltre, facendo del Sacramento una causa di giustizia, lega e avviluppa le menti umane in questa superstizione, che si appoggino piuttosto a una cosa corporale che a Dio, poiché sono naturalmente troppo inclini alla terra.
Che cos’è infatti il Sacramento preso senza fede, se non la rovina della Chiesa? Poiché nulla se ne deve attendere se non in virtù della promessa, la quale non annuncia meno l’ira di Dio agli increduli di quanto presenti la sua grazia ai fedeli. Chi dunque pensa di ricevere dai Sacramenti altro bene che quello che accoglie per fede, come gli è presentato nella Parola, si inganna gravemente.
Da ciò si può inferire che la fiducia della salvezza non dipende dalla partecipazione ai Sacramenti, come se la giustizia fosse in essi collocata; giustizia che sappiamo essere situata in Gesù Cristo solo, e non ci è meno comunicata mediante la predicazione dell’Evangelo che mediante la testimonianza dei Sacramenti, e può sussistere pienamente anche senza di essi.
È vero quanto dice sant’Agostino: il segno visibile spesso appare senza la santificazione invisibile; e, viceversa, la santificazione può essere senza il segno visibile. Come egli dice altrove, talvolta le persone ricevono Gesù Cristo solo fino alla ricezione dei Sacramenti, talvolta fino alla santificazione della vita. La prima è comune ai buoni e ai malvagi; la seconda è propria soltanto dei fedeli.
4:14:15 - Distinzione tra il Sacramento e la cosa significata
A ciò si riferisce la distinzione che lo stesso Dottore pone tra il Sacramento e la cosa, purché sia ben intesa. Egli non intende soltanto che nel Sacramento sono comprese la figura e la verità, ma che esse non sono così legate insieme che l’una non possa essere senza l’altra; e che, anche quando sono congiunte, si deve discernere la cosa dal segno, per non trasferire all’uno ciò che è proprio dell’altra.
Quanto alla separazione, egli ne parla quando dice che i Sacramenti hanno il loro effetto solo negli eletti. E altrove, parlando dei Giudei: sebbene i Sacramenti fossero comuni a tutti, la grazia non era comune, la quale è la virtù dei Sacramenti. Così anche ora il Sacramento della rigenerazione è comune a tutti; ma la grazia per la quale siamo fatti membra di Cristo per essere rigenerati non è comune a tutti.
Parlando poi della Cena del Signore: “Oggi abbiamo tutti ricevuto il cibo visibile; ma una cosa è il Sacramento, e un’altra la sua virtù. Perché molti vengono all’altare e ricevono a loro condanna ciò che ricevono? Il boccone che il Signore diede a Giuda fu per lui veleno; non perché fosse cattivo in sé, ma perché colui che lo riceveva, essendo malvagio, lo riceveva male.”
E poco dopo: “Il Sacramento dell’unità spirituale che abbiamo con Cristo è presentato alla tavola del Signore agli uni per vita, agli altri per morte; ma la realtà di cui è figura è per vita a tutti, e non può essere per morte.” E ancora: “Chi ne avrà mangiato non morirà; ma intendo chi avrà la verità del Sacramento, non il Sacramento visibile; chi l’avrà mangiato interiormente e non esteriormente; chi l’avrà mangiato con il cuore, non solo masticato con i denti.”
Vediamo in tutti questi passi come egli attesti che la verità del Sacramento è separata dalla figura a causa dell’indegnità di coloro che lo ricevono male, cosicché rimane solo una figura vuota e inutile. Chi dunque vuole avere il segno con la cosa, e non vuoto della sua verità, deve afferrare con fede la Parola che vi è racchiusa. E così, nella misura in cui la persona trarrà profitto dai Sacramenti nella comunione di Cristo, ne riceverà tanto beneficio.
4:14:16 - Cristo, sostanza dei Sacramenti
Se ciò è oscuro a motivo della brevità, lo spiegherò più diffusamente. Dico che Gesù Cristo è la materia o la sostanza di tutti i Sacramenti, poiché tutti hanno in Lui la loro fermezza e non promettono nulla al di fuori di Lui. Per questo è tanto meno sopportabile l’errore del Maestro delle Sentenze, il quale li considera espressamente causa di giustizia e di salvezza. Poiché essi non tendono se non a escludere tutte le cause che l’intelletto umano si forgia, per trattenerci in Gesù Cristo.
Nella misura dunque in cui, mediante essi, siamo aiutati a nutrire, confermare e accrescere in noi la conoscenza di Gesù Cristo, o a possederlo più pienamente e godere dei suoi beni, in quella stessa misura essi hanno efficacia verso di noi, e non oltre. Ciò avviene quando riceviamo con vera fede ciò che in essi ci è offerto.
Qualcuno chiederà: come possono dunque i malvagi, con la loro ingratitudine, rendere vana l’ordinanza di Dio e farle perdere la sua virtù? Rispondo che non intendo dire che la forza e la verità del Sacramento dipendano dalla condizione o natura di chi lo riceve; poiché ciò che Dio ha istituito una volta rimane fermo e conserva sempre la sua proprietà, per quanto gli esseri umani possano variare.
Ma offrire è una cosa, ricevere un’altra. Non vi è dunque inconveniente che un Sacramento del Signore sia veramente ciò che è detto e proclamato essere, e che tuttavia una persona malvagia non ne tragga alcuna utilità.
Sant’Agostino scioglie bene questa questione in poche parole: “Se lo ricevi carnalmente, non per questo cessa di essere spirituale; ma non è per te.”
Come questo santo Dottore ha mostrato nel passo già citato che il Sacramento non è nulla quando è separato dalla sua verità, così altrove ammonisce che, congiungendo l’uno con l’altra, dobbiamo guardare di non fermarci eccessivamente al segno esteriore: “È vizio di servile infermità seguire la lettera e prendere i segni al posto delle cose; ma è errore anche prendere i segni in modo tale che non ne venga alcuna utilità.”
Egli indica due vizi da cui dobbiamo guardarci: il primo, quando prendiamo i segni come se fossero dati invano e, annullandone la virtù con falsa interpretazione, facciamo perire il frutto che ne doveva venire; il secondo, quando non elevando il nostro intelletto al di sopra del segno visibile, attribuiamo ad esso la gloria delle grazie che ci sono conferite solo da Gesù Cristo, e per mezzo del suo Spirito, il quale ci rende partecipi di Lui, anche con l’aiuto dei segni esterni. Se questi ci conducono a Cristo, bene; ma se sono separati da Lui, tutta la loro utilità cade.
4:14:17 - I Sacramenti offrono Cristo, ma solo la fede li riceve
Riteniamo dunque questa conclusione: i Sacramenti non hanno altro ufficio che la Parola di Dio, cioè offrirci e presentarci Gesù Cristo, e in Lui i tesori della sua grazia celeste. Non servono né giovano se non a coloro che li prendono e ricevono con fede; così come il vino, l’olio o qualsiasi altro liquido, se versato su un vaso la cui bocca non sia aperta, si spande a terra; e anche se il vaso è bagnato all’esterno, rimane secco e vuoto dentro.
Dobbiamo inoltre guardarci da un altro errore vicino a questo, leggendo quanto gli antichi, per esaltare la dignità dei Sacramenti, ne hanno detto onorevolmente, affinché non immaginiamo che vi sia in essi qualche virtù segreta così annessa da far sì che le grazie dello Spirito Santo siano distribuite e amministrate in essi come il vino in una coppa.
Il loro ufficio è soltanto di testimoniare e confermare la benevolenza e il favore di Dio verso di noi, e non giovano affatto se lo Spirito Santo non viene, aprendo i nostri intendimenti e i nostri cuori e rendendoci capaci di tale testimonianza.
In ciò si manifestano chiaramente diverse grazie di Dio e distinte tra loro. I Sacramenti, come abbiamo già accennato, svolgono da parte di Dio lo stesso ufficio che i messaggeri di buone notizie da parte degli esseri umani: non ci conferiscono il bene, ma soltanto annunciano e mostrano le cose che ci sono date per liberalità di Dio, o ci sono date come caparra per ratificarle.
Lo Spirito Santo, che non è dato indifferentemente a tutti mediante i Sacramenti, ma che Dio dona particolarmente ai suoi, è colui che porta con sé le grazie di Dio, che fa posto in noi ai Sacramenti e li fa fruttificare.
Non neghiamo che il Signore assista alla sua istituzione con una virtù assai presente del suo Spirito, affinché l’amministrazione dei Sacramenti che Egli ha ordinato non sia vana e infruttuosa; tuttavia insegniamo che la grazia interiore dello Spirito, come è distinta dal ministero esteriore, così deve essere considerata separatamente da esso.
Dio dunque compie ciò che promette nelle figure, e i segni non sono senza il loro effetto, per mostrare, quando è necessario, che il loro Autore è verace e fedele. Si tratta solo di sapere se Dio operi con la sua propria virtù intrinseca, o se trasferisca il suo ufficio ai segni esterni. Io ritengo risolto questo punto: qualunque strumento Egli applichi al suo uso, non è per derogare in alcun modo alla sua sovrana potenza.
Con tale dottrina sui Sacramenti, la loro dignità è sufficientemente illustrata, il loro uso dimostrato e la loro utilità raccomandata. Si mantiene una buona moderazione, non attribuendo loro più del dovuto né togliendo ciò che loro compete.
Così cade la falsa immaginazione di rinchiudere nei Sacramenti la virtù di giustificarci e le grazie dello Spirito Santo, come se ne fossero vasi; e si esprime chiaramente ciò che altri hanno omesso, cioè che sono strumenti mediante i quali Dio opera secondo il suo beneplacito.
Dobbiamo anche notare che è Dio che compie interiormente ciò che il ministro figura e testimonia con l’atto esteriore, affinché non attribuiamo a un mortale ciò che Dio riserva a sé.
Di questo sant’Agostino ci avverte saggiamente: “Come santificano insieme Dio e Mosè? Mosè non santifica al posto di Dio, ma solo con segni visibili secondo il suo ministero; Dio invece santifica con grazia invisibile mediante il suo Spirito. In ciò consiste tutta la virtù dei Sacramenti visibili. Che profitto avrebbero, se non vi fosse questa santificazione invisibile?”
4:14:18 - I Sacramenti nell’antica economia
Il nome di Sacramento, come lo abbiamo fin qui considerato, comprende in generale tutti i segni che Dio abbia mai assegnato agli esseri umani per assicurarli della verità delle sue promesse. Talvolta ha voluto che fossero in cose naturali, talvolta in miracoli.
Della prima forma sono esempi l’albero della vita dato ad Adamo ed Eva come pegno di immortalità, affinché fossero certi di averla finché ne avessero mangiato il frutto (Genesi 2:17; 3:3); e l’arcobaleno dato a Noè come segno che non avrebbe più distrutto la terra con il diluvio (Genesi 9:13).
Adamo e Noè ebbero queste cose come Sacramenti: non perché l’albero potesse dare immortalità, né perché l’arcobaleno, che è solo rifrazione dei raggi del sole contro le nubi, avesse virtù di trattenere le acque; ma perché erano segnati dalla Parola di Dio per essere segni e sigilli delle sue promesse.
L’albero era albero e l’arcobaleno era arcobaleno; ma dopo essere stati segnati dalla Parola di Dio, ricevettero nuova forma per essere ciò che prima non erano.
E ancora oggi l’arcobaleno è per noi testimonianza di quella promessa fatta a Noè; ogni volta che lo guardiamo, riconosciamo in esso la promessa che la terra non sarà più distrutta dal diluvio. Se qualche filosofo, per deridere la semplicità della nostra fede, dicesse che quella varietà di colori deriva naturalmente dalla rifrazione dei raggi del sole nella nube, noi lo concederemmo; ma potremmo rimproverargli di non riconoscere Dio come Signore della natura, che usa tutti gli elementi secondo la sua volontà per la sua gloria.
Se Egli avesse inciso tali segni nel sole, nelle stelle, nella terra o nelle pietre, anch’essi sarebbero Sacramenti. Come il metallo grezzo non ha lo stesso valore della moneta coniata, benché sia lo stesso metallo, perché la seconda riceve un’impronta e un valore pubblico, così Dio può segnare le sue creature con la sua Parola, affinché diventino Sacramenti.
Della seconda forma sono esempi la lampada ardente apparsa ad Abramo (Genesi 15:17), la rugiada sul vello di Gedeone (Giudici 6:37), e l’ombra dell’orologio che retrocede per Ezechia (2 Re 20:9; Isaia 38:7-8). Poiché queste cose furono fatte per sostenere e confermare la debolezza della loro fede, furono per loro Sacramenti.
4:14:19 - Definizione dei Sacramenti ordinari della Chiesa
Ora però trattiamo specialmente dei Sacramenti che il Signore ha costituito ordinari nella sua Chiesa per nutrire e mantenere i suoi in una sola fede e nella confessione di essa.
Come dice sant’Agostino, le persone non possono unirsi in alcuna religione, vera o falsa, se non mediante qualche Sacramento. Dio, vedendo fin dal principio questa necessità, ordinò ai suoi servitori certe cerimonie come esercizi di religione, che Satana poi ha corrotto e pervertito in superstizioni idolatriche.
Ma i segni dei pagani, non fondati sulla Parola di Dio né riferiti alla verità che è il fine di tutti i Sacramenti, non sono degni di essere annoverati quando si parla dei Sacramenti ordinati dal Signore e conservati nella loro purezza.
Essi consistono non solo in segni ma anche in cerimonie; e, come sono dati da Dio quali testimonianze della sua grazia nella nostra salvezza, così sono anche segni della nostra professione, mediante i quali pubblicamente ci dichiariamo per Dio, impegnandogli la nostra fedeltà.
Si possono dunque definire tali Sacramenti come cerimonie mediante le quali il Signore esercita il suo popolo: primo, a nutrire, esercitare e confermare la fede nel cuore; poi a testimoniare la religione davanti alle persone.
4:14:20 - Sacramenti antichi e nuovi: una sola sostanza, diversa economia
Questi Sacramenti sono stati diversi secondo la dispensazione dei tempi, nei quali il Signore ha voluto rivelarsi in modi differenti.
Ad Abramo e alla sua posterità fu comandata la circoncisione (Genesi 17:10), alla quale furono poi aggiunte abluzioni e sacrifici e altre figure sotto la Legge mosaica (Levitico 1:2). Questi furono i Sacramenti dei Giudei fino alla venuta del Signore Gesù Cristo.
Con la sua venuta essi furono aboliti e ne furono istituiti due altri, di cui ora usa la Chiesa cristiana: il Battesimo e la Cena del Signore (Matteo 28:19; 26:26).
Parlo dei Sacramenti ordinari per tutta la Chiesa; quanto all’imposizione delle mani per l’ordinazione dei ministri, sebbene possa essere chiamata Sacramento, non la annovero tra quelli ordinari comuni a tutti.
Gli antichi Sacramenti dei Giudei avevano lo stesso fine dei nostri: condurre a Gesù Cristo, o piuttosto, come immagini, presentarlo e farlo conoscere. Poiché nessuna promessa di Dio è stata fatta agli esseri umani se non in Gesù Cristo (2 Corinzi 1:20), necessariamente i Sacramenti, insegnandoci le promesse di Dio, devono mostrarci Cristo.
La sola differenza è questa: quelli antichi prefiguravano il Cristo promesso e atteso; i nostri attestano e insegnano che Egli è già stato dato e manifestato.
4:14:21 - I Sacramenti dell’antico patto: circoncisione, purificazioni e sacrifici
Quando tutte queste cose saranno spiegate ciascuna a parte, saranno intese con maggiore chiarezza.
Anzitutto, la circoncisione era per i Giudei un segno per ammonirli che tutto ciò che procede dalla semenza dell’essere umano, cioè tutta la sua natura, è corrotta e ha bisogno di essere circoncisa e recisa. Inoltre era per loro una certificazione e un ricordo per confermarli nella promessa fatta ad Abramo della semenza benedetta, nella quale dovevano essere benedette tutte le nazioni della terra, e dalla quale anch’essi dovevano attendere la loro benedizione (Genesi 22:18).
Ora, questa semenza salutare, come insegna san Paolo, era Gesù Cristo (Galati 3:16), nel quale solo speravano di recuperare ciò che avevano perduto in Adamo. Perciò la circoncisione era per loro ciò che san Paolo dice che fu per Abramo, cioè un sigillo della giustizia della fede (Romani 4:11), mediante il quale fossero sempre più confermati che la fede, con cui attendevano quella semenza benedetta, era e sarebbe sempre stata imputata loro da Dio a giustizia.
Le abluzioni e purificazioni mostravano loro la loro impurità, la loro lordura e contaminazione naturale, e insieme promettevano un altro lavacro, mediante il quale sarebbero stati purificati e mondati dalle loro macchie: e questo lavacro era Gesù Cristo, per il cui sangue siamo purificati, per le cui piaghe siamo guariti, così che le nostre sozzure sono coperte affinché portiamo una vera purezza davanti a Dio (Ebrei 9:1, 14; 1 Giovanni 1:7; Apocalisse 1:6; 1 Pietro 2:24).
I sacrifici li convincevano dei loro peccati e iniquità e insegnavano loro che era necessario che fosse fatta una soddisfazione alla giustizia di Dio; e che vi sarebbe stato un grande Sommo Sacerdote, mediatore tra Dio e le persone, che avrebbe soddisfatto tale giustizia mediante lo spargimento di sangue e l’offerta di un sacrificio accettevole per la remissione dei peccati.
Questo grande Sacerdote è stato Gesù Cristo; l’effusione è stata del suo sangue; Egli stesso è stato il sacrificio (Ebrei 4:14; 5:5; 9:11). Si è offerto al Padre, obbediente fino alla morte, e mediante tale obbedienza ha abolito la disobbedienza dell’essere umano (Filippesi 2:8; Romani 5:19), che aveva provocato l’indignazione di Dio.
4:14:22 - Battesimo e Cena: Cristo manifestato in acqua e sangue
Quanto ai nostri due Sacramenti, essi ci presentano tanto più chiaramente Gesù Cristo, quanto più Egli è stato manifestato da vicino alle persone, da quando è stato realmente dato e rivelato come promesso dal Padre.
Il Battesimo ci rende testimonianza che siamo purificati e lavati; la Cena dell’Eucaristia che siamo redenti. Nell’acqua è figurata l’abluzione; nel sangue, la soddisfazione. Entrambe le cose si trovano in Gesù Cristo, il quale, come dice san Giovanni, è venuto in acqua e in sangue (1 Giovanni 5:6), cioè per purificare e redimere.
Di ciò è testimone lo Spirito di Dio; anzi, tre sono i testimoni: l’acqua, il sangue e lo Spirito. Nell’acqua e nel sangue abbiamo la testimonianza della nostra purificazione e redenzione; e lo Spirito Santo, che è il principale testimone, approva in noi questa testimonianza, ce la fa credere, comprendere e riconoscere.
Questo alto mistero è stato mostrato quando dal costato sacro di Gesù Cristo, pendente sulla croce, uscirono sangue e acqua (Giovanni 19:34). Per questo sant’Agostino ha detto molto bene che quel costato è la fonte da cui sono scaturiti i nostri Sacramenti.
Non vi è dubbio che, se si confronta un tempo con l’altro, la grazia dello Spirito Santo si manifesti ora più ampiamente. Ciò conviene alla gloria del regno di Cristo, come appare in molti passi, specialmente nel capitolo settimo del Vangelo secondo Giovanni.
Così si deve intendere ciò che dice san Paolo, che sotto la Legge vi erano ombre, mentre il corpo è in Cristo (Colossesi 2:17). Non intende annullare l’efficacia dei segni antichi, mediante i quali Dio si è mostrato verace verso i Padri, come oggi verso di noi nel Battesimo e nella Cena; ma ha voluto magnificare per confronto ciò che ci è dato, affinché nessuno si meravigli dell’abolizione delle cerimonie legali alla venuta di Cristo.
4:14:23 - Unità di sostanza tra i Sacramenti antichi e nuovi
Quanto poi alla grande differenza che i Dottori della scuola pongono tra i Sacramenti dell’antica e della nuova Legge, come se i primi avessero solo figurato in aria la grazia di Dio e i secondi la conferissero realmente, tale dottrina deve essere del tutto respinta.
L’Apostolo non parla meno altamente degli uni che degli altri, insegnando che i nostri Padri dell’Antico Testamento mangiarono lo stesso cibo spirituale che noi (1 Corinzi 10:3), e spiegando che quel cibo era Cristo. Chi oserà dire vuoto e senza sostanza un segno che mostrava ai Giudei la vera comunione di Gesù Cristo?
Il contesto aiuta a comprendere l’intenzione dell’Apostolo. Volendo impedire che qualcuno, sotto pretesto della grazia di Dio, disprezzasse la sua giustizia, propone esempi della sua severità verso i Giudei; e affinché nessuno si ritenesse privilegiato, li rende del tutto uguali a noi, specialmente nei Sacramenti, comuni agli uni e agli altri.
Non è lecito attribuire più al Battesimo di quanto lo stesso Apostolo attribuisce alla circoncisione, chiamandola sigillo della giustizia della fede (Romani 4:11). Tutto ciò che oggi abbiamo nei nostri Sacramenti, i Giudei l’avevano nei loro: Gesù Cristo con le sue ricchezze spirituali. E la virtù che hanno i nostri Sacramenti, l’avevano anche i loro: essere segni e conferme della benevolenza di Dio per la salvezza.
Se avessero ben compreso la disputa condotta nell’Epistola agli Ebrei, non sarebbero caduti in tale errore. Leggendo che i peccati non erano cancellati dalle cerimonie legali e che le ombre non avevano in sé virtù di giustificare (Ebrei 10:1), e non considerando la comparazione che dovevano notare, si sono attaccati alla parola che la Legge non ha giovato nulla ai suoi osservatori, pensando che non vi fossero che figure vane e vuote.
Ma l’intenzione dell’Apostolo è semplicemente di annullare la Legge cerimoniale in quanto separata da Cristo, dal quale sola essa prende tutta la sua efficacia.
4:14:24 - La circoncisione non inferiore al Battesimo
Si potrà presumere ciò che l’Apostolo dice ai Romani della circoncisione, cioè che essa non è di alcun valore in sé e non giova a nulla davanti a Dio (Romani 2:25; 1 Corinzi 7:19; Galati 6:15), donde sembrerebbe farla molto inferiore al Battesimo. Ma ciò non è vero.
Tutto ciò che è detto in quei passi potrebbe essere detto altrettanto giustamente del Battesimo, e in parte è effettivamente detto. Anzitutto da san Paolo, quando insegna che Dio non si compiace dell’abluzione esteriore (1 Corinzi 10:5), se non quando il cuore è purificato interiormente e persevera nella purezza fino alla fine. In secondo luogo da san Pietro, quando attesta che la verità del Battesimo non consiste nella purificazione esterna, ma nella buona coscienza (1 Pietro 3:21).
Si obietterà però che altrove egli sembra disprezzare del tutto la circoncisione fatta da mano d’uomo, paragonandola alla circoncisione spirituale di Cristo (Colossesi 2:11). Rispondo che neppure questo passo le toglie dignità.
San Paolo disputa contro coloro che costringevano i fedeli a circoncidersi come se fosse cosa necessaria, benché la circoncisione fosse già stata abolita. Egli ammonisce dunque i fedeli a non attardarsi più nelle ombre antiche, ma nella verità. “Questi dottori vi spingono a essere circoncisi nel corpo; ma voi siete già circoncisi spiritualmente, nel corpo e nell’anima: avete dunque una realtà molto migliore dell’ombra.”
Si potrebbe replicare che non si doveva per questo disprezzare la figura, benché si possedesse la realtà, poiché i Padri dell’Antico Testamento erano stati circoncisi nello spirito e nel cuore, e tuttavia il Sacramento non era stato per loro superfluo. L’Apostolo previene questa obiezione dicendo che siamo stati sepolti con Cristo nel Battesimo. Con ciò mostra che il Battesimo è oggi per i cristiani ciò che era la circoncisione per gli antichi; e quindi non si possono costringere i cristiani alla circoncisione senza fare ingiuria al Battesimo.
4:14:25 - Le “ombre” della Legge e la loro relazione a Cristo
Si porterà ancora un altro argomento: che l’Apostolo aggiunge che tutte le cerimonie giudaiche erano ombre delle cose future, e che il corpo è in Cristo. Quanto è trattato dal capitolo settimo fino alla fine del decimo dell’Epistola agli Ebrei è ancora più evidente a questo proposito: vi si dice che il sangue degli animali non toccava la coscienza; che la Legge aveva soltanto l’ombra dei beni futuri, non la loro esatta immagine; e che gli osservatori della Legge mosaica non potevano ottenere la perfezione mediante essa (Ebrei 9:9; 10:2, 4).
Rispondo, come già sopra, che san Paolo non chiama le cerimonie “ombre” come se non avessero nulla di fermo o di solido, ma perché il loro compimento era sospeso fino alla manifestazione di Cristo. Aggiungo che egli non tratta tanto dell’efficacia o della virtù delle cerimonie, quanto del loro modo di significare.
Finché Cristo non fu rivelato nella carne, i Sacramenti dell’Antico Testamento lo figuravano come assente, benché Egli non cessasse di far sentire in essi ai suoi fedeli la presenza della sua grazia e di sé stesso.
Il punto principale da notare è che san Paolo non parla semplicemente della cosa in sé, ma con riguardo a coloro contro i quali disputa. Poiché combatteva contro falsi apostoli che ponevano la cristianità nelle sole cerimonie, senza riguardo a Cristo, bastava per confutarli mostrare che cosa valgono le cerimonie in sé.
È anche l’intento dell’autore dell’Epistola agli Ebrei. Ricordiamo dunque che qui non si tratta delle cerimonie prese nel loro vero e naturale significato, ma distorte in falsa e perversa interpretazione; non dell’uso legittimo, ma dell’abuso superstizioso.
Non è dunque da meravigliarsi che le cerimonie, così separate da Cristo, siano spogliate di ogni virtù: poiché tutti i segni si riducono a nulla quando la cosa significata è tolta.
Così Gesù Cristo, parlando a coloro che della manna non stimavano altro se non che fosse cibo per il ventre, adatta la sua parola alla loro rozzezza e dice che darà loro un cibo migliore per nutrirli nella speranza dell’immortalità (Giovanni 6:27).
Se si vuole una soluzione più chiara, la sostanza è questa:
- primo, tutte le cerimonie della Legge di Mosè non sono che fumo e vanità, se non sono riferite a Cristo;
- secondo, Cristo ne è stato il fine e lo scopo, così che, quando è stato rivelato nella carne, esse hanno dovuto cessare; infine, era necessario che fossero abolite alla sua venuta, come l’ombra svanisce quando domina la piena luce del sole.
4:14:26 - Le lodi iperboliche degli antichi e l’errore dei sofisti
È possibile che questi poveri sofisti siano caduti in tale errore perché ingannati dalle eccessive lodi dei Sacramenti che si leggono presso gli antichi Dottori, come quando sant’Agostino dice che i Sacramenti della vecchia Legge promettevano soltanto la salvezza, mentre i nostri la danno. Non avendo compreso che tali espressioni erano iperboliche, cioè eccessive, hanno diffuso conclusioni iperboliche, ma in senso del tutto diverso da quello degli antichi.
In quel passo sant’Agostino non intende altro che ciò che egli stesso scrive altrove: che i Sacramenti della Legge mosaica preannunciavano Cristo, e i nostri lo annunciano; che quelli contenevano promesse di cose future, questi sono segni di cose compiute; che quelli figuravano Cristo quando ancora era atteso, mentre i nostri lo mostrano presente dopo che è venuto ed è stato dato. Egli parla del modo di significare, come si vede quando dice che la Legge e i Profeti avevano Sacramenti per annunciare in anticipo ciò che doveva venire, mentre i nostri annunciano che ciò che era promesso è avvenuto.
Quanto all’efficacia e alla verità, egli dimostra altrove il suo pensiero: i Sacramenti dei Giudei erano diversi nei segni, ma uguali nella cosa significata; diversi nell’apparenza visibile, ma uguali nella virtù ed efficacia spirituale. La nostra fede e quella dei Padri è una sola, in segni diversi, come parole diverse secondo i tempi.
I Padri bevvero lo stesso bevande spirituale che noi, sebbene il loro segno fosse diverso: la pietra era Cristo per loro, e ciò che ci è presentato all’altare è Cristo per noi. Se si guarda all’apparenza visibile, vi è differenza; se si guarda alla realtà interiore, è lo stesso.
Confesso tuttavia che vi è una differenza in questo: sebbene tanto gli antichi quanto i nostri Sacramenti testimonino che l’amore paterno di Dio ci è offerto in Cristo con le grazie dello Spirito Santo, i nostri ne rendono testimonianza più chiara ed evidente. Cristo si comunicava ai Padri mediante i segni antichi, ma si comunica a noi più pienamente nei nostri, secondo la natura del Nuovo Testamento rispetto al Vecchio. È quanto dice lo stesso Dottore, che dopo la rivelazione di Cristo Dio ci ha dato Sacramenti meno numerosi di quelli d’Israele, ma più eminenti nel significato e più eccellenti nella virtù.
È bene che il lettore sia avvertito anche di un altro punto: tutto ciò che i sofisti hanno blaterato sull’“opera operata” non solo è falso, ma contrario alla natura dei Sacramenti. Dio li ha istituiti affinché, privi di ogni bene, veniamo a Lui come mendicanti, non portando nulla se non la confessione della nostra indigenza.
Ne consegue che, ricevendo i Sacramenti, non meritiamo alcuna lode; anzi, poiché rispetto a noi è un atto passivo, non è lecito attribuirci alcunché. Lo chiamo atto passivo perché Dio fa tutto, e noi soltanto riceviamo. Ma i teologi della Sorbona vogliono che anche noi operiamo da parte nostra, affinché non siamo del tutto privi di merito.
Riassunto del capitolo 4:14