Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 17

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Capitolo 17

Della sacra Cena di Gesù Cristo e di ciò che essa ci apporta

4:17:1 - Il dono del banchetto spirituale

Dopo che Dio ci ha accolti una volta nella sua famiglia, non soltanto per averci come servitori, ma per tenerci nel rango dei suoi figli, Egli compie tutto ciò che conviene a un buon Padre, che si prende cura della propria casa: cioè assume anche l’impegno di sostenerci e nutrirci per tutto il corso della nostra vita. E non contentandosi di questo, ci ha dato un pegno per meglio certificarci di questa sua liberalità che non viene mai meno. Perciò, per mano del suo Figlio, ha dato alla sua Chiesa il secondo Sacramento, cioè il banchetto spirituale, nel quale Gesù Cristo ci attesta di essere il pane vivificante (Giovanni 6:51), del quale le nostre anime sono nutrite e saziate fino all’immortalità beata.

Poiché la conoscenza di questo alto mistero è assai necessaria e, per la sua grandezza, richiede una singolare diligenza - e poiché, al contrario, Satana, per privare la Chiesa di questo tesoro inestimabile, l’ha da lungo tempo oscurato, prima con nebbie leggere e poi con tenebre assai fitte, suscitando inoltre contese e dispute per rendere gli uomini disgustati di esso, e anche nel nostro tempo si è servito della medesima astuzia - mi sforzerò dapprima di esporre sommariamente ciò che è necessario conoscere, secondo la capacità delle persone semplici; poi tratterò le difficoltà con cui Satana ha cercato di avvolgere il mondo.

Anzitutto, i segni sono il pane e il vino, che rappresentano il nutrimento spirituale che riceviamo dal corpo e dal sangue di Gesù Cristo. Come Dio, rigenerandoci mediante il Battesimo, ci incorpora nella sua Chiesa e ci fa suoi per adozione, così Egli compie l’ufficio di un buon padre di famiglia, provvedendo continuamente il nutrimento adatto per conservarci nella vita alla quale ci ha generati per mezzo della sua Parola.

L’unico nutrimento delle anime è Gesù Cristo. Perciò il Padre celeste ci invita a Lui, affinché, saziandoci della sua sostanza, raccogliamo di giorno in giorno nuovo vigore, finché giungiamo all’immortalità celeste. E poiché questo mistero di comunione con Cristo è per sua natura incomprensibile, Egli ce ne mostra la figura e l’immagine in segni visibili, adattati alla nostra debolezza. Anzi, come se ci desse le caparre, ce lo rende tanto certo quanto se lo vedessimo con gli occhi: poiché questa similitudine così familiare giunge anche agli spiriti più lenti e grossolani, cioè che come il pane e il vino sostengono il nostro corpo in questa vita passeggera, così le nostre anime sono nutrite di Cristo.

Vediamo dunque a quale fine tende questo Sacramento: cioè ad assicurarci che il corpo del Signore è stato una volta sacrificato per noi in modo tale che ora lo riceviamo; e, ricevendolo, sentiamo in noi l’efficacia di quell’unica oblazione che ne è stata fatta. Parimenti, che il suo sangue è stato una volta sparso per noi in modo tale che ci è bevanda perpetua. Questo è il senso delle parole della promessa: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è dato per voi» (Matteo 26:26; Marco 14:17; Luca 22:19; 1 Corinzi 11:24). Ci è dunque comandato di prendere e mangiare il corpo che è stato una volta offerto per la nostra salvezza, affinché, vedendo che ne siamo resi partecipi, abbiamo certa fiducia che la virtù di quell’oblazione si manifesterà in noi. Perciò Egli chiama il calice “alleanza nel suo sangue”: poiché ogni volta che ci dà da bere il suo sangue santo, Egli rinnova - o meglio continua - l’alleanza che ha ratificato in esso, per la conferma della nostra fede.


4:17:2 - L’ammirabile scambio e la nostra unione con Cristo

Le nostre anime possono trarre da questo Sacramento una grande dolcezza e un frutto di fiducia: riconoscere che Gesù Cristo è così incorporato in noi, e noi in Lui, che tutto ciò che è suo possiamo chiamarlo nostro, e tutto ciò che è nostro possiamo chiamarlo suo. Perciò possiamo prometterci con certezza che la vita eterna è nostra, e che il regno dei cieli non può mancarci, non più che a Gesù Cristo stesso.

D’altra parte, i nostri peccati non possono più condannarci di quanto possano condannare Lui, poiché Egli ci ha assolti, volendo che fossero imputati a Lui come se fossero stati suoi. Questo è l’ammirabile scambio che, nella sua infinita bontà, ha voluto compiere con noi: ricevendo la nostra povertà, ci ha trasferito le sue ricchezze; portando su di sé la nostra debolezza, ci ha fortificati con la sua potenza; assumendo la nostra mortalità, ha fatto sua la nostra immortalità; ricevendo il peso delle nostre iniquità, sotto il quale eravamo oppressi, ci ha dato la sua giustizia per sostenerci su di essa; scendendo sulla terra, ha aperto per noi la via al cielo; facendosi Figlio dell’uomo, ci ha fatti figli di Dio.

4:17:3 - La forza delle parole: «per voi»

Tutte queste cose ci sono così pienamente promesse da Dio in questo Sacramento che dobbiamo essere certi e sicuri che esse ci sono lì dimostrate con tanta verità come se Gesù Cristo stesso fosse visibilmente presente davanti ai nostri occhi e sensibilmente toccato con le mani. Poiché questa parola non può venir meno né mentire: «Prendete, mangiate e bevete; questo è il mio corpo che è dato per voi; questo è il mio sangue che è sparso per la remissione dei vostri peccati».

Quando comanda di prendere, significa che Egli è nostro; quando comanda di mangiare e bere, mostra che è fatto una stessa sostanza con noi. Quando dice: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; questo è il mio sangue che è sparso per voi», dichiara che non sono tanto suoi quanto nostri, poiché li ha presi e lasciati non per suo vantaggio, ma per amore nostro e per nostro profitto.

Dobbiamo diligentemente osservare che la principale e quasi totale forza e sapore del Sacramento consiste in queste parole: «che è dato per voi», «che è sparso per voi». Altrimenti, a poco ci gioverebbe che il corpo e il sangue di Gesù Cristo ci fossero ora distribuiti, se non fossero stati una volta offerti per la nostra redenzione e salvezza. Perciò ci sono rappresentati sotto il pane e il vino, per insegnarci e mostrarci che non solo sono nostri, ma che ci sono dati per vita e nutrimento.

Come abbiamo detto, dalle cose corporali che ci sono proposte nei Sacramenti dobbiamo essere condotti, secondo una certa proporzione e similitudine, alle cose spirituali. Quando vediamo il pane presentato come segno e Sacramento del corpo di Gesù Cristo, dobbiamo subito considerare questa analogia: come il pane nutre, sostiene e conserva la vita del corpo, così il corpo di Gesù Cristo è il nutrimento per la conservazione della nostra vita spirituale. E quando vediamo il vino offerto come segno del suo sangue, dobbiamo considerare ciò che il vino opera e produce nel corpo umano, per comprendere che il sangue di Gesù Cristo opera in noi spiritualmente lo stesso effetto: conferma, fortifica, ristora e rallegra.

Se consideriamo bene quanto ci ha giovato che il corpo santissimo di Gesù sia stato dato e il suo sangue sparso per noi, vedremo chiaramente che ciò che si attribuisce al pane e al vino, secondo questa analogia, conviene loro perfettamente.

4:17:4 - Il Sacramento ci rimanda alla croce

Non è dunque lo scopo principale del Sacramento presentarci semplicemente, senza più alta considerazione, il corpo di Gesù Cristo; ma piuttosto sigillare e confermare quella promessa con la quale Egli ci dichiara che la sua carne è veramente cibo e il suo sangue bevanda, dai quali siamo nutriti alla vita eterna; e ci assicura che Egli è il pane della vita, del quale chiunque mangia vivrà in eterno.

Per fare questo - cioè per sigillare tale promessa - il Sacramento ci rimanda alla croce di Gesù Cristo, dove quella promessa è stata pienamente verificata e interamente compiuta. Non riceviamo infatti Cristo con frutto, se non in quanto è stato crocifisso, avendo una viva apprensione della virtù della sua morte.

Quando Cristo si è chiamato «Pane della vita» (Giovanni 6:35, 48), non lo ha fatto in riferimento al Sacramento (come molti hanno falsamente interpretato), ma perché era stato dato tale dal Padre, e si è manifestato tale quando, facendosi partecipe della nostra mortalità umana, ci ha resi partecipi della sua immortalità divina; quando, offrendosi in sacrificio, si è caricato della nostra maledizione per riempirci della sua benedizione; quando, nella sua morte, ha divorato e inghiottito la morte; quando, nella sua risurrezione, ha risuscitato in gloria e incorruttibilità la nostra carne corruttibile, che aveva rivestito.

4:17:5 - La manducazione per fede e la sua vera natura

Resta che tutto questo ci sia applicato. Ciò avviene quando il Signore Gesù si offre a noi con tutti i suoi beni: anzitutto mediante l’Evangelo, e più chiaramente nella Cena; e quando noi lo riceviamo con vera fede.

Non è dunque il Sacramento a fare sì che Cristo cominci a essere per noi pane di vita; ma, richiamandoci alla memoria che Egli è stato una volta fatto tale per noi, affinché ne siamo continuamente nutriti, ci fa sentire il gusto e la dolcezza di questo pane, perché ne riceviamo nutrimento. Ci certifica che tutto ciò che Cristo ha fatto e sofferto è per vivificarci; e che questa vita è perpetua.

Come Cristo non sarebbe pane di vita se non fosse una volta nato, morto e risuscitato per noi, così è necessario che la virtù di questi eventi rimanga permanente, affinché il frutto ci pervenga. Questo è espresso chiaramente nelle parole di Giovanni: «Il pane che io darò è la mia carne, che io darò per la vita del mondo» (Giovanni 6:51). Senza dubbio Egli mostrava che il suo corpo sarebbe stato pane per la vita spirituale della nostra anima, perché lo avrebbe esposto alla morte per la nostra salvezza.

Lo ha dato una volta come pane, quando lo ha consegnato per essere crocifisso nella redenzione del mondo; lo dà ogni giorno, quando, mediante la parola del suo Evangelo, si offre affinché partecipiamo di Lui in quanto crocifisso per noi; e sigilla tale partecipazione mediante il mistero della Cena, compiendo interiormente ciò che esteriormente significa.

Qui dobbiamo guardarci da due vizi. Il primo è, attenuando troppo i segni, separarli dai misteri ai quali sono in qualche modo congiunti, e così diminuirne l’efficacia. Il secondo è, esaltandoli oltre misura, oscurare la loro virtù interiore.

Nessuno, se non chi è del tutto privo di religione, negherà che Cristo sia il pane della vita, del quale i fedeli sono nutriti per la salvezza eterna. Ma non è risolto tra tutti quale sia il modo di parteciparvi. Vi sono alcuni che definiscono in una parola che mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue non è altro che credere in Lui. Ma mi sembra che Egli stesso abbia voluto esprimere qualcosa di più alto in quel solenne discorso in cui raccomanda la manducazione del suo corpo: cioè che siamo vivificati dalla vera partecipazione che ci dona di sé, la quale ha significato con i termini di mangiare e bere, affinché nessuno pensasse che ciò consista in una semplice conoscenza.

Come il mangiare il pane, e non il guardarlo, nutre il corpo, così l’anima deve essere realmente resa partecipe di Cristo per essere sostenuta alla vita eterna. Confessiamo bene che questa manducazione si compie solo per fede, poiché non se ne può immaginare un’altra; ma la differenza tra noi e coloro che sostengono l’interpretazione che confuto è questa: essi ritengono che mangiare non sia altro che credere. Io affermo che, credendo, mangiamo la carne di Cristo, e che questa manducazione è un frutto della fede; o, per dirlo più chiaramente, che la manducazione procede dalla fede.

La differenza può sembrare piccola nelle parole, ma è grande nella sostanza. Poiché, sebbene l’Apostolo insegni che Cristo abita nei nostri cuori per fede (Efesini 3:17), nessuno interpreterà che questa abitazione sia la fede stessa; ma tutti riconoscono che egli ha voluto esprimere un singolare beneficio della fede: che per mezzo di essa i fedeli ottengono che Cristo abiti in loro.

Allo stesso modo, quando il Signore si chiama «Pane della vita» (Giovanni 6:48), non ha voluto soltanto indicare che la nostra salvezza consiste nella fiducia nella sua morte e risurrezione, ma anche che, mediante la vera comunicazione che abbiamo in Lui, la sua vita è trasferita in noi e diventa nostra: proprio come il pane, quando è preso come nutrimento, comunica vigore al corpo.


4:17:6 - Sant’Agostino e la natura della manducazione

Sant’Agostino, che alcuni adducono come loro difensore, non ha scritto in altro senso che mangiamo il corpo di Cristo credendo in Lui, se non per indicare che questa manducazione procede dalla fede. Questo io non lo nego; ma aggiungo che noi riceviamo Cristo non come apparente da lontano, bensì unendosi a noi per essere nostro capo e per farci sue membra.

Non riprovo del tutto questo modo di parlare; ma dico che non è un’interpretazione sana e completa se si vuole definire che cosa sia mangiare il corpo di Gesù Cristo. Quanto alla forma dell’espressione, sant’Agostino ne fa spesso uso. Come quando, nel terzo libro della Dottrina cristiana, commentando la parola: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo, non avete vita in voi» (Giovanni 6:53), dice che vi è una figura, cioè che dobbiamo comunicare alla passione del Signore Gesù e imprimere bene nella nostra memoria che la sua carne è stata crocifissa per noi. Parimenti, quando in diverse omelie su Giovanni afferma che le tremila persone convertite dalla predicazione di san Pietro (Atti 2:41) hanno bevuto il sangue di Gesù Cristo credendo in Lui, quel sangue che avevano sparso perseguitandolo.

Ma in molti altri passi egli magnifica quanto può questa comunione che abbiamo con Gesù Cristo per mezzo della fede, dicendo che le nostre anime non sono meno nutrite dalla sua carne di quanto i nostri corpi lo siano dal pane che mangiamo. Questo è anche il senso di ciò che intende Crisostomo quando afferma che Gesù Cristo ci fa essere suo corpo non soltanto per fede, ma in effetto: non vuole dire che otteniamo tale bene se non per fede, ma soltanto escludere che si debba intendere questa comunione come una mera immaginazione.

Non mi soffermo su coloro che considerano la Cena come un semplice segno mediante il quale professiamo il nostro cristianesimo davanti agli uomini: mi pare di aver già sufficientemente confutato tale errore trattando dei Sacramenti in generale. Per ora basti questo avvertimento: poiché il calice è chiamato alleanza nel sangue di Gesù Cristo (Luca 22:20), è necessario che vi sia una promessa atta a confermare la fede. Ne segue che non si usa debitamente della Cena se non guardando a Dio per assicurarsi della sua bontà.

4:17:7 - Contro la riduzione spiritualista e contro gli eccessi grossolani

Non soddisfano nemmeno coloro che, dopo aver confessato che abbiamo una certa comunicazione al corpo di Cristo, quando vogliono spiegarla ci rendono partecipi soltanto del suo Spirito, lasciando del tutto da parte la memoria della carne e del sangue. Come se fosse detto invano che la sua carne è veramente cibo e il suo sangue veramente bevanda; che nessuno avrà vita se non chi avrà mangiato questa carne e bevuto questo sangue, e altre simili affermazioni.

Poiché è evidente che la comunicazione di cui si parla va oltre ciò che costoro affermano, prima di trattare dell’eccesso opposto, dirò brevemente fin dove essa si estende. Mi sarà infatti necessario discutere più a lungo con certi dottori o sognatori iperbolici, i quali, immaginandosi secondo la loro stoltezza un modo grossolano ed esorbitante di mangiare il corpo di Gesù Cristo e bere il suo sangue, spogliano Cristo del suo vero corpo e lo trasformano in un fantasma.

Se è lecito esprimere con parole un così grande mistero - che pure vedo bene di non poter comprendere con la mente - lo confesso volentieri, affinché nessuno misuri la sua grandezza dalle mie parole, tanto deboli da rimanere assai al di sotto. Anzi, ammonisco i lettori a non rinchiudere il loro pensiero in confini tanto stretti, ma a sforzarsi di salire più in alto di quanto io possa condurli. Quanto a me, ogni volta che tratto questa materia, dopo aver tentato di dire tutto, vedo bene che sono ben lontano dall’aver raggiunto l’eccellenza della cosa. E benché l’intelletto abbia più capacità di pensare e stimare che la lingua di esprimere, tuttavia anche esso è sopraffatto da una tale grandezza. Non mi resta dunque, alla fine, che cadere in ammirazione di questo mistero, davanti al quale l’intelletto non basta a comprendere e la lingua non è capace di spiegare. Tuttavia proporrò qui la somma della mia dottrina, la quale, come non dubito sia vera, così spero sarà approvata da tutti i cuori buoni e timorati di Dio.

4:17:8 - Cristo, Parola vivificante fatta carne

Anzitutto, la Scrittura ci insegna che Cristo, fin dal principio, è stato la Parola vivificante del Padre, fonte e origine della vita, dalla quale tutte le cose hanno ricevuto la virtù di sussistere. Perciò san Giovanni talvolta lo chiama «Parola della vita» (1 Giovanni 1:1-2), talvolta dice che la vita è sempre stata in Lui (Giovanni 1:4), volendo significare che Egli ha sempre diffuso la sua forza in tutte le creature per dare loro vita e vigore.

Tuttavia, lo stesso Giovanni aggiunge subito dopo che la vita è stata manifestata quando il Figlio di Dio, assumendo la nostra carne, si è dato a vedere e a toccare. Poiché, sebbene Egli avesse già diffuso le sue virtù nelle creature, tuttavia, poiché l’essere umano, alienato da Dio per il peccato, aveva perduto la comunicazione della vita ed era da ogni parte assediato dalla morte, aveva bisogno di essere di nuovo ricevuto nella comunione di questa Parola per recuperare qualche speranza di immortalità. Quale piccola materia di speranza avremmo, se comprendessimo che la Parola di Dio contiene in sé tutta la pienezza della vita, restando però lontani da essa e non vedendo in noi e attorno a noi altro che morte?

Ma da quando questa fonte di vita ha cominciato ad abitare nella nostra carne, essa non è più nascosta lontano da noi, bensì si offre e si presenta affinché possiamo goderne. Così Gesù Cristo ha avvicinato a noi il beneficio della vita di cui Egli è la sorgente. Inoltre, la carne che Egli ha rivestito e assunto l’ha resa vivificante, affinché, mediante la partecipazione ad essa, siamo nutriti all’immortalità: «Io sono il pane della vita, disceso dal cielo»; e ancora: «Il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo» (Giovanni 6:48, 51).

Con queste parole Egli mostra che non soltanto è la vita in quanto Parola eterna di Dio discesa dal cielo, ma anche che, discendendo, ha diffuso questa virtù nella carne che ha assunto, affinché la comunicazione giungesse fino a noi. Da qui seguono quelle affermazioni: che la sua carne è veramente cibo e il suo sangue veramente bevanda, e che l’uno e l’altro sono sostanza per nutrire i fedeli alla vita eterna.

Abbiamo dunque in questo una singolare consolazione: che nella nostra stessa carne troviamo la vita. Poiché non soltanto perveniamo ad essa, ma essa viene incontro a noi per presentarsi; basta che le apriamo il cuore per riceverla, e l’otterremo.

4:17:9 - La carne vivificante e la sorgente della vita

Sebbene la carne di Cristo non abbia in sé stessa una tale virtù da poterci vivificare - essendo stata, nella sua prima condizione, soggetta alla mortalità, e divenuta immortale ricevendo la sua forza da altrove - tuttavia è giustamente chiamata vivificante, perché è stata riempita della perfezione della vita per effondere su di noi ciò che è richiesto alla nostra salvezza.

In questo senso devono intendersi le parole del Signore: «Come il Padre ha vita in sé stesso, così ha dato al Figlio di avere vita in sé stesso» (Giovanni 5:26). In quel passo Egli non parla delle proprietà che possedeva eternamente nella sua divinità, ma di quelle che gli sono state date nella carne nella quale ci è apparso. Mostra così che la pienezza della vita abita anche nella sua umanità, affinché chiunque comunichi alla sua carne e al suo sangue ottenga la partecipazione di essa.

Questo può essere illustrato con un esempio familiare. L’acqua di una fontana basta per bere, irrigare e per altri usi; tuttavia la fontana non ha in sé stessa tale abbondanza, ma la riceve dalla sorgente che scorre continuamente per riempirla, affinché non si esaurisca mai. Così la carne di Cristo è simile a una fontana, in quanto riceve la vita che fluisce dalla sua divinità per farla poi fluire in noi.

Chi non vede dunque che la comunicazione al corpo e al sangue di Cristo è necessaria a tutti coloro che aspirano alla vita celeste? A questo tendono quelle affermazioni dell’Apostolo: che la Chiesa è il corpo di Cristo e il suo compimento; che Egli è il Capo, dal quale tutto il corpo, ben congiunto e collegato, cresce mediante le sue giunture; e che i nostri corpi sono membra di Lui (Efesini 1:23; 4:15-16; 1 Corinzi 6:15). Queste cose non possono compiersi se non mediante una vera adesione a Lui di corpo e di Spirito.

Anzi, l’Apostolo illumina questa unione con una testimonianza ancora più grande, dicendo che siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa (Efesini 5:30). E infine, per mostrare che la realtà supera ogni parola, conclude con ammirazione: «Questo è un grande mistero». Sarebbe dunque una follia disperata non riconoscere alcuna comunione nella carne e nel sangue del Signore, che san Paolo dichiara così grande da preferire stupirsene piuttosto che spiegarla con parole.

4:17:10 - La vera partecipazione e la forza dello Spirito

La conclusione è questa: le nostre anime non sono meno nutrite dalla carne e dal sangue di Gesù Cristo di quanto il pane e il vino sostengano la vita del corpo. Altrimenti, la similitudine del segno non sarebbe appropriata, se le nostre anime non trovassero in Cristo ciò di cui saziarsi. Questo non può avvenire se non mediante una vera unione con Lui, per la quale Egli ci nutre con il cibo del suo corpo e del suo sangue.

Se sembra incredibile che la carne di Cristo, così distante da noi, possa giungere fino a noi per essere nostro nutrimento, consideriamo quanto la potenza segreta dello Spirito Santo superi in altezza tutti i nostri sensi, e quale follia sarebbe voler misurare con la nostra capacità l’infinità della sua opera. La fede dunque riceva ciò che l’intelletto non può comprendere: che lo Spirito unisce realmente cose separate nello spazio.

Gesù Cristo nella Cena ci attesta e sigilla questa partecipazione della sua carne e del suo sangue, mediante la quale fa fluire la sua vita in noi, come se penetrasse nelle nostre ossa e nel nostro midollo. E non ci presenta un segno vuoto o ingannevole, ma dispiega in esso la virtù del suo Spirito per compiere ciò che promette.

Egli offre e dà questo dono a tutti coloro che si accostano a questo convito spirituale; tuttavia solo i fedeli ne partecipano realmente, poiché mediante la vera fede si rendono atti a godere di un tale beneficio. Perciò l’Apostolo dice che il pane che spezziamo è la comunione del corpo di Cristo, e il calice che santifichiamo mediante la parola dell’Evangelo e la preghiera è la comunione del suo sangue (1 Corinzi 10:16).

Né si deve obiettare che si tratti di un modo figurato di parlare, in cui il nome della cosa rappresentata è attribuito al segno. Anche se concedessimo che la frazione del pane sia segno esteriore della sostanza spirituale, potremmo comunque inferire che, poiché il segno ci è dato, anche la sostanza ci è realmente donata. Nessuno, se non volesse chiamare Dio ingannatore, oserebbe dire che Egli propone un segno vano e privo della sua verità.

Se dunque il Signore ci rappresenta realmente la partecipazione del suo corpo sotto la frazione del pane, non vi è dubbio che ce la conceda insieme al segno. I fedeli devono tenere fermamente questa regola: ogni volta che vedono i segni ordinati da Dio, concepiscano con certezza che la verità della cosa rappresentata vi è congiunta, e ne abbiano sicura persuasione. A quale scopo infatti il Signore ci darebbe nelle mani il segno del suo corpo, se non per renderci certi della partecipazione di esso? Se è vero che il segno visibile ci è dato per sigillare la donazione della cosa invisibile, dobbiamo avere questa indubitabile fiducia: prendendo il segno del corpo, prendiamo insieme anche il corpo stesso.


4:17:11 - Segno, significato, sostanza ed effetto

Dico dunque, come è sempre stato ricevuto nella Chiesa e come oggi insegnano fedelmente coloro che lo fanno rettamente, che nella santa Cena vi sono due cose: i segni visibili, che ci sono dati per la nostra infermità, e la verità spirituale, che per mezzo di essi è figurata e insieme esibita.

Quanto a questa verità, per spiegarla in modo familiare, affermo che nei Sacramenti vi sono tre elementi da considerare, oltre al segno esteriore di cui ora non è questione: primo, la significazione; secondo, la materia o sostanza; terzo, la virtù o effetto che procede dall’una e dall’altra.

La significazione consiste nelle promesse impresse nel segno. La materia o sostanza è Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. Per effetto intendo la redenzione, la giustizia, la santificazione, la vita eterna e tutti i benefici che Gesù Cristo ci apporta.

Benché tutte queste cose si ricevano per fede, tuttavia non accetto questa cavillazione: che riceviamo Cristo soltanto con l’intelligenza o con il pensiero quando si dice che lo riceviamo per fede. Le promesse infatti ce lo offrono non per farcelo contemplare in una semplice e nuda speculazione, ma per farci godere realmente della sua comunione.

Non vedo infatti come qualcuno possa confidare di avere la sua redenzione e giustizia nella croce di Gesù Cristo, e la vita nella sua morte, se non ha prima vera comunicazione con Lui. Questi beni non giungerebbero mai fino a noi, se Cristo non si facesse prima nostro.

Affermo dunque che nella Cena Gesù Cristo ci è veramente dato sotto i segni del pane e del vino - sì, il suo corpo e il suo sangue, nei quali ha compiuto ogni giustizia per acquistarci la salvezza. E questo avviene, primo, affinché siamo uniti in un solo corpo; secondo, affinché, fatti partecipi della sua sostanza, sentiamo anche la sua virtù comunicandoci tutti i suoi beni.

4:17:12 - Contro la presenza locale e materiale

Ora conviene parlare delle mescolanze iperboliche ed eccessive che la superstizione ha introdotto. Satana ha qui intrecciato illusioni con meravigliose astuzie per distogliere le menti dal cielo e appesantirle sulla terra, facendo credere che Gesù Cristo sia legato all’elemento del pane.

Anzitutto guardiamoci dall’immaginare una presenza come l’hanno sognata i sofisti, come se il corpo di Cristo discendesse sulla tavola e fosse lì posto in presenza locale per essere toccato con le mani, masticato con i denti e inghiottito con la gola. Il papa Niccolò impose a Berengario una formula di questo genere per provarne il pentimento. Sono parole così enormi e prodigiose che il glossatore del diritto canonico è costretto ad ammettere che, se i lettori non fossero prudenti, potrebbero essere indotti da esse in un’eresia peggiore di quella di Berengario.

Il Maestro delle Sentenze, pur cercando di attenuare l’assurdità, inclina piuttosto verso l’opposto. Noi non dubitiamo che il corpo di Cristo abbia la misura propria della natura di un vero corpo umano e che sia contenuto in cielo, dove è stato ricevuto fino al giorno del giudizio; riteniamo dunque illecito abbassarlo tra gli elementi corruttibili o immaginarlo presente ovunque.

E in verità ciò non è affatto necessario per partecipare di Lui, poiché il Signore Gesù, mediante il suo Spirito, ci comunica questo beneficio: che siamo fatti uno con Lui di corpo, di spirito e di anima. Il vincolo di questa congiunzione è lo Spirito Santo, che è come il canale per mezzo del quale tutto ciò che Cristo è e possiede discende fino a noi.

Se vediamo con gli occhi che il sole, splendente sulla terra, diffonde per mezzo dei suoi raggi una certa partecipazione della sua sostanza per generare, nutrire e far crescere i frutti, perché la luce e l’irradiazione dello Spirito di Cristo sarebbe minore nel comunicarci la sua carne e il suo sangue? La Scrittura, parlando della partecipazione che abbiamo con Cristo, attribuisce tutta la sua efficacia allo Spirito. Basti un solo passo: l’apostolo Paolo dichiara che Cristo abita in noi per mezzo del suo Spirito (Romani 8:9 ss.). Con ciò non distrugge la comunione del suo corpo e del suo sangue di cui ora si parla, ma mostra che lo Spirito è l’unico mezzo mediante il quale possediamo Cristo e lo abbiamo abitante in noi.

4:17:13 - La presenza “d’abitudine” e le sottigliezze scolastiche

I teologi scolastici, inorriditi da una così barbara empietà, parlano in modo un poco più sobrio o con parole velate; ma è solo per sfuggire più sottilmente. Concedono che Gesù Cristo non è rinchiuso nel pane e nel vino localmente né in modo corporeo; tuttavia inventano una nuova maniera che essi stessi non intendono e ancor meno possono spiegare.

In sostanza insegnano che bisogna cercare Cristo nella specie del pane. Quando dicono che la sostanza del pane è convertita in Lui, non attaccano forse la sua sostanza alla sola bianchezza, che affermano restare? Dicono che Egli è contenuto nella specie del pane pur rimanendo in cielo, e chiamano questa presenza “d’abitudine”.

Qualunque parola escogitino per coprire la loro menzogna, il risultato è sempre questo: che ciò che era pane diventa Cristo, così che dopo la consacrazione la sostanza di Cristo è nascosta sotto la forma del pane. Il loro Maestro delle Sentenze afferma apertamente che il corpo di Cristo, invisibile in sé stesso, è nascosto e coperto sotto l’apparenza del pane dopo la consacrazione; sicché la figura del pane sarebbe una maschera per sottrarre lo sguardo dal corpo.

4:17:14 - Contro la transustanziazione

Da qui è uscita quella fantastica transustanziazione per la quale i papisti oggi combattono con maggiore asprezza che per tutti gli altri articoli della loro fede. I primi inventori di questa opinione non riuscivano a spiegare come il corpo di Cristo fosse mescolato con la sostanza del pane senza cadere in molte assurdità; così, costretti dalla necessità, ricorsero a questo misero rifugio: che il pane è convertito nel corpo di Cristo, non nel senso che il pane diventi propriamente corpo, ma perché Cristo, per nascondersi sotto la figura del pane, ne annienta la sostanza.

È sorprendente che siano caduti in tale ignoranza e stoltezza da osare contraddire non solo tutta la Scrittura, ma anche ciò che era sempre stato tenuto nella Chiesa antica, per proporre un tale mostro. Alcuni degli antichi usarono talvolta il termine “conversione”, non per abolire la sostanza dei segni esteriori, ma per insegnare che il pane dedicato a questo mistero è diverso dal pane comune, e deve essere stimato in modo diverso.

Tuttavia tutti concordano nel dire che nella santa Cena vi sono due cose: una terrestre e una celeste; e non esitano a chiamare il pane e il vino segni terrestri. È noto che in questo punto hanno contro di sé gli antichi, che essi pure osano opporre come autorità perfino contro Dio.

Questa immaginazione è recente; era sconosciuta non solo quando la pura dottrina era ancora in vigore, ma anche quando essa era già stata contaminata da molte corruzioni. Nessuno degli antichi nega apertamente che il pane e il vino siano segni del corpo e del sangue di Cristo, sebbene talvolta, per magnificare la dignità del mistero, attribuiscano loro titoli elevati.

Quando parlano di una conversione segreta nella consacrazione, non intendono che il pane e il vino scompaiano, ma che non debbano più essere stimati come cibi comuni per nutrire il ventre, bensì come cibo e bevanda spirituali per nutrire le anime.

Se costoro insistono che, se vi è conversione, il pane deve essere annientato e il corpo di Cristo succedere al suo posto, chiedo loro quale cambiamento pensino avvenga nel Battesimo. Gli antichi riconoscono anche lì una conversione meravigliosa: un elemento corruttibile diventa lavacro spirituale delle anime; e tuttavia nessuno nega che l’acqua resti nella sua sostanza.

Se si distrugge la sostanza del segno, la natura stessa del Sacramento è sovvertita. Come al Battesimo deve esserci vera acqua per rappresentare il lavacro spirituale, così nella Cena deve esserci vero pane per rappresentare il vero corpo di Cristo. Poiché la Cena non è altro che una conferma visibile di ciò che è detto in Giovanni 6:51 - che Cristo è il pane di vita disceso dal cielo - è del tutto necessario che vi sia pane materiale e visibile per figurare quello spirituale.

Altrimenti il mezzo che Dio ci ha dato per sostenere la nostra debolezza perirebbe senza profitto. Inoltre, come potrebbe san Paolo concludere che noi, partecipando a un solo pane, siamo fatti un solo pane e un solo corpo (1 Corinzi 10:17), se vi fosse soltanto un fantasma di pane e non la vera sostanza?

4:17:15 - L’errore della consacrazione come incantesimo

In verità, non sarebbero stati così miseramente ingannati dalle illusioni di Satana se non fossero stati già stregati dall’errore secondo cui il corpo di Cristo, rinchiuso sotto il pane, sarebbe preso con la bocca per essere mandato nello stomaco. Questa fantasia brutale nasce dall’idea che la consacrazione sia come un incantesimo o una formula magica.

Ignoravano il principio che il pane non è Sacramento se non in relazione alle persone alle quali è rivolta la Parola. L’acqua del Battesimo non è mutata in sé stessa; ma quando la promessa vi è aggiunta, diventa per noi ciò che prima non era.

Un esempio simile lo chiarisce: l’acqua che sgorgava dalla roccia nel deserto serviva agli Israeliti come segno della medesima realtà che oggi ci figurano il pane e il vino nella Cena; e tuttavia era acqua che serviva anche per abbeverare il bestiame (Esodo 17:6; 1 Corinzi 10:4). Quando dunque gli elementi terrestri sono applicati all’uso spirituale della fede, la conversione avviene rispetto a noi, in quanto diventano sigilli delle promesse di Dio.

Poiché l’intenzione di Dio è di elevarci a sé mediante mezzi appropriati, coloro che, chiamandoci a Cristo, vogliono che lo cerchiamo nascosto sotto il pane fanno l’opposto. Non volevano salire a Cristo, perché l’intervallo pareva troppo lungo; così hanno cercato un rimedio più pernicioso: restare sulla terra senza bisogno di elevarsi al cielo per essere congiunti a Cristo.

Al tempo di san Bernardo la transustanziazione non era ancora conosciuta. Prima di allora era comune dire che il corpo e il sangue di Cristo sono congiunti nella Cena con il pane e il vino.

Le loro sottigliezze, come il paragone con la verga di Mosè trasformata in serpente (Esodo 4:3; 7:10), non hanno fondamento. Là si trattava di un miracolo visibile; qui, di un’illusione che nessun occhio può testimoniare. Inoltre, la natura del Sacramento richiede che la sostanza del segno corrisponda alla realtà celeste che rappresenta.

Così, poiché un errore ne genera un altro, hanno persino abusato di Geremia 11:19, dove il profeta si lamenta che hanno messo del legno nel suo pane, per allegorizzare che il corpo di Cristo fu appeso al legno. È un’interpretazione talmente forzata che basta compatire l’ignoranza di chi la propone, senza aggiungere l’impudenza di usarla per sovvertire il senso naturale del testo profetico.


4:17:16 - Contro il corpo “rinchiuso” nel pane

Altri, vedendo che non si può rompere la proporzione tra il segno e la cosa significata senza che la verità del mistero ne venga abbassata, confessano che il pane della Cena è veramente sostanza, elemento terrestre e corruttibile, e che non riceve in sé alcun cambiamento; tuttavia affermano che il corpo di Gesù Cristo vi è rinchiuso.

Se dicessero apertamente che, quando il pane ci è presentato nella Cena, vi è una vera esibizione del corpo, poiché la verità è inseparabile dal suo segno, non mi opporrei molto. Ma poiché, racchiudendo il corpo nel pane, immaginano che esso sia ovunque - il che è contrario alla sua natura - e aggiungono che è “sotto” il pane, quasi nascosto in esso, è necessario smascherare tali sottigliezze.

Essi vogliono che il corpo di Cristo sia invisibile e infinito per poter essere nascosto sotto il pane, poiché, a loro avviso, non possono riceverlo se non discendendo qui in basso. Non comprendono quella modalità di discesa di cui abbiamo parlato: una discesa che, in realtà, è un elevarci al cielo.

Per quanto adornino la loro opinione con belle parole, alla fine si tratta sempre di una presenza locale. E da dove viene questo, se non dal fatto che non riescono a concepire altra partecipazione al corpo di Cristo se non trattenendolo quaggiù, come per maneggiarlo a loro piacimento?

4:17:17 - L’assurdo di un corpo infinito o duplicato

Per sostenere ostinatamente l’errore che si sono forgiati, alcuni tra loro non esitano ad affermare che il corpo di Gesù Cristo non ha mai avuto altra misura che l’intera estensione del cielo e della terra. Quanto al fatto che sia nato bambino, sia cresciuto, sia stato crocifisso e sepolto, dicono che ciò sia avvenuto per una “dispensazione”, per compiere in apparenza ciò che era richiesto alla nostra salvezza. E che la sua apparizione dopo la risurrezione, la sua ascensione e le visioni di Stefano e Paolo (Atti 1:3, 9; 7:55; 9:3) siano avvenute con la medesima modalità.

Ma che cos’è questo, se non richiamare dal fondo dell’inferno l’antica eresia di Marcione? Se il corpo di Cristo è tale, non è forse un fantasma?

Altri sfuggono con maggiore sottigliezza: affermano che il corpo dato nel Sacramento è glorioso e immortale, e che quindi non vi è inconveniente se è in più luoghi, o in nessun luogo, o senza forma. Ma quale corpo diede Gesù Cristo ai suoi discepoli la notte prima di soffrire? Le sue parole non indicano chiaramente che si trattava del corpo mortale che stava per essere dato?

Richiamare la trasfigurazione (Matteo 17:2) non risolve la difficoltà: lì Cristo mostrò solo per un momento un assaggio della sua gloria. Non vi erano due corpi, ma lo stesso che subito tornò alla sua condizione ordinaria.

Se si accetta che il corpo fosse in un luogo mortale e passibile e in un altro glorioso e immortale, si apre la porta a gravi errori. E se ciò fosse vero, lo stesso accadrebbe ogni giorno, poiché essi devono confessare che il corpo nascosto sotto la specie del pane è invisibile, ma in sé stesso visibile. Nonostante queste contraddizioni, accusano altri di empietà solo perché non si vuole dire “Amen” alle loro fantasie.

4:17:18 - L’inseparabilità del corpo e del sangue

Inoltre, se si vuole legare al pane e al vino il corpo e il sangue del Signore, bisogna necessariamente separarli. Poiché il pane è dato separatamente dal calice, se il corpo è unito al pane e il sangue al vino, essi risultano divisi tra loro.

La loro risposta - che il sangue è nel corpo e il corpo nel sangue - è frivola, poiché i segni nei quali pretendono siano racchiusi sono distinti dal Signore stesso.

Se invece eleviamo il nostro sguardo e il nostro pensiero al cielo, dove i segni ci guidano a cercare Cristo nella gloria del suo regno, allora saremo distintamente nutriti della sua carne sotto il segno del pane e del suo sangue sotto il segno del vino, per godere pienamente di Lui.

Benché abbia trasferito la sua carne al cielo ed ivi sia asceso corporalmente, Egli siede alla destra del Padre, cioè regna nella potenza, maestà e gloria del Padre. Questo regno non è limitato da luoghi o misure; Cristo manifesta la sua virtù ovunque gli piaccia, in cielo e in terra; si rende presente per potenza ed efficacia; assiste sempre i suoi, infonde in loro la sua vita, li sostiene, li conferma, dà loro vigore, e li nutre del proprio corpo, facendone fluire la partecipazione in loro per mezzo del suo Spirito.

Questa è dunque la maniera di ricevere il corpo e il sangue di Gesù Cristo nel Sacramento.

4:17:19 - La vera presenza senza confusione né diminuzione

Dobbiamo stabilire una presenza di Gesù Cristo nella Cena che non lo leghi al pane né lo rinchiuda in esso; che non lo abbassi tra gli elementi corruttibili, poiché ciò derogherebbe alla sua gloria celeste; ma che neppure gli attribuisca un corpo infinito o lo moltiplichi in molti luoghi, poiché ciò contraddirebbe la verità della sua natura umana.

Manteniamo dunque questi due principi: non permettere che si deroghi alla gloria celeste del Signore, tirandolo quaggiù con l’immaginazione o legandolo alle creature terrene; e non attribuire al suo corpo nulla che ripugni alla vera natura umana.

Tolti questi due errori, accolgo volentieri tutto ciò che serve a esprimere rettamente la vera comunicazione che Cristo ci dona nella Cena nel suo corpo e nel suo sangue, purché si riconosca che non li riceviamo per immaginazione o pensiero, ma che la sostanza stessa ci è veramente data.

Se questa dottrina è tanto odiata, è perché Satana ha stregato molti intendimenti. Essa concorda in tutto con la Scrittura, non contiene assurdità né ambiguità, non contraddice la regola della fede né ostacola l’edificazione delle anime; se scandalizza qualcuno, è solo perché una verità limpida è stata a lungo oppressa.

4:17:20 - Le parole dell’istituzione e il loro senso

Prima di procedere oltre, occorre trattare dell’istituzione di Gesù Cristo, poiché i nostri avversari sostengono che noi non rispettiamo le sue parole. È dunque opportuno cominciare dall’interpretazione del testo.

I tre evangelisti - Matteo, Marco e Luca - e l’apostolo Paolo riferiscono che Gesù prese il pane, lo spezzò, rese grazie e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è dato o spezzato per voi». Quanto al calice, Matteo e Marco dicono: «Questo calice è il sangue del nuovo patto, che è sparso per molti per la remissione dei peccati»; Luca e Paolo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue» (Matteo 26:26; Marco 14:22; Luca 22:17, 19; 1 Corinzi 11:24-25).

I sostenitori della transustanziazione affermano che il dimostrativo “questo” si riferisce alla specie del pane. Ma se vogliono attenersi rigidamente alle parole, Cristo dichiara che ciò che aveva preso nelle sue mani e dato ai discepoli è il suo corpo - e ciò che aveva preso era pane.

Chi non vede che si tratta dello stesso pane? È dunque irragionevole applicare queste parole a una mera apparenza o fantasma.

Altri interpretano “è” come “è convertito in”: ma in nessuna lingua il verbo “essere” è mai stato usato per significare “essere trasformato in”. Anche coloro che affermano che il pane rimane, ma che è corpo di Cristo, cadono in contraddizioni.

Se si dice che il pane è corpo, ma non si può dire che il pane sia Cristo o Dio, da dove viene questa differenza? Non possono rispondere se non riconoscendo che si tratta di un linguaggio sacramentale.

Inoltre, quando Luca e Paolo dicono che il calice è il nuovo patto nel sangue (Luca 22:20; 1 Corinzi 11:25), perché non applicano lo stesso criterio? Se si deve essere letterali in un caso, lo si deve essere anche nell’altro.

L’interpretazione più chiara è che il pane è il corpo in quanto è il segno e il sigillo del dono del corpo di Cristo. Ciò non diminuisce affatto la reale partecipazione che abbiamo al suo corpo, ma corregge l’ostinazione nel disputare furiosamente sulle parole.

Quando diciamo che il pane è il corpo perché è il testamento o alleanza mediante il quale il corpo ci è dato, non combattiamo contro Cristo, ma seguiamo l’insegnamento dello Spirito.

Resta però da considerare che questo testamento non ci gioverebbe se la comunicazione per la quale siamo fatti uno con Cristo non fosse unita a esso. La Cena non è soltanto una parola pronunciata, ma una donazione sigillata, nella quale la promessa e la comunione sono congiunte.


4:17:21 - Il linguaggio sacramentale nella Scrittura

Resta dunque che, per l’affinità che le cose significate hanno con le loro figure, confessiamo che il nome di “corpo” è stato attribuito al pane: non in modo nudo e crudo, secondo il suono delle parole, ma per una similitudine ben appropriata.

Non introduco qui figure o parabole per sfuggire al testo; affermo invece che questa è una maniera di parlare comune in tutta la Scrittura quando si tratta dei Sacramenti. Non si può infatti intendere altrimenti che la circoncisione sia chiamata alleanza di Dio, l’agnello sia detto la Pasqua, i sacrifici della legge siano detti espiazioni dei peccati, o che la roccia da cui sgorgò l’acqua nel deserto (Esodo 17:6) sia stata Cristo, se non per traslazione.

Non solo il nome della realtà più eccellente è trasferito al segno inferiore, ma talvolta accade anche il contrario: il nome della cosa visibile è attribuito a quella significata. Così si dice che Dio apparve a Mosè nel roveto (Esodo 3:2), che l’arca è chiamata Dio o “volto di Dio” (Salmo 84:8; 43:3), e che la colomba è chiamata Spirito Santo (Matteo 3:16).

Benché il segno differisca nella sostanza dalla verità che figura - essendo il primo corporeo e visibile, la seconda spirituale e invisibile - tuttavia, poiché non solo rappresenta la cosa a cui è dedicato, ma la offre realmente, perché non dovrebbe portarne il nome?

Se perfino i segni inventati dagli esseri umani, che sono spesso mere rappresentazioni di cose assenti, talvolta prendono il titolo della cosa significata, quanto più i segni istituiti da Dio possono ricevere il nome di ciò che attestano, non solo senza inganno, ma comunicandone l’effetto e la verità.

Vi è dunque una tale affinità e similitudine tra il segno e la cosa, che questa reciproca traslazione di nomi non deve sembrare né strana né forzata. Coloro che ci chiamano “tropisti” mostrano la loro ignoranza, poiché in materia di Sacramenti l’uso comune della Scrittura è interamente dalla nostra parte.

Come l’Apostolo insegna che la pietra da cui gli Israeliti bevevano era Cristo (1 Corinzi 10:4), in quanto simbolo sotto il quale era realmente comunicato il nutrimento spirituale, così il pane è chiamato oggi corpo di Cristo, perché è il simbolo sotto il quale il Signore ci offre la vera manducazione del suo corpo.

Sant’Agostino non parla diversamente: «Se i Sacramenti non avessero una certa somiglianza con le cose di cui sono Sacramenti, non sarebbero più Sacramenti. A causa di questa somiglianza essi spesso prendono il nome delle cose che figurano. Come dunque il Sacramento del corpo di Cristo è in qualche modo il corpo stesso, e il Sacramento del sangue è il sangue stesso, così il Sacramento della fede è chiamato fede».

Questa regola è comune a tutti i Sacramenti; non vi è ragione di escluderne la Cena.

4:17:22 - Il verbo “è” e l’uso scritturale

Se qualcuno, chiudendo gli occhi, si aggrappa al verbo “è” in «Questo è il mio corpo» come se esso separasse la Cena da tutti gli altri Sacramenti, la risposta è facile.

Quando Paolo dice: «Il pane che rompiamo è la comunione del corpo di Cristo» (1 Corinzi 10:16), usa lo stesso verbo. E “comunione” non è la stessa cosa che “corpo”.

In tutta la Scrittura, nei Sacramenti, il verbo essere è usato in modo analogo. Si dice: «Questo sarà per voi un’alleanza» (Genesi 17:13; Esodo 12:43); «La pietra era Cristo» (1 Corinzi 10:4); «Lo Spirito non era ancora» (Giovanni 7:39). Se si volesse prendere il verbo in senso assoluto e letterale, si cadrebbe in assurdità.

Paolo afferma anche che il Battesimo è il lavacro di rigenerazione (Tito 3:5), e che la Chiesa è Cristo (1 Corinzi 12:12), parlando del Cristo totale, capo e membra. Nessuno intende che l’acqua sia essenzialmente rigenerazione o che la Chiesa sia ontologicamente il Figlio eterno di Dio.

Le accuse secondo cui noi negheremmo le parole di Cristo sono dunque ingiuste. Noi le riceviamo con maggiore attenzione e riverenza di quanto facciano i nostri avversari, cercandone il senso vero e naturale.

4:17:23 - Contro il letteralismo grossolano

Coloro che pretendono di attenersi rigidamente alla lettera dovrebbero applicare lo stesso criterio ovunque. Quando la Scrittura dice che Dio è «uomo di guerra» (Esodo 15:3), o parla dei suoi occhi, delle sue mani, dei suoi orecchi, nessuno conclude che Dio abbia un corpo.

Gli antichi antropomorfiti si appellavano alla lettera per sostenere tali errori. Ma se ogni passo fosse preso senza considerare il linguaggio figurato, l’intera religione sarebbe pervertita da fantasie brutali.

I discepoli stessi, la notte dell’istituzione, non compresero molte parole di Cristo riguardo alle cose celesti (Giovanni 14:5, 8; 16:17). Se Egli avesse parlato di una presenza corporale nascosta sotto il pane, ciò sarebbe stato per loro un enigma ancora più oscuro. Il fatto che mangiarono senza turbamento mostra che compresero le parole secondo l’uso sacramentale, attribuendo al segno il nome della cosa significata.

4:17:24 - Non misuriamo Dio secondo la natura

Ci si accusa di sottomettere la potenza di Dio alla ragione umana. Ma chi legga attentamente vedrà quanto tale accusa sia infondata.

Non abbiamo appreso dai filosofi naturali che Cristo nutre le nostre anime con la sua carne e il suo sangue come il pane nutre il corpo. Questo supera la natura e la ragione. È già un mistero grande e mirabile che le anime ricevano vita spirituale dalla carne assunta dal Figlio di Dio.

Non restringiamo dunque la potenza divina; affermiamo soltanto ciò che Dio ha voluto fare. Egli ha voluto che il Figlio fosse in tutto simile ai suoi fratelli, eccetto il peccato (Ebrei 2:17; 4:15). Un corpo umano ha misura, luogo, forma. Cristo, secondo la testimonianza di Agostino, ha ricevuto gloria e incorruttibilità, ma non ha perduto la natura e la verità del suo corpo.

La Scrittura è chiara: Egli è salito al cielo e di là ritornerà come è stato visto salire (Atti 1:11). Chiedere che un corpo sia contemporaneamente corpo e non corpo, limitato e illimitato, significa confondere l’ordine della sapienza divina.

4:17:25 - La vera interpretazione e l’umiltà della fede

Essi affermano di avere la parola di Cristo dalla loro parte. Ma pretendono di abolire il dono dell’interpretazione, senza il quale la Parola non può essere compresa rettamente.

Come gli antichi eretici abusavano dei testi per sostenere errori sulla natura di Dio o del corpo di Cristo, così costoro estraggono dalle parole «Questo è il mio corpo» una concezione carnale della manducazione.

Noi non consultiamo il senso naturale nei misteri della fede, ma riceviamo con docilità ciò che procede da Dio (Giacomo 1:21). Tuttavia non rinunciamo a una sobria moderazione, per non cadere in errori perniciosi.

Non forgiamo un miracolo contrario all’intenzione di Cristo. Non affermiamo che il suo corpo sia invisibilmente nascosto in una moltitudine di frammenti di pane, né che sia visibile in cielo e invisibile sotto le specie.

Cerchiamo invece, con umiltà e riverenza, il senso suggerito dallo Spirito Santo, tenendo i nostri pensieri sottomessi alla Parola. E, seguendo l’esempio della santa Vergine (Luca 1:34), non riteniamo illecito domandare in che modo una cosa così alta si compia, purché lo facciamo con fede e sottomissione.


4:17:26 - Il corpo risorto resta in cielo

Per confermare la fede dei figli di Dio, è necessario mostrare che la dottrina fin qui esposta è tratta puramente dalla Scrittura e fondata sulla sua autorità.

Non è Aristotele, ma lo Spirito Santo, che insegna che il corpo di Gesù Cristo, dopo la risurrezione, conserva la sua misura e rimane in cielo fino all’ultimo giorno. Quando Cristo dice che se ne va e lascia il mondo (Giovanni 14:12, 28; 16:7, 28), non si tratta semplicemente di un cambiamento di stato dalla mortalità alla gloria. Se così fosse, non vi sarebbe motivo di promettere l’invio dello Spirito Santo per supplire alla sua assenza. L’ascensione e la venuta dello Spirito sono eventi distinti e correlati.

Cristo afferma chiaramente: «Non mi avrete sempre con voi» (Matteo 26:11). Sant’Agostino spiega che ciò riguarda la presenza del suo corpo: secondo la sua maestà, provvidenza e grazia invisibile, Egli è sempre con noi; ma secondo la natura umana assunta, nata dalla Vergine, crocifissa e risorta, non è sempre con noi.

Agostino scrive: secondo la presenza della sua maestà Egli è sempre con la Chiesa; secondo la presenza della sua carne ha detto: «Non mi avrete sempre». Dopo quaranta giorni di conversazione visibile, Egli salì al cielo e non è più qui corporalmente; ma è con noi per la sua maestà.

Ne segue che non dobbiamo rinchiuderlo nel pane, poiché Egli stesso attestò di avere carne e ossa visibili e tangibili. “Salire” non significa fingere di salire, ma realmente ascendere.

4:17:27 - L’ascensione reale e l’attesa del ritorno

Il termine “ascensione” indica un movimento reale. I Vangeli attestano che Cristo fu elevato in alto alla vista dei discepoli e una nube lo sottrasse ai loro occhi (Atti 1:9-11; Marco 16:19; Luca 24:51).

Gli angeli dichiarano che Egli tornerà come è stato visto salire. Non si tratta di una presenza doppia o nascosta, ma di una vera assunzione al cielo e di un’attesa del suo ritorno glorioso.

Se Stefano e Paolo lo videro (Atti 7:55; 9:3), ciò non richiede che Cristo cambiasse luogo, ma che Dio concedesse loro una visione soprannaturale. Ugualmente, quando Cristo uscì dal sepolcro o apparve a porte chiuse (Matteo 28:6; Giovanni 20:19), non si deve pensare a una natura corporea trasformata in spirito, ma a un’azione miracolosa della potenza divina.

Cristo stesso disse: «Uno spirito non ha carne né ossa come vedete che io ho» (Luca 24:39). Togliere al corpo ciò che lo costituisce come corpo significa dissolverne la realtà.

4:17:28 - La testimonianza dei Padri, specialmente Agostino

Alcuni pretendono di sostenere la loro opinione con l’autorità dei Padri, soprattutto di sant’Agostino. Ma Agostino è chiaramente dalla nostra parte.

Quando egli parla della distribuzione del corpo e del sangue nella Cena, chiama anche i segni “Sacramenti del corpo e del sangue”. Spiega che i Sacramenti prendono il nome dalla somiglianza con le realtà che significano. E afferma che Cristo non esitò a dire «Questo è il mio corpo» quando ne dava il segno.

Agostino sostiene inoltre che, se si toglie ai corpi la loro misura e il loro luogo, essi non sono più da nessuna parte. Egli distingue chiaramente tra la presenza della maestà divina e la presenza della carne.

Cristo, dice, è sempre con noi secondo la sua maestà, ma non secondo la presenza della sua carne. Se Agostino avesse ritenuto che il corpo fosse rinchiuso nel pane, non avrebbe parlato così chiaramente della sua permanenza in cielo.

4:17:29 - Contro la “presenza invisibile” e il corpo infinito

Coloro che invocano una “presenza invisibile” non producono alcun passo scritturale che la dimostri. Presuppongono come principio ciò che dovrebbe essere provato: che il corpo di Cristo non possa essere dato nella Cena se non nascosto sotto il pane.

Così si giunge a immaginare un corpo infinito, presente ovunque. Ma Pietro dichiara che il cielo deve accogliere Cristo fino al tempo della restaurazione di tutte le cose (Atti 3:21).

Attribuire al corpo glorificato l’infinità o l’ubiquità significa abolire la distinzione tra natura divina e natura umana, errore che ricorda l’antica eresia di Eutiche. La Scrittura insegna chiaramente che Cristo ha assunto la nostra carne, l’ha risuscitata e l’ha portata in cielo come pegno della nostra risurrezione.

Se la stessa carne che Egli ha preso da noi non fosse entrata in cielo, la nostra speranza sarebbe vana. Non si deve dunque attaccare Cristo al pane né trattenere le menti al segno, ma elevarle dove Egli è.

4:17:30 - L’unità delle due nature senza confusione

Anche se si ammettesse una presenza invisibile, essa non prova l’immensità del corpo. Cristo è interamente presente ovunque quanto alla sua divinità; ma non tutto ciò che è in Lui è ovunque.

La promessa «Io sono con voi fino alla fine del mondo» (Matteo 28:20) riguarda l’assistenza della sua potenza e del suo Spirito, non la presenza corporea. Se si volesse estenderla alla carne, si dovrebbe ammettere una presenza corporale continua, indipendente dalla Cena stessa.

L’unione delle due nature in Cristo non comporta confusione. Come quando si dice che il “Signore della gloria” fu crocifisso (1 Corinzi 2:8), non si attribuisce la passione alla divinità, ma si parla della persona unica in due nature.

Così Cristo è presente ovunque come Dio, ma quanto alla sua carne è contenuto in cielo fino al giudizio. La distinzione è necessaria per salvaguardare la verità della sua umanità e la gloria della sua divinità.

Il nostro Mediatore è dunque interamente presente ai suoi; nella Cena si rende presente in modo speciale per comunicarsi a noi. Tuttavia, quanto alla carne, rimane in cielo fino alla sua manifestazione gloriosa.


4:17:31 - Non legare Cristo al pane, ma elevarsi a Lui

Coloro che non concepiscono alcuna presenza della carne di Gesù Cristo nella Cena se non è attaccata al pane, si ingannano gravemente. In tal modo escludono l’operazione segreta dello Spirito, che è il vincolo della nostra unione con Cristo. A loro pare che Cristo non sia presente se non scende a noi; come se, elevandoci a sé, non ci rendesse realmente partecipi della sua presenza.

La nostra controversia riguarda dunque il modo: essi vogliono collocare Cristo nel pane; noi diciamo che non è lecito sottrarlo al cielo. Poiché il mistero è celeste, non occorre attirare Cristo quaggiù per essere uniti a Lui.

4:17:32 - Un mistero che si riceve per fede

Se mi si domanda come ciò avvenga, confesso liberamente che è un segreto troppo alto per essere compreso pienamente o spiegato con parole. Ne sento più l’efficacia nell’esperienza che non la intenda con l’intelletto.

Mi attengo alla promessa di Cristo: Egli dichiara che la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda; mi invita a prendere, mangiare e bere sotto i segni del pane e del vino. Non dubito che Egli mi dia ciò che promette e che io realmente lo riceva. Rigetto soltanto le fantasie che offendono la sua maestà o la verità della sua natura umana, poiché la Scrittura insegna che Cristo, ricevuto nella gloria celeste (Luca 24:26), non deve più essere cercato quaggiù.

Il suo regno è spirituale; ciò che compie nella sua Chiesa supera l’ordine naturale. Con Agostino si può dire: il mistero è amministrato sulla terra, ma in modo celeste.

Questa è la presenza che il Sacramento richiede: una presenza tanto efficace da dare alle nostre anime certezza della vita eterna e da comunicare già alla nostra carne una caparra di immortalità mediante la carne glorificata di Cristo.

4:17:33 - Contro la “manducazione” carnale

Si fa grave ingiuria allo Spirito Santo se non si crede che è per la sua potenza incomprensibile che comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo. Il punto principale è sapere come il corpo, offerto in sacrificio per noi, divenga nostro, e come partecipiamo al sangue sparso per la remissione dei peccati.

Noi non neghiamo la manducazione reale, ma la intendiamo spiritualmente: essi la rendono carnale, racchiudendo Cristo nel pane; noi affermiamo che lo Spirito è il vincolo della nostra unione.

Cristo è la sostanza della Cena; da Lui procede l’effetto: remissione dei peccati, purificazione nel suo sangue, speranza di vita eterna.

È errore intollerabile insegnare che anche i malvagi mangino realmente la carne di Cristo. La sua carne è tanto spirituale quanto la nostra salvezza. Chi è privo dello Spirito di Cristo non può mangiare la sua carne più di quanto possa gustare vino senza senso del gusto.

Cristo dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Giovanni 6:56). Non si può mangiare Cristo senza fede. La verità del Sacramento rimane integra, ma gli increduli ne tornano vuoti, come la pioggia che scorre su una pietra senza penetrarla.

4:17:34 - La testimonianza di Agostino contro la manducazione degli increduli

Agostino distingue chiaramente tra il Sacramento visibile e la realtà spirituale. Commentando «Chi mangia la mia carne non morirà» (Giovanni 6:50), egli afferma che si tratta della virtù del Sacramento, non del solo segno visibile; che si mangia interiormente, col cuore, non coi denti.

Il Sacramento dell’unione è proposto agli uni per vita, agli altri per giudizio (1 Corinzi 11:29); ma la realtà significata è data solo per vita a coloro che vi partecipano con fede.

Agostino afferma che chi non dimora in Cristo non mangia spiritualmente la sua carne, anche se esternamente mastica il segno. Oppone chiaramente il segno visibile alla manducazione spirituale.

Egli dice che gli altri discepoli mangiarono il pane che era Cristo, ma Giuda mangiò soltanto il pane del Signore. Esclude dunque gli increduli dalla partecipazione reale al corpo e al sangue.

Ancora: «Non preparare la gola, ma il cuore». Ciò che nutre non è ciò che si vede, ma ciò che si crede. I buoni e i cattivi partecipano ai segni; ma solo i credenti partecipano realmente alla carne di Cristo.

Se si potesse mangiare il corpo senza mangiarlo spiritualmente, che senso avrebbe l’affermazione: «Non mangerete questo corpo che vedete… vi ho affidato un Sacramento che, compreso spiritualmente, vi darà vita»?

La verità del Sacramento non è annullata dall’incredulità: come la pioggia cade dal cielo anche se la roccia non la assorbe, così la grazia è realmente offerta, benché i reprobi la respingano.

Così resta fermo che la comunione reale al corpo e al sangue di Cristo appartiene ai credenti, per la potenza dello Spirito, mentre gli increduli ricevono soltanto il segno visibile.


4:17:35 - Contro l’adorazione carnale del Sacramento

La retta comprensione di quanto è stato detto ci distoglie facilmente dall’adorazione carnale introdotta temerariamente nel Sacramento. Alcuni hanno ragionato così: se nel pane è presente il corpo, vi sono dunque con esso anche l’anima e la divinità, poiché non possono essere separate; quindi Cristo deve essere adorato lì.

Ma questa deduzione - che chiamano “concomitanza” - non è fondata su una parola certa di Dio. Cristo parla distintamente del suo corpo e del suo sangue, senza specificare il modo della presenza. Su che base si può costruire un’adorazione che Egli non ha comandato?

Il Signore ha detto: «Prendete, mangiate, bevete». Ha comandato di prendere e non di adorare. Gli apostoli non si inginocchiarono davanti al Sacramento, ma lo ricevettero e lo mangiarono; la Chiesa apostolica perseverava nella frazione del pane (Atti 2:42), non in una sua adorazione. Paolo afferma di aver ricevuto dal Signore ciò che ha trasmesso (1 Corinzi 11:23): non vi è traccia di culto reso al segno.

La vera sicurezza nel servizio di Dio consiste nell’obbedire alla sua Parola, non nell’aggiungere invenzioni umane.


4:17:36 - Elevare il cuore al cielo, non fissarlo al segno

È pericoloso oltrepassare la Parola di Dio in cose così alte. Il Sacramento è dato per sollevare la nostra mente alle realtà celesti; chi si ferma al segno devia dalla via giusta.

È dunque superstizione inginocchiarsi davanti al pane per adorare Cristo lì. La Chiesa antica ammoniva i fedeli a “innalzare i cuori”. La Scrittura, ricordando l’ascensione di Cristo, ci esorta a cercare le cose di lassù (Colossesi 3:1).

Inventare una forma di adorazione legata al pane significa creare un nuovo dio. È idolatria adorare il dono al posto del Donatore. Così si ruba l’onore a Dio e si profana il suo santo Sacramento trasformandolo in un idolo.

La vera pietà consiste nel fissare occhi, cuore e pensieri nella dottrina santa di Dio, scuola dello Spirito Santo, senza aggiungere ciò che Egli non ha insegnato.


4:17:37 - L’abuso delle cerimonie e la separazione dalla Parola

La superstizione non si ferma: sono state introdotte cerimonie estranee all’istituzione della Cena, onorando il segno come se fosse Dio. Si consacra l’ostia per portarla in processione, esporla, conservarla per l’adorazione.

Ma la promessa «Questo è il mio corpo» è congiunta al comando «Prendete e mangiate». Separare promessa e comando significa svuotare la promessa. Come sarebbe folle invocare Pietro appellandosi alla promessa fatta da Dio a chi Lo invoca (Salmo 50:15), così è illecito strappare le parole di Cristo dal loro contesto.

La Cena non è solo memoriale interiore, ma proclamazione pubblica: «Annunciate la morte del Signore finché Egli venga» (1 Corinzi 11:26). Confessiamo che la sua morte è la nostra vita. Questo è il secondo uso del Sacramento: la confessione esteriore.


4:17:38 - La Cena come vincolo di carità

Il terzo uso del Sacramento è l’esortazione alla carità, alla pace e all’unità. Cristo ci comunica il suo corpo in modo che diventiamo un solo corpo con Lui e tra di noi.

Come il pane è formato da molti grani mescolati insieme, così noi dobbiamo essere uniti senza divisione. «Il pane che rompiamo è comunione del corpo di Cristo… noi, che siamo molti, siamo un solo corpo» (1 Corinzi 10:16-17).

Nessun fratello può essere disprezzato o ferito senza che Cristo stesso sia offeso. Non possiamo amare Cristo senza amare le sue membra. Perciò Agostino chiama la Cena “vincolo di carità”: quale stimolo più potente all’amore reciproco che il dono di Cristo a tutti noi?


4:17:39 - La necessità della Parola nella vera amministrazione

La vera amministrazione del Sacramento consiste nella Parola. Senza di essa non vi è edificazione della fede, né confessione, né esortazione.

È dunque errore trasformare la Cena in un atto muto, dipendente dall’intenzione del sacerdote, come sotto la tirannia papale. La consacrazione non è un incantesimo pronunciato su elementi insensibili, ma una predicazione viva che entra nel cuore dei fedeli e realizza ciò che promette.

Riservare il Sacramento per darlo agli ammalati senza spiegazione è abuso. Se non si dice nulla, è follia; se si spiega il mistero, lì sta la vera consacrazione. Nulla è più sicuro che seguire la pura verità della Scrittura.


4:17:40 - La Cena: vita per i credenti, giudizio per gli indegni

Come questo pane è dolce nutrimento per i veri servitori di Dio, così diviene veleno per chi è senza fede e carità. Come il cibo corrompe uno stomaco malato, così il cibo spirituale, ricevuto in un’anima impura, conduce a rovina - non per sua colpa, ma per l’incredulità di chi lo riceve.

«Chi mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso» (1 Corinzi 11:29). Essi non discernono il corpo del Signore: non credendo che Egli sia la loro vita, lo disonorano e profanano.

Ricevendo il Sacramento, dichiarano che la salvezza è in Cristo solo; ma, non credendo, testimoniano contro se stessi e si condannano. Divisi dai fratelli, osano mescolare il segno dell’unità con la loro discordia.

Perciò Paolo comanda che ciascuno esamini se stesso. Occorre chiedersi: riconosco Cristo come mio Salvatore? Sono pronto a donarmi ai fratelli come Egli si è donato? Considero gli altri membri del suo corpo?

Non si richiede perfezione, ma desiderio sincero che la fede cresca e la carità si rafforzi di giorno in giorno. Così il Sacramento diventa per noi vera vita e non giudizio.


4:17:41 - La falsa “dignità” e il tormento delle coscienze

Nel preparare le persone alla Cena, si sono spesso tormentate crudelmente le coscienze senza insegnare ciò che era veramente necessario. Si è detto che solo chi è “in stato di grazia” può comunicarsi degnamente, intendendo con ciò una purezza completa da ogni peccato. Con tale dottrina, nessun essere umano sarebbe ammesso alla Cena.

Se la dignità dipendesse da noi, ne seguirebbero soltanto rovina e disperazione. Anche sforzandoci al massimo, non raggiungeremmo mai la certezza di aver fatto abbastanza. E senza certezza, l’accesso alla Cena rimarrebbe sempre chiuso sotto la terribile minaccia di mangiare e bere la propria condanna (1 Corinzi 11:29).

I rimedi proposti - contrizione, confessione, soddisfazione - non offrono vera consolazione a coscienze afflitte. Se fosse richiesta una giustizia perfetta prima di accedere alla Cena, chi potrebbe mai essere sicuro di possederla?

4:17:42 - La vera dignità: fede e umile bisogno

La dottrina dominante nella Papato ha così privato i peccatori della consolazione che il Sacramento offre. Ma queste sante vivande sono medicina per i malati, conforto per i peccatori, elemosina per i poveri.

Cristo ci è dato come nutrimento: senza di Lui veniamo meno; come vita: senza di Lui siamo morti. La sola dignità che possiamo presentare è la nostra indegnità, affinché Egli ci renda degni per misericordia.

Venire alla Cena significa:

  • essere confusi in noi stessi per essere consolati in Cristo;
  • umiliarci per essere innalzati da Lui;
  • accusarci per essere giustificati in Lui;
  • morire a noi stessi per vivere in Lui.

La dignità richiesta consiste principalmente nella fede, che attribuisce tutto a Cristo, e nella carità, anche imperfetta, purché sincera e desiderosa di crescere.

Richiedere una fede perfetta e una carità pari a quella di Cristo significherebbe escludere tutti. Il Sacramento non è istituito per i perfetti, ma per i deboli, per rafforzare ciò che è ancora imperfetto.


4:17:43 - Cose indifferenti e libertà della Chiesa

Quanto alle forme esteriori - prendere il pane in mano o no, dividerlo tra i partecipanti, usare pane lievitato o azzimo, vino rosso o bianco - sono cose indifferenti e lasciate alla libertà della Chiesa.

La Chiesa antica usava pane comune lievitato; l’introduzione dell’azzimo fu tardiva. Ma tali innovazioni spesso hanno cercato più di suscitare meraviglia che di edificare la fede.

Meglio attenersi alla semplicità dell’istituzione di Cristo. Una forma ordinata potrebbe essere:

  1. preghiere pubbliche;
  2. predicazione della Parola;
  3. lettura dell’istituzione;
  4. spiegazione delle promesse;
  5. esclusione di chi è sotto disciplina;
  6. preghiera di preparazione;
  7. salmi o letture;
  8. distribuzione del pane e del calice;
  9. esortazione finale;
  10. rendimento di grazie e congedo in pace.

Qui risplende la vera gloria di Dio, non nelle pompose cerimonie che abbagliano i sensi ma non nutrono il cuore.


4:17:44 - La frequenza della Cena nella Chiesa antica

La Cena non è stata istituita per essere celebrata una volta l’anno, ma frequentemente, affinché la memoria della passione di Cristo sostenga la fede, stimoli la lode e alimenti la carità.

Ogni volta che comunichiamo, ci obblighiamo reciprocamente agli uffici dell’amore fraterno. Nell’epoca apostolica, i credenti perseveravano «nella dottrina degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2:42).

Antichi canoni richiedevano la partecipazione alla Cena sotto pena di esclusione. Il Concilio di Antiochia stabilì che chi ascoltava la Parola ma rifiutava di comunicarsi fosse corretto come perturbatore dell’ordine ecclesiale.


4:17:45 - Testimonianze dei Padri e ammonimenti

Agostino testimonia che in alcune Chiese la Cena era celebrata quotidianamente, in altre nei giorni stabiliti, e che era per alcuni vita e per altri giudizio. L’uso frequente era considerato benefico, ma la negligenza si insinuava facilmente.

Giovanni Crisostomo rimproverava severamente chi assisteva alla liturgia senza comunicarsi: partecipare alla preghiera e poi rifiutare la Cena era come insultare il banchetto a cui si è stati invitati.

Se uno è indegno di comunicarsi, è indegno anche di pregare, poiché la preghiera stessa prepara a quel santo mistero.

In conclusione, la Cena del Signore non è per chi presume di essere giusto, ma per chi riconosce la propria miseria e cerca in Cristo vita, perdono e comunione. Essa è medicina per la debolezza, nutrimento per la fede, vincolo di carità e proclamazione della morte del Signore finché Egli venga.


4:17:46 - Dell’obbligo della frequente partecipazione e della corruzione introdotta

Sant’Agostino pure e sant’Ambrogio condannano severamente questo vizio che già ai loro tempi era sopraggiunto nelle Chiese orientali, cioè che il popolo assisteva soltanto per vedere celebrare il Sacramento, e non per parteciparvi. E certo questa consuetudine, la quale comanda di comunicarsi una volta l’anno, è una certissima invenzione del diavolo, da chiunque sia stata introdotta. Si dice che Zefirino, vescovo di Roma, sia stato autore di tale ordinanza; ma io non credo che al suo tempo fosse tale quale ora la vediamo. Quanto a lui, è possibile che, secondo le circostanze di allora, la sua istituzione non fosse cattiva per la sua Chiesa. Non vi è dubbio infatti che allora la santa Cena non fosse proposta ai fedeli senza che molti di essi comunicassero; ma poiché difficilmente accadeva che tutti insieme comunicassero nello stesso tempo, e d’altra parte era necessario che, mescolati tra infedeli e idolatri, testimoniassero la loro fede con qualche segno esteriore, per questa ragione il santo uomo aveva stabilito quel giorno, per ordine e disciplina, nel quale tutto il popolo dei cristiani di Roma, mediante la partecipazione alla Cena del Signore, facesse confessione della propria fede. Tuttavia non cessavano di comunicarsi più spesso.

Ma l’istituzione di Zefirino, che altrimenti era buona, fu col tempo deviata in male dai suoi successori, quando fu stabilita una certa legge di comunicarsi una volta l’anno; per cui è avvenuto che quasi tutti, avendo comunicato una volta, come se avessero pienamente assolto il loro dovere per tutto il resto dell’anno, si addormentano. Ora bisognava fare altrimenti. Si doveva almeno una volta alla settimana proporre alla congregazione dei cristiani la Cena del Signore, e dichiarare le promesse che in essa ci nutrono e sostengono spiritualmente. Nessuno certo doveva essere costretto a prenderla; ma tutti dovevano essere esortati, e i negligenti ripresi e corretti. Allora tutti, come affamati, si sarebbero radunati a tale banchetto. Non senza ragione dunque fin dal principio mi sono lamentato che questa consuetudine, la quale, ordinandoci un solo giorno dell’anno, ci rende pigri e sonnolenti per tutto il resto del tempo, è stata introdotta per l’astuzia del diavolo. È vero che già al tempo di Crisostomo questo abuso cominciava a insinuarsi; ma si vede quanto egli lo riprovi. Egli si duole fortemente che il popolo non ricevesse il Sacramento durante il resto dell’anno, pur essendone disposto; e che a Pasqua lo ricevesse persino senza preparazione. E a questo proposito esclama: «O cattiva consuetudine! O presunzione! Dunque invano siamo ogni giorno all’altare, poiché non vi è nessuno che partecipi di ciò che offriamo».


4:17:47 - Della sottrazione del calice al popolo

Da una medesima invenzione è proceduta un’altra costituzione, la quale ha sottratto una metà della Cena alla migliore parte del popolo di Dio, cioè il segno del sangue; il quale, per essere riservato in proprio a non so quali tonsurati e unti, è stato proibito ai laici e profani - così chiamano l’eredità di Dio. L’editto e ordinanza dell’eterno Dio è che tutti ne bevano; l’uomo osa annullarlo con nuova e contraria legge, ordinando che non tutti ne bevano. E tali legislatori, affinché non sembri che combattano contro Dio senza motivo, adducono gli inconvenienti che potrebbero derivare se fosse concesso a tutti; come se ciò non fosse stato previsto e considerato dall’eterna sapienza di Dio. Inoltre deducono sottilmente che uno solo basta per entrambi. «Poiché se è il corpo», dicono, «è tutto Cristo, il quale non può più essere separato dal suo corpo; dunque il corpo contiene anche il sangue». Ecco l’accordo del nostro senno con Dio, quando appena comincia a lanciarsi senza freno a cavillare e svolazzare. Il Signore, mostrando il pane, dice che è il suo corpo; mostrando il calice, lo chiama il suo sangue. L’audacia della ragione umana replica invece che il pane è il sangue e il vino è il corpo; come se senza motivo il Signore avesse distinto, con parole e con segni, il suo corpo dal suo sangue; e come se mai si fosse udito che il corpo o il sangue di Cristo fosse chiamato Dio e uomo.

Se egli avesse voluto designare tutta la sua persona, avrebbe detto: «Questo sono io», come usa parlare nella Scrittura; e non: «Questo è il mio corpo», «Questo è il mio sangue». Ma volendo soccorrere alla debolezza della nostra fede, ha separato il calice dal pane per mostrarci che egli solo ci basta tanto per mangiare quanto per bere. Ora, quando una delle parti viene tolta, non troviamo più che metà del nostro nutrimento. Perciò, anche se fosse vero ciò che pretendono, cioè che il sangue sia con il pane, nondimeno frodano le anime fedeli di ciò che Cristo ha dato loro come necessario per la conferma della loro fede. Lasciamo dunque le loro sciocche sottigliezze e guardiamoci bene dal lasciarci togliere il beneficio della duplice caparra che Cristo ci ha ordinata.


4:17:48 - Confutazione delle cavillazioni circa l’esempio apostolico

So bene che i ministri di Satana - come è loro consuetudine fare scherno della Scrittura - qui si fanno beffe e cavillano. Anzitutto, dicono che da un semplice fatto non si deve trarre una regola perpetua per vincolare la Chiesa. Ma io affermo che mentono maliziosamente, sostenendo che si tratti di un semplice fatto. Cristo non solo diede il calice ai suoi Apostoli, ma comandò loro di fare così in avvenire. Infatti queste parole implicano un’ordinanza espressa: «Bevetene tutti». E san Paolo non lo riferisce come un fatto soltanto, ma come un’istituzione certa.

Il loro secondo sotterfugio è che Cristo ammise alla sua Cena solo gli Apostoli, che egli aveva già ordinato e consacrato nell’ordine dei sacerdoti. Ma io vorrei che mi rispondessero a cinque domande, dalle quali non potranno sottrarsi senza essere infine convinti delle loro menzogne.

  • Primo: da quale oracolo è stata loro rivelata questa soluzione, così lontana dalla Parola di Dio? La Scrittura menziona dodici che erano seduti con Cristo, ma non li chiama sacerdoti; e di tale nome parleremo altrove. Benché egli abbia dato il Sacramento a dodici, comandò loro di fare così, cioè di distribuirlo tra loro.
  • Secondo: perché, nel miglior tempo della Chiesa, dai tempi apostolici fino a mille anni dopo, tutti senza eccezione furono partecipi delle due parti del Sacramento? Ignorava forse la Chiesa antica quale compagnia Cristo avesse ammesso alla sua Cena? Sarebbe troppa impudenza tergiversare qui. Le storie ecclesiastiche e gli scritti degli antichi ne danno testimonianze manifeste.
  • Terzo: perché Cristo disse semplicemente del pane che ne mangiassero, ma del calice che tutti ne bevessero, come a voler prevenire questa malizia?
  • Quarto: se Cristo ritenne degni solo i sacerdoti, chi fu mai tanto audace da chiamare gli altri a una partecipazione dalla quale Cristo li avrebbe esclusi?
  • Quinto: san Paolo mentiva forse quando diceva ai Corinzi di aver ricevuto dal Signore ciò che insegnava loro, cioè che tutti indistintamente partecipassero alle due parti?

4:17:49 - Testimonianza dei Padri e condanna dell’abuso

È facile vedere che con tali statuti i santi Padri vollero mantenere l’uso frequente della Cena, così come era stato istituito dagli Apostoli, poiché ne vedevano l’utilità per il popolo di Dio, e tuttavia constatavano che per negligenza veniva progressivamente trascurato. Sant’Agostino rende testimonianza che in alcune Chiese il Sacramento si celebrava ogni giorno, in altre in giorni determinati; e che alcuni lo ricevevano per la loro salvezza, altri per la loro condanna.

Quanto alla sottrazione del calice, non vi è scrittore antico che non parli chiaramente della partecipazione di entrambi i segni da parte di tutti. La consuetudine durò molti secoli, finché rimase nella Chiesa una sola goccia d’integrità. Anche san Gregorio testimonia che tutti i fedeli bevevano il sangue dell’Agnello nella Cena. E Gelasio, vescovo di Roma, dichiara che coloro che ricevono solo il corpo e si astengono dal calice devono o ricevere l’intero Sacramento o essere esclusi, perché la divisione di tale mistero non può avvenire senza grande sacrilegio.


4:17:50 - Confutazione definitiva e condanna dell’arbitrio umano

Se dunque san Paolo insegnava di aver ricevuto dal Signore che tutti senza distinzione dovessero partecipare alle due parti della Cena, coloro che oggi ne escludono quasi tutto il popolo di Dio mostrino da chi l’hanno appreso, poiché non possono addurre Dio come autore, il quale non è sì e no, non si muta né si contraddice.

E nondimeno si coprono tali abominazioni con il nome della Chiesa e sotto tale pretesto le difendono; come se questi anticristi fossero la Chiesa, essi che così facilmente mettono sotto i piedi, dissipano e annullano la dottrina e le istituzioni di Cristo; o come se la Chiesa apostolica, nella quale fiorì tutta la primizia del cristianesimo, non fosse stata vera Chiesa.


Riassunto del capitolo 4:17.