Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 18
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 18
Della messa papale, che è un sacrilegio mediante il quale la Cena di Gesù Cristo non solo è stata profanata, ma del tutto abolita
4:18:1 - La Messa come abominio che oscura e abolisce la Cena
Per mezzo di queste e simili invenzioni, Satana si è sforzato di spargere e mescolare le sue tenebre nella sacra Cena di Gesù Cristo, per corromperla, depravala e oscurarla; almeno per impedire che la sua purezza fosse conservata nella Chiesa. Ma il culmine di questa orribile abominazione è stato quando egli ha introdotto un segno per cui questa sacra Cena non solo è stata oscurata e pervertita, ma del tutto cancellata e abolita, svanendo e decadendo dalla memoria delle persone: vale a dire quando ha accecato quasi tutto il mondo con questo errore pestilenziale, facendo credere che la Messa sia un sacrificio e un’oblazione per ottenere la remissione dei peccati.
Non mi interessa in quale senso questa opinione sia stata inizialmente concepita, né come sia stata trattata dai dottori scolastici, che ne hanno parlato con maggiore moderazione rispetto ai loro successori. Tralascio le loro distinzioni, poiché non sono che sottigliezze frivole, utili soltanto a oscurare la verità della Cena.
I lettori siano dunque avvertiti che la mia intenzione è di combattere contro questa maledetta opinione, con la quale l’Anticristo di Roma, insieme a tutti i suoi sostenitori, ha inebriato il mondo, facendo credere che la Messa sia un’opera meritoria, tanto per il prete che offre Gesù Cristo quanto per coloro che assistono all’oblazione; oppure che essa sia un’ostia di soddisfazione per rendere Dio propizio.
Questa opinione non è soltanto accolta dal popolo semplice, ma l’atto stesso è composto in modo tale da costituire una sorta di espiazione, per soddisfare Dio delle offese tanto dei vivi quanto dei morti. Le parole che vengono usate lo proclamano apertamente, e l’uso quotidiano dimostra che la cosa sta proprio così.
So bene quanto profondamente questa peste si sia radicata, sotto quale grande apparenza di bene si nasconda, come si copra del nome di Gesù Cristo e come molti pensino di comprendere l’intera sostanza della fede sotto il nome di Messa. Ma quando sarà stato provato chiaramente, mediante la Parola di Dio, che questa Messa, per quanto ornata e abbellita, reca gravissimo disonore a Gesù Cristo, opprime e seppellisce la sua croce, getta nell’oblio la sua morte, ci priva del frutto che ne derivava e distrugge il sacramento nel quale ci era lasciata la memoria di quella morte, potrà forse avere radici così profonde che questa scure potentissima, cioè la Parola di Dio, non le recida e le abbatta? Vi sarà copertura così bella sotto la quale il male nascosto non venga smascherato da questa luce?
4:18:2 - L’unico sacerdozio eterno di Cristo contro ogni pretesa vicaria
Dichiariamo ora quanto è stato proposto anzitutto: che qui si compie una bestemmia e un intollerabile disonore contro Gesù Cristo. Egli è stato costituito e consacrato Sacerdote e Pontefice dal Padre (Ebrei 5:5, 10; 7:17, 21; 9:11; 10:21), non per un tempo limitato, come quelli dell’Antico Testamento, i quali, essendo mortali, non potevano esercitare un sacerdozio immortale; perciò era necessario che avessero successori che subentrassero al loro posto quando morivano. Ma a Gesù Cristo, che è immortale, non occorre alcun vicario.
Egli è stato designato dal Padre Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (Salmi 110:4), affinché eserciti un sacerdozio perpetuo e permanente. Questo mistero era stato prefigurato in Melchisedec, del quale, dopo che la Scrittura lo introduce come sacerdote del Dio Altissimo (Genesi 14:18), non si fa più menzione, come se fosse rimasto sempre in vita. Per questa similitudine Cristo è detto sacerdote secondo il suo ordine.
Ora, se vi sono persone che sacrificano ogni giorno, è necessario che vi siano sacerdoti per offrire tali oblazioni, i quali siano subentrati a Cristo come successori e vicari. Ma con questa sostituzione non solo si spoglia Cristo del suo onore e gli si sottrae la prerogativa del suo sacerdozio eterno, bensì si tenta di scalzarlo dalla destra del Padre, dove non può sedere immortale senza rimanere insieme sacerdote eterno per intercedere per noi.
Non si obietti che i loro sacerdoti non sono sostituiti a Cristo come se fosse morto, ma solo come collaboratori del suo sacerdozio eterno, il quale nondimeno rimarrebbe intatto. Le parole dell’Apostolo li colpiscono troppo direttamente perché possano sfuggire in tal modo. Egli afferma che molti furono costituiti sacerdoti perché erano impediti dalla morte a rimanere in carica (Ebrei 7:23). Cristo invece, che non può essere impedito dalla morte, è unico e non ha bisogno di compagni.
Eppure, con impudenza, essi si appellano all’esempio di Melchisedec per sostenere la loro empietà. Poiché è detto che egli offrì pane e vino, ne deducono che ciò prefigurasse la loro Messa, come se la somiglianza tra lui e Cristo consistesse nell’offerta di pane e vino. È una fantasia tanto povera che non meriterebbe risposta. Melchisedec diede pane e vino ad Abramo e ai suoi, perché avevano bisogno di ristoro dopo la battaglia. Mosè loda l’umanità e la liberalità di quel santo re; costoro invece inventano un mistero che il testo non menziona affatto.
Si rivestono tuttavia di un altro pretesto: il testo aggiunge che egli era sacerdote del Dio Altissimo. Rispondo che è stoltezza applicare al pane e al vino ciò che l’Apostolo riferisce alla benedizione, mostrando che, in qualità di sacerdote, egli benedisse Abramo. E lo stesso Apostolo, che è il miglior interprete, mostra la dignità di Melchisedec nel fatto che doveva essere superiore ad Abramo per benedirlo (Ebrei 7:7). Se l’oblazione di Melchisedec fosse stata figura del sacrificio della Messa, l’Apostolo avrebbe forse omesso una cosa tanto grande, mentre espone minuziosamente dettagli di minor rilievo?
Qualunque cosa rispondano, non potranno rovesciare questa conclusione: il diritto e l’onore del sacerdozio non appartengono più a persone mortali, poiché sono stati trasferiti a Cristo, il quale è eterno.
4:18:3 - L’unicità del sacrificio di Cristo contro la reiterazione quotidiana
Per la seconda funzione attribuita alla Messa, si è detto che essa seppellisce e opprime la croce e la passione di Cristo. È cosa certissima che, erigendo un altare, si abbatte la croce. Se infatti egli si è offerto sulla croce in sacrificio per santificarci per sempre e ottenere una redenzione eterna (Ebrei 9:12), l’efficacia di quel sacrificio dura senza fine.
Altrimenti non avremmo motivo di stimarlo più dei sacrifici di buoi e vitelli della Legge, i quali, proprio perché ripetuti spesso, si dimostravano deboli e inefficaci. Occorre dunque confessare o che il sacrificio di Cristo sulla croce abbia perduto la sua virtù di purificazione e santificazione eterna, oppure che egli abbia offerto un unico sacrificio, una volta per tutte.
L’Apostolo insegna che Cristo, sommo sacerdote, è apparso una sola volta alla fine dei secoli per annullare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso; che per la volontà di Dio siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre; e che con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati. E aggiunge: dove vi è remissione dei peccati, non vi è più offerta per il peccato (Ebrei 9:26; 10:10, 14, 18).
Questo fu anche dichiarato da Cristo con la sua ultima parola sulla croce: «È compiuto» (Giovanni 19:30). Se noi consideriamo come solenni le ultime parole di chi sta per morire, quanto più dobbiamo considerare questa! Egli attesta che con quel solo sacrificio è stato portato a compimento tutto ciò che concerne la nostra salvezza.
Ci sarà lecito aggiungere ogni giorno innumerevoli sacrifici, come se quello fosse stato imperfetto? Se la Parola di Dio proclama che quel sacrificio è stato perfetto una volta per tutte e che la sua efficacia è eterna, coloro che ne cercano altri non lo accusano forse di imperfezione?
La Messa, istituita con la pretesa di offrire quotidianamente innumerevoli sacrifici, a che tende se non a seppellire la passione di Cristo? Si tenta di rispondere che non si tratta di sacrifici diversi, ma dello stesso sacrificio reiterato; o che si tratti solo di applicazione, non di ripetizione. Ma sono fumose illusioni.
Cristo non si è offerto affinché il suo sacrificio fosse ratificato ogni giorno con nuove oblazioni, ma perché il suo frutto ci fosse comunicato mediante la predicazione dell’Evangelo e l’uso della Cena. Perciò Paolo, dopo aver detto che Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, ci esorta a mangiarne (1 Corinzi 5:7-8). Ecco come il sacrificio della croce ci viene applicato: quando Cristo si comunica a noi e noi lo riceviamo con vera fede.
4:18:4 - Il vero senso delle profezie e l’abuso di Malachia
Vediamo ora su quale fondamento i sostenitori della Messa appoggiano i loro sacrifici. Essi citano la profezia di Malachia, dove il Signore annuncia che in ogni luogo sarà offerto incenso al suo nome e un’oblazione pura (Malachia 1:11).
Come se non fosse cosa consueta ai profeti, parlando della vocazione dei Gentili, descrivere il servizio spirituale di Dio con il linguaggio cerimoniale della Legge, per rendere più familiare ai loro contemporanei la realtà futura. Essi descrivono le realtà dell’Evangelo sotto le figure del loro tempo.
Così, invece di dire che tutte le nazioni si convertiranno a Dio, dicono che saliranno a Gerusalemme; invece di dire che i popoli dell’Oriente e del Mezzogiorno adoreranno Dio, parlano di offerte e ricchezze portate in dono; per indicare la grande effusione dello Spirito sotto il regno di Cristo, parlano di profezie, visioni e sogni (Gioele 2:28).
Isaia annuncia che vi saranno altari al Signore in Assiria e in Egitto, come in Giudea (Isaia 19:19, 21, 23-24). I papisti credono forse che in quei luoghi siano stati eretti altari materiali come quello di Gerusalemme? Se riflettono, dovranno ammettere che il profeta descrive realtà spirituali sotto ombre figurate.
Così rispondiamo anche qui. I fedeli oggi offrono veramente a Dio un sacrificio puro: ma non quello della Messa, bensì il sacrificio spirituale della lode e della vita consacrata.
4:18:5 - La Messa come nuovo testamento che annulla l’unico
Vengo ora al terzo aspetto: come la Messa cancelli dalla memoria delle persone la vera e unica morte di Cristo. Tra gli uomini, la validità di un testamento dipende dalla morte del testatore. Così anche il Signore ha confermato con la sua morte il Testamento con cui ci ha assicurato il perdono dei peccati e la giustizia eterna.
Coloro che osano mutare o innovare questo Testamento disconoscono la sua morte e la considerano di nessun valore. E che cos’è la Messa se non un nuovo testamento, diverso dal precedente? Ogni Messa promette una nuova remissione dei peccati e una nuova acquisizione di giustizia: vi sono dunque tanti testamenti quante Messe.
Ma dove vi è un testamento, è necessaria la morte del testatore (Ebrei 9:16). Se la Messa stabilisce un nuovo testamento, richiede dunque una nuova morte. E se in ogni Messa Cristo è sacrificato, dovrebbe essere ucciso innumerevoli volte, in mille luoghi.
Non è mia questa argomentazione, ma dell’Apostolo. Essi replicano che il sacrificio è incruento; ma i sacrifici non mutano natura secondo il capriccio umano. La regola stabilita da Dio rimane: senza spargimento di sangue non vi è remissione. Questo principio non può essere scosso.
Perciò la dottrina della Messa, considerata secondo le sue pretese, non solo oscura, ma contraddice apertamente l’unicità, la sufficienza e la perfezione del sacrificio di Cristo.
4:18:6 - La Messa ci priva del frutto della morte di Cristo
Bisogna ora trattare il quarto effetto della Messa: essa ci sottrae il frutto che ci proveniva dalla morte di Gesù Cristo, poiché ci impedisce di conoscerla e considerarla rettamente. Chi infatti si riterrà riscattato dalla morte di Cristo, quando nella Messa vede una nuova redenzione? Chi si fiderà che i suoi peccati siano stati rimessi, quando vi scorge una nuova remissione?
Né potrà sottrarsi chi risponde che nella Messa non otteniamo il perdono se non perché già acquistato dalla morte di Cristo. Questo equivale a dire che siamo stati redenti a condizione di redimerci noi stessi. Tale dottrina è stata seminata dai ministri di Satana e oggi viene difesa con grida, con la spada e con il fuoco: offrendo Cristo al Padre nella Messa, mediante l’opera di questa oblazione acquisteremmo il perdono e diventeremmo partecipi della sua passione.
Che cosa resta allora della passione di Cristo, se non che essa diventi un semplice esempio di redenzione, dal quale impariamo a farci noi stessi redentori? Egli, volendo assicurarci nella Cena che i nostri peccati sono perdonati, non ci ferma al segno sacramentale, ma ci rimanda al sacrificio della sua morte, mostrando che la Cena è un memoriale istituito per insegnarci che l’ostia soddisfattoria, mediante la quale Dio doveva essere placato, è stata offerta una sola volta.
Non basta sapere che Cristo è l’unica vittima che ci riconcilia con Dio; bisogna aggiungere che vi è stata un’unica oblatione, affinché la nostra fede sia ancorata alla sua croce.
4:18:7 - Dalla Cena come dono al sacrificio come preteso pagamento
Vengo ora all’ultimo punto: la Messa ha tolto e quasi abolito la sacra Cena, nella quale il Signore aveva inciso e impresso la memoria della sua passione. La Cena è un dono di Dio, da ricevere con rendimento di grazie; al contrario, si finge che il sacrificio della Messa sia un pagamento offerto a Dio, che egli riceve da noi in soddisfazione.
Tanta è la differenza tra prendere e dare, quanta tra il sacramento della Cena e il sacrificio della Messa. È un’ingratitudine gravissima che, là dove si doveva riconoscere la liberalità divina con azione di grazie, si pretenda di obbligare Dio.
Il sacramento prometteva che, per la morte di Cristo, siamo stati restituiti alla vita, non una sola volta, ma continuamente vivificati, perché in quell’atto è stato compiuto tutto ciò che riguarda la nostra salvezza. Il sacrificio della Messa canta un’altra melodia: che Cristo debba essere sacrificato ogni giorno perché ci giovi.
La Cena doveva essere proposta e distribuita nell’assemblea pubblica della Chiesa, per insegnarci la comunione mediante la quale siamo tutti congiunti a Cristo. Il sacrificio della Messa rompe questa comunione. Introdotta l’idea che occorressero sacerdoti per sacrificare per il popolo, la Cena, come riservata a loro, non fu più comunicata all’assemblea dei fedeli secondo il comando del Signore.
Si aprì così la via alle Messe private, che rappresentano piuttosto una scomunica che quella comunione istituita da Cristo, poiché il sacerdote, divorando da solo il suo sacrificio, si separa dal popolo dei fedeli. Chiamo Messe private tutte quelle in cui non vi è alcuna partecipazione comune dei fedeli alla Cena, per quanto numerosi possano essere gli spettatori.
4:18:8 - Le Messe private come profanazione e finzione idolatrica
Quanto al nome di Messa, non ho mai potuto stabilire con certezza la sua origine; è verosimile che derivi dalle offerte che si facevano nella Cena (Deuteronomio 16:10; Luca 22:17). Gli antichi dottori ne fanno uso per lo più al plurale. Ma lasciamo la questione terminologica.
Affermo che le Messe private ripugnano all’istituzione di Cristo e costituiscono una profanazione della santa Cena. Che cosa ha comandato il Signore? Di prendere il pane e distribuirlo tra noi. E quale interpretazione ne dà Paolo? Che la frazione del pane è comunione del corpo di Cristo (1 Corinzi 10:16).
Quando dunque una sola persona mangia da sola, senza condividere con gli altri, quale conformità vi è con l’ordinanza di Cristo? Si dice che lo faccia a nome di tutta la Chiesa. Ma con quale autorità? Non è forse un aperto scherno verso Dio compiere in privato ciò che doveva essere fatto in comune nell’assemblea dei fedeli?
Le parole di Cristo e di Paolo sono così chiare che possiamo concludere: dove il pane non è spezzato per essere distribuito tra i cristiani, non vi è alcuna Cena, ma una finzione falsa e perversa. E una tale finzione, in un mistero tanto grande, non è senza empietà.
Di più: una volta deviati dalla retta via, un abuso genera un altro. Introdotta l’abitudine di offrire senza comunicare, si è cominciato a moltiplicare Messe innumerevoli in ogni angolo dei templi, disperdendo il popolo che avrebbe dovuto essere radunato per riconoscere il sacramento della propria unità.
E che cos’è, se non idolatria, l’esporre il pane nelle Messe per farlo adorare? Invano si invoca la promessa: «Questo è il mio corpo». Queste parole non sono state pronunciate affinché un sacrilego, privo di Dio, di legge, di fede e di coscienza, trasformi il pane a suo piacimento per abusarne, ma affinché i fedeli, osservando il comando del loro Maestro, abbiano vera partecipazione a lui nella Cena.
4:18:9 - L’antichità ecclesiale contro l’innovazione della Messa
Questa perversione fu sconosciuta alla Chiesa antica. Benché i più audaci tra i papisti si schermiscano con i dottori antichi, abusando dei loro testi, è chiaro come il sole che ciò che oggi si pratica è contrario all’uso antico e che si tratta di un abuso sorto quando ormai tutto era corrotto nella Chiesa.
Prima di concludere, domando ai dottori della Messa: poiché sanno che l’obbedienza è migliore del sacrificio e che Dio richiede di ascoltare la sua voce più che offrire sacrifici (1 Samuele 15:22), come possono pensare che questo sacrificio sia gradito a Dio, se non hanno alcun comando che lo istituisca e non possono provarlo con una sola sillaba della Scrittura?
Inoltre, poiché l’Apostolo insegna che nessuno può arrogarsi l’onore del sacerdozio se non chi è chiamato da Dio, come Aronne, e che Cristo stesso non se lo attribuì da sé, ma fu chiamato dal Padre (Ebrei 5:4-5), o dimostrino che Dio è autore del loro sacerdozio, oppure confessino che il loro ordine non viene da Dio, essendosi introdotti temerariamente senza vocazione.
Ma non potranno addurre una sola parola che favorisca il loro sacerdozio. E che ne sarà dei sacrifici, se non vi è sacerdote legittimamente chiamato?
4:18:10 - Il vero senso del “sacrificio” nei Padri antichi
Se qualcuno volesse appellarsi all’autorità degli antichi, sostenendo che il sacrificio nella Cena debba essere inteso diversamente da quanto esponiamo, e adducesse citazioni spezzate e mutilate, rispondo brevemente: se si tratta di giustificare la fantasia papista del sacrificio della Messa, gli antichi non possono essere invocati.
Essi usano talvolta il termine “sacrificio”, ma spiegano che intendono la memoria dell’unico e vero sacrificio compiuto da Cristo sulla croce, e lo chiamano sempre nostro unico Sacrificatore.
Sant’Agostino afferma che gli Ebrei, sacrificando animali, si esercitavano nella profezia della vittima che Cristo avrebbe offerto; i cristiani, nell’oblazione e comunione del corpo di Cristo, celebrano la memoria del sacrificio già compiuto. In un altro scritto attribuito a lui si legge: tieni per certo che il Figlio di Dio, fatto uomo per noi, si è offerto a Dio Padre in sacrificio di soave odore; sotto l’Antico Testamento si offrivano animali, ora si offre sacrificio di pane e vino. In quelle vittime carnali vi era figura della carne e del sangue di Cristo; nel sacrificio che ora usiamo vi è azione di grazie e memoria della sua offerta.
Per questo Agostino chiama spesso la Cena “sacrificio di lode”, non per altra ragione se non perché è memoria, immagine e attestazione dell’unico sacrificio mediante il quale Cristo ci ha redenti.
Nel quarto libro sulla Trinità egli distingue quattro elementi del sacrificio: chi offre, a chi offre, che cosa offre e per chi. Il nostro Mediatore, lui solo, si è offerto al Padre per rendercelo propizio; ci ha uniti a sé, si è offerto per noi, è stato insieme sacerdote e vittima. A ciò concorda anche san Crisostomo.
4:18:11 - L’unico sacrificio e l’autorità della pura istituzione
Quanto al sacerdozio di Gesù Cristo, gli antichi Padri lo ebbero in tale venerazione che sant’Agostino afferma essere parola d’Anticristo costituire un vescovo o un pastore come intercessore tra Dio e le persone. Da parte nostra non neghiamo che nell’oblazione di Cristo essa ci sia presentata in modo tale che possiamo quasi contemplarlo con gli occhi sulla croce, come dice l’Apostolo ai Galati, presso i quali Cristo era stato rappresentato come crocifisso mediante la predicazione (Galati 3:1).
Tuttavia, poiché anche gli antichi, nel ricordare questo mistero, si sono talvolta discostati dalla semplicità dell’istituzione del Signore - giacché la loro Cena assumeva l’aspetto di una qualche rappresentazione di immolazione reiterata o almeno rinnovata - nulla è più sicuro per i fedeli che attenersi alla pura e semplice ordinanza del Signore. Essa è chiamata “Cena” proprio affinché la sola sua autorità ne sia la regola.
È vero che, riconoscendo la loro sana intenzione e il fatto che non vollero mai derogare all’unico sacrificio di Cristo, non oso accusarli di empietà; nondimeno non si può negare che abbiano mancato nella forma esteriore, avendo seguito più da vicino il modello giudaico che l’ordinanza di Cristo non richiedesse. In questo meritano di essere ripresi: si sono conformati troppo alle ombre dell’Antico Testamento, senza contentarsi della semplice istituzione del Signore.
4:18:12 - Differenza tra i sacrifici della Legge e la Cena del Signore
Vi è certamente una somiglianza tra i sacrifici della Legge mosaica e il sacramento dell’Eucaristia, in quanto quelli rappresentavano l’efficacia della morte di Cristo, che oggi ci è comunicata nell’Eucaristia (Levitico 1:5). Ma vi è grande differenza nel modo di rappresentazione.
Nell’Antico Testamento i sacerdoti figuravano il sacrificio che Cristo avrebbe compiuto; la vittima prendeva il suo posto; vi era un altare per l’immolazione; tutto si svolgeva in modo che si vedesse un sacrificio per ottenere il perdono dei peccati. Ma dopo che Cristo ha compiuto la verità di tutte quelle figure, il Padre celeste ha stabilito un’altra forma: presentarci il godimento del sacrificio già offerto dal Figlio.
Ci ha dunque dato una tavola per mangiare, non un altare per sacrificare. Non ha consacrato sacerdoti per immolare vittime, ma ha istituito ministri per distribuire il cibo sacro al popolo.
Poiché il mistero è alto ed eccellente, deve essere trattato con somma riverenza. Nulla è più sicuro che rinunciare all’audacia del senso umano e attenersi interamente a ciò che la Scrittura insegna. Se riconosciamo che è la Cena del Signore e non delle persone, nessuna autorità umana, né il tempo trascorso, né altre apparenze devono distoglierci dalla sua volontà.
Per questo l’Apostolo, volendo restaurare la Cena tra i Corinzi dove era stata corrotta, li richiama alla sua unica istituzione, mostrandola come regola perpetua (1 Corinzi 11:20).
4:18:13 - Distinzione tra sacrificio di lode e sacrificio propiziatorio
Affinché nessuno contenzioso trovi occasione di opporsi per i nomi di “sacrificio” e “sacerdote”, chiarisco brevemente il senso in cui ho usato questi termini.
Non vedo su quale base si possa estendere il nome di sacrificio a tutte le cerimonie del culto. Nella Scrittura esso corrisponde ai termini greci thysia, prosphora, teleté, indicando ciò che è offerto a Dio; tuttavia è necessaria una distinzione derivata dai sacrifici della Legge mosaica, sotto le cui ombre il Signore rappresentò al suo popolo la verità dei sacrifici spirituali.
Benché fossero molteplici le specie, si possono ricondurre a due categorie: o l’offerta era fatta per il peccato, a titolo di soddisfazione; oppure era un segno di culto e testimonianza di onore verso Dio.
Nel secondo caso rientravano varie forme: suppliche per ottenere grazia, lodi per i benefici ricevuti, memoriali dell’alleanza. A questo genere appartenevano olocausti, libazioni, oblazioni, primizie e sacrifici di comunione.
Così distinguiamo anche noi due generi: il sacrificio di lode, destinato all’onore e alla riconoscenza verso Dio; e il sacrificio propiziatorio o di espiazione, volto ad appagare la sua giustizia e purificare dal peccato.
Le vittime della Legge erano dette espiatorie non perché potessero realmente cancellare l’iniquità, ma perché figuravano il vero sacrificio compiuto da Cristo, unico e definitivo, la cui efficacia è eterna. Egli stesso lo attestò dicendo: «È compiuto» (Giovanni 19:30), cioè che tutto ciò che era necessario per la nostra riconciliazione, giustizia e salvezza era stato perfettamente realizzato mediante la sua unica oblatione.
4:18:14 - La reiterazione come oltraggio al sacrificio di Cristo
Dobbiamo dunque concludere che è un intollerabile oltraggio contro Cristo reiterare un’oblazione pensando di ottenere così remissione dei peccati e riconciliazione con Dio.
Che cosa si fa nella Messa se non pretendere che, mediante una nuova offerta, diventiamo partecipi della passione di Cristo? E non contenti di affermare che il sacrificio giovi in comune a tutta la Chiesa, hanno aggiunto di poterlo applicare a chi vogliono, purché paghi.
Non potendo fissarne il prezzo al livello di Giuda, hanno tuttavia mantenuto la somiglianza: egli vendette Cristo per trenta monete d’argento; costoro, per quanto sta in loro, lo vendono per trenta denari di rame - e non una sola volta, ma ogni volta che trovano un acquirente.
In questo senso nego che i sacerdoti del Papa siano sacerdoti legittimi: essi pretendono di intercedere presso Dio mediante tale oblatione e di placare la sua ira purificando i peccati. Ma Cristo è l’unico Sacerdote del Nuovo Testamento, nel quale tutti i sacrifici antichi hanno trovato compimento e fine.
Anche se la Scrittura non parlasse esplicitamente del suo sacerdozio eterno, resta decisivo l’argomento apostolico: nessuno si attribuisca tale onore se non è chiamato da Dio (Ebrei 5:4). Con quale audacia dunque costoro si proclamano sacerdoti del Dio vivente, senza alcuna chiamata divina?
4:18:15 - La Messa come mercimonio religioso
Vi è un passo notevole nel secondo libro della Repubblica di Platone, dove si mostra che tra i pagani regnava una simile perversa opinione. Egli descrive come usurai, adulteri, spergiuri e oppressori, dopo aver commesso molte ingiustizie, credessero di potersi liberare fondando celebrazioni e sacrifici per cancellare la memoria dei loro crimini.
Il filosofo pagano si beffa di questa follia: pensavano di pagare Dio come se potessero accecarlo, per poi concedersi maggiore licenza nel male. Sembra quasi che indichi con il dito la pratica attuale della Messa.
Tutti sanno che è detestabile frodare il prossimo, opprimere vedove e orfani, spogliare i poveri, arricchirsi con spergiuri e violenze. Eppure molti osano farlo senza timore, confidando di soddisfare Dio mediante il sacrificio della Messa, come se pagassero un debito.
Platone deride l’idea di riscattarsi dalle pene future con tali mezzi. E a che tendono tanti anniversari e la maggior parte delle Messe, se non a far sì che persone che furono crudeli tiranni, ladri o dissoluti si riscattino dal Purgatorio?
Così la Messa, lungi dall’onorare il sacrificio di Cristo, diviene strumento di falsa sicurezza, mercimonio spirituale e illusione religiosa.
4:18:16 - Il sacrificio di lode e la consacrazione della vita
Sotto l’altra specie di sacrificio, chiamato sacrificio di rendimento di grazie o di lode, sono compresi tutti gli atti di carità: quando essi sono compiuti verso il prossimo, in certo modo sono offerti a Dio, che viene così onorato nelle sue membra. Vi sono incluse anche tutte le nostre preghiere, lodi, ringraziamenti e tutto ciò che facciamo per servire e onorare Dio.
Tali oblazioni dipendono però da un sacrificio maggiore: quello mediante il quale noi stessi, in corpo e anima, siamo consacrati e dedicati a Dio come templi santi. Non basta che le nostre opere esteriori siano impiegate nel suo servizio; è necessario che prima noi stessi, con tutto ciò che siamo e facciamo, gli siamo consacrati, affinché tutto in noi serva alla sua gloria.
Questo genere di sacrificio non ha nulla a che vedere con l’a propiziazione dell’ira di Dio o con l’ottenimento della remissione dei peccati e della giustizia; tende soltanto a magnificarlo. Esso non può essere gradito se non procede da coloro che, avendo già ottenuto il perdono, sono riconciliati e giustificati.
Un tale sacrificio è necessario alla Chiesa e durerà finché durerà il popolo di Dio. Così va intesa la parola del profeta: «Dal levante al ponente il mio nome è grande tra le nazioni, e in ogni luogo si offre al mio nome incenso e oblazione pura» (Malachia 1:11). Non vi è dunque alcuna abolizione, ma compimento.
Così l’Apostolo ci esorta a offrire i nostri corpi in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: questo è il nostro culto spirituale (Romani 12:1). Con grande proprietà egli parla di culto “razionale”, contrapponendolo implicitamente ai sacrifici carnali della Legge. In questo senso le elemosine sono chiamate sacrifici graditi a Dio (Ebrei 13:16); la liberalità dei Filippesi è detta offerta di profumo soave (Filippesi 4:18); e tutte le opere dei fedeli sono chiamate sacrifici spirituali (1 Pietro 2:5).
4:18:17 - La Cena come sacrificio di lode nella comunione con Cristo
Non è necessario insistere a lungo, poiché questo linguaggio è frequente nella Scrittura. Già sotto la pedagogia della Legge i profeti mostravano che i sacrifici esteriori contenevano una sostanza spirituale che ora permane nella Chiesa cristiana.
Davide pregava che la sua orazione salisse come incenso (Salmi 141:2); Osea parla dei “vitelli delle labbra” per indicare le azioni di grazie (Osea 14:2); altrove Davide parla di sacrifici di lode (Salmi 50:23; 51:21). L’Apostolo riprende questa espressione esortando a offrire sacrifici di lode, cioè il frutto delle labbra che confessano il suo nome (Ebrei 13:15).
Questo genere di sacrificio si compie anche nella Cena del Signore: quando annunciamo la sua morte e rendiamo grazie, offriamo un sacrificio di lode. Per questo tutti i cristiani sono chiamati “sacerdozio regale” (1 Pietro 2:9): per mezzo di Cristo offriamo a Dio il frutto delle labbra che confessano il suo nome.
Non potremmo presentarci davanti a Dio con le nostre offerte senza un intercessore. E questo Mediatore è Gesù Cristo, che intercede per noi. Per mezzo di lui offriamo noi stessi e tutto ciò che abbiamo al Padre. Egli è il nostro Pontefice, entrato nel santuario celeste per aprirci l’accesso; è il nostro altare, sul quale presentiamo le nostre oblazioni; è colui che ci ha fatti re e sacerdoti per Dio suo Padre (Apocalisse 1:6).
4:18:18 - La Messa come macchina contro il regno di Cristo
Che resta dunque, se non che i ciechi vedano e i sordi odano questa abominazione della Messa? Presentata in vaso d’oro - cioè sotto il nome della Parola di Dio - essa ha inebriato e stordito re e popoli, dal più grande al più piccolo, inducendoli a porre l’inizio e la fine della loro salvezza in questo abisso mortale.
Satana non ha mai eretto macchina più potente contro il regno di Cristo. Essa è come un’Elena, per la quale i nemici della verità combattono con tale furore. È un’Elena spirituale, oggetto di fornicazione idolatrica.
Non mi soffermo qui sui grossolani abusi - mercati sacrileghi, guadagni illeciti, rapine mascherate da religione - che pure potrebbero essere denunciati. Mi limito a mostrare, in poche parole, che cosa sia la Messa nella sua stessa “santità”: dalla radice alla cima è piena di empietà, bestemmia, idolatria e sacrilegio, anche senza considerare le sue appendici.
4:18:19 - I due soli sacramenti della Chiesa
I lettori possono ora vedere in breve quanto è necessario sapere sui due sacramenti dati alla Chiesa cristiana fin dall’inizio del Nuovo Testamento: il Battesimo, come ingresso e prima professione di fede; e la Cena, come nutrimento continuo con cui Cristo alimenta spiritualmente i suoi fedeli.
Come vi è un solo Dio, una sola fede, un solo Cristo e una sola Chiesa, così vi è un solo Battesimo, che non si ripete. La Cena invece è distribuita spesso, affinché coloro che sono stati inseriti nella Chiesa comprendano di essere continuamente nutriti da Cristo.
Fuori da questi due non vi è alcun altro sacramento istituito da Dio, né la Chiesa deve accettarne altri. Non appartiene all’autorità umana istituire nuovi sacramenti. Essi sono istituiti da Dio per insegnarci una sua promessa e testimoniarci la sua benevolenza. Nessuno è stato consigliere di Dio (Isaia 40:13; Romani 11:34) da poter garantire la sua volontà o stabilire segni che la attestino. Solo Dio può istituire un segno che sia testimonianza autentica della sua promessa.
Senza promessa di salvezza non vi è sacramento. E poiché nessuna assemblea di persone può promettere salvezza, nessuna può istituire un sacramento.
4:18:20 - La sufficienza di Cristo e la purezza dei sacramenti
La Chiesa cristiana sia dunque contenta di questi due sacramenti e non ne desideri altri fino alla fine dei tempi. Se ai Giudei furono dati segni diversi in momenti differenti - come la manna, l’acqua dalla roccia, il serpente di bronzo (Esodo 16:14; 17:6; Numeri 21:8; 1 Corinzi 10:3; Giovanni 3:14) - ciò serviva a indirizzarli verso una realtà migliore e definitiva.
Noi invece abbiamo Cristo rivelato, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Colossesi 2:3). Cercare qualcosa di nuovo sarebbe tentare Dio. Ci basta avere fame di Cristo, cercarlo, contemplarlo, apprenderlo e custodirlo fino al giorno in cui egli manifesterà pienamente la gloria del suo regno (1 Giovanni 3:2).
Per questo il tempo presente è chiamato “ultima ora” e “ultimi giorni” (1 Giovanni 2:18; 1 Pietro 1:20), affinché nessuno si lasci ingannare dall’attesa di nuove rivelazioni. Dio, che in passato parlò per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato per mezzo del Figlio (Ebrei 1:2), il quale ci ha rivelato il Padre ed è per noi lo specchio in cui lo contempliamo (1 Corinzi 13:12).
Come agli uomini non è dato istituire nuovi sacramenti, così sarebbe da desiderare che anche in quelli istituiti da Dio si mescolasse il meno possibile di invenzione umana. Come il vino si guasta con l’acqua e la farina si corrompe con il lievito, così la purezza dei misteri divini è contaminata quando l’uomo vi aggiunge qualcosa di suo.
Eppure vediamo quanto i sacramenti siano degenerati dalla loro semplicità: pompa, cerimonie, artifici ovunque, mentre la Parola di Dio - senza la quale non vi è sacramento - è trascurata. Il Battesimo è oscurato; la Cena è stata sepolta sotto la trasformazione in Messa, e appena una volta l’anno appare, mutilata e deformata.
Così si conclude questa trattazione: un richiamo alla sufficienza di Cristo, alla perfezione del suo sacrificio e alla purezza dei segni da lui istituiti.
Sommario del capitolo 4:18