Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 19
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 19
Delle altre cinque cerimonie che sono state falsamente chiamate sacramenti, e di quali siano
4:19:1 - Perché è necessario esaminare i cinque riti chiamati sacramenti
La disputa precedente sui sacramenti avrebbe potuto soddisfare tutte le persone sobrie e docili, affinché non si spingessero oltre con curiosità e non ricevessero, senza la Parola di Dio, altri sacramenti oltre i due che hanno riconosciuto essere stati istituiti dal Signore. Tuttavia, poiché l’opinione dei sette sacramenti è stata sempre così comune tra le persone, ed è stata tanto sostenuta in dispute e predicazioni, che fin dall’antichità si è radicata nei cuori di tutti e vi è ancora profondamente fissata, mi è parso opportuno considerare a parte e più da vicino gli altri cinque che sono comunemente annoverati tra i sacramenti del Signore; e, una volta smascherata tutta la loro falsità, far conoscere alle persone semplici che cosa siano e come finora siano stati impropriamente presi per sacramenti.
Anzitutto dichiaro che non entro in questa disputa per un desiderio polemico intorno a una parola; ma poiché l’abuso del termine trascina con sé gravi conseguenze, sono costretto a riprovarlo, se voglio che la verità della cosa sia conosciuta. So bene che i cristiani non devono essere superstiziosi riguardo ai vocaboli, purché il senso sia buono e sano. Confesso dunque che per una parola non si dovrebbe sollevare contesa, anche se fosse mal usata, purché la dottrina rimanesse integra. Ma qui vi è un’altra ragione riguardo al nome di sacramento. Infatti coloro che ne pongono sette attribuiscono a tutti questa definizione: che sono segni visibili della grazia invisibile di Dio; e li fanno vasi dello Spirito Santo, strumenti per conferire giustizia e cause della remissione dei peccati.
Lo stesso Maestro delle Sentenze afferma che i sacramenti dell’Antico Testamento sono stati così chiamati impropriamente, perché non conferivano ciò che figuravano. È forse tollerabile che i segni che il Signore ha consacrato con la sua stessa bocca e adornato di così splendide promesse non siano riconosciuti come sacramenti, mentre tale onore venga trasferito a cerimonie inventate dalla mente delle persone? Perciò o i papisti cambino la loro definizione, oppure si astengano dall’usurpare un termine che genera poi opinioni false e perverse.
Essi dicono che l’Estrema Unzione è sacramento; e dunque sarebbe figura e causa della grazia invisibile. Se non si deve affatto concedere loro la conclusione che inferiscono dal nome, occorre prevenire l’errore fin dalla parola stessa e opporsi prontamente a ciò che ne è causa. Quando vogliono provare che l’Estrema Unzione è sacramento, aggiungono questa ragione: che consiste in un segno esteriore e nella Parola di Dio. Ma se non troviamo né comandamento né promessa che la riguardino, che possiamo fare se non contraddire?
4:19:2 - Solo Dio può istituire un sacramento
Ora è evidente che non disputiamo su una parola, ma sulla realtà stessa; ed è altresì evidente che la questione non è superflua, data la sua importanza. Occorre dunque mantenere ciò che abbiamo già stabilito con argomentazione invincibile: che la potestà di istituire sacramenti appartiene unicamente a Dio.
Infatti un sacramento deve, mediante una promessa certa di Dio, assicurare e consolare le coscienze dei fedeli; e tali coscienze non potrebbero mai ricevere da una persona umana tale assicurazione. Il sacramento deve essere per noi testimonianza della benevolenza di Dio verso di noi; e nessuna persona, né angelo, può essere da sé testimone di essa, poiché nessuno è stato consigliere di Dio (Isaia 40:13; Romani 11:34). È Lui solo che ci attesta con la sua Parola ciò che è in Lui.
Il sacramento è un sigillo con cui il testamento e la promessa di Dio sono suggellati. Ora, essa non potrebbe essere sigillata da cose corporee e elementi di questo mondo, se questi non fossero a ciò segnati e destinati dalla potenza di Dio. L’essere umano dunque non può istituire un sacramento, poiché non appartiene alla potenza umana fare sì che così grandi misteri di Dio siano racchiusi sotto cose tanto umili. È necessario che la Parola di Dio preceda, per fare che il sacramento sia sacramento, come è stato molto ben detto da Agostino d'Ippona.
Inoltre, se non vogliamo cadere in molte assurdità, dobbiamo distinguere tra sacramenti e altre cerimonie. Gli apostoli hanno pregato in ginocchio (Atti 9:40; 20:36): faremo di ciò un sacramento? Gli antichi si volgevano verso oriente per pregare: sarà forse sacramento il rivolgersi verso il sole nascente? L’elevazione delle mani è congiunta nella Scrittura alla preghiera (1 Timoteo 2:8): ne faremo anch’essa un sacramento? Con questo metodo, tutte le posture dei santi diverrebbero sacramenti.
4:19:3 - La testimonianza dei Padri contro il numero di sette
Se vogliono opprimerci con l’autorità della Chiesa antica, rispondo che si servono di un pretesto ingannevole: poiché non si troverà il numero di sette sacramenti in alcuno dei dottori della Chiesa, né si può stabilire quando esso sia stato introdotto.
Confesso che i dottori della Chiesa talvolta usano il termine sacramento in modo ampio e vario; ma con esso intendono indifferentemente tutte le cerimonie appartenenti alla cristianità. Tuttavia, quando parlano dei segni che devono essere per noi testimonianze della grazia di Dio, si limitano a due: il Battesimo e l’Eucaristia.
Affinché non sembri una falsa pretesa, citerò alcune testimonianze di Agostino d'Ippona. Scrivendo a Gennaro, egli afferma che il Signore Gesù Cristo, come egli stesso dice nell’Evangelo, ci ha sottoposti a un giogo soave e a un carico leggero; e perciò ha ordinato nella Chiesa cristiana pochi sacramenti in numero, facili da osservare, eccellenti nel significato: come il Battesimo, consacrato nel nome della Trinità, e la comunione del corpo e del sangue del Signore, e se vi è qualcos’altro comandato nella Scrittura.
Nel libro della Dottrina Cristiana egli dice ancora: dalla risurrezione del nostro Signore abbiamo pochi segni che ci sono stati dati da lui e dai suoi apostoli; e quelli che abbiamo sono facili da osservare, degni ed eccellenti nel loro significato: come il Battesimo e la celebrazione del corpo e del sangue del Signore.
Perché non fa qui menzione del numero sette, al quale i papisti attribuiscono un così grande mistero? È verosimile che lo avrebbe taciuto, se fosse già stato istituito nella Chiesa, considerando anche quanto egli fosse attento ai numeri, talvolta persino oltre misura? Nel nominare il Battesimo e la Cena, egli tace sugli altri. Non indica forse chiaramente che questi due segni hanno una singolare preminenza e dignità, e che tutte le altre cerimonie devono essere in grado inferiore?
Pertanto affermo che i papisti, quanto al loro numero di sette sacramenti, hanno contro di sé non solo la Parola di Dio, ma anche la Chiesa antica, benché fingano e si vantino di averla dalla loro parte.
Della confermazione
4:19:4 - L’antica imposizione delle mani e la sua vera natura
Un tempo, nella Chiesa, vi era quest’ordine: i figli dei cristiani, giunti all’età della discrezione, venivano presentati al vescovo per fare confessione della loro fede cristiana, come facevano al loro Battesimo i pagani convertiti. Quando infatti una persona adulta desiderava essere battezzata, veniva istruita per un certo tempo, finché potesse fare confessione della sua fede davanti al vescovo e a tutto il popolo.
Così, coloro che erano stati battezzati nell’infanzia, non avendo fatto tale confessione al loro Battesimo, una volta cresciuti si presentavano nuovamente al vescovo per essere esaminati secondo la forma del catechismo allora in uso. Per dare maggiore dignità e solennità a questo atto, si usava la cerimonia dell’imposizione delle mani. Il giovane, dopo aver dato approvazione alla sua fede, veniva rimandato con una benedizione solenne.
Di questa consuetudine fanno spesso menzione gli antichi dottori. Così Leone I, vescovo di Roma, afferma che, se qualcuno si è convertito da un’eresia, non deve essere ribattezzato, ma gli deve essere conferita la virtù dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani del vescovo, ciò che gli era mancato prima. Ma lo stesso Leone spiega altrove che cosa intenda: chi è stato battezzato dagli eretici non dev’essere ribattezzato, ma confermato con l’imposizione delle mani, pregando Dio che gli conceda il suo Spirito, poiché ha ricevuto la forma del Battesimo, ma non la santificazione.
Anche Girolamo, contro i Luciferiani, ne fa menzione. Benché egli chiami questa pratica osservanza apostolica - espressione in cui si lascia trascinare oltre misura - è tuttavia ben lontano dalle fantasie dei papisti. Egli stesso infatti corregge, aggiungendo che tale benedizione fu riservata ai vescovi più per onore che per necessità.
Quanto a me, io stimo assai una tale imposizione delle mani, quando sia compiuta semplicemente come forma di preghiera; e sarei ben contento che se ne facesse uso ancora oggi, purché fosse praticata puramente e senza superstizione.
4:19:5 - La Cresima papale e l’assenza della Parola
Coloro che vennero dopo hanno sovvertito e seppellito quell’antica ordinanza, e al suo posto hanno introdotto una non so quale Cresima, forgiata e inventata da loro, che hanno voluto far passare per sacramento di Dio. Per ingannare il popolo, hanno finto che la sua virtù consista nel conferire lo Spirito Santo per aumento di grazia, il quale nel Battesimo sarebbe stato dato per innocenza; e che nel Battesimo siamo rigenerati alla vita, ma nella confermazione siamo armati per il combattimento.
Questa Cresima si compie mediante unzione con olio, accompagnata da questa formula: «Ti segno con il segno della santa croce e ti confermo con l’unzione di salvezza, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Tutto ciò appare bello e solenne. Ma dov’è la Parola di Dio che prometta qui la presenza dello Spirito Santo? Non possono mostrarne un solo punto. Come ci renderanno dunque certi che il loro crisma sia un vaso dello Spirito Santo? Noi vediamo olio, un liquido grasso e denso, e null’altro.
«Sia aggiunta la Parola all’elemento, e sarà fatto sacramento», dice Agostino d'Ippona. Mostrino dunque questa Parola, se vogliono farci contemplare nell’olio qualcosa di diverso dall’olio stesso.
Se si riconoscessero, come dovrebbero, ministri dei sacramenti, non sarebbe necessario prolungare il confronto. La prima regola di un ministro è non intraprendere nulla senza mandato. Producono dunque il mandato ricevuto per fare questo, e io non insisterò oltre. Ma se manca il mandato, non possono scusare il loro operato come non sia una temeraria audacia.
Per la stessa ragione il Signore interrogava i farisei se il Battesimo di Giovanni fosse dal cielo o dagli uomini (Matteo 21:25). Se avessero risposto «dagli uomini», ne sarebbe risultato che era vano; se «dal cielo», sarebbero stati costretti ad accettarne la dottrina. Così pure, se la confermazione è dagli uomini, è cosa vana; se è dal cielo, lo dimostrino.
4:19:6 - L’esempio degli apostoli correttamente inteso
Essi si difendono appellandosi all’esempio degli apostoli, i quali - dicono - non fecero nulla senza motivo. È vero: e non sarebbero ripresi, se potessero dimostrarsi loro imitatori. Ma che cosa fecero gli apostoli?
Luca Evangelista riferisce negli Atti che gli apostoli a Gerusalemme, avendo udito che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni; i quali, giunti, pregarono per i Samaritani affinché ricevessero lo Spirito Santo, che non era ancora sceso su alcuno di loro, benché fossero stati battezzati nel nome di Gesù. Dopo aver pregato, imposero loro le mani, e mediante tale gesto essi ricevettero lo Spirito Santo (Atti 8:15-16).
Io riconosco ciò che fecero gli apostoli: essi esercitarono fedelmente il loro ufficio. Il Signore volle che i doni visibili e mirabili dello Spirito Santo, allora effusi sul suo popolo, fossero amministrati per mezzo degli apostoli e distribuiti mediante l’imposizione delle mani. Non vi scorgo un mistero occulto; penso piuttosto che quel gesto significasse la loro raccomandazione a Dio di coloro sui quali ponevano le mani.
Se quel ministero, allora proprio degli apostoli, fosse oggi in vigore, si dovrebbe conservare anche l’imposizione delle mani. Ma poiché tali doni non sono più conferiti, a che serve il gesto? Certamente lo Spirito Santo assiste ancora il popolo di Dio; senza la sua guida la Chiesa non potrebbe sussistere. Abbiamo la promessa perenne con cui Cristo invita chi ha sete a bere delle acque vive (Giovanni 7:37). Ma quelle potenze straordinarie e manifestazioni visibili, distribuite per l’imposizione delle mani, sono cessate, perché erano destinate a un tempo determinato, per magnificare la novità della predicazione evangelica e del regno di Cristo.
In che cosa dunque questi imitano gli apostoli? Dove si manifesta oggi, per la loro imposizione delle mani, una virtù evidente dello Spirito? Essi non mostrano nulla. Perciò la loro pretesa è vana: noi riconosciamo che l’imposizione delle mani fu in uso presso gli apostoli, ma con fine del tutto diverso.
4:19:7 - L’olio di “salvezza” e l’abuso dell’esempio apostolico
Questa pretesa è tanto frivola quanto se si volesse fare del soffio con cui il Signore soffiò sui discepoli (Giovanni 20:22) un sacramento permanente. Il Signore lo fece una volta; non comandò che fosse perpetuato.
Così gli apostoli usarono dell’imposizione delle mani nel tempo in cui piacque al Signore di elargire, alle loro preghiere, doni straordinari dello Spirito; non perché i successori imitassero senza frutto un segno vuoto, come fanno questi imitatori caricaturali.
E quand’anche volessero sostenere di seguire gli apostoli nell’imposizione delle mani - cosa che è pura imitazione esteriore - da dove prendono l’olio che chiamano «di salvezza»? Chi ha insegnato loro a cercare salvezza nell’olio e ad attribuirgli virtù spirituale? È forse Paolo di Tarso, che ci distoglie dagli elementi del mondo e condanna l’attaccamento a tali osservanze (Galati 4:9; Colossesi 2:20)?
Io affermo arditamente, non di mia iniziativa ma sulla base della Parola di Dio, che chi chiama quell’olio «olio di salvezza» rinuncia alla salvezza che è in Cristo, rigetta Cristo e non ha parte nel Regno di Dio. L’olio è per il ventre e il ventre per l’olio; ma il Signore distruggerà l’uno e l’altro (1 Corinzi 6:13). Gli elementi che periscono con l’uso non appartengono al Regno di Dio, che è spirituale ed eterno.
Se qualcuno obietta: e l’acqua del Battesimo? e il pane e il vino della Cena? Rispondo: nei sacramenti vi sono due aspetti da considerare - la sostanza dell’elemento corporeo e l’istituzione impressa dalla Parola di Dio, nella quale risiede tutta la forza. Pane, vino e acqua restano nella loro natura; ma santificati dalla Parola, diventano strumenti che ci elevano spiritualmente.
4:19:8 - La Cresima come offesa al Battesimo
Consideriamo ora quali mostruosità alimenti quest’olio. Essi insegnano che lo Spirito Santo è dato nel Battesimo per innocenza, e nella Cresima per aumento di grazia; che nel Battesimo siamo rigenerati alla vita, e nella confermazione armati per il combattimento. E giungono a dire che il Battesimo non è pienamente perfetto senza la confermazione.
Ma non siamo forse sepolti con Cristo nel Battesimo per partecipare alla sua risurrezione? Paolo di Tarso interpreta questa partecipazione come mortificazione della carne e vivificazione dello Spirito (Romani 6:4). Che armatura migliore contro il diavolo?
Il concilio di Milevi, al tempo di Agostino d'Ippona, decretò che chi afferma che il Battesimo sia dato solo per remissione dei peccati e non anche come aiuto della grazia dello Spirito Santo sia anatema.
Quando negli Atti si dice che i Samaritani erano stati battezzati ma non avevano ricevuto lo Spirito (Atti 8:16), non si intende che fossero privi di ogni dono spirituale - poiché credevano e confessavano Cristo - ma che non avevano ancora ricevuto i doni straordinari e visibili.
Satana, con astuzia, trasferisce alla Cresima ciò che appartiene al Battesimo, per distoglierci dalla sua ricchezza. La Scrittura afferma che quanti sono stati battezzati in Cristo hanno rivestito Cristo con i suoi doni (Galati 3:27). La voce degli unzionatori dice il contrario. La prima è verità; la seconda è menzogna. La confermazione, così concepita, è un’ingiuria al Battesimo, ne oscura e quasi ne abolisce l’uso.
4:19:9 - Il mito del “cristiano perfetto”
Essi aggiungono che tutti i fedeli devono ricevere, dopo il Battesimo, lo Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani, affinché siano trovati cristiani compiuti; e che nessuno è pienamente cristiano se non è unto con il crisma episcopale.
Ma tutto ciò che appartiene alla cristianità non è forse contenuto e dichiarato nelle Scritture? Ora invece pare che la vera regola della religione debba cercarsi altrove. La sapienza di Dio, la verità celeste, tutta la dottrina di Cristo - a quanto pare - non farebbero che iniziare i cristiani; l’olio li perfezionerebbe.
Con tale dottrina sono condannati tutti gli apostoli e i martiri, che non furono mai unti con tale crisma. Eppure, se questa unzione fosse necessaria alla salvezza, perché la impongono a una minima parte del popolo? Perché tollerano così facilmente che venga trascurata? Confessano così, tacitamente, che non è così necessaria come pretendono.
4:19:10 - L’olio preferito al Battesimo?
Infine, stabiliscono che questa sacra unzione debba essere tenuta in maggiore riverenza del Battesimo, perché è conferita dalle mani dei grandi prelati, mentre il Battesimo è amministrato comunemente dai presbiteri.
Che dire, se non che l’amore per le proprie invenzioni li conduce a disprezzare le sante istituzioni di Dio? Osano paragonare, anzi preferire, il loro olio all’acqua santificata dalla Parola di Dio.
Alcuni cercano di moderare l’eccesso, dicendo che la Cresima è più degna non per maggiore efficacia, ma per la dignità del ministro o per la parte del corpo su cui è amministrata. Ma così non mostrano forse spirito donatista, stimando la forza del sacramento dalla dignità del ministro?
E da dove traggono che tale prerogativa appartenga ai vescovi? Dicono: gli apostoli soli imposero le mani. Ma i vescovi sono apostoli? E se così fosse, perché non concludono che solo i vescovi debbano distribuire il calice nella Cena del Signore, dato che Cristo lo diede agli apostoli?
Infine, Anania di Damasco non era apostolo, e tuttavia fu mandato a Paolo di Tarso per ridargli la vista, battezzarlo e riempirlo dello Spirito Santo (Atti 9:17).
E aggiungo ancora: se questo ufficio fosse di diritto divino proprio dei vescovi, perché essi stessi hanno osato comunicarlo ai semplici presbiteri, come si legge in una lettera di Gregorio I?
4:19:11 - L’olio preferito all’acqua: un rovesciamento empio
Quanto è frivola, inetta e folle l’altra loro ragione, con cui chiamano la loro Cresima più degna del Battesimo di Dio, perché in essa la fronte è unta d’olio, mentre nel Battesimo è bagnata la sommità del capo! Come se il Battesimo fosse fatto con olio e non con acqua.
Chiamo qui a testimoni tutti coloro che temono Dio: non è forse evidente che questi abusatori si sforzano di infettare la purezza dei Sacramenti con il lievito della loro falsa dottrina? Ho detto altrove che a fatica si distingue, nei Sacramenti, ciò che è di Dio, in mezzo alla moltitudine delle invenzioni umane. Se qualcuno allora non mi ha creduto, ora almeno creda ai loro stessi maestri. Ecco: disprezzata e rigettata l’acqua - segno stabilito da Dio - magnificano invece il loro olio.
Noi, al contrario, diciamo che nel Battesimo la fronte è bagnata con acqua, al cui valore non stimiamo tutta la loro massa d’olio neppure quanto sterco, sia nel Battesimo sia nella Confermazione. E se qualcuno obietta che il loro olio è venduto a prezzo maggiore, è facile rispondere che tale vendita è inganno, iniquità e furto.
Con la terza ragione manifestano ancor più la loro empietà, insegnando che nella Confermazione sia conferito un aumento di virtù maggiore che nel Battesimo. Gli apostoli amministravano doni visibili dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani. In quale cosa si mostra utile l’untuosa pratica di questi ingannatori? Ma lasciamo pure tali moderatori, che cercano di coprire una bestemmia con molte parole: è un nodo insolubile, che è meglio tagliare del tutto piuttosto che affaticarsi a scioglierlo.
4:19:12 - L’antichità non basta a fare un sacramento
Quando si vedono privi della Parola di Dio e di ogni ragione plausibile, ricorrono al loro solito argomento: questa osservanza sarebbe molto antica, confermata dal consenso di molti secoli. Anche se fosse vero, non ne seguirebbe nulla. Il sacramento non viene dalla terra, ma dal cielo; non dagli uomini, ma da Dio solo.
Provino che Dio è l’autore della loro Cresimae, se vogliono che sia tenuta per sacramento. Perché invocare l’antichità, quando gli antichi non riconoscono in alcun luogo più di due sacramenti? Se dovessimo fondare la certezza della nostra fede sugli uomini, avremmo una fortezza inespugnabile: gli antichi non hanno mai riconosciuto come sacramenti ciò che costoro falsamente chiamano tali.
Gli antichi parlano dell’imposizione delle mani; ma la chiamano forse sacramento? Agostino d'Ippona scrive apertamente che non è altro che preghiera. Non vengano qui a confondere le cose con le loro sottili distinzioni, dicendo che Agostino non parlerebbe dell’imposizione delle mani “confirmatoria”, ma di quella “curatoria” o “riconciliatoria”. Il libro è nelle mani di tutti. Se traviso il senso delle parole di Agostino, mi si smentisca apertamente.
Egli parla degli eretici che si riconciliavano con la Chiesa, e mostra che non devono essere ribattezzati, ma che basta imporre loro le mani, affinché, mediante il vincolo della pace, Dio conceda loro il suo Spirito. Poiché poteva sembrare incongruo ripetere l’imposizione delle mani e non il Battesimo, aggiunge che vi è differenza, perché quella non è altro che una preghiera fatta sull’uomo.
Lo stesso senso appare altrove, dove dice che si impongono le mani agli eretici che tornano alla Chiesa per unirli nella carità, che è il principale dono di Dio e senza la quale nessuna santificazione può essere salutare all’essere umano.
4:19:13 - Una disciplina catechetica degna di essere restaurata
Io desidererei piuttosto che si mantenesse la pratica antica di cui ho parlato, prima che questa finzione abortita di sacramento fosse introdotta. Non già una tale “Confermazione” - che non si può neppure nominare senza offendere il Battesimo - ma un’istruzione cristiana mediante la quale i fanciulli, o coloro che avessero superato l’infanzia, esponessero la ragione della loro fede in presenza della Chiesa.
Sarebbe una disciplina eccellente, se si avesse un formulario destinato a tale scopo, contenente e spiegante in modo semplice tutti i punti della nostra religione, sui quali la Chiesa universale dei fedeli deve concordare senza differenza. Un ragazzo di circa dieci anni potrebbe presentarsi alla Chiesa per dichiarare la confessione della sua fede; verrebbe interrogato su ciascun punto e dovrebbe rispondere. Se ignorasse qualcosa o non comprendesse bene, verrebbe istruito in modo tale da confessare, davanti alla Chiesa presente e testimone, la fede vera, pura e unica, nella quale tutto il popolo fedele onora Dio concordemente.
Certamente, se questa disciplina fosse in vigore, la negligenza di molti padri e madri sarebbe corretta: non potrebbero, senza vergogna, trascurare l’istruzione dei loro figli, della quale ora poco si curano. Vi sarebbe maggiore unità di fede tra il popolo cristiano, e non si troverebbe tanta ignoranza e rozzezza in molti. Non si sarebbe così facilmente trascinati da nuove dottrine. In breve, ciascuno avrebbe una conoscenza ordinata e salda della dottrina cristiana.
Della penitenza
4:19:14 - L’antica disciplina della penitenza pubblica
Essi congiungono poi la Penitenza, della quale parlano in modo così confuso e disordinato che dalla loro dottrina non si può trarre nulla di fermo e certo. Altrove abbiamo già spiegato diffusamente che cosa la Scrittura insegni sulla penitenza e, inoltre, che cosa essi insegnino. Ora occorre soltanto accennare con quanto lieve - o piuttosto nullo - fondamento ne abbiano fatto un sacramento.
Dirò anzitutto, brevemente, quale fu la pratica della Chiesa antica, sotto il cui pretesto i papisti hanno introdotto e oggi sostengono la loro fantasia. Gli antichi osservavano questo ordine nella penitenza pubblica: quando il penitente aveva compiuto la soddisfazione che gli era stata imposta, veniva riconciliato con la Chiesa mediante l’imposizione delle mani. Questo gesto era un segno di assoluzione, tanto per consolare il peccatore quanto per avvertire il popolo che la memoria della sua colpa doveva essere cancellata.
Questo segno è spesso chiamato da Cipriano di Cartagine “concessione” o “dono di pace”. Inoltre, per dare maggiore autorità all’atto, era stabilito che non si dovesse compiere senza la conoscenza e il consenso del vescovo. A ciò si riferisce il decreto del secondo concilio di Cartagine, dove si dice che un presbitero non deve riconciliare pubblicamente un penitente. Un altro decreto, del concilio di Orange, stabilisce che coloro che muoiono prima di aver compiuto la penitenza possano essere ammessi alla comunione senza imposizione delle mani; ma se guariscano, siano riconciliati dal vescovo. Simili disposizioni si trovano anche nel terzo concilio di Cartagine.
Tutte queste norme miravano a mantenere la severità della disciplina, impedendo che venisse meno. Poiché alcuni presbiteri potevano essere troppo indulgenti, si stabiliva che il vescovo ne avesse cognizione. Cipriano di Cartagine stesso testimonia che non era il vescovo da solo a imporre le mani ai penitenti, ma tutto il clero insieme a lui.
Col passare del tempo questa pratica fu pervertita, e la cerimonia fu usata anche nelle assoluzioni private, fuori dalla penitenza pubblica. Da qui nacque la distinzione, formulata da Graziano nella sua raccolta di Decreti, tra riconciliazione pubblica e privata.
Io confesso che l’osservanza di cui parla Cipriano è santa e utile alla Chiesa, e vorrei che fosse oggi in uso. Quanto all’altra, pur non condannandola del tutto, non la giudico molto opportuna. In ogni caso, è evidente che l’imposizione delle mani nella penitenza è una cerimonia stabilita dagli uomini, non istituita da Dio; pertanto deve essere annoverata tra le cose indifferenti, non tra i sacramenti fondati sulla Parola di Dio.
4:19:15 - La penitenza non corrisponde alla definizione di sacramento
I teologi romanisti, che hanno l’abitudine di corrompere tutto con le loro glosse, si affaticano per trovarvi un sacramento. Non c’è da meravigliarsi se sono in difficoltà: cercano ciò che non vi è. Alla fine, non riuscendo a meglio, lasciano tutto avvolto nell’incertezza e nella confusione di opinioni contrastanti.
Dicono che la penitenza esteriore è sacramento; e se così è, dovrebbe essere segno della penitenza interiore, cioè della contrizione del cuore, che sarebbe la sostanza del sacramento. Oppure sostengono che entrambe siano sacramento: non due, ma uno compiuto; l’esteriore come sacramento soltanto, l’interiore come sacramento e sostanza; mentre la remissione dei peccati sarebbe la sostanza del sacramento, ma non sacramento.
Chi ricorda la definizione di sacramento già stabilita, la applichi a queste affermazioni: troverà che non vi è alcuna corrispondenza, poiché non si tratta di una cerimonia esterna istituita dal Signore per confermare la nostra fede.
Se replicano che la mia definizione non è legge per loro, ascoltino Agostino d'Ippona, al quale dichiarano di portare reverenza inviolabile. Egli dice che i sacramenti sono segni visibili istituiti per i carnali, affinché per mezzo di essi siano trasferiti dalle cose visibili a quelle intelligibili. Che cosa mostrano di simile nel loro “sacramento” della penitenza? Altrove Agostino afferma che il sacramento è così chiamato perché in esso si vede una cosa e se ne intende un’altra: ciò che si vede ha forma corporea, ciò che si intende ha frutto spirituale. Nulla di ciò si trova nella penitenza come la concepiscono, dove manca una figura corporea che rappresenti un frutto spirituale.
4:19:16 - Neppure l’assoluzione sacerdotale può fondare un sacramento
Se vogliamo seguirli nel loro stesso terreno, sarebbe forse più plausibile chiamare sacramento l’assoluzione del presbitero piuttosto che la penitenza, interiore o esteriore. Si potrebbe dire che essa è una cerimonia ordinata a confermare la nostra fede nella remissione dei peccati, fondata sulla promessa delle chiavi: «Ciò che legherai o scioglierai sulla terra sarà legato o sciolto nei cieli».
Ma si obietterebbe che molti sono assolti dai presbiteri senza che tale assoluzione giovi loro, mentre, secondo la loro dottrina, i sacramenti della nuova legge dovrebbero efficacemente produrre ciò che significano. A questo essi risponderebbero con le consuete distinzioni: come nella Cena vi sarebbe una duplice manducazione, una sacramentale comune a buoni e cattivi e una spirituale propria dei buoni, così anche l’assoluzione si riceverebbe in duplice modo.
Essi stessi citerebbero Agostino d'Ippona, secondo cui talvolta vi è santificazione senza sacramento visibile, e talvolta sacramento visibile senza santificazione interiore; che i sacramenti operano negli eletti; che alcuni rivestono Cristo fino al sacramento, altri fino alla santificazione.
È sorprendente che, in tanta confusione, non abbiano riconosciuto quanto fosse fragile il loro fondamento.
4:19:17 - Il Battesimo come vero sacramento di penitenza
Tuttavia, ovunque vogliano collocare il loro sacramento, io nego che possa essere considerato tale. Anzitutto, manca la promessa di Dio, che è il fondamento unico del sacramento. La promessa delle chiavi non istituisce una forma particolare di assoluzione distinta per ciascuno, ma appartiene alla predicazione dell’Evangelo, rivolta indistintamente a tutti i peccatori.
In secondo luogo, ogni cerimonia che possano produrre è pura invenzione umana; e le cerimonie sacramentali possono essere ordinate solo da Dio. Tutto ciò che hanno fabbricato sul sacramento della penitenza è dunque menzogna e inganno.
Essi hanno inoltre adornato questo sacramento contraffatto con il titolo di “seconda tavola dopo il naufragio”: se qualcuno ha macchiato con il peccato la veste dell’innocenza ricevuta nel Battesimo, potrebbe lavarla mediante la penitenza. Attribuiscono questa espressione a Girolamo. Ma, chiunque l’abbia detta, non può essere interpretata nel loro senso senza grave errore: come se il Battesimo fosse cancellato dal peccato, invece di essere ricordato ogni volta che cerchiamo il perdono, per trarne conforto e fiducia nella promessa ricevuta.
Se talvolta Girolamo si è espresso in modo troppo severo, dicendo che il Battesimo è “perduto” da chi merita scomunica e “riparato” dalla penitenza, costoro ne abusano per sostenere la loro empietà.
Più propriamente si può chiamare il Battesimo sacramento di penitenza, poiché è stato dato come consolazione a coloro che si studiano di ravvedersi. E non è invenzione nuova: nel libro De Fide, attribuito ad Agostino, il Battesimo è chiamato sacramento di fede e di penitenza.
E che bisogno abbiamo di testimonianze incerte, quando l’evangelista riferisce che Giovanni predicava il Battesimo di penitenza per la remissione dei peccati (Marco 1:4; Luca 3:3)?
Dell'estrema unzione
4:19:18 - L’istituzione apostolica e la pretesa dell’Estrema Unzione
Il terzo sacramento contraffatto è l’Estrema Unzione, che - secondo loro - deve essere amministrata da un presbitero, e solo in punto di morte, con olio consacrato dal vescovo e con questa formula: «Dio, per questa santa unzione e per la sua misericordia, ti perdoni tutto ciò che hai offeso con l’udito, la vista, l’odorato, il tatto e il gusto». Le attribuiscono due virtù: la remissione dei peccati e l’alleviamento della malattia corporale, se ciò convenga, oppure la salute dell’anima.
Essi sostengono che l’istituzione provenga da Giacomo il Giusto, il quale scrive: «C’è qualcuno malato tra voi? Chiami gli anziani della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore; e la preghiera della fede salverà il malato; e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Giacomo 5:14-15).
Ma questa unzione rientra nella stessa categoria dell’imposizione delle mani di cui abbiamo già parlato: una imitazione teatrale degli apostoli, priva di fondamento e di utilità. Marco Evangelista racconta che gli apostoli, nel loro primo viaggio, secondo il comando del Signore, risuscitavano i morti, scacciavano demoni, purificavano lebbrosi e guarivano infermi; e aggiunge che, nel guarire i malati, usarono olio: «Ungevano con olio molti malati e li guarivano» (Marco 6:13). È a questo che fa riferimento Giacomo.
Chi consideri con quale libertà il Signore e gli apostoli agirono in queste cose esteriori comprenderà che non vi era in esse alcun mistero nascosto. Il Signore, volendo restituire la vista a un cieco, fece del fango con saliva e polvere (Giovanni 9:6); guariva alcuni con il tocco, altri con la parola. Così anche gli apostoli: talvolta con la sola parola, talvolta con il contatto, talvolta con l’unzione (Matteo 9:29; Atti 3:6; 5:16; 19:12).
Concedo che tale unzione non fu adottata temerariamente, ma non per essere strumento intrinseco di guarigione: era un segno, per insegnare ai semplici che la virtù proveniva dallo Spirito Santo e non dagli apostoli. Nella Scrittura, infatti, l’olio è simbolo frequente dello Spirito e dei suoi doni (Salmo 45:8).
Ma quel dono di guarigione non è più in vigore, come pure gli altri miracoli, concessi per un tempo affinché la nuova predicazione dell’Evangelo fosse confermata da segni straordinari. Anche se ammettessimo che quell’unzione fosse allora un sacramento delle virtù amministrate dagli apostoli, oggi non ci riguarda, poiché tale ministero non ci è stato affidato.
4:19:20 - Mancano l’istituzione divina e la promessa
Come gli apostoli non rappresentavano senza motivo con l’olio la grazia ricevuta, così questi offendono gravemente lo Spirito Santo quando attribuiscono la sua virtù a un olio senza efficacia. Sarebbe come dire che ogni olio sia Spirito Santo, perché l’olio lo simboleggia nella Scrittura; o che ogni colomba sia Spirito Santo, perché Egli apparve in forma di colomba (Matteo 3:16; Giovanni 1:32).
A noi basta sapere che la loro unzione non è sacramento, poiché non è cerimonia istituita da Dio né accompagnata da promessa divina. Perché qualcosa sia sacramento, occorre che sia ordinato da Dio e che la promessa vi sia connessa - e che tale ordinanza e promessa riguardino noi.
Così nessuno sostiene che la circoncisione sia oggi sacramento della Chiesa cristiana, benché fosse istituita da Dio e accompagnata da promessa, perché non è comandata a noi né la promessa ci è rivolta. Allo stesso modo, la promessa che essi pretendono nella loro unzione non ci concerne, come già abbiamo mostrato.
La cerimonia dell’unzione, secondo Giacomo, doveva essere compiuta da coloro che avevano il dono di guarire, non da ministri che non hanno tale grazia.
4:19:21 - L’abuso del testo di Giacomo
Anche se concedessimo - cosa che non è affatto dimostrata - che quanto detto da Giacomo sull’unzione si applichi ancora al nostro tempo, essi non avrebbero provato la loro pratica attuale. Giacomo vuole che tutti i malati siano unti; costoro ungono soltanto chi è in fin di vita, quando l’anima è quasi pronta a partire. Se il loro sacramento fosse medicina presente per alleviare la malattia o recare sollievo all’anima, sarebbe crudeltà non applicarlo prima.
Giacomo ordina che il malato sia unto dagli anziani della Chiesa (Giacomo 5:14); essi non ammettono altro ministro se non il presbitero. E l’interpretazione secondo cui “anziani” significherebbe “presbiteri” nel senso di una sola persona è forzata. Le Chiese apostoliche non avevano tale abbondanza di sacerdoti da poter organizzare solenni processioni con ampolle d’olio.
Giacomo parla semplicemente di olio; non di olio consacrato dal vescovo con formule e scongiuri. Essi invece non reputano valido alcun olio se non quello consacrato con rituali complessi e ripetute invocazioni.
Giacomo dice che, se il malato ha peccato, gli saranno rimessi: non perché l’olio cancelli i peccati, ma perché la preghiera della fede non sarà vana. Essi invece attribuiscono alla loro unzione la remissione dei peccati. E, per non faticare oltre nel confutare i loro errori, basti ricordare che le loro stesse cronache riferiscono che Innocenzo I stabilì che non solo i presbiteri, ma anche tutti i cristiani potessero usare l’unzione verso i malati. Come concilieranno ciò con la loro attuale pretesa esclusiva?
L'Ordinazione
4:19:22 - Del cosiddetto Sacramento dell’Ordine e della moltiplicazione dei gradi
Il Sacramento dell’Ordine è posto nel loro elenco al quarto luogo; ma è così fecondo che genera da sé sette piccoli sacramenti. Ed è cosa degna di scherno che, quando hanno stabilito che vi siano sette sacramenti, nel volerli enumerare ne contino tredici, e non possano negare che i sette sacramenti degli Ordini siano, secondo la loro stessa dottrina, sette sacramenti distinti e non uno solo, poiché tutti tendono al sacerdozio e sono come gradini per ascendervi.
Infatti, poiché è evidente che in ciascuno di essi vi sono diverse cerimonie; inoltre, poiché affermano che vi sono diverse grazie conferite in ciascuno, nessuno dubiterà che, secondo il loro principio, si debbano riconoscere sette sacramenti. E che cosa discutiamo ciò come fosse dubbio, quando essi stessi confessano apertamente che sono sette?
Mettono dunque sette ordini o gradi ecclesiastici, ai quali impongono il titolo di sacramento: ostiari, lettori, esorcisti, accoliti, suddiaconi, diaconi e presbiteri. E dicono che sono sette in riferimento alla grazia dello Spirito Santo, che conterrebbe sette forme, delle quali devono essere riempiti coloro che sono promossi a tali ordini; e che essa è loro aumentata e più abbondantemente elargita nella loro promozione.
Anzitutto, il loro numero è inventato mediante una glossa e interpretazione perversa della Scrittura, poiché credono di aver letto in Isaia sette virtù dello Spirito Santo, mentre in verità il profeta non ne menziona che sei in quel luogo (Isaia 11:2), e non intendeva neppure enumerare tutte le grazie dello Spirito Santo. Infatti, in altri luoghi della Scrittura, Egli è chiamato Spirito di vita, di santificazione e di adozione dei figli di Dio (Ezechiele 1:20; Romani 1:4; 8:15), oltre che Spirito di sapienza, di intelligenza, di consiglio, di fortezza, di scienza e di timore del Signore, come nel passo di Isaia.
Altri, più sottili, non fanno soltanto sette ordini, ma nove, a somiglianza - come dicono - della Chiesa trionfante. E vi è persino disputa tra loro: alcuni fanno della tonsura clericale il primo ordine e dell’episcopato l’ultimo; altri, escludendo la tonsura, inseriscono l’arcivescovado tra gli ordini. Isidoro di Siviglia li distingue ancora diversamente, poiché separa i salmisti dai lettori, assegnando ai primi il canto e ai secondi la lettura della Scrittura per l’istruzione del popolo; distinzione che è osservata nei canoni.
In tale diversità, che cosa dobbiamo fuggire o seguire? Diremo che vi sono sette ordini? Il Maestro delle Sentenze così insegna; ma dottori assai illuminati stabiliscono diversamente. E ancora questi dottori sono in disaccordo tra loro; inoltre, i sacri canoni mostrano un altro cammino. Ecco quale consenso vi è tra gli uomini quando disputano cose divine senza la Parola di Dio.
4:19:23 - Le applicazioni ridicole di Cristo ai loro ordini
Ma ciò supera ogni follia: che in ciascuno dei loro ordini facciano Cristo loro compagno.
Anzitutto, dicono che Egli esercitò l’ufficio di ostiario quando scacciò dal tempio i venditori e i compratori (Giovanni 2:15; Matteo 21:12); e che mostrò di essere ostiario quando disse: «Io sono la porta» (Giovanni 10:7).
Egli assunse lo stato di lettore quando, nel mezzo della sinagoga, lesse Isaia (Luca 4:17).
Si mescolò allo stato di esorcista quando, toccando con la sua saliva le orecchie e la lingua del sordomuto, gli rese l’udito e la parola (Marco 7:33).
Testimoniò di essere accolito con queste parole: «Chi mi segue non camminerà nelle tenebre» (Giovanni 8:12).
Fece l’ufficio di suddiacono quando, cinto di un asciugatoio, lavò i piedi ai suoi apostoli (Giovanni 13:4).
Fece lo stato di diacono distribuendo il suo corpo e il suo sangue agli apostoli nella Cena (Matteo 26:26).
Compì ciò che è proprio di un sacerdote quando si offrì sulla croce in sacrificio al Padre (Matteo 27:50).
Tali cose non si possono ascoltare senza ridere; mi meraviglio che siano state scritte senza che chi le scriveva arrossisse, almeno se erano uomini.
Ma soprattutto è degna di considerazione la sottigliezza con cui ragionano sul nome di accolito, interpretandolo come “portacero”, parola che - come credo - non appartiene a nessuna lingua o nazione conosciuta. Poiché “accolito” in greco significa colui che segue e accompagna; e con il loro “portacero” intendono uno che porta il cero.
Se mi soffermassi a confutare seriamente tali follie, meriterebbe di essere deriso anch’io, tanto esse sono vane e frivole.
4:19:24 - Ordini nominali e funzioni reali
Tuttavia, affinché non possano più ingannare perfino le donne, bisogna scoprire un poco le loro menzogne. Con grande pompa e solennità creano i loro lettori, salmisti, ostiari e accoliti, per esercitare uffici che poi affidano e assegnano a fanciulli o a coloro che chiamano laici. Infatti, chi è che il più delle volte accende le candele o versa l’acqua e il vino, se non qualche ragazzo o qualche pover’uomo laico che si guadagna così il pane? Non sono forse costoro che cantano, aprono e chiudono le porte delle chiese? Chi ha mai visto nei loro templi un accolito o un ostiario esercitare realmente il proprio ufficio? Anzi, colui che nell’infanzia esercitava l’ufficio di accolito, una volta ordinato in quello stato, cessa di essere ciò che è chiamato. Sembra quasi che deliberatamente si dispensino dal compiere ciò che appartiene al loro incarico, proprio quando ne ricevono il titolo.
Ecco dunque perché è loro necessario essere ordinati a tali sacramenti e ricevere lo Spirito Santo: per non fare nulla. Se replicano che ciò deriva dalla perversità del tempo presente, e che si trascura e disprezza il loro dovere, allora devono anche confessare che oggi nella loro Chiesa non vi è alcun frutto né uso delle loro sacre ordinazioni, che tanto magnificano; e che tutta la loro Chiesa è piena di maledizione, poiché lascia che laici e fanciulli maneggino candele e ampolle, al cui contatto nessuno sarebbe degno se non colui che è stato consacrato accolito; e rimette ai ragazzi il canto, che non dovrebbe essere eseguito se non da bocca consacrata.
Quanto agli esorcisti: per quale fine li consacrano? Comprendo bene che i Giudei ebbero i loro esorcisti; ma avevano tale nome dagli esorcismi che realmente praticavano (Atti 19:13). Ma chi ha mai sentito dire che questi esorcisti contraffatti abbiano compiuto un solo atto conforme alla loro professione? Fanno mostra di avere potere di imporre le mani su indemoniati, infedeli e posseduti; ma non riescono a persuadere i demoni di avere tale potere: non solo perché i demoni non obbediscono ai loro comandi, ma perché, a dire il vero, i demoni hanno potere su di loro. A fatica si troverebbe uno su dieci che non sia agitato dallo spirito maligno.
Perciò tutto ciò che essi favoleggiano sui loro piccoli ordini, siano cinque o sei, è inventato dalla menzogna e dall’ignoranza. Abbiamo già parlato sopra degli antichi accoliti, ostiari e lettori, quando trattavamo dell’ordine della Chiesa. Ora la mia intenzione è soltanto di riprovare questa nuova invenzione di fabbricare sette sacramenti dagli ordini ecclesiastici: della quale non si troverà una sola parola presso i Dottori antichi, ma solo presso questi teologi sorbonici e canonisti, buoni a nulla.
4:19:25 - La tonsura e le sue allegorie
Vediamo ora le cerimonie che praticano. Anzitutto, tutti coloro che ricevono nella loro sinagoga sono prima ordinati al grado di clero. Il segno è che li radono al sommo del capo, affinché la corona - come dicono - significhi dignità regale, poiché i chierici devono essere re, avendo da governare sé stessi e gli altri, secondo quanto dice san Pietro: «Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa» (1 Pietro 2:9). Ma è stato un sacrilegio da parte loro usurpare il titolo che apparteneva ed era attribuito a tutta la Chiesa. Infatti san Pietro parla a tutti i fedeli; ed essi tirano a sé le sue parole, come se fossero dette soltanto a coloro che sono rasati o tonsurati.
Poi assegnano altre ragioni alla loro corona: che il sommo del capo sia scoperto per mostrare che il loro pensiero deve contemplare senza impedimento la gloria di Dio faccia a faccia; oppure per indicare che i vizi della bocca e degli occhi devono essere recisi; oppure per significare l’abbandono dei beni temporali; e che il cerchio dei capelli che rimane rappresenti i beni necessari alla loro sussistenza. Tutto questo in figura - poiché, quanto a loro, il velo del tempio non è ancora stato squarciato. E credono di avere ben adempiuto il loro dovere quando hanno figurato tali cose con la tonsura, mentre nella realtà non ne compiono alcuna.
Fino a quando ci inganneranno con tali illusioni? I chierici, rasando un ciuffo di capelli, mostrano di essersi spogliati dell’abbondanza dei beni terreni; di contemplare la gloria di Dio senza impedimento; di aver mortificato le concupiscenze degli occhi e delle orecchie. E tuttavia non vi è stato tra gli uomini più pieno di rapacità, ignoranza e dissolutezza. Perché non mostrano piuttosto la loro santità in realtà, invece di rappresentarne la figura con segni falsi e menzogneri?
4:19:26 - Nazirei e ritorno alle ombre
Infine, quando dicono che la loro corona ha preso origine dai Nazirei (Numeri 6:5), che cosa fanno se non confessare che i loro misteri sono derivati dalle cerimonie giudaiche, o piuttosto che sono pura giudaizzazione?
Quanto al fatto che aggiungono che Priscilla, Aquila e l’apostolo Paolo, avendo fatto voto, si rasarono per purificarsi (Atti 18:18), mostrano grande stoltezza. Infatti ciò non è detto di Priscilla; e quanto agli altri due, è incerto di quale dei due si tratti, poiché la tonsura menzionata da Luca può riferirsi tanto a Paolo quanto ad Aquila.
Ma, per non concedere loro neppure ciò che chiedono, ammettiamo pure che Paolo abbia dato l’esempio. I semplici devono sapere che Paolo non si rasò per qualche santificazione, ma per accomodarsi alla debolezza dei suoi fratelli. Ho l’abitudine di chiamare tali voti voti di carità, e non di pietà: cioè fatti non per qualche religione o culto particolare, ma per sopportare la debolezza degli infermi, come egli dice di essersi fatto Giudeo con i Giudei (1 Corinzi 9:20). Così fece ciò per un tempo breve, per accomodarsi ai Giudei.
Ma costoro, volendo imitare le purificazioni dei Nazirei (Numeri 6:18) senza alcun frutto, che fanno se non stabilire un nuovo giudaismo?
È della stessa tempra quella epistola decretale che proibisce ai chierici, secondo l’Apostolo, di portare capelli lunghi, ma ordina di raderli in forma rotonda, come una sfera - come se l’Apostolo, insegnando ciò che è decoroso per tutti gli uomini (1 Corinzi 11:4), si fosse mai preoccupato della tonsura rotonda dei loro chierici.
4:19:27 - Le cerimonie degli ordini minori
Appare dal testimonianza di sant’Agostino quale sia stata l’origine della tonsura dei chierici. Agostino d'Ippona scrive infatti che, poiché un tempo nessuno portava chioma lunga se non coloro che erano effeminati e desiderosi di apparire eleganti e raffinati, si ritenne sconveniente permettere tale esempio ai chierici. Fu quindi stabilito che tutti i chierici si tagliassero i capelli, affinché non dessero alcun sospetto o apparenza di volersi adornare delicatamente. E tale modo di tonsura era così comune allora che alcuni monaci, per mostrarsi più santi degli altri e distinguersi con qualche segno particolare, lasciavano crescere i capelli. Così la tonsura non era cosa propria e speciale dei chierici, ma quasi comune a tutti.
In seguito, quando il mondo ricominciò a portare chioma come prima, e molte nazioni si convertirono a Gesù Cristo - come la Francia, la Germania, l’Inghilterra - che avevano sempre avuto l’uso di portare capelli lunghi, è verosimile che i chierici, per la ragione detta, continuassero a farsi tonsurare. Ma poi, quando la Chiesa fu corrotta e tutte le antiche ordinanze furono pervertite o deviate in superstizione, poiché non si vedeva più alcuna ragione nella tonsura clericale - come infatti non vi era che una stolta imitazione dei predecessori, senza sapere perché - essi forgiarono quel bel mistero che ora con tanta audacia allegano per approvare il loro sacramento.
Gli ostiari, nella loro consacrazione, ricevono le chiavi del tempio in segno che devono esserne guardiani; ai lettori si consegna la Bibbia; agli esorcisti il formulario o registro delle scongiurazioni; agli accoliti le ampolle e le candele. Ecco le nobili cerimonie, che, se si vuol credere a loro, contengono così grande virtù che non sono soltanto segni e simboli, ma anche cause della grazia invisibile di Dio. Infatti, secondo la loro definizione, ciò pretendono quando vogliono che siano considerati sacramenti.
Per concludere in breve, dico che è contro ogni ragione che i teologi sofisti e i canonisti abbiano fatto sacramenti di tutti questi ordini, che chiamano minori, poiché per loro stessa confessione erano sconosciuti alla Chiesa primitiva e inventati molto tempo dopo. E poiché i sacramenti contengono promesse di Dio, non possono essere istituiti né da angeli né da uomini, ma solo da colui al quale appartiene dare promessa.
4:19:28 - Il presunto sacerdozio sacrificiale
Restano i tre ordini che chiamano maggiori, tra i quali la suddiaconia, come dicono, è stata trasferita in questo numero da quando si è moltiplicata la schiera dei minori. E poiché ritengono di avere per questi tre una testimonianza della Parola di Dio, li chiamano con prerogativa singolare ordini sacri. Ma bisogna vedere quanto perversamente abusino della Scrittura per provare la loro intenzione.
Cominceremo dall’ordine del presbiterato o sacerdozio. Con questi due termini intendono la stessa cosa: chiamano sacerdoti o presbiteri coloro ai quali spetta - come dicono - offrire sull’altare il sacrificio del corpo e del sangue di Gesù Cristo, pronunciare preghiere e benedire i doni di Dio. Perciò, nella loro promozione, ricevono un calice con la patena e l’ostia, in segno che hanno il potere di offrire a Dio sacrifici di riconciliazione; e vengono loro unte le mani per mostrare che hanno il potere di consacrare. Di tutte queste cose, tanto è lontano che abbiano testimonianza nella Parola di Dio, che non potrebbero corromperne più malvagiamente l’ordine e le istituzioni.
Anzitutto, ciò che abbiamo detto nel capitolo precedente deve valere qui come conclusione generale: tutti coloro che si dicono sacerdoti per offrire sacrificio di riconciliazione fanno ingiuria a Cristo.
È Lui che è stato costituito dal Padre e consacrato con giuramento per essere sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, senza fine né successione (Salmo 110:4; Ebrei 5:6; 7:3). È Lui che una sola volta ha offerto l’ostia di purificazione e riconciliazione eterna; e ora, entrato nel santuario celeste, intercede per noi. Noi siamo certamente tutti sacerdoti in Lui, ma soltanto per offrire lodi e azioni di grazie a Dio, e soprattutto per offrire noi stessi, e in breve tutto ciò che è nostro. Ma è stata prerogativa singolare del Signore Gesù placare Dio e purgare i peccati con la sua oblazione. Poiché costoro si arrogano tale autorità, che resta se non che il loro sacerdozio sia sacrilegio detestabile? È troppo grande impudenza da parte loro adornarlo del titolo di sacramento.
Quanto all’imposizione delle mani, che si fa per introdurre veri presbiteri e ministri della Chiesa nel loro ufficio, non mi oppongo che possa essere chiamata sacramento, purché si usi come conviene, nella vera promozione di ministri legittimi. È infatti una cerimonia presa dalla Scrittura e non vana, come dice l’apostolo Paolo, ma segno della grazia spirituale di Dio (1 Timoteo 4:14). Se non l’ho annoverata con gli altri due, è perché non è ordinaria e comune tra i fedeli, ma per un ufficio particolare.
Ma quando attribuisco questo onore al ministero ordinato da Gesù Cristo, non devono i presbiteri romanisti, creati secondo l’ordine del papa, gloriarsene. Poiché quelli di cui parliamo sono ordinati per essere dispensatori dell’Evangelo e dei sacramenti (Matteo 28:19; Marco 16:15; Giovanni 21:15), non per essere macellai che compiono immolazioni quotidiane. A loro è dato comandamento di predicare l’Evangelo e pascere il gregge di Cristo, non di sacrificare. È promessa loro la grazia dello Spirito Santo, non per fare espiazione dei peccati, ma per governare rettamente la Chiesa (Atti 1:8).
4:19:29 - Del soffio imitato e della vana pretesa di comunicare lo Spirito
Le cerimonie che essi praticano corrispondono bene alla pretesa che sostengono. Quando nostro Signore inviò i suoi apostoli alla predicazione dell’Evangelo, soffiò su di loro (Giovanni 20:22). Con quel segno rappresentò la virtù dello Spirito Santo che conferiva loro.
Questi buoni uomini hanno conservato quel soffio, e come se vomitassero lo Spirito Santo dalla loro gola, mormorano sui presbiteri che ordinano, dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo». Sono così intenti a non lasciare nulla che non contraffacciano perversamente: non dico come giocolieri o attori, che hanno almeno una certa arte nei loro gesti, ma come scimmie che si agitano a imitare ogni cosa senza giudizio né discernimento.
«Noi seguiamo l’esempio del Signore», dicono. Ma il Signore ha fatto molte cose che non ha voluto fossero imitate. Egli disse ai suoi discepoli: «Ricevete lo Spirito Santo» (Giovanni 20:22). Ma disse anche a Lazzaro: «Lazzaro, vieni fuori» (Giovanni 11:43). Disse al paralitico: «Àlzati e cammina» (Matteo 9:5; Giovanni 5:8). Perché dunque non dicono lo stesso a tutti i morti e a tutti i paralitici?
Il Signore manifestò un’opera della sua potenza divina quando, soffiando sui suoi apostoli, li riempì della grazia dello Spirito Santo. Se costoro si sforzano di fare altrettanto, si arrogano ciò che appartiene a Dio e quasi lo provocano a contesa. Ma sono ben lontani dall’effetto; e con la loro vana imitazione non fanno altro che schernire Cristo. È vero che sono così sfrontati da osare dire che lo Spirito Santo è conferito per mezzo loro. Ma l’esperienza mostra quanto ciò sia vero: poiché vediamo chiaramente che molti, consacrati presbiteri, da cavalli diventano asini, e da stolti diventano furiosi. Tuttavia non voglio fondare su questo il mio argomento; mi basta riprovare la cerimonia stessa, la quale non doveva essere tratta in conseguenza generale, ma fu compiuta da Cristo come segno particolare del miracolo che stava operando. L’pretesa che essi fanno di essere imitatori di Cristo non giova loro in nulla.
4:19:30 - L’unzione levitica e la sua abolizione
Inoltre, da chi hanno preso l’unzione? Rispondono che l’hanno presa dai figli di Aaronne, dai quali ebbe inizio il loro ordine. Così preferiscono difendersi con esempi male applicati, piuttosto che confessare che ciò che fanno temerariamente è loro invenzione. Ma non considerano che, sostenendo di essere successori dei figli di Aaronne, fanno ingiuria al sacerdozio di Gesù Cristo, il quale solo fu figurato dai sacerdozi levitici; e perciò tutte quelle figure sono state adempiute e terminate in Lui, e per questo motivo sono cessate, come abbiamo già detto più volte, e come l’Epistola agli Ebrei attesta senza bisogno di alcuna glossa (Ebrei 10:1-10).
E se tanto si dilettano delle cerimonie mosaiche, perché non offrono ancora sacrifici di buoi, vitelli e agnelli? Mantengono ancora gran parte del tabernacolo e di tutta la religione giudaica; ma manca loro questo: che non sacrificano più vitelli e buoi. Chi non vede che questa osservanza dell’unzione è molto più pericolosa e perniciosa della circoncisione, soprattutto quando è congiunta con una superstizione e opinione farisaica circa la dignità dell’opera? I Giudei ponevano fiducia nella circoncisione come giustizia; costoro pongono nell’unzione le grazie spirituali. Perciò non possono farsi imitatori dei Leviti senza diventare apostati da Gesù Cristo e rinunciare all’ufficio di pastori.
4:19:31 - Il carattere “indelebile” e l’assenza della Parola
Ecco dunque il loro bell’olio sacro, che imprime un carattere che non si può cancellare, e che chiamano indelebile. Come se l’olio non potesse essere tolto con polvere e sale, o, se è troppo macchiato, con sapone. Ma questo carattere - dicono - è spirituale.Che relazione ha l’olio con l’anima? Hann o forse dimenticato ciò che citano da sant’Agostino, che se si separa la Parola dall’acqua non resta altro che acqua, poiché è per la Parola che essa diventa sacramento? Quale Parola mostreranno nel loro grasso? Sarà il comandamento dato a Mosè di ungere i figli di Aaronne (Esodo 30:30)? Ma fu pure comandato di ungere le vesti sacerdotali e tutti gli ornamenti di cui Aaronne e i suoi figli dovevano essere rivestiti; inoltre di uccidere un vitello, bruciarne il sangue, tagliare montoni, consacrare con il sangue le orecchie e le vesti, e innumerevoli altre cerimonie. Mi meraviglio che abbiano omesso tutte queste, trattenendosi alla sola unzione. E se amano tanto essere asperti, perché piuttosto con olio che con sangue?
Certamente hanno fabbricato una religione a parte, composta di cristianesimo, giudaismo e paganesimo, cucita insieme da più pezzi.
La loro unzione è dunque fetida, poiché le manca il sale, cioè la Parola di Dio. Resta l’imposizione delle mani, la quale - come ho detto - può essere chiamata sacramento, quando si usa rettamente nella vera promozione di ministri legittimi. Ma nego che abbia luogo in questa farsa che recitano ordinando i loro sacerdoti, poiché non hanno alcun comandamento e non guardano al fine per cui la promessa è stata data Se dunque vogliono che si conceda loro il segno, bisogna che lo adattino alla verità per la quale è stato istituito.
4:19:32 - I diaconi e la loro degenerazione
Quanto all’ordine dei diaconi, saremmo d’accordo se quell’ufficio fosse restituito nella sua piena purezza, quale ebbe sotto gli apostoli e nella Chiesa antica. Ma i diaconi che questi ci forgiano, che cosa hanno di simile? Non parlo delle persone, perché non si lamentino che si giudichi la loro dottrina dai vizi degli uomini; ma sostengo che agiscono irragionevolmente nel prendere a testimoni i diaconi della Chiesa apostolica per difendere i loro. Dicono che spetta ai loro diaconi assistere i sacerdoti e servire in tutto ciò che è richiesto nei sacramenti, come nel Battesimo e nella Cresima; mettere il vino nel calice e il pane nella patena; ordinare l’altare; portare la croce; leggere il Vangelo e l’Epistola al popolo. Vi è in tutto questo una sola parola del vero ufficio dei diaconi?
Ora udiamo come li istituiscono. Il vescovo solo impone la mano sul diacono che ordina; gli pone sulla spalla sinistra la stola, affinché comprenda di aver preso il giogo leggero di Dio per sottomettere alla sua paura tutto ciò che appartiene al lato sinistro; gli consegna il libro del Vangelo, affinché sappia di esserne proclamatorе. Che cosa hanno a che fare queste cose con i diaconi? È come se, volendo ordinare apostoli, si incaricassero di farli addetti all’incenso, ad adornare immagini, accendere candele, spazzare templi, tendere trappole ai topi e cacciare i cani. Chi sopporterebbe che tali persone fossero chiamate apostoli e paragonate agli apostoli di Cristo? Non ci introducano dunque come diaconi coloro che non ordinano se non alle loro farse e buffonerie.
Li chiamano anche leviti, deducendo la loro origine dai figli di Levi. Concederò loro questo, se confessano anche ciò che è vero: che, rinunciando a Gesù Cristo, ritornano alle cerimonie levitiche e alle ombre della legge mosaica.
4:19:33 - I suddiaconi e l’assenza di promessa
Quanto ai suddiaconi, che bisogno vi è di parlarne? Poiché un tempo avevano cura dei poveri, ora è stato loro attribuito non so quale stato frivolo: portare le ampolle e il tovagliolo presso l’altare, porgere l’acqua ai sacerdoti per lavarsi, collocare sull’altare il calice e la patena, e cose simili. Quanto a ciò che dicono di ricevere le offerte, si tratta piuttosto di ciò che divorano e inghiottono.
La cerimonia con cui li mettono in possesso del loro ufficio è ben conforme a questo: il vescovo mette loro in mano il calice e la patena; l’arcidiacono consegna l’ampolla con l’acqua e simili strumenti del loro mercato di fronzoli. Vogliono che crediamo che lo Spirito Santo sia racchiuso in queste sciocchezze; ma a chi potranno persuaderlo?
Per concludere, e per non dover ripetere da capo ciò che è stato già esposto, questo basti a coloro che si mostreranno docili e modesti, ai quali questo libro è indirizzato: non vi è alcun sacramento se non dove appare una cerimonia congiunta con una promessa; o piuttosto, dove la promessa risplende nella cerimonia. Qui non si vede una sola sillaba di promessa particolare. Invano dunque si cercherebbe qui una cerimonia che confermi la promessa. Inoltre, non si vede alcuna cerimonia ordinata da Dio: dunque non può esservi sacramento.
Del Matrimonio
4:19:34 - Il matrimonio non è sacramento
L’ultimo sacramento che essi enumerano è il matrimonio: il quale, come tutti confessano essere stato istituito da Dio, così nessuno aveva mai ritenuto essere sacramento fino al tempo del papa Gregorio. Chi sarebbe stato l’uomo di senno a immaginarlo?
È certamente un’ordinanza di Dio buona e santa. Così pure lo sono i mestieri di contadino, muratore, calzolaio e barbiere; i quali tuttavia non sono sacramenti. Infatti, non basta che sia un’opera di Dio; ma occorre che sia una cerimonia esteriore ordinata da Dio per confermare qualche promessa. Che nulla di tale vi sia nel matrimonio, anche i fanciulli lo possono giudicare.
Ma dicono che è segno di cosa sacra, cioè dell’unione spirituale di Cristo con la Chiesa. Se con “segno” intendono un contrassegno proposto da Dio per sostenere la nostra fede, non si avvicinano affatto al punto. Se intendono semplicemente una similitudine, mostrerò quanto sottilmente argomentano.
San Paolo dice: «Come una stella differisce dall’altra in splendore, così sarà la risurrezione dei morti» (1 Corinzi 15:41). Ecco un sacramento. Cristo dice: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape» (Matteo 13:31). Eccone un altro. Ancora: «Il regno dei cieli è simile al lievito» (Matteo 13:33). Eccone un terzo. Isaia dice: «Il Signore pascerà il suo gregge come un pastore» (Isaia 40:11). Ecco il quarto. Altrove: «Il Signore uscirà come un prode» (Isaia 42:13). Ecco il quinto. E dove si finirebbe? Nulla vi sarebbe che, secondo questo ragionamento, non fosse sacramento. Tante similitudini e parabole quante sono nella Scrittura, altrettanti sacramenti. Perfino il furto sarebbe sacramento, poiché è scritto: «Il giorno del Signore verrà come un ladro» (1 Tessalonicesi 5:2).
Chi potrebbe sopportare tali sofisti che vaneggiano così follemente?
Confesso che ogni volta che vediamo una vigna è bene ricordare ciò che disse il Signore: «Io sono la vite, voi siete i tralci» (Giovanni 15:1 ss.). Quando vediamo un pastore, è bene ricordare: «Io sono il buon pastore; le mie pecore ascoltano la mia voce» (Giovanni 10:11, 27). Ma se qualcuno volesse fare sacramenti di tali similitudini, bisognerebbe mandarlo dal medico.
4:19:35 - L’abuso di Efesini 5 e il “mysterion”
Tuttavia allegano le parole di san Paolo, dove - dicono - il nome di sacramento è attribuito al matrimonio: «Chi ama sua moglie ama sé stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, ma la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa. Poiché siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Questo sacramento è grande; io dico in Cristo e nella Chiesa» (Efesini 5:28-32). Ma trattare così la Scrittura è confondere il cielo con la terra.
San Paolo, per mostrare ai mariti quale singolare amore devono portare alle loro mogli, propone Cristo come esempio. Come Egli ha riversato tutti i tesori della sua dolcezza verso la Chiesa, alla quale si è unito, così ciascuno deve mantenersi in tale affetto verso la propria moglie. Poi aggiunge: «Chi ama sua moglie ama sé stesso, come Cristo ha amato la Chiesa».
Per spiegare come Cristo abbia amato la Chiesa come sé stesso, anzi come si sia fatto uno con essa, trae a sé ciò che Mosè racconta essere stato detto di Adamo. Quando il Signore condusse Eva ad Adamo, egli disse: «Questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne» (Genesi 2:23). San Paolo testimonia che tutto questo è compiuto in Cristo e in noi, quando ci chiama membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa.
Infine conclude con un’esclamazione: «Questo è un grande mistero». E affinché nessuno si inganni per l’ambiguità, dichiara espressamente che non parla dell’unione carnale dell’uomo e della donna, ma del matrimonio spirituale di Cristo e della Chiesa. Ed è veramente un grande mistero che Cristo abbia voluto che una costola gli fosse tolta, affinché noi fossimo formati da essa; cioè che, essendo forte, abbia voluto farsi debole, affinché noi fossimo rafforzati dalla sua virtù; non solo per vivere, ma perché Egli viva in noi.
4:19:36 - Il malinteso della traduzione latina
Essi sono stati ingannati dal termine “sacramento” presente nella traduzione comune[1]. Ma era forse giusto che tutta la Chiesa pagasse la pena della loro ignoranza? San Paolo aveva usato il termine “mistero”, che significa segreto. Il traduttore, benché potesse rendere con “segreto” o lasciare il termine greco, preferì tradurlo con “sacramento”, ma non in senso diverso da quello con cui Paolo aveva detto “mistero”.
Ora vadano a gridare contro la conoscenza delle lingue, per l’ignoranza delle quali si sono ingannati in cosa tanto facile e manifesta. E perché si fermano tanto su questa parola in questo passo, mentre altrove la lasciano passare senza farne caso? Il traduttore la usa anche in 1 Timoteo 3:9 e più volte nella stessa Epistola agli Efesini (1:9; 3:9), sempre con il senso di mistero.
Ma anche se si volesse concedere loro l’errore, almeno avrebbero dovuto avere buona memoria nella loro menzogna, per non contraddirsi.
Dopo aver adornato il matrimonio del titolo di sacramento, lo chiamano poi impurità e contaminazione carnale: quale incoerenza! Quale assurdità è vietare ai sacerdoti un sacramento? Se dicono che vietano non il sacramento ma il piacere carnale, non sfuggono alla contraddizione: poiché insegnano che l’atto carnale è sacramento, nel quale è figurata l’unione con Cristo. E tuttavia negano che lo Spirito Santo sia presente in quell’atto.
4:19:37 - Le conseguenze pratiche: tirannia e abusi
E per non ingannare la Chiesa in una sola cosa, quanta moltitudine di errori, menzogne, inganni e malvagità hanno aggiunto a questo errore!
Si potrebbe dire che, facendo del matrimonio un sacramento, non hanno fatto altro che cercare un rifugio per ogni abominazione.
Infatti, dopo aver ottenuto questo punto, hanno attirato a sé la giurisdizione delle cause matrimoniali, poiché trattandosi di cosa sacra, i giudici laici non vi dovevano mettere mano. Hanno inoltre stabilito leggi per consolidare la loro tirannia, in parte empie contro Dio, in parte ingiuste contro gli uomini: - che i matrimoni contratti tra giovani soggetti all’autorità dei genitori, senza il loro consenso, restino validi e irrevocabili; - che non sia lecito contrarre matrimonio tra cugini fino al settimo grado; - che quelli già contratti siano annullati; - che si inventino gradi a loro piacere contro le leggi delle nazioni e contro l’ordinanza stessa di Mosè (Levitico 18); che chi ha ripudiato la moglie adultera non possa prenderne un’altra; che parenti spirituali, come padrini e madrine, non possano sposarsi; che non si celebrino nozze in determinati periodi dell’anno; e infinite altre simili.
Insomma, bisogna uscire dal loro fango, nel quale mi sono trattenuto più a lungo di quanto avrei voluto. Tuttavia penso di aver giovato qualcosa scoprendo in parte la stoltezza di questi asini.
Riassunto del capitolo 4:19
Nota
- ↑ Efesini 5:32 e il termine mysterion. Nel testo greco di Efesini 5:32 l’apostolo Paolo scrive: μυστήριον τοῦτο μέγα ἐστίν (mystērion touto mega estin) — “Questo mistero è grande”. La Vulgata latina tradizionale di Girolamo traduce: Sacramentum hoc magnum est; ego autem dico in Christo et in Ecclesia. Nel latino cristiano antico il termine sacramentum poteva ancora rendere il greco mystērion nel senso generale di “realtà sacra nascosta e rivelata”. Non aveva ancora il significato tecnico successivo di “sacramento” come segno efficace istituito da Cristo che conferisce grazia. Nel medioevo, tuttavia, il termine sacramentum assunse progressivamente un valore teologico preciso e ristretto. Letto in quel senso tecnico, il versetto fu impiegato come argomento scritturale a sostegno della sacramentalità del matrimonio. Calvino contesta proprio questo slittamento semantico: Paolo non sta istituendo un sacramento, ma parla del mistero dell’unione spirituale tra Cristo e la Chiesa, del quale il matrimonio umano è solo figura analogica. La Nova Vulgata ha corretto la resa, traducendo: Mysterium hoc magnum est; ego autem dico de Christo et Ecclesia. Ripristinando la corrispondenza diretta con il testo greco e chiarendo l’assenza di un fondamento lessicale per l’argomento sacramentale medievale basato su questo passo.