Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 2
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Dei mezzi esteriori, o aiuti, di cui Dio si serve per invitarci a Gesù Cristo suo Figlio e per mantenerci in Lui
Capitolo 2 - Confronto tra la falsa Chiesa e la vera
4:2:1 - La Chiesa fondata sulla dottrina: quando essa cade, la Chiesa perisce
È già stato esposto quale importanza debba avere tra noi il ministero della Parola di Dio e dei Sacramenti, e fino a che punto dobbiamo rendergli onore, considerandolo come segno e contrassegno della Chiesa: vale a dire che, dovunque esso sussista nella sua integrità, non vi sono vizi nei costumi tali da impedire che lì vi sia Chiesa. In secondo luogo, che anche se vi sono alcune piccole mancanze, sia nella dottrina sia nei Sacramenti, ciò non toglie che essi conservino la loro efficacia. Inoltre, è stato mostrato che gli errori che si possono così tollerare sono quelli che non toccano la dottrina principale della nostra religione, e non contravvengono agli articoli della fede, nei quali tutti i fedeli devono concordare. Quanto poi ai Sacramenti, gli errori che possono essere sopportati sono quelli che non aboliscano né sovvertano l’istituzione del Signore.
Ma se accade che la menzogna si innalzi per distruggere i fondamenti primi della religione cristiana, e per annientare ciò che è necessario comprendere dei Sacramenti, così che il loro uso venga reso vano, allora segue la rovina della Chiesa, proprio come avviene per la vita dell’uomo quando gli si recide la gola o gli si ferisce mortalmente il cuore. Questo lo mostra l’apostolo Paolo quando dice che la Chiesa è fondata sulla dottrina dei profeti e degli apostoli, essendo Gesù Cristo la pietra angolare (Efesini 2:20). Se il fondamento della Chiesa è la dottrina degli apostoli e dei profeti, la quale insegna ai fedeli a porre la loro salvezza in Cristo, tolta questa dottrina, come potrà l’edificio restare in piedi? È dunque necessario che la Chiesa crolli, quando la dottrina che sola la sostiene viene rovesciata.
Inoltre, se la vera Chiesa è colonna e sostegno della verità (1 Timoteo 3:15), non vi è alcun dubbio che non è Chiesa là dove regnano la falsità e la menzogna.
4:2:2 - Il Papato come sovvertimento dei segni della vera Chiesa
Ora, poiché tutto questo si ritrova nel Papato, è facile giudicare che genere di Chiesa vi rimanga. Al posto del ministero della Parola, vi è un governo perverso e intriso di menzogne, che spegne e soffoca la pura chiarezza della dottrina. Al posto della sacra Cena del nostro Signore, vi è un sacrilegio esecrabile. Il culto di Dio vi è del tutto deformato da una molteplicità di superstizioni. La dottrina, senza la quale il cristianesimo non può sussistere, vi è sepolta o respinta. Le assemblee pubbliche sono scuole di idolatria e di empietà.
Non bisogna dunque temere che, ritirandoci dalla partecipazione a tali sacrilegi, noi rompiamo la comunione con la Chiesa di Dio. La comunione della Chiesa non è stata istituita a condizione tale da vincolarci all’idolatria, all’empietà, all’ignoranza di Dio e ad altre malvagità, ma piuttosto per mantenerci nel timore di Dio e nell’obbedienza alla sua verità.
So bene che i cortigiani del Papa magnificano grandemente la loro chiesa, per far credere che non ve ne sia alcun’altra al mondo. Poi, come se avessero già vinto la causa, concludono che tutti coloro che si allontanano dalla sua obbedienza sono scismatici, e che tutti quelli che osano aprire bocca contro la sua dottrina sono eretici. Ma con quali ragioni provano di avere la vera Chiesa?
Essi adducono le storie antiche: ciò che un tempo avvenne in Italia, in Spagna e nella Gallia; affermano di discendere da quei santi uomini che furono i primi fondatori delle Chiese in quei paesi, e che subirono morte e passione per confermare la loro dottrina. Poiché la Chiesa sarebbe stata così consacrata presso di loro, sia dai doni spirituali di Dio sia dal sangue dei santi martiri, essa sarebbe stata conservata mediante la successione perpetua dei vescovi, affinché non venisse meno. Allegano inoltre quanto Ireneo, Tertulliano, Origene, Agostino e gli altri antichi dottori abbiano stimato tale successione.
Tuttavia, chiunque vorrà prestarmi orecchio, gli mostrerò chiaramente quanto tutte queste argomentazioni siano frivole. Esorterei volentieri anche coloro che le avanzano ad applicare l’animo a ciò che dirò, se pensassi di poterli istruire; ma poiché, senza alcun riguardo per la verità, non cercano altro che di mantenere il loro tornaconto, parlerò solo per i buoni e per coloro che desiderano conoscere la verità, mostrando loro come liberarsi da tutte queste cavillazioni.
Anzitutto chiedo ai nostri avversari perché non ci mettano innanzi l’Africa, l’Egitto e tutta l’Asia. Non vi è altra ragione se non che in quei luoghi la successione dei vescovi è venuta meno, per mezzo della quale essi si vantano che la Chiesa sia stata conservata presso di loro. Tornano dunque sempre a questo punto: che essi hanno la vera Chiesa perché essa non è mai stata priva di vescovi, poiché gli uni sono succeduti agli altri in ordine perpetuo.
Ma che diranno se io adduco dall’altra parte la Grecia? Domando loro di nuovo perché affermino che la Chiesa è perita in Grecia, presso la quale quella successione - che secondo la loro fantasia sarebbe l’unico mezzo di conservare la Chiesa - non è mai cessata, ma è sempre durata senza interruzione. Essi dicono che i Greci sono scismatici. In base a quale titolo? Perché, dicono, ribellandosi alla santa sede apostolica di Roma, hanno perso il loro privilegio. Ma che dire? Non meritano forse molto di più di perderlo coloro che si ribellano a Gesù Cristo?
Da ciò segue che il pretesto della successione che essi vantano è vano, se non conservano integralmente la verità di Gesù Cristo, così come l’hanno ricevuta dai padri.
4:2:3 - Il parallelismo con Israele: successione senza verità
Così appare chiaramente che i difensori della chiesa romana oggi non adducono nulla di diverso da ciò che un tempo adducono i Giudei, quando i profeti di Dio li rimproveravano per la loro cecità, empietà e idolatria. Come quelli si vantavano del tempio, delle cerimonie e dello stato del sacerdozio, nelle quali pensavano che consistesse la Chiesa, così costoro, al posto della Chiesa, ci presentano maschere, che spesso possono sussistere dove la Chiesa non è affatto, e senza le quali la Chiesa può benissimo esistere.
Non ho dunque bisogno di altro argomento per respingerli se non di quello che Geremia usava per abbattere la vana fiducia dei Giudei: che non si glorino in parole di menzogna dicendo: Questo è il tempio del Signore, questo è il tempio del Signore (Geremia 7:4). Dio infatti non riconosce come suo tempio un luogo dove la sua Parola non è ascoltata e onorata.
Per questo motivo, benché un tempo la gloria di Dio fosse nel tempio tra i cherubini (Ezechiele 10:4), e benché egli avesse promesso di avere lì la sua dimora perpetua, tuttavia, quando i sacerdoti ebbero corrotto il suo culto con superstizioni, egli se ne allontanò e lasciò quel luogo privo di ogni gloria. Se quel tempio, che sembrava consacrato a una dimora perpetua di Dio, poté essere da lui abbandonato e diventare profano, non dobbiamo immaginare che Dio sia legato ai luoghi, alle persone o alle cerimonie esterne, come se fosse costretto a rimanere con coloro che hanno solo il titolo e l’apparenza di Chiesa (Romani 9:6).
Questo è il punto su cui insiste l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani, dal capitolo nono fino al dodicesimo. Ciò turbava grandemente le coscienze deboli: che i Giudei, i quali sembravano essere il popolo di Dio, non solo respingessero l’Evangelo, ma lo perseguitassero. Dopo aver dunque esposto la dottrina, egli risponde a questa difficoltà negando che i Giudei, nemici della verità, fossero la Chiesa, sebbene nulla mancasse loro di ciò che è richiesto nell’apparenza esteriore; e non adduce altra ragione se non questa: che essi non accolgono Gesù Cristo.
Parla ancora più esplicitamente nella lettera ai Galati, dove, confrontando Isacco con Ismaele, afferma che molti occupano un posto nella Chiesa, ai quali tuttavia l’eredità non appartiene, perché non sono stati generati da una madre libera (Galati 4:22 ss.). Da lì passa a porre davanti due Gerusalemme opposte: perché, come la Legge fu promulgata sul monte Sinai e l’Evangelo uscì da Gerusalemme, così molti, nati e cresciuti in una dottrina servile, si vantano audacemente di essere figli di Dio e della Chiesa, mentre non sono che prole bastarda, e disprezzano i veri e legittimi figli di Dio.
Quanto a noi, poiché è stato una volta pronunciato dal cielo: Scaccia la schiava e suo figlio (Genesi 21:10), muniti di questo decreto inviolabile, calpestiamo tutte le loro stolte vanterie. Se essi si gloriano della professione esteriore, Ismaele era circonciso; se si fondano sull’antichità, egli era il primogenito della casa di Abramo. Tuttavia vediamo che egli viene escluso.
Se si chiede la ragione, Paolo ce la indica (Romani 9:6): che non dobbiamo considerare veri figli di Dio se non coloro che sono generati dalla pura semenza della Parola, per essere legittimi. Secondo questo principio Dio dichiara (Malachia 2:4) di non essere affatto obbligato ai sacerdoti malvagi, sebbene avesse fatto un patto con Levi, affinché fosse suo messaggero. Anzi, ritorce contro di loro la falsa gloria con cui si innalzavano contro i profeti: riconosce che la dignità del sacerdozio deve essere altamente onorata, ma proprio per rendere la loro colpa più grave, poiché Dio è pronto a mantenere fedelmente ciò che ha promesso, mentre essi non ne tengono conto e meritano così di essere respinti per la loro infedeltà.
Questo è dunque il valore della successione dei padri nei figli, se non vi è una continuità reale e una conformità che mostri che i successori seguono coloro che li hanno preceduti. Dove ciò manca, coloro che sono convinti di essersi degenerati dalla loro origine devono essere privati di ogni onore, a meno che non si voglia attribuire il titolo e l’autorità di Chiesa a una sinagoga tanto perversa e malvagia come quella del tempo di Gesù Cristo, solo perché Caifa era succeduto a molti buoni sacerdoti e perché la successione da Aronne in poi era rimasta ininterrotta.
Ma ciò non è ammissibile neppure nei governi civili: nessuno direbbe che la tirannia di Caligola, Nerone, Eliogabalo e simili sia il vero stato della città di Roma, solo perché essi erano succeduti a buoni governanti. Nulla è più frivolo che voler fondare il governo della Chiesa sulla successione delle persone, dimenticando la dottrina.
E anche i santi dottori, che questi miserabili ci oppongono falsamente, non hanno mai inteso dimostrare che vi fosse un diritto ereditario di Chiesa ovunque i vescovi si succedessero. Poiché era cosa notoria e fuori di dubbio che dai tempi degli apostoli fino ai loro giorni non vi era stato mutamento di dottrina né a Roma né altrove, essi assumevano questo dato come principio sufficiente per confutare gli errori nuovi: che essi erano contrari alla verità, la quale era stata unanimemente conservata fin dai tempi apostolici.
Invano dunque costoro adornano la loro sinagoga con il titolo di Chiesa. Per noi questo nome è onorevole; ma qui si tratta di discernere che cosa sia veramente la Chiesa. In ciò essi non solo inciampano, ma affondano nel loro stesso fango, poiché al posto della santa Sposa di Cristo ci presentano una prostituta fetida e corrotta.
Affinché un simile travestimento non ci inganni, ricordiamo questo ammonimento di Agostino: che la Chiesa talvolta è oscurata e come avvolta da dense nubi, sotto il peso di molti scandali; talvolta appare libera e tranquilla; talvolta è sconvolta e coperta da grandi ondate di afflizioni e tentazioni. E porta come esempio il fatto che spesso coloro che erano le colonne più salde venivano esiliati per la fede o si nascondevano qua e là in regioni remote.
4:2:4 - La voce di Cristo come segno certo della Chiesa
Allo stesso modo oggi i difensori della sede romana ci molestano e confondono i semplici e gli ignoranti con il nome di Chiesa, mentre Gesù Cristo non ha nemici più accaniti del Papa e dei suoi seguaci. Sebbene ci oppongano il tempio, il sacerdozio e simili maschere, ciò non deve indurci a concedere che vi sia Chiesa dove non appare la Parola di Dio.
Ecco infatti il segno perpetuo con cui il Signore ha contrassegnato i suoi: Chi è dalla verità ascolta la mia voce (Giovanni 18:37). Io sono il buon pastore; conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… le mie pecore ascoltano la mia voce (Giovanni 10:14, 27). Poco prima aveva detto che le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce, e che non seguono l’estraneo ma fuggono, perché non conoscono la voce degli estranei (Giovanni 10:4-5).
Perché dunque errare consapevolmente nel cercare la Chiesa, quando Cristo stesso ce ne ha dato un segno sicuro? Ovunque lo vediamo, esso ci rende certi che lì vi è la Chiesa; e dove esso manca, nulla può darci una vera indicazione di Chiesa. Paolo dice infatti che la Chiesa è fondata non sull’opinione degli uomini né sul sacerdozio, ma sulla dottrina dei profeti e degli apostoli (Efesini 2:20).
Dobbiamo distinguere Gerusalemme da Babilonia, la Chiesa di Dio dall’assemblea degli infedeli, con la sola distinzione stabilita da Cristo: chi è da Dio ascolta la Parola di Dio; chi non vuole ascoltarla non è da Dio (Giovanni 8:47). In breve, poiché la Chiesa è il regno di Cristo e Cristo regna solo mediante la sua Parola, chi potrà dubitare che sia menzogna affermare che il regno di Cristo esista dove il suo scettro non c’è, cioè la sua santa Parola?
4:2:5 - Eresia, scisma e vera unità della Chiesa
Quanto all’accusa di eresia e di scisma che ci muovono perché predichiamo una dottrina diversa dalla loro, non obbediamo alle loro leggi e abbiamo assemblee separate per le preghiere e i sacramenti, essa è grave, ma non richiede lunga difesa. Sono chiamati eretici e scismatici coloro che, rompendo la Chiesa, ne spezzano l’unità.
Ora, questa unità consiste in due vincoli: l’accordo nella sana dottrina e la carità fraterna. Per questo Agostino distingue tra eretici e scismatici: i primi corrompono la verità con falsa dottrina; i secondi si separano dalla comunione dei fedeli pur concordando nella fede. Tuttavia bisogna notare che la comunione della carità dipende così strettamente dall’unità della fede che quest’ultima ne è il fondamento, il fine e la regola.
Quando Dio raccomanda l’unità della Chiesa, intende che, come concordiamo in Cristo nella dottrina, così in lui siano unite anche le nostre affezioni. Per questo Paolo fonda l’esortazione all’unità sull’unico Dio, un’unica fede e un unico battesimo (Efesini 4:5), e quando ci insegna a essere concordi in dottrina e in volontà, aggiunge che ciò avvenga in Cristo Gesù (Filippesi 2:2,5; Romani 15:5). Ogni accordo fuori dalla Parola di Dio è dunque una fazione di infedeli, non un consenso di credenti.
4:2:6 - La vera unità secondo Cipriano e la necessità di separarsi per aderire a Cristo
Cipriano, seguendo Paolo, afferma che la fonte di tutta l’unità della Chiesa sta nel fatto che Cristo solo è vescovo. Ne consegue che vi è una sola Chiesa diffusa ovunque: come molti sono i raggi del sole, ma una sola è la luce; come in un albero vi sono molti rami, ma uno solo è il tronco radicato; come da una sola fonte scaturiscono molti ruscelli senza che l’unità della sorgente venga meno. Separati i raggi dal sole, l’unità non può essere divisa; recisa una branca, essa si secca. Così la Chiesa, illuminata dalla luce di Dio, è diffusa nel mondo, ma l’unità del corpo non è spezzata.
Da ciò Cipriano conclude che tutte le eresie e gli scismi nascono dal non tornare alla fonte della verità, dal non cercare il Capo e dal non attenersi alla dottrina del Maestro celeste.
Quando dunque i difensori del Papa gridano che siamo eretici perché abbiamo lasciato la loro chiesa, la sola causa del nostro abbandono è stata che non vi si tollerava la predicazione della verità. Tralascio pure il fatto che ci hanno scacciati con la scomunica, motivo che basterebbe da solo a giustificarci, a meno che non vogliano condannare con noi anche gli apostoli, poiché Cristo aveva predetto che sarebbero stati espulsi dalle sinagoghe a causa del suo nome (Giovanni 16:2), e quelle sinagoghe erano allora considerate vere Chiese.
Poiché dunque è evidente che siamo stati espulsi dalla chiesa del Papa, e siamo pronti a dimostrare che ciò è avvenuto per il nome di Cristo, occorre esaminare la causa prima di giudicare. Ma anche concedendo tutto questo ai nostri avversari, mi basta questa ragione: che ci era necessario allontanarci da loro per avvicinarci a Cristo.
4:2:7 - Il paragone con l’antica Chiesa d’Israele
Apparirà ancora più chiaramente in quale considerazione dobbiamo tenere tutte le chiese che sono soggette alla tirannia del Papa, se le confrontiamo con l’antica Chiesa d’Israele, così come ci viene descritta dai profeti. Quando i Giudei e gli Israeliti conservavano puramente il patto di Dio, vi era tra loro una vera Chiesa, poiché per grazia di Dio possedevano le cose nelle quali consiste la vera Chiesa. Avevano la dottrina della verità contenuta nella Legge, la quale veniva predicata dai sacerdoti e dai profeti. Venivano accolti nella Chiesa mediante il segno della circoncisione. Gli altri sacramenti erano per loro esercizi destinati a conformarli nella fede. Per quel tempo non vi è dubbio che tutte le lodi con cui il Signore ha onorato la sua Chiesa appartenessero a loro.
Ma da quando, deviando dalla Legge di Dio, si volsero all’idolatria e alla superstizione, furono in parte privati di una tale dignità. Infatti, chi oserebbe togliere il titolo di Chiesa a coloro ai quali Dio ha affidato la sua Parola e l’uso dei suoi sacramenti? D’altra parte, chi oserebbe attribuire semplicemente e senza alcuna distinzione il nome di Chiesa a un’assemblea nella quale la Parola di Dio sia apertamente calpestata e la predicazione della verità - che è la forza principale e quasi l’anima della Chiesa - sia dissipata?
4:2:8 - La decadenza progressiva di Israele e di Giuda
Che dire dunque - dirà qualcuno - non vi fu più alcuna porzione di Chiesa tra i Giudei dopo che essi declinarono nell’idolatria? La risposta è facile. Anzitutto affermo che essi non caddero in un solo colpo fino all’estremo, ma decaddero per gradi successivi. Non diremo infatti che la colpa di Israele e quella di Giuda fossero uguali quando cominciarono ad allontanarsi dal puro culto di Dio.
Quando Geroboamo fabbricò i vitelli contro l’espresso divieto di Dio e scelse un luogo per sacrificare che non era lecito, egli corrotse del tutto la religione in Israele (1 Re 12:28). I Giudei invece si contaminarono dapprima con una vita dissoluta e con opinioni superstiziose, prima di cadere in un’idolatria esteriore. Benché al tempo di Roboamo avessero già introdotto molte cerimonie perverse, tuttavia, poiché la dottrina della Legge, l’ordine del sacerdozio e le cerimonie così come Dio le aveva istituite permanevano ancora a Gerusalemme, i fedeli vi avevano uno stato di Chiesa tollerabile.
In Israele, dal tempo di Geroboamo fino al regno di Acab, non vi fu alcun miglioramento; anzi, da allora le cose andarono sempre peggiorando. I suoi successori, fino alla distruzione del regno, furono in parte simili a lui; e quelli che volevano essere migliori seguivano comunque l’esempio di Geroboamo. In ogni caso, tutti insieme erano malvagi e idolatri. In Giuda vi furono invece molti mutamenti: alcuni re corrompevano il culto di Dio con false superstizioni, altri si sforzavano di riformare gli abusi; infine gli stessi sacerdoti contaminarono il tempio di Dio con un’idolatria manifesta.
4:2:9 - Perché la comunione papista non è paragonabile a quella del tempio di Gerusalemme
Ora, che i papisti neghino pure, se possono, o cerchino di scusare i loro vizi: lo stato della Chiesa presso di loro non è forse corrotto e depravato come quello del regno d’Israele sotto Geroboamo? Anzi, la loro idolatria è molto più grave, e non sono affatto più puri nella dottrina, se non addirittura più impuri. Dio mi è testimone - e lo saranno anche tutti coloro che hanno un retto giudizio - che non esagero nulla in questo punto: i fatti lo dimostrano.
Quando vogliono costringerci alla comunione con la loro chiesa, ci chiedono due cose. La prima: che partecipiamo a tutte le loro preghiere, sacramenti e cerimonie. La seconda: che attribuiamo alla loro chiesa tutto l’onore, la potenza e la giurisdizione che Gesù Cristo attribuisce alla sua Chiesa.
Quanto al primo punto, confesso che i profeti che furono a Gerusalemme quando lo stato pubblico era già molto corrotto non sacrificarono separatamente, né fecero assemblee distinte per pregare. Avevano infatti il comandamento di Dio, che ordinava loro di recarsi al tempio di Salomone (Deuteronomio 12:13, 11). Sapevano che i sacerdoti levitici, per quanto indegni, dovevano tuttavia essere riconosciuti come ministri legittimi, poiché erano stati ordinati da Dio e non erano ancora stati deposti (Esodo 29:9).
Ma - ed è questo il punto principale della nostra disputa - essi non erano costretti ad alcuna pratica superstiziosa. Inoltre non facevano nulla che non fosse stato istituito da Dio. Tra i papisti, che cosa c’è di simile? A stento possiamo riunirci una sola volta con loro senza contaminarci di una manifesta idolatria. Il principale vincolo della comunione che essi pretendono è la Messa, che noi respingiamo come un sacrilegio estremo. Se ciò sia giusto o no, lo vedremo altrove; per ora mi basta mostrare che la nostra situazione è diversa da quella dei profeti, i quali non erano costretti a vedere o praticare cerimonie se non istituite da Dio, benché sacrificassero insieme ai malvagi.
Se dunque vogliamo un esempio perfettamente simile, dobbiamo prenderlo dal regno d’Israele. Secondo l’ordinanza di Geroboamo, vi si osservava la circoncisione, vi si offrivano sacrifici, la Legge era ritenuta santa e si invocava il Dio adorato dai padri; tuttavia, a causa delle cerimonie inventate contro il divieto di Dio, tutto ciò che vi si faceva era riprovato come dannabile (1 Re 12:31). Mi si indichi un solo profeta o fedele che abbia mai adorato o sacrificato a Betel: essi non lo fecero, perché sapevano bene che non avrebbero potuto farlo senza contaminarsi di sacrilegio.
Ne segue che la comunione della Chiesa non deve estendersi fino al punto da obbligarci a seguire una chiesa quando essa è decaduta in modi di servire Dio viziosi e profani.
4:2:10 - Autorità ecclesiastica e rifiuto della sottomissione papale
Abbiamo tuttavia una ragione ancora più forte per resistere nel secondo punto. Poiché ci viene detto che dobbiamo riverire la Chiesa, attribuirle autorità, ricevere le sue ammonizioni, sottometterci al suo giudizio e conformarci interamente ad essa, se riconoscessimo ai papisti il titolo di Chiese, saremmo necessariamente obbligati a render loro sottomissione e obbedienza.
Concederò loro volentieri ciò che i profeti concessero ai Giudei e agli Israeliti del loro tempo, quando le cose si trovavano in uno stato simile o migliore. Ora vediamo però che i profeti gridano ovunque che le loro assemblee erano conventicole profane, con le quali non era più lecito accordarsi che rinnegare Dio (Isaia 1:14). Infatti, se tali assemblee fossero state Chiese, ne seguirebbe che Elia, Michea e gli altri profeti d’Israele sarebbero stati estranei alla Chiesa; e lo stesso in Giuda per Isaia, Geremia, Osea e gli altri, che erano in maggiore esecrazione presso i profeti, i sacerdoti e il popolo che se fossero stati pagani.
Se tali assemblee fossero state Chiese, ne seguirebbe anche che la Chiesa di Dio non sarebbe colonna della verità (1 Timoteo 3:15), ma sostegno della menzogna; non santuario di Dio, ma ricettacolo di idoli. Era dunque necessario che i profeti non avessero alcuna comunione con esse, poiché ciò sarebbe stato una congiura empia contro Dio.
Per la stessa ragione, chi riconosce come Chiese le assemblee soggette alla tirannia del Papa, contaminate da idolatria, superstizioni e dottrina malvagia, e pensa che si debba perseverare nella loro comunione fino a consentire alla loro dottrina, erra gravemente. Se esse fossero Chiese, avrebbero il potere delle chiavi; ma le chiavi sono inseparabilmente congiunte alla Parola, che lì è bandita. Se fossero Chiese, spetterebbe loro la promessa di Cristo: che ciò che legheranno sulla terra sarà legato in cielo (Matteo 16:19; 18:18; Giovanni 20:23). Eppure tutti coloro che professano sinceramente di essere servitori di Cristo ne vengono respinti. O dunque la promessa di Cristo è vana, oppure queste non sono Chiese - almeno sotto questo aspetto.
Infine, al posto del ministero della Parola vi si trovano scuole di empietà e un abisso di ogni specie di errore. Perciò non sono Chiese neppure da questo punto di vista, poiché non vi resta alcun segno mediante il quale le sante assemblee dei fedeli possano essere distinte dalle conventicole dei Turchi.
4:2:11 - Le reliquie dell’alleanza e la permanenza dei segni
Tuttavia, come allora rimanevano ai Giudei alcune prerogative appartenenti alla Chiesa, così non neghiamo che oggi i papisti abbiano ancora alcune tracce che sono loro rimaste per grazia di Dio dopo la dispersione della Chiesa. Dio aveva stretto una volta la sua alleanza con i Giudei, e questa permaneva tra loro, fondata più sulla sua fedeltà che sulla loro osservanza. La loro empietà era come un ostacolo che essa doveva superare.
Perciò, sebbene per la loro infedeltà meritassero che Dio ritirasse la sua alleanza, tuttavia, poiché egli è costante nel mantenere la sua bontà, continuava a sostenerla. Così la circoncisione non poteva essere tanto contaminata dalle loro mani impure da cessare di essere segno e sacramento dell’alleanza di Dio. Per questo Dio chiamava suoi i figli che nascevano da quel popolo (Ezechiele 16:20), cosa che non sarebbe avvenuta senza una benedizione speciale.
Allo stesso modo, poiché Dio ha stabilito una volta la sua alleanza in Francia, in Italia, in Germania e in altri paesi, benché tutto sia stato poi oppresso dalla tirannia dell’Anticristo, egli ha voluto che il battesimo vi rimanesse come testimonianza di quell’alleanza, conservando la sua virtù nonostante l’empietà degli uomini. Per la sua provvidenza ha lasciato anche altre reliquie, affinché la Chiesa non perisse del tutto. Come talvolta gli edifici sono demoliti in modo che restino i fondamenti e alcune vestigia della rovina, così il Signore non ha permesso che la sua Chiesa fosse tanto rasa al suolo dall’Anticristo da non lasciarvi nulla dell’edificio. E benché, per punire l’ingratitudine di coloro che avevano disprezzato la sua Parola, abbia permesso una rovina terribile, ha tuttavia voluto che restasse un residuo, come segno che il tutto non era stato annientato.
4:2:12 - Chiese profanate, non abolite: la conclusione
Quando dunque rifiutiamo di attribuire semplicemente ai papisti il titolo di Chiesa, non neghiamo affatto che vi siano ancora alcune chiese tra di loro; ma discutiamo del vero stato della Chiesa, che implica comunione nella dottrina e in tutto ciò che appartiene alla professione della nostra cristianità.
Daniele e l’apostolo Paolo hanno predetto che l’Anticristo sarebbe stato seduto nel tempio di Dio (Daniele 9:27; 2 Tessalonicesi 2:4). Noi diciamo che il Papa è il capo di questo regno maledetto ed esecrabile, almeno nella Chiesa occidentale. Poiché si dice che il seggio dell’Anticristo è nel tempio di Dio, ciò significa che il suo regno non abolirà il nome di Cristo né quello della Chiesa.
Ne consegue che non neghiamo che le chiese su cui egli domina con la sua tirannia restino chiese; ma affermiamo che egli le ha profanate con la sua empietà, afflitte con la sua dominazione disumana, avvelenate con dottrine false e malvagie, quasi messe a morte. Così che Cristo vi è mezzo sepolto, l’Evangelo soffocato, la cristianità distrutta, il culto di Dio quasi abolito; in breve, tutto vi è talmente sconvolto che vi appare piuttosto un’immagine di Babilonia che della santa città di Dio.
Concludo dunque che esse sono chiese: in primo luogo, perché Dio vi conserva miracolosamente le reliquie del suo popolo, benché miseramente disperse; in secondo luogo, perché vi restano alcuni segni della Chiesa, soprattutto quelli la cui virtù non può essere annientata né dall’astuzia del diavolo né dalla malizia degli uomini. Ma poiché, d’altra parte, i segni principali ai quali dobbiamo guardare in questa disputa sono stati cancellati, affermo che non vi è una retta apparenza di Chiesa, né nei singoli membri né nel corpo nel suo insieme.
Riassunto lineare del capitolo