Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 20

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Capitolo 20 - Del governo civile

4:20:1 - Distinzione dei due regimi e necessità del governo civile

Poiché abbiamo stabilito che nell’essere umano vi sono due regimi[1], e abbiamo già trattato a sufficienza del primo, che risiede nell’anima, cioè nell’essere interiore, e concerne la vita eterna, ora questo luogo richiede che dichiariamo anche il secondo, il quale ha per scopo di ordinare una giustizia civile e riformare i costumi esteriori.

Benché questo argomento possa sembrare lontano dalla teologia e dalla dottrina della fede, di cui mi occupo, il seguito mostrerà che è a buon diritto che lo congiungo ad esse. Soprattutto perché oggi vi sono persone folli e barbare che vorrebbero rovesciare ogni ordinamento politico, benché stabilito da Dio. D’altra parte, gli adulatori dei principi, magnificandone senza fine e misura la potenza, li fanno quasi entrare in competizione con Dio. Se dunque non si provvedesse a frenare questi due vizi, tutta la purezza della fede ne sarebbe confusa.

Inoltre, ci è di grande utilità, per essere edificati nel timore di Dio, sapere quale sia stata la sua benevolenza nel provvedere così bene al genere umano, affinché siamo tanto più stimolati a servirlo e a testimoniare di non essere né ingrati né ciechi verso di Lui.

Prima di entrare più oltre in questa materia, dobbiamo ricordarci della distinzione sopra stabilita, affinché non ci accada ciò che comunemente accade a molti, cioè di confondere inconsideratamente queste due realtà, che sono del tutto diverse. Quando costoro odono che nell’Evangelo è promessa una libertà che non riconosce re né padrone fra gli esseri umani, ma si attiene a un solo Cristo, non riescono a comprendere quale sia il frutto di tale libertà, finché vedono qualche autorità elevata sopra di loro. Perciò pensano che le cose non possano andare bene se tutto il mondo non sia trasformato in una nuova forma nella quale non vi siano né tribunali, né leggi, né magistrati, né altre cose simili, che essi stimano impediscano la loro libertà.

Ma chi saprà distinguere tra il corpo e l’anima, tra questa vita presente e transitoria e la vita futura ed eterna, comprenderà pure con chiarezza che il regno spirituale di Cristo e l’ordinamento civile sono cose molto distanti l’una dall’altra. Poiché è una follia giudaica cercare di racchiudere il regno di Cristo entro gli elementi di questo mondo, noi invece, considerando - come la Scrittura apertamente insegna - che il frutto che riceviamo dalla grazia di Cristo è spirituale, dobbiamo custodire con cura entro i suoi limiti la libertà che ci è promessa e offerta in Cristo.

Perché infatti l’Apostolo, che ci comanda di rimanere saldi e di non lasciarci di nuovo sottomettere al giogo della schiavitù (Galati 5:1), altrove insegna ai servi di non preoccuparsi del loro stato (1 Corinzi 7:21; Colossesi 3:22)? Non è forse perché la libertà spirituale può benissimo coesistere con la servitù civile? Nello stesso senso vanno intese le altre sue affermazioni: che nel regno di Dio non vi è né Giudeo né Greco, né maschio né femmina, né schiavo né libero; e ancora, che non vi è né Giudeo né Greco, né circoncisione né incirconcisione, né barbaro né Scita, ma Cristo è tutto in tutti (Galati 3:28; Colossesi 3:11). Con queste parole egli significa che è indifferente quale sia la nostra condizione tra le persone, o quali leggi nazionali osserviamo, poiché il regno di Cristo non consiste affatto in tali cose.


4:20:2 - Il governo civile non è contrario al regno di Cristo

Tuttavia, questa distinzione non tende affatto a farci considerare il governo civile come cosa impura o non pertinente ai cristiani. È vero che i fantasiosi, che cercano soltanto una licenza sfrenata, parlano oggi in questo modo: poiché siamo morti con Cristo agli elementi di questo mondo e trasferiti nel regno di Dio tra le realtà celesti, sarebbe cosa troppo vile e indegna della nostra eccellenza occuparci di queste sollecitudini profane e terrene, dalle quali i cristiani dovrebbero essere del tutto separati.

A che servono - dicono - le leggi, se non vi sono processi e tribunali? E che cosa hanno a che fare i processi con una persona cristiana? E se non è lecito uccidere, a che scopo leggi e giudici?

Ma come abbiamo già avvertito che questo genere di governo è distinto dal regno spirituale e interiore di Cristo, così dobbiamo sapere che non gli è affatto contrario. Il regno spirituale comincia già sulla terra a farci gustare qualcosa del regno celeste, e in questa vita mortale e transitoria un anticipo della beatitudine immortale e incorruttibile. Lo scopo invece del regime temporale è

  • di nutrire e sostenere il culto esteriore di Dio, la pura dottrina e la religione;
  • di conservare l’integrità della Chiesa;
  • di formarci a tutta l’equità richiesta per la convivenza tra le persone durante il tempo che dobbiamo vivere insieme;
  • di regolare i nostri costumi secondo una giustizia civile;
  • di accordarci gli uni con gli altri;
  • di mantenere e conservare una pace e tranquillità comuni.

Tutte queste cose - lo confesso - sarebbero superflue se il regno di Dio, quale è ora in noi, abolisse questa vita presente. Ma se la volontà del Signore è che camminiamo ancora sulla terra mentre aspiriamo alla nostra vera patria, e se tali aiuti sono necessari al nostro viaggio, coloro che vogliono separarli dall’essere umano gli tolgono la sua stessa natura. Quanto a ciò che essi sostengono, cioè che nella Chiesa di Dio dovrebbe esserci una tale perfezione da rendere inutili tutte le leggi, essi immaginano follemente una perfezione che non si troverà mai nella comunità umana. Poiché l’insolenza dei malvagi è così grande e la loro perversità così ribelle che a stento si può contenerla con il rigore delle leggi, che cosa possiamo aspettarci se avessero una licenza sfrenata di fare il male, visto che a stento si trattengono anche quando sono costretti?


4:20:3 - Necessità e dignità dell'ordinamento civile civile

Ci sarà più avanti occasione di parlare in modo più opportuno dell’utilità del governo civile. Per ora vogliamo soltanto mostrare che volerlo respingere è una barbarie inumana, poiché la sua necessità tra le persone non è minore di quella del pane, dell’acqua, del sole e dell’aria; anzi, la sua dignità è molto maggiore.

Infatti non si limita a far sì che le persone mangino, bevano e siano sostenute nella vita, benché comprenda anche tutto questo, in quanto rende possibile la convivenza; ma provvede anche affinché l’idolatria, le bestemmie contro il nome di Dio e contro la sua verità, e altri scandali della religione non siano pubblicamente diffusi; affinché la tranquillità pubblica non sia turbata; affinché a ciascuno sia conservato ciò che è suo; affinché le persone commercino tra loro senza frode e danno; affinché vi siano onestà e modestia; in breve, affinché appaia una forma pubblica di religione tra i cristiani e sia preservata l’umanità fra gli esseri umani.

Non deve sembrare strano che io attribuisca ora al governo civile la cura di ordinare la religione, incarico che prima sembrava aver tolto alla potestà umana. Non permetto qui alle persone di forgiare leggi a loro piacimento in materia di religione e di culto, come già ho dichiarato; tuttavia approvo un ordinamento civile che vigili affinché la vera religione, contenuta nella Legge di Dio, non sia pubblicamente violata e profanata da una licenza impunita.

Se trattiamo ora in particolare ciascuna parte del governo civile, quest’ordine aiuterà a comprendere quale giudizio si debba avere in generale. Vi sono tre parti:

  • la prima è il Magistrato[2], guardiano e conservatore delle leggi;
  • la seconda è la Legge, secondo la quale il magistrato governa;
  • la terza è il Popolo, che deve essere governato dalle leggi e obbedire al magistrato.

Vediamo dunque anzitutto quale sia lo stato del magistrato: se sia una vocazione legittima e approvata da Dio; quale sia il dovere del suo ufficio; e fin dove si estenda la sua autorità. In secondo luogo, quali leggi debbano reggere una comunità cristiana. Infine, in che modo il popolo possa trarre beneficio dalle leggi e quale obbedienza debba al proprio superiore.


4:20:4 - La magistratura come vocazione santa e stabilita da Dio

Quanto allo stato dei magistrati, il Signore non solo ha testimoniato che esso è gradito a Lui, ma lo ha ornato di titoli onorevoli, raccomandandocene in modo singolare la dignità. Per dimostrarlo brevemente: il fatto che coloro che sono costituiti in autorità siano chiamati “dèi” (Esodo 22:8; Salmo 82:1,6) non è un titolo di poco conto. Esso mostra che hanno mandato da Dio, che sono da Lui autorizzati, e che in certo modo rappresentano la sua persona, essendo suoi vicari[3].

E questa non è una mia interpretazione arbitraria, ma l’interpretazione stessa di Cristo: «Se la Scrittura ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio» (Giovanni 10:35). Che cosa significa questo, se non che hanno ricevuto da Dio un incarico e una commissione per servirlo nel loro ufficio, e - come Mosè e Giosafat dissero ai giudici stabiliti in ogni città di Giuda (Deuteronomio 1:16; 2 Cronache 19:6) - per esercitare giustizia non in nome delle persone, ma in nome di Dio?

Allo stesso proposito appartiene ciò che la Sapienza di Dio dichiara per bocca di Salomone: che per mezzo suo i re regnano, i consiglieri amministrano la giustizia, i principi governano, e i giudici della terra giudicano con equità (Proverbi 8:15-16). Questo equivale a dire che non è per perversità umana che i re e gli altri superiori ottengono potere sulla terra, ma che ciò procede dalla provvidenza e dalla santa ordinanza di Dio, al quale piace guidare in questo modo il governo delle persone.

L’apostolo Paolo lo dimostra chiaramente quando annovera le autorità tra i doni di Dio, distribuiti diversamente alle persone per l’edificazione della Chiesa (Romani 12:8). Benché in quel passo egli parli dell’assemblea degli anziani ordinati nella Chiesa primitiva per presiedere alla disciplina pubblica - ufficio che chiama “governo” in 1 Corinzi 12:28 - tuttavia, poiché vediamo che anche l’autorità civile tende a un fine simile, non vi è dubbio che egli raccomandi ogni forma di giusta autorità.

Ancora più chiaramente lo afferma quando tratta espressamente questa materia: insegna che ogni autorità è ordinata da Dio, e che non ve ne sono se non quelle stabilite da Lui; che i principi sono ministri di Dio per premiare chi fa il bene e per esercitare la sua ira contro chi fa il male (Romani 13:1,4).

A questo si aggiungono gli esempi dei santi personaggi: alcuni ottennero regni, come Davide, Giosia ed Ezechia; altri grandi incarichi sotto re, come Giuseppe e Daniele; altri ancora la guida di un popolo libero, come Mosè, Giosuè e i Giudici. Di tutti costoro sappiamo che il loro stato fu gradito a Dio, come Egli stesso dichiarò.

Non si deve dunque dubitare in alcun modo che l’autorità civile sia una vocazione non soltanto santa e legittima davanti a Dio, ma anche sacratissima e onorevolissima tra tutte le altre.


4:20:5 - La perfezione evangelica non abolisce l’ordinamento civile

Coloro che vorrebbero che le persone vivessero alla rinfusa, come topi nella paglia, replicano che, se un tempo vi furono re e governatori sul popolo dei Giudei, il quale era rozzo, tuttavia oggi non sarebbe cosa conveniente alla perfezione che Gesù Cristo ci ha recato nel suo Evangelo essere così tenuti in servitù. In ciò non solo mostrano la loro stoltezza, ma anche il loro orgoglio diabolico, vantandosi di una perfezione della quale non saprebbero mostrare la centesima parte.

Ma quand’anche fossero i più perfetti che si possa immaginare, la confutazione è facile. Dopo aver esortato i re e i principi a baciare il Figlio di Dio in segno di omaggio (Salmo 2:12), Davide non ordina loro di abbandonare il proprio stato per farsi persone private, ma di sottomettere la loro autorità e il potere che esercitano al Signore Gesù, affinché Egli solo abbia la preminenza su tutti.

Allo stesso modo Isaia, promettendo che i re saranno nutrici della Chiesa e le regine sue balie (Isaia 49:23), non li degrada dal loro onore, ma piuttosto li stabilisce con titolo onorevole quali patroni e protettori dei fedeli servitori di Dio. Questa profezia, infatti, appartiene alla venuta del nostro Signore Gesù.

Tralascio deliberatamente molti altri testi che si presentano qua e là, specialmente nei Salmi. Vi è però un passo particolarmente notevole in Paolo: esortando Timoteo a fare preghiere pubbliche per i re, egli aggiunge la ragione: «affinché possiamo vivere una vita tranquilla e quieta, in tutta pietà e dignità» (1 Timoteo 2:2). Con queste parole egli mostra chiaramente che i re sono costituiti quali tutori e custodi dello stato della Chiesa.


4:20:6 - Responsabilità e consolazione dei magistrati

A questo i magistrati devono pensare continuamente, poiché tale considerazione può essere per loro un pungolo efficace nel compiere il proprio dovere, e insieme una meravigliosa consolazione nel sopportare le difficoltà e le molestie che il loro ufficio comporta.

A quale integrità, prudenza, clemenza, moderazione e innocenza devono conformarsi, quando riconoscono di essere ordinati ministri della giustizia divina! Con quale fiducia potrebbero dare ingresso all’iniquità nel loro tribunale, sapendo che esso è il trono del Dio vivente? Con quale audacia pronunciare una sentenza ingiusta, quando la loro bocca è destinata a essere organo della verità di Dio? Con quale coscienza firmare un’ordinanza malvagia, quando la loro mano è stabilita per scrivere i decreti di Dio?

Se si ricordano di essere vicari di Dio, devono impegnarsi con ogni studio e cura a rappresentare davanti alle persone, in tutte le loro azioni, un’immagine della provvidenza, della protezione, della bontà, della dolcezza e della giustizia di Dio. Devono sempre tenere davanti agli occhi che, se è maledetto chi compie con negligenza l’opera del Signore (Geremia 48:10), tanto più lo è chi, in una vocazione così giusta, agisce slealmente.

Per questo Mosè e Giosafat, esortando i loro giudici a compiere fedelmente il loro ufficio, non trovarono argomento più efficace di quello già ricordato: «Guardate a ciò che fate: poiché non esercitate la giustizia per gli uomini, ma per il Signore, il quale è con voi nel giudizio. Ora dunque il timore del Signore sia su di voi; agite con cautela, perché nel Signore nostro Dio non vi è iniquità» (Deuteronomio 1:16; 2 Cronache 19:6).

Altrove è detto che Dio sta nell’assemblea degli dèi e giudica in mezzo agli dèi (Salmo 82:1; Isaia 3:14). Ciò deve toccare profondamente il cuore dei superiori, poiché insegna loro che sono come luogotenenti di Dio, al quale dovranno rendere conto della loro amministrazione. Se sbagliano, non offendono soltanto le persone che opprimono ingiustamente, ma Dio stesso, contaminando i suoi sacri giudizi.

D’altra parte, possono trarre grande consolazione nel considerare che la loro vocazione non è cosa profana o estranea a un servitore di Dio, ma un incarico santissimo, poiché essi compiono e mettono in atto l’opera stessa di Dio.


4:20:7 - Chi disprezza l’autorità disprezza Dio

Coloro che, non contenti di tanti testimonianze della Scrittura, osano ancora biasimare questa santa vocazione come contraria alla religione e alla pietà cristiana, che fanno se non deridere Dio stesso, sul quale ricadono tutti gli oltraggi rivolti al suo ministero?

In realtà, tali persone non respingono i superiori semplicemente perché non vogliono che regnino su di loro, ma respingono Dio stesso. Se infatti ciò che il Signore disse riguardo al popolo d’Israele è vero - che, rifiutando il dominio di Samuele, rifiutavano in realtà che Egli regnasse su di loro (1 Samuele 8:7) - perché non si dovrebbe dire lo stesso oggi di coloro che si permettono di parlare male di ogni autorità stabilita da Dio?

Essi obiettano che il Signore proibisce ai cristiani di immischiarsi in regni o superiorità, quando dice ai suoi discepoli che i re delle nazioni dominano su di esse, ma che tra loro non deve essere così: chi è il primo deve farsi il più piccolo (Luca 22:25-26).

Che buoni interpreti! Tra gli apostoli era sorta una disputa su chi fosse il maggiore. Il Signore, per reprimere quella vana ambizione, dichiara che il loro ministero non è simile ai regni, dove uno primeggia sugli altri. Che cosa diminuisce questo della dignità dei re? Che cosa prova, se non che lo stato regale non è ministero apostolico?

Benché vi siano diverse forme di autorità, tutte concordano in questo: dobbiamo riceverle come ministri ordinati da Dio. Paolo comprende tutte le specie quando afferma che «non vi è autorità se non da Dio» (Romani 13:1). E quella forma che è meno gradita agli esseri umani - il dominio di uno solo - è raccomandata in modo particolare dalla Scrittura, la quale afferma che è per la provvidenza della sapienza divina che i re regnano (Proverbi 8:15), e comanda espressamente di onorare il re (1 Pietro 2:17).


4:20:8 - Le forme di governo e la provvidenza di Dio

È occupazione vana per persone private, che non hanno autorità di ordinare le cose pubbliche, disputare quale sia la migliore forma di ordinamento civile. È inoltre temerario determinarlo in modo assoluto, poiché la questione dipende soprattutto dalle circostanze. Anche se si comparassero le forme senza considerare le circostanze, non sarebbe facile stabilire quale sia la più utile, tanto sono quasi equivalenti ciascuna nel proprio valore.

Si distinguono tre specie di governo civile: la monarchia, dominio di uno solo (re, duca o altro); l’aristocrazia, governo dei principali; e la democrazia, governo popolare, nel quale il potere appartiene al popolo.

È vero che un re può facilmente degenerare in tiranno; ma è altrettanto facile che i principali, detenendo il potere, cospirino per instaurare un dominio iniquo; ed è ancora più facile che, quando il potere è nelle mani del popolo, sorgano sedizioni[4].

Se si confrontano le tre forme, si potrebbe stimare superiore quella in cui alcuni governano mantenendo il popolo in libertà, non per natura, ma perché è raro - quasi miracoloso - che i re si moderino così bene da non deviare mai dall’equità; ed è raro che siano dotati di tanta prudenza da discernere sempre ciò che è utile. Per il difetto umano, dunque, la forma più sopportabile e sicura è quella in cui più persone governano, aiutandosi e correggendosi reciprocamente, e fungendo da freno qualora qualcuno si elevi troppo.

Questo è stato confermato dall’esperienza e dall’autorità di Dio stesso, quando ordinò tale forma per il popolo d’Israele nel tempo in cui volle mantenerlo nella migliore condizione possibile, fino a presentare in Davide l’immagine del nostro Signore Gesù.

Come il miglior stato è quello in cui vi è una libertà ben temperata e duratura, così coloro che vivono in tale condizione sono felici, e fanno il loro dovere se si impegnano a conservarla. I governanti di un popolo libero devono adoperarsi affinché la libertà del popolo, della quale sono protettori, non venga in alcun modo diminuita; se sono negligenti o permettono che decada, sono traditori. Ma coloro che, per volontà di Dio, vivono sotto principi e ne sono sudditi naturali, se trasferiscono a sé questi discorsi per tentare rivolte o mutamenti, non fanno solo speculazione folle e inutile, ma anche malvagia e perniciosa.

Se non fissiamo lo sguardo su una sola città, ma consideriamo l’intero mondo o diversi paesi, troveremo che non è senza la provvidenza di Dio che diverse regioni sono governate con diverse forme di ordinamento civile. Come gli elementi si mantengono per una proporzione diseguale, così gli ordinamenti civili si sostengono per una certa varietà.

E per coloro ai quali la volontà di Dio è ragione sufficiente, non è necessario aggiungere altro: se Egli stabilisce re sui regni e altri superiori sui popoli liberi, a noi spetta renderci soggetti e obbedienti ai superiori che governano nel luogo in cui viviamo.


4:20:9 - L’ufficio del magistrato secondo le due Tavole della Legge

Ora dobbiamo dichiarare brevemente quale sia l’ufficio dei magistrati, secondo quanto è scritto nella Parola di Dio, e in che cosa esso consista.

Se la Scrittura non insegnasse che tale ufficio si estende a entrambe le Tavole della Legge, potremmo apprenderlo perfino dagli autori pagani. Non vi è infatti alcuno tra coloro che hanno trattato dell’ufficio dei magistrati, del fare leggi e dell’ordinare l’ordinamento civile, che non abbia iniziato dalla religione e dal servizio di Dio. Con ciò tutti hanno riconosciuto che non può stabilirsi felicemente alcun governo in questo mondo, se prima non si provvede che Dio sia onorato; e che le leggi che trascurano l’onore di Dio per occuparsi soltanto del bene umano mettono il carro davanti ai buoi.

Poiché dunque la religione ha occupato il primo e supremo posto perfino presso i filosofi, e questo è stato sempre osservato tra i popoli con comune consenso, tanto più i principi e i magistrati cristiani devono vergognarsi della loro brutalità se non si dedicano con cura a questo compito. Abbiamo già mostrato che tale incarico è loro specialmente affidato da Dio. È ben giusto, infatti, che essendo suoi vicari e ufficiali, e governando per sua grazia, si adoperino a mantenere il suo onore.

I buoni re che Dio ha scelto sono lodati nella Scrittura proprio per aver ristabilito il servizio di Dio quando era corrotto o decaduto, o per aver curato che la vera religione fiorisse e rimanesse integra. Al contrario, la storia sacra annovera tra i mali derivanti dall’assenza di un buon governante il fatto che «non vi era re in Israele, e ognuno faceva ciò che gli pareva» (Giudici 21:25), e così le superstizioni prosperavano.

È dunque facile confutare la follia di coloro che vorrebbero che i magistrati, mettendo Dio e la religione sotto i piedi, si occupassero soltanto di amministrare giustizia tra le persone. Come se Dio avesse stabilito superiori nel suo nome solo per decidere controversie su beni terreni, dimenticando il principale, cioè che Egli sia debitamente servito secondo la regola della sua Legge.

Lo spirito inquieto di chi desidera innovare e sovvertire ogni cosa senza essere ripreso spinge tali menti ribelli a voler, se fosse possibile, che non vi fosse alcun giudice a trattenerli.

Quanto alla seconda Tavola, Geremia ammonisce i re a esercitare giudizio e giustizia, a liberare l’oppresso dalla mano dell’oppressore, a non maltrattare lo straniero, la vedova e l’orfano, a non spargere sangue innocente (Geremia 21:12; 22:3). Il Salmo 82 esorta similmente a difendere il povero e l’indigente, a liberare il misero dalla mano dell’empio (Salmo 82:3-4). Mosè ordina ai giudici di ascoltare le cause senza parzialità, di non avere riguardi personali, ma di giudicare con equità tanto il piccolo quanto il grande, poiché il giudizio appartiene a Dio (Deuteronomio 1:16).

Tralascio altri precetti: che i re non moltiplichino cavalli, non si lascino dominare dall’avarizia, non si esaltino sopra i loro fratelli, ma meditino continuamente la Legge di Dio (Deuteronomio 17:16); che i giudici non accettino doni e non devino né a destra né a sinistra (Deuteronomio 16:19).

Non ho intrapreso di spiegare queste cose tanto per istruire i magistrati su ciò che devono fare, quanto per mostrare agli altri che cos’è un magistrato e a quale fine è ordinato da Dio. Essi sono costituiti protettori e conservatori della tranquillità, dell’onestà, dell’innocenza e della modestia pubblica (Romani 13:3), e devono adoperarsi per mantenere la pace comune.

Davide promette di comportarsi così quando salirà al trono: non tollerare l’iniquità, detestare gli oppressori, cercare consiglieri fedeli (Salmo 101). Poiché non possono adempiere questo compito se non difendendo i buoni e reprimendo i malvagi, sono armati di potere per punire severamente coloro che turbano la pace pubblica.

Con ragione Solone affermava che ogni repubblica consiste in due cose: nella ricompensa dei buoni e nella punizione dei malvagi. Senza queste, ogni disciplina sociale si dissolve. Molti non si curano di fare il bene se non vedono la virtù onorata; e la concupiscenza dei malvagi non si frena senza il timore della pena. Per questo il profeta comanda ai re di esercitare giudizio e giustizia (Geremia 21:12). La giustizia consiste nel proteggere gli innocenti; il giudizio nel reprimere e punire i malvagi.


4:20:10 - La pena capitale e la spada del magistrato

Qui sorge una questione alta e difficile: se sia lecito a un cristiano uccidere. Se Dio lo proibisce nella sua Legge (Esodo 20:13; Deuteronomio 5:17; Matteo 5:21), e se il profeta annuncia che nella Chiesa non si farà né male né violenza (Isaia 11:9; 65:25), come possono i magistrati spargere sangue senza offendere la pietà?

La difficoltà si scioglie se comprendiamo che il magistrato, nel punire, non agisce di propria iniziativa, ma esegue i giudizi di Dio. La Legge proibisce l’omicidio; ma lo stesso Legislatore mette la spada nelle mani dei suoi ministri affinché puniscano gli omicidi. Non è lecito ai privati vendicarsi; ma non è ingiustizia eseguire, per mandato di Dio, la pena stabilita per il bene dei giusti.

Il Signore lega le mani dei privati, ma non lega la propria giustizia, che esercita mediante i magistrati. Come un principe può vietare ai sudditi di portare armi, senza per questo impedire ai suoi ufficiali di amministrare la giustizia, così Dio proibisce l’omicidio ai privati, ma affida ai magistrati la spada.

Occorre tenere fisso davanti agli occhi che in ciò non si opera per temerità umana, ma per autorità divina. Se non possiamo imporre legge alla giustizia di Dio, perché calunniare i suoi ministri? «Non porta invano la spada», dice Paolo, «poiché è ministro di Dio per punire chi fa il male» (Romani 13:4).

Se i principi vogliono piacere a Dio in pietà e integrità, devono dedicarsi alla correzione e punizione dei perversi. Mosè, nella sua vocazione divina, uccise l’egiziano (Esodo 2:12; Atti 7:28) e punì l’idolatria con la morte di tremila persone (Esodo 32:27). Davide, alla fine della vita, ordinò a Salomone di punire Ioab e Simei (1 Re 2:5). Egli stesso afferma che eliminerà i malvagi dalla città del Signore (Salmo 101:8).

Quella che potrebbe sembrare crudeltà fu in realtà obbedienza a un mandato divino. Sarebbe stata colpa lasciar correre l’ingiustizia. «È abominazione per i re fare iniquità, perché il trono è stabilito dalla giustizia» (Proverbi 16:12). Il re saggio dissipa i malvagi (Proverbi 20:26). Chi giustifica l’empio o condanna il giusto è abominio (Proverbi 17:15).

Se la vera giustizia dei magistrati consiste nel reprimere i malvagi, l’astenersi del tutto dalla severità mentre la violenza imperversa li renderebbe colpevoli di grave ingiustizia. Tuttavia, questa severità non deve degenerare in crudeltà disordinata. Il tribunale non deve essere un patibolo già innalzato.

La clemenza deve sempre avere luogo nel consiglio dei re; essa, come dice Salomone, è la salvaguardia del trono (Proverbi 20:28). Ma il magistrato deve guardarsi da due estremi: non ferire più di quanto curi con eccessiva asprezza, né, per falsa e superstiziosa clemenza, diventare crudele nella sua indulgenza, lasciando tutto impunito a danno di molti.

È stato detto con ragione che è male vivere sotto un principe sotto il quale nulla è permesso; ma è molto peggio vivere sotto colui che permette tutto.


4:20:11 - La legittimità della guerra giusta

Poiché talvolta è necessario ai re e ai popoli intraprendere guerra per esercitare quella medesima vendetta pubblica di cui si è parlato, possiamo da ciò concludere che le guerre ordinate a tale fine sono legittime. Se infatti ai magistrati è affidato il potere di conservare la tranquillità del loro territorio, reprimere le sedizioni di persone turbolente e nemiche della pace, soccorrere coloro che subiscono violenza e punire i malvagi, a quale miglior uso potrebbero impiegare tale potere se non nel respingere e abbattere gli assalti di coloro che turbano tanto la sicurezza dei singoli quanto la tranquillità comune, sollevando rivolte, violenze, oppressioni e altri crimini?

Se sono custodi e difensori delle leggi, spetta loro spezzare la forza di coloro che, con la loro ingiustizia, corrompono la disciplina legale. Se puniscono giustamente i briganti che hanno danneggiato pochi individui, dovrebbero forse lasciare che la religione sia devastata da brigantaggi senza intervenire? Non importa che chi invade un territorio per saccheggiare e uccidere sia re o persona di umile condizione: tutti costoro devono essere considerati briganti e trattati come tali.

La natura stessa insegna che il dovere dei principi è usare la spada non solo per correggere le colpe dei privati, ma anche per difendere le regioni loro affidate contro aggressioni. Lo Spirito Santo nella Scrittura dichiara che tali guerre sono legittime.


4:20:12 - Il Nuovo Testamento non abolisce il diritto alla guerra

Se qualcuno obietta che nel Nuovo Testamento non vi è testimonianza o esempio che dimostri essere lecito ai cristiani fare guerra, rispondo anzitutto che la medesima ragione che valeva un tempo vale ancora oggi: nulla impedisce ai principi di difendere i loro sudditi.

In secondo luogo, non bisogna cercare nei testi apostolici un ordinamento delle istituzioni civili, poiché il loro intento fu insegnare la natura del regno spirituale di Cristo, non regolare gli ordinamenti terreni.

Infine, possiamo raccogliere dal Nuovo Testamento stesso che Cristo, con la sua venuta, non ha mutato questo aspetto. Se la disciplina cristiana condannasse ogni guerra - come osserva sant’Agostino - Giovanni Battista avrebbe ordinato ai soldati di deporre le armi e abbandonare la loro professione. Invece comandò loro soltanto di non fare violenza né torto a nessuno e di accontentarsi della paga (Luca 3:14), senza proibire loro di esercitare la milizia.

Tuttavia, i magistrati devono guardarsi dall’obbedire alle proprie cupidigie. Nelle punizioni devono astenersi dall’ira, dall’odio, da eccessiva severità; anzi, come afferma sant’Agostino, devono avere compassione, per umana solidarietà, anche di chi puniscono per i propri delitti.

Se devono prendere le armi contro nemici - cioè contro briganti armati - non devono cercare occasioni leggere; e anche quando l’occasione si presenta, devono evitarla, se non vi sono costretti da grave necessità. Se perfino tra i pagani si insegnava che la guerra deve mirare alla pace, quanto più i cristiani devono tentare ogni mezzo prima di ricorrere alle armi.

In ogni effusione di sangue, i magistrati non devono lasciarsi trasportare da passioni personali, ma agire con animo pubblico. Diversamente abusano del potere, che non è dato per il loro vantaggio privato, ma per il bene altrui.

Da questo diritto di guerra segue che sono lecite anche guarnigioni, alleanze e altri mezzi di difesa civile:

- guarnigioni, cioè forze armate poste nelle città di confine per la protezione del territorio;

- alleanze, confederazioni tra principi vicini per reciproco aiuto contro minacce comuni;

- munizioni civili, cioè tutte le provviste necessarie all’uso bellico.


4:20:13 - Tributi, entrate pubbliche e responsabilità dei principi

Conviene aggiungere un ultimo punto: i tributi e le imposte che i principi riscuotono sono entrate legittime. Tuttavia devono principalmente servire a sostenere i pesi del loro stato.

Possono anche legittimamente usarli per mantenere la dignità domestica consona alla maestà dell’ufficio, come vediamo in Davide, Ezechia, Giosia, Giosafat, e anche in Giuseppe e Daniele, che vissero magnificamente secondo il rango loro assegnato, senza offendere la coscienza. In Ezechiele leggiamo che vaste proprietà furono assegnate ai re per ordinanza divina (Ezechiele 48:21).

Tuttavia, i principi devono ricordare che i loro domini non sono tanto rendite private quanto mezzi destinati al bene pubblico, come attesta Paolo (Romani 13:6). Non possono abusarne prodigalmente senza arrecare danno alla collettività. Anzi, devono considerare tali entrate come il sangue stesso del popolo: non risparmiarlo è crudeltà.

Le imposte sono sussidi della necessità pubblica; gravare il popolo senza motivo è tirannia e rapina. Questa dottrina non incoraggia la prodigalità - le cupidigie dei principi sono già troppo accese - ma li richiama a operare con coscienza davanti a Dio.

Essa non è inutile neppure ai privati, che imparano così a non condannare precipitosamente le spese dei principi quando superano l’uso comune.


4:20:14 - Le leggi, nervi e anima della repubblica

Dopo i magistrati vengono le leggi, che sono i veri nervi - o, come Cicerone dopo Platone le chiama, l’anima delle repubbliche. Senza leggi i magistrati non possono sussistere, né le leggi senza magistrati. Si è detto giustamente che la legge è un magistrato muto, e il magistrato una legge vivente.

Non intendo intraprendere una lunga disputa su quali siano le migliori leggi: sarebbe questione infinita e fuori dal nostro proposito. Indicherò soltanto, brevemente, quali leggi possano essere santamente usate davanti a Dio e giustamente applicate tra le persone.

Molti errano pericolosamente sostenendo che una repubblica non sia ben ordinata se, abbandonando la legislazione di Mosè, si governa con leggi comuni alle altre nazioni. È opinione falsa e folle.

Occorre distinguere nella Legge mosaica tre parti: morale, cerimoniale, giudiziaria. Le due ultime possono essere cambiate o abolite senza corrompere le buone morali; perciò non sono chiamate morali in senso proprio.


4:20:15 - La Legge morale e la libertà delle nazioni

La Legge morale contiene due articoli: onorare Dio con pura fede e pietà, e amare il prossimo con vera carità. Essa è la regola eterna e immutabile di giustizia per tutti i popoli e tempi.

La Legge cerimoniale fu una pedagogia per Israele, un’educazione infantile fino alla pienezza dei tempi, quando Cristo manifestò la realtà prefigurata (Galati 4:4).

La Legge giudiziaria, data per il loro ordinamento civile, stabiliva norme di equità per vivere pacificamente.

Come le cerimonie sono state abrogate senza distruggere la vera pietà, così le leggi giudiziarie possono essere abolite senza violare la carità. Rimane dunque libertà a tutte le nazioni di darsi leggi che ritengano opportune, purché conformi alla regola eterna della carità. Possono differire nella forma, ma devono tendere allo stesso fine.

Non approvo leggi barbare e bestiali, come quelle che premiavano i ladri con compensi o permettevano promiscuità indegne. Tali leggi sono contrarie non solo alla giustizia, ma all’umanità stessa.


4:20:16 - L’equità come regola universale delle leggi

Ciò che ho detto sarà più chiaro se, in ogni legge, consideriamo due elementi: l’ordinamento della legge e l’equità sulla cui ragione tale ordinamento è fondato.

L’equità, in quanto naturale, è sempre la stessa presso tutti i popoli; perciò tutte le leggi del mondo, qualunque sia la materia, devono ricondursi a una medesima equità. Quanto alle costituzioni o ordinanze, poiché dipendono anche dalle circostanze, non vi è inconveniente che siano diverse, purché tutte tendano al medesimo fine di equità.

Ora, poiché la Legge di Dio che chiamiamo morale non è altro che testimonianza della legge naturale, impressa dal Signore nel cuore di tutte le persone, non vi è dubbio che l’equità di cui parliamo sia in essa pienamente dichiarata. Essa deve dunque essere il fine, la regola e il limite di tutte le leggi.

Tutte le leggi che saranno misurate secondo questa regola, che tenderanno a tale fine e si manterranno entro questi confini, non devono dispiacerci, anche se differiscono dalla Legge mosaica o tra loro.

La Legge di Dio proibisce il furto. Nell’Esodo si vede quale pena fosse stabilita per i ladri nell’ordinamento civile dei Giudei (Esodo 22:1). Le più antiche leggi di altre nazioni imponevano la restituzione del doppio; altre distinsero tra furto manifesto e occulto; alcune giunsero al bando, altre alla fustigazione, altre ancora alla morte.

La Legge di Dio proibisce la falsa testimonianza. Tra i Giudei, il falso testimone subiva la stessa pena che avrebbe subito l’accusato se fosse stato condannato (Deuteronomio 19:19). Altrove si puniva con infamia, altrove con il patibolo.

La Legge proibisce l’omicidio; tutte le leggi del mondo lo puniscono con la morte, ma con diverse modalità. Tuttavia, in tale varietà, esse tendono tutte al medesimo fine: condannano i crimini che la Legge eterna di Dio condanna - omicidio, furto, adulterio, falsa testimonianza - pur differendo nelle pene. Questa diversità non è né necessaria né sconveniente.

Vi sono regioni che sarebbero devastate da omicidi e brigantaggi se non applicassero pene severe; tempi che richiedono sanzioni più rigorose; circostanze di guerra, peste o carestia che esigono disciplina più stretta. Vi sono nazioni inclini a vizi particolari che necessitano di correzioni adeguate.

Chi si scandalizza di tale varietà, tanto utile alla conservazione della Legge di Dio, mostra malizia o invidia verso il bene pubblico.

È frivolo affermare che si faccia torto alla Legge mosaica preferendo altre leggi. Le leggi dei vari popoli non sono poste come migliori in sé, ma come più adatte alle condizioni di tempo, luogo e nazione. Inoltre, la Legge giudiziaria di Mosè non fu mai data ai popoli gentili per essere osservata universalmente. Dio la diede a Israele, popolo posto sotto la sua speciale tutela; e, come sapiente legislatore, ebbe riguardo all’utilità di quel popolo.


4:20:17 - L’uso dei tribunali da parte dei cristiani

Resta ora da considerare in che modo la comunità cristiana possa servirsi delle leggi, dei tribunali e dei magistrati. Da ciò nasce anche la questione dell’onore e dell’obbedienza dovuti ai superiori.

Alcuni ritengono inutile l’istituzione dei magistrati tra i cristiani, poiché sarebbe loro vietata ogni vendetta, timore e contesa giudiziaria. Ma l’apostolo Paolo afferma chiaramente che essi sono «ministri di Dio per il nostro bene» (Romani 13:4). Comprendiamo così che la volontà di Dio è che siamo difesi dalla loro autorità contro l’ingiustizia e che viviamo in pace sotto la loro protezione.

Se dunque sono dati da Dio per la nostra tutela, e sarebbe vano che lo fossero se non potessimo farvi ricorso, ne segue che possiamo legittimamente implorarne l’aiuto.

Qui però occorre distinguere. Vi sono persone che ardono di tale passione litigiosa che non trovano pace se non combattendo. Intraprendono cause con odio, desiderio di vendetta e ostinazione, fino alla rovina dell’avversario, coprendo la loro perversità con il pretesto della giustizia.

Ma dal fatto che sia lecito ricorrere al giudizio per ottenere il proprio diritto, non segue che sia lecito odiare il prossimo o perseguitarlo con spirito di vendetta.


4:20:18 - Il retto uso dei giudizi

Si tenga dunque questa massima: i giudizi sono legittimi per chi li usa rettamente.

Il retto uso consiste in questo:

  • Per l’attore: se, ingiustamente offeso nel corpo o nei beni, si presenta al magistrato, espone la propria causa e chiede giustizia senza desiderio di vendetta, senza odio o acrimonia, anzi disposto a perdere il proprio piuttosto che lasciarsi dominare dall’ira.
  • Per il convenuto: se, citato in giudizio, compare e difende la propria causa con le migliori ragioni possibili, senza amarezza, ma con semplice desiderio di conservare ciò che gli appartiene in giustizia.

Se invece i cuori sono corrotti da malevolenza, invidia, indignazione o desiderio di vendetta, tutte le procedure, anche per cause giustissime, diventano inique. Nessuno può condurre una causa legittima se non mantiene verso l’avversario la medesima benevolenza che avrebbe se la controversia fosse già risolta amichevolmente.

Si obietterà forse che una tale moderazione è rarissima. Lo concedo: la perversità umana rende rari esempi di litiganti giusti. Ma ciò non rende cattiva la cosa in sé; è l’abuso che la corrompe.

Poiché l’aiuto del magistrato è un santo dono di Dio, tanto più dobbiamo guardarci dal contaminarlo con i nostri vizi.


4:20:19 - I giudizi non sono contrari alla pazienza cristiana

Coloro che condannano in modo assoluto ogni controversia giudiziaria devono comprendere che così rigettano una santa ordinanza di Dio e un dono che può essere puro per coloro che sono puri. A meno che non vogliano accusare l’apostolo Paolo, il quale respinse le calunnie dei suoi accusatori, smascherandone l’astuzia e la malizia; e in giudizio rivendicò il privilegio della cittadinanza romana che gli spettava; e, quando fu necessario, appellò dalla sentenza iniqua del governatore al tribunale dell’imperatore (Atti 22:1; 24:12; 25:10-11).

Non contraddice a ciò il comandamento che vieta ai cristiani ogni desiderio di vendetta (Matteo 5:39; Deuteronomio 32:35; Romani 12:19). Anche noi escludiamo tale spirito da ogni processo tra i fedeli. In una causa civile, chi procede rettamente non fa altro che affidare la propria causa al giudice come a un tutore pubblico, con semplicità d’animo, senza intenzione di rendere male per male, che è l’essenza della vendetta.

Né approvo, in materia penale, un accusatore che sia mosso da risentimento personale o desiderio di rivalsa; ma solo chi, senza spirito di vendetta, mira a impedire la malvagità dell’imputato e a frenare i suoi danni per il bene pubblico.

Se lo spirito di vendetta è escluso, non si viola il comandamento che la proibisce. E se si obietta che bisogna attendere la mano del Signore, il quale promette di soccorrere gli oppressi, rispondo che la vendetta esercitata dal magistrato non è dell’uomo, ma di Dio, il quale la dispensa mediante il ministero umano (Romani 13:4).


4:20:20 - Non resistere al male e legittimo ricorso alla giustizia

Non siamo in contrasto con le parole di Cristo, che proibisce di resistere al malvagio e comanda di porgere l’altra guancia, di lasciare anche il mantello a chi prende la tunica (Matteo 5:39). Con ciò Egli richiede che i suoi discepoli siano così liberi dal desiderio di vendetta da preferire subire un’ingiustizia doppia piuttosto che restituire il colpo.

Anche noi affermiamo questa pazienza. I cristiani devono essere come un popolo nato per sopportare ingiurie, soggetto a malvagità, inganni e scherni; pronti a soffrire nuove afflizioni e a vivere sotto la croce; facendo del bene a chi li offende, pregando per chi li maledice e vincendo il male con il bene (Romani 12:14, 21).

Così disposti interiormente, non pretenderanno occhio per occhio o dente per dente, ma saranno pronti a perdonare. Tuttavia questa mitezza non impedisce che, conservando sincera benevolenza verso i nemici, possano ricorrere al magistrato per la difesa dei loro beni, o, per amore del bene pubblico, chiedere la punizione di persone pericolose che non possono essere corrette altrimenti.

Sant’Agostino osserva rettamente che tali comandamenti riguardano principalmente l’atteggiamento interiore del cuore: pazienza e amore verso i nemici; mentre esteriormente si può fare ciò che è utile alla loro salvezza e al bene comune.


4:20:21 - L’ammonimento di Paolo ai Corinzi

L’obiezione secondo cui Paolo condannerebbe ogni processo (1 Corinzi 6:6 ss.) è infondata. Egli rimprovera ai Corinzi non l’esistenza di cause in sé, ma l’ardore sregolato con cui litigavano, fino a dare scandalo agli increduli e disonorare l’Evangelo.

Li riprende perché, incapaci di sopportare anche lievi torti, si precipitavano in giudizio con spirito litigioso, mossi da cupidigia e rancore. È contro tale furia che egli si scaglia, non contro ogni controversia.

I cristiani devono essere pronti a rinunciare al proprio diritto piuttosto che avviare una causa che difficilmente si concluderà senza amarezza. Ma se qualcuno può difendere il proprio bene senza ledere la carità - soprattutto in cosa grave e di grande danno - non viola l’insegnamento dell’apostolo.

In tutto, la carità deve essere guida e consigliera. Ogni processo che la ferisce diventa iniquo.


4:20:22 - L’onore dovuto ai superiori

Il primo dovere dei sudditi verso i loro superiori è avere alta stima del loro stato, riconoscendolo come istituito da Dio. Devono perciò onorarli e riverirli come luogotenenti e vicari di Dio.

Vi sono persone che obbediscono per convenienza, ritenendo l’autorità un male necessario; ma la Scrittura richiede di più. L’apostolo Pietro comanda di onorare il re (1 Pietro 2:17); Salomone esorta a temere Dio e il re (Proverbi 24:21). Paolo insegna che dobbiamo essere soggetti non solo per timore della punizione, ma per motivo di coscienza (Romani 13:5).

Ciò significa che l’obbedienza non deve nascere soltanto dalla paura, come chi cede alla forza, ma dal timore di Dio, quasi servendo Dio stesso, poiché l’autorità del principe proviene da Lui.

Non parlo delle persone in quanto tali, come se la dignità coprisse ogni vizio; ma dell’ufficio. Lo stato di superiorità è, per sua natura, degno di onore e rispetto; e coloro che presiedono devono essere stimati in considerazione dell’autorità che esercitano.


4:20:23 - Obbedienza concreta e moderazione dei sudditi

Da quanto detto segue che, avendo i superiori in onore e riverenza, i sudditi devono rendersi loro soggetti in ogni obbedienza: sia nell’osservare le loro ordinanze, sia nel pagare tributi, sia nel sostenere cariche pubbliche per la difesa comune, sia nell’eseguire i loro comandi.

«Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori», dice l’apostolo Paolo, «poiché chi resiste all’autorità resiste all’ordine stabilito da Dio» (Romani 13:1-2). E scrivendo a Tito: «Esortali a essere soggetti ai principi e alle autorità, a obbedire ai magistrati, a essere pronti per ogni opera buona» (Tito 3:1). Anche Pietro comanda: «Siate sottomessi a ogni autorità umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori da lui inviati per punire i malfattori e lodare chi fa il bene» (1 Pietro 2:13-14).

Affinché l’obbedienza non sia mera finzione ma volontà sincera, Paolo aggiunge che bisogna raccomandare a Dio, nelle preghiere, la prosperità di coloro sotto i quali viviamo: «Si facciano suppliche, preghiere, intercessioni e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e pacifica, in ogni pietà e dignità» (1 Timoteo 2:1-2).

Nessuno si illuda: non si può resistere ai magistrati senza resistere a Dio. Anche se sembra che si possa disprezzare impunemente un’autorità debole, Dio è forte e saprà vendicare l’oltraggio fatto alla sua ordinanza.

Sotto questa obbedienza comprendo anche la moderazione dei privati negli affari pubblici: non intromettersi di propria iniziativa, non usurpare l’ufficio del magistrato, non agire temerariamente in pubblico. Se vi è qualcosa da correggere, lo si esponga al superiore; egli solo ha autorità per disporre del bene comune.

Chi agisce per mandato del superiore, invece, è rivestito di autorità pubblica: come i consiglieri sono chiamati occhi e orecchie del principe, così coloro che eseguono i suoi ordini sono le sue mani.


4:20:24 - La difficoltà dell’obbedienza a magistrati corrotti

Finora abbiamo descritto il magistrato quale dovrebbe essere: padre della patria, pastore del popolo, custode della pace, protettore della giustizia, difensore dell’innocenza. Nessuno sano di mente riproverebbe una tale autorità.

Ma poiché accade spesso che molti principi si allontanino dalla retta via - alcuni immersi nei piaceri, altri vendendo leggi e privilegi per avarizia, altri opprimendo il popolo per sostenere prodigalità, altri ancora esercitando vere e proprie rapine, violenze e omicidi - non è facile persuadere che tali debbano essere riconosciuti come principi e obbediti.

Quando non si vede in essi alcuna immagine della giustizia divina, ma soltanto vizi enormi, nasce spontanea l’avversione verso i tiranni, come naturale è l’amore verso i re giusti.


4:20:25 - L’autorità anche nei cattivi governanti

Tuttavia, la Parola di Dio ci conduce oltre i sentimenti naturali. Essa ci rende obbedienti non solo ai principi giusti, ma a tutti coloro che sono in autorità, anche quando non fanno ciò che dovrebbero.

Il magistrato è dono della liberalità divina per la conservazione dell’ordine umano; ma Dio dichiara anche che, quali che siano i governanti, la loro autorità procede da Lui. I buoni riflettono la sua bontà; i malvagi sono strumenti mediante i quali Egli punisce le iniquità del popolo. Entrambi, tuttavia, possiedono la dignità e la maestà che Dio ha attribuito all’ufficio.

È facile riconoscere che un re malvagio è strumento dell’ira di Dio (Giobbe 34:30; Osea 13:11; Isaia 3:4; 10:5). Ma occorre comprendere ciò che è meno intuitivo: che anche in un governante perverso risiede la stessa autorità che Dio ha conferito ai suoi ministri di giustizia; e che, per quanto riguarda l’obbedienza dovuta alla sua carica, i sudditi devono portargli la stessa reverenza che porterebbero a un buon re.


4:20:26 - La provvidenza di Dio nell’istituzione dei re

Occorre considerare attentamente la provvidenza divina che distribuisce i regni e stabilisce i re. In Daniele si legge: «Egli muta i tempi e le stagioni, depone i re e li stabilisce» (Daniele 2:21, 37); «Il Dio Altissimo domina sui regni degli uomini e li dà a chi vuole».

Nabucodonosor, pur essendo un conquistatore crudele, è dichiarato da Dio suo strumento; anzi, gli viene data l’Egitto come ricompensa (Ezechiele 29:19-20). Daniele gli dice: «Tu, o re, sei re dei re, perché il Dio del cielo ti ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria» (Daniele 2:37). E a Belsatsar ricorda che Dio aveva dato a suo padre grandezza e dominio (Daniele 5:18-19).

Se Dio costituisce un re, anche malvagio, dobbiamo ricordare che l’ordinanza celeste ci comanda di temere e onorare il re. Quando Samuele avvertiva Israele delle oppressioni future dei re (1 Samuele 8:11-17), descriveva abusi reali; eppure chiamava tutto ciò “diritto del re”, nel senso che al popolo non era lecito resistere, ma soltanto obbedire.

In sostanza: anche quando l’autorità si esercita in modo duro o ingiusto, il suddito non è autorizzato a ribellarsi, ma è chiamato a riconoscere, dietro l’ordine umano, la sovrana disposizione di Dio.


4:20:27 - L’esempio di Nabucodonosor e l’obbedienza al tiranno

Vi è in Geremia un passo notevole sopra tutti gli altri, il quale, benché un poco lungo, conviene qui riportare, poiché determina con grande chiarezza tutta questa questione:

«Io ho fatto la terra, gli uomini e le bestie che sono sulla faccia della terra; li ho fatti con la mia grande potenza e con il mio braccio steso, e la do a chi mi piace. Ora ho dato tutte queste terre in mano a Nabucodonosor, mio servo; e tutte le nazioni lo serviranno, lui, suo figlio e il figlio di suo figlio, finché venga anche il tempo del suo paese. E avverrà che la nazione e il regno che non lo serviranno e non piegheranno il collo sotto il suo giogo, io li visiterò con la spada, la fame e la peste… Servite dunque il re di Babilonia e vivrete» (Geremia 27:5-8).

Da queste parole comprendiamo con quanta obbedienza il Signore volle che fosse onorato quel tiranno perverso e crudele: non per altro motivo se non perché possedeva il regno. Il solo fatto di possederlo mostrava che egli era stato posto sul trono per ordinanza di Dio, e che per tale ordinanza era stato elevato alla maestà regale, la quale non era lecito violare.

Se questa verità sarà ben radicata nei nostri cuori - che per la medesima ordinanza divina per cui è stabilita l’autorità di tutti i re, anche i re iniqui giungono al potere - non ci verranno più alla mente quei pensieri sediziosi secondo cui un re dovrebbe essere trattato secondo i suoi meriti, e non si dovrebbe considerarsi soggetti a chi non si comporta da re verso di noi.


4:20:28 - Il fondamento universale della sottomissione

Sarebbe vano obiettare che quel comando fu dato in modo particolare a Israele. Bisogna considerare la ragione su cui è fondato: «Io ho dato il regno a Nabucodonosor; perciò siategli soggetti e vivrete» (Geremia 27:17). Chiunque riceva la sovranità deve essere riconosciuto come tale; quando il Signore eleva qualcuno al principato, manifesta che vuole che egli regni.

La Scrittura attesta frequentemente questa verità: «Per l’iniquità del paese vi sono molti cambiamenti di principi» (Proverbi 28:2). E Giobbe dice che Dio «toglie la cintura ai re e li cinge di forza» (Giobbe 12:18). Una volta riconosciuto questo, non resta che servirli, se vogliamo vivere.

Geremia comanda anche al popolo in esilio di cercare la prosperità di Babilonia e di pregare per essa, perché nella sua pace sarebbe stata la loro pace (Geremia 29:7). Agli Israeliti, spogliati dei beni, cacciati dalle loro case e condotti in esilio, è ordinato di pregare per la prosperità del regno che li aveva oppressi, affinché vivano pacificamente sotto di esso.

Davide stesso, già unto re per volontà di Dio, benché perseguitato ingiustamente da Saul, considerava sacra la sua persona perché consacrata dal Signore: «Non sia mai che io stenda la mano contro il mio signore, l’unto del Signore» (1 Samuele 24:7-11; 26:9-10). Egli lasciava a Dio il giudizio, rifiutando di attentare contro l’autorità costituita.


4:20:29 - L’obbedienza non dipende dai meriti del superiore

Dobbiamo ai nostri superiori, finché esercitano autorità su di noi, la medesima reverenza che vediamo in Davide, quali che siano. Ripeto questo più volte, affinché impariamo a non scrutinare le persone, ma a riconoscere che, per volontà del Signore, sono poste in uno stato cui Egli ha dato maestà inviolabile.

Si dirà che anche i superiori hanno doveri verso i sudditi. È vero; ma non segue che si debba obbedienza solo a un signore giusto. I padri e i mariti hanno obblighi verso figli e mogli; tuttavia, se mancano al loro dovere, i figli e le mogli non sono per questo sciolti dall’obbedienza, poiché la loro sottomissione è comandata da Dio (Efesini 6:4; 5:25; 1 Pietro 3:7).

Così ciascuno di noi non deve considerare come l’altro adempia il proprio dovere, ma ciò che egli stesso è chiamato a fare. Se siamo oppressi da un principe crudele, depredati da uno avaro, trascurati da uno negligente, o perseguitati per il Nome di Dio da uno empio, dobbiamo anzitutto ricordare le nostre colpe davanti a Dio, che tali flagelli possono correggere. Questa riflessione produce umiltà e frena l’impazienza.

In secondo luogo, riconosciamo che non spetta a noi rimediare a tali mali; ma dobbiamo implorare l’aiuto di Dio, nelle cui mani sono i cuori dei re e i mutamenti dei regni (Proverbi 21:1; Salmo 82:1). Egli giudicherà i re e i giudici che opprimono i poveri e promulgano leggi inique (Salmo 2:12; Isaia 10:1-2).


4:20:30 - Dio suscita liberatori secondo la sua volontà

Qui si manifesta la meravigliosa bontà e provvidenza di Dio. Talvolta Egli suscita apertamente suoi servitori e li arma del suo mandato per punire una dominazione ingiusta e liberare un popolo oppresso; altre volte dirige a questo scopo la furia di coloro che non intendono fare la sua volontà.

Nel primo modo liberò Israele per mezzo di Mosè dalla tirannia del faraone, e mediante Otniel dalla mano di Cusàn (Esodo 3:8; Giudici 3:9); e attraverso altri re e giudici lo affrancò da varie servitù.

Nel secondo modo abbatté l’orgoglio di Tiro per mezzo degli Egiziani; quello degli Egiziani per mezzo degli Assiri; quello degli Assiri per mezzo dei Caldei; l’arroganza di Babilonia per mezzo dei Medi e dei Persiani, quando Ciro ebbe soggiogato i Medi; e punì l’ingratitudine dei re di Giuda e Israele per mezzo degli Assiri e dei Babilonesi.

Tutti furono strumenti della sua giustizia; ma vi è grande differenza tra i primi e i secondi. I primi, chiamati da Dio con legittima vocazione, non violavano la maestà regale ribellandosi, ma correggevano un potere inferiore con uno superiore, come un re può punire i suoi ufficiali. I secondi, invece, pur essendo guidati dalla mano di Dio a compiere la sua opera, non avevano nel cuore altro intento che fare il male.


4:20:31 - La vendetta appartiene a Dio, non ai privati

Benché gli atti compiuti dai liberatori suscitati da Dio e quelli dei conquistatori mossi da ambizione fossero, quanto alle loro intenzioni, assai diversi - gli uni agendo con coscienza di compiere un mandato legittimo, gli altri spinti da zelo perverso - tuttavia il Signore, per mezzo degli uni e degli altri, eseguiva la sua opera, spezzando gli scettri dei re malvagi e abbattendo dominazioni oppressive.

I principi considerino queste cose e ne siano scossi. Noi, però, dobbiamo soprattutto guardarci dal disprezzare o oltraggiare l’autorità dei superiori, la quale deve restare per noi rivestita di maestà, essendo confermata da tante sentenze divine, anche quando è occupata da persone indegne che, per quanto sta in loro, la contaminano con la loro malvagità.

Benché la correzione di una dominazione disordinata sia opera della vendetta divina, non ne segue che essa sia affidata a noi, ai quali è comandato soltanto di obbedire e sopportare. Parlo sempre delle persone private.

Se invece vi fossero magistrati costituiti per la difesa del popolo e per frenare l’eccessiva cupidigia e licenza dei re - come anticamente gli Spartani avevano gli Efori, i Romani i tribuni della plebe, gli Ateniesi i demarchi, e come forse oggi in alcuni regni vi sono gli stati generali quando sono legittimamente convocati - a tali magistrati non proibirei affatto di opporsi, secondo il loro ufficio, alla crudeltà o intemperanza dei re. Anzi, se vedessero i re opprimere il popolo e tacessero, riterrei tale dissimulazione un tradimento della libertà di cui sono costituiti tutori per volontà di Dio.


4:20:32 - L’eccezione suprema: l’obbedienza a Dio

Nell’obbedienza che dobbiamo ai superiori vi è però sempre un’eccezione - o meglio una regola suprema - che deve essere osservata sopra ogni cosa: tale obbedienza non deve mai distoglierci dall’obbedienza a Dio, alla cui volontà devono essere subordinati tutti gli editti dei re, e alla cui ordinanza devono cedere tutti i loro comandi, e sotto la cui maestà deve essere umiliata ogni loro grandezza.

Quale perversità sarebbe, per compiacere gli esseri umani, incorrere nell’ira di Colui per amore del quale obbediamo agli uomini? Il Signore è Re dei re; e quando Egli parla, deve essere ascoltato sopra tutti, prima di tutti e per tutti.

Dobbiamo dunque essere soggetti ai superiori, ma solo nel Signore. Se comandano qualcosa contro di Lui, tale comando non deve avere per noi alcun valore. In questo non si fa torto alla dignità dei superiori, poiché essa non viene diminuita quando è sottomessa alla sola vera sovranità, quella di Dio, davanti alla quale tremano anche le potestà celesti.

Per questa ragione Daniele poté affermare di non aver offeso il re, benché avesse disubbidito a un editto ingiusto (Daniele 6:22): poiché il re aveva oltrepassato i suoi limiti, sollevandosi contro Dio stesso e, così facendo, degradando la propria autorità.

Al contrario, il popolo d’Israele è rimproverato dal profeta Osea per aver obbedito troppo prontamente ai decreti malvagi del re (Osea 5:11). Quando Geroboamo fece erigere i vitelli d’oro, il popolo si conformò facilmente a quella idolatria (1 Re 12:30). Il profeta condanna tale compiacenza.

Non merita lode quella falsa modestia dei cortigiani che esaltano l’autorità regale per ingannare i semplici, sostenendo che non sia lecito opporsi in nulla a ciò che il re comanda, come se Dio, stabilendo governanti mortali, avesse ceduto loro il proprio diritto; o come se l’autorità terrena fosse diminuita quando è posta nel suo ordine inferiore sotto il supremo dominio di Dio.

So bene quanto possa essere pericolosa questa fermezza, poiché l’ira dei re, come dice Salomone, è messaggera di morte (Proverbi 16:14). Ma poiché l’araldo celeste Pietro ha proclamato che «bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini» (Atti 5:29), dobbiamo consolarci nel sapere che rendiamo a Dio l’obbedienza che Egli richiede quando preferiamo soffrire ogni cosa piuttosto che deviare dalla sua santa Parola.

E affinché non ci manchi il coraggio, Paolo aggiunge un altro stimolo: siamo stati comprati a caro prezzo da Cristo, affinché non diventiamo schiavi delle passioni umane, e ancor meno della loro empietà (1 Corinzi 7:23).


Riassunto del capitolo 4:20

Note

  1. Vedi nl'articolo: "I “due regimi” nel pensiero di Giovanni Calvino".
  2. Nella Bibbia, il termine "magistrato" o "giudice" non deve essere inteso nel senso tecnico e limitato dei tribunali moderni, ma come un riferimento generale a chiunque eserciti autorità pubblica e governo. Questa sovrapposizione tra potere giudiziario e civile nasce dal fatto che, nel mondo antico, non esisteva una separazione dei poteri: chi era chiamato a "giudicare" aveva contemporaneamente il compito di guidare, amministrare e proteggere la comunità. Per questo motivo, le autorità sono definite "dèi" (elohim): non perché siano divinità, ma perché agiscono come rappresentanti legali della giustizia di Dio sulla Terra, occupandosi della gestione pratica e politica della società. Questa visione si evolve nel Nuovo Testamento, dove l'idea di autorità come "ministero divino" viene estesa anche alle autorità civili straniere (come i governatori romani). Paolo e Pietro, ad esempio, descrivono chi detiene il potere pubblico come un servitore di Dio incaricato di mantenere l'ordine sociale. In sintesi, quando la Bibbia parla di queste figure, si riferisce all'intero spettro del governo civile, vedendo nell'esercizio del potere un incarico di alta responsabilità che riflette il governo di Dio sul mondo.
  3. I principali testi della Bibbia che definiscono come "dèi" (in ebraico elohim) coloro che sono costituiti in autorità, come giudici o governanti, si trovano sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. Ecco i riferimenti biblici fondamentali: Salmo 82:6: È il testo cardine in cui Dio si rivolge ai giudici d'Israele dicendo: «Io ho detto: "Voi siete dei, siete tutti figli dell'Altissimo"». Giovanni 10:34-35: Gesù cita esplicitamente il Salmo 82 per difendersi dall'accusa di bestemmia, sottolineando che la Legge stessa chiama "dèi" coloro ai quali è stata rivolta la parola di Dio. Esodo 21:6 e 22:7-8: In alcune traduzioni (come la Bibbia di Gerusalemme), il termine ebraico elohim è reso come "dèi" o "giudici", riferendosi ai magistrati che agivano in nome dell'autorità divina. Salmo 138:1: Il salmista afferma di voler cantare le lodi di Dio «davanti agli dèi», espressione interpretata spesso come riferimento alle autorità terrene o alla corte celeste. In questi contesti, il titolo di "dèi" non indica una natura divina intrinseca, ma il ruolo delegato da Dio:
  4. In 4:20:8 Calvino osserva che, quando il potere è nelle mani del popolo, è ancora più facile che sorgano sedizioni. Non intende affermare che ogni forma di governo popolare sia in sé illegittima, ma ragiona a partire da una visione realistica della natura umana. Poiché il cuore delle persone è incline all’ambizione, all’invidia e allo spirito di parte, quando l’autorità è diffusa tra molti aumenta il rischio che le passioni collettive degenerino in fazioni e tumulti. Egli ha in mente sia l’esperienza delle repubbliche antiche, spesso lacerate da conflitti interni, sia il principio generale secondo cui la stabilità politica dipende dal contenimento delle passioni. La sua preoccupazione principale non è ideologica, ma teologica e pratica: preservare l’ordine e la pace pubblica in un mondo segnato dal peccato.