Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 3

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Dei mezzi esteriori, o aiuti, di cui Dio si serve per invitarci a Gesù Cristo suo Figlio e per mantenerci in Lui

Cap. 3

Dei dottori e ministri della Chiesa, della loro elezione e del loro ufficio

4:3:1 - Dio governa la Chiesa mediante il ministero degli uomini

Ora dobbiamo trattare dell’ordine secondo il quale Dio ha voluto che la sua Chiesa fosse governata. Benché Egli solo debba governare e reggere la sua Chiesa, ed avervi ogni preminenza, e che il suo governo e dominio si esercitino per mezzo della sola sua Parola, tuttavia, poiché non abita con noi con presenza visibile, in modo che possiamo udire la sua volontà dalla sua stessa bocca, Egli si serve in ciò del ministero delle persone, facendole come suoi luogotenenti (Matteo 28:20); non per cedere loro il suo onore e la sua superiorità, ma soltanto per compiere la sua opera per mezzo loro, come un artigiano si serve di uno strumento.

Sono costretto a ripetere ciò che ho già esposto sopra. È vero che Egli potrebbe far questo da sé, senza altro aiuto o strumento, oppure per mezzo dei suoi angeli; ma vi sono diverse ragioni per cui preferisce farlo per mezzo delle persone.

Primo, in ciò Egli manifesta quale amicizia ci porta, quando sceglie tra gli esseri umani coloro che vuole fare suoi ambasciatori (2 Corinzi 5:20), affinché abbiano l’ufficio di dichiarare la sua volontà al mondo e persino di rappresentare la sua persona. In questo Egli approva di fatto che non senza motivo ci chiama così spesso suoi templi (1 Corinzi 3:16; 6:19; 2 Corinzi 6:16), poiché per bocca delle persone Egli ci parla come dal cielo.

Secondo, questo è per noi un ottimo e utilissimo esercizio di umiltà: quando ci abitua a obbedire alla sua Parola, benché ci sia predicata da persone simili a noi, talvolta persino inferiori in dignità. Se Egli parlasse dal cielo, non vi sarebbe da stupirsi che tutti ricevessero immediatamente il suo dire con timore e riverenza. Chi non resterebbe attonito davanti alla sua potenza, vedendola con i propri occhi? Chi non sarebbe colpito al primo sguardo dalla sua maestà? Chi non sarebbe confuso dalla sua luce infinita? Ma quando una persona di bassa condizione e senza autorità personale parla nel nome di Dio, allora manifestiamo per esperienza la nostra umiltà e l’onore che portiamo a Dio, se non facciamo difficoltà a sottometterci al suo ministro, benché nella sua persona non vi sia alcuna eccellenza superiore alla nostra. Per questa ragione Dio nasconde il tesoro della sua sapienza celeste in vasi fragili di terra (2 Corinzi 4:7), per provare meglio in quale stima lo teniamo.

Terzo, nulla era più adatto a mantenere tra noi la carità fraterna che unirci con questo legame: che uno sia ordinato pastore per insegnare agli altri, e che questi ricevano da lui dottrina e istruzione. Se ciascuno avesse in sé tutto ciò che gli è necessario, senza bisogno degli altri, considerando la nostra natura orgogliosa, ognuno disprezzerebbe il prossimo e ne sarebbe a sua volta disprezzato. Perciò Dio ha congiunto la sua Chiesa con un vincolo che Egli vedeva essere il più adatto a conservarne l’unità, cioè affidando la salvezza e la vita eterna a persone, affinché fossero comunicate per mezzo loro agli altri.

A questo mirava l’apostolo Paolo scrivendo agli Efesini, quando dice:

«Vi è un corpo unico e un unico Spirito, come pure siete stati chiamati a un'unica speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti e in tutti. Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono di Cristo. È per questo che è detto: “Salito in alto, egli ha portato con sé un gran numero di prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini”. Ora, questo “è salito” che cosa vuol dire se non che egli era anche disceso nelle parti più basse della terra? Colui che è disceso è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa. Ed è lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministerio, per l'edificazione del corpo di Cristo, finché tutti arriviamo all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini compiuti, all'altezza della statura perfetta di Cristo, affinché non siamo più dei bambini, sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore, ma che, seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. Da lui tutto il corpo, ben collegato e ben connesso mediante l'aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare sé stesso nell'amore» (Efesini 4:4-16).


4:3:2 - Il ministero come vincolo di unità e mezzo necessario di edificazione

Con queste parole egli significa anzitutto che il ministero delle persone, di cui Dio si serve per governare la sua Chiesa, è come la congiunzione dei nervi che unisce i fedeli in un solo corpo. In secondo luogo, dimostra che la Chiesa non può mantenersi integra se non mediante questi mezzi che il Signore ha istituito per la sua conservazione.

Gesù Cristo, dice, è salito in alto per riempire ogni cosa (Efesini 4:10). Ora, il mezzo è che Egli dispensa e distribuisce alla sua Chiesa le sue grazie per mezzo dei suoi servitori, ai quali ha affidato questo ufficio e dato la capacità di adempierlo. Egli stesso si rende in qualche modo presente alla sua Chiesa per mezzo loro, dando efficacia al loro ministero mediante la virtù del suo Spirito, affinché la loro fatica non sia vana.

Ecco dunque come si compie la restaurazione dei santi; ecco come il corpo di Cristo è edificato; come cresciamo interamente in colui che è il capo; come siamo uniti tra noi; come siamo tutti ricondotti all’unità di Cristo (Efesini 4:12-13): cioè quando la profezia è in vigore tra noi, quando riceviamo gli apostoli, quando non disprezziamo la dottrina che ci è presentata.

Chiunque dunque voglia abolire tale ordine e tale forma di governo, o lo disprezzi come se non fosse necessario, trama la dispersione della Chiesa, anzi la sua completa rovina. Poiché né la luce del sole, né il cibo, né la bevanda sono tanto necessari alla conservazione della vita presente, quanto l’ufficio di apostoli e pastori lo è per la conservazione della Chiesa.


4:3:3 - La dignità eccellente del ministero dell’Evangelo

Ho già avvertito sopra che il nostro Signore ha esaltato la dignità di questo stato con tutte le lodi possibili, affinché lo teniamo in grande stima, come cosa eccellente sopra ogni altra.

Quando comanda al profeta di proclamare che «i piedi di coloro che annunciano buone notizie sono belli» (Isaia 52:7), e che il loro arrivo è lieto; quando chiama gli apostoli «il sale della terra» e «la luce del mondo» (Matteo 5:13-14); con ciò Egli mostra che fa una grazia singolare agli esseri umani inviando loro dei dottori. Infine, non poteva stimare più altamente questo stato che dicendo ai suoi apostoli: «Chi ascolta voi ascolta me; e chi respinge voi respinge me» (Luca 10:16).

Ma non vi è passo più notevole di quello dell’apostolo Paolo nella seconda epistola ai Corinzi, dove tratta deliberatamente questa questione. Egli afferma che nulla è più degno e più eccellente nella Chiesa del ministero dell’Evangelo, poiché è ministero dello Spirito, di giustizia, di salvezza e di vita eterna (2 Corinzi 3:9; 4:6).

Tutte queste dichiarazioni convergono a questo scopo: che non disprezziamo né annientiamo per negligenza la forma di governo della Chiesa mediante il ministero delle persone, che Gesù Cristo ha istituito per durare in perpetuo.

Egli ha inoltre mostrato non solo con parole, ma anche con esempi, quanto questo sia necessario. Quando volle illuminare più pienamente Cornelio il centurione nella conoscenza dell’Evangelo, gli mandò un angelo per rinviarlo a Pietro (Atti 10:3). Quando volle chiamare Paolo a sé e riceverlo nella sua Chiesa, gli parlò direttamente (Atti 9:6); tuttavia lo rimandò a una persona mortale per ricevere la dottrina della salvezza e il sacramento del battesimo.

Se ciò non avvenne temerariamente - che un angelo, pur essendo messaggero di Dio, si sia astenuto dall’annunciare l’Evangelo e abbia mandato a chiamare una persona; e che Cristo stesso, unico Maestro dei fedeli, invece di istruire Paolo, lo abbia rinviato alla scuola di un uomo - Paolo, che pure voleva rapire al terzo cielo per rivelargli segreti ineffabili (2 Corinzi 12:2) - chi oserà ora disprezzare il ministero umano o considerarlo superfluo, vedendo come il Signore ne ha approvato l’uso e la necessità?


4:3:4 - Gli uffici straordinari e ordinari nella Chiesa

Quanto a coloro che devono presiedere nella Chiesa per governarla secondo l’ordinamento di Cristo, l’apostolo Paolo pone in primo luogo gli apostoli, poi i profeti, in terzo luogo gli evangelisti, quindi i pastori, infine i dottori (Efesini 4:11).

Di tutti questi, però, ve ne sono due il cui ufficio è ordinario nella Chiesa cristiana; gli altri furono suscitati per grazia di Dio all’inizio, quando l’Evangelo cominciò a essere predicato, sebbene talvolta Dio li susciti ancora quando la necessità lo richiede.

Se si domanda quale fosse l’ufficio degli apostoli, lo si comprende dal comando: «Andate per tutto il mondo e predicate l’Evangelo a ogni creatura» (Marco 16:15). Non assegna loro confini particolari, ma affida loro l’incarico di condurre tutto il mondo all’obbedienza, affinché, seminando l’Evangelo ovunque possano, stabiliscano il suo regno fra tutte le nazioni.

Perciò Paolo, volendo dimostrare il suo apostolato, non dice di aver conquistato una certa città a Cristo, ma di aver annunciato l’Evangelo qua e là, senza edificare sul fondamento altrui, bensì fondando chiese dove il nome del Signore Gesù non era ancora stato udito (Romani 15:19-20).

Gli apostoli dunque furono inviati per ricondurre il mondo dalla dispersione all’obbedienza di Dio e per edificare ovunque il suo regno mediante la predicazione dell’Evangelo; oppure, se si preferisce, per porre le fondamenta della Chiesa in tutto il mondo come primi e principali architetti.

Per «profeti» Paolo non intende tutti coloro che espongono la volontà di Dio, ma coloro che avevano una rivelazione particolare (Efesini 4:11). Oggi non ve ne sono, oppure non sono conosciuti come allora.

Per «evangelisti» intendo coloro che avevano un ufficio simile a quello degli apostoli, benché inferiori in dignità, come Luca, Timoteo, Tito e altri simili; forse anche i settanta discepoli scelti da Cristo (Luca 10:1). Se questa interpretazione è corretta, questi tre uffici non furono istituiti per essere perpetui, ma per il tempo in cui occorreva fondare chiese dove non ve ne erano, o annunciare Cristo ai Giudei per ricondurli al loro Redentore.

Non nego tuttavia che Dio abbia suscitato in seguito apostoli o evangelisti al loro posto, come è avvenuto quando era necessario ricondurre al retto cammino un popolo traviato. Tuttavia, si tratta di un ufficio straordinario, che non ha luogo dove le chiese sono debitamente ordinate.

Restano dunque i dottori e i pastori, dei quali la Chiesa non può mai fare a meno. La differenza tra i due è questa: i dottori non hanno l’incarico della disciplina, né dell’amministrazione dei sacramenti, né delle esortazioni pubbliche; ma solo quello di esporre la Scrittura, affinché nella Chiesa sia sempre conservata una dottrina sana e pura. L’ufficio dei pastori si estende invece a tutte queste cose.


4:3:5 - Corrispondenza tra uffici straordinari e ordinari

Abbiamo ora visto quali uffici furono stabiliti per un tempo e quali devono durare per sempre. Se uniamo evangelisti e apostoli come una sola specie, restano due coppie corrispondenti: come i dottori ai profeti, così i pastori agli apostoli.

L’ufficio dei profeti fu più eccellente per il dono particolare di rivelazione, ma quello dei dottori ha lo stesso fine e si esercita quasi con lo stesso mezzo.

Così, i dodici apostoli scelti da Cristo per pubblicare il suo Evangelo in tutto il mondo superarono tutti gli altri in dignità e ordine. Benché, secondo il senso etimologico, tutti i ministri possano dirsi apostoli, poiché sono inviati da Dio e suoi messaggeri (Matteo 10:1; Luca 6:13), tuttavia, poiché era necessario che la vocazione di coloro che dovevano introdurre l’Evangelo fosse confermata da una testimonianza speciale, conveniva che quei dodici - e Paolo, aggiunto poi al loro numero (Galati 1:1; Atti 9:15) - fossero insigniti di un titolo eccellente sopra gli altri.

Paolo onora Andronico e Giunia chiamandoli apostoli, anzi stimati tra gli apostoli (Romani 16:7); ma quando parla propriamente, attribuisce questo nome solo a coloro che avevano tale preminenza, come è l’uso comune della Scrittura.

I pastori, tuttavia, hanno una carica simile a quella degli apostoli, con la differenza che ciascuno è assegnato a una chiesa particolare. Occorre ora spiegare più chiaramente che cosa ciò significhi.


4:3:6 - La legge perpetua del ministero: predicazione e sacramenti

Il nostro Signore, inviando i suoi apostoli, comandò loro, come è stato detto, di predicare l’Evangelo e di battezzare tutti i credenti per la remissione dei peccati (Matteo 28:19). Prima ancora aveva loro ordinato di distribuire, secondo il suo esempio, il sacramento del suo corpo e del suo sangue (Luca 22:19).

Ecco una legge inviolabile imposta a tutti coloro che si dicono successori degli apostoli, la quale devono osservare in perpetuo: predicare l’Evangelo e amministrare i sacramenti. Da ciò concludo che coloro che trascurano l’una e l’altra cosa pretendono falsamente di trovarsi nello stato apostolico.

Che diremo dei pastori? L’apostolo Paolo non parla solo di sé, ma di tutti loro, quando dice: «Così ciascuno ci consideri come servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Corinzi 4:1). Altrove: «Bisogna che il vescovo sia attaccato alla fedele parola della dottrina, affinché sia capace di esortare nella sana dottrina e di convincere i contraddittori» (Tito 1:9).

Da queste e da altre dichiarazioni simili possiamo dedurre che l’ufficio dei pastori comprende due parti: annunciare l’Evangelo e amministrare i sacramenti. Ora, il modo di insegnare non consiste solo nella predicazione pubblica, ma anche nelle ammonizioni particolari. Perciò Paolo chiama a testimoni gli Efesini che non si è sottratto dall’annunciare loro tutto ciò che era utile sapere, insegnando in pubblico e di casa in casa, esortando Giudei e Greci alla conversione e alla fede in Gesù Cristo (Atti 20:20-21). Poco dopo egli protesta di non aver cessato di ammonire ciascuno con lacrime (Atti 20:31).

Non è mia intenzione enumerare qui tutte le virtù di un buon pastore, ma soltanto mostrare in breve quale professione fanno coloro che si chiamano pastori e vogliono essere riconosciuti come tali: cioè presiedere nella Chiesa non con una dignità oziosa, ma istruendo il popolo nella dottrina cristiana, amministrando i sacramenti, correggendo le colpe con opportune ammonizioni, usando quella disciplina paterna che Gesù Cristo ha ordinato.

Dio infatti dichiara a tutti coloro che pone come sentinelle nella Chiesa che, se qualcuno perisce nella sua ignoranza a causa della loro negligenza, Egli richiederà il suo sangue dalle loro mani (Ezechiele 3:17). Allo stesso modo si applica loro quanto dice Paolo: guai a loro se non predicano l’Evangelo, poiché la sua amministrazione è stata loro affidata (1 Corinzi 9:16).

Infine, ciò che gli apostoli hanno fatto in tutto il mondo, ogni pastore è tenuto a farlo nella chiesa alla quale è stato destinato.


4:3:7 - L’assegnazione a una chiesa particolare e l’ordine ecclesiastico

Benché, assegnando a ciascuno la propria chiesa, non neghiamo che chi è legato a un luogo possa anche aiutare altre chiese - sia quando sopraggiunga qualche turbamento che possa essere placato con la sua presenza, sia quando si desideri il suo consiglio in qualche difficoltà - tuttavia, poiché questa disciplina è necessaria per conservare la pace delle chiese, è opportuno che ciascuno conosca il proprio incarico.

In tal modo si evita che tutti accorrano in uno stesso luogo, disturbandosi a vicenda e generando confusione; e si impedisce che coloro i quali hanno più cura del proprio comodo o interesse che dell’edificazione della Chiesa abbandonino il loro posto secondo il proprio capriccio.

Questa distinzione delle sedi deve dunque essere comunemente osservata, per quanto possibile, affinché ciascuno, restando entro i propri limiti, non si ingerisca usurpando l’ufficio altrui. E ciò non è invenzione umana, ma istituzione divina.

Leggiamo infatti che Paolo e Barnaba stabilirono presbiteri in tutte le chiese di Listra, Antiochia e Iconio (Atti 14:23). Paolo ordina a Tito di costituire presbiteri in ogni città (Tito 1:5). Egli menziona i vescovi di Filippi (Filippesi 1:1) e, altrove, parla di Archippo nella chiesa di Colosse (Colossesi 4:17). Parimenti, Luca riferisce il discorso che Paolo rivolse ai presbiteri della chiesa di Efeso (Atti 20:18 ss.).

Chiunque dunque abbia assunto la cura di una chiesa sappia di essere obbligato a servirla secondo la vocazione di Dio: non nel senso che sia così vincolato a quel luogo da non potersene mai muovere, qualora la necessità pubblica lo richiedesse, purché ciò avvenga con buon ordine; ma nel senso che chi è chiamato in un luogo non deve pensare di cambiarlo e di prendere ogni giorno nuove decisioni secondo il proprio interesse.

In secondo luogo, quando fosse opportuno che qualcuno cambiasse sede, non deve tentarlo di propria iniziativa, ma regolarsi secondo l’autorità pubblica della Chiesa.


4:3:8 - Un solo ufficio sotto nomi diversi: vescovi, presbiteri, pastori e ministri

Quanto al fatto che io abbia chiamato indifferentemente coloro che hanno il governo della Chiesa vescovi, presbiteri, pastori e ministri, l’ho fatto seguendo l’uso della Scrittura, la quale adopera tutti questi termini per indicare la medesima realtà.

Tutti coloro che hanno l’incarico di amministrare la Parola sono chiamati vescovi. Così Paolo, dopo aver ordinato a Tito di costituire presbiteri in ogni città, aggiunge immediatamente: «Poiché bisogna che il vescovo sia irreprensibile» (Tito 1:5, 7). Allo stesso modo egli saluta i vescovi di Filippi, come essendo più d’uno in un medesimo luogo (Filippesi 1:1). E Luca, dopo aver detto che Paolo convocò i presbiteri di Efeso, li chiama poi vescovi (Atti 20:17, 28).

È da notare che finora ho parlato soltanto degli uffici che consistono nell’amministrazione della Parola, come pure Paolo fa nel quarto capitolo agli Efesini che ho citato. Ma nella Epistola ai Romani e nella Prima ai Corinzi egli menziona altri doni e uffici: le potenze, i doni di guarigione, i governi, l’interpretazione, la cura dei poveri (Romani 12:7-8; 1 Corinzi 12:28). Di questi tralasceremo quelli che furono solo temporanei, poiché non è necessario soffermarvisi ora.

Ve ne sono però due che durano in perpetuo: i governi e la cura dei poveri. Ritengo che per «governi» egli intenda gli anziani scelti tra il popolo per assistere i vescovi nelle ammonizioni e nel mantenere la disciplina. Non si può altrimenti spiegare ciò che dice: «Chi presiede lo faccia con diligenza» (Romani 12:8).

Fin dall’inizio, dunque, ogni chiesa ebbe come un consiglio o concistoro di persone rette, gravi e di vita santa, che avevano autorità di correggere i vizi, come si vedrà più avanti. Che tale istituzione non sia stata limitata a una sola epoca lo dimostra l’esperienza stessa. Occorre quindi riconoscere che questo ufficio di governo è necessario in ogni tempo.


4:3:9 - I diaconi e la duplice forma della loro diaconia

La cura dei poveri fu affidata ai diaconi. Tuttavia Paolo, nell’Epistola ai Romani, sembra distinguere due specie: «Chi distribuisce, lo faccia con semplicità; chi esercita misericordia, lo faccia con gioia» (Romani 12:8).

Poiché egli parla qui di uffici pubblici della Chiesa, è necessario che vi fossero due generi differenti di diaconi. Se non mi inganno, nel primo caso egli indica i diaconi incaricati dell’amministrazione delle elemosine; nel secondo, quelli che avevano cura diretta dei poveri, assistendoli e servendoli, come le vedove di cui parla a Timoteo. Infatti le donne non potevano esercitare altro ufficio pubblico se non quello di dedicarsi al servizio dei poveri (1 Timoteo 5:9-10).

Se accogliamo questa interpretazione, che è ben fondata, vi saranno dunque due generi di diaconi: i primi al servizio della Chiesa nel governare e amministrare i beni destinati ai poveri; i secondi nel servire gli ammalati e gli altri bisognosi.

Benché il termine «diaconia» abbia un significato più ampio, tuttavia la Scrittura chiama specificamente diaconi coloro che sono costituiti dalla Chiesa per distribuire le elemosine e che sono come amministratori o procuratori dei poveri. La loro origine, istituzione e funzione sono descritte negli Atti da Luca (Atti 6:3). Poiché sorse un mormorio tra gli Ellenisti, perché le loro vedove erano trascurate nella distribuzione quotidiana, gli apostoli, dichiarando di non poter attendere contemporaneamente alla predicazione e al servizio delle mense, chiesero che si scegliessero sette uomini di buona reputazione ai quali affidare questo incarico.

Tali furono i diaconi al tempo degli apostoli, e tali dobbiamo averli noi sull’esempio della Chiesa primitiva.


4:3:10 - La necessità della vocazione legittima

Poiché tutte le cose devono essere fatte nella Chiesa con decoro e ordine (1 Corinzi 14:40), ciò deve valere soprattutto per il governo, dove il disordine sarebbe più pericoloso che in ogni altra cosa.

Perciò, affinché spiriti volubili e sediziosi non si ingerissero temerariamente nell’ufficio di insegnare o governare, il Signore ha stabilito espressamente che nessuno entri in un ufficio pubblico senza vocazione. Affinché dunque una persona sia riconosciuta come vero ministro della Chiesa, è necessario anzitutto che sia debitamente chiamata (Ebrei 5:4); poi che risponda alla sua vocazione, cioè che eserciti fedelmente l’incarico assunto.

Questo si vede chiaramente in Paolo, il quale, ogni volta che vuole difendere il suo apostolato, invoca tanto la sua chiamata quanto la sua fedeltà nell’adempiere il suo compito (Romani 1:1; 1 Corinzi 1:1).

Se un così grande ministro di Gesù Cristo non osa attribuirsi autorità per essere ascoltato nella Chiesa se non in quanto costituito dall’ordinamento del Signore e fedele alla sua missione, quale impudenza sarebbe per chiunque altro usurpare tale onore senza vocazione o senza adempiere ai doveri del proprio ufficio?

Poiché abbiamo già trattato poco fa dell’ufficio, ora dobbiamo considerare specificamente la vocazione.


4:3:11 - I quattro punti della vocazione esteriore

Questa materia si articola in quattro punti: sapere quali devono essere i ministri che si eleggono; come li si deve eleggere; a chi spetta il diritto di elezione; e con quale cerimonia debbano essere introdotti nel loro ufficio.

Parlo qui soltanto della vocazione esteriore, che appartiene all’ordine della Chiesa, tacendo della vocazione segreta, della quale ogni ministro deve avere testimonianza nella propria coscienza davanti a Dio, e della quale gli esseri umani non possono essere giudici.

Questa vocazione interiore è una buona assicurazione che dobbiamo avere nel cuore: che non sia per ambizione o per avarizia che abbiamo assunto questo stato, ma per un vero timore di Dio e con sincero zelo di edificare la Chiesa. Ciò è certamente richiesto in ciascuno di noi che siamo ministri, se vogliamo che il nostro ministero sia approvato da Dio.

Tuttavia, se qualcuno vi entra con cattiva coscienza, non per questo cessa di essere debitamente chiamato quanto all’ordine della Chiesa, purché la sua malvagità non sia manifesta.

Siamo anche soliti dire di alcune persone private che sono chiamate al ministero quando vediamo in esse, in seguito, le qualità necessarie: poiché la scienza, unita al timore di Dio e alle altre virtù proprie di un buon pastore, è come una preparazione a tale ufficio. Infatti, coloro che Dio ha scelto per questo compito, li provvede prima delle armi necessarie per esercitarlo, affinché non vi giungano vuoti e impreparati. Per questo motivo Paolo, nella Prima Epistola ai Corinzi, volendo trattare degli uffici, comincia dai doni che devono possedere coloro che vi sono chiamati (1 Corinzi 12:7).

Poiché questo è il primo dei quattro punti che abbiamo proposto, veniamo ora a svilupparlo.


4:3:12 - Le qualità richieste nei ministri

Quali debbano essere coloro che si eleggono a vescovi, Paolo lo espone ampiamente in due passi. La sostanza è questa: non si devono eleggere se non persone di sana dottrina e di vita santa, non macchiate da alcun vizio notevole che le renda spregevoli e porti discredito al loro ministero (1 Timoteo 3:2-3; Tito 1:7 ss.).

La medesima ragione vale per i diaconi e per i presbiteri.

In primo luogo, bisogna sempre considerare che non siano inetti o incapaci di sostenere l’ufficio che viene loro affidato, cioè che siano forniti delle qualità necessarie all’esercizio del loro compito.

Così il nostro Signore Gesù Cristo, volendo inviare i suoi apostoli, li ha prima dotati e provvisti delle armi e degli strumenti di cui non potevano fare a meno (Luca 21:15; 24:49; Marco 16:15; Atti 1:8).

E Paolo, dopo aver descritto il buon vescovo, ammonisce Timoteo di non rendersi complice nell’ordinare persone prive di tale idoneità (1 Timoteo 5:22).

L’espressione «come devono essere eletti» non si riferisce alla cerimonia, ma alla riverenza e alla sollecitudine che si devono impiegare nell’elezione. A ciò appartengono i digiuni e le preghiere che Luca riferisce essere stati praticati dai fedeli quando si trattava di costituire presbiteri (Atti 14:23).

Sapendo che si trattava di una cosa di grande importanza, essi non osavano agire senza grande timore, considerando attentamente ciò che stavano per fare. Soprattutto si applicavano a pregare Dio, chiedendo lo Spirito di consiglio e di discernimento.


4:3:13 - A chi spetta l’elezione dei ministri

Il terzo punto della nostra divisione riguarda a chi spetti eleggere i ministri.

Non si può trarre una regola certa dall’istituzione o elezione degli apostoli, poiché essa non fu del tutto simile alla vocazione ordinaria degli altri ministri. Trattandosi di un ufficio straordinario, affinché avessero una preminenza per essere distinti dagli altri, fu necessario che fossero scelti dalla stessa bocca del Signore.

Gli apostoli dunque furono costituiti nel loro ufficio non per elezione umana, ma per il solo comando di Dio e di Gesù Cristo.

Per questo, quando vollero sostituire Giuda, non osarono designare direttamente uno al suo posto, ma ne presentarono due, pregando Dio di dichiarare per mezzo della sorte quale avesse scelto (Atti 1:23).

In questo stesso senso va intesa l’affermazione di Paolo ai Galati: egli nega di essere stato fatto apostolo «da parte di uomini né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre» (Galati 1:1).

Quanto al primo punto, cioè di non essere stato scelto dagli uomini, ciò è comune a tutti i buoni ministri: nessuno può esercitare il santo ministero della Parola se non è chiamato da Dio. Quanto al secondo, di non essere stato scelto per mezzo di uomini, questo fu proprio e particolare a lui.

Quando dunque egli si gloria di non essere stato scelto per mezzo di uomini, non solo rivendica ciò che deve avere ogni buon pastore, ma difende anche il suo apostolato.

Poiché tra i Galati vi erano alcuni che cercavano di diminuire la sua autorità, sostenendo che egli fosse un semplice discepolo ordinato dagli apostoli, egli doveva mantenere la dignità della sua predicazione, che costoro volevano svilire. Perciò afferma di non essere stato costituito per giudizio umano, come i pastori comuni, ma per l’ordinazione e il decreto di Dio.


4:3:14 - L’elezione dei vescovi per mezzo della Chiesa

Che sia richiesto, per la vocazione legittima dei vescovi, che essi siano eletti per mezzo di uomini, nessuno di sano giudizio lo negherà, poiché vi sono molte testimonianze della Scrittura in tal senso. E nulla vi si oppone nella dichiarazione di Paolo, già esaminata, quando afferma di non essere stato eletto «da uomini né per mezzo di uomo» (Galati 1:1), poiché egli non parla dell’elezione ordinaria dei ministri, ma del privilegio speciale degli apostoli.

Benché egli stesso sia stato scelto direttamente dal Signore, nondimeno l’ordine ecclesiastico intervenne nella sua vocazione. Luca infatti racconta che, mentre i ministri pregavano e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati» (Atti 13:2). A che scopo servivano questa separazione e l’imposizione delle mani, dopo che lo Spirito Santo aveva già testimoniato la sua elezione, se non a conservare l’ordine della Chiesa, affinché i ministri fossero eletti per mezzo degli uomini?

Dio non poteva approvare tale ordine con esempio più chiaro che questo: dopo aver dichiarato di aver costituito Paolo apostolo delle genti, volle tuttavia che fosse ordinato dalla Chiesa.

Lo stesso si può osservare nell’elezione di Mattia (Atti 1:23). Poiché l’ufficio apostolico era di così alta dignità che la Chiesa non osava designare una persona secondo il proprio giudizio, ne scelse due da presentare, rimettendo poi a Dio, mediante la sorte, di indicare quale avesse scelto. Così l’ordine ecclesiastico fu mantenuto, e tuttavia si riconobbe che la scelta ultima apparteneva a Dio.


4:3:15 - Il diritto di elezione: popolo e ministri

Resta ora la questione se un ministro debba essere eletto da tutta la Chiesa, oppure dagli altri ministri e governanti, o se debba essere costituito da un solo individuo.

Coloro che vogliono attribuire questo potere a una sola persona citano ciò che Paolo dice a Tito: «Ti ho lasciato a Creta affinché tu costituisca presbiteri in ogni città» (Tito 1:5); e a Timoteo: «Non imporre con leggerezza le mani a nessuno» (1 Timoteo 5:22). Ma se pensano che Timoteo abbia esercitato una dominazione assoluta a Efeso, o che Tito abbia fatto altrettanto a Creta, si ingannano grandemente.

Entrambi presiedevano alle elezioni per guidare il popolo con saggio consiglio, non per disporre arbitrariamente delle cose escludendo gli altri.

E affinché non sembri che io affermi ciò di mia invenzione, lo dimostrerò con un esempio analogo. Luca racconta che Paolo e Barnaba costituirono presbiteri nelle chiese (Atti 14:23), ma nello stesso tempo indica il modo in cui ciò avvenne: furono costituiti mediante voti, come suggerisce il termine greco. Essi presiedevano, ma il popolo, secondo l’uso del tempo, manifestava la propria scelta alzando la mano.

È un modo di parlare comune: come quando gli storici dicono che un console «creava» dei magistrati, pur intendendo che riceveva i voti del popolo e presiedeva all’elezione.

Non è credibile che Paolo abbia concesso a Timoteo o a Tito più di quanto egli stesso non si fosse arrogato. Ora, vediamo che egli era solito costituire ministri con il consenso e i suffragi del popolo. I passi citati devono dunque essere intesi in modo tale che la libertà e il diritto comune della Chiesa non siano in alcun modo diminuiti.

Perciò Cipriano afferma giustamente che ciò procede dall’autorità di Dio: che un presbitero sia eletto davanti a tutti, in presenza del popolo, affinché sia approvato come degno e idoneo dalla testimonianza di tutti.

Vediamo infatti che per comandamento divino i sacerdoti levitici venivano presentati davanti al popolo prima della loro consacrazione (Levitico 8:6; Numeri 20:26). Così Mattia fu aggiunto al numero degli apostoli, e i sette diaconi furono costituiti con il consenso e alla vista del popolo (Atti 1:26; 6:2, 6).

Da questi esempi si deduce che la creazione di un presbitero non deve avvenire senza la partecipazione del popolo, affinché l’elezione, esaminata e approvata dalla testimonianza di tutti, sia giusta e legittima.

La vocazione di un ministro, secondo la Parola di Dio, è dunque tale: una persona idonea è costituita con il consenso e l’approvazione del popolo. Inoltre, i pastori devono presiedere all’elezione, affinché il popolo non proceda con leggerezza, per fazioni o con tumulti.


4:3:16 - L’ordinazione mediante l’imposizione delle mani

Resta il quarto punto della vocazione dei ministri: la cerimonia dell’ordinazione.

È evidente che gli apostoli non ne ebbero altra che l’imposizione delle mani. Probabilmente presero questa usanza dalla consuetudine giudaica, secondo la quale si presentava a Dio, mediante l’imposizione delle mani, ciò che si voleva benedire e consacrare. Così Giacobbe, volendo benedire Efraim e Manasse, pose le mani sui loro capi (Genesi 48:14). Allo stesso modo il nostro Signore Gesù fece con i bambini per i quali pregava (Matteo 19:15). Nella Legge era anche stabilito che si ponessero le mani sui sacrifici offerti.

Gli apostoli, dunque, mediante l’imposizione delle mani, significavano che offrivano a Dio colui che introducevano nel ministero, benché talvolta abbiano usato questo gesto anche per conferire i doni visibili dello Spirito Santo (Atti 19:6).

In ogni caso, essi si servirono di questa solennità ogni volta che ordinavano qualcuno al ministero della Chiesa, come si vede tanto per pastori e dottori quanto per diaconi.

Benché non vi sia un comando esplicito riguardo all’imposizione delle mani, tuttavia, poiché vediamo che gli apostoli la praticarono costantemente, il loro uso diligente deve avere per noi valore di precetto.

È infatti cosa utile magnificare davanti al popolo la dignità del ministero mediante tale cerimonia, e al tempo stesso ricordare a chi viene ordinato che egli non appartiene più a sé stesso, ma è consacrato al servizio di Dio e della Chiesa.

Inoltre, non sarebbe un segno vano o privo di efficacia, se fosse ricondotto alla sua vera origine. Poiché lo Spirito di Dio non ha istituito nulla invano nella Chiesa, dobbiamo riconoscere che questa cerimonia, proveniente da lui, non è inutile, purché non sia trasformata in superstizione.

Infine, si deve notare che non era tutto il popolo a imporre le mani sui ministri, ma soltanto gli altri ministri. Non è certo se lo facessero in più o uno solo. È evidente che ciò avvenne per i sette diaconi, per Paolo e Barnaba e per altri (Atti 6:6; 13:3).

Paolo menziona che egli stesso impose le mani a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani» (2 Timoteo 1:6). E quando altrove parla dell’«imposizione delle mani del presbiterio» (1 Timoteo 4:14), non intendo ciò, come fanno alcuni, della compagnia dei presbiteri, ma dell’ufficio stesso; come se dicesse: bada che la grazia che hai ricevuto mediante l’imposizione delle mie mani, quando ti costituivo nell’ordine del presbiterato, non sia resa vana.


Riassunto del capitolo 4:3