Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 4

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Dei mezzi esteriori, o aiuti, di cui Dio si serve per invitarci a Gesù Cristo suo Figlio e per mantenerci in Lui

Capitolo 4

Dello stato della Chiesa antica e del modo di governarla prima che la papato fosse in uso

4:4:1 - Specchio dell’antica Chiesa e triplice ordine dei ministri

Fin qui abbiamo parlato dell’ordine del governo della Chiesa secondo quanto ci è stato lasciato dalla sola Parola di Dio; abbiamo anche trattato dei ministri secondo che Gesù Cristo li ha istituiti. Ora, affinché tutto ciò ci sia più familiarmente chiarito e impresso nella memoria, sarà opportuno riconoscere quale sia stata la forma della Chiesa antica in queste cose, poiché essa potrà rappresentarci come in uno specchio quella istituzione divina di cui abbiamo parlato.

Benché gli antichi vescovi abbiano fatto molti canoni o regole, per i quali sembrava che ordinassero oltre quanto Dio avesse espresso nella Scrittura, tuttavia essi hanno così conformato tutta la loro disciplina e la loro organizzazione alla sola regola della Parola di Dio, che si può ben vedere come non abbiano avuto nulla di estraneo o difforme da essa.

Anche se vi fosse stato qualcosa da riprendere nel loro modo di fare, nondimeno, poiché con buon zelo si adoperarono per conservare l’istituzione del Signore e non se ne allontanarono molto, ci sarà di grande profitto raccogliere qui in breve quale sia stata la loro pratica.

Come abbiamo detto che la Scrittura parla di tre ordini di ministri, così anche la Chiesa antica divise in tre specie tutti i ministri che ebbe. Dall’ordine dei presbiteri si sceglievano i pastori e i dottori; gli altri erano deputati alla disciplina e alle correzioni. I diaconi avevano l’incarico di servire i poveri e distribuire le elemosine.

Quanto ai lettori e agli accoliti, non erano veri e propri uffici determinati; ma i giovani che venivano ricevuti nel clero erano fin da subito abituati, mediante determinati esercizi, a servire nella Chiesa, affinché comprendessero meglio a che cosa erano destinati e si preparassero a esercitare il loro ufficio quando fosse giunto il tempo, come sarà mostrato più ampiamente in seguito.

Perciò san Girolamo, dopo aver diviso la Chiesa in cinque ordini, nomina anzitutto i vescovi, poi i presbiteri, quindi i diaconi; in seguito i fedeli in comune; infine coloro che non erano ancora battezzati, ma si erano presentati per essere istruiti nella fede cristiana e poi ricevere il battesimo. Così egli non assegna un luogo determinato al resto del clero né ai monaci.


4:4:2 - Vescovi e presbiteri: unità d’ufficio e presidenza per consuetudine

Chiamavano presbiteri tutti coloro che avevano l’ufficio di insegnare. Tra essi, in ciascuna città, ne eleggevano uno, al quale davano in modo particolare il titolo di vescovo, affinché l’uguaglianza non generasse contese, come spesso accade.

Tuttavia il vescovo non era così superiore ai suoi colleghi in dignità e onore da esercitare signoria sopra di loro; ma aveva un ufficio simile a quello di un presidente in un consiglio: proporre le questioni, chiedere i pareri, guidare gli altri con buoni avvertimenti e ammonizioni, impedire con la sua autorità che vi fosse disordine e mettere in esecuzione ciò che fosse stato deliberato in comune. Tale era l’ufficio del vescovo tra i presbiteri.

Gli antichi Padri confessano che ciò fu introdotto per consenso umano, in vista della necessità. San Girolamo, commentando l’Epistola a Tito, afferma: «Presbitero e vescovo erano la stessa cosa; e prima che, per istigazione del diavolo, si formassero fazioni nella cristianità, e uno dicesse: Io sono di Cefa; un altro: Io sono di Apollo (1 Corinzi 3:4), le Chiese erano governate in comune dal consiglio dei presbiteri. Poi, per strappare il seme delle dissensioni, l’incarico fu affidato a uno solo».

Perciò, come i presbiteri sanno di essere soggetti, secondo la consuetudine della Chiesa, al vescovo che presiede su di loro, così egli deve riconoscere che è piuttosto per consuetudine che per disposizione del Signore che egli è superiore ai presbiteri, e che deve governare la Chiesa insieme con loro.

Altrove Girolamo mostra quanto antica sia stata questa forma: afferma infatti che ad Alessandria, fin dal tempo di san Marco evangelista, i presbiteri eleggevano sempre uno della loro compagnia per presiedere tra loro, chiamandolo vescovo.

Così ogni città aveva un’assemblea di presbiteri che erano pastori e dottori; poiché tutti avevano l’incarico di insegnare il popolo, esortarlo e correggerlo, secondo quanto l’apostolo Paolo comanda ai vescovi di fare. E per lasciare una discendenza spirituale dopo di sé, istruivano i giovani ricevuti nel clero affinché potessero succedere loro.

Ogni città aveva la sua diocesi, la quale provvedeva di presbiteri; e tanto quelli della città quanto quelli delle campagne costituivano un solo corpo di Chiesa. Che ciascun corpo avesse il suo vescovo era cosa di ordine e per mantenere la pace. E il vescovo precedeva gli altri in dignità in modo tale da essere tuttavia soggetto all’assemblea.

Se la diocesi era tanto vasta che egli non potesse adempiere ovunque al suo ufficio, si eleggevano presbiteri in certi luoghi, i quali svolgevano il suo incarico nelle questioni minori. Costoro erano chiamati vescovi rurali, perché rappresentavano il vescovo nelle campagne.


4:4:3 - Il primato della predicazione nell’ufficio episcopale

Quanto all’ufficio, era necessario che tanto il vescovo quanto i presbiteri fossero dispensatori della Parola di Dio e dei sacramenti.

Soltanto ad Alessandria fu stabilito che un presbitero non vi predicasse, a motivo dei disordini che Ario aveva provocato in quella Chiesa, secondo quanto riferisce Socrate nella Storia Tripartita; disposizione che san Girolamo giustamente riprova.

Sarebbe stato un mostro se qualcuno si fosse vantato di essere vescovo senza adempiere l’ufficio. In quel tempo si osservava dunque una tale disciplina che tutti i ministri erano costretti a esercitare l’ufficio che Dio aveva loro imposto.

Non dico che ciò sia avvenuto per un solo periodo, ma a lungo; poiché anche al tempo di san Gregorio, quando la Chiesa era già molto decaduta o almeno assai allontanata dal suo primo stato, non sarebbe stato tollerabile che un vescovo si astenesse dal predicare.

Egli afferma in un luogo che un presbitero è colpevole di morte se non si ode la sua voce, perché provoca l’ira di Dio contro di sé se non si fa udire nella predicazione. In un altro luogo dice: «Quando san Paolo protesta di essere puro del sangue di tutti (Atti 20:26), con questa parola noi tutti che siamo chiamati presbiteri siamo citati in giudizio, convinti e dichiarati colpevoli; poiché, oltre ai nostri mali, siamo colpevoli della morte degli altri, perché ne uccidiamo tanti quanti ne muoiono ogni giorno, mentre noi riposiamo e tacciamo».

Egli dice che lui stesso e gli altri tacciono, poiché non erano tanto assiduamente all’opera quanto avrebbero dovuto. Se dunque non risparmia coloro che adempivano il loro ufficio solo a metà, che cosa avrebbe detto di chi se ne fosse del tutto astenuto?

Questo è durato a lungo nella Chiesa: che l’ufficio principale del vescovo fosse pascere il popolo mediante la Parola di Dio, edificando la Chiesa tanto pubblicamente quanto privatamente con sana dottrina.


4:4:4 - Arcivescovi, patriarchi e sinodi: ordine per la pace

Quanto al fatto che ogni provincia avesse il suo arcivescovo, e che nel Concilio di Nicea fossero istituiti dei patriarchi, superiori ancora agli arcivescovi in dignità e onore, ciò fu stabilito per la conservazione dell’ordine.

Poiché l’uso di tali gradi non era frequente, mi sarei potuto astenere dal parlarne; tuttavia è bene notarlo di passaggio.

Questi gradi furono ordinati principalmente per questo motivo: se in una Chiesa sopraggiungeva qualche questione che non potesse essere risolta da pochi, essa fosse rimessa al sinodo provinciale. Se la causa era di tale importanza o difficoltà da richiedere un ulteriore esame, la cognizione passava ai patriarchi, i quali convocavano il concilio di tutti i vescovi soggetti alla loro primazia; e da lì non vi era appello se non al concilio generale.

Alcuni hanno chiamato questo governo “gerarchia”, con un nome improprio, o almeno non usato nella Scrittura. Infatti lo Spirito Santo ha voluto prevenire che, trattandosi del governo della Chiesa, qualcuno immaginasse una qualche forma di principato o dominazione.

Tuttavia, se consideriamo la realtà senza fermarci al termine, troveremo che gli antichi vescovi non vollero forgiare una forma di governo diversa da quella che Dio ha ordinato mediante la sua Parola.


4:4:5 - I diaconi e l’amministrazione dei beni ecclesiastici

Parimenti lo stato dei diaconi non fu diverso in quel tempo da quello che era stato sotto gli apostoli; infatti ricevevano sia le elemosine quotidiane dei fedeli sia le rendite annuali, per riservarle al loro vero uso: una parte per il sostentamento dei ministri, una parte per i poveri; il tutto però sotto l’autorità del vescovo, al quale rendevano conto ogni anno.

Quando i canoni stabiliscono che il vescovo sia dispensatore dei beni della Chiesa, non si deve intendere che egli li amministrasse personalmente; ma che spettasse a lui comandare ai diaconi quali persone dovessero essere mantenute con il bene comune, a chi distribuire il rimanente, e vigilare affinché tutto procedesse correttamente.

Vi è un canone tra quelli detti degli Apostoli che afferma: «Ordiniamo che il vescovo abbia i beni della Chiesa in suo potere; poiché, se le anime delle persone, che sono più preziose, gli sono state affidate, tanto più può avere il governo del denaro, affinché tutto sia distribuito sotto la sua autorità dai presbiteri e dai diaconi, con timore e sollecitudine».

Nel Concilio di Antiochia fu decretato che si correggessero i vescovi che prendevano in mano l’amministrazione dei beni ecclesiastici senza avere come collaboratori i presbiteri e i diaconi.

Non è necessario disputare oltre su questo, poiché da molte lettere di san Gregorio risulta che, anche al suo tempo — sebbene allora l’ordine ecclesiastico fosse molto corrotto — perdurava ancora l’uso che i diaconi fossero amministratori dei beni della Chiesa sotto l’autorità dei vescovi.

È verosimile che fin dall’inizio siano stati loro associati dei suddiaconi per aiutarli nel servizio ai poveri; ma questa distinzione fu col tempo confusa.

Si cominciò a creare arcidiaconi quando i beni aumentarono, poiché la carica era divenuta più gravosa e richiedeva una forma di governo più accurata; san Girolamo ricorda che ve ne erano già al suo tempo.

Essi avevano tra le mani tanto le proprietà e le rendite quanto gli arredi e le elemosine quotidiane. Perciò san Gregorio scrive all’arcidiacono di Salona che, se qualcosa dei beni ecclesiastici fosse andato perduto per negligenza o frode, egli ne sarebbe stato ritenuto responsabile.

Quanto al fatto che fossero incaricati di leggere il vangelo, esortare il popolo alla preghiera e porgere il calice al popolo nella Cena del Signore, ciò si faceva per onorare il loro stato, affinché adempiessero al loro dovere con maggiore timore di Dio; poiché mediante tali cerimonie erano ammoniti che non si trovavano in un ufficio profano, ma in un incarico spirituale e consacrato a Dio.


4:4:6 - I beni ecclesiastici come patrimonio dei poveri

Da quanto precede è facile giudicare quale sia stato l’uso dei beni ecclesiastici e quale la loro amministrazione. È frequentemente affermato, tanto nei canoni quanto dagli antichi dottori, che tutto ciò che la Chiesa possiede, sia in terre sia in denaro, è patrimonio dei poveri.

Per questo motivo tale insegnamento è ripetuto spesso ai vescovi e ai diaconi: le ricchezze che essi amministrano non appartengono a loro, ma sono destinate alla necessità dei poveri; e saranno colpevoli di omicidio se le dissipano malvagiamente o le trattengono per sé. Sono ammoniti a distribuire ciò che è loro affidato a coloro ai quali è dovuto, con grande timore e riverenza, come davanti a Dio, senza riguardo alle persone.

Da qui derivano le solenni proteste di san Giovanni Crisostomo, di sant’Ambrogio, di sant’Agostino e di altri, con le quali rendevano testimonianza al popolo della loro integrità.

Poiché è cosa equa, e Dio stesso lo ha ordinato nella Legge, che coloro che si dedicano interamente al servizio della Chiesa siano mantenuti con i beni pubblici — e poiché allora vi erano molti presbiteri che offrivano a Dio i loro patrimoni, facendosi volontariamente poveri — la distribuzione era tale che si provvedeva al sostentamento dei ministri senza lasciare indietro i poveri.

Tuttavia si manteneva buon ordine, affinché i ministri, che devono essere esempio di sobrietà e temperanza, non avessero stipendi eccessivi da usare in fasto e delizie, ma solo quanto bastava per vivere in modesto stato. Per questo san Girolamo afferma che, se i chierici che possono mantenersi con i propri beni prendono dai beni dei poveri, commettono sacrilegio e mangiano la propria condanna.


4:4:7 - La divisione quadripartita delle rendite ecclesiastiche

All’inizio l’amministrazione era lasciata alla discrezione, poiché si poteva confidare nella buona coscienza dei vescovi e dei diaconi, e la loro innocenza era per loro legge.

In seguito, con il passare del tempo, l’avidità di alcuni e la cattiva amministrazione, che produssero grandi scandali, furono causa dell’istituzione di canoni che divisero le rendite della Chiesa in quattro parti: la prima assegnata al clero; la seconda ai poveri; la terza alla riparazione delle chiese e ad altre spese simili; la quarta agli stranieri e ai poveri sopraggiunti.

Quando altri canoni assegnano questa quarta parte al vescovo, ciò non contraddice la divisione suddetta: non si intende che essa gli appartenga come proprietà o che possa consumarla a suo piacimento, ma che egli abbia di che esercitare liberalità verso gli stranieri, secondo quanto l’apostolo Paolo comanda (1 Timoteo 3:2).

Così interpretano Gelasio e san Gregorio. Gelasio non adduce altra ragione per cui il vescovo possa attribuirsi qualcosa, se non affinché abbia di che sovvenire agli stranieri e ai prigionieri. San Gregorio parla ancora più chiaramente: «La consuetudine della Sede Apostolica», dice, «è di ordinare a un vescovo, quando è istituito, che faccia quattro porzioni di tutte le rendite della Chiesa: una per il vescovo e la sua famiglia, affinché possa ricevere e beneficare gli stranieri e i sopraggiunti; la seconda per il clero; la terza per i poveri; la quarta per la riparazione delle chiese».

Non era dunque lecito al vescovo prendere nulla, se non quanto gli fosse necessario per vivere e vestirsi sobriamente, senza alcuna pompa. Se qualcuno oltrepassava la misura e si mostrava in fasto o magnificenza, veniva immediatamente ammonito dai vescovi vicini; e se non si correggeva, era deposto.


4:4:8 - Sobrietà nei templi e uso dei tesori per i poveri

Quanto agli ornamenti dei templi, all’inizio erano assai modesti; e anche quando la Chiesa divenne più ricca, non cessarono di mantenere moderazione in questo ambito. Tuttavia tutto il denaro impiegato in tali cose rimaneva riservato per i poveri, qualora fosse sopraggiunta grande necessità.

Così Cirillo, vescovo di Gerusalemme, non potendo altrimenti soccorrere l’indigenza dei poveri in tempo di carestia, vendette tutti i vasi e gli ornamenti per farne elemosina.

Parimenti Acacio, vescovo di Amida, vedendo una grande moltitudine di Persiani in grave necessità, radunò il suo clero e, dopo aver ricordato che il nostro Dio non ha bisogno di piatti né di calici, poiché non mangia né beve, convertì tutto in denaro per la redenzione e il sostentamento dei poveri.

San Girolamo, riprendendo la superfluità che già ai suoi giorni si manifestava nell’ornare i templi, loda Esuperio, vescovo di Tolosa, il quale amministrava il sacramento del corpo del Signore in un piccolo cesto di vimini e il sacramento del sangue in un semplice calice di vetro, provvedendo nel contempo che nessun povero soffrisse la fame.

Ciò che è stato appena ricordato di Acacio, sant’Ambrogio lo riferisce anche di sé. Rimproverato dagli ariani per aver fuso i vasi sacri al fine di riscattare i prigionieri catturati dagli infedeli, egli rispose con parole degne di memoria: «Colui che ha mandato i suoi apostoli senza oro ha anche radunato le sue Chiese senza oro. La Chiesa possiede oro non per custodirlo, ma per distribuirlo e sovvenire alla necessità. Perché conservare ciò che non serve a nulla? Non sappiamo quanto oro e argento gli Assiri abbiano portato via dal tempio del Signore? Non è forse meglio che il pastore lo converta in denaro per nutrire i poveri, piuttosto che un sacrilego lo porti via? Non dirà forse Dio: Perché hai lasciato morire di fame tanti poveri, mentre avevi oro per comprar loro il cibo? Perché hai lasciato tanti in cattività senza riscattarli? Meglio custodire i vasi delle creature viventi che quelli dei metalli morti». E conclude: «I sacramenti non richiedono oro; e come non si acquistano con l’oro, così non sono resi più graditi dall’oro. L’ornamento dei sacramenti è la redenzione dei prigionieri».

In breve, era vero ciò che egli stesso afferma altrove: che tutto ciò che la Chiesa possedeva era per il sostentamento dei poveri; e che tutto ciò che un vescovo aveva apparteneva ai poveri.


4:4:9 - I gradi del clero come preparazione al ministero

Questi erano i ministeri o uffici nella Chiesa antica; gli altri stati del clero, menzionati nei libri dei dottori e nei concili, erano piuttosto esercizi e preparazioni che veri e propri uffici.

Affinché nella Chiesa rimanesse sempre una discendenza e non fosse priva di ministri, i giovani che, con il consenso dei genitori, si presentavano per servire in futuro, venivano ricevuti nel clero e chiamati chierici. Erano istruiti e abituati a ogni buona pratica, affinché non fossero inesperti e ignoranti quando fosse giunto il tempo di impiegarli in qualche ufficio.

Sarebbe stato forse più opportuno attribuire loro un altro nome, poiché san Pietro chiama tutta la Chiesa «il clero del Signore», cioè l’eredità (1 Pietro 5:3). Tuttavia la pratica era santa e utile: coloro che volevano dedicarsi alla Chiesa erano allevati sotto la disciplina del vescovo, affinché nessuno entrasse in ufficio senza essere ben formato nella sana dottrina, esercitato all’umiltà e all’obbedienza, e occupato nelle cose sante, dimenticando le occupazioni mondane.

Come si addestrano i soldati con esercizi preparatori prima del combattimento, così nel clero antico vi erano esercizi per preparare coloro che non erano ancora in ufficio.

Prima si affidava loro l’incarico di aprire e chiudere le chiese: erano chiamati ostiari. Poi venivano assegnati al servizio personale del vescovo, per accompagnarlo e prevenire ogni sospetto. Successivamente, affinché fossero conosciuti dal popolo e acquistassero autorità e sicurezza nel parlare, si affidava loro la lettura dei Salmi dal pulpito.

Così erano promossi di grado in grado, approvati in ciascun esercizio prima di essere fatti suddiaconi. Si trattava dunque di rudimenti e apprendistato, più che di veri uffici.


4:4:10 - L’elezione dei ministri: esame e consenso della Chiesa

Quanto al primo punto, cioè quali debbano essere coloro che si eleggono, e al secondo, con quanta ponderazione si debba procedere, la Chiesa antica seguì diligentemente quanto l’apostolo Paolo prescrive.

Era consuetudine riunirsi con grande riverenza e invocazione del nome di Dio per eleggere i vescovi. Vi era inoltre un formulario di esame per indagare sulla vita e sulla dottrina degli eletti, secondo la regola apostolica.

Solo in un punto si eccedette, col tempo, in severità: si richiese al vescovo più di quanto Paolo richieda (1 Timoteo 3:2), specialmente imponendo l’astinenza dal matrimonio. Per il resto si conformarono bene alla descrizione paolina.

Quanto al terzo punto — a chi spetti eleggere o istituire i ministri — gli antichi non seguirono sempre il medesimo ordine. All’inizio nessuno era ricevuto neppure nel clero senza il consenso di tutto il popolo. Così san Cipriano si scusa per aver costituito un lettore senza aver consultato la Chiesa, poiché ciò era stato fatto contro la consuetudine, sebbene vi fosse una ragione.

Egli afferma: «Carissimi fratelli, nell’ordinare i chierici abbiamo l’abitudine di chiedere il vostro parere e, dopo aver consultato tutta la Chiesa, valutare i meriti di ciascuno».

In seguito, per gli uffici minori, si tralasciò di consultare il popolo, poiché non vi era grande pericolo e i candidati dovevano comunque essere provati a lungo. Più tardi, anche negli altri ordini — eccetto quello episcopale — il popolo lasciò l’elezione al vescovo e ai presbiteri, tranne quando si trattava di ordinare un presbitero in una parrocchia, caso in cui era richiesto il consenso degli abitanti del luogo.

Non c’è da meravigliarsi se il popolo non difese con vigore il proprio diritto, poiché nessuno diventava suddiacono senza lunga prova e severo esame; e solo dopo essere stato approvato come diacono e aver esercitato fedelmente, poteva giungere al presbiterato.

Vi erano inoltre molti canoni per correggere eventuali vizi, così che la Chiesa non poteva essere gravata di cattivi presbiteri o diaconi se non per negligenza nell’applicare i rimedi esistenti.

In ogni caso, nell’ordinare i presbiteri si richiedeva espressamente il consenso degli abitanti del luogo, come attesta un canone attribuito ad Anacleto, citato nel Decreto alla distinzione sessantasettesima.

Gli ordini si conferivano in tempi stabiliti dell’anno, affinché nessuno fosse introdotto di nascosto senza il consenso della comunità e nessuno fosse promosso con leggerezza senza buona testimonianza.


4:4:11 - La libertà del popolo nell’elezione dei vescovi

Quanto all’elezione dei vescovi, per lungo tempo fu lasciata libertà al popolo, affinché nessuno fosse introdotto se non fosse gradito a tutti. Per questo nel Concilio di Antiochia si vieta che alcuno sia ordinato contro la volontà del popolo; e Leone I conferma la medesima norma, affermando che si elegga colui che sia stato richiesto dal clero e dal popolo, o almeno dalla maggior parte.

Egli dice ancora: «Colui che deve presiedere a tutti sia eletto da tutti; poiché chi è ordinato senza essere conosciuto ed esaminato è introdotto con la forza». E ancora: «Si elegga colui che sia stato scelto dal clero e desiderato dal popolo, e sia consacrato dai vescovi della provincia con l’autorità del metropolita».

I santi Padri ebbero tale cura che questa libertà del popolo non fosse violata, che persino il Concilio universale riunito a Costantinopoli non volle ordinare Nectario vescovo senza l’approvazione del clero e del popolo, come appare dalla lettera inviata al vescovo di Roma.

Quando un vescovo designava un successore, la designazione non aveva valore se non era ratificata dal popolo. Di ciò abbiamo non solo esempi, ma anche una formula, come nella nomina fatta da sant’Agostino di Eradio quale suo successore. Teodoreto riferisce che Atanasio ordinò Pietro come suo successore, aggiungendo subito che il clero ratificò l’atto, e che magistrati e popolo tutto lo approvarono.


4:4:12 - Disciplina dell’elezione e moderazione del popolo

Confesso che fu molto saggio stabilire, nel Concilio di Laodicea, che l’elezione non fosse lasciata al popolo in modo indiscriminato; poiché difficilmente molte persone si accordano con prudenza nel condurre a termine un affare, e spesso il volgo, volubile com’è, si lascia trascinare da passioni contrarie.

Tuttavia vi era un rimedio assai valido contro tale inconveniente. In un primo momento il clero eleggeva; poi presentava l’eletto ai magistrati e governatori, i quali deliberavano insieme e ratificavano l’elezione se la giudicavano buona, altrimenti ne sceglievano un altro. In seguito si ricorreva al popolo, il quale, pur non essendo obbligato ad accettare l’elezione già fatta, non aveva occasione di sollevar tumulti.

Oppure si cominciava dal popolo per conoscere chi desiderasse maggiormente; e, compresa l’inclinazione del popolo, il clero procedeva all’elezione.

Così il clero non era libero di scegliere a proprio arbitrio, ma non era neppure soggetto a soddisfare gli appetiti disordinati della moltitudine.

Leone descrive questo ordine quando afferma che occorrono «le voci dei cittadini, la testimonianza del popolo, l’autorità dei governatori e l’elezione del clero»; e ancora: «Si abbia la testimonianza dei governatori, la sottoscrizione del clero, il consenso del senato e del popolo: la ragione non vuole che si proceda altrimenti».

Il senso del canone di Laodicea non è diverso: non intende escludere il popolo, ma impedire che governatori e chierici si lascino trascinare dall’incostanza popolare; al contrario, devono con la loro gravità e prudenza reprimere, quando occorre, la passione disordinata della moltitudine.


4:4:13 - Conferma imperiale e tutela del diritto della Chiesa

Questa forma di elezione si osservava ancora al tempo di san Gregorio, ed è verosimile che sia durata a lungo. Numerose lettere del suo registro lo attestano. Ogniqualvolta si trattava di ordinare un vescovo, egli scriveva al clero, al consiglio e al popolo, talvolta anche al governatore, secondo la forma di governo della città.

Se, a causa di disordini, affidava a un vescovo vicino la supervisione dell’elezione, richiedeva comunque un decreto solenne con le sottoscrizioni di tutti.

Persino quando a Milano fu eletto un vescovo mentre molti cittadini si erano rifugiati a Genova per la guerra, egli non volle che l’elezione fosse ritenuta legittima finché anche quelli, riuniti insieme, non avessero dato il loro consenso.

Non sono ancora passati cinque secoli da quando un papa, Nicola, stabilì che nell’elezione del pontefice i cardinali fossero i primi a votare, poi chiamassero il resto del clero e infine l’elezione fosse confermata dal consenso del popolo, richiamandosi al decreto di Leone sopra menzionato.

Se tumulti impedivano al clero di restare in città, egli prescriveva che almeno alcuni del popolo fossero presenti per approvare.

Il consenso dell’imperatore era richiesto solo in due città, Roma e Costantinopoli, sedi dell’Impero. Il caso di sant’Ambrogio a Milano, inviato dall’imperatore Valentiniano per presiedere all’elezione, fu eccezionale, a motivo delle gravi contese civiche.

A Roma l’autorità imperiale ebbe anticamente grande peso nella creazione del vescovo: san Gregorio scrive all’imperatore Maurizio di essere stato ordinato per suo comando, pur essendo stato richiesto solennemente dal popolo.

La consuetudine era che l’eletto fosse presentato all’imperatore, il quale approvava o respingeva l’elezione. I decreti raccolti da Graziano non contraddicono ciò: essi proibiscono che l’elezione canonica sia soppressa e che il re costituisca vescovi a suo piacimento; è cosa diversa, infatti, privare la Chiesa del suo diritto e concedere al sovrano l’onore di confermare un’elezione legittima.


4:4:14 - La consacrazione: imposizione delle mani e collegialità

Resta da spiegare con quale cerimonia si ordinassero i ministri dopo l’elezione. I Latini chiamavano questo atto ordinazione o consacrazione; i Greci usavano termini che significano imposizione delle mani.

Un decreto del Concilio di Nicea stabilisce che il metropolita, con tutti i vescovi della provincia, si riunisca per ordinare l’eletto. Se alcuni sono impediti da malattia o distanza, ne vengano almeno tre, e gli assenti esprimano il consenso per lettera.

Poiché col tempo tale norma non fu più osservata, essa fu rinnovata in diversi concili.

La presenza collegiale era richiesta affinché l’esame della dottrina e dei costumi si svolgesse con maggiore gravità. Non si procedeva infatti alla consacrazione senza un esame accurato.

Dalle lettere di san Cipriano appare che inizialmente i vescovi non erano convocati solo dopo l’elezione, ma erano presenti fin dall’inizio, per vigilare che nulla avvenisse con disordine. Egli afferma che è necessario mantenere ciò che fu trasmesso dal Signore e dagli apostoli, cioè che i vescovi vicini si radunino nel luogo dell’elezione e che il vescovo sia scelto alla presenza del popolo.

In seguito, poiché tali assemblee si svolgevano talora con ritardo e offrivano agli ambiziosi occasione di manovre, si stabilì che fosse sufficiente riunirsi dopo l’elezione per consacrare l’eletto, previo esame.


4:4:15 - L’introduzione di usi corrotti e la centralizzazione romana

Questa prassi fu osservata ovunque, senza eccezione. In seguito però si introdusse una forma diversa: l’eletto si recava nella città metropolitana per essere confermato. Ciò avvenne più per ambizione e corruzione che per buona ragione.

Col tempo, crescendo l’autorità della sede romana, sorse un costume ancor peggiore: che tutti i vescovi d’Italia si recassero a Roma per essere consacrati. Lo si vede dalle lettere di san Gregorio.

Solo poche città conservarono il loro antico diritto, come Milano. È possibile che almeno le città metropolitane mantenessero questo privilegio, poiché l’antica consuetudine voleva che i vescovi della provincia si radunassero per consacrare il loro metropolita.

Quanto alla cerimonia, essa consisteva nella sola imposizione delle mani. Non risulta che ve ne fossero altre, se non alcuni distintivi esteriori per distinguere i vescovi dai presbiteri.

Anche presbiteri e diaconi erano ordinati mediante la sola imposizione delle mani. Ogni vescovo ordinava i presbiteri della propria diocesi con il consiglio degli altri presbiteri.

Sebbene l’atto fosse compiuto collegialmente, poiché il vescovo presiedeva e guidava l’azione, l’autorità era detta sua. Per questo gli antichi dottori affermano spesso che un presbitero non differisce da un vescovo se non in quanto non possiede il potere di ordinare.


Riassunto del capitolo 4;4