Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 5

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Dei mezzi esteriori, o aiuti, di cui Dio si serve per invitarci a Gesù Cristo suo Figlio e per mantenerci in Lui

Cap. 5 - Che tutta l’antica forma del governo ecclesiastico è stata sovvertita dalla tirannia del papato

4:5:1 - Il confronto necessario fra l’antico governo ecclesiastico e l’ordine romano attuale

Ora conviene esporre quale sia oggi l’ordine del governo ecclesiastico mantenuto dalla sede romana e da tutti coloro che da essa dipendono, per confrontarlo con quello che abbiamo mostrato essere stato praticato nella Chiesa antica. Da questo paragone apparirà chiaramente quale sia la “chiesa” di coloro che si vantano e si gloriano di questo solo titolo, e con tale pretesa ci opprimono e vorrebbero addirittura annientarci.

È opportuno iniziare dalla '''vocazione''', affinché si sappia chi sono coloro che vengono chiamati al ministero e con quali mezzi vi sono introdotti. In seguito vedremo come adempiano il loro dovere. Daremo il primo posto ai vescovi - benché in ciò non vi sia per loro alcun onore. Vorrei, certo, che l’aprire la disputa potesse tornare a loro gloria; ma la materia non può essere trattata senza che ne risulti una grave riprensione. Tuttavia mi atterrò al proposito di insegnare semplicemente, senza indulgere in lunghe invettive, e mi limiterò quanto più possibile.

Entrando dunque nel merito, desidererei che qualcuno tra coloro che non sono del tutto spudorati mi rispondesse: quali sono, oggi comunemente, i vescovi che si eleggono? Esaminare la loro dottrina sarebbe quasi superfluo. Se pure si tiene conto della dottrina, lo si fa per scegliere un giurista più adatto a patrocinare cause in tribunale che a predicare nel tempio. È cosa notoria che, da cent’anni a questa parte, a malapena uno su cento abbia avuto qualche conoscenza della Sacra Scrittura. Non parlo dei tempi precedenti - non perché la situazione fosse molto migliore, ma perché stiamo discutendo della Chiesa presente.

Se si considera la loro vita, si troverà che pochi, o quasi nessuno, non sarebbero stati giudicati indegni secondo gli antichi Canoni. Chi non è stato ubriacone, è stato impuro; e se qualcuno fosse stato esente da questi due vizi, si sarebbe trovato dedito al gioco d’azzardo, alla caccia, o a una vita dissoluta. Gli antichi Canoni escludevano dall’ufficio episcopale per colpe assai minori di queste.

Ma vi è qualcosa di ancora più assurdo: bambini di dieci anni sono stati fatti vescovi, e si è giunti a tale impudenza e follia che un’aberrazione contraria al comune senso della natura è stata accolta senza difficoltà. Da ciò si vede quanto siano state “sante” le elezioni, nelle quali si è tollerata una così grossolana negligenza.


4:5:2 - L’abolizione della libertà del popolo e la corruzione delle elezioni

Inoltre, tutta la libertà del popolo nell’elezione dei vescovi è stata abolita. I voti, i suffragi, il consenso, le sottoscrizioni - tutto ciò è scomparso. Ogni potere è stato trasferito ai canonici, i quali conferiscono i vescovati a chi meglio loro aggrada. L’eletto viene poi presentato al popolo, non perché sia esaminato, ma perché sia adorato.

Ma Leone I si oppone a tale pratica, affermando che nessuna ragione la permette e che si tratta di una violenta usurpazione. E san Cipriano testimonia che è di diritto divino che l’elezione non si faccia senza il consenso del popolo, indicando così che ogni elezione compiuta altrimenti è contraria alla Parola di Dio. Decreti e numerosi Concili lo vietano severamente, e dichiarano nulla un’elezione compiuta in modo diverso.

Se queste cose sono vere, nella Papato odierno non rimane alcuna elezione canonica che possa essere approvata né per diritto divino né per diritto umano. E anche se non vi fosse altro male, come potranno giustificarsi per aver spogliato la Chiesa del suo diritto?

Essi dicono che la malizia dei tempi lo richiedeva: poiché il popolo, nell’eleggere i vescovi, si lasciava trasportare più da favore o odio che da retto giudizio, fu necessario trasferire tale potere al collegio dei canonici. Concediamo pure che ciò sia stato un rimedio a un male grave; ma se il rimedio si rivela peggiore del male, perché non si provvede anche a questo nuovo disordine?

Rispondono che i Canoni vietano severamente ai canonici di abusare del loro potere. Ma forse un tempo il popolo ignorava di essere vincolato a leggi santissime, quando la Parola di Dio gli indicava che un vescovo deve essere irreprensibile, sano nella dottrina, non litigioso né avaro (1 Timoteo 3:2)? Una sola voce di Dio avrebbe dovuto valere più di milioni di Canoni. Tuttavia il popolo, corrotto, non ne teneva conto.

E oggi? Per quanto vi siano buone leggi scritte, esse restano sepolte nella carta. Intanto è pratica comune ordinare a pastori delle chiese barbieri, cuochi, coppiere, mulattieri, figli illegittimi e simili categorie. E non è tutto: i vescovati e le cure diventano compensi di lenocini e impurità. Se poi sono dati a cacciatori o falconieri, tutto sembra andare bene. Non si può difendere tale abominio con i Canoni.

Ripeto: un tempo il popolo aveva un ottimo Canone, quando la Parola di Dio gli mostrava che il vescovo deve essere irreprensibile, di buona dottrina, non violento né avaro. Perché dunque l’elezione è stata tolta al popolo e trasferita a questi prelati? Essi non hanno altra risposta se non che la Parola di Dio non era ascoltata tra le contese popolari. Ma perché oggi non si toglie anche ai canonici, che non solo violano ogni legge, ma confondono cielo e terra con la loro avarizia e ambizione sfrenata?


4:5:3 - L’usurpazione progressiva e il falso rimedio

È falso che tale trasferimento di potere sia stato introdotto come rimedio. È vero che le città furono talvolta turbate dall’elezione dei vescovi; ma nessuno osò mai pensare di togliere al popolo la libertà di eleggere. Esistevano altri mezzi per prevenire o correggere tali disordini.

La verità è che il popolo, divenuto col tempo negligente nell’eleggere, lasciò la cura ai presbiteri. Questi abusarono dell’occasione per usurpare la tirannide che ora esercitano, e la consolidarono mediante nuovi Canoni.

Quanto alla forma dell’ordinazione o consacrazione dei vescovi, essa non è che una pura burla. L’apparenza di esame che si pratica è così debole e frivola che non ha nemmeno la parvenza di poter ingannare il mondo.

Oggi i principi stipulano accordi con il Papa per ottenere il diritto di nominare i vescovi; ma in ciò la Chiesa non perde nulla di nuovo, perché l’elezione era già stata sottratta ai canonici, che l’avevano rapita contro ogni diritto. Certo, è un esempio vergognoso che cortigiani abbiano in preda i vescovati; e un buon principe dovrebbe astenersi da tali corruzioni. È un’ingiusta invasione costituire un vescovo sopra un popolo che non lo abbia desiderato o almeno liberamente approvato.

Ma il disordine e la confusione protratti per lungo tempo nella Chiesa hanno dato ai principi l’occasione di attrarre a sé la presentazione dei vescovi. Hanno preferito che si fosse loro riconoscenti piuttosto che a coloro che non avevano più diritto di loro e ne abusavano altrettanto.


4:5:4 - La perversione dell’ordinazione di presbiteri e diaconi

Ecco dunque la bella “vocazione” per la quale i vescovi si vantano di essere successori degli apostoli.

Quanto alla creazione dei presbiteri, essi affermano che ne hanno il diritto; ma corrompono l’antica pratica, perché non ordinano presbiteri per governare o insegnare al popolo, bensì per sacrificare. Similmente, quando consacrano dei diaconi, non si tratta del loro vero e proprio ufficio, ma li ordinano per alcune cerimonie, come presentare il calice e la patena.

Il Concilio di Calcedonia proibisce di ricevere qualcuno al ministero senza assegnargli un luogo dove esercitare l’ufficio. Questo decreto è utilissimo per due ragioni: primo, perché le chiese non siano gravate da spese superflue e ciò che dovrebbe essere distribuito ai poveri non sia consumato nel mantenere oziosi; secondo, perché coloro che sono ordinati comprendano che non sono promossi a un onore, ma caricati di una responsabilità alla quale si vincolano mediante tale solenne ricezione.

Ma i dottori della Papato, che si curano solo del ventre, interpretano il “titolo” richiesto come un reddito per il sostentamento, sia da beneficio sia da patrimonio. Così, quando ordinano un diacono o un presbitero senza preoccuparsi di dove servirà, non esitano a riceverlo purché sia abbastanza ricco da mantenersi.

Chi potrà accettare che il “titolo” richiesto dal Concilio significhi un reddito annuo per il nutrimento? Poiché i Canoni successivi condannavano i vescovi a mantenere coloro che avevano ricevuto senza titolo sufficiente, si è trovato un nuovo sotterfugio: chi chiede di essere promosso presenta un titolo qualsiasi e promette di ritenersi soddisfatto. Con tale patto si priva della possibilità di reclamare in seguito il proprio mantenimento dal vescovo.

Tralascio le mille frodi che si commettono: titoli immaginari di cappelle insignificanti, vicariati di valore irrisorio, benefici presi in prestito con l’accordo di restituirli - benché molti li trattengano - e simili misteri.


4:5:5 - La parodia dell’esame e la profanazione dell’ordinazione

Ma anche se si togliessero gli abusi più grossolani, non resterebbe pur sempre un’assurdità intollerabile ordinare un presbitero senza assegnargli una chiesa? Essi infatti non ordinano se non per “sacrificare”. Ora, la legittima ricezione di un presbitero è per governare la Chiesa; quella di un diacono, per essere amministratore dei poveri.

È vero che adornano ciò che fanno con molte pompe e gesti, per suscitare devozione nei semplici. Ma che giovano tali maschere a persone di giudizio, quando nulla vi è di solido né di vero? Le cerimonie che usano sono in parte prese dai Giudei, in parte forgiate da loro stessi - e sarebbe stato assai meglio astenersene.

Quanto al vero esame, al consenso del popolo e alle altre cose necessarie, non se ne trova traccia. Le “smorfie” che fanno non mi impressionano. Chiamo smorfie tutte quelle ridicole parvenze con cui fingono di seguire l’antica forma. I vescovi hanno vicari che esaminano la dottrina di chi chiede di essere promosso. Ma in che consiste l’esame? Si domanda se sappiano recitare bene la Messa, declinare un nome comune, coniugare un verbo, spiegare il significato di una parola - come si interrogasse un bambino a scuola. Tradurre una sola riga di latino in lingua volgare è quasi fuori questione.

E chi mancasse anche in questi rudimenti puerili non viene respinto, purché si presenti con un dono o con una raccomandazione influente. Simile è l’atto quando il candidato si presenta all’altare: per tre volte si chiede in latino se sia degno; e qualcuno che non lo ha mai visto, o un valletto che non comprende il latino, risponde in latino che è degno - come un attore che reciti la sua parte in una farsa.

Che cosa si potrebbe rimproverare a questi “santi padri” e “venerabili prelati”, se non che, giocando con tali orribili sacrilegi, si fanno apertamente beffe di Dio e degli uomini? Ma essendo da lungo tempo in possesso di tale abuso, credono che tutto sia loro lecito. E chi osa aprire bocca contro tanta scelleratezza è in pericolo di vita come se avesse commesso un delitto capitale. Agirebbero così, se credessero davvero che vi è un Dio nei cieli?


4:5:6 - La simonia e la rapina dei benefici

Quanto alla collazione dei benefici, che anticamente era congiunta alla promozione, di quanto si comportano meglio? La pratica è varia: non sono solo i vescovi a conferire benefici; e anche quando lo fanno, non sempre è per piena autorità, poiché altri ne hanno la presentazione. In breve, ciascuno arraffa ciò che può.

Vi sono poi le nomine per i graduati; le rinunce, talvolta semplici, talvolta per permuta; i mandati, le prevenzioni e ogni sorta di cavillo. Qualunque cosa sia, Papa, legati, vescovi, abati, priori, canonici e patroni laici vi si comportano in modo tale che nessuno potrebbe rimproverare il compagno senza accusare sé stesso.

Io sostengo che a malapena un beneficio su cento, in tutta la Papato, sia conferito senza simonia - nel senso definito dagli antichi. Non dico che tutti paghino in denaro contante; ma mi si mostri uno su cinquanta che abbia ottenuto il beneficio senza vie traverse. Alcuni sono avanzati per parentela, altri per affinità, altri per il credito dei parenti, altri per servizi resi. In somma, i benefici non si conferiscono per provvedere alle chiese, ma alle persone.

E infatti li chiamano “benefici”, mostrando con il nome stesso che li considerano doni gratuiti o ricompense. Taccio che spesso sono salario di barbieri, cuochi, mulattieri e simili individui. Inoltre, non vi è oggi materia che generi tante cause giudiziarie quanto i benefici: sembrano esposti come preda perché i cani vi si avventino.

È tollerabile che qualcuno sia chiamato pastore di una chiesa che ha occupato come terra conquistata al nemico, o ottenuto per processo, o acquistato a prezzo pattuito, o guadagnato con servizi disonesti? E che dire dei bambini che li ricevono dagli zii o cugini come eredità, talvolta persino i figli illegittimi dai loro padri?


4:5:7 - Il mostro delle pluralità e la falsa successione

Il popolo, pur corrotto, si sarebbe mai abbandonato a una licenza così disperata? Ma vi è un mostro ancora più orribile: un solo uomo - e non importa chi, spesso incapace di governare sé stesso - che abbia cinque o sei chiese da governare.

Si vedono oggi giovani cortigiani che possiedono un arcivescovado, due vescovati e tre abbazie. È cosa comune che canonici siano carichi di sei o sette benefici, dei quali non hanno altra cura se non di riscuotere il reddito.

Non opporrò loro la Parola di Dio, che ovunque contraddice tali abusi, perché da lungo tempo non ne fanno gran conto. Non ricorderò nemmeno i Concili antichi, che stabilirono severe ordinanze per punire simili disordini, perché disprezzano Canoni e Decreti quando vogliono.

Dico soltanto che sono cose turpi ed esecrabili, contrarie a Dio, alla natura e al governo della Chiesa: che un brigante occupi più chiese; che qualcuno sia chiamato pastore pur non potendo essere presso il proprio gregge, nemmeno volendolo. E tuttavia sono così sfacciati da coprire sotto il nome di “Chiesa” tali abomini, per sottrarli a ogni riprensione.

E questa è la “bella successione” che allegano per dimostrare che la Chiesa si è conservata tra loro dagli apostoli fino ad oggi: una successione racchiusa e custodita in tali scelleratezze.


4:5:8 - I presbiteri monaci e la negazione dell’ufficio pastorale

Vediamo ora come esercitano fedelmente il loro ufficio: questa è la seconda nota per riconoscere i veri pastori.

I presbiteri che ordinano sono in parte monaci, in parte secolari, come li chiamano. I primi erano sconosciuti nella Chiesa antica; e in realtà l’ufficio presbiterale è così incompatibile con la professione monastica che, quando un tempo si eleggeva un monaco al clero, egli usciva dal suo primo stato. Persino Gregorio Magno, in un’epoca già segnata da molti vizi, non tollerava tale confusione: se qualcuno era fatto abate, doveva spogliarsi dello stato clericale, perché - diceva - nessuno può essere insieme monaco e chierico, essendo i due stati incompatibili.

Se dunque si chiedesse ai nostri contemporanei come possa adempiere al proprio dovere chi è dichiarato inidoneo dai Canoni stessi, che risponderebbero? Forse invocherebbero i decreti di Innocenzo o di Bonifacio, che ricevono un monaco al grado presbiterale lasciandolo nel monastero. Ma è ragionevole che un uomo privo di sapere e prudenza, solo perché occupa la sede romana, rovesci con una parola tutte le antiche ordinanze? Di ciò parleremo più avanti.

Per ora basti ricordare che, quando la Chiesa era più pura, si giudicava grande assurdità che un monaco fosse nello stato presbiterale. Girolamo nega che egli eserciti l’ufficio di presbitero finché vive tra i monaci, considerandolo come un laico soggetto ai presbiteri.

Ma anche concedendo questa colpa, come esercitano l’ufficio? Alcuni mendicanti, e pochi altri, predicano; tutto il resto serve solo a cantare o a dire Messa nelle loro caverne - come se Cristo avesse istituito i presbiteri a tale scopo, o come se la natura dell’ufficio lo comportasse. Al contrario, la Scrittura testimonia che il proprio del presbitero è governare la Chiesa (Atti 20:28).

Non è dunque una profanazione empia deviare a un altro fine - anzi, mutare del tutto - la santa istituzione di Dio? Quando sono ordinati, viene loro espressamente proibito di fare ciò che il Signore comanda a tutti i presbiteri. Si canta loro questa lezione: che un monaco, contento del suo chiostro, non presuma di insegnare, né amministrare i sacramenti, né esercitare altra pubblica funzione.

Possono forse negare che sia una manifesta beffa di Dio creare un presbitero affinché si astenga dall’ufficio? Dare il titolo senza la realtà?


4:5:9 - I secolari beneficiati e i mercenari dell’altare

Vengo ora ai secolari. Essi sono in parte “beneficiati”, cioè provvisti per il loro ventre; in parte mercenari che si guadagnano la vita cantando o borbottando, ascoltando confessioni, portando i morti alla sepoltura e svolgendo simili incombenze.

Tra i benefici, alcuni comportano cura d’anime, come i vescovati e le parrocchie; altri sono stipendi per persone delicate che vivono cantando: prebende, canoniche, dignità, cappellanie e simili. E tutto procede così alla rovescia che abbazie e priorati sono conferiti non solo a presbiteri secolari, ma perfino a bambini - e ciò avviene per privilegio, divenuto ormai consuetudine ordinaria.

Quanto ai presbiteri mercenari che si affittano a giornata, che altro fanno se non ciò che vediamo? Si prostituiscono a un traffico vergognoso e vile, soprattutto in tale moltitudine. Non osando mendicare apertamente, o non sperando gran profitto in tal modo, vanno in giro come cani affamati e, con la loro importunità, strappano a forza qualche boccone per riempirsi il ventre.

Se volessi mostrare quale disonore sia per la Chiesa che lo stato presbiterale sia abbassato a tal punto, non finirei più. Dirò soltanto questo: se l’ufficio del presbitero è pascere la Chiesa e amministrare il regno spirituale di Gesù Cristo, come la Parola di Dio comanda e gli antichi Canoni richiedono, allora tutti questi presbiteri che non hanno altra opera o salario se non trafficare Messe e cerimonie non solo si sottraggono al dovere, ma non possiedono alcun ufficio legittimo. Non hanno luogo per insegnare, né gregge da governare. Rimane loro soltanto l’altare per offrire Cristo in sacrificio - il che non è sacrificare a Dio, ma al diavolo, come vedremo in seguito.


4:5:10 - Canonici e dignità oziose: un titolo senza ministero

Non tocco qui i vizi personali, ma il male radicato nella loro stessa istituzione, inseparabile da essa. E aggiungerò una parola che suonerà male alle loro orecchie, ma che è vera: lo stesso si deve dire di tutti i canonici, decani, cappellani, prevosti, cantori e di tutti coloro che vivono di benefici oziosi.

Quale ministero rendono alla Chiesa? Si sono liberati dalla predicazione della Parola, dalla cura della disciplina e dall’amministrazione dei sacramenti, come da cose troppo gravose. Che resta loro dunque per vantarsi di essere veri presbiteri? Il canto e la pompa delle cerimonie. Ma tutto ciò è fuori luogo.

Se invocano la consuetudine o la prescrizione del tempo, io ricorro alla sentenza di Cristo, che ha espresso quali siano i veri presbiteri e quali condizioni debbano avere coloro che vogliono essere reputati tali. Se non vogliono sottomettersi alla regola di Cristo, almeno consentano che la causa sia giudicata dall’autorità della Chiesa primitiva. Ma anche così la loro condizione non migliorerà: secondo gli antichi Canoni, i canonici dovevano essere i presbiteri della città, governando la Chiesa insieme al vescovo, come suoi collaboratori nel ministero pastorale.

Le dignità capitolari, le cappellanie e simili cariche non appartengono in nulla al governo della Chiesa. In quale stima, dunque, le terremo? Sia la parola di Cristo sia la pratica della Chiesa antica li escludono dall’ordine presbiterale. Tuttavia essi insistono di essere presbiteri. Occorre dunque togliere loro questa maschera: e allora si vedrà che la loro professione è del tutto diversa e straniera all’ufficio presbiterale quale definito dagli apostoli e richiesto nella Chiesa antica.

Tutti questi ordini o stati, qualunque titolo si attribuiscano per magnificarsi, essendo stati recentemente inventati - e non fondati nell’istituzione del Signore né nell’uso della Chiesa primitiva - non devono avere alcun posto nella descrizione del governo spirituale ordinato dalla bocca di Dio e ricevuto dalla Chiesa. Per dirlo più chiaramente: poiché cappellani, canonici, decani, prevosti, cantori e simili ventri oziosi non toccano con un dito ciò che è necessario all’ufficio presbiterale, non si deve permettere che, usurpando falsamente l’onore, violino la santa istituzione di Gesù Cristo.


4:5:11 - Vescovi e curati non residenti: il pastore assente

Restano ora i vescovi e i curati. Ci farebbero gran piacere se si sforzassero di mantenersi nel loro stato: concederemmo volentieri che possiedano un ufficio santo e onorevole, purché lo esercitassero.

Ma quando abbandonano le chiese loro affidate, scaricando il peso su altri, e nondimeno vogliono essere considerati pastori, pretendono farci credere che l’ufficio pastorale consista nel non fare nulla. Se un usuraio che non fosse mai uscito dalla città si dicesse agricoltore o vignaiolo; se un soldato che non avesse mai visto un libro si vantasse di essere dottore o avvocato, chi sopporterebbe tale farsa? Eppure costoro fanno cosa ancora più grossolana: vogliono essere chiamati e reputati pastori legittimi senza esserlo.

Quanti tra loro fanno almeno sembiante di compiere il proprio incarico? Molti divorano per tutta la vita le rendite delle chiese che non visitano mai. Altri vi si recano una volta l’anno, o vi mandano un procuratore per trarne profitto. Quando tale abuso cominciò, chi voleva godere di simile vocazione si faceva esentare per privilegio; ora è raro che un curato risieda nella propria parrocchia. Le considerano poderi da affittare, e vi pongono vicari come fattori.

Ma è contro la natura stessa chiamare pastore di un gregge chi non ha mai visto una sola pecora.


4:5:12 - La negligenza nella predicazione: da Gregorio a Bernardo

Sembra che già al tempo di Gregorio Magno questa cattiva semenza cominciasse a germogliare, quando i pastori diventavano negligenti nel predicare e nell’insegnare al popolo. Egli si lamenta aspramente: il mondo - dice - è pieno di presbiteri, ma pochi sono gli operai nella messe; riceviamo l’ufficio, ma non ne compiamo l’opera. Ancora: poiché i presbiteri non hanno carità, vogliono essere visti come signori e non si riconoscono padri; trasformano il luogo dell’umiltà in orgoglio e dominio. E altrove: che facciamo noi pastori, che riceviamo il salario e non siamo operai? Ci dedichiamo a occupazioni che non ci appartengono; professiamo una cosa e ne pratichiamo un’altra. Lasciamo la predicazione, e siamo chiamati vescovi a nostra rovina, perché possediamo il titolo dell’onore, ma non la virtù.

Se egli fu così severo con coloro che trascuravano in parte il loro dovere, che direbbe oggi, vedendo che quasi nessun vescovo sale mai sul pulpito in tutta la sua vita, e che tra i curati a stento uno su cento predica? Si è giunti a tale follia che sembra cosa indegna della dignità episcopale il predicare.

Al tempo di Bernardo la situazione era già molto decaduta; e tuttavia, leggendo le sue amare riprensioni contro il clero, si comprende che allora vi era ancora più onestà e autorità di quanta se ne trovi oggi.


4:5:13 - Un governo ecclesiastico degenerato in brigantaggio

Se si esamina attentamente la forma del governo ecclesiastico oggi vigente in tutta la Papato, si troverà che non esiste brigantaggio più disordinato al mondo. L’insieme è così distante dall’istituzione di Cristo - anzi, ad essa opposto - così estraneo alla forma antica, così contrario a natura e ragione, che non si potrebbe arrecare ingiuria più grande a Gesù Cristo che pretendere di coprire con il suo nome un regime tanto confuso e sregolato.

Essi dicono: “Siamo le colonne della Chiesa, i prelati della cristianità, vicari di Cristo, capi dei fedeli, perché deteniamo per successione la potestà e l’autorità degli apostoli”. Si gloriano di tali vanterie come se parlassero a tronchi di legno. Ma ogni volta che ricorreranno a questi titoli, io chiederò loro: che cosa avete in comune con gli apostoli? Qui non si tratta di una dignità ereditaria che giunga a qualcuno nel sonno, ma dell’ufficio della predicazione, che essi tanto accuratamente evitano.

E quando affermiamo che il loro regno è la tirannia dell’Anticristo, replicano subito che si tratta della santa e venerabile Gerarchia tanto lodata dai Padri. Ma forse i santi Padri, lodando la gerarchia ecclesiastica quale era stata trasmessa dagli apostoli, pensavano a questo abisso di confusione, dove i vescovi sono per lo più asini ignari dei primi rudimenti della fede - che dovrebbero essere familiari anche al popolo - o talvolta bambini appena usciti dall’infanzia; oppure, se qualcuno è dotto (cosa rara), considera il vescovato solo come titolo di pompa e magnificenza? Là dove i pastori non si curano più di pascere il gregge di quanto un calzolaio si preoccupi di arare i campi; dove tutto è talmente dissipato che a stento si scorge una traccia dell’ordine antico.


4:5:14 - La corruzione dei costumi del clero

Se ora si esaminano i costumi, dov’è quella luce del mondo che Cristo richiede? Dov’è il sale della terra (Matteo 5:13-14)? Dov’è quella santità che dovrebbe essere regola perpetua di vita?

Non vi è oggi stato più sregolato in superfluità, vanità, piaceri e dissoluzioni di ogni specie che il clero. Non vi è stato più abile e più esperto in frode, inganno, tradimento e slealtà; più sottile o più audace nel male. Lascio da parte l’orgoglio, l’alterigia, l’avarizia, le rapine, la crudeltà. Non parlo nemmeno della licenza dissoluta della loro vita, che il mondo ha sopportato a lungo, ma della quale ormai è stanco.

Dirò solo ciò che essi stessi non potranno negare: che tra i vescovi a stento se ne trova uno solo, e tra i curati a malapena uno su cento, che non sarebbe degno di scomunica o almeno di deposizione, se si giudicasse la loro condotta secondo gli antichi Canoni. Poiché la disciplina antica è ormai da tempo fuori uso e quasi sepolta, ciò che dico può sembrare incredibile; ma è così.

E tuttavia tutti i sostenitori della sede romana si gloriano dell’ordine sacerdotale che possiedono. È evidente che, quale esso è oggi, non l’hanno ricevuto né da Cristo, né dagli apostoli, né dai santi Padri, né dalla Chiesa antica.


4:5:15 - I diaconi e la parodia della carità

Vengano ora i diaconi e la “santa” distribuzione dei beni ecclesiastici che essi osservano. In realtà non li istituiscono per questo: non impongono loro altro che servire all’altare, cantare il Vangelo e compiere altre simili formalità. Delle elemosine, della cura dei poveri e dell’amministrazione che un tempo apparteneva al loro ufficio, non vi è più notizia.

Parlo della loro istituzione stessa, che pretendono essere la loro regola: di fatto, tra loro l’ordine del diaconato non è un ufficio, ma soltanto un grado verso il presbiterato.

Vi è tuttavia una cosa in cui coloro che fanno la parte di diacono nella Messa rappresentano un frivolo spettacolo dell’antichità: ricevono le offerte fatte prima della consacrazione. Anticamente, i fedeli, prima di comunicare alla Cena, si scambiavano il bacio e poi offrivano le loro elemosine all’altare, dando testimonianza della loro carità prima con il segno, poi con l’atto. Il diacono, amministratore dei poveri, riceveva le offerte per distribuirle.

Ora, di tutte queste elemosine non giunge un solo soldo ai poveri, come se fossero gettate nel mare. Si fa beffe della Chiesa con questa vuota apparenza. Non vi è nulla che corrisponda all’istituzione apostolica né all’uso antico.

Quanto all’amministrazione dei beni, l’hanno completamente trasferita ad altro uso, in modo così disordinato che non si potrebbe immaginare nulla di più caotico. Come briganti che, dopo aver sgozzato i viandanti, si dividono il bottino, così costoro, dopo aver soffocato la luce della Parola di Dio - come se avessero tagliato la gola alla Chiesa - hanno ritenuto che tutto ciò che era dedicato a usi santi fosse esposto alla loro rapina.


4:5:16 - La spoliazione dei beni ecclesiastici

Nella spartizione ciascuno ha arraffato ciò che ha potuto; così l’antica forma non è stata solo mutata, ma completamente sovvertita. La parte principale è toccata ai vescovi e ai presbiteri delle città, che, arricchiti da questo bottino, si sono trasformati in canonici. Le divisioni sono state fatte in tale confusione che non vi è capitolo che non sia in lite con il proprio vescovo.

In ogni caso, una cosa è certa: che ai poveri non ritorna un solo denaro, mentre un tempo essi avevano almeno la metà dei beni. I Canoni assegnavano loro espressamente una quarta parte, e un’altra quarta parte al vescovo, affinché potesse soccorrere stranieri e altri indigenti. Le altre porzioni avevano destinazioni precise: il sostentamento del clero e la riparazione dei templi, che in caso di necessità doveva anch’essa servire ai poveri.

Mi domando: se costoro avessero una sola scintilla di timore di Dio nel cuore, potrebbero vivere un’ora in pace, sapendo che tutto ciò che mangiano, bevono e indossano proviene non solo da furto, ma da sacrilegio?

Poiché non sembrano molto turbati dal giudizio di Dio, desidererei almeno che riflettessero su questo: coloro ai quali vogliono persuadere che la loro Gerarchia è così mirabilmente ordinata sono persone dotate di senso e ragione. Rispondano dunque brevemente: l’ordine dei diaconi è forse una licenza di rubare e depredare? Se lo negano, dovranno confessare che tale ordine non esiste più tra loro, poiché l’amministrazione dei beni ecclesiastici è apertamente trasformata in rapina empia e sacrilega.


4:5:17 - La falsa giustificazione della magnificenza clericale

Essi ricorrono qui a una bella apparenza: sostengono che la magnificenza di cui si circondano sia mezzo conveniente per mantenere la dignità della Chiesa. Alcuni tra loro sono così impudenti da affermare che, quando gli ecclesiastici uguagliano i principi in pompa e splendore, si compiono le profezie che promettono tale gloria al regno di Cristo. Non invano, dicono, Dio ha parlato così alla sua Chiesa: «I re verranno e adoreranno davanti a te, ti porteranno doni» (Salmo 72:10-11); «Svegliati, rivestiti della tua forza, Sion; indossa le vesti della tua gloria, Gerusalemme» (Isaia 52:1); «Tutti verranno da Saba portando oro e incenso» (Isaia 60:6-7).

Se mi soffermassi a lungo a confutare tale impudenza, potrei sembrare inetto; perciò mi limiterò a una domanda. Se un giudeo applicasse questi testi nello stesso senso letterale e carnale, che cosa gli risponderebbero? Certamente lo rimprovererebbero per la sua grossolanità, perché trasferisce alla carne e al mondo ciò che è detto spiritualmente del regno spirituale di Cristo. Sappiamo infatti che i profeti hanno rappresentato la gloria celeste della Chiesa sotto figure terrene.

Eppure la Chiesa non fu mai meno provvista di tali benedizioni esteriori che al tempo degli apostoli; e nondimeno confessiamo che allora il regno di Cristo fioriva nella sua pienezza. Che significano dunque queste promesse? Che tutto ciò che è prezioso, eccelso e magnifico deve essere sottomesso a Dio.

Quando si dice che i re deporranno gli scettri davanti a Cristo e consacreranno a lui le loro ricchezze, quando ciò si compì più pienamente se non quando l’imperatore Teodosio, deposta la porpora, si presentò come semplice fedele davanti ad Ambrogio per fare pubblica penitenza? Quando i principi cristiani si adoperarono per conservare la pura dottrina e sostenere i buoni dottori?

Quanto al fatto che i presbiteri non abbondassero in ricchezze, lo mostra la sentenza del Concilio di Aquileia, presieduto da Ambrogio: la povertà è gloriosa e onorevole per i ministri di Cristo. I vescovi avevano allora rendite sufficienti per vivere con pompa, se avessero ritenuto che in ciò consistesse l’ornamento della Chiesa; ma, riconoscendo che nulla è più contrario all’ufficio pastorale che banchetti delicati, abiti sfarzosi e palazzi sontuosi, seguirono l’umiltà e la modestia consacrate da Cristo ai suoi ministri.


4:5:18 - La dissipazione dei beni ecclesiastici e l’offesa ai poveri

Riassumiamo brevemente quanto l’attuale amministrazione - o piuttosto dissipazione - dei beni ecclesiastici sia lontana dal vero ministero dei diaconi, quale è presentato nella Parola di Dio e praticato nella Chiesa antica.

Ciò che oggi si spende per l’ornamento dei templi è male applicato, a meno che non vi sia quella misura che la natura del culto cristiano e dei sacramenti richiede, secondo l’insegnamento e l’esempio degli apostoli e dei Padri. Ma che cosa si vede oggi nei templi che corrisponda a tale moderazione? Tutto ciò che è sobrio e moderato è disprezzato; nulla piace se non ciò che profuma di superfluità e corruzione.

E intanto si tollererebbe che centomila poveri morissero di fame piuttosto che fondere un solo calice o rompere una piccola coppa d’argento per soccorrerli. Senza parlare in modo troppo aspro, basti pensare a questo: se Exuperio, Acacio e Ambrogio risorgessero, approverebbero forse che, in tanta necessità dei poveri, le ricchezze della Chiesa siano destinate ad altro uso? Anzi, sarebbero ancor più scandalizzati nel vederle impiegate in abusi perniciosi, anche se non vi fossero poveri.

Questi beni sono consacrati a Cristo: devono dunque essere dispensati secondo la sua volontà. Non servirà iscrivere nei conti di Cristo ciò che è stato speso oltre il suo comando: egli non lo approverà.

In verità, non è nemmeno il reddito ordinario della Chiesa che basta a sostenere il loro lusso: non vi sono vescovati tanto ricchi, né abbazie tanto opulente, né benefici così numerosi che possano soddisfare la loro brama. Per risparmiare le proprie entrate, inducono il popolo a deviare verso la superstizione ciò che dovrebbe essere dato in elemosina ai poveri, per costruire templi, fabbricare immagini, donare calici e reliquiari, acquistare vesti sacre e ornamenti. Ecco il vortice che inghiotte tutte le offerte quotidiane.


4:5:19 - L’ambizione temporale dei prelati e la fine dell’ordine diaconale

Quanto alle rendite provenienti da eredità e possessioni, che cosa potrei aggiungere a ciò che è già evidente? Si vede con quale coscienza la maggior parte di esse è amministrata da vescovi e abati. Che follia cercarvi un ordine ecclesiastico!

Era forse conveniente che vescovi e abati imitassero i principi in numero di servitori, in splendore di vesti, in fasto di tavola e di casa, mentre la loro vita avrebbe dovuto essere modello di sobrietà, temperanza, modestia e umiltà? Apparteneva forse al loro ufficio estendere il dominio su città, borghi, castelli, contee, ducati e perfino regni, quando il comandamento di Dio proibisce ogni cupidigia e comanda di vivere con semplicità?

Se disprezzano la Parola di Dio, che risponderanno agli antichi decreti conciliari, i quali prescrivono al vescovo una piccola casa presso la chiesa, una mensa sobria e una gestione non fastosa? Che diranno alla sentenza del Concilio di Aquileia, che proclama gloriosa e onorevole la povertà per i vescovi cristiani? E come potranno negare ciò che Girolamo raccomanda a Nepoziano: che poveri e stranieri abbiano accesso familiare alla sua tavola, e con essi Cristo stesso; e che la gloria del vescovo sia provvedere ai poveri, mentre è ignominia per i presbiteri cercare il proprio profitto?

Accogliere queste parole significherebbe condannarsi da sé. Ma non occorre insistere oltre: il mio intento era mostrare come l’ordine dei diaconi sia stato da tempo abolito tra loro, affinché cessino di vantarsi di tale titolo per esaltare la loro Chiesa. Ritengo di aver sufficientemente dimostrato questo punto.


Riassunto del capitolo 4:5