Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 6
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 6
Del primato della sede romana
4:6:1 - La pretesa primazia romana come fondamento dell’unità ecclesiastica
Abbiamo fin qui esposto quali siano stati gli ordini nel governo dell’antica Chiesa; e come, col trascorrere del tempo, essi siano stati corrotti e sempre più pervertiti, sì che nella Chiesa papale non ne resta se non il titolo, mentre la realtà non è che una maschera. Questo ho fatto affinché i lettori, mediante tale confronto, possano giudicare quale sia oggi la Chiesa dei romanisti, i quali ci vogliono far passare per scismatici, perché ci siamo separati da essa.
Non abbiamo però ancora toccato il capo e il culmine di tutto il loro sistema: cioè il primato della sede romana, mediante la quale si sforzano di provare che la Chiesa cattolica si trovi unicamente presso di loro. La ragione per cui non ne ho ancora parlato è che essa non trae la sua origine né dall’istituzione di Gesù Cristo né dall’uso della Chiesa primitiva, come invece gli uffici di cui abbiamo trattato, i quali abbiamo mostrato essere discesi dall’antichità e poi degenerati per corruzione dei tempi, fino a mutare del tutto.
E tuttavia i nostri avversari si sforzano di persuadere il mondo che il principale e quasi unico vincolo dell’unità ecclesiastica sia aderire alla sede romana e perseverare nell’obbedienza ad essa. Questo è il fondamento su cui si appoggiano quando vogliono toglierci la Chiesa per attribuirla a sé: essi sostengono che detengono il capo, dal quale dipende l’unità della Chiesa, e senza il quale essa non potrebbe che dissolversi e frantumarsi. Hanno infatti questa fantasia: che la Chiesa sia un corpo tronco e senza testa, se non è soggetta alla sede romana come al suo capo.
Perciò, quando disputano della loro gerarchia, cominciano sempre da questo principio: che il Papa presiede alla Chiesa universale al posto di Gesù Cristo, quale suo vicario; e che la Chiesa non possa essere ben ordinata se quella sede non abbia primato su tutte le altre. È dunque necessario trattare anche questo punto, per non lasciare nulla di inesaminato circa il governo intero della Chiesa.
4:6:2 - L’analogia impropria con il sommo sacerdozio dell’Antico Testamento
Ecco dunque il nodo della questione: se sia necessario, nella vera gerarchia o governo della Chiesa, che una sede abbia preminenza su tutte le altre in dignità e in potere, così da essere capo di tutto il corpo.
Ora, noi sottoporremmo la Chiesa a una condizione troppo iniqua e gravosa, se la volessimo vincolare a tale necessità senza la Parola di Dio. Se dunque i nostri avversari vogliono ottenere ciò che chiedono, devono anzitutto dimostrare che questo ordine sia stato istituito da Gesù Cristo.
A tale scopo essi adducono il sommo sacerdozio che esisteva sotto la Legge e la suprema giurisdizione del gran sacerdote, che Dio aveva stabilito in Gerusalemme. Ma la soluzione è facile; anzi, ve ne sono diverse, se non si accontentano di una sola.
Anzitutto, estendere a tutto il mondo ciò che è stato utile a una sola nazione non è procedimento ragionevole; anzi, vi è grande differenza tra il mondo intero e un popolo particolare. Poiché i Giudei erano circondati da idolatri, e per timore che fossero distratti dalla varietà delle religioni, Dio aveva collocato la sede del suo culto nel mezzo del paese e vi aveva stabilito un prelato al quale tutti dovevano essere soggetti, per essere meglio mantenuti nell’unità.
Ora che la religione è diffusa in tutto il mondo, chi non vede quanto sia cosa del tutto assurda assegnare a un solo uomo il governo dell’Oriente e dell’Occidente? Sarebbe come sostenere che il mondo debba essere governato da un solo balivo o siniscalco, perché ciascuna provincia ne ha uno.
Ma vi è ancora un’altra ragione per cui tale argomento non deve essere tratto a conseguenza, come se fossimo obbligati a seguirlo. Nessuno ignora che il sommo sacerdote della Legge fosse figura di Gesù Cristo. Ora, poiché il sacerdozio è stato trasferito, conviene che anche quel diritto sia trasferito (Ebrei 7:12). Ma a chi? Certamente non al Papa, come egli osa impudentemente vantarsi, applicando a sé quel passo; bensì a Gesù Cristo, il quale, esercitando da solo questo ufficio senza vicario né successore, non ne trasmette l’onore ad alcun altro.
Infatti questo sacerdozio, che era figurato nella Legge, non consiste soltanto nella predicazione o nella dottrina, ma comporta la riconciliazione di Dio con gli uomini, che Gesù Cristo ha compiuto con la sua morte; e l’intercessione per cui egli si presenta davanti a Dio per noi, al fine di darci accesso presso di Lui.
4:6:3 - I testi evangelici su Pietro e il significato del “legare e sciogliere”
Non si deve dunque costringerci a questo esempio, che vediamo essere stato temporaneo, come se fosse una legge perpetua.
Nel Nuovo Testamento essi non hanno nulla che possano addurre a loro favore, se non che fu detto a un solo uomo: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli; e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto» (Matteo 16:18 segg.). E ancora: «Pietro, mi ami tu? Pasci le mie pecore» (Giovanni 21:15).
Ma se vogliono che tali prove siano solide, devono anzitutto dimostrare che quando è detto a un uomo di pascere il gregge di Cristo, gli sia conferito potere su tutte le Chiese; e che “legare e sciogliere” non significhi altro che presiedere su tutto il mondo.
Ora, è evidente che come Pietro ricevette questa commissione dal Signore, così egli stesso esorta tutti gli altri presbiteri a compierla, cioè a pascere il gregge di Dio che è loro affidato (1 Pietro 5:1-2). Da ciò è facile inferire che Gesù Cristo, comandando a Pietro di essere pastore delle sue pecore, non gli ha dato nulla di speciale al di sopra degli altri (Giovanni 20:23); oppure che Pietro stesso ha comunicato a tutti gli altri il diritto che aveva ricevuto.
Ma per non fare un lungo processo, abbiamo altrove la spiegazione dalla stessa bocca di Gesù Cristo, per mostrarci che cosa significhi “legare e sciogliere”: cioè ritenere i peccati e rimetterli. Il modo di legare e sciogliere si comprende in tutta la Scrittura; ed è particolarmente espresso dall’apostolo Paolo quando dice che i ministri dell’Evangelo hanno l’incarico di riconciliare gli uomini con Dio e la potestà di esercitare la disciplina verso coloro che rifiutano un tale beneficio (2 Corinzi 5:18; 10:6).
4:6:4 - Le chiavi del regno e l’unità della Chiesa secondo i Padri
Ho già accennato quanto indegnamente essi stravolgano i passi che parlano di legare e sciogliere; e dovrò ancora farne più ampia dichiarazione in seguito. Per ora ci è necessario considerare quale conseguenza traggano dalla risposta di Gesù Cristo a Pietro.
Egli promette di dargli le chiavi del regno dei cieli, e che tutto ciò che legherà sulla terra sarà legato nei cieli (Matteo 16:19). Se possiamo accordarci sul significato della parola “chiavi” e sul modo di “legare”, tutta la nostra controversia sarà risolta. Poiché il Papa abbandonerebbe volentieri questo incarico che il Signore Gesù ha dato ai suoi apostoli - essendo pieno di fatica e di travagli - per non essere privato dei suoi piaceri senza ricavarne alcun guadagno.
Infatti, poiché mediante la dottrina dell’Evangelo i cieli ci sono aperti, l’immagine delle chiavi si addice perfettamente. Ora, nessuno è legato o sciolto davanti a Dio se non in quanto alcuni sono riconciliati per fede e altri rimangono doppiamente stretti nella loro incredulità.
Se il Papa sostenesse un tale diritto, non credo che alcuno gliene porterebbe invidia o gli si opporrebbe; ma poiché questa successione, piena di lavoro e senza alcun guadagno, non gli è affatto gradita, ecco il punto su cui dobbiamo anzitutto contendere contro di lui: che cosa Cristo abbia promesso a Pietro.
Il fatto mostra che egli ha voluto magnificare l’ufficio apostolico, la cui dignità non può essere separata dall’incarico. Se infatti è accolta la definizione che abbiamo dato - la quale non può essere respinta se non con estrema impudenza - non vi è nulla dato a san Pietro in questo passo che non sia comune a tutti i dodici. Altrimenti non solo si farebbe torto alle loro persone, ma si indebolirebbe la maestà stessa della dottrina.
I romanisti gridano con forza contro questo; ma a che giova urtare contro questa roccia? Poiché, come la predicazione del medesimo Evangelo è stata affidata a tutti gli apostoli, così essi sono stati anche muniti di uguale potere di legare e sciogliere.
«Gesù Cristo», dicono essi, «promettendo a san Pietro di dargli le chiavi, lo ha costituito prelato di tutta la Chiesa». Rispondo che ciò che in quel passo ha promesso a lui solo, in seguito lo ha dato in comune a tutti gli altri, come consegnandolo nelle loro mani. Se il medesimo diritto è conferito a tutti (Matteo 18:18; Giovanni 20:23), come era stato promesso a uno solo, in che cosa costui è superiore ai suoi compagni?
«La preminenza», dicono, «sta nel fatto che egli lo riceve separatamente, e poi insieme agli altri, mentre agli altri è dato soltanto in comune». E che sarà se rispondo, con san Cipriano e sant’Agostino, che Gesù Cristo non ha fatto questo per preferirlo agli altri, ma per denotare l’unità della Chiesa?
Le parole di san Cipriano sono queste: «Il Signore, nella persona di un solo uomo, ha dato le chiavi a tutti, per significare l’unità di tutti. Gli altri erano ciò che era Pietro, compagni di uguale onore e di uguale potere; ma Gesù Cristo comincia da uno, per mostrare che la Chiesa è una».
Quanto a sant’Agostino, egli dice: «Se la figura della Chiesa non fosse stata in Pietro, il Signore non gli avrebbe detto: Io ti darò le chiavi. Se ciò è detto a Pietro solo, la Chiesa non ha le chiavi; ma se la Chiesa le ha, essa era figurata nella persona di Pietro». E altrove: «Sebbene tutti fossero interrogati, Pietro solo risponde: Tu sei il Cristo; e a lui è detto: Io ti darò le chiavi, come se il potere di legare e sciogliere fosse dato a lui solo; ma come egli aveva risposto per tutti, così riceve le chiavi insieme a tutti, quale rappresentante dell’unità. Egli è dunque nominato solo per tutti, poiché vi è unità tra tutti».
4:6:5 - «Su questa pietra»: onore di precedenza e non primato di dominio
«Ma vi è ancora di più», dicono essi: che su questa pietra la Chiesa sarà edificata (Matteo 16:18), cosa che non sarebbe mai stata detta di alcun altro.
Come se Gesù Cristo avesse detto di san Pietro qualcosa di diverso da ciò che Pietro stesso e l’apostolo Paolo affermano di tutti i cristiani. Paolo infatti dice che Gesù Cristo è la pietra angolare, che sostiene tutto l’edificio, e sulla quale sono fondati tutti coloro che sono edificati in tempio santo nel Signore (Efesini 2:20). E Pietro stesso esorta a essere pietre viventi, avendo per fondamento Gesù Cristo, pietra preziosa ed eletta, per essere congiunti e uniti a Dio e tra noi per mezzo suo (1 Pietro 2:5).
«Ma Pietro», replicano, «lo è stato sopra gli altri, poiché il nome gli è attribuito in modo particolare». Certamente concederei volentieri a san Pietro questo onore: che sia posto nell’edificio della Chiesa tra i primi; anzi, se vogliono, il primo di tutti i fedeli. Ma non permetterò che da ciò si concluda che egli abbia primato sopra gli altri.
Che modo di argomentare sarebbe questo: Pietro precede gli altri in ardore di zelo, in dottrina, in costanza; dunque ha preminenza su tutti? Non potrei con maggior apparenza dedurre che Andrea precede Pietro, poiché lo precedette nel tempo e lo condusse a Gesù Cristo (Giovanni 1:40, 42)? Ma lascio questo.
Ammetto che Pietro superi gli altri; tuttavia vi è grande differenza tra l’onore di precedere e l’avere potere sugli altri. Vediamo infatti che gli apostoli quasi abitualmente deferivano a Pietro di parlare per primo nell’assemblea, come per guidare gli affari, ammonendo ed esortando i suoi compagni; ma quanto alla potestà, non ne leggiamo nulla.
4:6:6 - La vera “pietra” è Cristo, unico fondamento della Chiesa
Non siamo ancora giunti al cuore della disputa; per ora voglio solo mostrare quanto scioccamente argomentino quando pretendono di stabilire una monarchia di un solo uomo su tutta la Chiesa, fondandosi unicamente sul nome di Pietro.
Le sciocche e inette allegazioni con cui all’inizio vollero ingannare il mondo - cioè che la Chiesa sia fondata su san Pietro perché è detto: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» - non sono neppure degne di essere ricordate. Si schermiscono dicendo che alcuni Padri hanno interpretato così il passo. Ma poiché tutta la Scrittura contraddice questa lettura, a che giova opporre l’autorità degli uomini contro Dio?
Inoltre, perché disputare sul senso di queste parole come se fosse oscuro o dubbio, quando nulla potrebbe essere detto con maggiore chiarezza e certezza? Pietro aveva confessato, per sé e a nome dei suoi fratelli, che Cristo è il Figlio di Dio (Matteo 16:16). Su questa pietra Cristo edifica la sua Chiesa, poiché questo è l’unico fondamento, come dice l’apostolo Paolo (1 Corinzi 3:11), e non è lecito porne un altro.
Non rigetto qui l’autorità dei Padri, come se fossi privo delle loro testimonianze per confermare la mia tesi; ma, come ho detto, non voglio tediare i lettori con un lungo discorso su una cosa tanto chiara, soprattutto perché la materia è stata già trattata ampiamente e con diligenza da altri.
4:6:7 - L’uguaglianza apostolica secondo la testimonianza della Scrittura
In verità, nessuno può sciogliere meglio questa questione della Scrittura stessa, se confrontiamo tutti i passi in cui essa mostra quale ufficio e quale potere abbia avuto Pietro tra gli apostoli: come si sia comportato e quale posto abbia occupato tra loro.
Esaminando attentamente dall’inizio alla fine, non si troverà altro se non che egli fu uno dei dodici, pari agli altri: compagno, non maestro. Prende la parola nell’assemblea per proporre ciò che conviene fare e ammonisce gli altri; ma li ascolta anche, e non solo permette loro di esprimere la propria opinione, bensì di stabilire e decretare ciò che sembra loro opportuno. E quando hanno deliberato qualcosa, egli segue e obbedisce (Atti 15:7 seguenti).
Quando scrive ai pastori, non comanda con autorità da superiore, ma si presenta come loro compagno ed esorta con dolcezza, come si fa tra pari (1 Pietro 5:1). Quando è accusato di aver frequentato i Gentili, benché ingiustamente, risponde e si giustifica (Atti 11:3-4 seguenti). Quando gli viene ordinato di andare con Giovanni in Samaria, non rifiuta (Atti 8:14). Dal fatto che gli apostoli lo mandano, risulta che non lo considerano superiore; e dal fatto che egli obbedisce e accetta l’incarico, confessa di avere comunione con loro, non dominio su di loro.
Anche se mancassero tutte queste prove, l’Epistola ai Galati basterebbe da sola a togliere ogni dubbio. In due capitoli l’apostolo Paolo non fa quasi altro che mostrare di essere pari a Pietro nell’ufficio. Racconta di non essere salito da Pietro per professargli sottomissione, ma per attestare a tutti l’accordo di dottrina tra loro. Anzi, che Pietro non gli richiese nulla del genere, ma gli diede la mano in segno di comunione, per lavorare insieme nella vigna del Signore. Inoltre, che Dio gli aveva fatto tanta grazia tra i Gentili quanta ne aveva fatta a Pietro tra i Giudei. E infine, che quando Pietro non si comportò rettamente, egli lo rimproverò, e Pietro accettò l’ammonizione (Galati 1:18; 2:7-14).
Tutto ciò dimostra chiaramente che vi era uguaglianza tra Pietro e Paolo; oppure che Pietro non aveva più potere sugli altri di quanto essi ne avessero su di lui. Ed è questa l’intenzione espressa di Paolo: mostrare che non deve essere considerato inferiore nel suo apostolato a Pietro o a Giovanni, poiché essi erano suoi compagni, non suoi maestri.
4:6:8 - L’impossibilità di dedurre una monarchia universale da un esempio particolare
Ma anche se concedessi loro riguardo a Pietro ciò che chiedono - cioè che sia stato principe degli apostoli e abbia preceduto gli altri in dignità - tuttavia non si può fare una regola generale da un esempio particolare, né trarre conseguenze universali da ciò che fu fatto una volta sola, tanto più quando la ragione è diversa.
Vi fu un principale tra gli apostoli, perché erano in piccolo numero. Se uno presiedette su dodici, ne segue forse che uno solo debba presiedere su centomila? Che dodici abbiano avuto uno tra loro per guidare il gruppo non è cosa sorprendente. La natura e l’ordine umano richiedono che in ogni compagnia, anche se tutti sono uguali in potere, vi sia uno che faccia da guida, al quale gli altri si conformino.
Non vi è consiglio, parlamento o assemblea che non abbia il suo presidente o governatore; non vi è schiera che non abbia il suo capitano. Così non vi sarebbe inconveniente se confessassimo che gli apostoli abbiano attribuito una tale primazia a Pietro.
Ma ciò che vale tra pochi non può essere subito esteso a tutto il mondo, che nessun uomo da solo potrebbe governare.
«L’ordine naturale», dicono, «insegna che vi debba essere un capo sovrano in ogni corpo». E per confermare ciò adducono l’esempio delle gru e delle api, che eleggono sempre un re o governatore, e non più di uno.
Accetto volentieri questi esempi. Ma domando: tutte le api del mondo si radunano in un solo luogo per eleggere un unico re? Ogni re si accontenta della propria arnia; parimenti ogni stormo di gru ha il suo capo particolare. Che cosa concluderanno dunque, se non che ogni Chiesa debba avere il suo vescovo?
Poi adducono esempi di signorie terrene e citano sentenze di poeti e altri scrittori per lodare tale ordine e la monarchia. A ciò si risponde facilmente: la monarchia non è lodata, neppure dagli scrittori pagani, come se un solo uomo dovesse governare tutto il mondo; ma essi intendono soltanto che nessun principe può sopportare un compagno nel proprio dominio.
4:6:9 - Cristo unico Capo della Chiesa contro ogni vicegerenza universale
Ma anche posto - come essi vogliono - che fosse cosa buona e utile che tutto il mondo fosse ridotto sotto una monarchia (il che tuttavia è del tutto falso), neppure in tal caso concederei che ciò debba valere per il governo della Chiesa.
La Chiesa ha Gesù Cristo per suo unico Capo (Efesini 4:15), sotto la cui signoria noi tutti aderiamo insieme, secondo l’ordine e la forma di governo che egli stesso ha stabilito. Pertanto coloro che vogliono attribuire la preminenza su tutta la Chiesa a un solo uomo, col pretesto che essa non possa fare a meno di un capo, arrecano una grave ingiuria a Gesù Cristo, che ne è il Capo. A lui - come dice l’apostolo Paolo - ogni membro deve essere unito, affinché tutti insieme, secondo la misura e la grazia ricevuta, crescano in lui.
Vediamo come l’apostolo collochi nel corpo tutti i credenti della terra senza eccezione, riservando a Gesù Cristo soltanto l’onore e il nome di Capo. Vediamo come assegni a ciascun membro una certa misura e un ufficio delimitato, affinché tanto la perfezione della grazia quanto la suprema potestà di governo risiedano unicamente in Cristo.
So bene quale sottigliezza essi oppongano quando si solleva questa obiezione: che Gesù Cristo è chiamato l’unico Capo in senso proprio, perché egli solo governa nel suo nome e con la sua autorità; ma ciò non impedirebbe - dicono - che vi sia sotto di lui un capo ministeriale, quale suo vicario in terra.
Ma questa cavillazione non giova loro a nulla, se prima non provano che tale ministero sia stato istituito da Cristo. L’apostolo infatti insegna che l’amministrazione è diffusa in tutte le membra e che la virtù procede dal solo Capo celeste (Efesini 1:22; 4:15; 5:23; Colossesi 1:18; 2:10).
E per dirlo più chiaramente: poiché la Scrittura testimonia che Gesù Cristo è il Capo e attribuisce questo onore a lui solo, non deve essere trasferito ad alcun altro, se Cristo stesso non lo abbia costituito suo vicario. E di ciò non vi è alcuna traccia.
4:6:10 - Il modello paolino di governo ecclesiale esclude una monarchia universale
Non solo non si legge ciò in alcun luogo, ma può essere ampiamente confutato da molti passi.
L’apostolo Paolo ha talvolta dipinto l’immagine della Chiesa al vivo; e in tali descrizioni non fa alcuna menzione di un capo terreno unico. Anzi, dalla sua esposizione si può piuttosto inferire che ciò non si accordi con l’istituzione di Cristo, il quale, salendo al cielo, ha tolto la sua presenza visibile; tuttavia è salito per riempire ogni cosa (Efesini 4:10). Così la Chiesa lo ha ancora presente, e lo avrà sempre.
Quando Paolo vuole mostrare il modo in cui godiamo della presenza di Cristo, ci rimanda ai ministeri di cui egli si serve. «A ciascuno di noi», dice, «è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo». E perciò egli ha costituito gli uni apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori (Efesini 4:7, 11).
Perché non dice che ne ha costituito uno sopra tutti come suo luogotenente? Il tema che tratta lo richiederebbe pienamente, e non avrebbe dovuto ometterlo se fosse stato vero.
«Cristo è in noi», afferma. Come? Mediante il ministero delle persone che ha incaricato del governo della sua Chiesa. Perché non dice piuttosto: mediante il capo ministeriale che ha ordinato al suo posto?
Parla dell’unità, ma la fonda in Dio e nella fede di Gesù Cristo. Agli uomini non lascia altro che il ministero comune, e a ciascuno la propria misura. Raccomandando l’unità, dopo aver detto che siamo un solo corpo e un solo Spirito, con una sola speranza della nostra vocazione (Efesini 4:4), un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, perché non aggiunge anche che abbiamo un sommo prelato per conservare la Chiesa nell’unità? Se tale fosse stata la verità, nulla avrebbe potuto dire di più pertinente.
Si consideri attentamente questo passo: non vi è dubbio che Paolo abbia voluto rappresentarvi il regime spirituale della Chiesa, che poi i successori hanno chiamato “gerarchia”. Eppure non introduce alcuna monarchia o principato di un solo uomo tra i ministri; anzi, lascia intendere che non vi sia.
Non solo non menziona un capo ministeriale, ma attribuisce a ciascun membro la propria operazione particolare, secondo la misura della grazia ricevuta.
Il paragone che essi fanno tra gerarchia celeste e terrena è frivolo. Della gerarchia celeste dobbiamo sapere solo ciò che la Scrittura insegna; e per stabilire l’ordine che dobbiamo osservare sulla terra non dobbiamo seguire altro modello se non quello che il Signore stesso ci ha dato.
4:6:11 - L’impossibilità di fondare il primato romano sulla persona e sulla sede di Pietro
Ma anche se concedessi loro questo secondo punto - che tuttavia non otterranno mai da persone di sano giudizio - cioè che il primato della Chiesa sia stata data a san Pietro a condizione che rimanesse sempre e passasse in successione di mano in mano, da dove potrebbero concludere che la sede romana sia stata esaltata al punto che chiunque ne sia vescovo debba presiedere su tutto il mondo?
Con quale diritto e a quale titolo legano questa dignità a un luogo determinato, quando essa fu data a Pietro senza menzione di alcun luogo?
«Pietro», dicono, «visse a Roma e vi morì». E Gesù Cristo? Non esercitò forse l’ufficio di vescovo in Gerusalemme durante la sua vita? E nella sua morte non compì ciò che era richiesto al sommo sacerdozio? Il Principe dei pastori, il sommo Vescovo della Chiesa, non ha potuto conferire tale onore a un luogo: come potrebbe averlo fatto Pietro, che è infinitamente inferiore?
Non sono queste follie più che puerili? Cristo ha dato l’onore del primato a Pietro; Pietro ha avuto la sua sede a Roma; dunque egli avrebbe collocato lì il trono della sua primazia. Con lo stesso ragionamento, l’antico popolo d’Israele avrebbe dovuto stabilire il seggio del primato nel deserto, poiché Mosè, sovrano dottore e principe dei profeti, vi esercitò il suo ufficio e vi morì (Deuteronomio 34:5).
4:6:12 - Antiochia, Roma e l’inconsistenza giuridica della pretesa romana
Vediamo ora il bel ragionamento che essi fanno. Pietro, dicono, ebbe il primato tra gli apostoli; dunque la Chiesa nella quale egli ebbe la sua sede deve avere questo privilegio.
Ma in quale Chiesa fu egli anzitutto vescovo? Rispondono: ad Antiochia. Da ciò concludo che il primato appartiene di diritto alla Chiesa di Antiochia.
Essi ammettono che un tempo essa fu la prima; ma affermano che Pietro, partendo di là, trasferì l’onore del primato a Roma. Vi è infatti un’epistola del papa Marcello, riportata nel Decretum e indirizzata ai presbiteri di Antiochia, in cui si dice: «La sede di Pietro fu dapprima nella vostra città; ma poi, per comando di Dio, è stata trasferita qui». Così la Chiesa di Antiochia, che in principio era la prima, avrebbe ceduto il posto alla sede romana.
Ma domando: per quale rivelazione questo povero papa sapeva che Dio avesse così comandato?
Se la causa dev’essere decisa secondo diritto, devono rispondere se il privilegio dato a Pietro fosse personale, reale o misto. Questa è la distinzione che ogni giurista ammette.
Se dicono che fu personale, il luogo non conta nulla. Se reale, una volta conferito a un luogo, non può essergli tolto per la morte o la partenza della persona. Resta dunque che sia misto. Ma allora non si dovrà considerare semplicemente il luogo, se non in quanto corrisponda alla persona.
Scelgano pure quale delle tre possibilità vogliono: io concluderò e dimostrerò facilmente che Roma non può in alcun modo attribuirsi il primato.
4:6:13 - L’incoerenza della successione: Antiochia, Alessandria e le altre Chiese apostoliche
Ma concediamo ancora questo punto. Supponiamo, dico, che il primato sia stata trasferita da Antiochia a Roma. Perché allora Antiochia non avrebbe almeno conservato il secondo posto? Se Roma è la prima perché Pietro vi fu vescovo fino alla morte, non dovrebbe piuttosto essere seconda la Chiesa dove egli ebbe il primo seggio?
Come è avvenuto dunque che Alessandria abbia preceduto Antiochia? È cosa ragionevole che una Chiesa fondata da un semplice discepolo sia superiore alla sede di san Pietro? Se si deve attribuire onore a ciascuna Chiesa secondo la dignità del suo fondatore, che diremo delle altre?
L’apostolo Paolo nomina tre apostoli reputati colonne: Giacomo, Pietro e Giovanni (Galati 2:9). Se si attribuisce il primo posto alla sede romana per onore di Pietro, Efeso e Gerusalemme - dove Giovanni e Giacomo esercitarono il loro ministero - non meriterebbero forse il terzo e il quarto posto?
Eppure, tra le antiche patriarcati, Gerusalemme fu l’ultima; Efeso non ebbe neppure un piccolo spazio; e similmente le altre Chiese, sia quelle fondate da Paolo sia quelle dove presiedettero altri apostoli, rimasero indietro senza alcuna considerazione. La sede di Marco, che non era che un semplice discepolo, ebbe onore sopra tutte.
O confessino dunque che questo ordine è stato perverso, oppure mi concedano che non è cosa perpetua che a ciascuna Chiesa sia dovuto lo stesso grado d’onore che ebbe il suo fondatore.
4:6:14 - L’incertezza storica sull’episcopato romano di Pietro
In verità, tutto ciò che raccontano circa l’episcopato di Pietro a Roma non è affatto certo, a mio giudizio. Quanto riferisce Eusebio, cioè che egli vi sia stato venticinque anni, può essere facilmente confutato.
Dai primi due capitoli della Lettera ai Galati risulta che Pietro fu a Gerusalemme, dopo la morte di Cristo, per circa vent’anni (Galati 1:18; 2:1); e che di là venne ad Antiochia, dove rimase per un tempo non precisato. Gregorio ne assegna sette anni, Eusebio venticinque.
Ora, dalla morte di Cristo fino alla fine dell’impero di Nerone, che fece uccidere Pietro, passarono trentasette anni. Cristo soffrì sotto l’imperatore Tiberio, nel diciottesimo anno del suo regno. Se si sottraggono i vent’anni in cui Paolo testimonia che Pietro rimase a Gerusalemme, restano al massimo diciassette anni, da dividersi tra i due episcopati. Se fu a lungo vescovo ad Antiochia, non può essere stato a Roma che per poco tempo.
Ma ciò si può dimostrare ancor più chiaramente. Paolo scrisse la Lettera ai Romani mentre era in viaggio verso Gerusalemme, dove fu poi arrestato e condotto a Roma (Romani 15:25). È verosimile che l’epistola sia stata scritta quattro anni prima del suo arrivo a Roma. In essa non fa alcuna menzione di Pietro, il che sarebbe stato inconcepibile se egli fosse stato vescovo del luogo.
Alla fine, salutando un gran numero di fedeli e quasi elencando tutti quelli che conosceva (Romani 16:3 seguenti), non dice una sola parola di Pietro. Non occorre sottigliezza per comprenderne la portata: l’argomento stesso dell’epistola grida che Pietro non sarebbe stato omesso, se fosse stato presente a Roma come vescovo.
4:6:15 - Il silenzio apostolico e la distinzione delle missioni tra Pietro e Paolo
In seguito Paolo fu condotto prigioniero a Roma. Luca racconta che fu accolto dai fratelli (Atti 28:15-16); di Pietro non si dice nulla. Da Roma Paolo scrisse a diverse Chiese e in alcune lettere inserisce saluti a nome dei fedeli che erano con lui; ma non vi è una sola parola che faccia supporre la presenza di Pietro.
È credibile che egli ne abbia taciuto del tutto, se Pietro fosse stato là? Anzi, scrivendo ai Filippesi, dopo aver detto che non aveva nessuno che si prendesse sinceramente cura dell’opera del Signore come Timoteo, si lamenta che ciascuno cerca il proprio interesse (Filippesi 2:20). E nella Seconda a Timoteo afferma che alla sua prima difesa nessuno lo assistette, ma tutti lo abbandonarono (2 Timoteo 4:16). Dove era allora Pietro? Se fosse stato a Roma, Paolo gli avrebbe imputato una grave colpa, poiché parla dei credenti.
Quanto dunque e per quanto tempo Pietro avrebbe governato la Chiesa di Roma? Si dice comunemente che vi rimase fino alla morte. Ma gli antichi scrittori non concordano neppure sul suo successore: alcuni indicano Lino, altri Clemente. Inoltre raccontano molte favole sulla disputa con Simone Mago.
Agostino stesso, parlando di superstizioni, non nasconde che l’usanza romana di non digiunare nel giorno in cui si credeva che Pietro avesse vinto, derivava da un’opinione incerta e da una voce senza fondamento. Le cose di quei tempi sono tanto confuse che non si deve credere facilmente a tutto ciò che è scritto.
Tuttavia, poiché gli scrittori concordano sul fatto che Pietro morì a Roma, non lo nego. Ma che vi sia stato vescovo, e soprattutto a lungo, non lo si può dimostrare; e poco mi importa, poiché Paolo testimonia che l’apostolato di Pietro era specialmente rivolto ai Giudei, mentre il suo era indirizzato a noi. Se vogliamo attenerci all’accordo che fecero, o piuttosto all’ordinamento dello Spirito Santo, dobbiamo riconoscere per noi l’apostolato di Paolo più che quello di Pietro.
Cerchino dunque altrove i romanisti il fondamento della loro primazia, poiché nella Parola di Dio non lo troveranno.
4:6:16 - Le ragioni storiche dell’onore tributato a Roma nell’antichità
Veniamo ora alla Chiesa antica, affinché si veda che non meno stoltamente i nostri avversari si vantano dell’autorità dei Padri di quanto pretendano di avere dalla loro parte la Parola di Dio.
Essi affermano che la Chiesa non può conservarsi nell’unità senza un capo supremo in terra, al quale tutti gli altri membri siano soggetti; e che Cristo abbia dato a Pietro il primato per lui e per i suoi successori, affinché duri in perpetuo. Sostengono inoltre che ciò sia stato in uso fin dall’inizio.
Poiché accumulano molte testimonianze tratte qua e là, piegandole a proprio vantaggio, dichiaro anzitutto di non voler negare che gli antichi dottori abbiano fatto grande onore alla Chiesa romana e ne abbiano parlato con riverenza.
Ritengo che ciò sia avvenuto per tre ragioni.
Primo, l’opinione comune che Pietro ne fosse il fondatore le conferiva grande autorità; perciò le Chiese d’Occidente la chiamavano con onore Sede Apostolica.
Secondo, essendo Roma la capitale dell’Impero, era verosimile che vi fossero persone eminenti in dottrina, prudenza ed esperienza; e giustamente si aveva riguardo alla nobiltà della città e ai doni di Dio che vi si trovavano.
Terzo, mentre le Chiese d’Oriente, di Grecia e d’Africa erano travagliate da molte dissensioni, quella di Roma fu più pacifica e meno soggetta a tumulti. I buoni vescovi e i difensori della sana dottrina, cacciati dalle loro sedi, vi trovavano rifugio come in un porto sicuro. Inoltre i popoli occidentali, meno inclini alla sottigliezza speculativa e alla novità rispetto agli orientali e agli africani, erano più stabili.
Per queste tre cause, la sede romana godette di speciale reputazione presso gli antichi.
4:6:17 - L’unità secondo i Padri: un solo episcopato in Cristo
Ma quando i nostri avversari vogliono servirsi di questo per attribuire alla sede romana primato e potestà sovrana sulle altre Chiese, si ingannano gravemente.
Per renderlo più evidente, mostrerò anzitutto brevemente che cosa gli antichi abbiano inteso per unità, alla quale essi si appellano tanto.
Girolamo, scrivendo a Nepoziano, dopo aver ricordato molti esempi di unità, scende alla gerarchia ecclesiastica: «In ciascuna Chiesa vi è un vescovo, un arciprete, un arcidiacono, e tutto l’ordine della Chiesa consiste in questi governanti».
Notiamo che parla un presbitero romano, e che intende raccomandare l’unità della Chiesa. Perché non menziona che tutte le Chiese sono unite mediante un capo come vincolo comune? Nulla avrebbe servito meglio alla sua causa; e non si può dire che l’abbia omesso per dimenticanza. Se la cosa fosse stata vera, l’avrebbe detta con grande prontezza.
È dunque certo che egli conosceva la vera forma di unità descritta da Cipriano: «Vi è un solo episcopato, del quale ciascun vescovo possiede interamente la sua parte; vi è una sola Chiesa diffusa in lungo e in largo, come molti raggi del sole, ma una sola luce; come molti rami in un albero, ma un solo tronco radicato; come molti ruscelli da una sola fonte, senza che l’unità della sorgente sia divisa. Se si separano i raggi dal sole, l’unità della luce non è divisa; se si taglia un ramo, esso si secca. Così la Chiesa, illuminata dalla luce di Dio, si diffonde per tutto il mondo; tuttavia è una sola luce che si estende ovunque, e l’unità del corpo non è spezzata».
E conclude che tutte le eresie e gli scismi nascono dal non tornare alla fonte della verità, dal non cercare il capo e dal non custodire la dottrina del Maestro celeste.
Si vede come egli attribuisca a Gesù Cristo solo l’episcopato universale che abbraccia tutta la Chiesa, mentre ciascun vescovo, sotto questo Capo principale, ne possiede una parte.
Dove sarà dunque il primato della sede romana, se l’intero episcopato risiede in Cristo solo e ciascun vescovo ne ha una porzione?
Ho citato questo passo per mostrare, sia pure di passaggio, che la massima dei romanisti - secondo cui nella gerarchia della Chiesa sarebbe necessario un capo terreno - fu del tutto sconosciuta agli antichi.
Riassunto del capitolo 4:6.