Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 7

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 4

Capitolo 7 -

Dell’origine e dell’accrescimento del papato, fino a quando si è elevato alla grandezza in cui lo si vede; per cui ogni libertà è stata oppressa e ogni equità confusa


4:7:1 - Il Concilio di Nicea e i limiti della primazia romana

Quanto all’origine prima della preminenza della sede romana, non vi è nulla di più antico che possa offrirle qualche apparenza di fondamento del decreto emanato al Concilio di Nicea, dove il Vescovo di Roma è nominato il primo tra i Patriarchi e gli è affidata la supervisione delle Chiese vicine. Tuttavia quel decreto distribuiva le province in modo tale da assegnare a ciascun Patriarca i propri confini. Esso dunque non lo costituiva capo di tutti, ma soltanto uno dei principali.

Giulio, che allora era Vescovo di Roma, aveva inviato al concilio due vicari che lo rappresentassero: essi furono collocati al quarto posto. Se davvero Giulio fosse stato riconosciuto capo della Chiesa, coloro che lo rappresentavano sarebbero stati relegati al quarto posto? E avrebbe forse presieduto Atanasio a un concilio universale, dove l’ordine gerarchico doveva essere osservato con la massima cura?

Nel Concilio di Efeso, sembra che Celestino, allora Vescovo di Roma, abbia usato un accorgimento indiretto per favorire la dignità della sua sede. Pur avendo inviato dei rappresentanti, chiese a Cirillo, Vescovo di Alessandria - che altrimenti avrebbe presieduto - di rappresentarlo. A che serviva tale vicariato, se non a far figurare in qualche modo il suo nome al primo posto? I suoi ambasciatori sedevano in posizione inferiore; le loro opinioni erano richieste come quelle degli altri; firmavano secondo il proprio ordine; intanto il Patriarca di Alessandria portava un doppio titolo.

Che dire poi del secondo Concilio di Efeso? Sebbene Leone, Vescovo di Roma, avesse inviato dei legati, fu Dioscoro, Patriarca di Alessandria, a presiedere senza opposizione, come di diritto. Si obietterà che non fu un concilio legittimo, poiché Flaviano di Costantinopoli vi fu condannato e l’eresia di Eutiche approvata; ma qui non discuto l’esito, bensì l’ordine. Quando il concilio era regolarmente riunito e ciascun vescovo sedeva secondo il proprio rango, i legati del Papa erano presenti come gli altri in un’assemblea solenne e ordinata. Non rivendicarono il primo posto, ma lo lasciarono ad altri; cosa che non avrebbero fatto se avessero ritenuto che spettasse loro di diritto. I Vescovi di Roma non sono mai stati timidi nel suscitare gravi contese per la propria dignità, né esitanti a turbare e dividere le Chiese per tale motivo. Ma Leone, vedendo quanto sarebbe stato temerario pretendere il primo posto per i suoi legati, si astenne.


4:7:2 - Il Concilio di Calcedonia e il carattere straordinario della presidenza romana

Venne poi il Concilio di Calcedonia, nel quale, per concessione e ordinanza dell’imperatore, i legati della Chiesa romana presiedettero. Tuttavia Leone stesso riconosce che ciò avvenne per un privilegio straordinario. Quando infatti ne fece richiesta all’imperatore Marciano e all’imperatrice, non sostenne che tale diritto gli spettasse per natura; piuttosto addusse come motivo che i Vescovi d’Oriente, i quali avevano presieduto al Concilio di Efeso, si erano comportati in modo indegno e avevano abusato della loro autorità. Poiché era necessario un presidente uomo grave e autorevole, e non sembrava opportuno affidare nuovamente la presidenza a chi aveva già agito con tumulto, Leone chiese che, a motivo dell’incompetenza altrui, l’incarico fosse trasferito a lui.

Ciò che si ottiene per privilegio speciale non appartiene all’ordine comune e perpetuo. Se si allega soltanto la necessità di un nuovo presidente a causa dell’inadeguatezza dei precedenti, è chiaro che non si trattava di una consuetudine stabile, né di un diritto permanente, ma di una misura adottata per un pericolo presente.

Così il Vescovo di Roma occupò il primo posto a Calcedonia, non perché ciò spettasse alla sua Chiesa per diritto proprio, ma perché il concilio mancava di un presidente idoneo, e coloro ai quali l’onore apparteneva si erano esclusi da sé con il loro cattivo operato.

Lo stesso è confermato dal comportamento del successore di Leone, il quale, convocato molto tempo dopo al quinto Concilio di Costantinopoli, non disputò per il primo posto, ma lasciò senza difficoltà che Menas, Patriarca del luogo, presiedesse.

Similmente, al Concilio di Cartagine, dove era presente Agostino, Aurelio, arcivescovo del luogo, presiedette, nonostante i legati romani fossero intervenuti per sostenere l’autorità del loro vescovo.

Inoltre si tenne un concilio universale in Italia al quale il Vescovo di Roma non partecipò affatto: si tratta del Concilio di Aquileia, dove Ambrogio presiedette per il credito di cui godeva presso l’imperatore. Non si fa alcuna menzione del Vescovo di Roma. Così si vede che allora la dignità di Ambrogio fece sì che Milano fosse preferita alla sede romana.


4:7:3 - I titoli di orgoglio e l’antica uguaglianza episcopale

Quanto al titolo di primate e agli altri titoli altisonanti di cui il Papa si gloria senza misura, è facile giudicare quando e come siano sorti.

Cipriano, Vescovo di Cartagine, menziona spesso Cornelio, Vescovo di Roma, ma non lo chiama altrimenti che fratello, collega o vescovo come lui. Scrivendo poi a Stefano, successore di Cornelio, non solo lo considera suo pari e pari agli altri, ma lo rimprovera aspramente, ora chiamandolo arrogante, ora ignorante.

Dopo la morte di Cipriano, è noto ciò che decretò tutta la Chiesa africana: nel Concilio di Cartagine fu stabilito che nessuno fosse chiamato “Principe dei sacerdoti” o “Primo Vescovo”, ma soltanto “Vescovo della prima sede”.

Se qualcuno esamina le storie più antiche, troverà che allora il Vescovo di Roma si accontentava del nome comune di fratello. Finché la Chiesa rimase nel suo stato puro e autentico, quei titoli di orgoglio che in seguito la sede romana usurpò per esaltarsi erano del tutto sconosciuti; non si sapeva nulla di un “Sommo Sacerdote” né di un capo unico sulla terra. E se il Vescovo di Roma avesse osato elevarsi a tanto, vi sarebbero stati uomini pronti a reprimere immediatamente la sua follia e presunzione.

Girolamo, in quanto presbitero romano, non fu avaro nel lodare la dignità della sua Chiesa quando la verità e le circostanze lo permettevano; tuttavia vediamo come la colloca al livello delle altre. “Se si tratta di autorità”, dice, “il mondo è più grande di una città. Perché mi opponi la consuetudine di una sola città? Perché assoggetti l’ordine della Chiesa a pochi uomini? Da dove viene tale presunzione? Ovunque vi sia un vescovo, sia a Roma, sia a Eugubio, sia a Costantinopoli o a Reggio, egli è della stessa dignità e dello stesso sacerdozio. La potenza delle ricchezze o il disprezzo della povertà non rende un vescovo superiore o inferiore.”


4:7:4 - Gregorio Magno e il rifiuto del titolo di “Vescovo universale”

Quanto al titolo di “Vescovo universale”, la prima contesa sorse ai tempi di Gregorio I, a motivo dell’ambizione dell’arcivescovo di Costantinopoli, Giovanni, il quale volle farsi chiamare “Vescovo universale”, cosa che nessuno prima aveva tentato.

Nel contrastare tale pretesa, Gregorio non sostiene che l’altro gli sottragga un titolo che gli spetterebbe; al contrario, afferma apertamente che si tratta di un titolo profano, anzi sacrilego, e preludio alla venuta dell’Anticristo. «Se colui che è detto universale cade», egli dice, «tutta la Chiesa precipita». Altrove scrive: «È cosa gravosa che il nostro fratello e compagno, con disprezzo degli altri, sia chiamato unico Vescovo. Che possiamo dedurre da tale orgoglio, se non che il tempo dell’Anticristo è vicino? Egli segue colui che, disprezzando la compagnia degli angeli, volle elevarsi per essere solo nel grado supremo».

Scrivendo poi a Eulogio di Alessandria e ad Anastasio di Antiochia, Gregorio afferma: «Nessuno dei miei predecessori ha mai voluto usare questa parola profana. Se infatti uno è detto Patriarca universale, il nome di Patriarca è tolto agli altri. Lungi da noi che un cristiano presuma di elevarsi tanto da diminuire anche minimamente l’onore dei suoi fratelli. Consentire a questo nome esecrabile sarebbe distruggere la cristianità. Altro è custodire l’unità della fede, altro è reprimere l’orgoglio dei superbi. Dico con franchezza: chiunque si chiama Vescovo universale, o desidera esser chiamato così, è precursore dell’Anticristo, perché per orgoglio si pone sopra tutti».

E ancora, ad Anastasio: «Ho detto che il Vescovo di Costantinopoli non può avere pace con noi se non corregge l’alterigia di questo termine superstizioso e orgoglioso, inventato dal primo apostata; senza dire l’ingiuria che reca a voi. Se uno è chiamato Vescovo universale, tutta la Chiesa cade, se egli cade».

Tali sono le parole di Gregorio.

Quanto al fatto che egli riferisce che questo onore sarebbe stato offerto a Leone I al Concilio di Calcedonia, ciò non ha alcuna verosimiglianza. Negli atti del concilio non ve n’è traccia; e Leone stesso, quando in diverse lettere respinge il decreto favorevole al Vescovo di Costantinopoli, non avrebbe omesso un argomento così forte se gli fosse stato offerto tale titolo e lo avesse rifiutato. Considerato che era uomo assai ambizioso, difficilmente avrebbe taciuto ciò che avrebbe accresciuto la sua gloria.

Gregorio dunque si ingannò nel pensare che il concilio avesse voluto tanto esaltare la sede romana. È anzi una contraddizione supporre che un concilio universale abbia voluto introdurre un nome che egli stesso definisce malvagio, profano, esecrabile, pieno di orgoglio e di sacrilegio, proveniente dal diavolo e pubblicato dal precursore dell’Anticristo. Tuttavia aggiunge che il suo predecessore lo rifiutò, per non privare gli altri vescovi del loro legittimo onore. In un altro passo afferma: «Nessuno ha voluto essere chiamato così, nessuno si è arrogato questo nome temerario, per non sembrare che spogliasse i fratelli del loro onore elevandosi al grado supremo».


4:7:5 - Le origini dell’ingerenza giurisdizionale romana

Vengo ora alla giurisdizione che il Papa si attribuisce su tutte le Chiese.

È noto quanto anticamente vi siano stati conflitti su questo punto. La sede romana non cessò mai di aspirare a una qualche superiorità sulle altre Chiese. Occorre dunque mostrare in breve per quali vie essa giunse, già in tempi remoti, ad acquistare una certa preminenza. Non parlo qui della tirannia disordinata che il Papa ha usurpato in tempi più recenti; questo sarà trattato altrove. Qui basta indicare come e con quali mezzi si sia gradualmente esaltato fino a pretendere una qualche giurisdizione universale.

Quando le Chiese d’Oriente furono sconvolte dalle controversie ariane sotto l’impero di Costanzo e Costante, figli di Costantino I, Atanasio di Alessandria, principale difensore della fede cattolica, fu scacciato dalla sua Chiesa. Questa calamità lo costrinse a recarsi a Roma, affinché, mediante l’autorità della Chiesa romana, potesse resistere alla furia dei suoi nemici e confortare i fedeli in grave angustia. Fu ricevuto con onore da Giulio, Vescovo di Roma, e ottenne per suo mezzo che i Vescovi d’Occidente prendessero in mano la sua causa.

Così, poiché i fedeli d’Oriente avevano bisogno di aiuto e lo ricevevano da Roma, e vedevano che il loro principale sostegno proveniva da quella Chiesa, le attribuivano spontaneamente tutto l’onore possibile. Tuttavia il tutto si riduceva a questo: che si considerava grande privilegio essere in comunione con essa e grande vergogna esserne esclusi.

In seguito, persone malvagie e di cattiva vita accrebbero ulteriormente la sua dignità. Per coloro che meritavano di essere puniti nelle proprie Chiese, divenne un rifugio abituale correre a Roma come in un asilo. Se un presbitero era condannato dal suo vescovo, o un vescovo dal sinodo della propria provincia, immediatamente si appellava a Roma. E i Vescovi romani erano più desiderosi di accogliere tali appelli di quanto fosse necessario, poiché sembrava loro una forma di preminenza ingerirsi negli affari di Chiese lontane.

Così, quando Eutiche fu condannato da Flaviano di Costantinopoli, si recò da Leone lamentando un’ingiustizia. Leone intervenne prontamente a difesa di una causa empia e dannosa, più per accrescere la propria autorità che per amore della verità, accusando Flaviano come se avesse condannato un innocente senza ascoltarlo. La sua ambizione contribuì a consolidare l’empietà di Eutiche, che sarebbe stata soffocata se egli non vi si fosse intromesso.

Similmente in Africa, non appena un colpevole era convinto davanti al proprio giudice ordinario, correva a Roma e, con calunnie, accusava il suo vescovo di aver agito ingiustamente. La sede romana era sempre pronta a intervenire. Questa cupidigia dei Vescovi romani spinse i Vescovi africani a decretare che nessuno appellasse “d’oltremare”, sotto pena di scomunica.


4:7:6 - I limiti antichi della potestà romana

Consideriamo ora quale giurisdizione avesse allora la sede romana.

La potestà ecclesiastica si esercita in quattro ambiti: ordinazione dei vescovi, convocazione dei concili, giurisdizione - sia inferiore sia superiore - e correzioni o censure.

Quanto all’ordinazione, tutti gli antichi concili prescrivono che ogni vescovo sia ordinato dal proprio metropolita; non si richiede l’intervento del Vescovo di Roma, se non nella sua provincia. Gradualmente si introdusse l’uso che tutti i vescovi d’Italia si recassero a Roma per essere consacrati, eccettuati i metropoliti, che non vollero sottostare a tale soggezione. Quando si doveva ordinare un metropolita, il Vescovo di Roma inviava un presbitero per assistere all’atto, non per presiederlo. Di ciò vi è esempio in una lettera di Gregorio riguardante la consacrazione dell’arcivescovo di Milano dopo la morte di Lorenzo.

È verosimile che in origine, in segno di comunione reciproca, si inviassero ambasciatori per onore e amicizia a testimoniare la consacrazione; ciò che prima era libero divenne poi consuetudine obbligatoria. Tuttavia è cosa certa che il Vescovo di Roma non aveva anticamente la potestà di consacrare vescovi fuori della propria provincia, cioè delle Chiese dipendenti dalla città, come stabilisce il canone di Nicea.

Alla consacrazione era connesso l’invio di lettere sinodali. I Patriarchi, subito dopo la consacrazione, si scrivevano reciprocamente per attestare la loro fede e professare adesione alla dottrina dei santi concili. Con tale confessione approvavano vicendevolmente la loro elezione. Se il Vescovo di Roma avesse ricevuto tale confessione senza inviarne una propria, sarebbe stato riconosciuto superiore; ma poiché era tenuto alla medesima prassi, soggetto alla legge comune, ciò era segno di comunione, non di dominio. Ne sono prova diverse lettere di Gregorio a Ciriaco, ad Anastasio e agli altri Patriarchi.


4:7:7 - Le censure reciproche e l’assenza di supremazia giurisdizionale

Quanto alle correzioni o censure, come i Vescovi di Roma le esercitarono verso altri, così subirono che altri le esercitassero verso di loro.

Ireneo di Lione rimproverò aspramente Vittore, Vescovo di Roma, perché per una questione secondaria aveva suscitato una grave e dannosa contesa nella Chiesa; e Vittore obbedì all’ammonimento senza contestazione.

A lungo tra i santi Vescovi vi fu libertà di ammonire fraternamente i Vescovi romani e di riprenderli quando sbagliavano, così come essi, a loro volta, ammonivano gli altri quando necessario.

Cipriano di Cartagine, esortando Stefano, Vescovo di Roma, a correggere i Vescovi della Gallia, non fonda il suo appello su una superiorità giurisdizionale, ma su un diritto comune e reciproco proprio dell’episcopato. Se Stefano avesse avuto giurisdizione sulla Gallia, Cipriano avrebbe potuto dirgli: “Castigali, poiché ti sono soggetti”. Ma egli parla diversamente: «La società fraterna nella quale siamo uniti richiede che ci ammoniamo a vicenda».

Altrove lo rimprovera con parole veementi per l’eccessiva libertà con cui voleva agire.

Non appare dunque, neppure sotto questo aspetto, che il Vescovo di Roma avesse una giurisdizione su coloro che non appartenevano alla sua provincia.


4:7:8 - La convocazione dei Concili e l’autorità imperiale

Quanto alla convocazione dei Concili, era ufficio di ciascun metropolita far celebrare i sinodi nella propria provincia una o due volte l’anno, secondo quanto stabilito. In ciò il Vescovo di Roma non aveva alcuna competenza.

Il concilio universale, poi, era convocato soltanto dall’imperatore, e i vescovi vi erano chiamati esclusivamente per sua autorità. Se uno dei vescovi avesse osato convocarlo di propria iniziativa, non solo non sarebbe stato obbedito da coloro che si trovavano fuori della sua provincia, ma ne sarebbe subito nato uno scandalo. Era dunque l’imperatore a intimare a tutti di riunirsi.

Socrate lo Storico riferisce che Giulio, Vescovo di Roma, si lamentò del fatto che gli Orientali non lo avevano invitato al Concilio di Antiochia, sostenendo che i canoni vietavano di stabilire alcunché senza averne comunicato con il Vescovo di Roma. Ma chi non vede che ciò va riferito ai decreti concernenti la Chiesa universale? Non è meraviglia se, per l’antichità e la nobiltà della città, nonché per la dignità della Chiesa romana, si volesse che nessun decreto universale in materia di dottrina cristiana fosse promulgato in assenza del Vescovo di Roma, purché egli non rifiutasse di intervenire.

Ma che cosa serve questo per fondare una dominazione su tutta la Chiesa? Non neghiamo che il Vescovo di Roma fosse uno dei principali; ma non ammettiamo affatto ciò che oggi affermano i romanisti, cioè che egli abbia avuto superiorità sopra tutti.


4:7:9 - Le appellazioni e la controversia africana

Resta il quarto punto della potestà ecclesiastica, che consiste nelle appellazioni. È cosa evidente che colui davanti al quale si appella esercita una giurisdizione superiore.

Molti in antico appellarono al Vescovo di Roma; ed egli si adoperò per attrarre a sé la cognizione delle cause. Tuttavia, quando oltrepassava i suoi limiti, veniva respinto.

Non parlerò dell’Oriente e della Grecia; ma leggiamo che i vescovi della Gallia gli resistettero con fermezza quando tentò di usurpare qualcosa su di loro.

In Africa la questione fu dibattuta a lungo. Il Concilio di Milevi, al quale partecipò Agostino d'Ippona, aveva scomunicato tutti coloro che avessero appellato “oltre mare”. Il Vescovo di Roma si adoperò con insistenza per far correggere quel decreto e inviò legati sostenendo che tale privilegio gli era stato concesso dal Concilio di Nicea. Essi produssero alcuni atti che dichiaravano provenire da Nicea, tratti - dicevano - dagli archivi delle loro Chiese.

Gli Africani resistettero, affermando che non si doveva prestare fede al Vescovo di Roma in una causa propria. Si decise allora di inviare a Costantinopoli e ad altre città della Grecia per ottenere copie meno sospette. Non si trovò nulla di ciò che i legati romani avevano preteso. Così il decreto che annullava la giurisdizione sovrana del Vescovo di Roma rimase in vigore.

In tale occasione fu smascherata una vergognosa impudenza: il Vescovo di Roma aveva fraudolentemente spacciato il Concilio di Sardica per quello di Nicea, ed era stato colto in manifesta falsità.

Ma vi fu ancor peggio: alcuni aggiunsero agli atti conciliari una lettera falsificata, nella quale il successore di Aurelio condannava l’arroganza del suo predecessore per essersi troppo audacemente sottratto all’obbedienza della sede apostolica, dichiarando umilmente di sottomettersi e chiedendo misericordia. Ecco i bei monumenti antichi sui quali si fonda la maestà della sede romana: sotto il velo dell’antichità, si fanno giochi tanto puerili che anche i ciechi potrebbero toccarne con mano la stoltezza.

Questa lettera accusa Aurelio di audacia e contumacia diabolica, di ribellione a Gesù Cristo e a san Pietro, e lo dichiara degno di anatema. E che dire allora di Agostino? E dei tanti Padri che parteciparono al Concilio di Milevi?

Non occorre confutare a lungo uno scritto tanto inetto, che dovrebbe far arrossire gli stessi romanisti, se non fossero di una impudenza disperata.

In modo simile, Graziano, nel compilare i Decreti - non so se per malizia o per ignoranza - dopo aver riportato il canone che vieta di appellare oltre mare sotto pena di scomunica, aggiunge un’eccezione: “salvo che alla sede romana”. Ma che si dovrebbe fare con persone tanto prive di senso comune da introdurre un’eccezione proprio nel punto per cui la legge era stata espressamente fatta? Il concilio, vietando di appellare oltre mare, non intendeva altro se non proibire l’appello a Roma.


4:7:10 - Il caso di Ceciliano e l’assenza di giurisdizione suprema

Per porre fine alla questione, basta una sola storia narrata da Agostino, per mostrare quale fosse anticamente la giurisdizione del Vescovo di Roma.

Donato di Case Nere, scismatico, accusò Ceciliano, arcivescovo di Cartagine, e ottenne che fosse condannato senza essere ascoltato, poiché, sapendo che i vescovi avevano cospirato contro di lui, Ceciliano non volle comparire.

La causa giunse all’imperatore Costantino I. Volendo che fosse trattata con giudizio ecclesiastico, egli affidò l’incarico a Milziade, allora Vescovo di Roma, e ad altri vescovi d’Italia, di Gallia e di Spagna, da lui nominati.

Se ciò fosse appartenuto alla giurisdizione ordinaria della sede romana, perché Milziade avrebbe accettato che l’imperatore gli imponesse degli assessori a suo piacimento? E perché l’appello sarebbe giunto davanti a lui per ordine dell’imperatore, anziché per sua propria autorità?

Ceciliano risultò vincitore, e Donato fu respinto nella sua calunnia. Egli allora appellò nuovamente. L’imperatore rinviò l’appello davanti all’arcivescovo di Arles. Ecco dunque l’arcivescovo di Arles seduto a riesaminare la sentenza del Vescovo di Roma, e a giudicare sopra di lui.

Se la sede romana avesse avuto giurisdizione suprema senza appello, come avrebbe potuto Milziade sopportare una tale “ingiuria”, vedendosi preferire il Vescovo di Arles? E quale imperatore fece questo? Proprio Costantino, del quale i romanisti si gloriano tanto, sostenendo che dedicò tutto il suo impegno e l’intero impero ad esaltare la dignità della loro sede.

Si vede dunque quanto fosse ancora lontano il Vescovo di Roma da quella dominazione che pretende essergli stata conferita da Gesù Cristo su tutte le Chiese, e che si vanta falsamente di aver sempre posseduto con il consenso universale.


4:7:11 - Le Decretali e l’ambizione di Leone

So bene quante siano le lettere e i rescritti decretali dei Papi nei quali essi esaltano la loro potenza fino all’estremo. Ma quasi nessuno, per quanto poco dotato di discernimento, ignora che tali lettere sono per lo più tanto sciocche e puerili che è facile giudicare a prima vista da quale officina provengano.

Chi può credere, con sano giudizio, che Anacleto sia autore dell’interpretazione riportata da Graziano, secondo cui “Cefa” significherebbe “capo”? Vi sono molte altre frivolezze raccolte senza criterio, delle quali oggi i romanisti abusano contro di noi in difesa della loro sede, senza vergognarsi di diffondere, in piena luce, fumi che un tempo, nelle tenebre, ingannavano il popolo semplice.

Non mi soffermerò a lungo su tali inezie, che si confutano da sé. Confesso però che vi sono anche lettere autentiche di antichi Papi, nelle quali si sforzano di esaltare la grandezza della loro sede con titoli magnifici. Tale fu Leone I: uomo dotto ed eloquente, ma eccessivamente desideroso di gloria e preminenza.

Resta però da chiedersi se le Chiese abbiano prestato fede a tale autoesaltazione. È evidente che molti, infastiditi dalla sua ambizione, resistettero alla sua cupidigia.

In una lettera egli stabilisce il Vescovo di Tessalonica come suo vicario in Grecia e nei paesi vicini; in un’altra designa il Vescovo di Arles per le Gallie; in un’altra ancora affida un incarico simile a un vescovo di Hispalis per la Spagna. Ma ovunque aggiunge questa clausola: che tale incarico non leda in alcun modo gli antichi privilegi dei metropoliti.

Egli stesso dichiara che tra questi privilegi vi era quello di rivolgersi anzitutto ai metropoliti in caso di controversia. Questo vicariato, dunque, era concesso a condizione che nessun vescovo fosse impedito nella sua giurisdizione ordinaria, nessun arcivescovo fosse privato del governo della sua provincia, e nessun sinodo subisse pregiudizio.

Che cos’era ciò, se non astenersi da ogni giurisdizione propria, limitandosi a intervenire per comporre dissidi, nella misura in cui la comunione della Chiesa comporta che le membra si sostengano reciprocamente?


4:7:12 - L’accrescimento della sede romana ai tempi di Gregorio Magno

Ai tempi di Gregorio I l’antica forma era già molto mutata. L’Impero era gravemente indebolito: le Gallie e le Spagne erano afflitte dalle guerre, l’Illirico devastato, l’Italia travagliata, l’Africa quasi perduta. In tale sconvolgimento dell’ordine civile, i vescovi, desiderando che almeno l’unità della fede rimanesse integra, si strinsero maggiormente alla sede romana. Così non solo la dignità, ma anche la potenza di quella sede crebbe considerevolmente.

Tuttavia era ancora ben lontana dall’essere una superiorità tale che uno dominasse sugli altri a suo arbitrio. Si tributava alla sede romana questa riverenza: che potesse reprimere e correggere i ribelli, quando non si lasciavano ricondurre dagli altri vescovi.

Gregorio protesta continuamente di non voler togliere ad alcuno i propri diritti: «Non voglio per ambizione diminuire nessuno, ma desidero onorare i miei fratelli in tutto e per tutto». La sua espressione più forte sulla primazia è questa: «Non conosco vescovo che non sia soggetto alla sede apostolica, quando si trova in colpa». Ma subito aggiunge: «Quando non vi è colpa, tutti sono uguali per diritto di umiltà».

Egli dunque si attribuisce l’autorità di correggere chi ha errato, rendendosi pari a chi compie il proprio dovere. Inoltre tale potestà egli se la attribuisce, ma solo nella misura in cui gli altri gliela riconoscono; se qualcuno gli si oppone, può farlo, e infatti diversi lo contraddissero.

Occorre notare che qui si trattava del primate di Bisanzio, il quale, condannato dal suo concilio provinciale, aveva disprezzato la sentenza dei vescovi locali, i quali si erano rivolti all’imperatore. L’imperatore aveva quindi affidato la causa a Gregorio. È evidente che egli non agiva per violare la giurisdizione ordinaria, ma per mandato imperiale, e che il suo intervento mirava ad aiutare, non a usurpare.


4:7:13 - Una potestà straordinaria e non dominativa

Questa era dunque la potestà del Vescovo di Roma in quel tempo: resistere ai ribelli e agli ostinati quando si richiedeva un rimedio straordinario, e ciò per sostenere gli altri vescovi, non per ostacolarli.

Gregorio non pretende sugli altri più di quanto conceda loro su di sé: confessa di essere pronto a essere ripreso e corretto da tutti. In un’altra lettera ordina al vescovo di Aquileia di venire a Roma per rendere conto della propria fede su un articolo controverso; ma dichiara di agire per comando dell’imperatore, non per propria autorità. E aggiunge che non giudicherà da solo, ma convocherà il concilio della provincia per decidere.

Nonostante tale moderazione, e benché la potestà della sede romana fosse ancora contenuta entro limiti precisi, Gregorio si lamenta spesso che, sotto il nome di vescovo, è tornato nel mondo, e che è più oppresso da affari terreni di quanto non fosse quando viveva tra i laici. Si dice quasi soffocato dagli impegni secolari, battuto da cause e controversie come da onde, agitato da tempeste dopo una vita tranquilla.

Che cosa avrebbe detto, se avesse visto il tempo presente? Egli esercitava l’ufficio pastorale senza ingerirsi nel governo civile; si confessava suddito dell’imperatore come gli altri; non interveniva negli affari delle altre Chiese se non costretto dalla necessità. E tuttavia si sentiva come in un labirinto, perché non poteva dedicarsi interamente al ministero episcopale.


4:7:14 - La primazia secondo l’ordine politico delle città

L’arcivescovo di Costantinopoli era allora in disputa con quello di Roma circa la primazia. Dopo che la sede dell’Impero fu stabilita a Costantinopoli, sembrava ragionevole che quella Chiesa occupasse il secondo posto.

All’origine, infatti, il primo posto era stato attribuito a Roma perché era la capitale dell’Impero. Graziano cita un rescritto attribuito a un papa Lucino, secondo cui le primazie e gli arcivescovadi furono stabiliti conformando l’ordine ecclesiastico alla struttura civile: cioè distribuendo i seggi secondo l’importanza politica delle città.

Un altro rescritto, sotto il nome di Clemente, afferma che i patriarchi furono istituiti nelle città che prima della cristianità avevano avuto i principali sacerdoti. Benché vi siano errori in tali attribuzioni, è tuttavia vero che all’inizio, per non rendere il cambiamento troppo brusco, le sedi episcopali e primaziali furono distribuite secondo l’ordine civile già esistente. I primati e i metropoliti furono collocati nelle sedi dei governatorati.

Il primo Concilio di Torino stabilì che le città che precedevano le altre per grado civile avessero anche il primo posto tra le sedi episcopali; e se la superiorità civile fosse stata trasferita, anche il diritto arcivescovile avrebbe dovuto essere trasferito.

Ma Innocenzo I, vedendo declinare la dignità di Roma dopo il trasferimento della capitale a Costantinopoli, promulgò una norma contraria, affermando che la preminenza ecclesiastica non doveva mutare con l’ordine civile. Tuttavia, secondo ragione, l’autorità di un concilio dovrebbe prevalere sull’opinione di un singolo, e tanto più quando costui è parte in causa.

Il suo stesso decreto dimostra che in origine si seguiva l’ordine politico per stabilire la preminenza ecclesiastica.


4:7:15 - Il secondo posto di Costantinopoli e l’opposizione di Leone

Seguendo tale principio, il Primo Concilio di Costantinopoli decretò che il Vescovo di Costantinopoli fosse secondo in onore e grado, perché quella città era la “nuova Roma”.

Molto tempo dopo, quando il Concilio di Calcedonia confermò un decreto simile, Leone I vi si oppose con forza. Non solo disprezzò quanto seicento vescovi avevano stabilito, ma li accusò aspramente per aver attribuito a Costantinopoli un onore sottratto ad altre Chiese.

Quale motivo poteva indurlo a turbare la pace per una questione così lieve, se non l’ambizione? Egli sosteneva che quanto era stato deciso a Nicea doveva restare inviolabile. Come se la cristianità rischiasse di perire per il semplice mutamento dell’ordine d’onore tra le Chiese! È evidente che tale disposizione era suscettibile di mutamento secondo le esigenze dei tempi.

Nessuno dei vescovi orientali, ai quali la questione toccava direttamente, si oppose; anzi, acconsentirono. Solo il Vescovo di Roma resistette. È facile comprendere la ragione: temeva che, con il declino della vecchia Roma, Costantinopoli aspirasse un giorno al primo posto. Tuttavia, nonostante le sue proteste, il decreto conciliare rimase in vigore, e i suoi successori cessarono tale ostinazione.


4:7:16 - Il rifiuto gregoriano del titolo universale

Poco dopo, ai tempi di Gregorio, il Vescovo di Costantinopoli, Giovanni, si spinse a chiamarsi Patriarca universale. Gregorio, per giusta causa, si oppose.

Non sostenne che tale titolo spettasse a sé, ma lo dichiarò esecrabile per chiunque lo usurpasse, come contrario all’onore di Dio. Scrivendo a Eulogio di Alessandria, che gli aveva attribuito quel titolo, protestò: «Vi prego di non chiamarmi Papa universale. Tutto ciò che si attribuisce a uno oltre misura, è sottratto agli altri. Il mio onore è che la Chiesa universale e i miei fratelli rimangano saldi».

La sua causa era giusta; ma Giovanni era sostenuto dall’imperatore Maurizio, e non si lasciò dissuadere. Anche il suo successore Ciriaco persistette nella medesima ambizione.


4:7:17 - Il decreto di Foca e l’asservimento delle Chiese gallicane

Infine Foca, succeduto a Maurizio, concesse a Bonifacio III ciò che Gregorio non aveva mai richiesto: che Roma fosse capo di tutte le Chiese. Così la controversia fu decisa.

Tuttavia tale favore imperiale non avrebbe giovato molto, se non fossero intervenute altre circostanze. Poco dopo, la Grecia e l’Asia si separarono dalla comunione romana. La Gallia, pur tributando rispetto, non fu mai pienamente sottomessa finché Pipino il Breve non si impadronì del regno. Poiché Zaccaria lo aiutò a deporre il suo legittimo sovrano, ne ebbe in ricompensa la sottomissione delle Chiese gallicane alla giurisdizione romana.

Come briganti che si dividono il bottino, così costoro si spartirono il frutto dell’impresa: a Pipino la signoria temporale, a Zaccaria la preminenza spirituale.

Poiché tale nuovo assetto non fu subito pacificamente accettato, fu confermato da Carlo Magno, anch’egli legato alla sede romana per l’ascesa all’Impero.

È verosimile che le Chiese fossero già molto deformate; ma è certo che allora l’antica forma fu del tutto cancellata in Francia e in Germania. Negli archivi del Parlamento di Parigi si trovavano cronache che rinviavano ai patti tra Pipino o Carlo Magno e il Vescovo di Roma, dalle quali si può chiaramente vedere che in quel tempo l’antico stato della Chiesa fu mutato.


4:7:18 - La crescita della tirannide romana e la testimonianza di Bernardo

Da quel tempo in poi, mentre ogni cosa andava di male in peggio, la tirannide della sede romana crebbe progressivamente. Ciò avvenne in parte per la stoltezza dei vescovi, in parte per la loro negligenza. Mentre il Vescovo di Roma si elevava giorno dopo giorno, usurpando tutto a sé, gli altri non mostrarono lo zelo necessario per frenare la sua cupidigia; e quand’anche ne avessero avuto l’intenzione, mancavano di prudenza e capacità per riuscirvi.

Si consideri quale fosse lo stato di Roma ai tempi di Bernardo di Chiaravalle. Egli lamenta che da tutto il mondo ambiziosi, avari, simoniaci, dissoluti e ogni sorta di malvagi accorressero a Roma per ottenere onori ecclesiastici per autorità apostolica o per mantenere i propri benefici. Denuncia che vi regnavano frode, circonvenzione e violenza; che il modo di giudicare era esecrabile, indegno non solo della Chiesa ma perfino di una giustizia laica.

Egli grida che la Chiesa è piena di ambiziosi, e che nessuno teme di commettere ogni malvagità, come briganti in una caverna che si spartiscono il bottino. «Pochi guardano alla bocca del legislatore», dice, «ma tutti guardano alle sue mani», cioè ai favori che dispensa. Rivolgendosi al Papa, denuncia che i suoi adulatori sono pagati con le spoglie delle Chiese; che la vita dei poveri è seminata nei campi dei ricchi; che l’oro splende nel fango; che prevale non il più giusto ma il più potente o il più rapido.

Arriva a dire che la corte romana è più un ricettacolo di demoni che un ovile di pecore. Denuncia gli abusi nelle appellazioni e conclude che le Chiese si lamentano di essere smembrate: gli abati sottratti ai vescovi, i vescovi agli arcivescovi. «Voi mostrate di avere pienezza di potere, ma non di giustizia. Potete farlo, ma dovreste farlo? Siete costituito per conservare a ciascuno il suo onore, non per invidiarlo».

Se tale era lo stato sotto Bernardo, quanto grave doveva apparire la decadenza ai fedeli sinceri!


4:7:19 - La Papato presente e l’estensione illimitata del potere

Ma anche concedendo al Papa quella preminenza che la sede romana ebbe ai tempi di Leone I e di Gregorio I, che cosa ne segue per la Papato odierno?

Qui non si parla ancora della signoria temporale, ma del regime spirituale di cui essi si gloriano. I romanisti affermano che il Papa è capo supremo della Chiesa in terra e Vescovo universale del mondo; che ha potestà di comandare e che tutti sono soggetti a lui; che le sue ordinanze valgono come confermate dal cielo; che i concili provinciali senza di lui non hanno vigore; che può ordinare ministri per tutte le Chiese e richiamare a sé coloro che sono stati ordinati altrove.

La somma di tali pretese è questa: che il Vescovo di Roma possiede cognizione sovrana su tutte le cause ecclesiastiche - nella dottrina, nella legislazione, nella disciplina e nella giurisdizione. Ma ciò che supera ogni misura è la pretesa che nessuno possa giudicarlo: «Nessuno può ritrattare il giudizio della nostra sede», dicono, «poiché siamo primati». «Chi giudica tutti non è giudicato da nessuno: né dall’imperatore, né dai re, né dal clero, né dal popolo».

Un uomo che si costituisce giudice di tutti e non vuole essere soggetto a nessuno supera ogni limite. E se egli esercita tirannide? Se distrugge il regno di Cristo? Se sconvolge la Chiesa? Nessun rimedio è ammesso: anche se fosse il più malvagio, egli nega di dover rendere conto. «Dio ha voluto che le cause degli altri siano giudicate dagli uomini; ma ha riservato al suo giudizio soltanto il prelato della nostra sede». «Le opere dei nostri sudditi sono giudicate da noi; le nostre solo da Dio».


4:7:20 - Le falsificazioni e le Decretali

Per dare maggior autorità a tali sentenze, le si attribuì falsamente a papi antichi, come se tali cose fossero state stabilite fin dall’inizio. È però certo che tutto ciò che si attribuisce al Papa oltre quanto gli antichi concili gli riconobbero è novità recente.

Si giunse perfino a pubblicare un rescritto sotto il nome di Anastasio, Patriarca di Costantinopoli, in cui egli avrebbe riconosciuto che nulla, nemmeno nelle regioni più remote, dovesse essere fatto senza riferirlo prima alla sede romana. È notorio che ciò è falso; e chi crederebbe che un rivale della sede romana abbia mai scritto tali parole?

Le Epistole Decretali, le raccolte di Gregorio IX, le Clementine e le Extravaganti di Martino V manifestano apertamente un’arroganza disumana e una tirannide barbara. Da tali oracoli i romanisti traggono i loro articoli di fede: che il Papa non può errare; che è superiore a tutti i concili; che è Vescovo universale e capo supremo della Chiesa in terra.


4:7:21 - La condanna antica del titolo universale

Non è necessario moltiplicare le confutazioni. Si potrebbe opporre la sentenza di Cipriano di Cartagine nel Concilio di Cartagine: «Nessuno di noi si dice vescovo dei vescovi, né costringe con timore tirannico i suoi colleghi ad obbedirgli». Si potrebbero citare i decreti africani che proibivano di chiamarsi “principe dei vescovi”.

Basti una sola domanda: come possono approvare il titolo di “Vescovo universale”, che Gregorio tante volte ha anatematizzato? Se la sua testimonianza vale qualcosa, allora, facendo del Papa un Vescovo universale, lo dichiarano precursore dell’Anticristo.

Gregorio stesso scrive che Pietro fu membro principale del corpo; che Giovanni, Giacomo e Andrea furono capi di popoli particolari; ma tutti membri sotto un solo Capo, Cristo. «Nessuno ha mai voluto essere detto universale».

Quanto al potere di comandare, Gregorio risponde a Eulogio che gli scriveva «secondo quanto avete comandato»: «Vi prego, toglietemi questa parola di comando. So chi sono e chi siete: per grado vi reputo fratelli, per santità padri. Non ho comandato, ma solo consigliato».

L’estensione illimitata della giurisdizione papale è un’ingiuria alle altre Chiese, smembrate per edificare la sede romana. L’esenzione da ogni giudizio, con la pretesa che la volontà del Papa sia legge, è contraria non solo al governo ecclesiastico ma alla stessa umanità.


4:7:22 - Il confronto con Gregorio e Bernardo

Chiedo dunque ai difensori della sede romana: non hanno vergogna di sostenere lo stato presente della Papato, cento volte più corrotto di quanto fosse ai tempi di Gregorio e di Bernardo?

Gregorio si lamentava di essere sommerso da occupazioni terrene; e tuttavia predicava, amministrava, scriveva, governava. Se quello era per lui un mare tempestoso, che cos’è la Papato attuale? Oggi il Papa non predica; non esercita disciplina; non compie ufficio spirituale. È tutto mondo; e tuttavia si loda questo labirinto come perfetta organizzazione.

Bernardo gemeva per i vizi del suo tempo. Che direbbe ora, vedendo l’iniquità traboccare come un diluvio?

Coloro che invocano Leone e Gregorio per giustificare la Papato presente fanno come chi lodasse l’antica repubblica romana per difendere una tirannide imperiale.


4:7:23 - La questione decisiva: esiste a Roma una vera Chiesa?

Infine, anche concedendo tutto ciò che abbiamo discusso, resta una questione decisiva: vi è a Roma una Chiesa capace di ricevere ciò che Cristo avrebbe dato a Pietro? Vi è un vescovo capace di esercitare legittimamente tale privilegio?

Roma non può essere madre delle Chiese se non è essa stessa Chiesa; nessuno può essere principe dei vescovi se non è vescovo. Se vogliono il seggio apostolico, mostrino un vero apostolato; se vogliono il prelato supremo, mostrino un vero vescovo.

La Chiesa ha segni per essere riconosciuta; l’episcopato è un ufficio. Dove è il ministero istituito da Cristo? Il primo compito del vescovo è predicare la Parola di Dio; il secondo amministrare i sacramenti; il terzo esercitare disciplina e correzione.

Che cosa fa il Papa di tutto questo? Tocca egli anche solo con un dito la minima parte di tale ufficio? Se non vi è ministero della Parola, né amministrazione fedele dei sacramenti, né disciplina evangelica, con quale volto si pretende il titolo di vescovo?


4:7:24 - Se il Papa non è vescovo, non può essere capo dei vescovi

Un vescovo non è come un re. Un re, anche se non compie il suo dovere, conserva tuttavia il titolo regale; ma nel caso del vescovo si considera la commissione ricevuta da Cristo, la quale deve rimanere sempre in vigore.

Perciò pongo ai difensori della sede romana questa questione: il loro Papa non può essere sovrano tra i vescovi, se egli stesso non è vescovo. Devono dunque dimostrare prima che egli sia realmente tale. Ma che cosa possiede di proprio all’ufficio episcopale? Non solo nulla, ma anzi tutto il contrario.

Da dove cominciare? Dalla dottrina o dai costumi? Il mondo è pieno di false dottrine, superstizioni, errori e idolatrie, e nessuno di questi mali non sia uscito dalla sede romana o almeno non abbia ricevuto da essa conferma. Perché i Papi combattono con tanta furia contro l’Evangelo che ora risplende nuovamente, se non perché vedono che il loro regno crollerebbe se l’Evangelo fosse restaurato nella sua purezza?

Leone X fu crudele; Clemente VII incline allo spargimento di sangue; Paolo III animato da durezza implacabile. Ma non fu soltanto la loro indole a spingerli contro la verità: fu la necessità di difendere la loro tirannide. Non potendo sussistere se non distruggendo Cristo, si sforzano di annientare l’Evangelo come fosse questione di vita o di morte.

Possiamo dunque chiamare “sede apostolica” un luogo dove vediamo solo un’orribile apostasia? Colui che perseguita l’Evangelo può essere vicario di Cristo? Chi demolisce ciò che Pietro edificò può dirsi suo successore? Anche se Roma fu un tempo madre delle Chiese, da quando è divenuta sede dell’Anticristo, non è più ciò che era.


4:7:25 - Il Papa come Anticristo secondo la Scrittura

Alcuni ritengono eccessivo chiamare il Papa “Anticristo”. Ma così facendo accusano anche l’apostolo Paolo, le cui parole noi ripetiamo.

Paolo afferma che l’Anticristo siederà nel tempio di Dio (2 Tessalonicesi 2:4). Il profeta Daniele aggiunge che il suo regno sarà segnato da parole superbe e bestemmie contro Dio (Daniele 7:25). Si tratta dunque di una tirannide sulle anime, eretta contro il regno spirituale di Cristo, non di un dominio meramente civile.

Questa tirannide non abolisce il nome di Cristo, ma si maschera sotto di esso. L’apostasia descritta da Paolo non riguarda una semplice eresia locale, ma un sovvertimento che si manifesta nel cuore stesso della Chiesa visibile, mentre tuttavia rimane un residuo fedele.

Paolo parla di un mistero d’iniquità già all’opera ai suoi tempi, destinato a manifestarsi apertamente più tardi. Non un uomo soltanto, ma una successione.

Il segno principale è questo: l’Anticristo usurpa a Dio il suo onore. Ora è notorio che il Papa ha trasferito alla propria persona ciò che appartiene a Dio solo e a Cristo. Perciò egli è capo di quel regno d’iniquità.


4:7:26 - L’illusione dell’antichità e la perdita della vera sede

Si obietta l’antichità della sede romana. Ma l’onore di un luogo non permane dove non vi è più la realtà che lo fondava.

Eusebio di Cesarea racconta che Dio trasferì la Chiesa di Gerusalemme a Pella. Ciò che è avvenuto una volta può avvenire più volte.

È ridicolo legare la primazia a un luogo, anche quando chi lo occupa è nemico dichiarato di Cristo, avversario dell’Evangelo, distruttore della Chiesa e persecutore dei santi.

La cancelleria papale, fatta di bolle e sigilli, non costituisce un ordine ecclesiastico legittimo. L’antica Chiesa romana è stata da tempo trasformata nella corte che oggi si vede a Roma. Qui non si parla ancora dei vizi personali, ma si mostra che la Papato in sé è contraria al governo evangelico.


4:7:27 - La corruzione dottrinale della corte romana

Se si considerano le persone, che vicari di Cristo troviamo?

Non parliamo solo di alcuni, ma della professione ordinaria della corte romana. È noto a chi conosce Roma che tra molti vi regna incredulità pratica: negazione di Dio, disprezzo dell’Evangelo, derisione delle verità eterne.

E tuttavia nelle scuole si insegna che il Papa non può errare, perché a Pietro fu detto: «Ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno» (Luca 22:32). Tale abuso della Scrittura manifesta un’audacia che non teme né Dio né gli uomini.


4:7:28 - L’esempio di Giovanni XXII e la fallibilità papale

Anche supponendo che l’empietà di alcuni papi non sia stata pubblicamente proclamata, resta un fatto storico innegabile: Giovanni XXII insegnò pubblicamente che le anime non godono della visione di Dio fino alla risurrezione, come se la loro condizione fosse incompleta fino ad allora.

Nessun cardinale lo contraddisse; fu l’Università di Parigi a sollecitare il re di Francia a intervenire. Sotto pressione, egli fu costretto a ritrattare.

Questo esempio basta a dimostrare che i successori di Pietro non sono automaticamente “Pietro”. Se si volesse attribuire ai successori tutto ciò che fu detto a Pietro, allora si dovrebbe anche applicare loro la parola: «Vattene via da me, Satana» (Matteo 16:23).

L’argomento romanista è dunque puerile. L’ufficio non rende infallibile chi lo occupa; e la promessa fatta a Pietro non garantisce impeccabilità a ogni Papa.

Con ciò si chiude questa lunga dimostrazione: non solo la Papato moderna non corrisponde alla forma antica, ma è divenuta sistema opposto all’ordine evangelico. Dove manca la predicazione pura della Parola, la retta amministrazione dei sacramenti e la disciplina secondo Cristo, non vi è vera Chiesa; e dove non vi è vero episcopato, non vi può essere primato legittimo.


4:7:29 - Il primato non può essere legato a un luogo

Non intendo indulgere in cavillazioni come fanno i miei avversari. Torno dunque al punto: legare Gesù Cristo e la sua Chiesa a un luogo determinato, così che chiunque vi presieda - fosse anche un demonio - debba essere ritenuto vicario di Cristo e capo della Chiesa solo perché occupa il seggio un tempo tenuto da Pietro, non è soltanto empietà contro Cristo, ma anche stoltezza contraria al senso comune.

Da lungo tempo i Papi si sono mostrati senza timor di Dio, o addirittura nemici della cristianità. Non sono vicari di Cristo per il semplice fatto di occupare un seggio, così come un idolo non diventa Dio perché collocato nel tempio (cfr. 2 Tessalonicesi 2:4).

Quanto ai costumi, siano essi stessi a rispondere: in che cosa mostrano di essere vescovi? La corruzione pubblicamente nota a Roma, da essi tollerata o tacitamente approvata, è indegna di chi dovrebbe custodire la disciplina. E anche senza imputare loro le colpe altrui, basta osservare la vita della loro corte, del collegio cardinalizio e del clero romano: tale abbandono a ogni dissolutezza e turpitudine li rende più simili a mostri che a pastori.

Non è necessario insistere oltre. Anche se Roma fosse stata un tempo capo delle Chiese, oggi non è degna di essere annoverata tra le più umili membra.


4:7:30 - L’origine e la trasformazione del cardinalato

Quanto ai cardinali, sorprende la rapidità con cui sono giunti a tanta dignità. Ai tempi di Gregorio I il titolo di “cardinale” si applicava ai vescovi in genere, non ai presbiteri di Roma. “Presbitero cardinale” significava semplicemente vescovo.

Non risulta che il termine avesse prima altro significato. I presbiteri romani erano un tempo inferiori ai vescovi; oggi invece li superano di gran lunga in dignità.

Agostino d'Ippona afferma: «Benché secondo i titoli d’onore ecclesiastici il grado di vescovo sia superiore a quello di presbitero, tuttavia Agostino è inferiore a Girolamo in molte cose». Egli parla a un presbitero romano senza distinguerlo dagli altri, ma collocandolo sotto i vescovi.

Gli atti del concilio presieduto da Gregorio mostrano che i presbiteri romani sedevano all’ultimo posto e sottoscrivevano separatamente; i diaconi non avevano nemmeno diritto di sottoscrivere. Il loro compito era assistere il vescovo nella predicazione e nell’amministrazione dei sacramenti.

Oggi invece sono divenuti pari di re e imperatori. Sono cresciuti insieme al loro capo fino a raggiungere l’apice, dal quale non tarderanno a cadere.


4:7:31 - Il giudizio finale sulla gerarchia romana

Ho voluto toccare anche questo punto per mostrare quanto la sede romana attuale differisca dall’antica, della quale si serve come di un’ombra per coprire la realtà.

Qualunque fosse la loro condizione passata, oggi i cardinali non esercitano alcun ministero legittimo nella Chiesa: conservano solo una maschera vana. Poiché non hanno nulla in comune con i veri presbiteri, su di loro si compie ciò che Gregorio ammoniva: quando lo stato dei sacerdoti decade in se stesso, non può a lungo sostenersi.

Si compie anche la parola del profeta Malachia (2:8-9): «Voi vi siete sviati dalla via, avete fatto inciampare molti e avete violato il patto di Levi; perciò io vi renderò spregevoli davanti a tutto il popolo».

Si consideri dunque quale sia l’edificio della gerarchia romana, dal fondamento alla sommità: un edificio al quale i papisti osano sottomettere la pura Parola di Dio, che invece deve essere onorata in cielo e in terra, dagli uomini e dagli angeli.


Riassunto del capitolo 4:7