Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 8
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 8
Del potere della Chiesa nel determinare articoli di fede e di come esso sia stato deviato nel papato per pervertire ogni purezza di dottrina
4:8:1 - La vera finalità della potenza ecclesiastica
Segue ora il terzo punto, che riguarda la potenza della Chiesa: la quale va considerata in parte in ciascun Vescovo, in parte nei Concili, alcuni generali, altri provinciali. Parlo qui unicamente della potenza spirituale, propria della Chiesa. Essa consta di tre elementi: la dottrina, la giurisdizione, e la facoltà di stabilire leggi e statuti.
Quanto alla dottrina, essa comprende due aspetti: primo, il fare articoli di fede; secondo, l’autorità di esporre ciò che è contenuto nella Scrittura. Prima però di entrare più specificamente nella materia, prego ed esorto tutti i lettori fedeli a considerare questo: che tutto ciò che si dice della potenza della Chiesa deve essere ricondotto al fine per il quale, secondo l’apostolo Paolo, essa è stata data, cioè per edificazione e non per distruzione (2 Corinzi 10:8; 13:10).
Coloro dunque che vogliono usarne rettamente non devono essere stimati se non come ministri di Cristo e amministratori del popolo cristiano, come dice l’apostolo (1 Corinzi 4:1). La sola via per edificare la Chiesa è che i ministri si adoperino a conservare integra l’autorità di Gesù Cristo, la quale non può restare salva se non gli si riserva ciò che egli ha ricevuto dal Padre: cioè che egli sia il solo Maestro nella Chiesa. Di lui soltanto è scritto: «Ascoltatelo» (Matteo 17:5).
La potenza ecclesiastica merita dunque di essere stimata, purché resti entro questi limiti e non sia trascinata qua e là secondo il capriccio delle persone. Se si concedesse agli esseri umani la facoltà di rivendicare qualunque potere desiderino, si aprirebbe la porta a una tirannia disordinata, che non deve avere alcun accesso nella Chiesa di Dio.
4:8:2 - L’autorità legata all’ufficio e alla Parola
Occorre notare che tutto ciò che la Scrittura attribuisce in dignità o autorità ai Profeti e ai Sacerdoti dell’antica Legge, come pure agli Apostoli e ai loro successori, non è attribuito alle loro persone, ma al ministero e all’ufficio al quale sono stati costituiti; o, più chiaramente, alla Parola di Dio, alla cui amministrazione sono stati chiamati.
Se li consideriamo tutti insieme - Profeti, Sacerdoti, Apostoli e discepoli - vedremo che non fu loro mai concessa autorità di comandare o insegnare se non nel nome e nella Parola del Signore. Quando furono inviati, fu loro imposto di non portare nulla di proprio, ma di parlare secondo ciò che il Signore metteva loro in bocca.
Dio non li presenta al popolo per esigere ascolto prima di aver loro affidato il mandato e, per così dire, il rotolo di ciò che dovevano dire. Anche Mosè, principe dei Profeti, fu ascoltato sopra gli altri, ma solo dopo aver ricevuto il suo incarico, affinché non annunciasse nulla se non da parte del Signore. Perciò, quando il popolo accolse la sua dottrina, è detto che credette a Dio e a Mosè suo servo (Esodo 14:31).
L’autorità dei Sacerdoti fu stabilita con severe minacce contro chi la disprezzasse (Deuteronomio 17:9-12). Tuttavia il Signore mostrò anche la condizione con cui dovevano essere ascoltati: fece il suo patto con Levi affinché la legge di verità fosse nella sua bocca; «le labbra del sacerdote custodiranno la scienza, e dalla sua bocca si cercherà la legge, perché egli è il messaggero del Signore» (Malachia 2:4, 6, 7).
Se dunque il sacerdote vuole essere ascoltato, deve comportarsi da fedele messaggero, riportando ciò che gli è stato affidato. Quando si ordina di ascoltarli, è sempre presupposto che rispondano secondo la Legge del Signore (Deuteronomio 17:10 s.).
4:8:3 - La missione dei Profeti: parlare solo da parte del Signore
Nei Profeti troviamo una descrizione limpida della loro autorità. In Ezechiele si legge: «Figlio d’uomo, io ti ho costituito sentinella per la casa d’Israele; tu ascolterai la parola dalla mia bocca e li avvertirai da parte mia» (Ezechiele 3:17).
Quando il Signore gli ordina di ascoltare dalla sua bocca, non gli vieta forse di inventare qualcosa di proprio? E che significa «annunciare da parte del Signore», se non parlare con tale certezza da poter affermare che la parola annunciata non è propria, ma di Dio?
In Geremia è detto: «Il profeta che ha avuto un sogno racconti il sogno; ma chi ha la mia parola dica fedelmente la mia parola» (Geremia 23:28). Qui è imposta una legge generale: nessuno deve parlare oltre ciò che gli è stato comandato. Tutto ciò che non procede da Dio è chiamato paglia.
Nessun profeta aprì mai la bocca senza aver prima ricevuto la parola di Dio. Per questo ricorrono continuamente espressioni come: «Parola del Signore», «Così dice il Signore», «La bocca del Signore ha parlato», «Visione ricevuta dal Signore». Isaia confessava di avere labbra impure (Isaia 6:5); Geremia si dichiarava incapace di parlare, perché giovane (Geremia 1:6). Che cosa sarebbe potuto uscire dalle loro bocche, se avessero parlato da sé stessi? Ma quando divennero organi dello Spirito Santo, le loro parole furono pure e sante.
Dopo averli così vincolati, il Signore li onorò con titoli magnifici: li pose sopra popoli e regni per sradicare e abbattere, per edificare e piantare (Geremia 1:9-10). Ma la ragione è subito aggiunta: perché aveva posto la sua parola nella loro bocca.
4:8:4 - Gli Apostoli: inviati e non padroni del messaggio
Quanto agli Apostoli, Dio li ha onorati di titoli eccelsi: luce del mondo, sale della terra (Matteo 5:13-14); da ascoltare come Cristo stesso (Luca 10:16); con autorità di legare e sciogliere (Giovanni 20:23; Matteo 18:18). Tuttavia il loro stesso nome indica il limite del loro potere: Apostoli, cioè inviati.
Essi non devono parlare secondo il proprio giudizio, ma portare fedelmente il mandato di colui che li ha inviati. Cristo stesso ordinò loro di insegnare ciò che egli aveva comandato (Matteo 28:19). E si sottomise personalmente a questa regola: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7:16).
Colui che è l’eterno consigliere del Padre, costituito Maestro di tutti, mostra con il proprio esempio quale regola debbano seguire i ministri nella loro dottrina. Ne segue che la potenza della Chiesa non è infinita, ma è soggetta alla Parola di Dio e, per così dire, racchiusa in essa.
4:8:5 - Diversità dei modi di rivelazione nei tempi
Questa regola - che i dottori insegnino solo ciò che hanno ricevuto da Dio - è sempre stata valida nella Chiesa e deve valere ancora oggi. Tuttavia, i modi di apprendere sono stati diversi secondo la varietà dei tempi, e quello attuale differisce da quello dei Profeti e degli Apostoli.
Se è vero ciò che dice il Signore Gesù, che nessuno ha visto il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (Matteo 11:27), allora fin dal principio chi ha voluto conoscere Dio ha dovuto essere guidato da lui, che è la sapienza eterna.
I santi dell’antico tempo non conobbero Dio se non contemplandolo nel Figlio come in uno specchio. Dio non si è mai manifestato agli esseri umani se non per mezzo del Figlio, cioè della sua unica verità, sapienza e luce. Da questa fonte hanno attinto Adamo, Noè, Abrahamo, Isacco, Giacobbe tutta la loro conoscenza spirituale; dalla medesima fonte attinsero i Profeti ciò che insegnarono e lasciarono per iscritto.
Tuttavia questa sapienza non fu comunicata sempre nello stesso modo. Dio parlò ai Patriarchi mediante rivelazioni segrete, ma accompagnate da segni di conferma, affinché non dubitassero che fosse Dio a parlare. Essi trasmisero ai loro successori ciò che avevano ricevuto, poiché Dio aveva affidato loro la sua Parola affinché fosse insegnata e conservata. E questi successori avevano nel cuore la testimonianza che ciò che udivano veniva dal cielo e non dalla terra.
4:8:6 - La Scrittura come regola completa per l’antica Chiesa
Quando piacque a Dio stabilire una forma di Chiesa più visibile e ordinata, volle insieme che la sua Parola fosse messa per iscritto, affinché i sacerdoti traessero da essa ciò che dovevano insegnare al popolo, e che ogni dottrina predicata fosse misurata e vagliata secondo questa regola.
Perciò, dopo la promulgazione della Legge, quando è comandato ai Sacerdoti di insegnare «dalla bocca del Signore» (Malachia 2:7), il senso è che non dovevano insegnare nulla di estraneo o diverso dalla dottrina che Dio aveva compreso nella sua Legge. Non era loro lecito né aggiungere né togliere.
I Profeti vennero in seguito, mediante i quali Dio pubblicò nuovi oracoli da aggiungere alla Legge; tuttavia non erano così nuovi da non procedere dalla Legge e da non tendere ad essa come al loro fine. Quanto alla dottrina, i Profeti non furono altro che interpreti della Legge: non vi aggiunsero se non le rivelazioni delle cose future. Per il resto, offrirono una pura spiegazione della Legge.
Poiché però Dio volle che vi fosse una dottrina più chiara e ampia, per meglio soddisfare le coscienze deboli, ordinò che anche le profezie fossero messe per iscritto e diventassero parte della sua Parola. Alle profezie furono unite le Storie, composte dai Profeti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. I Salmi sono da porre nello stesso ordine delle profezie, per comunanza di argomento.
Così tutto questo corpo di Scrittura - Legge, Profezie, Salmi e Storie - fu la Parola di Dio per il popolo antico, cioè per la Chiesa d’Israele. I Sacerdoti e i Dottori dovevano regolare tutto il loro insegnamento secondo questa norma fino alla venuta di Cristo, senza deviare né a destra né a sinistra. Tutta la loro autorità era racchiusa in questi limiti: rispondere al popolo «dalla bocca del Signore».
Ciò si deduce chiaramente da Malachia, dove è comandato ai Giudei di ricordarsi della Legge e di attenersi ad essa fino alla predicazione dell’Evangelo (Malachia 4:4). In tal modo Dio li distoglie da ogni dottrina estranea e non permette loro di deviare, neppure minimamente, dal cammino che Mosè aveva fedelmente indicato. Per questa ragione Davide magnifica tanto l’eccellenza della Legge e le attribuisce titoli così elevati (Salmo 19:8; 119:89, 105), per distogliere il popolo dal desiderare novità o aggiunte, poiché tutto ciò che era necessario alla salvezza era già stato dichiarato.
4:8:7 - Cristo, rivelazione ultima e perfetta
Quando finalmente la sapienza di Dio si è manifestata nella carne, essa ci ha dichiarato apertamente tutto ciò che l’intelletto umano può concepire riguardo a Dio. Poiché abbiamo Gesù Cristo, Sole di giustizia, che splende su di noi, ci è data una luce perfetta della verità del Padre, come a pieno mezzogiorno; prima, invece, essa era in parte velata.
L’apostolo non dice cosa comune quando afferma che Dio parlò anticamente ai padri per mezzo dei Profeti in molte maniere, ma in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Ebrei 1:1-2). Con ciò egli dichiara che Dio non parlerà più come prima, aggiungendo profezie a profezie e rivelazioni a rivelazioni, ma che ha compiuto in suo Figlio tutta la perfezione dell’insegnamento. Questo è l’ultimo e perpetuo testimonianza che avremo da lui.
Per questa ragione tutto il tempo del Nuovo Testamento, dalla manifestazione di Cristo fino al giorno del giudizio, è chiamato «ultima ora», «ultimi tempi», «ultimi giorni»: affinché, contenti della perfezione della dottrina di Cristo, non ci fabbrichiamo nuove dottrine né ne accogliamo di forgiate dagli uomini.
Non senza motivo il Padre, inviando il Figlio con privilegio singolare, lo ha costituito nostro Maestro, comandandoci: «Ascoltatelo» (Matteo 17:5). In queste poche parole vi è più forza di quanto sembri: come se Dio ci avesse distolti da ogni dottrina umana per fissarci unicamente nel Figlio, ordinandoci di ricevere da lui ogni insegnamento di salvezza, di dipendere da lui solo, di obbedire a lui solo.
Che cosa potremmo ancora attendere dagli esseri umani, dopo che la stessa Parola della vita ha conversato con noi nella carne? Colui nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Colossesi 2:3) ha parlato come conveniva alla Sapienza di Dio e al Messia atteso per la rivelazione di tutte le cose (Giovanni 4:25): egli non ha lasciato nulla da aggiungere.
4:8:8 - La norma unica per la Chiesa e il limite degli Apostoli
Dobbiamo dunque stabilire come principio fermo che non si deve riconoscere nella Chiesa come Parola di Dio se non ciò che è contenuto nella Legge e nei Profeti, e poi negli scritti degli Apostoli. Non vi è altro modo di insegnare rettamente se non riportando ogni dottrina a questa regola.
Ne segue che agli Apostoli non fu concesso nulla di più di ciò che era stato concesso ai Profeti: cioè esporre la Scrittura già data e mostrare che tutte le cose in essa contenute si compiono in Gesù Cristo. Anche questo, però, non lo fecero se non per mandato del Signore, avendo lo Spirito di Cristo che dettava loro ciò che dovevano dire.
Cristo limitò la loro missione comandando di insegnare non ciò che avrebbero inventato, ma tutto ciò che egli aveva ordinato (Matteo 28:20). E disse: «Non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro Maestro» (Matteo 23:8). Poiché la loro debolezza impediva di comprendere pienamente quanto avevano appreso, promise loro lo Spirito di verità per guidarli nell’intelligenza di tutte le cose (Giovanni 14:26; 16:13). Ma lo Spirito avrebbe ricordato ciò che Cristo aveva già insegnato: non nuove dottrine, bensì la piena comprensione della sua parola.
4:8:9 - La vera potenza ecclesiastica: ministero della Parola
L’apostolo Pietro, ben istruito dal suo Maestro, non riserva a sé né ad altri altro compito che quello di dispensare ciò che è stato loro affidato: «Se uno parla, parli come parole di Dio» (1 Pietro 4:11). Ciò significa parlare con franchezza, non come chi manca di mandato.
Questo esclude tutte le invenzioni dell’ingegno umano, di qualunque mente provengano, affinché nella Chiesa sia insegnata soltanto la pura Parola di Dio. Così sono rovesciati tutti i decreti umani, perché restino solo le ordinanze divine. Queste sono le armi spirituali potenti davanti a Dio per demolire fortezze, distruggere ragionamenti e ogni altezza che si leva contro la conoscenza di Dio, e per rendere ogni pensiero prigioniero all’obbedienza di Cristo (2 Corinzi 10:4-6).
Questa è la potenza ecclesiastica data ai Pastori: che, mediante la Parola di Dio di cui sono amministratori, osino tutto ciò che è conforme ad essa; che sottomettano ogni gloria mondana alla maestà divina; che edifichino la casa di Cristo e distruggano il regno di Satana; che pascano le pecore e scaccino i lupi; che guidino i docili e correggano i ribelli; che leghino e sciolgano, tuonino e fulminino, se necessario - ma sempre e soltanto mediante la Parola.
Vi è tuttavia questa differenza: gli Apostoli furono come notai giurati dello Spirito Santo, affinché i loro scritti fossero tenuti per autentici; i loro successori hanno soltanto il mandato di insegnare ciò che è contenuto nelle Sacre Scritture.
Concludiamo dunque che non è lecito a nessun ministro fedele forgiare nuovi articoli di fede: bisogna aderire semplicemente alla dottrina alla quale Dio ha sottomesso tutti senza eccezione.
L’apostolo Paolo, pur essendo costituito apostolo sui Corinzi, dichiara di non dominare sulla loro fede (2 Corinzi 1:24). Se egli non si attribuisce tale dominio, chi oserà usurparlo? Egli stesso stabilì che due o tre profeti parlassero e gli altri giudicassero (1 Corinzi 14:29-30), sottomettendo così ogni autorità umana al giudizio della Parola di Dio.
Inoltre, «la fede viene dall’udire, e l’udire dalla parola di Dio» (Romani 10:17). Se la fede si fonda unicamente sulla Parola di Dio, che posto resta alla parola degli uomini? La fede deve poggiare su una fermezza invincibile contro Satana, contro le potenze dell’inferno e contro le tentazioni del mondo: tale fermezza si trova solo nella Parola di Dio. Dio toglie agli esseri umani la facoltà di forgiare nuovi articoli, affinché egli solo sia Maestro nella dottrina spirituale.
4:8:10 - La pretesa dei concili universali e la deriva papale
Se questa potenza è confrontata con quella di cui si vantano i tiranni spirituali che si fingono Vescovi e guide delle anime, non vi è miglior paragone che quello tra Cristo e Belial.
Essi sostengono che un Concilio universale rappresenti veramente la Chiesa e, su tale principio, concludono che tutti i concili universali siano direttamente guidati dallo Spirito Santo e non possano errare. Poiché però sono essi stessi a governare e a convocare tali concili, attribuiscono in realtà a sé l’autorità che dichiarano dei concili.
Pretendono che la nostra fede stia o cada secondo il loro giudizio: ciò che approvano deve essere ricevuto senza scrupolo; ciò che condannano deve essere ritenuto condannato. Intanto forgiano dottrine senza riguardo alla Parola di Dio, e vogliono che vi si presti fede per il solo fatto che le hanno determinate.
Non reputano cristiano chi non si accordi a tutte le loro decisioni, almeno con quella che chiamano «fede implicita», fondandosi sull’idea che sia nell’autorità della Chiesa stabilire nuovi articoli di fede. Qui si manifesta la deviazione per cui la potenza ecclesiastica, nata per custodire la purezza della dottrina, è stata trasformata in strumento di corruzione e dominio.
4:8:11 - Le promesse alla Chiesa e il loro vero significato
Esaminiamo anzitutto quali argomenti adducono per dimostrare che tale potenza sia stata data alla Chiesa; poi vedremo quale valore abbiano le loro allegazioni.
Essi affermano che la Chiesa è adornata di promesse eccellenti: che non sarà mai abbandonata da Cristo suo Sposo, ma da lui guidata mediante lo Spirito in tutta la verità. Tuttavia, molte delle promesse che citano non sono rivolte soltanto alla Chiesa nel suo insieme, ma anche a ciascun credente in particolare.
Quando Cristo dice agli Apostoli: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Matteo 28:20), oppure: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, lo Spirito di verità» (Giovanni 14:16-17), non promette ciò esclusivamente al numero dei dodici, ma a ciascuno di loro e, in essi, a tutti i suoi discepoli, presenti e futuri.
Interpretare queste promesse consolatorie come se non fossero date a ogni cristiano, ma solo alla Chiesa considerata collettivamente, significa sottrarre a ciascun fedele la consolazione personale che ne deriva, per concentrarla in un’entità astratta.
Confessiamo dunque che il Signore assiste eternamente i suoi e li guida mediante il suo Spirito, il quale non è spirito di errore o menzogna, ma di rivelazione, verità e luce, affinché apprendano ciò che è loro donato da Dio (1 Corinzi 2:12; Efesini 1:18-19). Tuttavia, poiché in questa vita i fedeli ricevono solo un inizio e un assaggio dello Spirito, anche i più ricchi di doni devono riconoscere la propria debolezza e restare entro i confini della Parola di Dio. Se oltrepassano tali limiti seguendo i propri sensi, inevitabilmente deviano. Nessuno è ancora giunto al traguardo (Filippesi 3:12); tutti devono progredire ogni giorno, non vantarsi di perfezione.
4:8:12 - La santità della Chiesa: realtà presente e compimento futuro
Si obietta che ciò che è dato in parte a ciascun santo appartiene interamente alla Chiesa nel suo insieme. Concediamo che Cristo distribuisce i doni dello Spirito a ogni membro del suo corpo, così che, considerati insieme, nulla manchi al corpo universale. Tuttavia, le ricchezze della Chiesa sono lontane da quella perfezione assoluta che i nostri avversari le attribuiscono.
Cristo purifica e santifica continuamente la sua Chiesa (Efesini 5:25-27). Se la santifica giorno dopo giorno, è evidente che essa non è ancora perfettamente senza macchia. È vero che è stata lavata mediante la remissione dei peccati, di cui il Battesimo è segno; ma la santificazione qui è solo iniziata. Il compimento sarà pieno quando Cristo la colmerà interamente della sua santità.
Affermare che la Chiesa sia già del tutto immacolata mentre i suoi membri restano ancora imperfetti sarebbe pura illusione. Se negassimo questa verità, dovremmo cadere nell’errore dei Pelagiani, che sostenevano la perfezione in questa vita, o dei Catari e dei Donatisti, che negavano che vi fosse Chiesa dove esistesse debolezza.
Quanto al passo che chiama la Chiesa «colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3:15), il suo senso è che la verità di Dio è conservata nella Chiesa mediante il ministero della predicazione. Cristo ha dato apostoli, pastori e dottori affinché non siamo sballottati da ogni vento di dottrina, ma giungiamo all’unità della fede (Efesini 4:11-15). La verità rimane nel mondo perché la Chiesa la custodisce fedelmente; e questa custodia è esercitata mediante il ministero della Parola. Ne segue che tutto dipende dal fatto che la Parola sia mantenuta nella sua purezza.
4:8:13 - Il nodo della controversia: Chiesa e Parola
Il punto della controversia è questo. Quando i nostri avversari affermano che la Chiesa non può errare, intendono che, essendo guidata dallo Spirito, può camminare sicura anche senza la Parola, e che qualunque cosa determini, anche oltre la Scrittura, debba essere accolta come oracolo celeste.
Noi concediamo che la Chiesa non possa errare nelle cose necessarie alla salvezza, ma in questo senso: che essa non sbaglia quando, rinunciando alla propria sapienza, si lascia istruire dallo Spirito mediante la Parola di Dio.
Essi attribuiscono autorità alla Chiesa fuori della Parola; noi congiungiamo inseparabilmente l’una all’altra. Non è strano che la sposa e discepola di Cristo sia soggetta al suo Sposo e Maestro, attenendosi a ciò che egli dice. In una casa ben ordinata la moglie riconosce l’autorità del marito; in una scuola ben governata il maestro è l’unico a insegnare. Così la Chiesa non deve essere sapiente da sé, ma fermarsi dove Cristo ha posto termine al suo insegnamento.
Confidando nelle promesse divine, essa sa che lo Spirito la guiderà; ma ricorda che lo Spirito è dato per ricordare e far comprendere ciò che Cristo ha già insegnato (Giovanni 14:26; 16:13). Non è promesso per introdurre dottrine nuove.
È notevole l’osservazione di Giovanni Crisostomo: molti si vantano dello Spirito, ma chi introduce cose proprie lo invoca falsamente. Se viene presentato come proveniente dallo Spirito qualcosa che non è contenuto nell’Evangelo, non deve essere creduto. Come Cristo è il compimento della Legge e dei Profeti, così lo Spirito è dato per confermare l’Evangelo (Giovanni 12:49; 14:10).
Dio ha comandato alla sua Chiesa una sobrietà duratura: non aggiungere né togliere nulla alla sua Parola. Questo è decreto inviolabile di Dio e del suo Spirito. I nostri avversari lo infrangono quando pretendono che la Chiesa sia governata dallo Spirito indipendentemente dalla Parola di Dio.
4:8:14 - Le presunte tradizioni orali degli Apostoli
Essi cavillano ancora dicendo che la Chiesa abbia dovuto aggiungere qualcosa agli scritti degli Apostoli, oppure che gli Apostoli stessi abbiano ordinato molte cose a voce per supplire a ciò che non avevano esposto chiaramente per iscritto. A sostegno citano le parole di Cristo: «Ho ancora molte cose da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata» (Giovanni 16:12).
Secondo loro, queste «molte cose» sarebbero ordinanze trasmesse per uso, senza essere state scritte. Ma quale impudenza è questa? È vero che, quando Cristo parlava così, gli Apostoli erano ancora deboli e incapaci di portare tutto il peso della rivelazione. Ma tale ignoranza persisteva forse quando, dopo aver ricevuto lo Spirito, misero per iscritto la loro dottrina? Si dovrà dire che, una volta guidati «in tutta la verità», abbiano dimenticato o omesso per difetto d’intelligenza ciò che era necessario?
Se, come sappiamo, quando scrissero erano ormai istruiti dallo Spirito Santo, che cosa avrebbe impedito loro di comprendere e trasmettere pienamente la dottrina evangelica? Anche concedendo per ipotesi che abbiano trasmesso a voce qualcosa in più di quanto hanno scritto, si chiede: quale sarebbe l’elenco di tali dottrine? Chi potrà determinarle?
A questo proposito è illuminante l’osservazione di Agostino d'Ippona: poiché il Signore non ha specificato quali fossero quelle cose, chi oserà dire: «Erano queste» o «Erano quelle»? E se qualcuno lo affermasse, come lo proverebbe? In verità, anche un bambino comprende che la promessa di rivelare ciò che non potevano ancora portare si è compiuta quando Cristo inviò lo Spirito Santo; e il frutto di tale promessa è contenuto nei loro scritti.
4:8:15 - «Dillo alla Chiesa»: autorità disciplinare, non dogmatica
Si aggiunge ancora: Cristo non ha forse conferito piena autorità alla Chiesa quando ha ordinato di considerare come pagano e pubblicano chi non ascolta la Chiesa? (Matteo 18:17).
Anzitutto, in quel passo non si tratta di dottrina, ma di disciplina: Cristo intende che le censure esercitate per correggere i vizi abbiano autorità, affinché chi è ammonito non si ribelli. Ma anche lasciando questo, che cosa possono concludere da tale testimonianza? Che non è lecito disprezzare il consenso della Chiesa, quando essa concorda nella verità di Dio. E chi lo nega, se la Chiesa non pronuncia altro che ciò che è conforme alla Parola?
Se però pretendono qualcosa di più, questo testo non li favorisce affatto. Non è eccessivo insistere sul fatto che alla Chiesa non è lecito forgiare nuove dottrine, insegnando più di quanto Dio abbia rivelato nella sua Parola. Ogni mente equilibrata vede quale pericolo ne deriverebbe: si aprirebbe la porta a ogni bestemmia e a ogni scherno contro la fede cristiana, se si affermasse che occorre credere come articolo di fede ciò che gli esseri umani decidono.
Va inoltre notato che Cristo, secondo l’uso del suo tempo, chiama «Chiesa» il concistoro stabilito tra i Giudei, per insegnare ai suoi discepoli a portare rispetto ai responsabili dell’assemblea. Se si seguisse l’interpretazione degli avversari, ne conseguirebbe che ogni città o villaggio avrebbe la medesima autorità di forgiare articoli di fede.
4:8:16 - Il Battesimo dei bambini e il Concilio di Nicea
Essi adducono esempi che nulla provano. Sostengono che il battesimo dei bambini si fondi più su un decreto della Chiesa che su un comando espresso della Scrittura. Sarebbe ben misero il nostro argomento, se per difendere il battesimo dei bambini dovessimo ricorrere alla sola autorità ecclesiastica. Ma altrove si mostrerà che non è così.
Affermano inoltre che nelle Scritture non si trovi la formula stabilita al Concilio di Nicea, secondo cui il Figlio è «della stessa sostanza» del Padre. Con ciò fanno grave ingiuria ai santi vescovi di quel concilio, come se avessero temerariamente condannato Ario per il solo rifiuto di sottomettersi ai loro termini, pur confessando la dottrina scritturale.
È vero che il termine «consustanziale» non si trova letteralmente nella Scrittura; ma poiché la Scrittura insegna ripetutamente che vi è un solo Dio, e che Gesù Cristo è vero Dio ed eterno, uno con il Padre, che fecero i vescovi dichiarando che egli è della stessa essenza del Padre, se non esporre fedelmente il senso naturale della Scrittura?
Secondo quanto riferisce Teodoreto di Cirro, l’imperatore Costantino I esortò fin dall’inizio del Concilio di Nicea a fondare la discussione sui libri dei Profeti e degli Apostoli, che mostrano pienamente la volontà di Dio, e a trarre da lì la decisione della controversia. Nessuno dei vescovi contraddisse questa esortazione; nessuno affermò che la Chiesa potesse aggiungere qualcosa di proprio o che lo Spirito non avesse rivelato tutto agli Apostoli, o che essi non avessero lasciato tutto per iscritto.
Se fosse vero ciò che oggi sostengono i nostri avversari, l’imperatore avrebbe fatto male a limitare il potere della Chiesa, e i vescovi avrebbero dovuto opporsi per difendere tale autorità. Ma tutti accolsero e approvarono l’ammonizione. È dunque evidente che la dottrina oggi propugnata circa il potere di aggiungere nuovi articoli di fede è un’innovazione sconosciuta a quell’epoca.
Riassunto del capitolo 4:8