Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 4 - Cap. 9
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 4
Capitolo 9 - Dei concili e della loro autorità
4:9:1 - Dei Concili e della loro autorità
Benché concediamo ai nostri avversari tutto ciò che pretendono circa la Chiesa, tuttavia ciò non gioverà molto al loro intento. Infatti, tutto ciò che si dice della Chiesa essi lo trasferiscono poi ai Concili, i quali - secondo la loro fantasia - rappresenterebbero la Chiesa. Anzi, se si mostrano così zelanti nel difendere la potestà della Chiesa, lo fanno unicamente per attribuire al Papa e alla sua sequela tutto ciò che riescono a ottenere.
Ora, prima di affrontare questa questione, desidero dichiarare brevemente due cose.
La prima è che, se qui tengo una linea rigorosa e non concedo facilmente nulla ai nostri avversari, non è perché stimi meno di quanto si debba gli antichi Concili. Li onoro con sincero affetto e desidero che ciascuno li tenga in riverenza. Tuttavia bisogna mantenere una giusta misura, affinché in nulla sia derogato a Gesù Cristo.
Ecco infatti quale sia il diritto e l’autorità che spettano a Gesù Cristo: presiedere in tutti i Concili, senza avere alcun uomo mortale come compagno in questa dignità. Egli presiede quando governa tutta l’assemblea mediante il suo Spirito e la sua Parola.
La seconda dichiarazione è questa: se attribuisco ai Concili meno di quanto i nostri avversari vorrebbero, non lo faccio per timore, come se i Concili fossero favorevoli a loro e contrari a noi. Poiché, come nella Parola di Dio abbiamo pienamente tutto ciò che è necessario per l’approvazione della nostra dottrina e per confutare l’intero Papato - tanto che non vi è bisogno di cercare altrove alcun soccorso - così, d’altra parte, se fosse necessario, potremmo benissimo servirci degli antichi Concili per l’una e l’altra cosa.
4:9:2 - La vera condizione della presenza di Cristo nei Concili
Veniamo ora al punto. Se si domanda quale sia l’autorità dei Concili secondo la Parola di Dio, non vi è promessa più ampia o più chiara su cui fondarla di quella parola di Gesù Cristo: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18:20).
Tuttavia questa promessa si applica tanto a una piccola assemblea quanto a un Concilio universale. Il nodo della questione non sta dunque nel numero, ma nella condizione aggiunta: Cristo è in mezzo a coloro che sono riuniti nel suo nome.
Perciò, anche se i nostri avversari allegassero a loro favore quanti Concili episcopali vogliono, non ci persuaderanno che essi siano governati dallo Spirito Santo, finché non avranno provato che sono stati convocati nel nome di Cristo. Poiché, come i buoni vescovi possono riunirsi nel suo nome, così i malvagi possono congiurare contro di lui. Di ciò fanno fede molti decreti emanati da tali Concili, nei quali - come si vedrà - non è difficile riconoscere empietà manifeste.
Per ora rispondo in breve: Cristo non promette nulla se non a coloro che sono riuniti nel suo nome. Occorre dunque definire cosa significhi questo.
Io nego che siano riuniti nel nome di Cristo coloro che, respingendo il comandamento di Dio - con cui egli vieta di aggiungere o togliere qualcosa alla sua Parola (Deuteronomio 4:2; Apocalisse 22:18) - stabiliscono secondo il loro arbitrio ciò che piace loro; coloro che, non contenti della Sacra Scrittura, unica regola di vera e perfetta sapienza, forgiano di propria testa qualche novità.
Poiché Cristo non promette di assistere indistintamente a tutti i Concili, ma aggiunge un segno speciale per distinguere i Concili legittimi dagli altri, non dobbiamo trascurare questa distinzione.
Dio fece un patto con i sacerdoti levitici affinché insegnassero dalla sua bocca (Malachia 2:7). Lo stesso ha sempre richiesto dai profeti, e impose la medesima legge agli apostoli. Egli non riconosce come suoi sacerdoti o servitori coloro che violano questo patto, né concede loro alcuna autorità.
Che i nostri avversari sciolgano dunque questa difficoltà, se vogliono sottomettere la nostra fede ai decreti degli uomini promulgati al di là della Parola di Dio.
4:9:3 - Quando i Pastori tradiscono la verità
Quanto poi all’idea che la verità non possa permanere nella Chiesa se non risiede nei Pastori, e che la Chiesa stessa non possa sussistere se non si manifesta nei Concili generali, vi sarebbe molto da dire, se sono veraci le testimonianze che i profeti ci hanno lasciato del loro tempo.
Al tempo di Isaia vi era ancora una Chiesa in Gerusalemme, che Dio non aveva abbandonato; e tuttavia egli dice dei suoi pastori: «Le sue sentinelle sono cieche, tutte senza conoscenza; sono cani muti, incapaci di abbaiare; sognano, stanno sdraiate, amano sonnecchiare… tutti i pastori sono privi d’intelligenza; ciascuno si volge alla propria via» (Isaia 56:10).
Osea dice similmente: «La sentinella di Efraim, accanto al mio Dio, è un laccio d’uccellatore, un odio nel tempio del suo Dio» (Osea 9:8). Egli ironizza sui titoli onorifici di cui i sacerdoti si vantavano.
Questa Chiesa perdurò fino al tempo di Geremia. E che cosa dice egli dei pastori? «Dal profeta fino al sacerdote, tutti praticano la menzogna» (Geremia 6:13). E ancora: «I profeti hanno profetizzato menzogna nel mio nome, mentre io non li avevo mandati» (Geremia 14:14). Si leggano anche i capitoli ventitré e quaranta.
Nello stesso tempo Ezechiele parla con pari severità: «La congiura dei suoi profeti in mezzo a lei è come un leone ruggente che sbrana la preda… I suoi sacerdoti violano la mia legge e profanano le mie cose sante; non fanno differenza tra ciò che è sacro e ciò che è profano… I suoi profeti intonacano con malta scadente, vedono vanità e predicono menzogna» (Ezechiele 22:25-28).
Le lamentele sono così frequenti in tutti i profeti che nulla è più ripetuto di questo.
4:9:4 - Il pericolo dei falsi dottori nella Chiesa cristiana
Qualcuno dirà: queste cose riguardavano i Giudei, non il nostro tempo. Ma l’apostolo Pietro annuncia il contrario: «Come vi furono falsi profeti fra il popolo, così vi saranno fra voi falsi dottori» (2 Pietro 2:1).
Il pericolo non verrà dal popolo ignorante, ma da coloro che si fregiano del titolo di dottori e pastori.
Quante volte Cristo e gli apostoli hanno preannunciato il pericolo che sarebbe venuto dai pastori stessi (Matteo 24:11, 24)! L’apostolo Paolo dichiara apertamente che l’Anticristo siederà nel tempio di Dio (2 Tessalonicesi 2:4), indicando che la calamità verrà da coloro che siedono nella Chiesa come pastori.
E parlando agli anziani di Efeso dice: «Dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci… e sorgeranno tra voi uomini che insegneranno cose perverse» (Atti 20:29-30).
Se i pastori poterono corrompersi in così breve tempo, quanto più la corruzione poté crescere nel corso dei secoli?
La verità non è sempre custodita nel seno dei pastori, né la salvezza della Chiesa dipende totalmente dal loro buon governo. Certamente essi dovrebbero essere custodi fedeli; ma altro è ciò che dovrebbero fare, altro è ciò che effettivamente fanno.
4:9:5 - Discernere tra veri e falsi Pastori
Non voglio tuttavia che queste parole siano intese come se volessi diminuire l’autorità dei pastori o indurre il popolo a disprezzarli. Intendo soltanto che si faccia discernimento, affinché non si reputino subito pastori tutti coloro che così si chiamano.
Il Papa e i vescovi della sua fazione pretendono di poter sovvertire ogni cosa a loro piacimento, senza riguardo alla Parola di Dio, soltanto perché portano il titolo di pastori. Con ciò vogliono persuadere che non possano essere privati della luce della verità, che lo Spirito Santo risieda in loro, e che la Chiesa viva e muoia con loro.
Come se Dio non potesse ancora colpire i pastori con cecità e stoltezza, come fece anticamente (Zaccaria 12:4).
Non si accorgono che ripetono lo stesso ritornello dei sacerdoti malvagi che combattevano contro Dio? Essi dicevano: «Venite, e facciamo dei piani contro Geremia; poiché la legge non verrà meno nel sacerdote, né il consiglio nel saggio, né la parola nel profeta» (Geremia 18:18).
Così si armavano contro la verità. E così fanno ancora oggi coloro che si rifugiano dietro il titolo, dimenticando l’obbedienza alla Parola.
4:9:6 - I Concili generali e l’esempio dei falsi profeti
Da quanto precede è facile rispondere anche all’altra obiezione circa i Concili generali. Non si può negare che ai tempi dei profeti i Giudei avessero una vera Chiesa. Se allora si fosse tenuto un Concilio generale, quale apparenza di Chiesa vi si sarebbe potuta riconoscere?
Udiamo ciò che il Signore annuncia non a uno o due soltanto, ma a tutti insieme: «I sacerdoti saranno sbigottiti e i profeti stupiti» (Geremia 4:9). Ancora: «La legge verrà meno per il sacerdote e il consiglio per gli anziani» (Ezechiele 7:26). E ancora: «Per voi sarà notte invece di visione e tenebre invece di rivelazione; il sole tramonterà sui profeti» (Michea 3:6).
Se dunque si fossero tutti riuniti in un’assemblea, quale spirito avrebbe presieduto in mezzo a loro?
Ne abbiamo un esempio notevole nel Concilio convocato da Acab. Vi erano quattrocento profeti; ma poiché erano radunati per adulare quel re empio e infedele, Dio permise che uno spirito di menzogna fosse nella loro bocca (1 Re 22:6, 22, 27). La verità fu condannata con comune consenso; Michea, servo fedele di Dio, fu riprovato come eretico, percosso e gettato in prigione. Così accadde a Geremia (Geremia 20:2) e agli altri profeti.
4:9:7 - Il Sinedrio contro Cristo e il pericolo del falso consenso
Un solo esempio basterà per tutti, tanto è eminente: il Concilio radunato dai sacerdoti e farisei a Gerusalemme contro Gesù Cristo. Che cosa vi si poteva rimproverare quanto all’apparenza esteriore? Se allora non vi fosse stata Chiesa in Gerusalemme, il Signore non avrebbe partecipato ai sacrifici e alle cerimonie. La convocazione fu solenne, il sommo sacerdote presiedeva, tutto il clero era presente (Giovanni 11:47); e tuttavia Cristo fu condannato e la sua dottrina rigettata.
Questo mostra che la Chiesa non è racchiusa in un Concilio.
Si dirà: non dobbiamo temere che ciò accada a noi. Ma chi ce ne darà garanzia? Essere negligenti in cosa di tanta importanza sarebbe grande stoltezza. Poiché lo Spirito Santo ha chiaramente profetizzato, per bocca dell’apostolo Paolo, che vi sarebbe stata un’apostasia (2 Tessalonicesi 2:3), la quale non può avvenire se prima i pastori non si allontanano da Dio, perché chiudere deliberatamente gli occhi davanti al pericolo?
Non si deve dunque concedere che la Chiesa consista nell’assemblea dei prelati, ai quali Dio non ha mai promesso di essere sempre buoni; anzi ha dichiarato che talvolta saranno malvagi. Se Dio ci avverte del pericolo, lo fa per renderci più prudenti.
4:9:8 - L’autorità dei Concili subordinata alla Scrittura
Si dirà: dunque le decisioni dei Concili non hanno alcuna autorità? Rispondo: sì, ne hanno. Non sostengo che si debbano respingere tutti i Concili o annullarne gli atti. Ma quando si invoca un decreto conciliare, si deve considerare diligentemente in quale tempo fu tenuto, per quale causa, a quale fine, e da quali persone; poi esaminare il punto alla regola della Scrittura. La decisione del Concilio deve avere il suo peso e servire come ammonimento; ma non deve impedire l’esame alla luce della Parola.
Così insegna Agostino nel terzo libro contro Massimino: «Io non devo opporre il Concilio di Nicea, né tu quello di Rimini, come per togliere la libertà di giudicare… La cosa sia discussa con ragione, fondata sull’autorità della Scrittura, comune a entrambe le parti».
Se così si facesse, i Concili conserverebbero l’autorità che compete loro, mentre la Scrittura rimarrebbe nella sua preminenza, e tutto sarebbe sottomesso alla sua regola.
Noi accettiamo volentieri gli antichi Concili - come quelli di Nicea, Costantinopoli, il primo di Efeso, Calcedonia - in quanto hanno condannato errori ed eresie. Essi contengono una pura e naturale interpretazione della Scrittura, con cui i padri hanno confutato i nemici della cristianità.
Anche in alcuni Concili successivi si può scorgere zelo e dottrina; ma, poiché il mondo tende a declinare, è evidente come la Chiesa sia gradualmente decaduta dalla sua purezza originaria. Non dubito che anche in tempi corrotti vi siano stati buoni vescovi; ma accadde come nel Senato romano: contando i voti senza pesare le ragioni, la maggioranza prevalse spesso sulla parte migliore. Ne seguirono conclusioni perverse, come altri hanno ampiamente mostrato.
4:9:9 - I Concili in contrasto e il criterio della Parola
Che dire poi delle contraddizioni tra Concili, quando ciò che è stato deciso in uno è stato annullato in un altro? Non si dica che uno dei due non fosse legittimo: come lo stabiliremo? Non vi è altro criterio che la Scrittura.
Circa novecento anni fa si tenne a Costantinopoli, sotto l’imperatore Leone, un Concilio che decretò l’abbattimento delle immagini nelle chiese. Poco dopo, Irene convocò a Nicea un altro Concilio che ne ordinò il ripristino. Quale dei due riterremo legittimo? Prevalse il secondo, e le immagini rimasero.
Eppure Agostino afferma che tale pratica comporta grave pericolo di idolatria; Epifanio, ancora più antico, la chiama abominazione. Se avessero vissuto in seguito, avrebbero approvato quel Concilio? Inoltre, secondo gli storici, quel Concilio non solo ristabilì le immagini, ma decretò che dovessero essere onorate: decisione manifestamente perversa.
In tali casi non possiamo discernere se non esaminando tutto alla luce della Parola di Dio, che è la bilancia alla quale sono soggetti non solo gli uomini, ma anche gli angeli.
Per questo respingiamo il secondo Concilio di Efeso e approviamo quello di Calcedonia: nel primo fu confermata l’empietà di Eutiche, nel secondo fu condannata. I padri di Calcedonia fondarono il loro giudizio sulla Parola di Dio; e noi li seguiamo con questa condizione, che la Parola ci illumini.
4:9:10 - Le debolezze anche dei migliori Concili
Anche nei Concili antichi, i più puri, vi è talvolta qualcosa da correggere: perché i vescovi, pur dotti e prudenti, concentrati sulle questioni principali, trascuravano altri aspetti; oppure, occupati in grandi controversie, non badavano alle cose minori; talvolta erravano per ignoranza; o si lasciavano trasportare da eccessivo fervore.
Di quest’ultimo punto abbiamo un esempio nel primo Concilio di Nicea. I vescovi, riuniti per difendere la fede contro Ario, pur vedendolo pronto alla disputa e dovendo mostrarsi concordi per confutarlo, cominciarono invece a mordersi e accusarsi a vicenda, presentando scritti diffamatori, tanto che, se l’imperatore Costantino non avesse posto fine alle contese dichiarando di non voler essere giudice, le divisioni sarebbero continuate.
Quanto più è verosimile che altri Concili successivi abbiano potuto errare! Chiunque legga gli atti degli antichi Concili vi troverà molte debolezze. Non dico altro.
4:9:11 - L’infallibilità negata e il giudizio sulla fragilità dei Concili
Di fatto, Leone, vescovo di Roma, non esitò a rimproverare il Concilio di Calcedonia di ambizione e temerità, pur riconoscendolo santo e cristiano quanto alla dottrina. Non negò che fosse legittimo, ma affermò apertamente che aveva potuto errare.
Potrebbe sembrare imprudente insistere su tali errori, dato che gli stessi papisti ammettono che i Concili possono sbagliare in cose non necessarie alla salvezza. Ma questa osservazione non è superflua. Infatti, sebbene costretti dall’argomentazione riconoscano a parole questa possibilità, tuttavia pretendono che noi riceviamo indistintamente come rivelazione dello Spirito Santo tutto ciò che un Concilio abbia stabilito, in qualunque materia. Così, di fatto, richiedono più di quanto concedano verbalmente.
Dove vogliono arrivare, se non a ottenere che i Concili non possano errare? Oppure, se errano, che non sia lecito discernere la verità o rifiutare l’errore?
Il mio intento è mostrare che lo Spirito Santo ha sì governato i buoni Concili, ma ha permesso che vi fosse mescolata qualche debolezza umana, affinché impariamo a non riporre eccessiva fiducia negli uomini. Questa posizione è più moderata di quella di Gregorio Nazianzeno, il quale affermò di non aver mai visto un Concilio con esito felice. Dicendo così, egli quasi non lascia loro alcuna autorità.
Non occorre parlare a parte dei Concili provinciali: da quanto detto si comprende facilmente quale autorità debbano avere nel fondare articoli di fede o imporre dottrine.
4:9:12 - L’obbedienza ai superiori e il discernimento spirituale
Privati dell’appoggio della ragione, i Romanisti ricorrono a questo ultimo rifugio: anche se i pastori fossero ignoranti o perversi, la Parola di Dio comanda di obbedire ai superiori (Ebrei 13:17).
Ma io nego che tali persone siano nostri superiori. Essi non devono usurpare dignità maggiore di quella di Giosuè, profeta di Dio e pastore eccellente. E quali parole ricevette nel suo incarico? «Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca; meditalo giorno e notte… non te ne sviare né a destra né a sinistra» (Giosuè 1:7-8).
Riconosceremo dunque come nostri prelati spirituali coloro che non si allontanano dalla legge di Dio.
Se dovessimo accettare indiscriminatamente la dottrina di tutti i pastori, perché la Scrittura ci ammonisce così spesso a non ascoltare i falsi profeti? «Non ascoltate le parole dei profeti che vi profetizzano; vi insegnano menzogne» (Geremia 23:16). «Guardatevi dai falsi profeti» (Matteo 7:15). L’apostolo Giovanni esorta a provare gli spiriti (1 Giovanni 4:1).
Nemmeno gli angeli sono esenti da questo criterio, quanto più gli uomini! «Se un cieco guida un altro cieco, cadranno entrambi nella fossa» (Matteo 15:14). Non è dunque prudente ascoltare chiunque senza discernimento (Galati 1:8).
I titoli di Concili, vescovi o prelati non devono impedirci di esaminare ogni spirito secondo la regola della Parola di Dio.
4:9:13 - I Concili come strumento ordinario, ma non supremo
Poiché abbiamo mostrato che la Chiesa non ha potere di forgiare nuova dottrina, consideriamo ora il potere che i papisti le attribuiscono nell’interpretazione della Scrittura.
Confessiamo volentieri che, se sorge controversia su qualche articolo, non vi è rimedio migliore che convocare un Concilio di veri vescovi per discuterla. Una decisione presa in comune, dopo aver invocato la grazia dello Spirito Santo, ha più peso che il giudizio isolato di singoli.
Inoltre, riuniti insieme, i vescovi possono meglio concordare una forma comune d’insegnamento, affinché la diversità non produca scandalo. L’apostolo Paolo indica quest’ordine nel giudicare le dottrine (1 Corinzi 14:29).
Così avvenne quando Ario turbò la Chiesa: fu convocato il Concilio di Nicea, che condannò la sua empietà. Più tardi, contro Eunomio e Macedonio, si tenne il Concilio di Costantinopoli. Il primo Concilio di Efeso fu convocato contro Nestorio.
Questa è stata la via ordinaria per conservare l’unità della Chiesa quando il diavolo suscitava errori.
Tuttavia non in ogni tempo vi sono stati Atanasio, Basilio o Cirillo. E ricordiamo il secondo Concilio di Efeso, dove l’eresia eutichiana fu accolta, e Flaviano, santo vescovo, fu deposto, perché presiedeva Dioscoro, uomo turbolento, e non lo Spirito di Dio.
Ciò non significa che la Chiesa sia perita: la verità non muore, anche se può essere oppressa in un Concilio. Dio la conserva per farla risplendere di nuovo a suo tempo. Ma non è vero che ogni interpretazione approvata in un Concilio sia necessariamente conforme alla Scrittura.
4:9:14 - L’abuso dell’interpretazione e la pretesa sovranità dei Concili
I Romanisti mirano a un altro fine: attribuire ai Concili potere sovrano e senza appello nell’interpretazione della Scrittura. Così chiamano “interpretazione” tutto ciò che è stato stabilito in un Concilio.
Purgatorio, intercessione dei santi, confessione auricolare e simili invenzioni: non se ne trova una sola sillaba nella Scrittura. Eppure, poiché sarebbero state definite dall’autorità della Chiesa, pretendono che siano interpretazioni della Scrittura.
Anzi, se un Concilio decreta qualcosa direttamente contrario alla Scrittura, ciò stesso viene chiamato interpretazione.
Cristo comanda a tutti di bere dal calice nella Cena (Matteo 26:26); il Concilio di Costanza proibì di darlo al popolo, riservandolo al sacerdote. E questa evidente contraddizione all’istituzione di Cristo sarebbe interpretazione della Scrittura.
L’apostolo Paolo chiama l’imposizione del celibato «dottrina di demoni» (1 Timoteo 4:1-3), e altrove lo Spirito Santo dichiara il matrimonio onorevole in tutti (Ebrei 13:4). Eppure il divieto del matrimonio ai sacerdoti viene imposto come interpretazione della Scrittura.
Chi osa opporsi è giudicato eretico, poiché la decisione della Chiesa sarebbe senza appello.
Quanto alla pretesa che la Chiesa approvi la Scrittura conferendole autorità, è una bestemmia sottomettere la sapienza di Dio al giudizio umano. Se l’autorità della Scrittura dipendesse dall’approvazione della Chiesa, quale decreto conciliare lo attesta? Nessuno.
Come avrebbe potuto Ario essere confutato a Nicea con l’Evangelo di Giovanni, se quel libro non fosse stato ancora approvato da un Concilio universale?
Essi parlano di un antico “Canone” della Scrittura, che sarebbe stato definito dalla Chiesa. Ma in quale Concilio fu stabilito? Non lo possono mostrare.
E inoltre, quale canone? Se seguiamo Gerolamo, dovremmo considerare apocrifi i Maccabei, Tobia, l’Ecclesiastico e altri libri che costoro invece vogliono accogliere.
Così cade la loro pretesa, e rimane ferma una sola verità: la Scrittura è norma suprema, alla quale anche i Concili devono essere sottomessi.
Riassunto del capitolo 4:9