Letteratura/Midollo Sacra Teologia/12 Le conseguenze del peccato

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Capitolo 12. Le conseguenze del peccato

Nella discussione precedente abbiamo trattato della Caduta e delle sue cause; ora seguiranno le conseguenze della Caduta.

12:1 Le conseguenze del peccato sono: 1. Colpevolezza e impurità. 2. Punizione, propriamente e distintamente intesa come tale.

12:2 La colpevolezza consiste nel vincolare la persona peccatrice a subire la giusta punizione per la sua colpa. Essa è colpevole. Tutti si trovano sotto (il dominio) del peccato[1]: tutta l'umanità è colpevole davanti a Dio.

  • Levitico 5:5-6 - "Quando uno dunque si sarà reso colpevole di una di queste cose, confesserà il peccato che ha commesso; porterà all'Eterno, come sacrificio della sua colpa, per il peccato che ha commesso, una femmina del gregge, una pecora o una capra, come sacrificio per il peccato; e il sacerdote farà per lui l'espiazione del suo peccato".
  • Romani 3:9 - "Che dunque? Abbiamo noi qualche superiorità? Niente affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sotto il peccato".
  • 1 Corinzi 15:7 - "se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati".

12:3 Da qui deriva che la distinzione tra la colpevolezza della colpa e la colpevolezza della pena, così come la distinzione fatta dai papisti tra la remissione della pena e la remissione della colpa, è una distinzione priva di reale differenza[2].

12:4 La colpevolezza (guiltiness) non è la forma essenziale del peccato, ma un suo effetto o un attributo conseguente, che in parte può essere separato dal peccato, e in parte no[3].

12:5 Ora la colpevolezza segue il peccato, in parte in virtù della Legge di Dio che stabilisce una pena per il peccato. Sotto questo aspetto, essa contiene in sé qualcosa di buono[4], ed è da Dio — e proprio in questo senso Dio non può separare la colpevolezza dal peccato. Tuttavia, poiché essa scaturisce dal peccato, ed è ciò che rende degni di punizione, essa partecipa anche della natura stessa del peccato, ed è quindi una realtà corrotta e malvagia. Anche in questo senso, non può essere separata dal peccato.

  • Questa duplice considerazione della colpevolezza è indicata in Romani 1:32: "I quali, pur conoscendo che secondo il giudizio di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma approvano anche chi le commette".

12:6 Da questa colpevolezza nasce una coscienza del tutto corrotta: essa ci accusa e ci condanna giustamente a causa del peccato. Da ciò derivano l’orrore interiore e la fuga dalla presenza di Dio, come leggiamo in Genesi 3:8,10; Ebrei 2:15; Romani 8:15.

  • Genesi 3:8-10 - "E udirono la voce dell'Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Iddio fra gli alberi del giardino. E l'Eterno Iddio chiamò l'uomo e gli disse: “Dove sei?”. Ed egli rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto'".
  • Ebrei 2:15 - "... e liberasse tutti quelli che dal timore della morte erano per tutta la vita soggetti a schiavitù".
  • Romani 8:15 - "Poiché voi non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, per il quale gridiamo: 'Abbà! Padre!'".

12:7 La sozzura (filthiness) è quella corruzione spirituale che rende il peccatore privo di ogni bellezza e onore, facendolo diventare vile e spregevole, come affermano Matteo 15:11 e Apocalisse 22:11.

  • Matteo 15:11 - "non è quel che entra nella bocca che contamina l'uomo, ma è quello che esce dalla bocca, ciò che contamina l'uomo".
  • Apocalisse 22:11 - "Chi è ingiusto sia ingiusto ancora; chi è contaminato si contamini ancora; e chi è giusto pratichi ancora la giustizia e chi è santo si santifichi ancora".

12:8 Questa sozzura (filthiness) segue immediatamente l’offesa del peccato, e rimane nel peccatore anche dopo che l’atto peccaminoso è cessato[5]. È comunemente chiamata macchia del peccato, corruzione, contaminazione, deformità, disonore, nudità, impurità, infamia, e talvolta anche colpa (culpa).

12:9 Da questa sozzura derivano, anzitutto, l’allontanamento di Dio, come afferma Isaia 1:15. Questa impurità è anche chiamata abominazione[6] e detestazione, come in Proverbi 1:32, in particolare quando si tratta di peccati più gravi (Proverbi 21:7; Geremia 16:18). In secondo luogo, ne deriva la vergogna dell’essere umano, che si traduce in confusione e timore, come in Genesi 3:7. Questa vergogna è infatti un timore che nasce nella coscienza[7], a causa della percezione della propria sozzura.

  • Isaia 1:15 - "Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue".
  • Proverbi 1:32 - "Poiché lo sviamento degli insensati li uccide e la compiacenza degli stolti li fa morire".
  • Proverbi 21:7 - "La violenza degli empi li porta via, perché rifiutano di praticare l'equità".
  • Geremia 16:18 - "Prima darò loro una doppia retribuzione per la loro iniquità e per il loro peccato, perché hanno profanato il mio paese, con quei cadaveri che sono i loro idoli ripugnanti, e hanno riempito la mia eredità delle loro abominazioni".
  • Genesi 3:7 - "Allora si aprirono gli occhi a entrambi e si accorsero che erano nudi; e cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture".
  • Romani 6:21 - "Quale frutto dunque avevate allora delle cose delle quali oggi vi vergognate? Poiché la loro fine è la morte".

12:10 La punizione è un male inflitto al peccatore a causa del suo peccato.

12:11 Essa è chiamata male perché consiste in una privazione di bene. Ma non si tratta della privazione di un bene meritato, bensì della privazione del bene della felicità, in rapporto al peccatore che viene punito[8].

12:12 Si dice che sia un male inflitto, e non semplicemente contratto, perché appartiene alla giustizia retributiva e punitiva, che ricompensa il bene e punisce il male[9].

12:13 Si dice che la punizione sia inflitta a causa del peccato, perché essa riguarda sempre e si ordina alla colpevolezza del peccato. La punizione deriva dall’offesa in quanto violazione di un divieto, e dalla colpevolezza che ne consegue; inoltre, scaturisce dalla minaccia (comminazione[10]) che accompagna il comandamento infranto.

  • Genesi 2:17 - "... ma del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai".
  • Deuteronomio 28.
  • Romani 6:23 - "... poiché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore".

12:14 Pertanto, la punizione propriamente detta può avere luogo solo nelle creature intelligenti[11], cioè in quelle che sono capaci di peccare.

  • Romani 2:14-15 - "Infatti, quando i Gentili che non hanno legge adempiono per natura le cose della legge, essi, che non hanno legge, sono legge a sé stessi; essi mostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza e perché i loro pensieri si accusano o si scusano a vicenda".
  • Luca 12:47-48 - "Quel servo, che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, sarà battuto con molti colpi, ma colui che non l'ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, sarà battuto con pochi colpi. A chi molto è stato dato, molto sarà ridomandato e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà".

12:15 Poiché il peccato viene ricondotto all’ordine attraverso la punizione, e poiché il peccato è, in sé stesso, una contrarietà alla bontà di Dio, mentre la punizione è soltanto una privazione del bene per la creatura, ne consegue che il peccato è, in sé, più malvagio della punizione[12].

  • Romani 3:8 - "Perché non “facciamo il male affinché ne venga il bene”, secondo la calunnia che ci è lanciata e la colpa che alcuni ci attribuiscono? La condanna di costoro è giusta".

12:16 Per questo motivo, anche il minimo peccato non deve mai essere tollerato[13], neppure se da esso dovesse derivare la liberazione dalla più grande punizione, o il conseguimento del massimo bene.

12:17 Nel decretare (ordain) la punizione, risplendono diversi attributi di Dio, in particolare la Sua santità, giustizia (o rettitudine) e misericordia.

12:18 La santità di Dio, nel senso più ampio del termine, è ciò per cui Egli è libero da ogni imperfezione e, per così dire, separato da ogni impurità. Ma la santità di Dio che si manifesta in modo particolare in questo contesto è quella per cui — essendo totalmente puro, senza alcuna macchia di peccato — Egli non può avere comunione con il peccato[14].

  • Isaia 6:3 - "'uno gridava all'altro e diceva: 'Santo, santo, santo è l'Eterno degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!".
  • Apocalisse 4:8 - "Le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano piene di occhi tutt'intorno e di dentro, e non cessavano mai, giorno e notte, di dire: 'Santo, santo, santo è il Signore Dio, l'Onnipotente, che era, che è e che viene'".
  • Salmo 5:4 - "poiché tu non sei un Dio che prenda piacere nell'empietà; presso di te il malvagio non trova dimora".
  • Abacuc 1:13 - "Tu, che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male e che non puoi tollerare lo spettacolo dell'iniquità, perché guardi i perfidi e taci quando il malvagio divora l'uomo che è più giusto di lui?".

12:19 La giustizia vendicatrice di Dio, che qui risplende, è quella per cui Egli infligge un male a coloro che fanno il male.

  • 2 Tessalonicesi 1:6 - "Poiché è cosa giusta presso Dio rendere a quelli che vi affliggono, afflizione".

12:20 Questa giustizia, quando si manifesta apertamente contro il peccato, è chiamata ira. Quando si accende con maggiore intensità, viene detta furore. Quando pronuncia la sentenza da eseguire contro il peccatore, prende il nome di giudizio. Quando esegue effettivamente la sentenza pronunciata, allora è propriamente detta vendetta[15].

  • Romani 1:18 - "Poiché l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia"; Efesini 5:6 - "Nessuno vi seduca con vani ragionamenti, poiché è per queste cose che l'ira di Dio viene sugli uomini ribelli".
  • Deuteronomio 29:27 - "L'Eterno li ha strappati dal loro suolo con ira, con furore, con grande indignazione, e li ha gettati in un altro paese, come oggi si vede".
  • Romani 2:5 - "Tu invece, seguendo la tua durezza e il tuo cuore impenitente, ti accumuli un tesoro d'ira per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio"; Ebrei 10:30 - "Poiché noi sappiamo chi è colui che ha detto: “A me appartiene la vendetta! Io darò la retribuzione!”. E ancora: “Il Signore giudicherà il suo popolo'".
  • Deut 32:35 - "A me la vendetta e la retribuzione, quando il loro piede vacillerà!'. Poiché il giorno della loro calamità è vicino, e ciò che per loro è preparato si affretta a venire".

12:21 La misericordia che qui risplende è quella per cui Dio punisce il peccato in misura inferiore al pieno merito che esso comporta.

12:22 Questa misericordia si manifesta come clemenza o benevolenza.

12:23 La clemenza è quella per cui Dio modera le punizioni dovute.

  • Lamentazioni 3:22 - “... è una grazia dell'Eterno che non siamo stati interamente distrutti; le sue compassioni non sono esaurite”.

12:24 La clemenza si manifesta nella pazienza e nella longanimità[16].

12:25 La pazienza è ciò per cui Dio tollera il peccato per un tempo, e risparmia i peccatori.

  • 2 Pietro 3:9 - “Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come alcuni reputano che faccia, ma egli è paziente verso di voi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti giungano al ravvedimento”.

12:26 La longanimità è ciò per cui Egli sospende a lungo la vendetta.

  • Esodo 34:6: “L'Eterno! l'Eterno! l'Iddio misericordioso e pietoso, lento all'ira, ricco in benignità e fedeltà”.
  • Romani 2:4 - "Ovvero disprezzi le ricchezze della sua benignità, della sua pazienza e longanimità, non conoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento?" (ND).

12:27 La benevolenza è quella per cui Dio, essendo ricco in bontà, dispensa molti beni anche ai peccatori.

  • Matteo 5:45: “...affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti".

Tanto per quanto riguarda la colpa, la sozzura e la punizione del peccato in generale; ora segue la punizione del peccato in particolare.

12:28 La punizione inflitta all’essere umano per il peccato è la morte.

  • Genesi 2:17 - "... ma del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai".
  • Romani 5:12 - "Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e in questo modo la morte si è estesa su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...".

12:29 Questa morte è una miserabile privazione della vita.

12:30 Per vita dell’essere umano si intende sia l’unione dell’anima con il corpo, sia tutta quella perfezione che era conforme alla condizione dell’essere umano in quello stato, sia che fosse già comunicata, sia che fosse da comunicare a certe condizioni[17].

  • Salmo 36:9 - "Poiché in te è la fonte della vita e per la tua luce noi vediamo la luce".

12:31 La morte, dunque, non proviene da Dio in quanto creatore della natura, ma proviene da Dio in quanto vendicatore del peccato[18]; perciò la morte proviene propriamente dal peccato, come causa meritoria e procurante della morte stessa.

12:32 La morte, tuttavia, non è una semplice e nuda privazione della vita: essa è accompagnata da una condizione di sottomissione alla miseria. Perciò la morte non è l’annientamento del peccatore, mediante il quale, venendo meno il soggetto della miseria, cesserebbe anche la miseria stessa[19].

12:33 Una certa immagine e rappresentazione di questa morte fu la cacciata dell’uomo dal Paradiso, dove si trovava un simbolo o sacramento della vita[20].

  • Genesi 3:22–24 - "Poi l'Eterno Iddio disse: “Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre”. Perciò l'Eterno Iddio mandò via l'uomo dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra dalla quale era stato tratto. Così egli scacciò l'uomo; e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita".

Fin qui molto sulla Morte in generale; ne consegue che è necessario parlarne in modo specifico.

12:34 Nella morte, ovvero nella maledizione di Dio che grava sul peccatore, si possono distinguere due gradi: (1) l’inizio di essa, (2) e la sua perfezione. Vi sono poi due aspetti della pena: (1) la pena della perdita, ovvero privativa, (2) e la pena del senso, ovvero positiva. Infine, vi sono due tipi di morte: (1) la morte spirituale e (2) la morte corporale.

12:35 L’inizio della morte spirituale[21], per quanto riguarda la pena della perdita, consiste nel deturpamento dell’immagine di Dio; cioè, nella perdita della grazia e della giustizia originale.

  • Romani 3:23 - "... difatti tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio".
  • Efesini 4:18 - "... con l'intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell'ignoranza che è in loro, a motivo dell'indurimento del loro cuore".

12:36 Attraverso questa perdita della grazia, l’essere umano viene spogliato di ogni dono salvifico[22]; e di conseguenza, la sua natura risulta indebolita, disordinata, e come ferita.

12:37 L’inizio della morte spirituale, per quanto riguarda la pena del senso[23] o sensoriale, consiste nella schiavitù spirituale.

12:38 La schiavitù spirituale è la sottomissione al potere delle tenebre, ovvero ai nemici spirituali e mortali dell’anima.

  • Colossesi 1:13 - "Egli ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio".
  • 2 Pietro 2:19 - "... promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, perché uno diventa schiavo di ciò che l'ha vinto".

12:39 Questa schiavitù è una sottomissione al Diavolo, e ai servi del Diavolo.

12:40 La schiavitù al Diavolo è una sottomissione al potere per mezzo del quale il Diavolo opera efficacemente negli esseri umani; e in rapporto a loro, egli detiene il potere della morte.

  • Atti 26:18 - "... per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati e la loro parte di eredità tra i santificati".
  • 2 Corinzi 4:4 - "per gli increduli, dei quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, affinché la luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l'immagine di Dio, non risplenda loro".
  • Giovanni 12:31; 16:11 - "Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo (...) quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato".
  • 2 Timoteo 2:26 - "... in modo che, rientrati in sé stessi, escano dal laccio del diavolo, che li aveva presi prigionieri perché facessero la sua volontà".
  • Efesini 2:2 - "... ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera al presente negli uomini ribelli".

12:41 La schiavitù dei servi del Diavolo consiste nella sottomissione al mondo e al peccato.

12:42 La schiavitù al mondo è la sottomissione alle seduzioni e attrazioni che si trovano nel mondo.

  • Filippesi 3:19 - "...la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre e la cui gloria è in ciò che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra".
  • 1 Giovanni 4:5 - "Costoro sono del mondo, perciò parlano come chi è del mondo e il mondo li ascolta".
  • 1 Giovanni 2:15-16 - "Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Poiché tutto quello che è nel mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non è dal Padre, ma è dal mondo".

12:43 Il servizio o la schiavitù al peccato è quella condizione in cui l’uomo è così catturato dal peccato da non avere alcuna forza per liberarsene.

  • Romani 6:16-17-20 "Non sapete voi che, se vi date a uno come servi per ubbidirgli, siete servi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio che eravate servi del peccato, ma avete di cuore ubbidito a quel tenore d'insegnamento che vi è stato trasmesso e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. Io parlo alla maniera degli uomini, per la debolezza della vostra carne, poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione. Poiché, quando eravate servi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia".

12:44 A causa di questa schiavitù, sebbene la libertà di volontà rimanga (essenziale alla natura umana), la libertà che riguarda la perfezione della natura umana non si trova nello stato di peccato, a meno che non sia remota e morta. La libertà di volontà che apparteneva alla natura perfetta dell’uomo era quella potenza di compiere atti spiritualmente buoni, e perciò accettabili a Dio.

12:45 Da questo inizio della morte spirituale consegue la moltiplicazione del peccato nella vita presente.

12:46 I peccati che seguono al primo hanno un certo rapporto con la punizione[24] rispetto al peccato originale, come insegna Romani 1:25.

  • Romani 1:25 - "... essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen".

12:47 Questo rapporto di pena è attribuito a tali peccati per diverse ragioni: (1) Per gli effetti o le conseguenze che essi producono, perché aumentano la morte spirituale dell’essere umano e accrescono la sua miseria. (2) Sono detti punizioni anche in relazione alla sofferenza interiore che accompagna il peccare stesso, per cui la natura umana viene abbassata e degradata. (3) Inoltre, sono considerati punizioni del peccato precedente (cioè del peccato originale), perché quel primo peccato ha provocato la privazione della giustizia, della grazia e dell’aiuto divino; e per la loro assenza, l’uomo cade in quei peccati successivi. (4) Infine, possono essere considerati punizioni anche nel senso che il primo peccato ha disposto e preparato l’essere umano a commettere i peccati successivi; in questo senso, ha trascinato con sé tutti quei peccati e i mali che li accompagnano o che ne derivano.

Note esplicative

  1. L’espressione "sotto il peccato" in Romani 3:9 traduce il greco ὑφ᾽ ἁμαρτίαν (hyp’ hamartían), che letteralmente significa “sotto [il potere del] peccato”. Indica una condizione di dominio o sottomissione giuridica e morale: il peccato agisce come una forza o padrone al quale tutti sono assoggettati. Paolo sviluppa questo concetto ampiamente in Romani 5–7, dove il peccato è presentato quasi come una potenza regnante da cui l’essere umano ha bisogno di essere liberato.
  2. La teologia cattolica romana distingue tra la colpa del peccato (culpa) e la pena del peccato (poena). Secondo tale dottrina, la remissione della colpa avviene nel momento in cui, mediante il sacramento della penitenza, il peccatore riceve il perdono di Dio e viene ristabilito nella grazia. Tuttavia, la pena temporale per il peccato rimane e deve essere espiata, sia in questa vita attraverso opere di penitenza, indulgenze e soddisfazioni, sia nell’aldilà attraverso il purgatorio. Per questo motivo si parla di remissione della colpa (che riguarda il rapporto con Dio) e remissione della pena (che riguarda la giustizia retributiva). Ames, dal punto di vista protestante, respinge tale distinzione come una separazione artificiosa, ritenendo che la colpa e la pena siano inseparabili: dove vi è colpa vi è anche necessariamente l’obbligo alla pena. La giustificazione per grazia, quindi, comporta la piena remissione sia della colpa che della pena, in virtù dell’espiazione compiuta da Cristo.
  3. Ames distingue tra l’essenza del peccato e le sue conseguenze. La "forma" del peccato è la sua realtà intrinseca: la trasgressione della legge di Dio, l’atto volontario contrario alla sua volontà. La colpevolezza, invece, è una conseguenza morale e giuridica del peccato: è ciò che rende la persona meritevole di condanna. Essa è “in parte separabile” perché può essere rimossa per grazia (nella giustificazione); ma è anche “in parte inseparabile” perché finché il peccato sussiste, la colpevolezza lo accompagna necessariamente. Ames chiarisce così che non è la colpevolezza a “fare” il peccato, ma il peccato che genera colpevolezza.
  4. Ames intende dire che la colpevolezza, intesa come conseguenza giuridica del peccato, è un effetto giusto e ordinato stabilito da Dio. Essa è “buona” non in sé, ma in quanto espressione della giustizia divina: la Legge stabilisce che il peccato merita una punizione, e questa corrispondenza tra colpa e pena è buona perché riflette la santità e la rettitudine di Dio. In questo senso, Dio stesso è autore di questa struttura morale. Tuttavia, la colpevolezza come realtà soggettiva del peccatore — cioè come condizione per cui egli merita giustamente la condanna — rimane una condizione negativa e peccaminosa. Ames distingue quindi la colpevolezza come atto di giustizia divina (positiva) dalla colpevolezza come corruzione derivante dal peccato (negativa).
  5. Ames afferma che il peccato non lascia solo una colpa giuridica, ma produce anche una corruzione morale e spirituale nell’anima della persona. Anche quando l’azione peccaminosa è terminata, la “sozzura” o “macchia” del peccato permane, come una deformazione della volontà, dell’intelletto e dell’affetto. Questa impurità non è solo una conseguenza passiva, ma una disposizione attiva al male, un'inclinazione radicata che rende la persona spiritualmente impura agli occhi di Dio. Per questo motivo, nella teologia riformata, si insiste sulla necessità non solo del perdono, ma anche della santificazione: Dio deve non solo giustificare il peccatore, ma purificarlo interiormente. L’uso di termini come macchia, deformità, impurità richiama spesso anche il linguaggio cultuale dell’Antico Testamento, dove l’impuro non poteva accostarsi a Dio senza una purificazione rituale — immagine della purificazione spirituale necessaria nel Vangelo.
  6. Nel linguaggio biblico, l’abominazione (abomination) indica ciò che è moralmente ripugnante agli occhi di Dio, non solo in quanto violazione della legge, ma come profanazione del Suo carattere santo. È un termine fortemente etico e cultuale, usato spesso per idolatria, immoralità sessuale e ingiustizie gravi. Quando Ames afferma che certi peccati sono abominazione, egli sottolinea che alcune forme di sozzura morale suscitano un particolare orrore in Dio, non perché Egli sia soggetto a emozioni umane, ma perché la Sua santità reagisce con assoluta riprovazione a ciò che è profondamente perverso (cfr. Proverbi 6:16-19; Geremia 7:10).
  7. Ames evidenzia il ruolo della coscienza come testimone interiore che, anche dopo l’atto peccaminoso, continua ad accusare il peccatore. La vergogna, in questo contesto, non è soltanto un’emozione psicologica o una reazione sociale, ma un effetto morale e spirituale: nasce dalla percezione di una sozzura interiore, cioè dalla consapevolezza di essere in una condizione indegna davanti a Dio. Questo timore vergognoso è ciò che spinse Adamo ed Eva a nascondersi dopo il peccato (Genesi 3:7–10). Secondo la dottrina riformata, la coscienza è una facoltà creata da Dio per riflettere il giudizio della Sua legge nel cuore umano (Romani 2:14–15). Anche se corrotta dal peccato, essa conserva una certa funzione normativa, per cui il peccatore, pur non rigenerato, prova inquietudine e senso di condanna. Questa vergogna, dunque, è una forma di grazia preveniente che può condurre al pentimento, ma che, se ignorata, contribuisce alla rovina interiore.
  8. “È chiamata un male perché è una privazione di bene…”. Ames qui si rifà alla tradizione agostiniana secondo cui il male, in senso metafisico, non è una sostanza positiva, ma una privazione del bene (privatio boni). La punizione è dunque un “male” perché toglie al peccatore il bene della felicità, ma non lo fa ingiustamente. Non è infatti la privazione di un bene che il peccatore abbia diritto di possedere, ma piuttosto la giusta sottrazione di un bene che egli ha perso a causa del peccato. In altre parole: la punizione è male per chi la subisce, ma non è un’ingiustizia, perché non toglie ciò che gli spetta, bensì ciò che egli ha reso indegno di ricevere. Si tratta quindi di un “male giusto”, in quanto atto di giustizia divina, che separa il peccatore dalla comunione con Dio, fonte del vero bene e della beatitudine.
  9. Con questa distinzione, Ames sottolinea che la punizione non è solo una conseguenza automatica del peccato, come una malattia che si contrae per contagio, ma è un atto deliberato di giustizia da parte di Dio. Il peccatore non "contrae" la pena semplicemente per via naturale, ma la riceve come inflizione giusta da parte di un Giudice santo. Questo male è quindi giuridico e personale, ed esprime la volontà retributiva di Dio: Egli punisce non per impulso, ma in conformità alla Sua giustizia perfetta, la quale ricompensa il bene e vendica il male (giustizia remunerativa e punitiva). In tal modo, la punizione assume il carattere di atto morale e giudiziario, non di semplice evento casuale o meccanico.
  10. Il termine comminazione (dal latino comminari, “minacciare”) indica in teologia la minaccia di una pena unita a un comandamento. Ogni precetto divino importante, specialmente nella legge morale, non si presenta solo come dovere, ma è accompagnato da un avvertimento solenne: se non obbedito, comporterà una giusta punizione (cfr. Genesi 2:17; Deuteronomio 28; Romani 6:23). Ames afferma che la punizione segue il peccato non solo perché questo trasgredisce un divieto, ma anche perché vi era stata annunciata una conseguenza punitiva in caso di disobbedienza. La comminazione rende la pena giusta e necessaria: Dio rimane fedele alla sua parola sia nelle promesse che nelle minacce, e quindi la colpevolezza dell’uomo chiama la punizione come conseguenza vincolante della verità e giustizia divina.
  11. Ames intende dire che la punizione in senso proprio — cioè come atto morale e giuridico di giustizia retributiva — si applica solo a esseri dotati di intelligenza, volontà e responsabilità morale, cioè angeli e esseri umani. Solo le creature coscienti del bene e del male, capaci di conoscere la legge di Dio e di scegliere volontariamente di trasgredirla, possono essere ritenute colpevoli nel senso pieno del termine. Gli animali o gli oggetti inanimati possono subire danno, ma non punizione, perché non sono moralmente responsabili. Questa distinzione sottolinea che la giustizia di Dio è perfettamente razionale e morale: Egli punisce solo dove c’è vera colpevolezza, cioè laddove esiste una coscienza e una libera volontà che ha scelto contro la legge conosciuta (cfr. Romani 2:14–15; Luca 12:47–48).
  12. Ames afferma un principio morale e teologico centrale: il peccato è peggiore della punizione, non solo per le sue conseguenze, ma nella sua natura intrinseca. Infatti, il peccato è un disordine attivo, una offesa diretta alla bontà, santità e maestà di Dio, mentre la punizione è un mezzo ordinato da Dio per restaurare la giustizia e reprimere il male. In altre parole, la punizione è un “male giusto”, che Dio infligge per correggere o giudicare; il peccato, invece, è un “male colpevole”, che nasce dalla ribellione della creatura contro il Creatore. La punizione colpisce il bene della creatura, ma non intacca la santità di Dio; il peccato, invece, è una ribellione morale che si oppone direttamente alla volontà e al carattere di Dio. Questa prospettiva serve a fondare anche l’idea successiva (12:16): non si può mai giustificare un peccato neppure per ottenere un fine apparentemente buono.
  13. Questo principio si fonda sull’idea che il peccato è sempre contrario alla volontà e alla santità di Dio, e pertanto non può essere giustificato o permesso nemmeno per ottenere un bene maggiore o per evitare un male più grande. Ames richiama qui la denuncia dell’apostolo Paolo in Romani 3:8, dove alcuni cercavano di giustificare il peccato come mezzo per ottenere un fine buono, sostenendo che “facendo il male, venga il bene”. La dottrina riformata insiste sulla santità assoluta di Dio e sul dovere inviolabile di obbedire alla sua legge morale. Permettere anche il “minimo” peccato significa aprire la porta alla ribellione e alla corruzione morale. Questo non esclude la realtà del peccato nella vita umana, ma afferma la necessità della continua lotta contro il peccato, il rigetto totale di ogni compromesso con esso e la dipendenza dalla grazia di Dio per la santificazione e la perseveranza.
  14. Ames, seguendo la dottrina classica della santità divina, afferma che Dio è totalmente separato dal peccato, non solo ontologicamente (cioè per natura), ma anche moralmente. Quando si dice che Dio “non può avere comunione con il peccato”, non si intende che Dio ignori o non ammetta l’esistenza del peccato — al contrario, Egli lo conosce perfettamente, lo giudica e lo governa nei Suoi decreti. Tuttavia, questa conoscenza non implica alcun coinvolgimento morale o approvazione. Dio non è l’autore del peccato, né può essere accusato di parteciparvi in alcun modo (Giacomo 1:13). Egli permette il peccato per fini saggi e santi, ma non lo approva né vi si unisce: lo rigetta, lo condanna e lo punisce perché è contrario al Suo essere. Questa distinzione protegge sia la sovranità di Dio (che tutto governa) sia la Sua santità assoluta, per cui non può avere alcuna “comunione morale” con il male, né essere complice della colpa umana.
  15. Le distinzioni tra ira, furore, giudizio e vendetta proposte da William Ames non corrispondono in modo rigido a categorie linguistiche nei testi originali ebraici e greci, ma vanno comprese come una progressione teologica e morale nella manifestazione della giustizia retributiva di Dio. Vedi qui tabella.
  16. Pazienza e longanimità sono due attributi strettamente collegati della misericordia divina, ma hanno accentuazioni differenti: La pazienza (patientia) indica il fatto che Dio tollera il peccato e sopporta il peccatore senza punirlo immediatamente. Essa mette in luce la sospensione dell’ira di Dio per un tempo determinato, durante il quale il peccatore è ancora in vita e ha l’opportunità di ravvedersi (cfr. 2 Pietro 3:9). La longanimità (longanimitas) va oltre la semplice sospensione e sottolinea la durata estesa di quella sospensione: Dio ritarda a lungo l’esecuzione del giudizio, anche quando il peccatore persevera nella colpa. È una forma amplificata della pazienza, che riflette una sopportazione prolungata e generosa (cfr. Esodo 34:6). In sintesi, la pazienza è il “non colpire subito”, la longanimità è il “non colpire ancora, nonostante il tempo trascorso e la gravità”. Entrambe sono espressioni della misericordia di Dio, ma la longanimità implica una magnanima perseveranza nella sopportazione.
  17. Quando Ames parla della “vita dell’essere umano”, egli non intende soltanto la vita biologica, cioè l’unione dell’anima con il corpo, ma anche tutto ciò che costituiva la pienezza della condizione umana originaria: comunione con Dio, integrità morale, libertà dalla sofferenza e dalla morte, e la capacità di conseguire una perfezione ulteriore a condizione dell’obbedienza. Alcune di queste perfezioni erano già concesse all’uomo nel suo stato di innocenza (ad esempio l’integrità morale), altre erano promesse condizionalmente, da ricevere solo in seguito all’obbedienza perseverante (come l’immortalità gloriosa). In questo senso, la “vita” è intesa come benedizione integrale e finalizzata alla comunione con Dio. Di conseguenza, la morte non è solo la separazione dell’anima dal corpo, ma una privazione complessiva: (1) fisica, perché il corpo decade; (2) spirituale, perché l’anima è alienata da Dio; (3) eterna, perché viene meno la speranza della beatitudine futura. Come tale, la morte è l’opposto dell’intera “vita” così definita — ed è per questo che viene qualificata da Ames come “miserabile privazione”.
  18. Questa affermazione sottolinea una distinzione teologica fondamentale tra l’intento originario di Dio nella creazione e la sua giusta retribuzione del peccato. In quanto Creatore della natura, Dio ha stabilito l’essere umano per la vita, l’ordine, la comunione con sé e la perfezione progressiva. In questo senso, la morte non appartiene all’ordine naturale originario: non era prevista come parte costitutiva della creazione “molto buona” (Genesi 1:31). Tuttavia, in quanto Giudice giusto e santo, Dio ha decretato la morte come punizione per il peccato (cfr. Genesi 2:17; Romani 6:23). Egli dunque non è l’autore della morte come tale, ma la infligge giustamente in risposta alla trasgressione. Perciò, la morte è sì “da Dio”, ma non in quanto Dio crea, bensì in quanto Dio giudica. In questa prospettiva, il peccato è la causa meritoria della morte, mentre Dio ne è la causa giusta e sovrana come vendicatore. Questa distinzione è essenziale per evitare di attribuire a Dio la colpa della morte, mantenendo invece ferma la sua giustizia e santità.
  19. In questo passaggio Ames intende confutare l’idea errata secondo cui la pena del peccato consisterebbe in una cessazione totale dell’esistenza del peccatore (annichilazione o annientamento). Se la morte fosse semplicemente l’eliminazione dell’essere umano, non vi sarebbe più alcun soggetto che possa subire o percepire la miseria, e dunque nessuna vera punizione. Secondo la dottrina cristiana classica, tuttavia, la morte inflitta per il peccato non è un semplice “cessare di esistere”, ma è piuttosto uno stato di alienazione da Dio, accompagnato da sofferenza (spirituale, fisica e in prospettiva eterna). L’essere umano continua a esistere come soggetto morale e cosciente, e proprio per questo può essere oggetto del giudizio divino. In sintesi, la morte come pena non è l’eliminazione del problema, ma la sua espressione più grave: l’essere umano, separato da Dio, rimane esistente, ma in una condizione miserevole. Questo rifiuto dell’annichilazione è coerente con l’insegnamento biblico sul giudizio eterno (cfr. Matteo 25:46) e con la natura dell’uomo come anima immortale.
  20. L’espressione “simbolo o sacramento della vita” si riferisce al “lignaggio della vita” (Genesi 2:9; 3:22), cioè l’albero posto nel giardino dell’Eden che Dio aveva collocato come segno visibile e sacramentale della vita eterna promessa all’essere umano in caso di obbedienza. Secondo la teologia riformata, specialmente nei teologi puritani come Ames, un sacramento è un segno visibile istituito da Dio per comunicare una realtà spirituale invisibile, sotto condizione. In questo caso, l’albero della vita non conferiva magicamente l’immortalità, ma era il segno e il sigillo della vita eterna promessa da Dio all’uomo qualora egli perseverasse nell’obbedienza. Esso rappresentava la comunione con Dio e la vita beatifica da ricevere non per natura, ma per grazia. Dunque, quando Ames afferma che la cacciata dell’uomo dal Paradiso fu una rappresentazione della morte, intende dire che l’allontanamento dal luogo dove si trovava il “sacramento della vita” fu segno visibile e concreto della perdita della vita eterna, e quindi manifestazione visibile della morte spirituale e futura. La privazione del sacramento significava la privazione della realtà promessa.
  21. L’“inizio della morte spirituale” si riferisce alla prima e immediata conseguenza del peccato dell’uomo: la perdita della grazia originale e della giustizia che Dio aveva concesso all’uomo nello stato di innocenza. La morte spirituale è, nel suo significato più profondo, separazione da Dio, fonte della vita vera (Efesini 2:1; Colossesi 2:13). Il suo “inizio” consiste nella privazione di ciò che teneva l’uomo in comunione con Dio, ovvero: (1) la grazia santificante, (2) la giustizia originale, e quindi la somiglianza morale e spirituale con Dio, spesso definita “immagine di Dio” in senso riformato. Romani 3:23 (“sono privi della gloria di Dio”) e Efesini 4:18 (“estranei alla vita di Dio”) sono testi chiave che mostrano questa privazione immediata, e non solo un processo graduale. In sintesi: l’inizio della morte spirituale non è un evento simbolico, né semplicemente un cambiamento emotivo o relazionale, ma una realtà ontologica e morale: l’essere umano, decaduto nel peccato, non ha più in sé la vita di Dio, ed è perciò spiritualmente morto, anche se ancora vivo nel corpo.
  22. Per “doni salvifici” (saving gifts) si intendono tutti quei benefici spirituali che Dio concede alla creatura razionale per condurla alla salvezza eterna. Con l’espressione doni salvifici, Ames si riferisce ai doni soprannaturali che, nello stato originario, erano stati concessi ad Adamo (e, per estensione, alla sua discendenza) non per natura, ma per grazia. Questi doni includevano: (1) La grazia santificante, che rendeva l’uomo gradito a Dio. (2) La giustizia originale, cioè un perfetto ordine morale, con la volontà sottomessa alla legge di Dio. (3) La comunione con Dio, sorgente della vita spirituale. (4) La capacità di non peccare (non la confermata impeccabilità, ma la libertà di persistere nella giustizia). (5) L'accesso alla vita eterna, a condizione dell’obbedienza. Poi, dopo la caduta con il peccato, l’essere umano perde questi doni salvifici. Ames afferma che l’uomo è “spogliato” di essi, e rimane con la sola natura corrotta, priva della grazia e ferita nel suo ordine originario. Perciò, i “doni salvifici” non si riferiscono solo a benefici generici, ma a tutto ciò che dà accesso alla vita eterna e che l’uomo decaduto non possiede più, se non per rigenerazione e grazia sovrana (come insegnato nella teologia riformata classica).
  23. La “pena del senso” (punishment of sense) indica la pena positiva o attiva che si prova nella coscienza e nella vita interiore del peccatore, distinta dalla “pena della perdita” (privazione della grazia). Mentre la pena della perdita è la privazione di beni spirituali (grazia, giustizia, comunione con Dio), la pena del senso è la sofferenza reale, concreta, percepita, che si manifesta nell’anima del peccatore come: (1) convinzione di colpa e rimorso (coscienza accusatrice), (2) angoscia spirituale, (3) paura di Dio, (4) schiavitù al peccato e al maligno. Ames identifica dunque la pena del senso con la “schiavitù spirituale” (spiritual bondage), che è la condizione in cui l’anima sperimenta la realtà della propria separazione da Dio, sotto l’influenza attiva del Diavolo. È un “sentire” doloroso che accompagna la condanna, distinta dalla semplice privazione (che è “silenziosa” e non sempre percepita immediatamente). La pena del senso è dunque quella parte del castigo divino che si manifesta nel vissuto interiore del peccatore, sotto forma di schiavitù, angoscia e sofferenza spirituale, esperienza che segna l’inizio della morte spirituale in senso attivo.
  24. William Ames afferma che alcuni peccati successivi al peccato originale sono, in sé stessi, una forma di punizione. Questo concetto può sembrare paradossale, ma è ben radicato nella teologia agostiniana e riformata. Alcuni peccati sono allo stesso tempo colpa e castigo. Essi non solo offendono Dio, ma sono anche il frutto amaro e degradante del primo peccato. In altre parole, Dio abbandona l'essere umano a se stesso, togliendogli la grazia che lo avrebbe potuto preservare — e l'uomo, lasciato in balìa della sua natura corrotta, cade in peccati ulteriori. Questi peccati: (1) aggravano la rovina spirituale (sono conseguenza e causa di ulteriore morte interiore); (2) degradano l’uomo, opprimendo la sua coscienza e volontà; (3) manifestano il giudizio di Dio non attraverso una punizione esterna, ma attraverso il disordine stesso del peccato che domina l’individuo. Esempio biblico: In Romani 1:24-28, l’apostolo Paolo afferma ripetutamente: "Dio li ha abbandonati alle passioni infami...". Qui i peccati (idolatria, immoralità) sono allo stesso tempo castigo per il rifiuto di Dio e nuove colpe. In breve, il peccato stesso diventa una punizione: Dio punisce il peccato con altro peccato, lasciando l’uomo andare per la sua via, a manifestazione della sua giustizia.