Letteratura/Midollo Sacra Teologia/17 La propagazione del peccato
17. La propagazione del peccato
Fin qui gran parte della trasgressione. Ora bisogna trattare la sua propagazione.
17:1. La propagazione del peccato è quel fenomeno per cui tutta la posterità dell’essere umano, discendendo da Adamo in modo naturale, partecipa della sua stessa condizione. Ciò è avvenuto per giusta disposizione di Dio. L’equità di questa disposizione si riscontra, in qualche misura, anche tra gli esseri umani: (1) Nel diritto naturale, secondo il quale le qualità innate si trasmettono da colui che genera a colui che è generato. (2) Nel diritto ereditario, secondo il quale le colpe o i pesi dei genitori ricadono sui figli. (3) Nel diritto della reciprocità, secondo il quale il rifiuto del bene e la sofferenza del male si estendono in maniera equa[1].
- Giobbe 14:4 - "Chi può trarre una cosa pura da una impura? Nessuno".
- Salmo 51:5 - "Ecco, io sono stato formato nell'iniquità, e mia madre mi ha concepito nel peccato".
- Romani 5:14 - "Eppure la morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella d'Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire".
- Efesini 2:3 - "... nel numero dei quali anche noi vivevamo un tempo, assecondando i desideri della carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri".
17:2. La propagazione del peccato consiste in due elementi: l’imputazione e la comunicazione reale.
17:3. Per imputazione, il medesimo atto singolare di disobbedienza che fu di Adamo è divenuto anche nostro[2].
17:4. Per comunicazione reale, quel medesimo peccato singolare non ci è trasmesso da Adamo nella sua identica forma storica, ma è dello stesso genere, ossia della medesima natura e ragione[3].
17:5. Il peccato originale, poiché consiste formalmente in una privazione della giustizia originale, e questa privazione segue il primo peccato come punizione, ha il carattere di pena, nell’ordine della natura, prima di avere il carattere di colpa[4].
17:6. Questa privazione [della giustizia originale] è trasmessa da Adamo a motivo di demerito, in quanto è una punizione; ed è trasmessa come effetto reale, in quanto ha il carattere di peccato congiunto ad essa. Infatti, chiunque nasce come figlio di Adamo è da considerarsi degno di essere rivestito di giustizia. Quando, dunque, dovrebbe possederla e non la possiede, quella mancanza è peccato per lui[5].
17:7. Insieme a questa privazione, viene trasmessa anche una indisposizione, una certa perversità di tutte le facoltà corporee, le quali, ciascuna a modo proprio, si oppongono a quella rettitudine che è approvata da Dio[6].
17:8. Infatti, a seguito della privazione della giustizia — per mezzo della quale tutte le facoltà dovevano essere rette — segue in esse un difetto, per cui accade che, ogni volta che esse si muovono verso qualcosa di morale, quella stessa inclinazione risulta moralmente cattiva.
17:9. Da questa condizione derivano tutti i peccati attuali: infatti, la mente, resa cieca dalla privazione della luce, accoglie facilmente ogni errore; e la volontà, ora distolta da Dio, arde d’amore per sé stessa e di desideri malvagi senza Dio[7].
17:10. Dal peccato così propagato deriva anche la propagazione della morte, tanto incipiente quanto compiuta, sia in termini di esperienza sensibile che di privazione definitiva, sia corporea che spirituale, su tutta la posterità di Adamo[8].
- Romani 5:12 - "... nel numero dei quali anche noi vivevamo un tempo, assecondando i desideri della carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri".
- Efesini 2:1 - "E voi pure ha vivificato, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati".
17:11. A causa di questa apostasia del genere umano, accade che la nostra fede, mediante la quale oggi crediamo in Dio, non sia solo per la vita, ma per la salvezza. Infatti, non basta per l’essere umano decaduto che Dio gli dia semplicemente la vita, ma è necessario che Dio doni la vita a chi è morto nel peccato, Efesini 2:1. E questa è una differenza tra la domanda del giovane ricco — Matteo 19:16: "Che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?" — e quella del carceriere — Atti 16:30: "Che cosa devo fare per essere salvato?"[9].
Note esplicative
- ↑ Ames fonda la dottrina della propagazione del peccato (peccatum originale propagatum) non su una mera imitazione morale, ma su una trasmissione reale della colpa e della corruzione da Adamo a tutta la sua discendenza naturale. Tale trasmissione è giustificata, secondo Ames, da tre analogie giuridiche osservabili nella società umana: (1) La generazione naturale implica trasmissione di qualità interiori; (2) L’eredità legale comporta la trasmissione di responsabilità; (3) La giustizia retributiva legittima l’estensione della punizione. Queste analogie servono a mostrare che la disposizione divina non è arbitraria, ma radicata in principi di equità comprensibili anche alla ragione umana.
- ↑ La colpa di Adamo è imputata a tutta la sua discendenza: il peccato del capo federale diventa legalmente nostro (Romani 5:12–19). Questo principio segue la teologia del patto delle opere.
- ↑ La comunicazione reale non implica la trasmissione materiale dello stesso atto, ma di una natura peccaminosa corrotta: ciò che ereditiamo non è il gesto di Adamo, ma la sua inclinazione e condizione morale decaduta.
- ↑ Ames distingue acutamente tra pena e colpa nel peccato originale: (1) È punizione, perché Dio ci sottrae la giustizia originaria in risposta al peccato di Adamo; (2) È peccato, perché questa mancanza dovrebbe trovarsi in noi e la sua assenza è colpevole a causa della nostra unione ad Adamo.(3) Questa impostazione evita due estremi: quello pelagiano (che nega la colpa ereditaria) e quello che considererebbe Dio ingiusto nel punire senza colpa. Ames mostra che la privazione della giustizia originale è al tempo stesso giusta retribuzione e reale depravazione morale.
- ↑ Ames chiarisce che la privazione della giustizia originale è trasmessa in duplice modo: (1) Come punizione meritata (per meritum), in quanto Adamo ha peccato come rappresentante dell’umanità, e quindi la sua discendenza merita giustamente la privazione della giustizia. (2) Come realtà operante (per efficientiam), poiché la mancanza della giustizia originaria produce una condizione peccaminosa reale in ogni individuo. L’affermazione “quando egli dovrebbe averla, e non l’ha, quella mancanza è peccato per lui” mostra che il peccato originale non è solo passiva conseguenza, ma responsabilità morale attuale, proprio perché la creatura umana, per natura, dovrebbe possedere quella giustizia.
- ↑ In 17:7, Ames aggiunge che alla privazione si accompagna una deformazione reale: tutte le facoltà corporee (intendendo in senso ampio, come le passioni, le inclinazioni, le potenze della carne) sono deviate e orientate contro la volontà di Dio. La corruzione è completa e coinvolge anche ciò che nell’essere umano è pre-razionale o sensibile. È una descrizione classica della depravazione totale, benché non significhi che ogni essere umano è il peggiore possibile, ma che nessuna parte della sua natura è rimasta intatta.
- ↑ 17:8–9. Ames descrive le conseguenze morali della privazione della giustizia originale: l’essere umano non solo ha perduto una perfezione, ma tutte le sue facoltà sono deviate e tendono al male morale anche nei loro atti naturali. La mente è ottenebrata, la volontà egoista, e le passioni sregolate. Ne deriva una dottrina forte della corruzione radicale, secondo cui ogni peccato attuale è radicato nel peccato originale.
- ↑ 17:10. Il peccato non genera solo colpa, ma anche morte: (1) Corporea, nel senso della dissoluzione fisica, (2) Spirituale, come separazione da Dio, Sensibile, in quanto porta dolore e sofferenza, Per privazione, perché esclude dalla vita e dalla comunione con Dio. Ames riprende qui la dottrina paolina di Romani 5:12 e Efesini 2:1.
- ↑ Ames conclude sottolineando il carattere soteriologico della fede nel contesto postlapsario: dopo la caduta, non si tratta solo di ottenere "vita eterna" come destino finale, ma di essere salvati dalla morte spirituale attuale. Il contrasto tra il giovane ricco (che pensa in termini di merito) e il carceriere di Filippi (che riconosce il bisogno di essere salvato) serve a mostrare che la caduta ha cambiato la condizione dell’umanità: ora la fede è necessaria non solo per vivere, ma per risorgere.