Letteratura/Midollo Sacra Teologia/19 Gli uffici di Cristo/La regalità spirituale di Cristo e i limiti dell’autorità civile sulle coscienze
La regalità spirituale di Cristo e i limiti dell’autorità civile sulle coscienze
Nel pensiero riformato classico, e in particolare nell’elaborazione di William Ames, la regalità di Cristo si distingue radicalmente da ogni forma di dominio umano. Cristo, in quanto Re spirituale, governa direttamente sulle anime e sulle coscienze dei suoi redenti. Questo regno non è di questo mondo (Giovanni 18:36), e non si esprime mediante potere coercitivo o istituzioni civili, ma attraverso la Parola, lo Spirito e i mezzi di grazia.
1. La regalità spirituale di Cristo
Secondo la dottrina riformata, Cristo esercita una regalità spirituale sulla Chiesa e su ciascun credente, come unico Mediatore tra Dio e l’uomo (1 Timoteo 2:5). Questo regno è di natura soprannaturale, fondato sulla Parola e sull’azione dello Spirito Santo, e non può essere trasmesso, condiviso o mediato da alcuna autorità umana.
La Confessione di Fede di Westminster, al capitolo 8.1, afferma:
“Piacque a Dio, secondo il suo consiglio eterno, costituire il Signore Gesù, suo Figlio unigenito, Mediatore tra Dio e l’uomo; Profeta, Sacerdote e Re, il Capo e Salvatore della sua Chiesa, l’Erede di tutte le cose, e il Giudice del mondo.”
Cristo è dunque il solo Re della Chiesa, e tale regalità include il diritto esclusivo di governare la coscienza. Qualsiasi altra pretesa di governo spirituale da parte di uomini costituisce un'usurpazione indebita del suo ufficio. Anche la Confessione belga (1561) al cap. 31 (dell’unico capo della Chiesa) proclama:
“Crediamo, dunque, che nessuno dovrebbe erigersi come capo della Chiesa, poiché essa può essere retta solamente da Cristo, nostro unico Vescovo universale.”
2. I limiti dell’autorità civile sulle coscienze
Le confessioni riformate riconoscono l’autorità civile come ordinata da Dio, ma ne delimitano con chiarezza il campo d’azione, distinguendolo nettamente da quello spirituale.
La Confessione di Fede di Westminster, al capitolo 20.2 (“Della libertà cristiana e della libertà di coscienza”) afferma con vigore:
“Solo Dio è Signore della coscienza, e l’ha lasciata libera dalle dottrine e dai comandamenti degli uomini che, in qualche cosa, sono contrari alla sua Parola o ad essa aggiunti. Sicché, credere a tali dottrine, o ubbidire a tali comandamenti per obbligo di coscienza, è tradimento della vera libertà di coscienza; e richiedere una fede implicita ed una obbedienza cieca e assoluta è distruggere la libertà di coscienza e anche la ragione.”
Questo principio si radica nell’affermazione secondo cui nessun essere umano ha il diritto di governare le anime. La coscienza è “legata alla Parola di Dio” (bound to the Word of God), e non può essere sottomessa a norme umane come se fossero divine. Anche la Confessione elvetica posteriore (cap. 30), largamente rappresentativa del calvinismo svizzero, dichiara:
“La libertà della Chiesa consiste anche in questo: che essa non è sottoposta a potere alcuno, ma è governata da Cristo solo, suo unico Re, e si regge con la sua Parola.”
Essa distingue nettamente tra l’autorità civile e il governo spirituale della Chiesa, affermando che i magistrati non devono arrogarsi la cura delle anime.
3. Conseguenze teologico-ecclesiastiche
Il risultato di questa dottrina è una forte affermazione della libertà di coscienza all’interno del dominio della fede, non come autonomia soggettiva moderna, ma come sottomissione esclusiva a Cristo. Le confessioni riformate difendono questa libertà non solo contro l’autorità papale, ma anche contro ogni forma di intervento statale nelle cose spirituali.
Inoltre, la Confessione scozzese del 1560 (cap. 20) afferma:
“Il magistrato civile non può prescrivere nulla in materia di fede, se non ciò che è chiaramente rivelato nella Parola di Dio.”
Essa richiede ai re e ai magistrati di difendere la vera religione, ma non di imporla coercitivamente, né di soppiantare l’autorità spirituale di Cristo.
Conclusione
Le Confessioni riformate, in armonia con la teologia di William Ames, affermano con forza che Cristo regna spiritualmente sulla sua Chiesa come unico Signore delle coscienze. L’autorità civile, pur legittima in ambito temporale, non può e non deve interferire nelle questioni spirituali, pena l’usurpazione del dominio regale di Cristo.
Questa distinzione ha avuto un’enorme influenza nella storia del protestantesimo riformato, ponendo le basi non solo per la libertà religiosa, ma anche per la rivendicazione di un’autonomia della Chiesa fondata non sull’indipendenza umana, ma sulla signoria esclusiva di Cristo.