Letteratura/Midollo Sacra Teologia/22 La morte di Cristo

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Capitolo 22 – La morte di Cristo

22:1 La morte di Cristo è l’ultimo atto della sua umiliazione[1], mediante il quale egli affrontò dolori estremi, orribili e supremi a causa dei peccati degli esseri umani.

  • Filippesi 2:8 - "... essendo trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce".

22:2 Fu un atto di Cristo, e non una semplice sofferenza, perché egli si dispose intenzionalmente a subirla e sostenerla[2]. Per questa ragione: a) fu un atto volontario, non forzato; b) fu compiuto per potenza, non solo per debolezza; c) fu compiuto per obbedienza al Padre e per amore verso di noi, non per colpa o merito proprio; d) fu compiuto per procurare soddisfazione (a Dio), vincendo, non per soccombere nella perdizione.

  • Giovanni 10:11 - "Io sono il buon pastore; il buon pastore depone la sua vita per le pecore".
  • Giovanni 10:18 - "Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio".

22:3 La morte di Cristo comportò le pene più grandi, perché eguagliava tutta la miseria che i peccati dell’umanità meritavano. Da ciò derivano le espressioni abbondanti e forti con cui questa morte è descritta nella Scrittura: non è semplicemente chiamata “morte”, ma anche recisione, rigetto, calpestamento, maledizione, cumulo di dolori, e simili[3] (Isaia 53; Salmo 22).

22:4 Ma questa morte conteneva tali pene in modo che ne fossero escluse la durata, la definitiva oppressione, e altre circostanze simili che accompagnano le pene di tutti i dannati[4]. La ragione è duplice: a) perché tali circostanze non appartengono all’essenza stessa della pena, ma sono elementi accessori che accompagnano la punizione in coloro che non possono soddisfare attraverso la sofferenza; b) perché in Cristo vi era tanto il merito quanto la potenza per superare, per mezzo di essa, la pena inflitta.

  • Atti 2:24 - "Dio lo risuscitò, avendo sciolto gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto".
  • 1 Corinzi 15:54, 57 - "Quando questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: 'La morte è stata sommersa nella vittoria' (...) ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo".

22:5 In questa morte vi fu il compimento di tutta l’umiliazione di Cristo, di cui essa stessa costituì la parte più grande; per questo motivo, spesso nelle Scritture, mediante una sineddoche[5], la morte di Cristo rappresenta da sola tutta la soddisfazione inclusa nella sua umiliazione.

22:6 Tenute presenti queste precisazioni, la morte di Cristo fu della stessa natura e proporzione di quella morte che, secondo giustizia, era dovuta ai peccati dell’umanità, e ne rappresentava gli stessi gradi, elementi e modalità[6].

22:7 L’inizio della morte spirituale di Cristo, quanto alla PERDITA, consistette nella privazione della gioia e del diletto che di solito proviene dalla comunione con Dio e dalla pienezza della grazia. Tuttavia, egli non perse questa gioia spirituale quanto al principio e all’abito, ma quanto all’atto e alla percezione di essa[7].

  • Marco 15:34 - "Ed all'ora di nona, Gesù gridò con gran voce, dicendo: Eloi, Eloi, lamma sabactani? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?"; Vedi qui analisi teologica di questo versetto.

22:8 L’inizio della morte spirituale quanto alla SENSAZIONE consistette nell'esperire l’ira di Dio e in una certa soggezione al potere delle tenebre. Ma quell’ira di Dio fu propriamente il Calice che fu dato a Cristo da bere.

  • Matteo 26:39 - "E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: 'Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi'".

22:9 Ma l’oggetto di questa ira fu Cristo, non in senso assoluto, bensì solo riguardo alla pena che quell’ira comporta[8], pena che egli sopportò come nostro garante.

22:10 Quella soggezione al potere delle tenebre non fu schiavitù, ma afflizione, che Cristo provò nella sua anima.

22:11 Da tutto ciò, l’anima di Cristo fu colpita da tristezza, angoscia, timore e orrore, fino all’agonia.

  • Matteo 26:38 - “Allora disse loro: 'L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me'”.
  • Giovanni 12:27 - "Ora l'anima mia è turbata; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora".
  • Ebrei 5:7 - "Il quale, nei giorni della sua carne, avendo con alte grida e con lacrime offerto preghiere e suppliche a colui che lo poteva salvare dalla morte e avendo ottenuto di essere liberato dal timore".
  • Luca 22:44 - “Ed essendo in agonia, egli pregava ancora più intensamente e il suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano a terra”.

22:12 In questo modo, l’anima di Cristo fu afflitta non solo nella parte che alcuni chiamano “inferiore”, ma anche in quella “superiore”; non solo – né principalmente – per una solidarietà con le sofferenze del corpo, ma in modo proprio e diretto; non principalmente per compassione verso altri, ma per una sofferenza vera e propria subita in nostro nome; infine, non per il terrore della morte temporale, che molti servi di Cristo hanno affrontato con forza ricevuta da lui, ma per un senso reale della morte spirituale e soprannaturale[9].

22:13 Da quest’agonia derivarono due effetti[10]: In primo luogo, una veemente supplica, che mostrava un’anima sbigottita e una natura che rifuggiva dall’amarezza della morte, ma sempre sottomessa e condizionata alla volontà del Padre.In secondo luogo, un sudore abbondante, mescolato a grumi di sangue, che cadeva fino a terra.

  • Marco 14:35 - "Andato un po' più avanti, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, quell'ora passasse oltre da lui".
  • Giovanni 12:27 - "Ora l'anima mia è turbata; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora".
  • Luca 22:44 - "Ed essendo in agonia, egli pregava ancora più intensamente e il suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano a terra".

22:14 In questo inizio di morte spirituale vi fu una certa moderazione e mitigazione, affinché vi fosse spazio per gli atti da compiere prima della morte stessa: cioè preghiere, colloqui, ammonizioni, risposte[11].

22:15 Questa moderazione fu sia interiore sia esteriore.

22:16 La moderazione INTERIORE consistette nell’alternarsi di momenti in cui la pressione e l’afflizione che egli sentiva nella sua anima si attenuavano[12]. Per questo, con il suo intelletto, poteva rivolgersi al compito che aveva assunto, alla gloria che ne sarebbe derivata per il Padre e per sé stesso, e alla salvezza di coloro che il Padre gli aveva dato. Con la sua volontà, scelse e abbracciò tutte le miserie della morte per ottenere tali fini.

22:17 La mitigazione ESTERIORE della sua morte fu data da un angelo[13], che lo fortificò parlandogli.

  • Luca 22:43 - "Ed un angelo gli apparve dal cielo confortandolo".

22:18 Non ci fu inizio interiore della morte corporale di Cristo[14], al di fuori della naturale mortalità e del progressivo indebolimento causato dalla forza esterna.

  • Filippesi 2:7-8 - "E pure annichilò sè stesso, presa forma di servo, fatto alla somiglianza degli uomini; 8 e trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò sè stesso, essendosi fatto ubbidiente infino alla morte, e la morte della croce".

22:19 L’inizio esterno della sua morte corporale fu molteplice, sia quanto alla perdita, sia quanto al senso del dolore[15].

22:20 Quanto alla PERDITA, fu rigettato dal suo stesso popolo, considerato peggiore di un assassino, abbandonato dai suoi discepoli più vicini, rinnegato e tradito da ogni tipo di persone, specialmente da quelle più autorevoli o ritenute sapienti. Fu chiamato pazzo, ingannatore, bestemmiatore, posseduto da un demonio, usurpatore del regno di un altro; fu spogliato delle sue vesti e privato del cibo necessario[16].

22:21 Quanto agli aspetti della sofferenza percepita[17], essa si articolò così: in primo luogo, la cattura ignominiosa; in secondo luogo, il sequestro violento; in terzo luogo, i giudizi iniqui, tanto ecclesiastici quanto civili; in quarto luogo, l'essere colpito, flagellato e crocifisso tra insulti e ogni sorta di oltraggi. Tuttavia, vi fu una mitigazione di questa morte. In primo luogo, per la manifestazione della Maestà divina in alcuni miracoli, come nel far cadere a terra i soldati con il solo sguardo e la voce, e nel guarire l’orecchio di Malco. In secondo luogo, per l’azione della Provvidenza divina, per cui accadde che fu dichiarato giusto dal giudice prima di essere condannato (Matteo 27:24, “Io sono innocente del sangue di questo giusto”).

22:22 La consumazione[18] della morte di Cristo si ebbe al culmine della pena stabilita, dove si devono considerare sia la morte stessa, sia la sua durata.

22:23 La consumazione della morte spirituale, quanto alla perdita, fu quell’abbandono da parte del Padre, per cui Cristo fu privato di ogni senso di consolazione[19].

  • Matteo 27:46 - "E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lamà sabactáni?” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”..

22:24 La consumazione della morte di Cristo, quanto al senso, fu la maledizione[20], per cui egli sopportò il pieno senso del giudizio di Dio contro il peccato umano (Galati 3:13, “fu fatto maledizione per noi”). Il fatto di essere appeso alla croce non fu la causa o la ragione di questa maledizione, ma ne fu un segno e un simbolo (ibid.).

  • Galati 3:13 - "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: “Maledetto chiunque è appeso al legno”),".

24:25 Il compimento della morte corporale consistette nell’esalare lo spirito con il massimo tormento e dolore fisico.

24:26 In questa morte vi fu una separazione dell’anima dal corpo; ma l’unione di entrambe con la natura divina rimase, così che non ne derivò una dissoluzione della persona[21].

24:27 Questa morte di Cristo fu vera, non simulata; fu naturale, cioè provocata da cause naturali, non soprannaturali; fu volontaria, non del tutto imposta; eppure fu violenta, non derivante da principi interni. Fu anche in certo modo soprannaturale e miracolosa, perché Cristo mantenne la sua vita e la sua forza finché volle; e quando volle, la depose[22].

  • Giovanni 10:18 - "Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio".

24:28 La permanenza in questa morte va riferita allo stato della più profonda umiliazione, non alla punizione o all'afflizione; perché quando Cristo disse: "È compiuto", ciò si riferisce a quelle punizioni[23].

  • Giovanni 19:30 - "Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: “È compiuto!”. E chinato il capo, rese lo spirito".

24:29 La permanenza nella morte fu il suo rimanere sotto il dominio della morte per il periodo di tre giorni (Atti 2:24). Questo stato è solitamente indicato con l’espressione: “discesa agli inferi[24]”.

  • Atti 2:24 - "ma Dio lo risuscitò, avendo sciolto gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto".

24:30 L’essere di Cristo rimasto sepolto per tre giorni fu testimonianza e rappresentazione certa di questo stato.

Appendice

Note esplicative

  1. Ames inserisce la morte non come evento isolato, ma come culmine della "via dell’umiliazione" del Cristo incarnato, in linea con Filippesi 2:8: “E, trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce”.
  2. La riflessione di Ames insiste sul carattere attivo della morte di Cristo. Non si tratta di un semplice subire, ma di un’offerta consapevole, libera, potente e redentiva. Questo distingue nettamente la morte di Cristo da quella di ogni altro essere umano
  3. Ames sottolinea che la gravità della morte di Cristo risiede nella sua funzione espiatoria. Cristo non morì solo fisicamente, ma portò nella sua morte il peso intero del giudizio divino contro il peccato. Le espressioni bibliche menzionate alludono al linguaggio sacrificale e giudiziario, rivelando la profondità della sofferenza che Cristo assunse volontariamente.
  4. La morte di Cristo è penale e vicaria, ma non identica a quella dei dannati. Non fu eterna né segnata dalla disperazione, perché Cristo ne uscì vittorioso. La sua dignità divina e la perfezione del suo sacrificio resero la sofferenza efficace e soddisfacente agli occhi di Dio.
  5. La “sineddoche del membro” indica una figura retorica in cui una parte rappresenta il tutto. Così, la “morte” di Cristo è spesso usata per esprimere tutto il processo redentivo della sua incarnazione e sofferenza, perché in essa culmina ogni atto di obbedienza e umiliazione.
  6. Ames insiste sul fatto che la morte di Cristo non fu simbolica né mitigata: fu realmente una morte penale, sostitutiva, che rifletteva in pieno la giustizia divina, sebbene vissuta da un innocente in luogo dei colpevoli.
  7. Distinzione importante. Cristo non cessò mai di essere perfettamente unito a Dio, ma nella sua anima sperimentò l’abbandono soggettivo di tale gioia, come parte della sua sofferenza vicaria.
  8. Ames mantiene la distinzione teologica cruciale: Cristo non fu oggetto di odio da parte del Padre, ma subì l’effetto giuridico dell’ira divina, cioè la pena del peccato, pur essendo senza peccato.
  9. Ames distingue accuratamente le sofferenze interiori di Cristo. L’anima del Redentore non fu solo scossa emotivamente o psicologicamente, ma realmente colpita dalla pena del peccato che egli assunse. Non fu una compassione empatica, ma una sostituzione reale nella giustizia di Dio.
  10. Questo duplice effetto – invocazione intensa e manifestazione fisica estrema – indica la realtà e la profondità dell’agonia interiore di Cristo. È una sofferenza unica nella storia umana, perché porta il peso del giudizio divino pur essendo egli senza peccato.
  11. La morte di Cristo non fu un processo caotico o fuori controllo. Anche nel mezzo dell’agonia, la sua mente e volontà restarono orientate a compiere il ministero fino all’ultimo: parlare, insegnare, affidare sua madre, intercedere.
  12. Ames ci mostra che Cristo non fu mai preda passiva del dolore. Anche nell’agonia, egli restò pienamente consapevole e deliberatamente orientato al compimento dell’opera redentrice, con lucidità mentale e determinazione volontaria.
  13. Questo intervento angelico mostra che il Padre, pur lasciando il Figlio nella prova, non lo abbandonò totalmente, ma provvide un aiuto per sostenerlo nel momento più oscuro. L’angelo rappresenta una consolazione esterna che sostiene Cristo nell’agonia.
  14. Cristo non portava in sé alcuna corruzione o principio di morte come conseguenza del peccato personale. La sua morte fu indotta dall’esterno, e il suo corpo, pur soggetto a mortalità (Filippesi 2:7-8), non era soggetto a decadimento naturale o colpa.
  15. Ames distingue qui due aspetti del dolore esteriore: a) perdita (privazione); b) sensazione (sofferenza vissuta).
  16. Questo elenco mostra come Cristo abbia sofferto l’umiliazione e la privazione in ogni ambito umano: sociale, religioso, emotivo, materiale. L’abbandono da parte di amici e autorità, l’ingiustizia del processo e la spogliazione finale rivelano l’intensità della sua passione, non solo fisica ma anche relazionale e morale.
  17. Ames distingue tra le sofferenze di senso (cioè quelle percepite a livello fisico e psichico) e quelle di perdita (v. punto 23). Sottolinea anche che la Provvidenza ha conservato dei segni della gloria di Cristo persino nel mezzo della sua umiliazione.
  18. “Consumazione” indica il compimento pieno e finale del supplizio redentivo, culminante nella crocifissione e nel trapasso.
  19. Questa affermazione non significa che vi fu una separazione ontologica tra il Padre e il Figlio, ma che il Figlio, nella sua umanità, fu lasciato privo di ogni conforto divino per assumere pienamente la condizione del peccatore.
  20. Ames aderisce alla concezione paolina della crocifissione come segno pubblico della maledizione che Cristo ha volontariamente assunto, senza che vi sia un’identificazione meccanica tra il supplizio della croce e la condanna divina in sé. La croce è segno visibile di una realtà spirituale più profonda.
  21. Ames ribadisce qui la dottrina calcedonese dell’unione ipostatica: anche nella morte, la persona del Figlio non si dissolve, poiché l’unione con la natura divina permane sia con l’anima che con il corpo separati.
  22. Ames difende la piena umanità e la piena divinità della morte di Cristo. La morte è detta “naturale” per le sue modalità fisiche, “volontaria” perché egli vi si offrì liberamente, e “soprannaturale” perché solo il Figlio di Dio può disporre della propria vita in modo sovrano.
  23. La frase “È compiuto” (Giovanni 19:30) segna per Ames la fine dell’opera espiatoria attiva. Il tempo della sepoltura appartiene ancora allo stato di umiliazione (Filippesi 2:8), ma non comporta ulteriori sofferenze punitive.
  24. Ames interpreta la discesa agli inferi non come un atto separato o localizzabile, ma come il rimanere nella condizione di morte. Questa è una lettura comune nella tradizione riformata, distinta da visioni più “localizzanti” (ad es. discesa in un luogo reale).