Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:11 Il sorteggio
2:11 Il sorteggio
Introduzione del capitolo 2:11 sul sorteggio
2:11:1 Un sorteggio è una richiesta di testimonianza divina per dirimere una controversia, determinando che un evento si manifesti in una pura contingenza[1]. Come dice Proverbi 16:33: «Si getta la sorte nel grembo, ma ogni decisione viene dal Signore». E ancora Proverbi 18:18: «La sorte fa cessare le contese e decide tra i potenti».
- Proverbi 16:33 - "Si getta la sorte nel grembo, ma ogni decisione viene dall'Eterno".
- Proverbi 18:18 - "La sorte fa cessare le liti e decide fra i grandi".
2:11:2 Chiamiamo il sorteggio una richiesta, perché ha una tale natura da attendere che l’esito al quale serve provenga da Dio soltanto; e in questo senso esso riguarda immediatamente la sua provvidenza[2].
2:11:3 Lo definiamo in termini di contingenza per evitare l’errore di coloro che comunemente considerano il sorteggio come una causa efficiente, per cui si dice che esso operi per fortuna[3].
2:11:4 Infatti vi sono molte cause fortuite che differiscono del tutto dal concetto di sorteggio: come quando uno, scavando in cerca di carbone, trova oro. Vi sono, inoltre, molti sorteggi nei quali la fortuna non è causa operante, come quando il sorteggio dipende dal volo degli uccelli o da altri effetti simili, prodotti da una causa che agisce con la propria forza naturale[4].
2:11:5 Non si può nemmeno difendere logicamente che il semplice lancio di un dado, o un altro effetto simile su cui si basa la considerazione di un sorteggio, sia sempre al di fuori dell’intenzione o dello scopo dell’agente, cosa che invece è necessariamente richiesta per definire un evento fortuito[5].
2:11:6 Noi non collochiamo il sorteggio semplicemente nella contingenza, ma nella pura contingenza. Vi sono infatti tre gradi di eventi contingenti: alcuni accadono frequentemente, altri raramente, altri ancora (per quanto noi possiamo comprendere) con uguale probabilità in entrambe le direzioni. Negli altri tipi di contingenza rimane spazio alla congettura, grazie a qualche forma di arte o calcolo; ma nella pura contingenza non ve n’è alcuno[6].
2:11:7 Non è dunque un modo fortuito di causa efficiente ciò che si dice governare i sorteggi, bensì o quella cieca fortuna, che gli uomini empi hanno divinizzato e collocato nei cieli, oppure la speciale provvidenza di Dio, che opera in un modo nascosto a noi[7].
2:11:8 Poiché in ogni sorteggio si cerca la determinazione di una questione o controversia, e poiché essa viene cercata tramite una pura contingenza, che in sé e per noi rimane del tutto indeterminata, ne consegue che la determinazione stessa (quale che sia l’intenzione degli uomini) provenga, per natura della cosa, da una potenza superiore, capace di dirigere tali contingenze con un consiglio certo. Perciò l’uso del sorteggio è sempre un appello fatto o al vero Dio, o a qualche potere fittizio, che molti sono soliti indicare con il nome di fortuna[8].
2:11:9 Quando dunque i nostri teologi insegnano che vi è una certa provvidenza straordinaria di Dio preposta a tutti i sorteggi, non si deve intendere che coloro che li usavano abbiano sempre rispettato direttamente e consapevolmente tale provvidenza; né che Dio l’abbia sempre esercitata in modo visibile; ma che il sorteggio, per sua natura, ha un certo riferimento alla singolare e straordinaria provvidenza di Dio, nel dirigere un evento meramente contingente. In questo senso, la loro affermazione è del tutto vera[9].
2:11:10 Poiché, secondo il consenso comune, in un sorteggio ci si attende un giudizio — e non vi è potere umano capace di dare giudizio sugli eventi contingenti, né vi è un’altra fortuna che li giudichi, se non la certa provvidenza di Dio — ne consegue che tale giudizio, in maniera particolare, è sempre atteso dalla provvidenza di Dio[10].
2:11:11 La pura contingenza in sé non può essere una causa principale nel decidere una questione; né l’uomo, per il quale l’evento rimane meramente contingente, può dirigerlo verso un certo fine. Perciò è necessario che tale direzione sia attesa da un superiore direttore[11].
2:11:12 A ciò si aggiunga che tale è l’ordine naturale della ricerca umana: quando gli uomini desiderano che una questione venga determinata e non hanno a disposizione mezzi certi per giungere a tale determinazione, la cercano da una potenza superiore. La considerazione del sorteggio si accorda perfettamente con questo modo di procedere[12].
2:11:13 Non è possibile che chi agisce con consiglio, mirando a un certo fine con ragione certa, possa sottomettere la sua azione alla fortuna o alla pura contingenza in quanto tale: altrimenti, un tale consiglio sarebbe privo di conoscenza, e un’indifferenza indeterminata diventerebbe il mezzo per determinare una causa[13].
2:11:14 Una tale attesa e un tale riguardo verso la singolare provvidenza di Dio è manifestamente insegnata in Proverbi 16:33, dove si afferma che l’azione di ogni uomo connessa a un sorteggio è racchiusa nella pura contingenza: «La sorte si getta nel grembo, ma ogni decisione viene dal Signore». Qui, dopo attento discernimento, l’intero giudizio viene riferito a Dio. La sua intera disposizione è dal Signore[14].
2:11:15 Poiché, sebbene tutte le cose siano in generale riferite alla provvidenza di Dio nelle Scritture, non vi è nulla che sia di solito riferito a essa con un simile discernimento, se non ciò che ha un rapporto singolare e particolare con essa[15].
2:11:16 E non ostacola nulla il fatto che la parola ebraica Mishphat sia talvolta usata per significare qualcosa oltre al giudizio; poiché essa va sempre intesa secondo il soggetto trattato; e vi è un certo giudizio che tutti attribuiscono ai sorteggi, quando ne descrivono la natura[16].
2:11:17 Di qui consegue che il sorteggio non deve essere usato sconsideratamente, per gioco o per cose di poca importanza, né in quelle controversie che sono vane o che possono essere convenientemente decise con altri mezzi ordinari[17].
2:11:18 Non deve quindi essere usato, in modo ordinario o senza una speciale rivelazione, per la divinazione; né per consultarsi riguardo a un diritto; né ordinariamente riguardo a un fatto passato. Ma può essere usato per una divisione da fare, o per una scelta che sia lecita in entrambe le direzioni e che non possa essere più convenientemente determinata altrimenti, in modo che coloro che vi sono coinvolti ne restino soddisfatti[18].
2:11:19 L’opinione di coloro che difendono i sorteggi usati per gioco è sufficientemente confutata da questa sola ragione: che (per consenso comune) il sorteggio ha una naturale disposizione a chiedere consiglio alla provvidenza di Dio in modo speciale. Non è possibile che una stessa azione, per sua natura adatta a un uso sacro, sia nonostante ciò applicata a scherzi e giochi[19].
2:11:20 Il ragionamento di chi sostiene che l’uso del sorteggio sia lecito in cose leggere e scherzose — perché è usato lecitamente in quelle controversie civili di minore importanza — non ha alcuna forza. Infatti tali controversie civili, nelle quali il sorteggio trova posto, non sono grandi in sé, ma diventano grandi per le conseguenze che vi si uniscono o che vi restano connesse, cosa che non si può dire delle vane contese ludiche[20].
2:11:21 Le decime delle creature viventi (Levitico 27:32), e gli ordini dei servizi sacerdotali e levitici (1Cronache 26:13-14; Luca 1:9), avrebbero potuto comportare grandi inconvenienti se non fossero stati determinati da una sentenza divina. Per questo motivo furono stabiliti per mezzo del sorteggio, per istituzione di Dio[21].
2:11:22 Non risulta dalla natura del sorteggio che esso si addica soprattutto alle cose leggere o futili. Infatti, anche se non ci si deve aspettare una speciale determinazione divina se prima non si è fatto tutto il possibile per risolvere la questione con i mezzi ordinari, tuttavia, né la gravità della questione viene così rimossa, né essa deve essere affidata a un sorteggio[22].
2:11:23 La stessa natura di un sorteggio è santa, come lo è la natura di un giuramento. Non è quindi necessario che riceva una speciale santificazione da una istituzione particolare. Infatti, sebbene la contingenza che costituisce la materia del sorteggio non sia di per sé santa — così come il pane e il vino non sono santi per loro natura — tuttavia, nell’applicazione del sorteggio al suo uso, esso assume una certa sacralità, come le parole in un giuramento o gli elementi quando sono usati nei sacramenti[23].
2:11:24 È vero che i cristiani sono liberi di usare le cose create per quegli scopi ai quali sono naturalmente adatte, o rese adatte; ma la mera contingenza non ha di per sé alcuna idoneità a determinare una questione; né la riceve dal consenso di coloro che la usano a tale scopo. Infatti, anche nei sorteggi detti straordinari, riconosciuti come dipendenti da Dio e non dagli uomini, lo stesso consenso è presente nello stesso modo, ma non aggiunge nulla al sorteggio[24].
2:11:25 Nessuno può dimostrare che il sorteggio sia una cosa indifferente, se prima non prova che in esso non vi sia un ricorso speciale alla provvidenza di Dio[25].
2:11:26 Inoltre, sebbene la materia delle cose di svago non sia vincolata a questo o a quell’atto indifferente, tuttavia essa ha limiti ben definiti: non può avere alcun posto in quelle cose che riguardano in modo particolare la comunione con Dio[26].
2:11:27 È del tutto inutile obiettare che un sorteggio, ripetuto più volte, produrrà esiti diversi; infatti non è verosimile che un sorteggio possa essere rettamente reiterato; né ogni ricorso alla provvidenza di Dio porta necessariamente con sé una sua operazione speciale. E tuttavia si legge che Dio, anche “fuori ordine”, talvolta abbia risposto diversamente a coloro che lo avevano tentato in modo inopportuno (cfr. Numeri 22:12 “Non andare con loro”; Numeri 22:20 “Alzati, va’ con loro”)[27].
2:11:28 Ma è un’obiezione ancora più vana, usata al posto di un argomento, affermare che Dio non possa essere attratto da noi a esercitare una provvidenza straordinaria. Perché, nonostante ciò, rimane vero che possiamo appellarci alla sua provvidenza straordinaria quando lo vogliamo[28].
2:11:29 Pertanto, giocare ai dadi è contrario alla religione, non solo per le circostanze o per gli accidenti, ma per la sua stessa natura interiore e intrinseca[29].
2:11:30 Sotto il nome di dado rientrano anche quei giochi basati sulla mera contingenza, anche se in seguito sono governati da ingegno, industria o abilità, come ad esempio nel gioco del tricktrack (antenato della tavola reale / backgammon) e delle carte[30].
2:11:31 Ma quegli esercizi umani che si basano sull’abilità e sono parzialmente soggetti al caso nel loro svolgimento, differiscono grandemente dai dadi[31].
2:11:32 Infatti, giocando ai dadi, gli uomini tendono a essere spinti a giurare, maledire e bestemmiare più che in altri esercizi. Ciò dipende in parte dalla natura stessa del gioco: poiché il sorteggio viene spesso reiterato e spesso delude le aspettative degli uomini, essi pensano che la potenza che immaginano governi il sorteggio sia contro di loro[32].
2:11:33 Per lo stesso ragionamento, succede anche che coloro che praticano questi giochi quasi non riescono a porvi fine o limite: poiché chi è inferiore nella contesa non ha motivo di disperare del proprio sorteggio, persiste in una aspettativa pertinace del successo desiderato[33].
2:11:34 Da ciò risulta anche che perdite e inconvenienti negli altri giochi tendono a diventare vizi estrinseci, ma nei dadi dipendono in parte dalla natura stessa del gioco[34].
Supplementi
- Compendio del Capitolo 2:11 – “Sul sorteggio”
- Ames, il sorteggio e il calcolo delle probabilità: due modi di guardare al caso
- L’etica del gioco d’azzardo e la gestione responsabile del denaro secondo la Riforma classica
Commento esplicativo
- ↑ Ames parte dalla definizione di "sorteggio" come strumento che invoca la decisione di Dio in situazioni controverse. Egli si fonda sull’autorità biblica: il sorteggio non è visto come un gioco d’azzardo, ma come un mezzo sacro attraverso cui la provvidenza di Dio si manifesta. I testi di Proverbi sono cruciali: l’atto esterno è umano, ma la decisione finale è divina.
- ↑ Il sorteggio è descritto come una "richiesta" rivolta a Dio. Ames sottolinea che non vi è alcun potere intrinseco nell’atto stesso; il valore sta nel fatto che chi lo pratica lo fa attendendosi una risposta da Dio. Questo rimanda al concetto di provvidenza: Dio regna sovranamente anche sugli eventi apparentemente casuali.
- ↑ Qui Ames corregge un fraintendimento diffuso: il sorteggio non deve essere confuso con la "fortuna" o con una "causa efficiente". Non si tratta di un meccanismo che produce effetti di per sé, ma di un segno che rimanda all’azione divina. È dunque un atto contingente, non determinato da forze naturali autonome.
- ↑ Ames distingue il sorteggio da altri eventi casuali della vita (come il ritrovamento inatteso di un tesoro). Inoltre, mette in guardia contro certe pratiche superstiziose, come l’osservazione del volo degli uccelli (auguri, divinazioni), che non possono essere considerate veri sorteggi in senso biblico. In questi casi non si attende una risposta da Dio, ma ci si affida a forze naturali o interpretazioni arbitrarie.
- ↑ Ames respinge l’idea che il lancio del dado sia puro fortuito. In realtà è un atto intenzionale, compiuto proprio per ottenere un esito. Questo mostra che il sorteggio non è un accidente casuale, ma un atto ordinato a un fine.
- ↑ Il sorteggio appartiene alla categoria della pura contingenza, diversa da eventi frequenti o rari. Non vi è spazio per congetture o previsioni umane. È un evento indeterminato che rimanda all’intervento di una causa superiore.
- ↑ Due spiegazioni possibili: la cieca fortuna (idolatria dei pagani) o la provvidenza speciale di Dio. Ames rigetta la prima e afferma la seconda: i sorteggi non sono superstizione in sé, ma lo diventano quando si attribuisce loro potere autonomo.
- ↑ Il sorteggio è sempre un appello a una potenza superiore. Non esiste neutralità: o il vero Dio, o un idolo chiamato “fortuna”. Questo mette in evidenza la natura teologica del sorteggio: anche se gli uomini non lo riconoscono, in realtà chiamano un giudice supremo.
- ↑ I teologi riformati parlano di provvidenza straordinaria di Dio sui sorteggi. Non significa che Dio intervenga visibilmente ogni volta, ma che per natura il sorteggio rimanda a Lui. È un atto che per struttura richiama la provvidenza divina.
- ↑ Poiché tutti attendono un giudizio dal sorteggio, e nessuna fortuna cieca può giudicare, esso implica necessariamente un riconoscimento (cosciente o meno) della provvidenza di Dio. Il sorteggio è dunque un mezzo attraverso il quale Dio può manifestare la sua sovranità sugli eventi contingenti.
- ↑ Ames ribadisce che la pura contingenza non può essere considerata una causa: essa descrive una condizione, non produce un effetto. L’uomo non è in grado di dirigere ciò che per lui rimane imprevedibile; occorre per forza un direttore superiore, ossia Dio, che guida ciò che per noi appare casuale.
- ↑ Ames richiama l’ordine naturale della conoscenza umana: quando mancano mezzi certi, gli uomini cercano un giudizio superiore. Il sorteggio si colloca proprio in questa dinamica: diventa un appello implicito a una autorità più alta, riconosciuta come capace di dare una decisione.
- ↑ Qui l’argomento è logico: chi ragiona con consiglio non può ridursi ad affidarsi a fortuna o caso, altrimenti vanificherebbe il senso stesso del suo consiglio. Sarebbe come voler decidere con la non-decisione: un controsenso. Perciò ogni ricorso al sorteggio, anche se inconsapevole, implica il riconoscimento di un giudizio superiore.
- ↑ La Scrittura stessa (Proverbi 16:33) conferma questa visione: l’atto esterno del sorteggio è umano, ma l’esito appartiene interamente al Signore. Il versetto non ammette alternative: la disposizione finale non viene dal caso, ma dalla provvidenza di Dio. Ames vede in questo un insegnamento esplicito della fede biblica.
- ↑ Infine, Ames nota che la provvidenza abbraccia tutto, ma non sempre è sottolineata con tanta chiarezza come nel caso del sorteggio. Questo perché il sorteggio, più di altri eventi, ha un rapporto singolare e diretto con l’idea di un giudizio di Dio. È quasi un “laboratorio teologico” per mostrare la realtà della sua signoria.
- ↑ Ames risponde a un’obiezione filologica: la parola ebraica Mishphat può avere usi vari, ma nel contesto del sorteggio indica sempre un giudizio. C’è un riconoscimento universale che il sorteggio comporta una decisione che supera la volontà umana.
- ↑ Viene posta una regola etica: il sorteggio non deve essere banalizzato, né ridotto a gioco. È uno strumento serio, da riservare a situazioni dove non vi sono altri mezzi appropriati e dove è richiesta una decisione imparziale.
- ↑ Ames delimita l’ambito d’uso: (a) non per divinazione o curiosità sul futuro, (b) non per stabilire questioni di diritto o di fatti passati, (c) sì, invece, per casi concreti e pratici, come una divisione di beni o un’elezione tra opzioni entrambe legittime, quando non vi sono altri criteri sufficienti. Il sorteggio è visto dunque come un mezzo di ordine, non come uno strumento magico.
- ↑ Ames confuta chi lo difende come gioco. La ragione è semplice ma incisiva: il sorteggio, per sua natura, è un appello alla provvidenza divina. Non può avere due significati opposti (sacro e ludico) senza perdere coerenza. In altre parole: o è cosa sacra, o è profana.
- ↑ Si smonta un’altra obiezione: paragonare i giochi di sorte alle controversie civili minori. In realtà, anche queste ultime diventano importanti per le conseguenze che portano con sé (es. divisione di eredità, distribuzione di beni, scelta di persone). Non si può quindi giustificare il gioco appellandosi al medesimo principio.
- ↑ Ames ricorda che nell’Antico Testamento, alcune pratiche (decime del bestiame, turni dei sacerdoti e leviti) venivano determinate per sorteggio, non per comodità umana ma perché istituito da Dio. Il sorteggio, quindi, aveva una funzione di evitare dispute e disordini, rivelando la volontà divina. 👉 Concetto chiave: quando Dio stesso lo stabilisce, il sorteggio diventa strumento della sua giustizia.
- ↑ Non è corretto pensare che i sorteggi si addicano alle questioni leggere o banali. Prima bisogna tentare i mezzi ordinari (ragione, giustizia, testimoni, ecc.). Ma, anche se resta un caso di contingenza, ciò non lo rende futile: può trattarsi comunque di questioni serie e pesanti. il sorteggio non banalizza, ma serve a risolvere dispute serie quando altri mezzi mancano.
- ↑ Ames introduce un punto decisivo: il sorteggio ha una natura santa, simile a un giuramento. Non è un oggetto sacro in sé (la contingenza, come il pane e il vino, non lo è), ma nel momento in cui viene usato per chiedere il giudizio divino, assume un carattere sacro. La santità del sorteggio non viene da istituzioni nuove, ma dal suo stesso uso religioso.
- ↑ Non si può dire che la contingenza diventi adatta a decidere questioni per via del consenso umano. Essa non riceve potere dall’accordo delle persone. Anche i sorteggi straordinari (riconosciuti come dipendenti solo da Dio) non acquistano nulla in più dal consenso umano. L’efficacia del sorteggio non è nell’uomo ma in Dio solo.
- ↑ Di conseguenza, chi sostiene che il sorteggio sia una cosa indifferente (né buona né cattiva) deve prima negare che esso comporti un ricorso speciale alla provvidenza divina. Ma questo non si può fare senza contraddire la Scrittura. Il sorteggio non è indifferente: è sempre un atto religioso di invocazione a Dio.
- ↑ Ames distingue tra atti indifferenti e giochi di svago. Anche se il gioco non è sempre male in sé, esso non può invadere la sfera delle cose sacre, che riguardano la comunione con Dio: i sorteggi hanno una natura sacra e non possono essere banalizzati o ridotti a passatempo.
- ↑ Risponde a un’obiezione tipica: la ripetizione del sorteggio produce esiti diversi. Ames osserva che il sorteggio non è fatto per essere reiterato e che Dio non sempre interviene con una provvidenza speciale, come mostrano gli esempi di Balaam (Numeri 22). Il sorteggio rimane un mezzo sacro, anche se le risposte divine non sono meccaniche o prevedibili.
- ↑ Obiezione: “Non possiamo obbligare Dio a intervenire straordinariamente”. Ames chiarisce che il sorteggio permette l’appello alla provvidenza straordinaria, anche se Dio non è vincolabile. L’appello a Dio è legittimo e naturale nel sorteggio.
- ↑ Ames conclude: giocare ai dadi è intrinsecamente contrario alla religione. Non è solo questione di contesto o di circostanze, ma di natura intrinseca del gioco stesso. I giochi basati sul caso distolgono dal sacro, trasformando in passatempo ciò che è invocazione divina.
- ↑ Ames amplia la proibizione anche ad altri giochi di pura contingenza, come carte o tricktrack, anche se dopo interviene l’abilità. La casualità originaria li rende comunque religiosamente problematici. La mera contingenza, se separata dal giudizio divino, è incompatibile con l’uso sacro dei sorteggi.
- ↑ Ames distingue tra giochi che richiedono abilità e che contengono elementi casuali, e i dadi, puramente casuali. La differenza è che i giochi abilità/casualità non compromettono il sacro, mentre i dadi sì, per la loro purezza di contingenza.
- ↑ iocare ai dadi favorisce vizi spirituali come giuramenti, maledizioni e bestemmie, più che altri giochi. Il motivo è la frustrazione: il sorteggio non soddisfa le aspettative umane, e gli uomini attribuiscono la colpa a una potenza immaginaria ostile. La psicologia del gioco riflette il contrasto tra attesa umana e provvidenza divina.
- ↑ La natura del gioco porta a una persistenza ossessiva: chi perde non si arrende, alimentando attese pertinaci. Ames evidenzia la componente morale e spirituale negativa insita nei dadi. Il gioco puro di contingenza genera dipendenza e ossessione, impedendo autocontrollo.
- ↑ In altri giochi, gli inconvenienti sono esteriori, derivano da circostanze esterne; nei dadi, invece, dipendono dalla natura intrinseca del gioco: il rischio, la casualità, la frustrazione sono integrati nel gioco stesso. La mala natura intrinseca dei dadi li rende incompatibili con la sfera sacra e religiosa.