Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:14 Le modalità del culto di Dio

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2:14 Le modalità del culto di Dio

Terzo comandamento: Non pronunciare il nome del SIGNORE invano

2:14:1 Gli elementi aggiuntivi del culto da osservare in modo particolare sono due: le modalità, contenute nel Terzo Comandamento, e il tempo, comandato nel Quarto Comandamento[1]. ===

2:14:2 Le modalità e il tempo sono aggiunte al culto religioso che, in senso secondario, assumono la stessa natura del culto. Osservandoli, non solo si onora Dio nell’adorazione naturale e istituita, ma si rende anche un onore speciale, poiché entrambi sono congiunti sia dal comando divino, sia da un rapporto diretto e immediato tra loro[2].

2:14:3 La modalità del culto, in generale, è l’uso legittimo di tutte le cose che riguardano Dio[3].

2:14:4 Il loro uso legittimo consiste in questo: che tutte le cose che appartengono al culto devono essere trattate in modo da risultare conformi alla Maestà di Dio[4].

2:14:5 È proibito nel Terzo Comandamento prendere il Nome di Dio invano. Con “Nome di Dio” si intendono tutte quelle realtà mediante le quali Dio ci è fatto conoscere o si rivela. Come le persone sono conosciute tra loro per mezzo del loro nome, così il Nome di Dio racchiude tutto ciò che appartiene al culto di Dio, sia naturale che istituito[5].

  • Atti 9:15 - "Ma il Signore gli disse: Va', perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai Gentili, ai re e ai figli d'Israele".
  • Deuteronomio 12:5 - "ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che l'Eterno, il vostro Dio, avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per mettervi il suo nome; e là andrete".
  • Michea 4:5 - "Mentre tutti i popoli camminano ciascuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome dell'Eterno, del nostro Dio, per sempre".
  • Malachia 1:11 - "Poiché dall'oriente all'occidente il mio nome è grande fra le nazioni, e in ogni luogo si offrono al mio nome incenso e oblazioni pure; perché il mio nome è grande fra le nazioni”, dice l'Eterno degli eserciti".

2:14:6 Prendere il Nome di Dio invano significa: (1) prenderlo temerariamente, cioè senza alcun fine espresso, o senza un fine giusto e conveniente; (2) oppure prenderlo in maniera vana, cioè non nel modo richiesto per un fine giusto, ossia l’onore di Dio. Per questo nello stesso comandamento è richiesto che santifichiamo il Nome di Dio: vale a dire, che usiamo tutte le cose sante in un modo che sia adeguato alla loro santità e dignità[6] (Isaia 1:13).

  • Isaia 1:13 - "Smettete di portare oblazioni inutili; l'incenso è un abominio per me; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne".

2:14:7 Il modo adeguato consiste nell’usare quelle circostanze che la natura delle cose religiose richiede[7].

2:14:8 Definiamo questo modo attraverso le circostanze, perché nelle virtù e negli atti religiosi il loro modo essenziale è già contenuto negli atti stessi, e il loro modo è comandato negli stessi precetti insieme a loro. Ma quel modo accidentale che si trova nelle circostanze è comandato in modo particolare in questo Terzo Comandamento, poiché esso è in qualche modo separabile dagli atti della religione, e tuttavia è necessariamente richiesto affinché quegli atti siano accettabili a Dio[8].

2:14:9 Queste circostanze sono o interiori o esteriori[9].

2:14:10 Le circostanze interiori sono o antecedenti (che precedono), o concomitanti (che accompagnano), o conseguenti (che seguono)[10].

2:14:11 Le circostanze che precedono sono il desiderio e il risveglio della mente, cioè la preparazione mediante una giusta meditazione sulle cose che riguardano ciò che sta per essere trattato come santo[11].

  • Ecclesiaste 5:1-2 - "Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio, e avvicinati per ascoltare, anziché per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure che fanno male. Non essere precipitoso nel parlare, e il tuo cuore non si affretti a proferire parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; le tue parole siano dunque poche".

2:14:12 Questa preparazione riguarda in modo particolare gli atti di religione più solenni. Infatti la meditazione stessa, con cui la mente viene risvegliata, è un atto di religione; ma non richiede a sua volta un’altra preparazione, altrimenti si procederebbe senza fine. Tuttavia quegli atti che sono per natura meno perfetti devono preparare la via ad atti più perfetti e solenni[12].

2:14:13 Per questo, prima dell’ascolto pubblico e solenne della Parola e della preghiera, è richiesta la preghiera privata; e prima della preghiera privata, se è solenne, è richiesta anche una certa meditazione sulle cose che appartengono alla nostra preghiera, sia in riferimento a Dio a cui preghiamo, sia a noi stessi che stiamo per pregare, sia alle cose stesse che devono essere chieste[13].

2:14:14 Le circostanze che sono concomitanti, cioè che accompagnano il culto divino, sono la riverenza e la devozione[14].

2:14:15 Una certa riverenza generale verso Dio è necessaria per ogni obbedienza, perché si riferisce all’autorità di Dio che ci comanda. Ma questa riverenza particolare appartiene agli atti di religione che riguardano la santità delle cose nelle quali siamo esercitati[15].

2:14:16 Questa riverenza comprende due aspetti: (1) una giusta stima dell’eccellenza delle cose sante; (2) un timore di troppa familiarità, per la quale tali cose potrebbero essere da noi trattate in modo indegno[16].

2:14:17 La devozione comprende anch’essa due aspetti: (1) una particolare prontezza nell’eseguire tutte le cose che appartengono al culto di Dio (Salmo 108:1-2 – “O Dio, il mio cuore è ben disposto, canterò e salmeggerò; destati, arpa e cetra, io desterò l’alba”); (2) un piacere adeguato nel compiere tali cose (Isaia 58:13 – “Se chiamerai il sabato delizia”)[17].

2:14:18 Da qui deriva che si deve avere una cura maggiore e di altro genere nell’ascoltare la Parola di Dio che nel ricevere gli editti dei principi, e una cura maggiore nell’invocare il Nome di Dio che nelle suppliche che rivolgiamo agli uomini, chiunque essi siano[18].

2:14:19 Le circostanze che seguono il culto sono due: (1) conservare nella mente la forza e, per così dire, il sapore di quel culto; (2) ottenere con ogni nostro impegno il fine e l’utilità del culto stesso[19].

2:14:20 Le circostanze esteriori sono quelle che riguardano l’ordine e il decoro[20] (1 Corinzi 14:40 – “Ma ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine”).

2:14:21 La regola generale di queste circostanze è che siano ordinate in quella maniera che maggiormente contribuisce all’edificazione[21] (1 Corinzi 14:26).

  • 1 Corinzi 14:26 - "Che dunque, fratelli? Quando vi radunate, avendo ciascuno di voi un salmo o un insegnamento o una rivelazione o un parlare in altra lingua o un'interpretazione, si faccia ogni cosa per l'edificazione".

2:14:22 Di questa natura sono le circostanze di luogo, tempo e simili, che sono accessori comuni tanto agli atti religiosi quanto a quelli civili[22].

2:14:23 Perciò, benché alcuni possano chiamare tali circostanze riti o cerimonie religiose o ecclesiastiche, esse non hanno in sé nulla che sia proprio della religione. Perciò, il culto religioso non consiste propriamente in queste cose. Tuttavia, la santità del culto viene in qualche modo violata dalla loro negligenza o disprezzo, perché quel rispetto comune per l’ordine e il decoro — che vale ugualmente per gli atti religiosi e civili — non può essere separato dal culto senza che la sua dignità e maestà ne risultino diminuite[23].

2:14:24 Circostanze simili, che sono civili o comuni per natura, non sono specificamente comandate nelle Scritture. Ciò per due motivi: (1) perché rientrano nella comune comprensione delle persone; (2) perché non si addice alla dignità e maestà della Legge di Dio prescrivere dettagli minuziosi. Altrimenti la Legge avrebbe dovuto includere precetti ridicoli, ad esempio che nell’assemblea non ci si debba appoggiare sul petto altrui, sputare in faccia, o fare smorfie durante gli atti sacri. Eppure tali cose sono da considerarsi comandate da Dio: (1) perché sono contenute nel comando generale di mantenere ordine, decoro ed edificazione; (2) perché la maggior parte di esse segue necessariamente da ciò che Dio ha espressamente ordinato. Infatti, quando Dio ha stabilito che i fedeli si riunissero per celebrare il suo nome e il suo culto, ha conseguentemente ordinato che vi fosse un luogo adatto e un tempo concordato; e quando ha stabilito un ministro per insegnare pubblicamente, ha conseguentemente stabilito che egli abbia una sede e una posizione adeguata al suo ministero[24].

2:14:25. Le cose che appartengono all’ordine e al decoro non sono lasciate all’arbitrio umano, cosicché sotto quel nome si possa imporre qualsiasi cosa alla Chiesa. Esse sono determinate: in parte dai precetti generali di Dio, in parte dalla natura delle cose stesse, e in parte dalle circostanze che si presentano di volta in volta[25].

2:14:26 Varie circostanze di ordine e di decoro sono tali che, sebbene non vi sia un’istituzione pubblica di esse, devono comunque essere osservate da tutti; né possono essere proibirte senza commettere peccato[26].

2:14:27 Quelle costituzioni con cui vengono di solito determinate molte di queste circostanze — riguardanti luogo, tempo e simili — sono dette a ragione dai migliori teologi essere in parte divine e in parte umane: divine, perché fondate sulla volontà di Dio in relazione ai motivi principali; umane, perché dipendono dalla prudenza delle persone per quanto riguarda la determinazione concreta di ciò che è conforme alla volontà di Dio. Così, se non vi è errore umano nel fissare quelle decisioni, quella costituzione deve essere considerata come chiaramente divina. Infatti, è volontà di Dio che la Chiesa si raduni all’ora del giorno che, tenute presenti tutte le circostanze, è la più conveniente. Perciò, se non vi è errore nella scelta di quelle circostanze, quell’ora fissata deve essere riconosciuta come se fosse stata stabilita da Dio stesso[27].

2:14:28 Il modo speciale del culto di Dio deve essere determinato in modo particolare, come la speciale natura di ogni atto religioso richiede[28].

2:14:29 A questo modo speciale del culto appartiene il giusto modo di ascoltare la Parola di Dio, di invocare il suo nome, di ricevere i sacramenti, di esercitare la disciplina ecclesiastica, e di compiere quelle varie cose che appartengono sia al culto naturale sia a quello istituito di Dio[29] (Ez 33:31; Mt 13:19; 1Cor 11:27,29; Is 66:4-5).

2:14:30 Poiché negli scheramenti (giuramenti) il modo di giurare è di solito ciò che viene principalmente osservato, esso è comunemente riferito a questo contesto del Terzo Comandamento, sebbene per sua natura appartenga al Primo Comandamento[30] (Levitico 19:12; Matteo 5:34; 2 Cronache 36:13).

2:14:31 Contrario a questo modo dovuto in generale è: (1) Il vizio chiamato da alcuni accidia o ripugnanza[31], per cui si disprezzano le cose divine o spirituali (2 Timoteo 4:3).

  • 2 Timoteo 4:3 - "Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina, ma per prurito di udire si accumuleranno dottori secondo le proprie voglie".

2:14:32 (2) La pigrizia, per cui si evita la prontezza e il lavoro richiesti dalle cose divine (Romani 12:11).

  • Romani 12:11 - "....quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore".

2:14:33 (3) Negligenza e disprezzo delle cose sante[32], e il loro uso indegno per giochi o cose leggere, contrarie alla riverenza dovuta agli oggetti sacri (Luca 19:46).

  • Luca 19:46 - "... dicendo loro: Sta scritto: La mia casa sarà una casa di preghiera', ma voi ne avete fatto una spelonca di ladroni".

2:14:34 (4) Ottusità o vagabondaggio della mente[33] negli esercizi di culto (Ebrei 5:11; Ezechiele 33:31).

2:14:35 (5) Impulsività o leggerezza nell’uso del Nome o dei titoli di Dio, o di ciò che ha un particolare rispetto verso Dio[34] (Geremia 32:34; Luca 13:1).

2:14:36 (6) Dimenticanza[35] (Giacomo 1:23-25).

2:14:37 (7). Confusione, opposta all’ordine e al decoro[36] (1 Corinzi 14:33).

Supplementi

Commenti esplicativi

  1. Ames distingue la sostanza del culto (preghiera, sacramenti, predicazione) da ciò che ne costituisce elemento aggiuntivo ma necessario. Questi due aspetti – modo e tempo – derivano direttamente dai Comandamenti, quindi hanno autorità divina. Il culto non è solo cosa si fa, ma anche come e quando lo si fa.
  2. Ames attribuisce a modo e tempo una vera dignità cultuale, seppur “secondaria”. Non sono meri dettagli organizzativi, ma parte del culto stesso. L’onore a Dio si manifesta pienamente quando lo si adora non solo nella sostanza, ma anche secondo le forme e nei tempi da lui stabiliti. È errore non solo omettere il culto, ma anche celebrarlo senza le modalità e i tempi voluti da Dio.
  3. Qui Ames offre una definizione di grande importanza: la modalità del culto consiste nell’uso conforme alla legge di Dio delle cose sante. Non basta nominare Dio o servirsi della Scrittura: occorre farlo legittimamente, cioè secondo la sua volontà. Il Terzo Comandamento non si limita a proibire la bestemmia, ma comprende ogni uso improprio, superficiale o irreverente del Nome e delle cose di Dio. Solo un culto ordinato e riverente rende gloria autentica al Signore.
  4. La regola fondamentale del culto è che ogni atto e ogni cosa usata per il culto sia in armonia con la maestà e santità di Dio. Non basta che siano cose giuste in sé: devono essere amministrate e vissute in maniera proporzionata alla grandezza del Signore.
  5. Ames amplia il concetto di Nome di Dio: non indica soltanto le lettere o le sillabe con cui lo chiamiamo, ma tutto ciò che Dio ha rivelato di sé per essere conosciuto e adorato. Il Nome include dunque le verità divine, i segni istituiti, e persino i luoghi santificati. Per questo prendere il Nome invano significa banalizzare, profanare o trattare con leggerezza tutto ciò che Dio ha consacrato per la sua gloria.
  6. Non basta evitare la bestemmia esplicita: il comandamento proibisce ogni uso superficiale o strumentale del Nome di Dio. In positivo, ci ordina di santificarlo, cioè di avere una cura riverente e proporzionata al carattere santo delle cose che appartengono a Dio.
  7. Ames introduce il tema delle circostanze del culto: non secondarie in senso di irrilevanti, ma condizioni necessarie perché gli atti religiosi siano appropriati e graditi a Dio. È un richiamo al principio della convenienza spirituale: ogni atto sacro deve avere le condizioni adeguate al suo carattere santo.
  8. Ames distingue tra modo essenziale (intrinseco all’atto di culto stesso: ad esempio, pregare con fede) e modo accidentale, cioè le circostanze esterne che accompagnano il culto (tempo, ordine, atteggiamenti). Queste ultime non appartengono alla sostanza, ma sono comunque necessarie perché il culto sia veramente conforme alla volontà di Dio. Il Terzo Comandamento ci vincola dunque a una cura scrupolosa delle circostanze del culto.
  9. Ames apre qui la distinzione fondamentale che svilupperà subito dopo: il culto deve rispettare sia le circostanze interiori (atteggiamenti spirituali, intenzioni, disposizione del cuore), sia le circostanze esteriori (gesti, ordine, decoro, tempo, forma). La riverenza verso Dio si manifesta nell’armonia di entrambe.
  10. Ames articola le condizioni interiori del culto distinguendole secondo il loro momento: prima, durante e dopo l’atto di culto. Questa distinzione aiuta a comprendere che il culto non è un gesto isolato, ma un processo che coinvolge l’intera persona nel tempo.
  11. La prima circostanza interiore è la preparazione spirituale: un atteggiamento di attesa, desiderio e raccoglimento. Ames si rifà alla Scrittura per mostrare che chi si accosta al culto deve farlo con mente e cuore predisposti. Il culto comincia già prima dell’atto stesso, nella disposizione interiore.
  12. Ames distingue tra atti più solenni e perfetti (come il culto pubblico) e atti più semplici o privati. Questi ultimi hanno anche la funzione di prepararci ai primi. Non si tratta di moltiplicare pratiche senza fine, ma di mantenere un ordine gerarchico: la preparazione deve rendere l’atto principale più degno e consapevole.
  13. Qui Ames rende concreto il principio della preparazione: (a) Il culto pubblico dev’essere preceduto dalla preghiera privata. (b) La preghiera privata solenne dev’essere preceduta dalla meditazione. Così la progressione interiore porta ad accostarsi a Dio con cuore pronto, considerando la grandezza del Dio a cui ci si rivolge, la propria condizione di chi prega e le cose che si chiedono. Questo orienta a una preghiera cosciente e riverente.
  14. Durante l’atto stesso del culto, le disposizioni richieste sono due: riverenza (rispetto, timore, consapevolezza della santità di Dio) e devozione (attenzione del cuore, fervore spirituale). Esse formano l’atteggiamento interiore che rende il culto non una formalità, ma un incontro vivo con Dio.
  15. Ames distingue tra due tipi di riverenza: (a) generale, che è la disposizione di fondo verso l’autorità di Dio in ogni ambito della vita; (b) particolare, che è richiesta in modo speciale negli atti di culto, perché lì ci confrontiamo direttamente con la santità delle cose divine. Questo distingue l’obbedienza quotidiana al Signore dal momento del culto, che ha una carica di sacralità ancora più intensa.
  16. La riverenza è duplice: da un lato riconoscere la grandezza e il valore delle cose di Dio, dall’altro evitare l’atteggiamento di banalizzazione che nasce dalla confidenza eccessiva. Ames ci ricorda che le cose sante devono essere trattate con distanza sacra, non come comuni o familiari.
  17. La devozione non è solo fervore, ma anche disponibilità pronta e gioia spirituale nel culto. È la disposizione che unisce la volontà pronta e l’affetto lieto: il cuore fisso e la gioia di servire Dio.
  18. Ames paragona il culto a ciò che di più solenne esiste nella vita civile: gli ordini dei re e le richieste agli uomini potenti. Eppure il culto richiede una cura incomparabilmente più alta, perché in esso ci si rivolge al Re supremo e al Signore dei signori. Questo mette in luce la necessità di un atteggiamento di massima attenzione, riverenza e devozione.
  19. Il culto non termina con l’atto formale: deve lasciare un impronta duratura nella memoria e nel cuore, e deve condurre a un frutto concreto nella vita. Ames mette in evidenza che la vera prova del culto non è solo come lo si celebra, ma quale effetto produce dopo.
  20. Dopo aver trattato le circostanze interiori (prima, durante e dopo il culto), Ames introduce ora le esteriori, che concernono il modo visibile e comunitario del culto. Esse riguardano non solo la bellezza esteriore, ma soprattutto il decoro spirituale e l’ordine divino, che rendono il culto conforme al carattere santo di Dio e al bene della comunità.
  21. Ames stabilisce il criterio fondamentale per giudicare tutte le circostanze esterne del culto: l’edificazione. Non basta che qualcosa sia conveniente o pratico, deve servire realmente alla crescita spirituale della comunità. Qui si afferma la centralità del bene delle anime come criterio regolatore, e non la semplice tradizione o l’arbitrio umano.
  22. e circostanze di ordine e decoro (come orario, spazio, disposizione) non sono “religiose” in senso stretto: sono comuni anche alle attività sociali. Per esempio, anche un’assemblea politica o un tribunale richiede un luogo adatto e un orario definito.
  23. Qui Ames mette in guardia da due estremi: (a) da un lato, sacralizzare le circostanze chiamandole “riti religiosi” (come accadeva nelle tradizioni liturgiche medievali), (b) dall’altro, disprezzarle come irrilevanti. Il punto è che l’ordine esteriore non è culto in sé, ma contribuisce a salvaguardarne la dignità.
  24. Ames mostra qui il principio della deduzione logica dai comandamenti divini generali. Dio non prescrive ogni dettaglio (per evitare la ridicolaggine di un legalismo minuzioso), ma fornisce principi generali (ordine, edificazione, decoro) da cui derivano conseguenze pratiche inevitabili: se Dio ordina un’assemblea, ordina implicitamente un luogo e un tempo; se Dio ordina un predicatore, ordina implicitamente che abbia un pulpito e le condizioni per parlare.
  25. Ames conclude stabilendo il giusto equilibrio: l’ordine del culto non è questione di pura invenzione ecclesiastica, ma neppure è regolato in ogni dettaglio dalla Scrittura. È guidato da: (a) Precetti generali divini (ordine, edificazione, decoro). (b) La natura delle cose (ad esempio, la necessità fisica di un luogo, di un tempo, di una voce udibile). (c) Le circostanze contingenti (ad esempio, la dimensione dell’assemblea, la disponibilità di mezzi, le situazioni storiche).
  26. Varie circostanze di ordine e di decoro sono tali che, sebbene non vi sia un’istituzione pubblica di esse, devono comunque essere osservate da tutti; né possono uomini proibirle senza commettere peccato.
  27. Ames stabilisce un principio equilibrato: alcune scelte nel culto (come ora e luogo) non sono direttamente rivelate, ma, se fatte con prudenza e senza errore, hanno autorità derivata da Dio. Si tratta di una visione che coniuga l’autorità divina con la responsabilità umana, preservando sia l’ordine che la libertà.
  28. Ames distingue tra regole generali e regole particolari. Non basta stabilire principi generali di ordine e decoro: ogni atto del culto (predicazione, preghiera, sacramenti) ha esigenze proprie che devono essere definite con precisione.
  29. Ames porta esempi concreti: (a) Ascoltare la Parola con attenzione e riverenza. (b) Invocare il nome di Dio con sincerità e non superficialmente. (c) Ricevere i sacramenti con fede e non indegnamente.(d) Esercitare la disciplina con giustizia e amore. Ogni ambito del culto richiede dunque un modo corretto, conforme sia alla legge naturale (ciò che è giusto e ragionevole in sé) sia alla rivelazione istituita (ciò che Dio ha ordinato espressamente nella Scrittura).
  30. Ames nota che la forma del giuramento è ciò che più conta nel giudizio umano e spirituale: anche se il giuramento riguarda la verità (Primo Comandamento), il modo in cui viene pronunciato ricade sul Terzo Comandamento, perché esprime rispetto o irriverenza verso il Nome di Dio.
  31. Ames indica il primo errore interiore: mancanza di desiderio per le cose spirituali, opposta all’appetito naturale e santo che dovremmo avere per nutrire la nostra anima (1 Pietro 2:2).
  32. Ames condanna l’uso profano di ciò che è sacro: anche l’atteggiamento ludico o superficiale verso il culto è peccaminoso. La riverenza non è solo sentimento, ma azione concreta rispettosa delle cose sante.
  33. La distrazione e la mancanza di attenzione contrastano con la devozione genuina, come quella dimostrata da Cornelio (Atti 10:2). Ames richiama l’importanza della concentrazione e della partecipazione attiva al culto.
  34. Questo vizio è opposto al perseguimento di un fine giusto, che deve accompagnare ogni uso del Nome e delle cose sacre con riverenza (1 Corinzi 11:27). Ames sottolinea che anche il linguaggio e le espressioni verso Dio devono essere misurate e rispettose.
  35. Dimenticare la cura e la devozione dovute agli atti religiosi impedisce che essi producano frutti spirituali e che la virtù permanga nella vita del fedele. Ames collega memoria e continuità nella pratica religiosa alla fecondità del culto.
  36. La confusione compromette l’armonia del culto. Ames ricorda che il Terzo Comandamento richiede non solo riverenza interiore, ma anche ordine esteriore, perché il culto sia gradito a Dio e edificante per la comunità.