Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:1 L'osservanza in generale

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2:1 – Dell’Osservanza in generale

Così abbiamo trattato della prima parte della Teologia, cioè della fede in Dio. Segue ora l’altra parte, che è l’osservanza[1] verso Dio[2].

2:1:1 L’osservanza è quell’agire mediante il quale la Volontà di Dio viene compiuta con sottomissione alla sua gloria[3].

2:1:2 Essa riguarda la Volontà di Dio come modello e norma[4], come appare nelle parole di Cristo, nelle quali egli descrive anche la nostra obbedienza: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Matteo 6:10); e come spiega la propria obbedienza: “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Matteo 26:39), e ancora: “Sia fatta la tua volontà” (Matteo 26:42). Lo stesso si trova in Salmo 40:8: “Dio mio, desidero fare la tua volontà; la tua legge è nel mio cuore”.

  • Matteo 6:10 - "... venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra com'è fatta nel cielo".
  • Matteo 26:39 - "E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: 'Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi'".
  • Matteo 26:42 - "Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: 'Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà'".
  • Salmo 40:8 - "Dio mio, io prendo piacere a fare la tua volontà, la tua legge è dentro il mio cuore".

2:1:3 Essa riguarda però la Volontà di Dio non in quanto segreta, efficace e ordinante[5], perché in quel senso tutte le altre creature — persino gli empi e gli stessi demoni — compiono la Volontà di Dio con quella virtù obbedienziale che è comune a ogni creatura. Piuttosto, essa riguarda la Volontà di Dio in quanto prescrive il nostro dovere, come si legge in Deuteronomio 29:28: “Le cose rivelate sono per noi… affinché le mettiamo in pratica”.

  • Deuteronomio 29:28 - "Le cose occulte appartengono all'Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge".

2:1:4 Essa riguarda la Volontà di Dio con sottomissione (Romani 8:7)[6]. Poiché l’obbedienza consiste nell’applicare la nostra volontà a compiere la Volontà di Dio, come egli ci comanda di fare ogni cosa in forza della sua autorità. La mente carnale infatti non si sottomette alla legge di Dio, né può farlo.

  • Romani 8:7 - "... poiché ciò a cui la carne ha l'animo è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo".

2:1:5 Da ciò deriva che essa è chiamata obbedienza, perché rende la volontà pronta a eseguire il comando di Dio, quando questo è stato udito e in qualche misura compreso[7].

2:1:6 Essa implica anche un riferimento al servizio reso a Dio; così che “obbedire a Dio” e “servirlo” finiscono per significare la stessa cosa (Luca 1:74; Romani 6:16). Infatti “servire Dio” non è altro che servirlo mediante obbedienza e giustizia (Romani 6:18, 22). Perché fare la Volontà di Dio con sottomissione equivale a servire Dio, come dice Efesini 6:6-7: “Come servi di Cristo, fate di cuore la volontà di Dio, prestando servizio con buona volontà, come al Signore e non come a persone”.

  • Efesini 6:6-7 - "... non servendo per essere visti, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini".

2:1:7 La nostra ubbidienza verso Dio, sebbene quanto alla prontezza di mente debba essere l’ubbidienza di figli, tuttavia quanto al vincolo rigoroso della sottomissione è l’ubbidienza di servi[8].

2:1:8 Da questa sottomissione alla volontà di Dio segue necessariamente una conformità tra la volontà di Dio e la nostra[9]. Ap 2:6: “Tu hai questo: che odi le opere dei Nicolaiti, che anch’io odio.” E segue altresì una certa espressa somiglianza con quella perfezione divina che Dio ha rivelato e proposto perché fosse da noi imitata (2Pt 1:4: “affinché diventiate partecipi della natura divina”). Infatti, le opere di colui che fa la verità sono dette essere fatte secondo Dio (Gv 3:21).

  • Apocalisse 2:6 - "Tuttavia hai questo: odi le opere dei Nicolaiti, che anch'io odio".
  • 2 Pietro 1:4 - "... attraverso le quali egli ci ha largito le sue preziose e grandissime promesse, perché per mezzo di esse voi foste fatti partecipi della natura divina, dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo per via della concupiscenza".
  • Giovanni 3:21 - "... ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio".

2:1:9 Perciò la stessa ubbidienza, che è detta “ubbidienza” perché riguarda la volontà di Dio con sottomissione, ed è detta “giustizia” perché adempie quella sottomissione che è dovuta, è anche detta “santità” perché riguarda la stessa volontà con conformità e pura somiglianza[10] (1Pt 1:14-15: “Come figli ubbidienti… come Colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta”).

  • 1 Pietro 1:14-15 - "... come figli ubbidienti, non conformatevi alle concupiscenze del tempo passato quando eravate nell'ignoranza, ma, come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta".

2:1:10 L’ubbidienza guarda alla gloria di Dio poiché riconosce la sua suprema autorità e potenza nel comandare (1Cor 6:20: “Siete stati comprati a prezzo: glorificate dunque Dio”). Inoltre, perché essa ha in parte relazione alla perfezione di Dio e in parte la rappresenta[11] (1Pt 2:9: “perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati”).

  • 1 Corinzi 10:31 - "Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio".
  • 1 Corinzi 6:20 - "Poiché foste comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo".
  • 1 Pietro 2:9 - "Ma voi siete una generazione eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce".

2:1:11 Inoltre, in questa sottomissione c’è un riferimento al timore, poiché viene riconosciuta l’Autorità e la Potenza di Dio; ed è anche per questo che nella Scrittura il timore del Signore è spesso posto per l’intera obbedienza[12]. Salmo 34:12: "Io ti insegnerò il timore del Signore".

2:1:12 L’ubbidienza è dunque detta essere verso Dio, sia in quanto alla sua regola, sia in quanto Egli è l’oggetto di essa, sia ancora in quanto Egli è il suo fine[13].

2:1:13 La causa efficiente principale dell’ubbidienza, per via di un principio interiore e inerente, è immediatamente la Grazia santificante e, in maniera mediata, la fede.

2:1:14 Infatti, la fede ci apre la via per accostarci a Dio: Ebrei 10:22: "Accostiamoci con piena certezza di fede"; ed è anche la potenza per rimanere stabili in Lui: 2Corinzi 1:24: "Voi state saldi per la fede". Per questo motivo l’ubbidienza è chiamata ubbidienza della fede (Romani 1:5), e i credenti sono detti figli di ubbidienza (1Pietro 1:14).

  • Ebrei 10:22 - "... accostiamoci di vero cuore, con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell'aspersione che li purifica dalla cattiva coscienza e il corpo lavato d'acqua pura".
  • 2 Corinzi 1:24 - "Non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo collaboratori della vostra gioia, poiché nella fede voi state saldi".
  • Romani 1:5 - "... per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato per trarre all'ubbidienza della fede tutti i Gentili, per il suo nome".
  • 1 Pietro 1:14 - "...come figli ubbidienti, non conformatevi alle concupiscenze del tempo passato quando eravate nell'ignoranza".

2:1:15 Ora, la fede produce obbedienza sotto un triplice rispetto[14]:

  1. Poiché afferra Cristo, che è la fonte della vita e la sorgente di ogni potere di fare il bene.
  2. Poiché riceve e si fonda sugli argomenti che Dio ci ha presentato nella Scrittura per persuaderci all’ubbidienza, cioè promesse e minacce.
  3. Poiché ha la potenza di ottenere ogni grazia, e così quella stessa grazia mediante la quale si compie l’ubbidienza.

2:1:16 Ma la Grazia santificante è quella stessa potenza per cui veniamo innalzati ad applicare la nostra volontà alla volontà di Dio[15]. È per questo che la nuova ubbidienza è sempre inclusa e sottintesa nella Scrittura, quando si parla del nuovo uomo e della nuova creatura (Efesini 4:24; Galati 6:15).

  • Efesini 4:24 - "... e a rivestire l'uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità".
  • Galati 6:15 - "Poiché tanto la circoncisione quanto l'incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l'essere una nuova creatura".

2:1:17 Infatti, nulla può essere compiuto dall’uomo, né come proveniente da lui stesso, né come opera della vita spirituale, che sia accettabile a Dio, poiché il peccato è entrato nel mondo—se non è compiuto in Cristo, mediante la fede e la grazia della santificazione[16].

  • Giovanni 15:4-5 - "Dimorate in me e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla".

2:1:18 Tuttavia, i doveri non devono essere omessi da chi non crede ancora, perché essi sono buoni in sé; essi frenano l’aumento del peccato e la punizione dei peccatori; anzi, sono spesso ricompensati da Dio con vari benefici, sebbene non per forza di legge stabilita, ma per una certa abbondante e segreta benevolenza divina[17].

2:1:19 La causa adjuvante, cioè ciò che muove all’obbedienza[18], è:

  1. La dignità e maestà di Dio, che va osservata in sé stessa. Deuteronomio 32:3: "Date grandezza al nostro Dio." Salmo 29:2: "Date al Signore la gloria del suo nome."
  2. La bontà di Dio verso di noi, rispetto alla quale gli dobbiamo tutto ciò che siamo. 1Corinzi 6:19-20; Romani 12:1. Per questo motivo, l’obbedienza non è altro che ringraziamento dovuto a Dio, come spiegano correttamente i teologi.
  3. L’autorità di Dio che ci comanda, la quale ha dominio universale e pieno su di noi. Giacomo 4:12: "C’è un solo Legislatore, che può salvare e distruggere."
  4. L’equità e utilità delle cose comandate, entrambe conformi alla ragione più alta. Romani 2:15: la coscienza ne porta testimonianza; Deuteronomio 32:47: "Essa è la tua vita."
  5. Le ricompense e promesse mediante le quali l’obbedienza è incentivata. 2Corinzi 7:1: "Avendo queste promesse, purifichiamoci…"
  6. La sventura di coloro che agiscono diversamente. Deuteronomio 28:16: "Sarai maledetto"; Ebrei 12:29: "Poiché il nostro Dio è fuoco divorante."

2:1:20 La materia dell’ubbidienza è proprio quella cosa che è comandata da Dio; ed è così riassunta nel Decalogo; altrimenti la legge di Dio non sarebbe perfetta[19].

2:1:21 Perciò, la legge di Dio, rispetto ai fedeli, è come se fosse abrogata: sia quanto al potere giustificante che aveva nello stato di integrità, sia quanto al potere condannante che aveva nello stato di peccato. Tuttavia conserva vigore nel suo potere direttivo; e mantiene anche un certo potere condannante, poiché riprende e condanna il peccato nei fedeli stessi—anche se non può condannare pienamente i fedeli, che non sono sotto la Legge, ma sotto la Grazia[20].

2:1:22 La forma dell’ubbidienza è la nostra conformità alla volontà di Dio; perciò essa è rivelata affinché possa essere adempiuta da noi[21].

  • Michea 6:8 - "O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; e che altro richiede da te l'Eterno, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia, e cammini umilmente con il tuo Dio?".

2:1:23 Infatti, la volontà segreta di Dio non è la regola della nostra obbedienza, né tutta la sua volontà rivelata[22]; poiché Geroboamo peccò prendendo il Regno d’Israele, benché il profeta gli avesse detto che Dio in qualche modo lo voleva (1Re 11:31; 2Cronache 13:5-7). Ma quella volontà rivelata che prescrive il nostro dovere è quindi resa nota, affinché possa essere adempiuta da noi.

2:1:24 E questa volontà di Dio, sotto questo stesso rispetto, è detta buona, perfetta e gradita a Dio (Romani 12:2). È buona perché contiene in sé tutto ciò che è onesto; è perfetta perché non occorre cercare altro per l’istruzione alla vita; è gradita a Dio perché l’obbedienza a questa volontà è approvata e coronata da Lui[23].

2:1:25 La conoscenza di questa volontà è necessaria per la vera obbedienza[24]. Proverbi 4:13: "Prendi a cuore l’istruzione e non lasciarla andare; custodiscila, perché essa è la tua vita"; Proverbi 4:19: "La via degli empi è oscurità; essi non conoscono ciò che li fa inciampare". Perciò il desiderio di conoscere questa volontà di Dio ci è comandato insieme all’obbedienza stessa. Proverbi 5:1: "Attendi alla sapienza; inclina il tuo orecchio alla comprensione", parte della quale riguarda anche la pratica — così che, al contrario, ogni ignoranza di ciò che siamo obbligati a sapere e fare è peccato. 2Tessalonicesi 1:8: "Prendersi vendetta su quelli che non conoscono Dio e non obbediscono al Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo".

2:1:26 Alla conoscenza della volontà di Dio in questa vita deve essere congiunto un tremore e timore di trasgredirla[25]. Proverbi 8:12-13: “Io, la sapienza, sto con la prudenza … Il timore del Signore è odiare il male”. Proverbi 14:16: “Il saggio teme e si ritrae dal male”. Principalmente ciò riguarda lo scandalo (offesa), ma anche l’ira e la punizione, soprattutto in quanto ci separano da Dio. E tale timore non deve essere chiamato servile quando non riguarda unicamente la punizione.

2:1:27 Il fine principale è la gloria di Dio[26]; poiché noi guardiamo a Dio mediante l’obbedienza, appoggiandoci a lui per mezzo della fede. Altrimenti l’obbedienza non procederebbe dalla fede. Poiché la fede è la nostra vita, in quanto ci unisce a Dio in Cristo, è necessario che anche le azioni di quella stessa fede, che sono contenute nell’obbedienza, siano indirizzate a Dio; cioè alla sua gloria.

28. Il fine secondario[27] è la nostra salvezza e beatitudine.

  • Romani 6:22 - "Ma ora, essendo stati liberati dal peccato e fatti servi a Dio, voi avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna".
  • Ebrei 12:2 - "...fissando lo sguardo su Gesù, autore e compitore di fede, il quale, per la gioia che gli era posta dinanzi, sopportò la croce disprezzando l'infamia e si è posto a sedere alla destra del trono di Dio".

2:1:29 Sebbene l’obbedienza compiuta soltanto per timore della punizione o per aspettativa della ricompensa sia giustamente detta mercenaria, tuttavia se un credente viene secondariamente stimolato a compiere il proprio dovere guardando al premio, o per timore della punizione, ciò non è estraneo ai figli di Dio e non indebolisce in alcun modo la loro solida obbedienza[28].

2:1:30 Ma la nostra obbedienza non è la causa principale né meritoria della vita eterna[29]. Infatti noi riceviamo sia il diritto a questa vita, sia la vita stessa, per grazia, come dono di Dio a motivo di Cristo, afferrato mediante la fede. Romani 6:23: “Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore”. Ma la nostra obbedienza è in un certo senso una causa ministeriale, di aiuto e di progresso verso il possesso di questa vita, il cui diritto avevamo già prima; in questo senso essa è chiamata la Via nella quale camminiamo verso il cielo, Efesini 2:10.

  • Efesini 2:10 - "infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le buone opere, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo".

2:1:31 L’obbedienza promuove la nostra vita sia per la sua stessa natura – perché costituisce già in sé una certa misura della vita che tende sempre alla perfezione – sia in virtù della promessa di Dio, che ha promesso la vita eterna a coloro che camminano nei suoi precetti[30]. Galati 6:8: «Chi semina per lo Spirito, mieterà dallo Spirito vita eterna».

2:1:32 Infatti, sebbene tutta la nostra obbedienza, durante il tempo della nostra vita terrena, sia imperfetta e contaminata da qualche mescolanza di peccato[31] (Galati 5:17: «La carne ha desideri contrari allo Spirito»), tuttavia in Cristo essa è così gradita a Dio, che viene coronata con il massimo premio.

2:1:33 Pertanto, le promesse fatte in conformità all’obbedienza dei fedeli non sono legali [come debito], ma evangeliche [come grazia][32]; sebbene alcuni le definiscano miste. Cfr. Matteo 6:3.

  • Matteo 6:3 - "Ma, quando tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra".

2:1:34 La maniera dell’obbedienza consiste soprattutto nella sottomissione o umiltà, mediante la quale la creatura si sottomette a Dio per ricevere ed eseguire i suoi comandamenti. A ciò devono sempre essere unite: 1. La sincerità, per cui si elimina ogni mescolanza di intenzioni e affetti estranei, così che tutto l’essere umano sia applicato a questo dovere (1 Tessalonicesi 5:23; 1 Corinzi 6:20). 2. Lo zelo, cioè il grado più alto di affetto puro[33]. Galati 4:18: «È cosa buona essere sempre ferventi nel bene».

2:1:35 Il soggetto principale dell’obbedienza (essendo di fede vivente) è la volontà.

  • Filippesi 2:13 - "... poiché è Dio che opera in voi il volere e l'agire, per la sua benevolenza".

2:1:36 Ma poiché la sincerità della volontà nell’approvare appare soprattutto nella prontezza, nell’alacrità o nella gioia della mente, quella gioia appartiene in modo particolare all’essenza stessa dell’obbedienza[34]. 2 Corinzi 9:7: «Dio ama chi dona con gioia». Deuteronomio 28:47: «Perché non hai servito il Signore tuo Dio con gioia e allegrezza di cuore». Così, ogni volta che l’obbedienza è compiuta con gioia, essa è gradita e accetta a Dio, anche se l’opera proposta non è portata a termine. 2 Corinzi 8:12: «Se c’è la prontezza, essa è accettata in ragione di quello che uno ha, non di quello che non ha».

2:1:37 E poiché lo zelo della volontà consiste principalmente nell’amore e nell’odio, è necessario per un’obbedienza gradita a Dio l’amore per il bene e l’odio per il male[35].

  • Salmo 45:7 - "Tu ami la giustizia e detesti l'empietà. Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto d'olio di letizia a preferenza dei tuoi compagni".

2:1:38 L’effetto e il frutto dell’obbedienza non è soltanto una dichiarazione, ma anche una conferma della Fede e della Speranza[36].

  • 1 Timoteo 1:19 - "... avendo fede e buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e così hanno naufragato quanto alla fede".

2:1:39 Un elemento accessorio che accompagna l’obbedienza è una coscienza tranquilla, gioiosa e gloriosa[37].

  • Ebrei 13:18 - "Pregate per noi, perché siamo convinti di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci onestamente in ogni cosa".
  • 2 Corinzi 1:12 - "Questo, infatti, è il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza, che ci siamo condotti nel mondo, e più che mai verso voi, con santità e sincerità di Dio, non con sapienza carnale, ma con la grazia di Dio".

Tabella sinottica – Frutti e accompagnamenti dell’obbedienza

Aspetto Descrizione Riferimenti biblici Effetto spirituale
Dichiarazione della fede L’obbedienza manifesta esteriormente la fede del credente. 2 Tim 1:19 Testimonianza visibile della fede.
Conferma della fede e della speranza L’obbedienza rafforza interiormente la fiducia e l’attesa delle promesse divine. 2 Tim 1:19 Rinsalda la certezza della salvezza.
Buona coscienza Frutto accessorio dell’obbedienza, che produce tranquillità interiore. Eb 13:18 Pace e serenità nel cammino cristiano.
Gioia e fiducia davanti a Dio La coscienza libera dal rimprovero permette fiducia e libertà nel rapporto con Dio. 2 Cor 1:12; 1 Gv 3:19, 21 Gioia spirituale e sicurezza filiale.

Supplemento

Note esplicative

  1. L'osservanza (in italiano) si riferisce al rispetto scrupoloso di leggi, regole, prescrizioni o norme. Può anche indicare la manifestazione esteriore di tale rispetto, come l'osservanza di un dovere o un precetto religioso. In sostanza, è l'atto di seguire e conformarsi a ciò che è stabilito o richiesto. Sinonimi di osservanza includono "rispetto", "obbedienza", "conformità", "ossequio" e "ottemperanza". Contrari di osservanza includono "inosservanza", "inadempienza" e "disubbidienza".
  2. Osservanza come seconda parte della teologia (2:1). Dopo aver trattato la fede (atto di ricezione, fiducia e conoscenza di Dio), Ames passa alla seconda dimensione della teologia: l’osservanza, cioè la vita praticata in obbedienza a Dio. La fede accoglie, l’osservanza vive.
  3. Quando Ames parla di “sottomissione alla sua gloria”, intende che l’osservanza non consiste soltanto nel fare ciò che Dio comanda, ma nel farlo riconoscendo che tutto appartiene a Lui e che l’onore finale non ricade sulla creatura, bensì su Dio stesso. “Sottomissione” significa quindi rendere la propria volontà secondaria rispetto a quella divina, accettando di non essere il centro dell’azione morale. “Alla sua gloria” specifica che il fine ultimo non è né il nostro vantaggio, né la nostra reputazione, ma la manifestazione della maestà, sapienza e bontà di Dio. L’osservanza è l’atto mediante il quale si compie la volontà di Dio con un atteggiamento di obbedienza che riconosce la sua signoria e rimanda ogni frutto e risultato all’onore della sua gloria.
  4. La volontà di Dio è la “regola” dell’agire umano. Cristo stesso ne è il modello: nelle sue preghiere e nella sua obbedienza, egli mostra che la vera pietà consiste nell’unire la nostra volontà a quella del Padre. Qui Ames lega strettamente l’etica cristiana alla cristologia: la vita credente è imitazione di Cristo nell’obbedienza.
  5. Ames introduce una distinzione fondamentale della teologia riformata: la volontà segreta di Dio (i suoi decreti eterni e inaccessibili, che tutte le creature compiono loro malgrado) e la volontà rivelata (quella che prescrive il dovere umano). Solo quest’ultima è oggetto dell’osservanza, perché è ciò che Dio ci ha comandato di fare. Questa distinzione protegge sia la sovranità assoluta di Dio sia la responsabilità umana.
  6. Qui Ames precisa che l’osservanza non è una semplice conformità esterna, ma richiede una subiectio, cioè la piegatura della volontà davanti a Dio. Romani 8:7 ricorda che la “mente carnale” rifiuta questa sottomissione, segno che la vera osservanza è frutto della grazia rigenerante.
  7. L’obbedienza come prontezza della volontà. L’osservanza diventa obbedienza quando la volontà, ascoltato il comando divino, è resa pronta e disponibile a tradurlo in azione. Ames qui riflette un linguaggio molto agostiniano: la grazia non annulla la volontà, ma la rende pronta e inclinata al bene.
  8. Ames distingue due prospettive dell’ubbidienza: da un lato, essa è filiale, perché deve nascere da un cuore disposto, pieno di fiducia e di amore, come l’ubbidienza dei figli; dall’altro lato, essa è servile nel senso di un vincolo necessario e ineludibile: Dio è Signore assoluto e la creatura rimane obbligata a obbedirgli. Queste due dimensioni non si contraddicono ma si completano: l’ubbidienza cristiana non è solo frutto di dovere, né solo di affetto, ma entrambe le cose insieme.
  9. La vera ubbidienza non è soltanto esecuzione di comandi, ma anche conformità interiore della volontà a quella di Dio. Non si tratta solo di fare ciò che Dio ordina, ma di arrivare ad amare ciò che Dio ama e odiare ciò che Dio odia. Questa conformità produce una somiglianza spirituale con Dio stesso: essere “partecipi della natura divina” non significa diventare divini, ma riflettere nelle nostre opere la santità e la giustizia che Dio ha rivelato come modello.
  10. L’ubbidienza, dunque, può essere descritta con diversi nomi: (a) ubbidienza, in quanto atto di sottomissione; (b) giustizia, in quanto rende ciò che è dovuto a Dio; (c) santità, in quanto ci conforma a Dio stesso. Questa triplice denominazione mostra come la vita cristiana sia insieme dovere, giustizia e trasformazione interiore nella somiglianza con Dio.
  11. Lo scopo ultimo dell’ubbidienza è la gloria di Dio. Ubbidire significa riconoscere Dio come il supremo legislatore, ma anche testimoniare davanti al mondo la sua perfezione. Ogni atto di vera ubbidienza diventa così una proclamazione della grandezza e della bellezza di Dio, affinché altri vedano in noi riflessa la sua gloria.
  12. Timore e obbedienza. L’obbedienza cristiana non è mai ridotta a un formalismo esteriore. Essa nasce da un riconoscimento profondo della maestà divina: Dio è Signore, e davanti a Lui ogni creatura si prostra in timore reverente. La Scrittura usa il concetto di "timore del Signore" come sinonimo di ubbidienza perché la radice dell’ubbidienza è proprio questo riconoscimento del Suo dominio sovrano. Non si tratta di un terrore servile, ma di un timore santo che unisce riverenza, rispetto e amore.
  13. Dio, regola, oggetto e fine. L’ubbidienza è "verso Dio" in tre modi: Dio è la regola (ci dice cosa fare), è l’oggetto (a Lui ci sottomettiamo) ed è il fine (per la Sua gloria obbediamo). Ciò distingue l’ubbidienza cristiana da ogni forma di moralismo umano: non basta compiere un dovere astratto, ma occorre riferirlo a Dio in tutte le dimensioni.
  14. 2:1:13–15 – Fede e obbedienza. Ames coglie la centralità della fede come via che conduce all’ubbidienza. La fede non è un semplice atto intellettuale, ma un principio vitale che apre il cuore a Dio e produce una disposizione nuova. Essa rende possibile l’ubbidienza in tre modi: (a) Unione con Cristo, sorgente della vita. (b) Accoglienza delle motivazioni divine (promesse e minacce). (c) Strumento per ricevere grazia quotidiana. Così l’ubbidienza cristiana è detta "ubbidienza della fede": non nasce da uno sforzo umano, ma da una fede viva che opera per amore (Gal 5:6).
  15. Grazia santificante e nuova obbedienza. La fede apre la porta, ma è la grazia santificante che trasforma la volontà. Il credente diventa "nuovo uomo" e "nuova creatura", cioè una persona che porta impressa in sé la capacità di volere e compiere ciò che piace a Dio (Filippesi 2:13). La "nuova obbedienza" è quindi il frutto necessario della rigenerazione: non è facoltativa, ma intrinsecamente connessa all’opera dello Spirito.
  16. Obbedienza in Cristo e grazia. L’uomo caduto non può compiere nulla di accettabile a Dio se non in Cristo e per mezzo della grazia santificante. Questo ricorda la fondamentale dottrina riformata: ogni atto buono del credente è frutto di fede viva e lavoro dello Spirito. Senza Cristo, anche il più nobile sforzo morale rimane insufficiente.
  17. Doveri dei non credenti. Anche chi non crede ancora può e deve compiere opere buone, perché hanno valore intrinseco: frenano il peccato e portano benefici temporali e talvolta spirituali. Tuttavia, tali opere non sono pienamente accettabili davanti a Dio se non originate dalla fede.
  18. Le cause adjuvanti dell’obbedienza. Ames elenca sei motivi che stimolano la volontà all’ubbidienza: (a) Dignità e maestà di Dio: l’onore dovuto a Dio stesso. (b) Bontà divina: riconoscere ciò che Dio ha fatto per noi e rispondere con gratitudine. (c) Autorità di Dio: Dio comanda come sovrano assoluto. (d) Equità e profitto dei comandi: obbedire è razionale e conforme al bene umano e alla perfezione morale. (e) Promesse e ricompense: la Scrittura incentiva la volontà con la prospettiva di benedizioni. (f) Minaccia e punizione: la sventura dei disobbedienti ricorda la serietà dell’ubbidienza. Questi sei fattori combinano motivazioni interne (timore, gratitudine, ragione) e esterne (promesse e minacce), mostrando la completezza della pedagogia divina: l’obbedienza non è un semplice dovere astratto, ma una risposta integrale alla maestà, bontà e giustizia di Dio.
  19. La materia dell’ubbidienza. Ames sottolinea che l’ubbidienza cristiana consiste nel compiere ciò che Dio comanda. Il Decalogo funge da riassunto della legge, mostrando la completezza e la perfezione del volere divino. Non si tratta di un elenco arbitrario, ma di un quadro integrale della volontà di Dio per la vita morale e spirituale del credente.
  20. La legge e i credenti sotto grazia. Qui si distingue chiaramente tra i diversi effetti della legge: (a) Nello stato di integrità (prima del peccato), la legge giustificava. (b) Dopo il peccato, la legge condanna. (c) Nel cristiano, la legge non giustifica più, ma guida e corregge. Questo chiarisce che i credenti non sono soggetti alla legge come mezzo di salvezza, ma la legge mantiene valore morale e direttivo, poiché continua a mostrare il peccato e a dirigere verso Dio. La grazia permette di vivere la legge senza esserne schiavi, e senza condanna totale.
  21. La forma dell’ubbidienza. L’ubbidienza è conformità alla volontà di Dio, resa possibile dalla sua rivelazione. Dio non comanda ciò che è nascosto o incomprensibile: ciò che richiede, lo rende anche conosciuto e realizzabile. La citazione di Michea 6:8 sintetizza questa prospettiva: il credente sa cosa è buono e come compierlo, e l’ubbidienza è il compimento di questo insegnamento divino nella vita concreta.
  22. Distinzione tra volontà segreta e volontà rivelata. Ames distingue tra due livelli della volontà divina: (a) La volontà segreta, che non è direttamente vincolante per l’uomo, poiché non tutto ciò che Dio ordina o permette rientra nel nostro dovere morale. (b) La volontà rivelata prescrittiva, che ci mostra ciò che dobbiamo fare concretamente. L’esempio di Geroboamo illustra che anche se Dio permette o ordina certi avvenimenti, la responsabilità morale umana riguarda solo ciò che è chiaramente comandato o prescritto come dovere.
  23. a bontà, perfezione e gradimento della volontà di Dio. La volontà rivelata è: (a) Buona, perché indirizza al bene e all’onestà; (b) Perfetta, perché completa per la guida alla vita morale; (c) Gradita a Dio, perché l’obbedienza ad essa riceve approvazione e benedizione. Questa triplice caratterizzazione mostra che la volontà di Dio è allo stesso tempo normativa, educativa e gratificante.
  24. La conoscenza della volontà come prerequisito dell’obbedienza. Non basta l’ubbidienza formale: occorre conoscere cosa Dio comanda. La Scrittura insiste sul valore della sapienza e della comprensione pratica, e l’ignoranza del dovere morale costituisce peccato. L’obbedienza è dunque indissolubilmente legata alla conoscenza della volontà di Dio. Il riferimento a 2Tessalonicesi evidenzia che la mancata conoscenza e obbedienza al Vangelo comporta conseguenze gravi, sottolineando l’importanza della responsabilità morale e spirituale.
  25. Il timore santo. Ames distingue chiaramente tra il timore servile e il timore filiale. Il primo è proprio dello schiavo che teme solo il castigo, il secondo del figlio che teme di offendere il Padre. L’obbedienza cristiana non nasce da paura cieca, ma da un santo tremore che riconosce la gravità del peccato e le sue conseguenze: scandalo, ira divina, punizione e soprattutto la separazione da Dio. Questo timore è quindi inseparabile dall’amore, e rappresenta la vera “prudenza spirituale”.
  26. La gloria di Dio come fine supremo. L’obbedienza trova la sua ragione ultima non nel vantaggio dell’uomo ma nella gloria di Dio. Poiché la fede ci unisce a Cristo, e in lui a Dio, è logico che tutto ciò che ne scaturisce — dunque anche l’obbedienza — tenda direttamente a Dio. Senza questo orientamento l’obbedienza non sarebbe espressione di fede, ma di moralismo autonomo.
  27. La salvezza come fine subordinato. Ames riconosce che la Scrittura stimola i credenti anche con la prospettiva del premio eterno. Non vi è contraddizione tra la gloria di Dio e la beatitudine dell’uomo, perché Dio è glorificato nel salvare il peccatore e nel condurlo alla vita eterna. Così, l’obbedienza non è soltanto un atto di dovere, ma una via di gioia.
  28. L’obbedienza e le motivazioni secondarie. C’è un equilibrio notevole: Ames ammette che il timore della punizione o la speranza del premio possono avere una funzione pedagogica anche per i figli di Dio. Non sono la motivazione principale, ma neppure vanno esclusi. Essi sostengono la perseveranza, senza intaccare la gratuità e la sincerità dell’obbedienza filiale.
  29. Grazia e via dell’obbedienza. Il cuore riformato del discorso appare qui: la vita eterna è dono gratuito di Dio, non ricompensa di meriti. Tuttavia, l’obbedienza è definita come “via” o “mezzo ministeriale” verso il possesso di quella vita già garantita in Cristo. In altre parole: non obbediamo per guadagnarci la salvezza, ma camminiamo nell’obbedienza perché la salvezza è nostra. L’immagine della “via” è particolarmente felice: la grazia ci dona non solo la meta, ma anche il cammino.
  30. L’obbedienza come partecipazione alla vita nuova. Ames insiste sul fatto che l’obbedienza non è semplicemente un dovere imposto, ma parte integrante della vita spirituale. Essa è già, in se stessa, una partecipazione alla vita eterna, che cresce e tende verso la perfezione. Al tempo stesso, Dio vi collega una promessa: chi cammina nei suoi precetti riceverà vita eterna. Si tratta della logica dell’Evangelo: l’obbedienza non è causa della salvezza, ma ne è via e frutto, e Dio l’onora con la ricompensa.
  31. L’imperfezione dell’obbedienza umana. Ames riconosce realistamente che la nostra obbedienza, in questa vita, è sempre segnata dal peccato. La carne e lo Spirito sono in conflitto (Gal 5:17). Tuttavia, in Cristo, anche l’obbedienza imperfetta è gradita a Dio e riceve ricompensa. Qui traspare la dottrina della giustificazione: non è la perfezione delle opere a renderle accette, ma la mediazione di Cristo.
  32. Promesse evangeliche, non legali. Le promesse connesse all’obbedienza non sono di tipo "legale", cioè basate su un debito, ma "evangeliche", cioè frutto della grazia. Dio non deve nulla alla creatura: se promette ricompense, lo fa per grazia. Per questo Ames respinge una concezione "contrattuale" della relazione con Dio e sottolinea la gratuità della sua benevolenza.
  33. La forma dell’obbedienza: sottomissione, sincerità e zelo. L’obbedienza non è un mero atto esteriore, ma un atteggiamento interiore di umiltà e sottomissione. Essa richiede sincerità (assenza di secondi fini) e zelo (ardore affettivo). In altre parole, Dio vuole non solo che eseguiamo i suoi ordini, ma che lo facciamo con cuore indiviso e amore ardente.
  34. 35–36. La volontà, cuore dell’obbedienza. La volontà è il soggetto principale dell’obbedienza: Dio opera in noi sia il volere sia l’agire (Fil 2:13). Tuttavia, Ames sottolinea che non basta un consenso interiore: la vera obbedienza si manifesta nella prontezza e nella gioia. Dio ama un cuore pronto e allegro, anche se le opere rimangono incomplete. Questo mette in luce un principio consolante: Dio guarda più all’attitudine interiore che alla riuscita esteriore.
  35. Amore e odio come dinamica fondamentale. Lo zelo dell’obbedienza si esprime in due movimenti: amore del bene e odio del male. Qui troviamo l’essenza dell’etica biblica: non basta evitare il peccato, ma occorre amarlo in quanto male e respingerlo, mentre si ama la giustizia e la si ricerca con affetto positivo.
  36. Obbedienza come conferma della fede e della speranza. L’obbedienza non è soltanto il segno esteriore della fede, ma ne costituisce anche una conferma interiore. Non si tratta semplicemente di una “dimostrazione” davanti agli altri, ma di un rafforzamento per il credente stesso: obbedendo a Dio, egli sperimenta nella pratica la verità della propria fede e la solidità della propria speranza. Come Paolo ammonisce in 2 Timoteo 1:19, il rigettare una buona coscienza porta al naufragio della fede; al contrario, custodire una condotta conforme alla Parola rinsalda la fede e alimenta la speranza dell’eredità eterna. In questo senso, l’obbedienza diviene non solo testimonianza, ma anche nutrimento della vita spirituale.
  37. La buona coscienza come frutto accessorio. All’obbedienza autentica si accompagna un dono particolare: la pace della coscienza. Questa non è soltanto l’assenza di rimorso, ma una condizione positiva di gioia e di fiducia davanti a Dio. Una coscienza buona non nasce dall’illusione di perfezione, bensì dal sapere di essere riconciliati in Cristo e di vivere nella sua volontà. Per questo l’autore cita Ebrei 13:18 e 2 Corinzi 1:12: il vanto del cristiano non è nella propria giustizia, ma nell’aver mantenuto sincerità e rettitudine, sostenuti dalla grazia. Infine, 1 Giovanni 3:19, 21 ribadisce che una coscienza non condannante è garanzia di libertà e fiducia davanti a Dio. Questedue tesi mettono in luce la dimensione soggettiva dell’obbedienza: (a) essa rafforza la fede e la speranza del credente (v. 38), (b) ed è accompagnata da una coscienza pacificata e gioiosa (v. 39). L’obbedienza, quindi, non è mai sterile né soltanto dovere esterno, ma produce frutti interiori preziosi: consolida la vita spirituale e dona serenità al cuore davanti a Dio.