Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:21 Dire la verità - Veracità

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2:21 Dire la verità - Veracità

NONO COMANDAMENTO: NON TESTIMONIERAI IL FALSO

2:21:1 La giustizia che riguarda il nostro prossimo indirettamente consiste nella veracità e nel sapersi accontentare. Infatti, con la veracità si tocca la reputazione o il credito del nostro prossimo; mentre con le azioni che dipendono da altri comandamenti, si toccano altri suoi beni[1].

2:21:2 La veracità è una virtù, per la quale siamo inclinati a osservare la verità nel rendere testimonianza[2] (Matteo 23:22; Efesini 4:25; Salmo 15:2).

2:21:3 Il nono comandamento tratta propriamente di questo: dire la verità nel rendere testimonianza. E non soltanto riguardo a ciò che principalmente attiene alla fama del nostro prossimo (la quale, in quanto onore, è considerata già nel quinto comandamento), né deve essere collocato dopo i beni materiali e i profitti della vita (già trattati nell’ottavo comandamento; cfr. Proverbi 22:1). Infatti, la testimonianza — sia vera che falsa — non tocca soltanto la reputazione altrui, ma anche i beni e persino la vita stessa[3] (Proverbi 14:25).

2:21:4 È pure evidente che le parole di questo comandamento si riferiscono in modo diretto al procedimento giudiziario (Numeri 35:30; Deuteronomio 17:6; 19:15). In questi luoghi, infatti, non è in gioco soltanto la fama, ma molte altre cose. Tuttavia il comandamento deve essere esteso anche a ogni altra testimonianza pubblica, politica e sacra[4] (1 Corinzi 15:15; Giovanni 1:7, 8, 15, 19, 32, 34).

2:21:5 Di conseguenza, le azioni in sede giudiziaria non solo ricevono approvazione, ma anche direzione da questo comandamento: ossia che i giudizi siano sempre fondati su una testimonianza idonea (a meno che non vi siano prove evidenti che fungano da testimonianza), o almeno su forti e gravi presunzioni (così chiamate), che hanno lo stesso valore della testimonianza[5].

2:21:6 Le parole di una testimonianza devono sempre essere usate nel senso in cui sono comprese, o si suppone siano comprese, da coloro ai quali i testimoni intendono dare credibilità, senza equivocazioni, dubbi o riserve mentali.

2:21:7 La verità in una testimonianza è di tre tipi:

  1. Quando ciò che si dice corrisponde alla cosa stessa.
  2. Quando corrisponde alla mente di chi lo pronuncia.
  3. Quando corrisponde sia alla cosa stessa, sia alla mente.

2:21:8 La seconda verità è quella che viene più propriamente considerata in una testimonianza e nella veracità; tuttavia, la terza verità è richiesta in quelle cose delle quali siamo obbligati, o professiamo, di avere conoscenza certa[6].

2:21:9 Questa veracità si manifesta o in una semplice asserzione, oppure in una promessa.

2:21:10 La verità di un’asserzione è sempre necessaria almeno in questo: che se affermiamo qualcosa, essa concordi con la nostra mente e con il nostro giudizio.

2:21:11 Inoltre, l’asserzione stessa è necessaria quando la giustizia o la carità lo richiedono da noi.

2:21:12 La giustizia lo richiede nei giudizi pubblici: da parte del giudice, dell’attore, del convenuto, del testimone, dell’avvocato, del notaio e del procuratore; e fuori dal giudizio, quando siamo obbligati a rendere testimonianza per qualche diritto speciale.

2:21:13 La carità lo richiede quando da ciò deriva un bene per il nostro prossimo, senza un danno equivalente per noi stessi o per altri[7].

2:21:14 La verità di una promessa si chiama fedeltà.

2:21:15 La fedeltà è una virtù, per la quale siamo inclinati a mantenere costantemente la parola data.

2:21:16 Questa fedeltà è il fondamento della giustizia civile e di tutti gli accordi e contratti: perché una promessa reciproca costituisce un contratto[8].

2:21:17 Contrario alla verità di una testimonianza è la menzogna (Efesini 4:25).

2:21:18 Una menzogna è propriamente una testimonianza mediante la quale si dichiara altro da ciò che è nel proprio cuore (Atti 5:3). Da qui deriva quell’espressione della Scrittura: avere un cuore doppio (Salmo 12:2), propria dell’uomo bugiardo.

  • Atti 5:3 - "Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere?".
  • Salmo 12:2 - "Ciascuno mente parlando con il prossimo;parlano con labbro lusinghiero e con cuore doppio".

2:21:19 Ma poiché ciò che si dichiara non consiste solo nelle parole esteriori, ma soprattutto nel loro senso, le stesse parole, che in un senso sono vere, in un altro senso diventano una menzogna[9] (Matteo 26:61).

  • Matteo 26:61 - "Alla fine, se ne fecero avanti due che dissero: Costui ha detto: 'Io posso distruggere il tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni".

2:21:20 Le ironie, le favole, gli scherzi, così come il ripetere cose false e simili, non sono menzogne, perché non sono testimonianze; e non sono testimonianze perché non sono confermate dal credito e dall’autorità di chi parla.

2:21:21 Sebbene quasi sempre accompagni una falsa testimonianza, l’intenzione di ingannare non è l’essenza della menzogna, né è richiesta perché ci sia una menzogna. Infatti, anche se uno sa che colui con cui tratta non può essere ingannato dalla sua menzogna, tuttavia se intende affermare ciò che è falso, mente non meno che se sperasse di ingannare.

2:21:22 L’intenzione di nuocere aumenta certamente la gravità della menzogna, ma non ne costituisce la natura. Infatti, se una persona, per scherzo, o per desiderio di piacere, o per compiacenza servile, conferma con la propria autorità ciò che sa essere falso, ciò è una menzogna. Essa è perniciosa per sua natura, se non verso altri, certamente verso se stessi — come accade a coloro che si abbandonano alla piaggeria, alla vanteria, o che amano confermare agli altri favole mostruose o finzioni[10].

2:21:23 L’intenzione di affermare il falso è ciò che costituisce la menzogna, anche se ciò che si dice risulta essere verissimo.

2:21:24 L’asserire con certezza ciò che è in realtà incerto, è considerato una menzogna, anche se pensiamo che sia vero[11].

2:21:25 Anche quel silenzio mediante il quale non si dice la verità quando la giustizia o la carità lo richiedono, partecipa della natura della menzogna.

2:21:26 Ma quando né la giustizia né la carità richiedono che rendiamo testimonianza, allora la verità, o parte di essa, può essere celata senza peccato[12].

  • Geremia 38:27 - "Tutti i capi vennero da Geremia e lo interrogarono; ma egli rispose loro secondo tutte le parole che il re gli aveva comandato, e quelli lo lasciarono in pace, perché la cosa non si era divulgata".

2:21:27 Le menzogne sono più gravi quanto più è solenne la testimonianza, come nei giudizi pubblici (ai quali si riferisce principalmente il nono comandamento), nelle questioni sacre, e simili (Matteo 26:59; 1 Corinzi 15:15).

2:21:28 Perciò, le sottoscrizioni, le testimonianze o le lettere commendatizie, rilasciate contro la verità conosciuta, sono menzogne turpi[13].

2:21:29 Quel dissimulare che consiste in atti o segni, e non in parole, non è propriamente una menzogna, a meno che per loro natura, o per un uso stabilito, non abbiano la forza e l’uso del linguaggio (come in 1 Samuele 20:20-22; Matteo 26:49). Questo perché tali atti o segni non verbali non hanno un significato certo e determinato da costituire una testimonianza.

2:21:30 Perciò, tale dissimulazione è talvolta lecita, come negli stratagemmi di guerra[14] (Giosuè 8).

2:21:31 Ma la dissimulazione diventa illecita quando, per il suo fine o per il suo modo, entra in conflitto con la religione, la giustizia o la carità.

2:21:32 Alla fedeltà si oppone la perfidia o infedeltà.

2:21:33 Una menzogna è commessa in una promessa quando non vi è l’intenzione di fare ciò che si è promesso; si commette invece infedeltà quando non vi è un corrispondente impegno a compierla. Perciò, la menzogna e l’infedeltà possono essere unite insieme, ma possono anche trovarsi separate[15].

2:21:34 Quando una testimonianza verso il prossimo è confermata da un giuramento, allora il giuramento diventa un aggiunto a quella testimonianza: sebbene in sé riguardi solo Dio, in questo uso riguarda anche il prossimo.

2:21:35 Perciò lo spergiuro in una tale testimonianza è direttamente e immediatamente un peccato contro la riverenza dovuta a Dio; ma mediatamente esso viola anche quella giustizia che è dovuta al prossimo[16].

2:21:36 L’asserzione solenne è il modo di una testimonianza mediante il quale si dichiara la sincerità del testimone e la certezza della conoscenza che egli ha della cosa attestata; per questo motivo alcuni non a torto la chiamano protestazione, perché produce una testimonianza attraverso una più chiara esplicitazione.

2:21:37 Perciò, in una asserzione solenne non vi è una seconda contestazione che si aggiunge alla prima, come avviene invece nel giuramento, ma vi è una illustrazione di una sola e medesima cosa.

2:21:38 Né in una semplice asserzione solenne vi è alcuna invocazione di Dio, la quale è essenziale a un giuramento.

2:21:39 Tuttavia, una asserzione solenne è appropriata solo per testimonianze più gravi; perché è, per così dire, un grado intermedio tra una testimonianza semplice e un giuramento[17].

2:21:40 Dobbiamo astenerci soprattutto da quelle asserzioni solenni nel nostro parlare comune, che hanno in sé qualche parvenza di giuramento[18].

Supplementi

Commento esplicativi

  1. Ames distingue due aspetti della giustizia verso il prossimo: veracità e csapersi naccontentare. La veracità riguarda la protezione del buon nome e della reputazione; il sapersi accontentare riguarda i beni e lo stato di vita. Qui l’attenzione è posta sulla prima: dire la verità, perché la menzogna e la falsità minano la giustizia comunitaria e distruggono la fiducia reciproca.
  2. La veracità è definita come virtù: non solo un’abitudine esteriore, ma un’inclinazione interiore, radicata nell’amore per la verità di Dio. Il credente, unito a Cristo che è “la Verità” (Giov. 14:6), è chiamato a rispecchiare questa verità nei rapporti con il prossimo. Dire la verità non è un dovere meramente sociale, ma un atto di fedeltà a Dio.
  3. Il nono comandamento non si limita a proteggere la fama del prossimo, ma si estende anche ai beni materiali e persino alla vita. Una falsa testimonianza può rovinare una persona, privarla delle sue risorse o addirittura portarla alla morte. L’esempio biblico di Naboth (1 Re 21) mostra come false accuse possano avere esiti tragici. Perciò, dire la verità diventa un presidio fondamentale della giustizia e della vita sociale.
  4. L’ambito primario del comandamento è il procedimento giudiziario: la legge mosaica richiedeva la concordanza di due o tre testimoni per stabilire la colpevolezza (Deut. 17:6). Tuttavia Ames sottolinea che l’obbligo alla veracità va oltre il tribunale: riguarda tutte le testimonianze pubbliche, civili e religiose. Anche la testimonianza della Chiesa (ad esempio, la predicazione apostolica in 1 Corinzi 15) deve essere verace, perché da essa dipende la credibilità del messaggio evangelico.
  5. Infine, Ames applica il comandamento alla prassi giudiziaria: i giudizi devono fondarsi su prove certe e testimonianze affidabili, non su sospetti leggeri. Quando mancano prove dirette, possono essere considerate valide le presunzioni gravi (forti indizi che hanno il peso della testimonianza). La giustizia, però, non deve mai poggiare su congetture arbitrarie, ma sempre su una base solida di verità.
  6. 2:21:6–8 – Ames sottolinea che la verità non riguarda solo la corrispondenza ai fatti, ma anche la sincerità interiore. Non basta che le parole siano “formalmente corrette”: devono rispecchiare l’intenzione e la convinzione di chi parla. Qui si esclude la pratica delle riserve mentali o delle equivocazioni, che lasciano intendere al prossimo un senso diverso da quello realmente voluto. Una tale condotta è contraria al comandamento. La vera testimonianza implica unità tra il fatto, la mente e le parole.
  7. 2:21:9–13 – La veracità si esprime in due forme principali: nell’asserzione e nella promessa. L’asserzione deve sempre essere conforme al nostro giudizio; in particolare diventa un dovere quando la giustizia o la carità lo richiedono. La giustizia lo esige nei tribunali, da tutti gli attori coinvolti (giudice, avvocati, testimoni, ecc.); la carità lo esige quando dire la verità reca beneficio al prossimo senza causare un male equivalente ad altri. Così il nono comandamento non è solo un limite da non oltrepassare (non dire il falso), ma un impulso positivo a parlare quando il bene della comunità o del prossimo lo richiede.
  8. 2:21:14–16 – Nelle promesse la verità prende il nome di fedeltà. Qui Ames mette in luce che la fedeltà è alla base della giustizia civile: senza il rispetto della parola data, nessun contratto o accordo potrebbe reggere. La società stessa si fonda sulla fiducia reciproca che le promesse saranno mantenute. La mancanza di fedeltà mina il tessuto sociale tanto quanto la menzogna mina la verità.
  9. 2:21:17–19 – L’opposto della veracità è la menzogna. Ames la definisce come la dichiarazione di qualcosa che non corrisponde a ciò che è nel cuore. La Scrittura parla del cuore doppio, proprio dell’ipocrita e del bugiardo, che dice una cosa ma ne pensa un’altra. Non è quindi sufficiente che le parole possano avere un senso “vero” in qualche interpretazione: se l’intenzione è fuorviante, allora siamo davanti a una menzogna. La verità non si misura solo dalle parole esteriori, ma dal loro senso reale.
  10. 2:21:20–22 – Ames distingue tra ciò che è menzogna e ciò che non lo è. Ironia, favola o scherzo non sono menzogna in senso stretto, perché non pretendono di essere vere testimonianze. Invece, la menzogna è legata alla volontà di affermare ciò che è falso come se fosse vero, indipendentemente dall’effetto sull’interlocutore. Anche se l’altro non può essere ingannato, la falsità resta menzogna. L’aggravante è l’intenzione di nuocere, ma anche la piaggeria, la vanteria e le finzioni rese autorevoli dalla parola data sono peccaminose, perché intaccano la sincerità del cuore.
  11. 2:21:23–24 – Ames affina la definizione: non basta che una dichiarazione sia “falsa di fatto”; diventa menzogna già quando si intende affermare il falso, anche se casualmente si finisce per dire il vero. Al contrario, affermare con certezza ciò che è solo incerto è una forma di menzogna, perché crea un’apparenza di verità senza fondamento. Qui si evidenzia il rigore della veracità cristiana, che non ammette leggerezze né superficialità nel parlare.
  12. 2:21:25–26 – Anche il silenzio può diventare una menzogna, quando la giustizia o la carità richiedono di parlare. Ma se non vi è un obbligo morale a testimoniare, allora si può anche tacere o celare la verità senza peccato. Questo evita due estremi: da un lato la reticenza colpevole, dall’altro la schiettezza imprudente che espone inutilmente se stessi o altri.
  13. 2:21:27–28 – La gravità della menzogna cresce con la solennità della testimonianza. Mentire davanti a un tribunale o in materia di fede e dottrina è molto più grave che in circostanze ordinarie. Perciò, anche le sottoscrizioni e le raccomandazioni scritte contro la verità sono considerate menzogne turpi, perché abusano della fiducia che altri ripongono in esse.
  14. 2:21:29–30 – Ames considera il tema della dissimulazione attraverso gesti o atti. In sé, tali segni non sono menzogna, perché non hanno sempre un significato certo e univoco. Tuttavia, se per convenzione sociale o religiosa acquisiscono valore di linguaggio, allora possono diventare menzogna. Egli ammette che una certa dissimulazione può essere lecita, ad esempio negli stratagemmi militari, dove l’inganno non viola la giustizia o la carità, ma rientra nella legittima arte della guerra.
  15. 2:21:31–33 – Ames chiarisce la differenza tra fedeltà e le sue opposte: menzogna e infedeltà. Una promessa falsa può essere una menzogna già nel momento in cui viene fatta senza intenzione di mantenerla; può essere invece infedeltà quando, pur con l’intenzione iniziale, manca l’impegno di realizzarla. In tal modo, le due colpe possono sovrapporsi, ma non coincidono sempre. Ciò richiama la serietà della parola data, che nel pensiero cristiano non è mai un atto leggero o privo di conseguenze.
  16. 2:21:34–35 – Quando si aggiunge un giuramento a una testimonianza, entra in gioco un duplice piano: da un lato si chiama in causa Dio, dall’altro si offre una garanzia al prossimo. Perciò lo spergiuro è anzitutto un peccato diretto contro Dio, ma indirettamente anche contro la giustizia sociale, che si fonda sulla fiducia reciproca.
  17. 2:21:36–39 – Ames introduce una distinzione importante: quella tra la testimonianza semplice, l’asserzione solenne e il giuramento. (a) La testimonianza semplice è la dichiarazione ordinaria. (b) L’asserzione solenne è un livello più forte, che mette in luce la sincerità del testimone e la sua certezza interiore. Non invoca Dio, ma rafforza la parola data con una forma più esplicita. (c) Il giuramento, invece, chiama direttamente Dio come testimone della verità. (d( L’asserzione solenne si configura dunque come un “grado intermedio”, appropriato per questioni serie, ma non così vincolante e sacro come il giuramento.
  18. 2:21:40 – Ames chiude il capitolo con un ammonimento molto pratico: nel linguaggio quotidiano occorre evitare quelle espressioni che, pur non essendo veri e propri giuramenti, ne imitano la forma o ne evocano la serietà. È un avvertimento contro l’uso superficiale e vano del richiamo al sacro nelle conversazioni ordinarie. Qui emerge la continuità con l’insegnamento di Gesù: “Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no” (Matteo 5:37). L’uso improprio di forme che assomigliano a giuramenti degrada la dignità della parola e toglie autorevolezza alla testimonianza vera.