Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:22 Il sapersi accontentare

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2:22 Il sapersi accontentare

DECIMO COMANDAMENTO: NON CONCUPIRE

2:22:1 Il sapersi accontentare è una virtù, per mezzo della quale la mente si riposa nella porzione che Dio le ha accordato[1] (1Tim 6:6; Eb 13:5; Fil 4:11).

2:22:2 Il sapersi accontentare è comandato nel Decimo Comandamento, come risulta dalle parole stesse; e non è in alcun modo appropriato riferire questo comandamento a quella purezza interiore e originaria della giustizia, che è la fonte di tutta l’obbedienza; infatti, questa purezza non è generalmente comandata in un singolo comandamento, ma in tutti; né concerne più la seconda Tavola (che è la condizione di questo comandamento) che il primo[2].

2:22:3 Eppure, di tutte le virtù contenute nella Seconda Tavola, nessuna è più interna o più intima alla giustizia primitiva del sapersi accontentare; e siamo, per così dire, condotti per mano da questa virtù a contemplare e cercare quel sapersi accontentare; perciò, in occasione di questo comandamento, quella purezza non è trattata in modo inappropriato qui[3].

2:22:4 A questo sapersi accontentare si unisce la gioia per la prosperità del prossimo, come se fosse per la propria[4].

  • Romani 12:15 - "Rallegratevi con quelli che sono allegri, piangete con quelli che piangono".

2:22:5 In quel sapersi accontentare e in quella gioia consiste il culmine e la perfezione di tutta la carità verso il prossimo[5]. In questo senso, il sapersi accontentare è in una certa misura anche la perfezione della pietà e dell’uomo pio (1Tim 6:6, “perché la pietà con il sapersi accontentare è grande guadagno”).

2:22:6 Perciò, il sapersi accontentare è comandato in questo ultimo precetto, secondo quell’ordine che procede dal più imperfetto al più perfetto, e da ciò che è più noto a ciò che è meno noto[6].

2:22:7 Infatti, questo è un dovere tra i più perfetti e meno conosciuti per natura: che qualsiasi cosa concepiamo o vogliamo, debba essere unita al bene del nostro prossimo[7].

2:22:8 Perciò, per sua stessa natura, il sapersi accontentare ha il primo posto tra i nostri doveri verso il prossimo, come fondamento di tutti gli altri; tuttavia, poiché è l’ultimo a manifestarsi nell’uomo corrotto, viene comandato in ultimo luogo[8].

2:22:9 Opposto al sapersi accontentare è la concupiscenza[9].

  • Ebrei 13:5 - "Non siate amanti del denaro, siate contenti delle cose che avete, poiché egli stesso ha detto: Io non ti lascerò, e non ti abbandonerò".

2:22:10 Per concupiscenza[10] non si intende:

  • il potere naturale di desiderare, che è lecito;
  • l’atto di quella facoltà naturale, anch’esso lecito;
  • la tendenza naturale corrotta, che non è condannata da un precetto singolo, ma dalla Legge nel suo insieme;
  • tutte le lussurie inordinate, molte delle quali contrarie alla religione e condannate nella Prima Tavola;
  • infine, tutte le lussurie che possono nuocere al prossimo, che sono condannate nei vari comandamenti se accompagnate da consenso deliberato e scopo di perseguirle.

La concupiscenza è invece quel desiderio per cui la mente è prima istigata e stimolata verso i beni del prossimo, anche se non è ancora venuto in mente di ottenerli con mezzi illeciti (1Re 21:2; Mt 5:28).

2:22:11 A causa della vicinanza che questi primi moti di ingiustizia hanno con la corruzione originale, molti confondono le due cose. Ames distingue:

  1. Peccato originale → abitudine innata, stabile, sempre presente nell’uomo, con lo stesso modo di esistere.
  2. Questi moti transitori → azioni momentanee che derivano da quell’abitudine.

Il peccato che dimora in noi non è più “originale” di un principio generale di tutte le azioni viziose; ma gli atti condannati qui riguardano solo il prossimo[11].

2:22:12 L’Apostolo, in Romani 7, apre questo precetto con una sineddoche delle operazioni del peccato[12]:

  • la concupiscenza (v.7) equivale agli affetti dei peccatori (v.5);
  • e con la concupiscenza effettuata dal peccato (v.8).

Essa deve quindi essere necessariamente distinta dal peccato che dimora in noi (v.7).

2:22:13 Non è quindi sorprendente che i Farisei (dei quali Paolo era uno) non riconoscessero i primi moti della concupiscenza come peccati, dato che ciò è ancora fortemente negato dai loro cugini tedeschi, i Papisti[13].

2:22:14 Alcuni dividono questo ultimo precetto sulla concupiscenza in due: uno riguarda il desiderio della casa, l’altro il desiderio della moglie, insieme a ciò che segue[14].

  1. Essi sono privi di ragione.
  2. Sono costretti o a radere al suolo il secondo precetto della Prima Tavola, o almeno a trasformarlo in un’appendice inutile del primo; così potrebbero sembrare di mantenere dieci precetti in numero; oppure, come evidente in molti, oscurando la forza del secondo precetto, se ne allontanano per giustificare superstizioni, ma sono costretti a frammentare il Decimo precetto.
  3. Non possono determinare con certezza quale sia il nono e quale il decimo precetto, poiché nella ripetizione della Legge in Deuteronomio 5:21, il desiderio della moglie precede quello della casa.
  4. Non possono dichiarare una ingiustizia distinta tra questi tipi di concupiscenza, per cui spesso confondono il nono e il decimo precetto.
  5. Le parole stesse del Decalogo indicano chiaramente un comandamento quando vietano un atto (Non concupire), e un oggetto (ciò che appartiene al prossimo).

2:22:15 L’amore eccessivo di sé, chiamato philautia (φίλαυτος)[15], è menzionato in 2Tim 3:2 come causa della concupiscenza.

  • 2 Timoteo 3:2 - "... perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi".

2:22:16 Questo amore di sé è, in un certo senso, il fondamento e l’origine di tutti i peccati, non solo contro il prossimo, ma anche contro Dio stesso[16] (2Tim 3:2-4).

2:22:17 Questa concupiscenza è ciò che Giovanni[17] distribuisce in tre categorie:

  1. Di carne → riguarda ciò che concerne il cibo e i desideri sessuali;
  2. Degli occhi → riguarda ciò che concerne il piacere esteriore e il profitto;
  3. Della superbia della vita → riguarda ciò che concerne la gloria e la pompa di questo mondo (1Gv 2:16).

2:22:18 Opposto alla gioia e al compiacersi nella prosperità del prossimo è l’invidia, o “occhio maligno” (Mt 20:15), e anche ἐπιχαίροντες, cioè rallegrarsi del male del prossimo[18] (Sal 70:2-3; Ab 1:12).

2:22:19 In questo ultimo precetto è comandata la perfezione della giustizia, che in qualche modo è spiegata in tutta la Seconda Tavola. Come nel primo precetto della Prima Tavola è contenuta tutta la religione in un certo modo — con il grande comandamento “Amerai Dio con tutto il tuo cuore” — così nella Seconda Tavola si trova “Amerai il prossimo come te stesso”, contenuta nell’ultimo precetto della Seconda Tavola[19].

2:22:20 Dalla perfezione che risplende in ciascuno di questi precetti, è chiaro che un adempimento perfetto e preciso della Legge è impossibile, anche per i fedeli, con la grazia concessa in questa vita. Come è ben detto, la regola della nostra obbedienza è nell’affermativo: “Amerai con tutto il cuore”, e nel negativo: “Non concupire”; poiché entrambe sono impossibili in questa vita, ne consegue che nessuno può soddisfare esattamente la Legge[20].

2:22:21 In questa vita conosciamo solo in parte (1Cor 13:9), e quindi agiamo solo in parte. Abbiamo ricevuto solo i primizi dello Spirito (Rom 8:23), e quindi non possiamo osservare perfettamente una Legge spirituale (Rom 7:14). Portiamo con noi una carne che brama contro lo Spirito (Gal 5:17), e pertanto non possiamo obbedire senza concupiscenza, che ci inclina in altra direzione. Infine, non siamo perfetti (Fil 3:12), e non possiamo quindi praticare una obbedienza perfetta, ma dobbiamo avere sempre nel cuore e nelle labbra la preghiera: “Rimetti a noi i nostri debiti”[21].

2:22:22 Tuttavia, è veramente e giustamente detto che il giogo di Cristo è facile e il suo peso leggero (Mt 11:30), e i suoi comandamenti non sono gravosi[22] (1Gv 5:3). Questo perché la Legge è considerata:

  1. Dal punto di vista dei fedeli che si compiacciono in essa, Rom 7:22; Sal 119:14,16, e non come dovrebbe essere osservata in assoluto. L’osservanza porta riposo alle anime dei fedeli (Mt 11:29), anche se l’imperfezione che li accompagna è gravosa.
  2. Dal punto di vista dello spirito, e non della carne (Mt 26:41).
  3. In relazione alla remissione dei peccati e di tutte le imperfezioni che accompagnano i nostri sforzi.
  4. In confronto alla Lettera della Legge, che uccide.
  5. In rapporto alla ricompensa stabilita da Dio per l’obbedienza imperfetta iniziata. In questo senso, tutte le afflizioni sono considerate leggere (2Cor 4:17).

Pertanto, la facilità e la leggerezza della Legge di Dio non dipendono dalla nostra forza, ma dalla grazia del Signore Gesù Cristo, dall’amore di Dio e dalla comunicazione dello Spirito Santo, che è con tutti coloro che amano la Legge di Dio. Amen.

FINIS

Supplementi

Commenti esplicativi

  1. Il sapersi accontentare rappresenta una virtù fondamentale, radicata nella fiducia nella provvidenza divina. Non è un sentimento passeggero, ma una disposizione stabile della mente, che trova riposo e sicurezza nella volontà di Dio. Ames evidenzia come questa virtù ci protegga dall’avidità e dal desiderio eccessivo di possedere più di quanto il Signore abbia concesso.
  2. Ames distingue tra: (a) Virtù specifica (il sapersi accontentare) → legata al Decimo Comandamento. (b) Giustizia primitiva interna → fondamento universale dell’obbedienza, presente in tutti i comandamenti. Il Decimo riguarda desideri e concupiscenza, mentre la giustizia interna è un principio trasversale, comune a tutti i comandamenti.
  3. Il sapersi accontentare si collega in modo naturale alla giustizia del cuore, unendo il comandamento esteriore (non concupire) e la disposizione interiore. Ames lo vede come protezione dalla concupiscenza e come via di formazione spirituale verso la santità.
  4. La virtù si estende oltre il desiderio personale, comprendendo la gioia sincera per il bene altrui, collegando il sapersi accontentare alla carità attiva. Ames mostra così che la virtù non è isolata, ma profondamente inserita nella vita comunitaria cristiana.
  5. Ames sottolinea la dimensione morale e spirituale del sapersi accontentare: non si tratta solo di moderare i propri desideri, ma di raggiungere la perfezione della carità verso gli altri. La virtù integra la pietà personale e la relazione con il prossimo, mostrando come il vero bene spirituale produca gioia per il bene altrui, che diventa un riflesso della santità cristiana.
  6. La collocazione nel Decimo Comandamento segue una logica di gradualità spirituale: il sapersi accontentare emerge come virtù più elevata e meno evidente, che richiede una formazione interiore crescente, passando dalle virtù più immediate a quelle più profonde e interiorizzate.
  7. Qui Ames evidenzia l’aspetto più complesso e radicale della virtù: la nostra volontà non deve solo limitarsi a non nuocere, ma deve attivamente armonizzarsi con il bene altrui. È un dovere sottile e alto, che richiede formazione morale e vigilanza continua.
  8. Ames distingue tra priorità naturale e ordine di comando: la virtù è fondamentale, ma nell’uomo caduto emerge tardivamente. La collocazione nel Decimo Comandamento segue quindi una logica pedagogica, guidando il credente verso il pieno sviluppo della virtù.
  9. Ames introduce il contrario della virtù, chiarendo subito il nemico interiore da combattere: la concupiscenza non è solo desiderio naturale, ma movimento della mente verso il bene del prossimo in modo egoistico o inappropriato.
  10. Ames chiarisce qui la definizione tecnica di concupiscenza, distinguendola sia dal desiderio naturale sia dai peccati attuali, evidenziando che essa è movimento iniziale e interiore della mente, che può poi degenerare in azioni peccaminose.
  11. Qui si stabilisce una distinzione fondamentale tra corruzione di base (peccato originale) e concupiscenza attuale, che è più circoscritta e diretta verso il prossimo. Ames prepara il terreno per collegare la virtù del sapersi accontentare con la lotta pratica contro il desiderio egoistico.
  12. Ames mostra come Paolo distingua tra concupiscenza momentanea e peccato radicato: la prima è istintiva e interna, la seconda è abituale e universale. Questa distinzione è essenziale per capire come il sapersi accontentare lavori sulla concupiscenza, pur lasciando intatta la realtà del peccato originale.
  13. Ames osserva come la concupiscenza iniziale, pur essendo radicata nel cuore umano, spesso non venga percepita come peccato. Questo fatto evidenzia la resistenza naturale dell’uomo alla legge morale e come abitudini culturali o religiose possano oscurare la percezione della colpa. La citazione dei Farisei e dei cattolici mostra una continuità storica di sottovalutazione della concupiscenza iniziale.
  14. Ames critica chi tenta di suddividere il Decimo precetto, sottolineando che esso tratta in modo unitario la concupiscenza: il peccato non è legato a oggetti specifici, ma al desiderio in sé. La precisione del linguaggio del Decalogo serve a mostrare che il comandamento è universale e indivisibile, riguardando tutti i desideri ingiusti verso il prossimo.
  15. Ames identifica il filautia, cioè l’egoismo radicale, come radice di ogni concupiscenza. Non è solo un vizio morale, ma l’origine interna di tutti i desideri egoistici, che si rivolgono sia al bene proprio sia al bene altrui in modo distorto.
  16. La concupiscenza non è mai isolata: Ames sottolinea il legame tra peccato contro Dio e peccato contro il prossimo, con l’egoismo come principio generativo. La virtù del sapersi accontentare si oppone direttamente a questa radice, trasformando la disposizione del cuore.
  17. Ames segue la classificazione di Giovanni, mostrando come la concupiscenza si manifesti in diversi ambiti della vita: biologico, sociale ed esistenziale. Questa tripartizione aiuta a comprendere come il sapersi accontentare operi in ciascun settore, contrastando il desiderio egoistico e riportando il cuore verso Dio e il prossimo.
  18. Ames evidenzia i peccati contrari alla carità verso il prossimo, mostrando come la virtù del sapersi accontentare comprenda anche la gioia per il bene altrui, opponendosi all’invidia e al compiacersi delle sventure altrui. La Bibbia definisce chiaramente questi atteggiamenti come ostacoli morali e spirituali.
  19. Ames sottolinea la coerenza interna del Decalogo: i comandamenti verso Dio e verso il prossimo hanno un principio unificatore di giustizia e amore. Il sapersi accontentare rappresenta il culmine pratico della giustizia verso il prossimo, incarnando in modo concreto l’amore cristiano.
  20. Ames riconosce la limitazione umana: la Legge è perfetta e assoluta, ma gli uomini sono imperfetti. Anche la grazia divina non elimina la difficoltà di adempiere pienamente i comandamenti, sottolineando l’importanza di umiltà e dipendenza da Dio.
  21. La riflessione di Ames combina realismo e spiritualità: la vita cristiana è una lotta costante tra spirito e carne, e la preghiera è strumento necessario per rimanere nella grazia. Anche i fedeli imperfetti devono aspirare alla perfezione attraverso l’umiltà e la fiducia in Dio.
  22. Ames conclude con un messaggio consolante e pastorale: nonostante la nostra imperfezione, la Legge di Dio non è un peso gravoso grazie alla grazia e alla guida dello Spirito. La virtù del sapersi accontentare, la gioia per il bene altrui e l’obbedienza ai comandamenti trovano così sostegno nella comunione con Cristo e nello Spirito Santo, permettendo una vita cristiana serena e devota.