Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:6 La speranza
2:6 Della speranza
2:6:1 La speranza è una virtù mediante la quale siamo inclinati ad attendere quelle cose che Dio ci ha promesso (Romani 8:25).
- Romani 8:25 - "Ma, se speriamo quello che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza".
2.6:2 Questa speranza riguarda Dio in due modi: (a) Come oggetto che essa attende: infatti il principale oggetto della speranza è Dio stesso, e quegli atti mediante i quali egli si unisce a noi (1 Pietro 1:13: “Sperate pienamente nella grazia che vi sarà recata”). Per questo Dio stesso è chiamato “la speranza d’Israele” (Geremia 14:8), e in Romani 15:13 “il Dio della speranza”: non tanto perché egli sia l’autore e il donatore della speranza, quanto perché egli è colui nel quale speriamo. (2) Come autore e donatore di tutti i beni che la speranza attende (Salmo 37:5-6: “Riponi la tua sorte nel Signore, confida in lui, ed egli agirà”). Infatti, come la speranza inclina verso Dio per ottenere il bene, così essa considera Dio anche come colui che si ottiene mediante la sua grazia. Così Geremia 17:7: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e la cui speranza è il Signore”[1].
2:6:3 La ragione fondamentale per cui non possiamo confidare nelle creature nello stesso modo in cui confidiamo in Dio è che l’oggetto formale della speranza non si trova nelle creature[2]. Salmo 146:3: “Non confidate nei principi, né in alcun figlio d’uomo, in cui non vi è salvezza”. Infatti, benché Dio abbia posto nelle creature una certa capacità di farci del bene e di aiutarci, l’esercizio di tale capacità dipende sempre da Dio. Salmo 107:20: “Mandò la sua parola e li guarì”. E Salmo 127:1: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori; se il Signore non custodisce la città, invano veglia la sentinella”.
2:6:4 Perciò, quando si dice: “Io spero questo o quello da un certo uomo”, ciò significa o che si spera in Dio mediante quella creatura; oppure che si tratta di una speranza puramente umana, non divina; oppure, infine, che non è affatto una speranza cristiana[3].
2:6:5 Ma come la fede, così anche la speranza in Dio riguarda la grazia di Dio e Cristo soltanto, come le cause del bene che ci viene comunicato[4]. 1 Pietro 1:13: “Sperate nella grazia”. Colossesi 1:27: “Cristo in voi, la speranza della gloria”.
2:6:6 La speranza divina non riguarda soltanto Dio e la beatitudine eterna, ma in Dio e da Dio essa riguarda anche tutte quelle cose che la fede afferra nelle promesse di Dio, anche se per loro natura sono cose temporali (Ebrei 11:1; 2 Corinzi 1:10), benché abbia come oggetto principale la vita eterna. Per questo motivo, nella Scrittura, per metonimia dell’aggiunto, la speranza è spesso posta per la salvezza stessa, o per la vita eterna che è sperata (Galati 5:5; Romani 8:24; Tito 2:13). E per metonimia del soggetto, la salvezza è talvolta messa al posto della speranza della salvezza (Efesini 6:17 confrontato con 1 Tessalonicesi 5:8), dove “l’elmo della salvezza” è posto per “l’elmo della speranza della salvezza”. Inoltre, questo oggetto è di solito presentato come proprio della speranza: 1 Tessalonicesi 5:8; Tito 3:7 (“la speranza della vita eterna”); e in Romani 5:2 (“la speranza della gloria”)[5].
2:6:7 Le condizioni che solitamente si richiedono per l’oggetto della speranza — che sia un bene, futuro, difficile da raggiungere, e probabile — si trovano tutte nelle promesse di Dio. Egli infatti promette sempre come sommo bene quelle cose che non possono essere ottenute senza il suo aiuto; e, in virtù della sua promessa, esse si realizzeranno non solo probabilmente, ma certamente[6].
2:6:8 L’atto con cui la speranza si riferisce al suo oggetto è chiamato attesa, poiché non consiste in una congettura incerta o probabile, come avviene per la speranza umana, ma in un’aspettazione del tutto certa. Romani 8:25: “Se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con pazienza”. Filippesi 1:20: “Secondo la mia ardente aspettazione e speranza”. E dovunque, nell’Antico Testamento, la parola Mikveh è resa con “speranza”, essa significa propriamente “attesa”[7].
2:6:9 Questa certezza è comunicata alla speranza dalla fede: infatti la fede è il fondamento della speranza[8]; e nulla è sperato che non sia stato prima creduto mediante la fede. Galati 5:5: “Noi infatti, mediante lo Spirito, aspettiamo per fede la speranza della giustizia”.
2:6:10 Poiché la fede afferra ciò che è promesso, e la speranza attende ciò che è promesso, tutta la differenza tra fede e speranza riguarda il rapporto tra ciò che è presente e ciò che è futuro[9].
2:6:11 Perciò è vuota e vana quella distinzione che fanno i Papisti, i quali ammettono che i fedeli possano essere certi della loro salvezza con la certezza della speranza, e tuttavia negano che i fedeli possano mai essere certi della stessa salvezza, per vie ordinarie, con la certezza della fede — mentre invece la certezza della fede e della speranza è una sola e identica. È anche per questo motivo che nella Scrittura, specialmente nell’Antico Testamento, la speranza è spesso usata al posto della fede[10].
2:6:12 Quindi, quell’attesa dei beni futuri che si trova negli angeli e negli spiriti dei giusti in cielo differisce dalla nostra speranza, non perché l’una sia certa e l’altra incerta, ma perché: (a) La nostra speranza poggia sulla fede, che contempla Dio nelle promesse come in uno specchio oscuramente (1 Corinzi 13:12), mentre la loro attesa poggia sulla visione aperta. (b) La nostra speranza è accompagnata da fatica e lotta, mentre la loro attesa è senza difficoltà. (3) La nostra speranza è un’attesa imperfetta, mentre la loro attesa è perfetta[11].
- 1 Corinzi 13:12 - "Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto".
2:6:13 Pertanto, sebbene fede e speranza siano solitamente dette abolite nella vita futura (1 Corinzi 13:10), ciò non deve intendersi come se cessassero nella loro essenza, ma solo rispetto alla misura e al grado di imperfezione. In realtà, ciò che viene abolito è soltanto l’imperfezione; ma la fede e la speranza sono da intendersi come perfezionate nella loro essenza[12].
- 1 Corinzi 13:10 - "... ma, quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito".
2:6:14 Da ciò segue che la fiducia cristiana, in quanto riguarda i beni futuri, non è altro che speranza confermata. Infatti essa deve necessariamente riferirsi a una delle virtù teologali che l’Apostolo enumera in 1 Corinzi 13:13 — fede, speranza e carità. Ora, non può riferirsi alla fede, perché la fede afferra una cosa come presente e la fa sussistere (Ebrei 11:1). Né può riferirsi alla carità, perché la carità non ha di mira il nostro bene (1 Corinzi 13:5). Dunque la confidenza cristiana si riferisce alla speranza[13].
2:6:15 Di qui segue che il frutto naturale della speranza è la gioia e il diletto in Dio[14]. Ebrei 3:6: “il vanto della speranza di cui ci gloriamo”. 1 Pietro 1:3,6: “ci ha rigenerati a una speranza viva … nella quale voi gioite”. Questo accade perché essa ha di mira il sommo bene, cose che non sono soltanto possibili o probabili, ma che sono certamente destinate a compiersi; così la speranza rende in qualche modo già presente la loro realtà, assicurandoci di ciò che un giorno sarà pienamente posseduto. Romani 8:24: “Siamo stati salvati in speranza”.
2:6:16 Il modo di questo atto dipende dal rapporto con l’oggetto, che viene detto “essere” e “a venire” e “promesso”. Così, nella sua ragione formale, esso non riguarda le cose che si vedono[15]. Romani 8:24: “Ora la speranza, se si vede, non è più speranza; perché ciò che uno vede, perché lo spererebbe ancora?”.
2:6:17 Ne consegue che il frutto e compagno della speranza è la pazienza verso Dio[16], mediante la quale rimaniamo costantemente uniti a lui nel cercare e nell’attendere la beatitudine, anche se in questa vita presente siamo in conflitto con molti mali e privi della consolazione che desideriamo. Isaia 8:17: «Aspettando il Signore che nasconde il suo volto, e riponendo in lui la mia speranza». Romani 8:25: «Ma se speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con pazienza». 2 Tessalonicesi 3:5: «Quella paziente attesa».
2:6:18 Un frutto di questa pazienza è il silenzio, mediante il quale ci riposiamo nella volontà di Dio e reprimiamo tutte quelle pulsioni carnali che ci spingono a fare in fretta o a resistergli. Salmo 37:7: «Sta’ in silenzio davanti all’Eterno, e aspettalo senza stancarti»[17].
2:6:19 La speranza viene rafforzata e accresciuta da tutti quegli argomenti che ci assicurano che il bene sperato appartiene a noi[18]. Romani 5:3-4: «L’esperienza produce speranza».
2:6:20 Fra questi argomenti hanno il primo posto i segni interiori della grazia divina[19].
- 1 Giovanni 3:14,19 - "Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte... Da questo conosceremo che siamo della verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a Lui".
2:6:21 Dunque, sebbene sia del tutto falso ciò che affermano i papisti, cioè che la nostra speranza si fondi in parte sulla grazia di Dio e in parte sui nostri meriti, si può invece affermare con assoluta verità che la speranza viene rafforzata, accresciuta e stimolata dalla fede, dal ravvedimento, dalle opere e da una buona coscienza. Così che la speranza autentica e viva sussiste grazie a questi “argomenti antecedenti[20]”.
- Ebrei 10:22-23 - "...accostiamoci di vero cuore, con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell'aspersione che li purifica dalla cattiva coscienza e il corpo lavato d'acqua pura. 23 Riteniamo fermamente la confessione della nostra speranza, senza vacillare, perché fedele è colui che ha fatto le promesse".
- 1 Pietro 3:21 - "Figura, questa, che corrisponde al battesimo, che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio, il quale ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo".
2:6:22 L’effetto della speranza è la conferma dell’anima[21], come un’àncora sicura e ferma (Ebrei 6:19). In virtù di ciò, noi possediamo le nostre stesse anime (Luca 21:19).
- Ebrei 6:19 - "Questa speranza la teniamo quale àncora dell'anima, sicura e ferma, che penetra al di là della cortina".
- Luca 21:19 - "Con la vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre".
2:6:23 Da questa conferma della mente ne consegue sempre la promozione della santità[22].
- 1 Giovanni 3:3 - "E chiunque ha questa speranza in lui si purifica come egli è puro“.
2:6:24 Opposto alla speranza (come difetto) è il timore del male della punizione (Salmo 27:3). Infatti, come la speranza è l’attesa del bene, così questo timore è l’attesa del male[23].
- Salmo 27:3 - "Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso".
2:6:25 Tuttavia, questo timore, se moderato e temperato dalla fede, benché sia sempre materialmente opposto alla speranza, nell’uomo peccatore non è formalmente opposto alla speranza e alla virtù[24], così da essere propriamente un vizio; piuttosto assume la natura e la considerazione di una virtù. (2 Cronache 34:27: “Perché il tuo cuore è stato tenero e ti sei umiliato davanti alla faccia di Dio, quando hai udito le sue parole contro questo luogo…”). Questo perché l’opposizione tra speranza e timore non avviene secundum idem et ad idem (“secondo la stessa cosa e per la stessa ragione”): infatti, la speranza guarda alla grazia di Dio, mentre il timore considera il merito dei nostri peccati.
2:6:26 Parimenti, la DISPERAZIONE è più direttamente opposta alla speranza, nel suo difetto[25]: essa è una mera privazione della speranza, unita alla coscienza di tale privazione e all’apprensione del bene sperato come impossibile, o almeno come destinato a non venire; come in Caino (Gen 4:13–14) e Giuda (Mat 27:4–5).
- Genesi 4:13-14 - "Caino disse all'Eterno: 'Il mio castigo è troppo grande perché io lo possa sopportare. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo, e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, e sarò vagabondo e fuggiasco per la terra; e avverrà che chiunque mi troverà mi ucciderà'".
- Matteo 27:4-5 - "... dicendo: 'Ho peccato, tradendo il sangue innocente' . Ma essi dissero: 'Che c'importa? Pensaci tu'. Ed egli, gettati i sicli nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi".
2:6:27 Questa disperazione è sempre un gravissimo peccato[26]. Non si tratta infatti della privazione di quella speranza che le persone tendono ad avere in sé o nelle creature (la quale è di solito un lodevole preludio alla speranza divina), ma è la privazione della speranza divina, che ha sempre principio dall’incredulità, così come la speranza ha principio dalla fede.
2:6:28 E tuttavia, la disperazione nei diavoli e nei dannati non nasce dalla considerazione del peccato, ma della punizione. Infatti la disperazione può intendersi privativamente (quando non si spera ciò che si deve sperare e quando lo si deve sperare), oppure negativamente come mera cessazione della speranza. Nel primo senso è sempre peccato, perché contraria alla Legge; nel secondo senso, non lo è[27].
2:6:29 Le ragioni del disperare possono essere diverse: o perché non si considera sufficiente la grazia di Dio a comunicarci quel bene; oppure perché si ritiene che Dio non voglia comunicarcelo. Se la disperazione si fonda sulla prima ragione, è sempre peccato; nel secondo caso, non è peccato qualora alcuni siano certi di tale volontà di Dio[28].
2:6:30 Ma poiché prima della fine di questa vita, per mezzi ordinari, raramente o mai è evidente a qualcuno che Dio non lo vorrà rendere partecipe di grazia e gloria, ne consegue che nessuna disperazione delle persone in questa vita non sia peccato[29].
2:6:31. Per eccesso, alla speranza è opposta anche la presunzione[30], per la quale si attende temerariamente qualche bene. (Deuteronomio 29:19; Geremia 7:4, 8-10: “Non vi sia alcun uomo che, quando ha udito...”).
2:6:32. Questa temeraria presunzione nell’attendere un bene a volte si appoggia sulle creature (Geremia 17:5; 1 Timoteo 6:17). A volte si appoggia in qualche modo anche su Dio, ma perversamente, senza promessa e senza fede: come quando qualcuno si aspetta perdono e salvezza pur rimanendo impenitente, o mantenendo il proposito di vivere nei propri peccati; oppure quando aspetta da Dio qualche altra cosa che non si accorda con la natura o la volontà rivelata di Dio[31].
2:6:33. Tuttavia, non si pecca di presunzione per il fatto di sperare troppo in Dio, cioè con una speranza vera e religiosa. Infatti, non vi è presunzione se non quando si spera senza fondamento, temerariamente, o quando si spera in ciò che non deve essere oggetto di speranza[32].
2:6:34. È inoltre opposta alla speranza anche la vergogna o confusione[33], rispetto all’evento sperato (Salmo 25:2-3).
- Salmo 25:2-3 - "Dio mio, in te mi confido; fa' che io non sia confuso, che i miei nemici non trionfino su di me. Nessuno di quelli che sperano in te sia confuso; siano confusi quelli che si comportano slealmente senza motivo".
Supplementi
- Sintesi del Capitolo: La Speranza
- Speranza e gioia cristiana
- 🌿 Speranza cristiana: non catastrofismo, non evasione
- 🌿 Il silenzio davanti a Dio: una disciplina dimenticata
- Le virtù teologali: fede, speranza, carità.
Note esplicative
- ↑ Ames definisce la speranza come una virtù teologale (cioè una disposizione soprannaturale infusa da Dio), che muove il credente ad attendere il compimento delle promesse divine. Non si tratta quindi di un sentimento vago o di un desiderio umano, ma di una fiducia fondata sulla parola di Dio. (a) Oggetto della speranza. Ames insiste che il fine ultimo della speranza non sono semplicemente i doni di Dio (pace, perdono, vita eterna), ma Dio stesso. La speranza cristiana è dunque teocentrica: ciò che attendiamo non è primariamente qualcosa, ma Qualcuno. Le promesse sono preziose perché ci conducono alla comunione con Dio. La Scrittura stessa conferma questo quando chiama Dio “la speranza d’Israele” e “il Dio della speranza”. (b) Dio come autore della speranza. La speranza non si limita ad avere Dio come oggetto, ma lo riconosce come colui che dona i beni sperati. Essa vive nella tensione tra il presente e il futuro: nel presente affida la propria via al Signore (Salmo 37), nel futuro attende che sia proprio lui a compiere ogni cosa. Per questo Geremia dice: “la cui speranza è il Signore”: non solo colui nel quale speriamo, ma anche colui che costituisce la nostra speranza. Questa doppia dimensione – Dio come fine e Dio come fonte – mostra la ricchezza della speranza cristiana: essa non è illusione né fuga dalla realtà, ma partecipazione anticipata, mediante la fede, della comunione eterna con Dio.
- ↑ La speranza non può poggiare sulle creature. Ames distingue nettamente tra speranza teologica e speranza naturale. Le creature – persone, istituzioni, mezzi umani – possono certo recare un beneficio, ma non costituiscono l’oggetto formale della speranza cristiana, perché non hanno in sé la salvezza. La loro efficacia dipende sempre da Dio: anche quando esse operano a nostro favore, è il Signore che agisce attraverso di esse. Senza Dio, ogni progetto umano rimane vano (Salmo 127). Qui Ames salvaguarda sia la trascendenza di Dio, sia la nostra dipendenza radicale da Lui.
- ↑ Tre modi di intendere la speranza negli uomini. Quando diciamo di “sperare in qualcuno”, la frase può avere tre significati: (a) Cristiano: sperare in Dio, usando quella persona come strumento della sua provvidenza (es. confidare che un medico, benedetto da Dio, possa curarci). (b) Meramente umano: sperare nel potere o capacità della persona senza riferimento a Dio. È una speranza legittima sul piano naturale, ma non è virtù teologale. (c) Non cristiano: riporre una fiducia assoluta nell’uomo, escludendo Dio. Questo diventa idolatria o illusione.
- ↑ Speranza radicata in Cristo. La speranza cristiana, come la fede, ha il suo fondamento nella grazia di Dio e trova il suo centro in Cristo. Egli è non solo il mediatore della grazia, ma la stessa “speranza della gloria” (Col 1:27): la certezza che la comunione con Dio si compirà in Lui. La speranza dunque non è ottimismo vago, ma partecipazione anticipata alla gloria di Cristo, che si manifesta già ora nella vita dei credenti.
- ↑ Oggetto principale e secondario della speranza. Ames precisa che la speranza cristiana non è limitata alla vita eterna, benché questa sia il suo oggetto principale. Essa include anche tutti i beni temporali che Dio ha promesso e che la fede afferra (es. liberazioni, provvidenza, aiuto nelle difficoltà). Questi beni temporali, tuttavia, sono compresi dentro una visione teologica: li riceviamo da Dio e in Dio. La speranza cristiana quindi non si restringe al “dopo la morte”, ma illumina l’intera vita presente, sempre ordinata al fine ultimo. L’uso della metonimia nella Scrittura sottolinea questa ricchezza: talvolta “speranza” significa direttamente “salvezza” o “vita eterna” (Gal 5:5; Tit 2:13), altre volte “salvezza” indica la speranza stessa (Ef 6:17; 1Ts 5:8). Questa intercambiabilità mostra quanto strettamente speranza e salvezza siano legate.
- ↑ Le condizioni dell’oggetto della speranza. Tradizionalmente, i moralisti hanno individuato quattro caratteristiche dell’oggetto della speranza: deve essere un bene, futuro, arduo da conseguire, e almeno probabile. Ames applica questa griglia alla teologia, mostrando che nelle promesse di Dio queste condizioni sono pienamente adempiute: (a) sommo bene: Dio promette sempre il meglio, se stesso e i suoi doni salvifici; (b) futuro: riguarda beni che devono ancora compiersi; (c) difficile: nessuno potrebbe conseguirli con le proprie forze; (d) certo: a differenza della speranza naturale, la promessa divina non rende i beni soltanto probabili, ma assolutamente certi.
- ↑ ttesa certa e paziente. L’atto proprio della speranza è l’attesa. Ames distingue nettamente la speranza umana, che si fonda su calcoli probabilistici e rimane incerta, dalla speranza cristiana, che si fonda sulla fedeltà di Dio. Non si tratta dunque di una “mera possibilità”, ma di una certezza assoluta, anche se differita. La fede ci dà la sicurezza che ciò che Dio ha promesso si compirà; la speranza, radicata in questa fede, ci spinge a pazientare fino al suo compimento. Il riferimento al termine ebraico Mikveh è interessante: mostra che la radice biblica della speranza è l’idea di “attendere con fiducia”, più che di “immaginare un esito favorevole”. È la certezza che il futuro promesso da Dio è reale, anche se ancora invisibile.
- ↑ La speranza fondata sulla fede. Ames afferma chiaramente che la speranza deriva dalla fede. La fede abbraccia le promesse di Dio come vere e sicure; la speranza, radicata in questa certezza, attende il loro compimento. Non vi è speranza cristiana che non sia sostenuta dalla fede: ciò che speriamo, prima lo crediamo.
- ↑ Differenza tra fede e speranza. La distinzione non è di contenuto ma di prospettiva: (a) La fede guarda al presente: possiede già le promesse, benché in forma invisibile. (b) La speranza guarda al futuro: attende il compimento di ciò che la fede ha già accolto. In altre parole, fede e speranza sono due modi diversi di rapportarsi alla stessa promessa: la fede la riceve, la speranza la aspetta.
- ↑ Controversia con i cattolici romani. Ames polemizza contro la distinzione tridentina: i cattolici ammettevano che il credente può avere una “certezza di speranza” riguardo alla salvezza, ma negavano la possibilità di avere una “certezza di fede” se non per rivelazione speciale. Ames respinge questa divisione come artificiosa: fede e speranza condividono la medesima certezza, perché entrambe poggiano sulla promessa infallibile di Dio. Perciò, quando la Scrittura usa speranza al posto di fede (specialmente nell’Antico Testamento), sottolinea che esse hanno lo stesso fondamento.
- ↑ Speranza terrena e attesa celeste. Ames distingue la nostra speranza, che ancora vive di fede, dalla condizione di coloro che già vedono Dio: (a) Visione indiretta e diretta: noi vediamo per fede, loro vedono faccia a faccia. (2) Conflitto e pace: noi speriamo lottando e soffrendo, loro attendono senza ostacoli. (3) Imperfezione e perfezione: la nostra speranza è incompleta, la loro piena e perfetta. Questa distinzione invita a vivere con pazienza l’imperfezione presente, sapendo che sarà trasfigurata in pienezza.
- ↑ Speranza e fede nella vita eterna. Il noto passo di 1 Corinzi 13 dice che fede e speranza cessano, mentre l’amore rimane. Ames interpreta: non cessano nella loro essenza, ma solo nella loro forma imperfetta. In cielo, la fede diventa visione, la speranza diventa pieno possesso; ma in questo processo non vengono annullate, bensì portate alla perfezione. La loro funzione terrena cessa, ma la loro sostanza trova compimento.
- ↑ Confidenza cristiana = speranza rafforzata. Ames distingue la confidenza (o sicurezza, certezza fiduciosa) come un atto specifico della speranza portata alla sua pienezza. Non appartiene alla fede, che già possiede le promesse come presenti; né alla carità, che è rivolta all’amore di Dio e del prossimo più che al nostro bene. La confidenza riguarda appunto ciò che speriamo da Dio, con certezza e fermezza. È dunque la speranza consolidata dal radicamento nelle promesse.
- ↑ Il frutto della speranza: la gioia. La speranza, proiettata verso il sommo bene, genera naturalmente gioia spirituale. La ragione è che, pur essendo beni futuri, sono certi e sicuri: la speranza li anticipa nel cuore del credente, così che essi diventano motivo presente di letizia. Non è un’illusione, ma una pregustazione reale. Qui Ames richiama la dimensione escatologica della vita cristiana: la speranza fa vivere già ora la gioia del compimento futuro.
- ↑ Oggetto invisibile della speranza. La speranza riguarda necessariamente ciò che ancora non è visibile, ma che è garantito dalla promessa divina. Se fosse già visibile, non sarebbe più speranza (Rom 8:24). Questa è la tensione propria della vita cristiana: vivere nel “già” della fede e nel “non ancora” della speranza. La fede possiede, la speranza attende; la vista un giorno realizzerà.
- ↑ Ames sottolinea che la pazienza è inseparabile dalla speranza. Chi spera veramente in Dio non pretende tempi immediati né consolazioni istantanee, ma persevera nell’attesa, pur passando attraverso dolori e contraddizioni. Non si tratta di una pazienza passiva o rassegnata, ma di un’attiva fiducia che si ancora alla promessa di Dio anche quando il suo volto sembra nascosto.
- ↑ Un frutto di questa pazienza è il silenzio interiore: non il mutismo, ma la capacità spirituale di non ribellarsi contro i tempi e i modi di Dio. Il credente impara a frenare la fretta carnale e l’impazienza naturale che vorrebbero accelerare o manipolare i piani divini. In questo senso, il “silenzio” è segno di maturità spirituale e di sottomissione fiduciosa.
- ↑ La speranza non è un vago ottimismo, ma cresce e si rafforza con argomenti solidi, cioè con motivi che confermano che il bene promesso da Dio ci appartiene realmente. L’esperienza della vita cristiana – le prove sopportate, la fedeltà di Dio nelle difficoltà, le risposte alla preghiera – diventa così alimento concreto della speranza.
- ↑ Fra tutti questi motivi, Ames mette in primo piano i segni interiori della grazia: la consapevolezza di essere stati trasformati dall’amore di Dio e l’esperienza di un cuore che ama i fratelli. Non si tratta di fondare la speranza sulle opere proprie, ma di riconoscere nella propria vita i frutti della grazia già operante, segno che la promessa di Dio è viva e personale.
- ↑ Ames contrappone la dottrina cattolica medievale (che fondava la speranza sia sulla grazia divina sia sui meriti umani) alla prospettiva riformata, per la quale la speranza si radica interamente nella grazia. Tuttavia, egli riconosce che tale speranza è “alimentata” e “rafforzata” da elementi concreti della vita cristiana: fede, ravvedimento, buone opere e coscienza pura. Non sono il fondamento, ma segni e strumenti che ne confermano la vitalità. Questo aspetto pastorale è molto importante: la speranza non resta astratta, ma si nutre della pratica quotidiana della fede.
- ↑ L’immagine dell’àncora è particolarmente potente: la speranza non elimina le tempeste della vita, ma dà stabilità interiore. Essa permette di “possedere le anime nostre” (Luca 21:19), cioè di mantenere fermezza e lucidità anche nei momenti di prova e persecuzione.
- ↑ La speranza autentica non conduce alla passività, ma a una ricerca attiva della santità. Chi spera in Cristo non solo aspetta, ma si purifica e si impegna nella trasformazione morale. La speranza cristiana è quindi dinamica, operante, mai evasiva.
- ↑ Ames nota che l’opposto della speranza, in quanto difetto, è il timore della punizione, inteso come attesa del male. Se la speranza guarda al bene futuro, questo timore guarda al male futuro.
- ↑ Eppure, in un credente, un certo timore non è del tutto negativo. Quando è “moderato e temperato dalla fede”, esso diventa salutare: non paralizza, ma induce umiltà e ravvedimento, come avvenne al re Giosia (2Cr 34). Ames distingue bene: speranza e timore non si oppongono “allo stesso titolo”. La speranza si fonda sulla grazia di Dio, mentre il timore considera la nostra colpa e ci richiama alla serietà del peccato. In questo senso, il timore è un compagno utile della speranza, che impedisce superficialità e leggerezza spirituale.
- ↑ Che cos’è la disperazione (in senso teologico). Qui la disperazione è definita come privazione cosciente della speranza divina, accompagnata dall’idea che il bene promesso sia impossibile o non verrà. Gli esempi di Caino e Giuda mostrano il volto tragico di questo stato: non è semplice tristezza, ma rinuncia colpevole al bene promesso da Dio.
- ↑ Perché la disperazione è sempre peccato. La disperazione è peccato gravissimo perché nega la grazia nel suo principio: nasce dall’incredulità. Ames distingue però la speranza naturale nelle creature (che può essere un preludio lodevole alla speranza divina) dalla speranza teologale in Dio. È questa seconda a venire negata nella disperazione. Pastoralmente: non va confusa la prova o il torpore spirituale con la disperazione formale; quest’ultima nega la fedeltà di Dio.
- ↑ “Privativamente” e “negativamente”. La distinzione è fine ma importante. Privativamente: manca ciò che deve esserci (la speranza in Dio quando è doverosa); qui c’è colpa. Negativamente: semplice assenza della speranza senza obbligo formale (come nei dannati, la cui condizione è segnata dalla punizione e non da un processo di conversione); qui non si parla di peccato “ulteriore”. Questo evita confondere la condizione escatologica dei dannati/diavoli con l’atto morale del credente in cammino.
- ↑ Due radici della disperazione. (a) Negare la sufficienza della grazia: sempre peccato, perché mette in discussione la potenza e la bontà di Dio nel comunicare il bene. (b) Ritenere che Dio non voglia comunicare quel bene in un caso specifico: sarebbe non peccato solo se vi fosse certezza della volontà di Dio in tal senso. Ma tale certezza non è accessibile ordinariamente (v. §30). Questo punto frena derive fataliste e scrupolose.
- ↑ Conseguenza pastorale: in vita, la disperazione è sempre colpa. Poiché nessuno, per vie ordinarie, può sapere prima della morte di essere fuori dalla grazia e dalla gloria, ogni disperazione in questa vita è peccaminosa: contraddice la promessa e chiude la porta alla fede e al ravvedimento. Il rimedio è tornare ai mezzi di grazia (Parola, preghiera, sacramenti), coltivare i segni interiori della grazia (v. §20) e rinnovare fede e pentimento (v. §21), perché la speranza divina si riaccenda.
- ↑ La presunzione come eccesso della speranza. A differenza della disperazione (che è un difetto), la presunzione rappresenta l’eccesso della speranza: essa è un’attesa temeraria di beni che non ci sono stati promessi, o che non sono compatibili con la natura stessa di Dio. È una falsa sicurezza, che illude la persona di essere al riparo anche senza fondamento. Le Scritture ammoniscono fortemente contro questo atteggiamento, perché porta a un autoinganno spirituale.
- ↑ Fondamenti falsi della presunzione. La presunzione può avere due appoggi: (a) Le creature, quando si confida negli esseri umani, nei beni materiali, nel potere o in se stessi, sperando da essi ciò che solo Dio può dare. (b) Dio stesso, ma in modo distorto: quando si pretende il suo favore senza fede, senza pentimento e senza un’autentica relazione con Lui. Questo è il caso di chi pensa che Dio conceda perdono e salvezza pur rimanendo ostinatamente nel peccato, o che Dio debba soddisfare desideri che non corrispondono alla sua volontà rivelata.
- ↑ La vera speranza non è mai presunzione. È fondamentale distinguere tra vera speranza e presunzione. Non si può mai sperare “troppo” in Dio, se la speranza è fondata sulle promesse divine e sostenuta dalla fede. La presunzione, invece, non nasce dall’eccesso della speranza legittima, ma dall’averla sradicata dal fondamento: è una speranza vuota, temeraria e infondata.
- ↑ La vergogna opposta alla speranza. Infine, Ames osserva che alla speranza si oppone anche la vergogna o confusione. La speranza, infatti, attende un bene futuro da Dio e si appoggia alle sue promesse. Se tale attesa si rivela vana, il risultato è la vergogna: il sentirsi confusi e delusi, perché la propria speranza era mal riposta. Tuttavia, come ripete spesso la Scrittura ([=Riveduta+2020 Salmo 25:2-3; Romani 5:5]), la speranza che ha Dio per oggetto non confonde mai.