Letteratura/Midollo Sacra Teologia/2:7 La carità
2:7 La carità
2:7:1. La carità è una virtù mediante la quale amiamo Dio come Sommo Bene. Salmo 106:1; 118:1; 136:1: “Lodate il Signore, perché egli è buono, perché la sua benignità dura in eterno”. La gioia del lodare, che è un effetto della carità, ha lo stesso oggetto primario che la carità ha come causa propria. Pertanto, la bontà di Dio, che risplende in modo particolare negli effetti della sua misericordia, è il vero oggetto della carità (allo stesso modo che è l’oggetto proprio della lode)[1].
2:7:2. La carità segue la fede e la speranza nell’ordine naturale[2], così come l’effetto segue le sue cause. Infatti, noi amiamo Dio per mezzo della carità perché, attraverso la fede e la speranza, gustiamo in qualche misura quanto Dio sia buono e quanto il suo amore sia diffuso nei nostri cuori.
- 1 Giovanni 4:16,19 - "Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto. Dio è amore e chi dimora nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui ... Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo".
- Galti 5:6 - "Infatti in Cristo Gesù né la circoncisione né l'incirconcisione hanno valore alcuno; quello che vale è la fede operante per mezzo dell'amore".
2:7:3. Non è dunque l’amore, ma la fede, il fondamento primo dell’edificio spirituale[3] nella persona credente: non soltanto perché con la fede tale edificio ha inizio, ma anche perché la fede sostiene e contiene tutte le sue parti. Essa infatti ha la natura di una radice e perciò conferisce il potere di fruttificare.
2:7:4. Una confusa e remota inclinazione verso Dio precede la fede (un’ombra di ciò si trova in tutte le creature in qualche modo). Ma si tratta di una velleità inefficace, un semplice “vorrei” (come lo si chiama) di amare Dio, piuttosto che di un vero amore[4].
- Atti 17:27 - "...affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi".
2:7:5. Gli scolastici distinguono tra un amore naturale e un amore soprannaturale di Dio[5]: uno che avrebbe Dio come principio e fine della natura, e un altro che lo avrebbe come principio e fine della grazia. Questa è una finzione vana. In verità, dopo la caduta, l’essere umano non può amare Dio sopra ogni cosa con le sole forze della natura senza la fede, né con quell’amore che loro chiamano “naturale”.
2:7:6. L’amore di carità è un amore fatto di unione, di compiacimento e di benevolenza. Questi, per così dire, sono le sue parti costitutive[6]; e sono sempre presenti in essa quando è autentica: vale a dire, un desiderio di unione, un compiacimento nel godimento e un’affezione di benevolenza.
2:7:7. L’amore di unione è quell’affetto mediante il quale desideriamo essere congiunti a Dio.
- 2 Corinzi 5:8 - "... ma siamo pieni di fiducia e preferiamo piuttosto partire dal corpo e abitare con il Signore".
2:7:8. Vi è anche un amore di unione in Dio verso di noi. Ma il suo amore nasce da un’abbondanza di bontà, poiché Dio non si aspetta alcun vantaggio da noi: infatti siamo servi inutili davanti a lui (Luca 17:10; Giobbe 22:2-3). Il nostro amore verso di lui, invece, nasce da una mancanza di bontà, perché abbiamo bisogno di Dio[7].
- Efesini 2:4,13 - "Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati ... Ma ora, in Cristo Gesù, voi che già eravate lontani, siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo".
- 2 Corinzi 5:4 - "Poiché noi che stiamo in questa tenda gemiamo, aggravati, e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita".
2:7:9. Il nostro amore, in quanto è amore di unione con Dio, è in parte quello che viene chiamato amore di concupiscenza o di desiderio: perché desideriamo propriamente Dio per noi stessi, in quanto speriamo di ricevere da lui beneficio e la nostra eterna beatitudine.
2:7:10. Tuttavia, il fine supremo di questo amore deve essere Dio stesso[8].
2:7:11. L’amore di compiacimento è quell’affetto mediante il quale approviamo tutto ciò che è in Dio e ci riposiamo nella sua eccellentissima bontà.
- Apocalisse 7:12 - "Amen! Al nostro Dio la benedizione, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l'onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen".
2:7:12. Anche Dio ha un amore di compiacimento verso di noi (Ebrei 13:16). Ma il suo compiacimento è nei beni che egli comunica a noi; mentre il nostro compiacimento è nella bontà e perfezione divina, che in nessun modo dipendono da noi[9].
- Ebrei 13:16 - "Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di far parte agli altri dei vostri beni, perché è di tali sacrifici che Dio si compiace".
2:7:13. L’amore di benevolenza è quell’affetto mediante il quale ci consegnamo interamente a Dio, e desideriamo e ci adoperiamo affinché tutto ciò che riguarda la sua gloria gli sia attribuito.
- Apocalisse 4:10-11 - "i ventiquattro anziani si prostrano davanti a colui che siede sul trono e adorano colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: 'Degno sei, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza, poiché tu creasti tutte le cose e per la tua volontà esistettero e furono create'".
- 1 Corinzi 10:31 - "Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio".
2:7:14. Dio, nell’avere verso di noi benevolenza, ci rende buoni, conferendoci quel bene che egli vuole. Ma noi non possiamo propriamente donargli alcun bene: possiamo soltanto riconoscerlo con il cuore, proclamarlo con le parole, e manifestarlo in qualche misura con le opere, quella bontà che è sua[10].
2:7:15. Quella carità reciproca che esiste tra Dio e i fedeli ha in sé qualcosa della amicizia[11].
- Giovanni 15:15 - "Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore, ma voi vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio".
2:7:16. In questa amicizia, sebbene non vi sia quell’uguaglianza che esiste tra persone che sono amiche, tuttavia si manifesta quella certa uguaglianza possibile che appare in una particolare comunione interiore esercitata tra Dio e i fedeli[12]. In questo senso, si dice che Dio riveli i suoi segreti ai fedeli (Salmo 25:14; Giovanni 15:15) e che, per così dire, sia familiare con loro.
- Apocalisse 3:20 - "Ecco, io sto alla porta e busso: se uno ode la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me".
- Giovanni 14:23 - "Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui.".
2:7:17. La carità contiene implicitamente in sé l’osservanza e il compimento di tutti i comandamenti di Dio[13] (Romani 13:10; 1 Giovanni 2:5; 3:18). Infatti, non si può amare Dio veramente se non si cerca di piacerGli in ogni cosa e di essere conformi a Lui.
- 1 Giovanni 4:17 - "In questo l'amore è reso perfetto in noi, affinché abbiamo piena fiducia nel giorno del giudizio: che quale egli è, tali siamo anche noi in questo mondo".
2:7:18. Il modo della nostra carità verso Dio consiste nel rivolgerci a Lui come al sommo bene e al fine ultimo; così che né Dio né l’amore di Dio devono essere riferiti principalmente e in ultima istanza ad altro. Un amore rivolto ad altro scopo sarebbe infatti un amore mercenario[14].
- Giovanni 6:26 - "In verità, in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete visto dei miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati".
2:7:19 Tuttavia, noi possiamo amare Dio come nostra ricompensa[15] (Genesi 15:1). E, con riferimento ad altri beni, possiamo amarli come ricompensa da parte sua (Genesi 17:2).
- Genesi 15:1 - "Dopo queste cose, la parola dell'Eterno fu rivolta in visione ad Abramo, dicendo: Non temere, Abramo, io sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima".
- Genesi 17:2 - "... e io fermerò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandissimamente".
2:7:20 Il grado della carità verso Dio deve essere il più alto[16]:
- Oggettivamente, cioè volendo un bene maggiore per lui che per qualsiasi altra cosa.
- Secondo la stima (o, come alcuni dicono, “apprezzativamente”), cioè preferendolo e anteponendo la sua volontà a ogni altra cosa, persino alla nostra stessa vita (Matteo 10:37; Luca 14:26); tanto da scegliere di morire piuttosto che trasgredire anche il minimo dei suoi comandamenti.
- Intensivamente, cioè quanto all’impegno veemente di applicare tutte le nostre facoltà ad amare Dio. (Deuteronomio 6:5: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza»).
2:7:21 Secondo questa descrizione della carità, alcuni teologi dicono giustamente che solo Dio deve essere amato: cioè, amato in sé stesso, semplicemente, e secondo tutte le parti della carità — con affetto di benevolenza, con desiderio di unione, e con la compiacenza del godimento di lui nel grado più alto. Il prossimo deve essere amato anch’egli, ma in un certo senso differente: per altro motivo, solo in parte, e a un grado inferiore[17].
2:7:22 La carità è opposta a quel timore che è tormentato dalla presenza di Dio e dal timore della punizione da lui inflitta (1 Giovanni 4:18: «Nell’amore non c’è paura; al contrario, l’amore perfetto caccia via la paura; perché chi ha paura teme un castigo»).
2:7:23 Così, la carità, quando è perfetta, scaccia la paura, poiché la paura è un orrore che nasce dalla percezione del male a causa della presenza di Dio. Dunque, la paura è opposta alla carità, che guarda a Dio come a colui che è assolutamente buono[18].
2:7:24 In secondo luogo, la carità è opposta all’estraniamento da Dio, che alcuni chiamano “odio di abominazione” (Salmo 14:3: «Tutti si sono sviati»; Giovanni 3:20: «Chiunque fa il male odia la luce»). Infatti, come la carità consiste nell’affetto di unione, così questo estraniamento consiste nella disgiunzione da essa. L’odio di Dio è la cosa più contraria all’amore di Dio: è detto “odio di inimicizia” (Giovanni 15:23-25: «Chi odia me, odia anche il Padre mio»). Infatti, come l’amore di carità è benevolenza, così questa inimicizia contro Dio consiste negli empi che desiderano e vogliono del male a Dio, se ciò fosse possibile: che egli non esistesse, o almeno che non fosse tale Dio quale egli è[19].
2:7:25 Sebbene Dio non possa essere oggetto di odio se è compreso quale egli è in se stesso, tuttavia, se viene compreso come colui che punisce i peccatori, spesso è odiato da quegli stessi peccatori — perché in questo senso egli è per loro il più contrario. Giovanni 3:20: “Chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce, perché le sue opere non siano riprovate”. Infatti, come l’amore di Dio nelle persone pie le induce a odiare l’empietà in quanto contraria a Dio, così l’amore dell’iniquità negli empi li induce a odiare Dio in quanto contrario alla loro iniquità[20].
2:7:26 I gradi con cui le persone ascendono a questa vetta di empietà[21] sono i seguenti:
- I peccatori amano sé stessi in modo disordinato.
- Vogliono fare ciò che piace a loro stessi, anche se è contrario alla legge di Dio.
- Odiano la legge perché contraria a questo desiderio.
- Odiano Dio stesso, che è il datore e autore di tale legge.
2:7:27 Anche l’amore di questo mondo si oppone alla carità verso Dio[22], perché questo mondo non è conforme alla volontà di Dio. 1 Giovanni 2:15-16: “Se qualcuno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo non viene dal Padre”.
2:7:28 Infatti, come la perfezione della carità consiste in questo — che la mente riposi in Dio — così deve essere contrario alla carità il fatto che la mente riposi in ciò che è contrario a Dio[23].
2:7:29 La carità non è la forma delle altre virtù, così come nessuna virtù che comanda o ordina gli atti di un’altra può essere considerata la sua forma. Ma poiché quegli atti che per natura non riguardano Dio sono riferiti a lui dalla carità, e poiché tali atti sono perfezionati in lui per analogia, la carità non è chiamata erroneamente forma di quegli atti, e anche forma delle virtù da cui quegli atti provengono.
2:7:30 Ma la carità non può essere la forma intrinseca della fede, perché, per sua natura, la carità segue la fede, come l’effetto segue la causa; non la precede come la causa precede l’effetto[24].
2:7:31 Neppure la fede è diretta verso Dio per mezzo dell’amore; ma nella sua natura propria e interna, la fede rispetta Dio come suo oggetto.
2:7:32 La giustificazione per fede non dipende affatto dalla carità (come vorrebbero i papisti), ma dal proprio oggetto della fede[25].
2:7:33 Quando si dice che la fede opera per mezzo della carità (Galati 5:6), non significa che tutta l’efficacia della fede dipenda dalla carità come causa, ma perché la fede manifesta ed esercita la sua efficacia stimolando la carità.
- Galati 5:6 - "Infatti in Cristo Gesù né la circoncisione né l'incirconcisione hanno valore alcuno; quello che vale è la fede operante per mezzo dell'amore".
2:7:34 La particella “per mezzo di” non indica una causa formale, ma una causa strumentale, come quando si dice che Dio ci rigenera per mezzo della parola[26].
2:7:35 La fede senza opere è detta morta (Giacomo 2:26), non perché la vita della fede fluisca dalle opere, ma perché le opere sono atti secondari, che necessariamente derivano dalla vita della fede.
- Giacomo 2:26 - "Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta".
2:7:36 Si dice che la fede è perfetta per mezzo delle opere (Giacomo 2:22) — non con una perfezione essenziale, come un effetto che viene perfezionato dalla causa, ma con una perfezione complementare, poiché la causa è completata effettivamente nel produrre l’effetto[27].
- Giacomo 2:22 - "Tu vedi che la fede operava insieme con le sue opere e che per le opere la sua fede fu resa completa".
2:7:37 L’oggetto della carità è la stessa bontà di Dio, così com’è in se stessa. Ma fede e speranza riguardano Dio come ci viene proposto e come noi possiamo comprenderlo; pertanto quell’inclinazione della mente verso Dio che appartiene alla carità appare più evidente e costante nei credenti deboli, rispetto ai singoli atti speciali di fede o speranza. Questo accade perché la bontà di Dio è più manifestamente evidente in sé stessa, che non nel modo in cui essa ci è resa comprensibile — che in questa vita ci è presentata oscuramente, per così dire[28].
Supplementi
Note esplicative
- ↑ La carità come amore di Dio Sommo Bene. Ames definisce subito la carità in termini agostiniani e biblici: è l’amore che riconosce Dio come bene supremo e assoluto, da cui ogni altro bene deriva. La carità non è mera inclinazione affettiva, ma virtù teologale, orientata a Dio come fine ultimo. È significativa l’associazione con la lode: lodare Dio non è un atto separato, ma l’espressione gioiosa della carità, che prende come oggetto la bontà divina.
- ↑ Carità, fede e speranza. Ames insiste sull’ordine delle virtù: la carità non nasce spontaneamente, ma sgorga da una fede viva e dalla speranza che fa pregustare la bontà divina. In altre parole, prima ancora di amare Dio, il credente deve conoscere e credere al suo amore manifestato in Cristo. Qui è evidente l’eco paolina: “la fede opera mediante l’amore” (Galati 5:6).
- ↑ La priorità della fede. La fede è il fondamento e la radice della vita cristiana. L’amore non viene posto all’inizio, come nel misticismo medievale, ma come frutto. Questo riflette la visione riformata: la fede giustifica, la carità santifica. La carità è essenziale, ma è secondaria rispetto alla fede: non la genera, bensì da essa è generata.
- ↑ L’inclinazione naturale verso Dio. Ames riconosce che esiste, in ogni creatura, una sorta di tensione originaria verso Dio: è un’ombra, un “eco” della creazione che permane anche dopo la caduta. Ma, senza la fede, questa disposizione rimane solo una velleità inefficace, un impulso che non riesce a diventare amore vero. Qui Ames corregge ogni forma di ottimismo antropologico: l’essere umano decaduto può avere nostalgia di Dio, ma non la forza di amarlo realmente.
- ↑ Critica alla distinzione scolastica. La distinzione tra un “amore naturale” e un “amore soprannaturale” di Dio è per Ames un artificio filosofico senza fondamento. Dopo la caduta, la natura umana è incapace di amare Dio sopra ogni cosa. Senza fede, non c’è vero amore: ciò che gli scolastici chiamavano “naturale” è solo un concetto vuoto. In questo si nota la radicalità della visione riformata, che insiste sulla totale dipendenza della carità dalla grazia.
- ↑ Le parti della carità. Ames analizza la carità come un amore composto da tre dimensioni inseparabili: (a) Unione: desiderio di comunione con Dio. (b) Compiacimento: gioia nel godimento di Dio. (c) Benevolenza: desiderio del bene, non solo ricevuto ma anche donato. Questa tripartizione aiuta a comprendere la carità non come un sentimento indistinto, ma come una virtù piena e strutturata.
- ↑ 2:7:7-8 – L’amore di unione reciproco. Il desiderio del credente di unirsi a Dio trova il suo corrispettivo nell’amore divino che si china verso di noi. Tuttavia, vi è una differenza radicale: (a) L’amore di Dio scaturisce dalla sua sovrabbondanza e non cerca profitto. (b) L’amore dell’essere umano scaturisce dal bisogno: amiamo perché siamo mancanti, bisognosi di vita, desiderosi di immortalità e pienezza. Questo equilibrio evita due estremi: non riduce l’amore a semplice utilità (amor Dei propter se ipsum), ma non lo separa nemmeno dall’esperienza concreta della creatura che trova la sua vita solo in Dio.
- ↑ 2:7:9-10 – Amore di concupiscenza e fine ultimo. Ames riconosce che l’amore umano verso Dio porta inevitabilmente con sé un aspetto di desiderio: amiamo Dio perché lo desideriamo come nostra beatitudine eterna. È l’“amor concupiscentiae” di cui parla la tradizione teologica. Tuttavia, Ames avverte: sebbene il credente desideri Dio come suo bene, il fine più alto della carità non è il proprio vantaggio, ma Dio stesso, amato per ciò che Egli è.
- ↑ 2:7:11-12 – Amore di compiacimento. Il compiacimento è la gioia contemplativa nel riconoscere la bontà e la perfezione di Dio. È un amore che non chiede, ma riposa. La distinzione tra il compiacimento di Dio verso di noi e quello nostro verso di Lui è essenziale: (a) Dio si compiace di ciò che egli stesso ha posto in noi; (b) Noi ci compiaciamo di ciò che è in Dio indipendentemente da noi. Così viene ribadita la asimmetria tra Creatore e creatura.
- ↑ 2:7:13-14 – Amore di benevolenza. Qui Ames porta la carità al suo vertice: non solo desiderare e gioire, ma donarsi a Dio e promuovere la sua gloria. È l’amore oblativo che si traduce in dedizione totale e in azioni volte a magnificare Dio. Di nuovo, si nota la differenza: (a) La benevolenza di Dio è efficace, perché rende buoni coloro che ama; (b) La nostra benevolenza verso Dio è solo ricettiva.
- ↑ Carità come amicizia. Ames sottolinea che nella relazione tra Dio e i credenti c’è un aspetto di amicizia reciproca. Tuttavia, è un’amicizia disuguale: Dio, per grazia, ci chiama amici, condividendo con noi la conoscenza del suo cuore (Giov 15:15). La carità, quindi, non è soltanto obbedienza servile, ma anche intimità filiale e amicale con Dio.
- ↑ Amicizia con Dio. Ames precisa che l’amicizia tra Dio e i credenti non è mai di piena uguaglianza, come accade tra esseri umani. Tuttavia, esiste un livello di comunione reale in cui Dio si fa intimo, quasi “familiare”, con i suoi. Questa amicizia si concretizza nella rivelazione dei segreti divini (Sal 25:14), nella comunione di vita (Ap 3:20) e nella presenza trinitaria nella persona credente (Gv 14:23). È una visione che supera l’idea di un rapporto puramente giuridico o esterno, mostrando la relazione personale e la confidenza spirituale che Dio dona ai suoi figli.
- ↑ Carità e comandamenti. La carità non è un sentimento disincarnato, ma una virtù operativa che si esprime nell’osservanza dei comandamenti. Non si può dire di amare Dio se non si cerca di compiacere Dio in ogni cosa. Ames ribadisce che la carità autentica tende alla somiglianza con Dio (imitatio Dei), rendendo l’amore perfetto non solo in affetto, ma in conformità alla sua volontà. In questo senso, la carità è davvero il compimento della legge (Romani 13:10).
- ↑ Carità e fine ultimo. Il vero amore non può essere mercenario, cioè motivato solo da un utile esterno. Ames richiama le parole di Gesù in Giovanni 6:26, dove condanna chi lo segue solo per il pane materiale. La carità deve rivolgersi a Dio come fine in sé, non come mezzo per altro. È una lezione che tocca sia il rischio della religiosità utilitaristica (seguire Dio per vantaggi terreni), sia la tentazione di ridurre la fede a un “contratto” con Dio. La carità è, invece, amore puro e disinteressato, che ha Dio stesso come sommo bene e ultimo scopo.
- ↑ Ames riconosce una distinzione sottile ma importante: è legittimo amare Dio anche come “ricompensa”, cioè come colui che si dona a noi, fonte della nostra beatitudine eterna. Tuttavia, questo non riduce Dio a un mezzo: Dio è sia il premio che lo scopo ultimo. Anche i beni da lui concessi possono essere amati, ma sempre subordinatamente a lui e come doni della sua grazia.
- ↑ La carità verso Dio deve occupare il primato assoluto: (a) Oggettivamente, nessun bene può essere più grande di Dio. (b) Apprezzativamente, Dio deve essere preferito a ogni altra cosa, persino alla vita stessa: qui Ames echeggia la radicalità evangelica. (c) Intensivamente, l’amore non può essere tiepido, ma deve coinvolgere tutte le forze dell’anima. In questo senso, la carità diventa il motore dell’intera vita cristiana.
- ↑ Si tocca qui un punto teologico fondamentale: solo Dio può essere amato in sé stesso, con amore assoluto e totale. Il prossimo è amato “in Dio”, in quanto creato a sua immagine e oggetto della sua benevolenza. Questo stabilisce un ordine gerarchico dell’amore: Dio primo e assoluto, il prossimo in relazione a Dio.
- ↑ 2:7:22-23 Ames affronta il tema della paura: l’amore perfetto la caccia via. Egli distingue tra timore servile (paura della punizione) e timore filiale (rispetto e riverenza). Qui il contrasto è col timore servile, che vede Dio non come bene supremo, ma come minaccia. La carità, al contrario, riconosce Dio come puro bene.
- ↑ L’opposto più radicale della carità non è solo il timore servile, ma l’odio verso Dio. Questo odio, che appartiene all’empietà estrema, desidera addirittura che Dio non esista o che non sia com’è. Qui emerge la drammaticità del peccato come volontà contraria all’essere stesso di Dio.
- ↑ Qui Ames spiega la dinamica spirituale del peccato. Dio è infinitamente amabile, ma quando il peccatore lo percepisce come Giudice, egli lo odia, perché lo sente contrario al proprio stato peccaminoso. È un odio “riflesso”, che nasce dal conflitto insanabile tra la santità di Dio e l’amore per il peccato.
- ↑ Ames descrive una vera e propria progressione del peccato. Si parte da un amore disordinato di sé (radice dell’egoismo spirituale) per giungere, attraverso la ribellione e l’ostilità verso la legge, all’odio verso Dio stesso. È una scala discendente che mostra come il peccato non resti mai statico, ma porti inevitabilmente a un indurimento crescente contro Dio.
- ↑ L’amore del mondo non riguarda il creato in sé, ma il sistema di desideri e valori che si oppone a Dio. Qui Ames segue la prospettiva giovannea: l’amore non può essere diviso tra Dio e il mondo. L’uomo deve scegliere dove fissare il cuore.
- ↑ La carità perfetta trova il suo riposo in Dio, fonte ultima di pace e bene. Se invece la mente e il cuore trovano soddisfazione in realtà contrarie a Dio, ciò non è un semplice errore marginale, ma un vero contrasto con la carità stessa. Qui Ames collega la spiritualità interiore con la direzione del cuore: dove riposa la mente, lì è il nostro vero amore.
- ↑ 2:7:29-30 – Carità e forma delle virtù. Ames distingue chiaramente tra carità e altre virtù. La carità non è forma intrinseca delle virtù o degli atti morali, ma li riferisce a Dio e li perfeziona per analogia, cioè li eleva al loro fine ultimo: l’unione con Dio. La carità non precede la fede, ma la segue, confermando che la relazione di carità è sempre consequenziale alla fede.
- ↑ 2:7:31-32 – Fede e carità. La fede è diretta verso Dio come suo oggetto proprio, indipendentemente dalla carità. Ames ribadisce la dottrina della giustificazione per sola fede, contrapposta alla concezione cattolica che voleva la carità come condizione essenziale per la giustificazione.
- ↑ 2:7:33-34 – Fede che opera mediante carità. Quando la Scrittura dice che la fede opera “per mezzo della carità”, Ames interpreta questa relazione come strumentale, non causale: la fede esprime la sua efficacia stimolando la carità, ma la sua validità non dipende dalla carità come causa. L’esempio della rigenerazione per mezzo della parola chiarisce il concetto di causa strumentale.
- ↑ 2:7:35-36 – Fede e opere. Le opere sono manifestazione necessaria della fede viva, ma non la fonte della vita della fede. Ames distingue tra: (a) vita della fede (interna, primaria); (b) atti secondari (opere), che completano la fede. La fede è “perfetta per mezzo delle opere”, ma Ames precisa che si tratta di una perfezione complementare, non essenziale: le opere rendono effettivamente completa la fede, senza esserne la causa.
- ↑ Oggetto della carità: Ames sottolinea che la carità guarda Dio stesso come sommo bene, mentre fede e speranza hanno una prospettiva mediata, limitata alla nostra capacità di comprensione e alla rivelazione disponibile in questa vita. Inclinazione naturale della carità: Anche i credenti deboli possono mostrare una tendenza stabile verso Dio, più facilmente percepibile rispetto a singoli atti di fede o speranza. La carità, dunque, ha una presenza più costante nell’anima, anche se meno articolata in azioni specifiche. Rilevanza teologica: Ames distingue chiaramente la purezza dell’oggetto della carità (Dio stesso) dalla modalità in cui fede e speranza operano nella vita del credente, rimarcando che la carità è un orientamento fondamentale e intrinseco verso Dio, non mediato da comprensione o aspettativa.