Letteratura/Midollo Sacra Teologia/35 I ministri ordinari e la loro responsabilità nella predicazione

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35. I ministri ordinari e la loro responsabilità nella predicazione

35:1 Il ministero ordinario è quello che riceve tutta la sua direzione dalla volontà di Dio rivelata nelle Sacre Scritture, e dai mezzi che Dio ha stabilito nella Chiesa per la sua edificazione perpetua[1].

35:2 Essi sono perciò chiamati ordinari, perché possono e sono abitualmente chiamati al ministero mediante un ordine stabilito da Dio[2].

35:3 Poiché, nella loro amministrazione, essi hanno come regola fissa la volontà di Dio già rivelata in precedenza tramite i ministri straordinari, non devono proporrecompiere nulla nella Chiesa che non sia stato prescritto loro nelle Sacre Scritture[3].

  • Deuteronomio 12:32 - "Avrete cura di mettere in pratica tutte le cose che vi comando; non vi aggiungerai nulla, e nulla ne toglierai".
  • 1 Corinzi 4:6 - "Ora, fratelli, queste cose, per amor vostro, le ho applicate a me stesso e ad Apollo, perché per nostro mezzo impariate a praticare il “non oltre quel che è scritto”, affinché non vi gonfiate d'orgoglio esaltando l'uno a danno dell'altro".
  • 2 Timoteo 3:16-17 - "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona".

35:4 Essi dipendono dunque anche dai ministri straordinari e, per così dire, ne sono i successori. Infatti, sebbene per quanto riguarda la modalità e il grado i ministri straordinari non abbiano successori, tuttavia, quanto all’essenza dell’amministrazione, i ministri ordinari svolgono verso la Chiesa lo stesso ufficio che un tempo svolgevano i ministri straordinari[4].

35:5 Il diritto del suo ministero è di solito conferito dagli uomini; e in questo senso la chiamata di un ministro ordinario è mediata[5].

35:6 Ma ciò va inteso così: che l’autorità di amministrare le cose divine è immediatamente comunicata da Dio a tutti i ministri legittimi; e la nomina delle persone sulle quali questa autorità è conferita è fatta dalla Chiesa[6].

35:7 Ma poiché la Chiesa non può conferire i doni necessari a questo ministero, né prescrivere a Dio a chi Egli debba concederli, la Chiesa può quindi soltanto scegliere coloro che vede già idonei in precedenza; infatti, non solo i ministri straordinari, ma anche gli ordinari, diventano idonei per mezzo della loro stessa chiamata, quando in precedenza non lo erano[7].

35:8 Così, in una chiamata ordinaria, è necessariamente richiesto che un esame legittimo preceda la chiamata stessa[8].

  • 1 Timoteo 3:10 - "Anche questi siano prima provati, poi assumano l'incarico di diaconi se sono irreprensibili".

35:9 Il ministero ordinario serve a preservare, propagare e ristabilire la Chiesa per mezzo di mezzi ordinari[9].

35:10 Vi sono due parti[10] di questo ministero: (1) In nome di Dio, egli compie quelle cose che devono essere fatte con il popolo. (2) In nome del popolo, egli compie quelle cose che devono essere fatte con Dio.

  • 2 Corinzi 5:20 - "Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio".
  • Ebrei 13:17 - "Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime, come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando, perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità".

35:11 Ma in queste cose, la predicazione della Parola eccelle sopra ogni altra, ed è stata sempre di uso perpetuo nella Chiesa[11].

35:12 Il dovere di un predicatore ordinario è di proporre la volontà di Dio, tratta dalla Parola, per l’edificazione degli ascoltatori[12].

  • 1 Timoteo 1:5 - "Ma il fine di questo incarico è l'amore che procede da un cuore puro, da una buona coscienza e da fede non finta".

35:13 Poiché è soprattutto richiesto un serio desiderio di edificare la Chiesa, non può essere un predicatore idoneo chi non ha preparato il proprio cuore a cercare la Legge del Signore, a osservarla e a insegnare a Israele i suoi statuti e giudizi. Infatti, chi insegna ad altri, prima e mentre insegna, deve insegnare a se stesso (Romani 2:21). Altrimenti, non è adatto a edificare la Chiesa[13].

  • Romani 2:21 - "...come mai, dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu, che predichi che non si deve rubare, rubi?".

35:14 Questo dovere deve essere compiuto non solo universalmente nei confronti di tutti gli ascoltatori in generale, ma anche in modo specifico, tenendo conto della loro condizione e della loro età: come anziani, giovani, servi (Tito 2–3), insegnanti (2 Pietro 1:12, ecc.), e in verità ognuno. 1 Tessalonicesi 2:11: «Vi abbiamo esortati, consolati e scongiurati ciascuno di voi». [Questo va fatto] non solo pubblicamente, ma anche privatamente (Atti 20:20: «pubblicamente e di casa in casa»)[14].

  • Atti 20:20 - "... e come io non mi sono tratto indietro dall'annunciarvi e dall'insegnarvi in pubblico e per le case cosa alcuna di quelle che vi fossero utili".

35:15 Egli deve avere sempre davanti agli occhi questo scopo dell’edificazione[15], al punto da vigilare attentamente di non deviare verso chiacchiere vane (1 Timoteo 1:6), dispute di parole (2 Timoteo 2:14), controversie inutili o speculazioni di una falsa scienza (1 Timoteo 6:20); ma deve mostrarsi come uno che mantiene fermamente la Parola fedele, conforme alla sana dottrina (Tito 1:9), e tale che non possa essere condannata (Tito 2:8).

  • 1 Timoteo 1:6 - "... dalle quali cose alcuni, avendo deviato, si sono rivolti a discorsi vani".
  • 2 Timoteo 2:14 - "Ricorda loro queste cose, scongiurandoli davanti a Dio che non facciano dispute di parole, che non servono a nulla e rovinano chi le ascolta".
  • 1 Timoteo 6:20 - "O Timoteo, custodisci il deposito, evita le chiacchiere vuote e profane e le opposizioni di quella che falsamente si chiama scienza".
  • Tito 1:9 - "... attaccato alla Parola fedele come gli è stata insegnata, per essere in grado di esortare nella sana dottrina e di convincere quelli che contraddicono".
  • Tito 2:8 - "... parlare sano, irreprensibile, perché l'avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire di noi".

35:16 Poiché la volontà di Dio deve essere proposta a partire dalla sua Parola, perciò egli non è adatto al ministero se non ha i sensi esercitati nelle Sacre Scritture, anche al di sopra del livello comune dei credenti; in modo tale che si possa dire di lui, come di Apollo, che era “potente nelle Scritture” (Atti 18:24). Egli non deve confidare in postille e commentari[16].

  • Ebrei 5:14 - "... ma il cibo solido è per gli adulti, per quelli che per via dell'uso hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male".

35:17 Affinché la volontà di Dio sia proposta con frutto di edificazione, due cose sono necessarie[17]: (a) Che sia fatta una dichiarazione di ciò che è contenuto nel testo. (B) Che l’applicazione di quelle cose sia rivolta alle coscienze degli ascoltatori, secondo quanto sembra richiedere la loro condizione.

  • 1 Timoteo 6:17 - "A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina che non siano d'animo altero, che non ripongano la loro speranza nell'incertezza delle ricchezze, ma in Dio, il quale ci fornisce abbondantemente ogni cosa perché ne godiamo".

35:18 Ingannano i loro ascoltatori, e dimenticano del tutto sé stessi, coloro che presentano un testo all’inizio della predicazione, come se fosse il punto da trattare, e poi dicono molte cose sul testo o occasionate dal testo, ma per lo più non traggono nulla dal testo stesso[18].

35:19 Nel dichiarare quale verità vi sia nel testo, si deve prima spiegarlo, e poi mostrare quale bene ne segue. (a) La prima parte è dedicata alla dottrina o all’insegnamento (doctrina). (b)La seconda parte riguarda il suo uso, cioè il trarre profitto da quelle dottrine[19].

  • 2 Timoteo 3:16-17 - "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona".

35:20 Coloro che invertono e confondono queste parti [dottrina e applicazione], non favoriscono la memoria degli ascoltatori e non poco ostacolano la loro edificazione; poiché essi non possono fissare nella memoria il punto principale della predicazione, così da poterlo poi ripetere privatamente nelle loro famiglie. Senza questo esercizio, la maggior parte del frutto che altrimenti deriverebbe alla Chiesa di Dio dalle predicazioni va perduta[20].

35:21 La dottrina è un assioma teologico, che consiste o nelle stesse parole espresse della Scrittura, o che fluisce da esse per conseguenza immediata[21].

35:22 Una dottrina deve prima essere individuata correttamente, e poi trattata correttamente[22].

35:23 L’individuazione avviene mediante l’analisi logica, alla quale servono anche la retorica e la grammatica[23].

35:24 L’analisi dipende principalmente dall’osservazione dello scopo o fine[24], e dei mezzi con cui esso è raggiunto, secondo il metodo della logica.

35:25 A ciò deve essere aggiunta, per conferma, l’interpretazione di quelle cose che nell’analisi risultano dubbie; ma le cose ovvie, quelle cioè che sono chiare in sé stesse, non richiedono né consentono un’interpretazione superflua[25].

35:26 Il trattamento (handling) di una dottrina consiste in parte nel provare ciò che potrebbe essere messo in dubbio dagli ascoltatori (poiché è inopportuno confermare con cura ciò che tutti riconoscono), e in parte nel illustrare ciò che è già stato sufficientemente provato[26].

35:27 Il provare dovrà ricavarsi dai testimoni più chiari della Scrittura; si possono altresì aggiungere ragioni là dove la natura della questione lo consente. Qui tuttavia si deve osservare la misura che il bene (good) degli ascoltatori suggerirà[27].

35:28 L’illustrazione può essere tratta da quasi tutte le risorse inventiva (luoghi d’invenzione retorica); ma gli argomenti per contrasto e quelli comparativi occupano qui il posto principale[28].

35:29 Ora che ogni dottrina è stata sufficientemente spiegata, insistiamo fortemente sul fatto che essa debba rapidamente essere portata all’uso in questa parte (l’applicazione), a meno che qualche ragione speciale non richieda il contrario; ciò perché l’applicazione contiene il fine e il bene dell’esposizione, ed è maggiormente connessa con lo scopo principale del sermone, cioè l’edificazione degli ascoltatori[29].

35:30 Pertanto falliscono coloro che si attengono a una scoperta nuda e ad una spiegazione della verità e, trascurandone l’uso e la pratica — nelle quali consistono la Religione e la beata condizione — contribuiscono poco o nulla ad edificare le coscienze[30].

35:31 Non vanno poi proposte tutte le dottrine che si possono ricavare dal testo, né vanno inculcate tutte le applicazioni possibili; ma si devono scegliere solo quelle che le circostanze di luogo, tempo e persone indicano come più necessarie; e fra queste, vanno preferite soprattutto quelle che maggiormente eccitano o confermano la vita di religione negli ascoltatori[31].

35:32 Falliscono dunque coloro che non si curano molto di ciò che dicono, purché sembrino aver osservato e detto molte cose. Non è raro che facciano questo per estrarre molte cose dal testo che in realtà non vi sono, e spesso ricavino da altri luoghi; portando fuori tutto da molte cose; infatti, così facendo, ciò che ne deriva è la sovversione, e non l’edificazione degli ascoltatori, specialmente quando ciò è fatto da persone meno abili[32].

35:33 Sia la dottrina che l’applicazione dovrebbero essere strutturate, per quanto possibile, in modo che abbiano qualche connessione fra loro, e la mostrino pure. Poiché la mente non si sposta da una cosa all’altra senza svantaggio; né c’è nulla che aiuti più la memoria di un ordine deduttivo[33].

35:34 Un’applicazione è un assioma teologico, tratto dalla dottrina [vedi tesi 21], che mostra il profitto, la bontà, o il fine della stessa[34].

35:35 La ragione per la deduzione deve essere chiarita se non è molto evidente; a ciò deve essere aggiunta anche una prova o un’illustrazione, come suggeriscono i bisogni degli ascoltatori e la prudenza del predicatore[35].

>>> Seconda parte.

Supplementi

Note esplicative

  1. Ministero ordinario — Si distingue dal ministero straordinario (profeti, apostoli, evangelisti) che ha ricevuto rivelazioni dirette e temporanee. Il ministero ordinario invece opera stabilmente lungo la storia della Chiesa, basandosi unicamente sulla rivelazione scritta e sui mezzi di grazia istituiti. Edificazione perpetua — Ames sottolinea la continuità dell’opera pastorale: la Chiesa non è mai lasciata senza istruzione e cura spirituale.
  2. L’accesso al ministero ordinario non avviene per chiamata carismatica diretta, ma per un processo ordinato, approvato dalla Chiesa e fondato su principi biblici (es. 1 Timoteo 3; Tito 1). Questo mette in rilievo il ruolo dell’ordine ecclesiastico e della successione ordinata del ministero nella preservazione della dottrina e della disciplina.
  3. Qui Ames ribadisce il principio regolativo del culto e del ministero: ogni attività della Chiesa deve avere fondamento esplicito o implicito nella Parola di Dio. La funzione del ministro ordinario è amministrativa e dichiarativa, non creativa: egli non inventa nuove dottrine o pratiche, ma trasmette fedelmente quanto Dio ha già stabilito. Riferimenti: Deuteronomio 12:32; 1 Corinzi 4:6; 2 Timoteo 3:16-17.
  4. Ames distingue tra successione materiale (nella sostanza dell’opera) e successione formale (nello stesso grado e modo di ministero). Gli apostoli non hanno successori nel senso pieno (autorità universale, ispirazione diretta, potere di fondare la Chiesa), ma i ministri ordinari ne continuano.
  5. Ames qui sottolinea che, nella prassi ecclesiale, il riconoscimento e la conferma del diritto ministeriale avvengono per mezzo di uomini (elezione, ordinazione, imposizione delle mani, voto della comunità). Questo non implica che l’origine ultima della vocazione sia umana, ma che la manifestazione e la legittimazione del ministero passano per canali ecclesiastici. (Cfr. Atti 6:3-6; 1 Timoteo 3; Tito 1.)
  6. Qui Ames risolve la tensione apparente: sebbene la Chiesa nomini e confermi i ministri (procedura mediate), l’autorità effettiva per amministrare i doni e i sacramenti proviene direttamente da Dio all’individuo chiamato — cioè Dio è l’origine dell’abilitazione ministeriale, mentre la Chiesa è il soggetto che riconosce e pone la persona nel ministero. È la classica distinzione fra autorizzazione divina (immediata) e riconoscimento/istituzione ecclesiale (mediata). (Cfr. 1 Timoteo 4:14; 2 Timoteo 1:6; Atti 13:2-3.)
  7. Qui Ames ricorda che la Chiesa non è sorgente dei doni spirituali: essa non “crea” le capacità, ma si limita a riconoscere ciò che Dio ha già messo in una persona. La vera idoneità ministeriale è un dono dello Spirito Santo (Efesini 4:11-12), non un prodotto di mera formazione umana. Tuttavia, vi è anche un aspetto misterioso: Dio può, con l’atto stesso della chiamata, rendere idonea una persona che prima non lo era — un richiamo all’opera sovrana di Dio nella vocazione e abilitazione dei suoi servitori (cfr. Geremia 1:6-9; 1 Corinzi 1:27-29).
  8. Il termine test indica un esame di idoneità che riguarda la vita morale, la dottrina e le capacità ministeriali. La prova preliminare tutela la Chiesa dal rischio di affidare l’ufficio a persone non qualificate. Riferimento biblico diretto a 1 Tim 3:10, che pur parlando dei diaconi, esprime un principio applicabile a tutti i ministeri ordinati: discernimento prima dell’istituzione.
  9. Preservare — mantenere la purezza dottrinale, la santità di vita e la comunione dei credenti. Propagare — estendere il Vangelo a nuove persone e comunità. Ristabilire — ricostruire e riformare chiese cadute in errore o in declino spirituale. Tutto ciò avviene non tramite eventi straordinari o miracoli, ma attraverso la predicazione della Parola, la preghiera e i sacramenti.
  10. a prima parte comprende la predicazione, l’insegnamento, l’amministrazione dei sacramenti, la disciplina ecclesiale. La seconda parte riguarda la preghiera pubblica, l’intercessione, la presentazione delle lodi e delle suppliche della comunità a Dio. Ames mostra qui il duplice ruolo del ministro: ambasciatore di Dio verso gli uomini e intercessore degli uomini verso Dio (cfr. 2 Corinzi 5:20; Ebrei 13:17).
  11. La predicazione non è solo una parte del ministero, ma il mezzo principale per l’edificazione e il rinnovamento della Chiesa. Ames richiama la continuità storica della predicazione dall’Antico al Nuovo Testamento (cfr. Neemia 8; Marco 1:38; Atti 20:20). Per il pensiero riformato, il ministero della Parola è il cuore dell’ufficio pastorale.
  12. Ames mette in luce la finalità pastorale della predicazione: non mera trasmissione di nozioni, ma formazione di amore, purezza morale, buona coscienza e fede genuina. L’autorità del predicatore non risiede nelle sue idee personali, ma nella Parola di Dio da cui trae il messaggio. Riformulando: il predicatore è un portavoce autorizzato di Dio per il bene spirituale del popolo.
  13. Ames insiste sul principio che il ministero della Parola richiede integrità personale e vita conforme al messaggio. La preparazione non è solo accademica, ma spirituale e morale: il predicatore deve prima essere discepolo della Parola che predica (cfr. Esdra 7:10). Un predicatore privo di autoapplicazione della verità può avere eloquenza, ma non vera efficacia spirituale.
  14. La predicazione ha una dimensione pubblica (assemblea della Chiesa) e privata (cura pastorale individuale). Ames mostra un ministero differenziato: non un messaggio indistinto per tutti, ma un’applicazione mirata che tenga conto delle situazioni concrete e dei bisogni specifici. Questa visione è coerente con il modello pastorale del Nuovo Testamento, dove la cura delle anime è sia collettiva che personale
  15. Qui Ames applica il principio paolino di evitare le dispute sterili e di attenersi alla Parola sicura. “Falsa scienza” non indica il sapere legittimo, ma una conoscenza speculativa e improduttiva per la fede. La predicazione deve tendere alla costruzione spirituale, non al compiacimento intellettuale o alla polemica sterile.
  16. Ames sottolinea che il ministro ordinario deve possedere una conoscenza diretta, approfondita e viva della Bibbia, non solo mediata da strumenti secondari. Postille e commentari sono utili, ma non sostituiscono lo studio personale e l’interpretazione meditata della Parola. L’espressione “sensi esercitati” richiama Ebrei 5:14: discernimento spirituale sviluppato attraverso un uso costante della Scrittura.
  17. Ames distingue due momenti essenziali della predicazione: esposizione (spiegare cosa dice il testo) e applicazione (collegare la verità alla vita concreta degli ascoltatori). L’applicazione non è generica, ma mirata: parla ai bisogni reali di diverse categorie di persone.
  18. Ames condanna la pratica di usare il testo biblico come mero pretesto retorico, senza realmente esporlo e spiegarlo. Questo atteggiamento snatura la predicazione biblica, trasformandola in discorso tematico o moraleggiante privo di radicamento nella Scrittura. Per il modello puritano, il sermone deve essere testo-centrico, non soggetto-centrico.
  19. Ames codifica la struttura tipica del sermone esegetico-puritano: esposizione dottrinale seguita da applicazione pratica. Questa metodologia mira a un equilibrio fra comprensione intellettuale e trasformazione spirituale. Ogni testo, se ben interpretato, ha un contenuto dottrinale e un valore pratico.
  20. Ames insiste sul legame fra ordine espositivo e memoria spirituale. Se il predicatore non segue una sequenza chiara (prima esposizione dottrinale, poi applicazione pratica), l’uditorio non riesce a memorizzare l’idea centrale. Questo era particolarmente importante in un’epoca in cui non si potevano riascoltare sermoni registrati: la trasmissione familiare del messaggio era un mezzo essenziale di edificazione.
  21. La definizione di dottrina è precisa e riformata: essa può essere parola diretta della Scrittura o deduzione immediata e necessaria dal testo biblico. Qui si riafferma il principio protestante secondo cui l’autorità dottrinale è legata esclusivamente alla rivelazione scritta e alle sue conseguenze inevitabili, escludendo deduzioni lontane o tradizioni estranee.
  22. Il doppio passaggio — trovare e trattare — implica discernimento esegetico prima, e capacità omiletica poi. Non basta scoprire una verità biblica: bisogna anche comunicarla in modo corretto.
  23. Il metodo di Ames è logico-grammaticale-retorico: (a) Logica: per individuare i rapporti concettuali.(b) Grammatica: per la precisione linguistica del testo biblico. (c) Retorica: per la comunicazione chiara ed efficace.
  24. L’analisi dipende principalmente dall’osservazione dello scopo o fine, e dei mezzi con cui esso è raggiunto, secondo il metodo della logica.
  25. A ciò deve essere aggiunta, per conferma, l’interpretazione di quelle cose che nell’analisi risultano dubbie; ma le cose ovvie, quelle cioè che sono chiare in sé stesse, non richiedono né consentono un’interpretazione superflua.
  26. Ames distingue due fasi omiletiche nel trattare una dottrina: la fase difensiva (provare) rivolta a chi contesta o dubita, e la fase edificante (illustrare) rivolta a rendere viva e comprensibile la verità già acquisita.
  27. Priorità ai testi scritturali chiari come fondamento della prova; le deduzioni razionali sono secondarie e subordinate al fine pastorale. Il richiamo alla «misura dettata dal bene degli ascoltatori» sottolinea prudenza pastorale: non sovraccaricare né confondere, ma adeguare la dimostrazione alle capacità e bisogni del pubblico.
  28. Con risorse inventive Ames allude agli strumenti retorici e agli esempi che il predicatore può usare per rendere comprensibile la dottrina. Le antitesi (mostrare il contrario) e le comparazioni sono particolarmente efficaci per chiarire e imprimere nella memoria le verità presentate.
  29. Ames ribadisce la priorità dell’applicazione pratica: l’esposizione dottrinale è strumentale all’accrescimento spirituale concreto. L’urgenza della rapida applicazione risponde anche a esigenze mnemoniche e formative della comunità.
  30. Paradossalmente, la mera erudizione esegetica, se non trasformata in richiesta di conversione, pratica morale e devozione, risulta sterile. Ames riafferma l’ideale puritano della teologia applicata: teoria e pratica inseparabili
  31. Ames raccomanda la selezione pastorale: rilevare ciò che è più urgente e più efficace per suscitare o rafforzare la vita cristiana concreta. Tale selezione richiede discernimento prudente circa le condizioni reali della congregazione (contesto socio-culturale, età, problemi correnti).
  32. Ames condanna la tendenza a una predicazione eccessivamente dispersiva, che vuole mostrare erudizione numerica anziché fedeltà al testo. La predicazione deve evitare di “arrampicarsi” su interpretazioni forzate o di mescolare testi disgiunti senza un ordine logico. La sovversione è il risultato di una comunicazione confusa e dirompente, che danneggia la fede e la comprensione della comunità.
  33. Ames sottolinea l’importanza di un ordine logico e organico fra esposizione dottrinale e applicazione pratica.Tale connessione rende il sermone più efficace, memorizzabile e trasformativo. La coerenza è principio fondante per mantenere l’attenzione e facilitare la crescita spirituale
  34. Ames definisce l’applicazione come il passaggio dalla verità teologica a un principio di vita pratica che ne mostra l’utilità e il bene spirituale.L’applicazione non è un’aggiunta soggettiva, ma un derivato necessario e razionale della dottrina.
  35. Ames indica che anche l’applicazione deve essere giustificata e non presentata come opinione personale. Il predicatore deve adattare il messaggio alla situazione concreta della comunità, bilanciando chiarezza, autorità e sensibilità pastorale.