Letteratura/Midollo Sacra Teologia/41 Fino alla fine del mondo

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41. Fino alla fine del mondo

41:1 – Finora abbiamo trattato dell’amministrazione che si svolge prima della fine del mondo. Alla fine stessa, quell’applicazione che in questa vita è soltanto iniziata sarà resa perfetta[1].

41:2 – Allora sarà presente a tutte le persone chiamate il fine della vocazione[2], poiché siamo chiamati alla gloria eterna di Dio (1 Pietro 5:10). Così pure si dice che il fine della fede consiste in questo: cioè, nella salvezza delle anime (1 Pietro 1:9).

  • 1 Pietro 5:10 - "Ora il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà e vi stabilirà".
  • 1 Pietro 1:9 - "... ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime".

41:3 – Allora sarà perfetta anche quella dichiarazione della giustificazione e della redenzione che si riferisce ai loro effetti. È rispetto a ciò che i fedeli, in questa vita, sono detti aspettare la piena redenzione[3] (Luca 21:28; Romani 8:23; Efesini 1:14).

  • Luca 21:28 - "Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina”.
  • Romani 8:23 - "... non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro noi stessi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo".
  • Efesini 1:14 - "... il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati, a lode della sua gloria".

41:4 – Allora tutte le persone adottate entreranno nel possesso stesso dell’eredità[4], nel senso in cui i fedeli, in questa vita, sono detti aspettare l’adozione (Romani 8:23).

  • Romani 8:23 - "... non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro noi stessi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo".

41:5 – Allora l’immagine di Dio sarà resa perfetta[5] in tutti i santi.

  • Efesini 5:27 - "... per farla comparire davanti a sé gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile".

41:6 – Infine allora la gloria e la beatitudine sperata risplenderanno in ogni genere di pienezza[6], non solo nell’anima ma anche nel corpo stesso.

  • Filippesi 3:21 - "... che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa".

41:7 – Ma poiché lo stato della Chiesa in quel tempo sarà uno stato di perfezione e non più di edificazione, cesseranno il ministero, i sacramenti e la disciplina, insieme con le Chiese istituzionali, ma la Chiesa mistica rimarrà in comunione immediata con Dio[7].

41:8 – Perciò anche la fine del mondo deve essere attesa con desiderio[8] da tutti i fedeli: “Aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo” (Filippesi 3:20); “Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:13).

41:9 – La perfezione di questa amministrazione finale richiede la venuta e la presenza personale di Cristo stesso[9].

  • Atti 10:42 - "Egli ci ha comandato di predicare al popolo e di testimoniare che egli è colui che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti".

41:10 – La seconda venuta di Cristo sarà simile alla prima in questo: sarà reale, visibile e manifesta[10] (Atti 1:11). Tuttavia sarà diversa in questo: (a) sarà con la massima gloria e potenza (Matteo 24:30; Tito 2:13); (2) sarà con il massimo terrore per gli empi e con la massima gioia per tutti i pii (2 Tessalonicesi 1:7-10).

  • Atti 1:11 - "Uomini galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che è stato tolto da voi e assunto in cielo, verrà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo”.

41:11 – Ne consegue che vi sono due atti che servono al discernimento finale tra i pii e gli empi: la resurrezione e il giudizio finale[11] (2 Corinzi 5:10).

  • 2 Corinzi 5:10 - "Poiché dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quando era nel corpo, secondo ciò che ha compiuto, sia in bene sia in male".

41:12 – La resurrezione riguarda ciò che è caduto; ma poiché l’essere umano è caduto dalla vita attraverso la separazione dell’anima dal corpo, affinché egli risorga è necessario che la stessa anima sia di nuovo riunita allo stesso corpo, così che, mediante il ripristino dell’unione di entrambi, lo stesso uomo possa esistere[12].

41:13 – È evidente che una tale resurrezione sia possibile a Dio[13], perché una simile riparazione dell’uomo non supera quella potenza che egli ha già manifestato nella sua prima creazione: “secondo l’efficace potenza con la quale egli può anche sottomettere a sé tutte le cose” (Filippesi 3:21).

41:14 – Tuttavia non si può dimostrare con certezza mediante la ragione naturale, né a prioria posteriori, che questa resurrezione avverrà effettivamente; piuttosto, essa appartiene propriamente all’ambito della fede[14].

41:15 – Né la natura dell’anima, né quella del corpo possono essere causa della resurrezione[15]; infatti il riformare e rialzare il corpo dalla polvere è contro il corso consueto della natura, la quale, quando la sua forma è stata completamente distrutta, di solito non è in grado di ripararsi da sé. Inoltre, l’unione inseparabile dell’anima con il corpo, mediante la quale l’uomo è reso immortale, supera la forza della natura.

41:16 – Perciò il risuscitare i morti appartiene propriamente a Cristo, il Dio-uomo; il principio di ciò è l’onnipotenza divina di Cristo, mediante la quale ciò può essere facilmente compiuto, anche in un infante[16].

41:17 – Il ministero degli angeli non sarà propriamente quello di risuscitare i morti, ma di radunare le parti da risuscitare[17], e di raccogliere insieme coloro che vengono risuscitati.

  • Matteo 24:31 - "E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, da un capo all'altro dei cieli".

41:18 – Sebbene tutti siano risuscitati da Cristo, non lo sono nello stesso modo. Infatti la resurrezione dei fedeli è per la vita, e si compie in virtù dell’unione che essi hanno con Cristo, come con la loro vita (Colossesi 3:4; 1 Tessalonicesi 4:14). Ed è mediante l’operazione del suo Spirito vivificante che abita in loro: “Egli vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Romani 8:11). Ma la resurrezione degli altri avviene per quella potenza di Cristo con cui egli esercita la sua giustizia vendicatrice[18].

41:19 – Perciò la resurrezione dei fedeli proviene dalla vita di Cristo, come dal suo principio, ed è diretta alla loro vita, come frutto ed effetto. Per questo è chiamata resurrezione della vita. Il risorgere degli altri, invece, avviene a partire dalla sentenza di morte e condanna[19], e conduce a morte e condanna stessa; perciò è chiamata resurrezione di condanna (Giovanni 5:28-29).

  • Giovanni 5:28-29 - "Non vi meravigliate di questo, perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne verranno fuori: quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita e quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio".

41:20 – Il giudizio finale è esercitato da Cristo come da un Re; poiché il potere di giudicare fa parte dell’ufficio regale[20].

41:21 – Per quanto riguarda i fedeli, il giudizio deriva dalla grazia ed è un ufficio del regno di grazia, essenziale a Cristo Mediatore; ma per quanto riguarda i non credenti, esso è solo un ufficio di potenza e dominio[21], concesso dal Padre e appartenente a una certa perfezione della mediazione, ma non essenziale ad essa.

41:22 – Perciò i peccati dei fedeli non verranno in giudizio; infatti, poiché in questa vita tali peccati sono coperti e tolti dalla sentenza di giustificazione, e poiché il giudizio finale sarà una conferma e manifestazione di quella sentenza, non sarebbe conveniente che fossero di nuovo portati alla luce in quel momento[22].

41:23 – Il luogo di questo giudizio sarà nell’aria[23] (1 Tessalonicesi 4:17).

  • 1 Tessalonicesi 4:17 - "... poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insieme con loro rapiti sulle nuvole a incontrare il Signore nell'aria e così saremo sempre con il Signore".

41:24 – Il giorno e l’anno di esso non sono stati rivelati nella Scrittura; pertanto non possono essere stabiliti dagli uomini[24].

41:25 – La sentenza di vita o di morte eterna, immediatamente da adempiersi, sarà data secondo le opere compiute in precedenza[25].

41:26 – Ma la sentenza di vita, riguardo agli eletti, sarà data secondo le loro opere, non come cause meritorie, ma come effetti che testimoniano delle vere cause[26].

41:27 [Omesso da Ames stesso]

41:28 – Cristo, Dio-uomo, è il Giudice, come se fosse delegato; tuttavia, in relazione a quella autorità e potenza divina che Egli possiede, e dalla quale dipende la forza della sentenza, Egli è il Giudice principale[27].

41:29 – I fedeli giudicheranno anch’essi con Cristo[28], non come consulenti, ma approvando con il loro giudizio e volontà, e anche mediante il confronto della loro vita e delle loro opere.

41:30 – Il giudizio sarà dato non solo sugli uomini empi, ma anche sugli angeli malvagi. Perciò la resurrezione e il giudizio degli uomini empi, che Cristo compirà, non provano affatto la redenzione universale di tali uomini, più di quanto non la provi il giudizio dei demoni[29].

41:31 – Il fuoco stabilito per purificare e rinnovare il mondo non precederà il Giudizio, ma lo seguirà[30].

41:32 – Il Purgatorio non è più necessario prima del Giorno del Giudizio che dopo. Poiché, dunque, non vi sarà alcun Purgatorio dopo, per stessa confessione dei Papisti, non ve n’è neppure ora, prima[31].

41:33 – Gli elementi non saranno eliminati, ma trasformati[32].

41:34 – Inoltre, Cristo, dopo il Giorno del Giudizio, rimarrà Re e Mediatore per sempre[33].

Tabella sinottica dei temi del Capitolo 41

Tesi Tema centrale Testo chiave / riferimento biblico Note teologiche principali
41:1-3 Completamento dell’amministrazione e della giustificazione 1 Pt 5:10; Lc 21:28; Rm 8:23; Ef 1:14 Grazia attuale vs. pieno compimento escatologico
41:4-7 Adozione, immagine di Dio, gloria e Chiesa perfetta Rm 8:23; Ef 5:27; Fil 3:21 Perfetta restaurazione e pienezza della vita corporea e spirituale
41:8-10 Attesa della fine e seconda venuta Fil 3:20; Tito 2:13; At 1:11; Mt 24:30 Venuta reale, visibile, con gloria e timore; differenza tra pii ed empi
41:11-12 Resurrezione universale 2 Cor 5:10 Necessità dell’unione anima-corpo; restaurazione personale
41:13-14 Possibilità e necessità della fede Fil 3:21 Resurrezione possibile a Dio, ma oggetto di fede
41:15-17 Cristo autore della resurrezione e ruolo degli angeli Rom 8:11 Risuscitare appartiene solo a Cristo; gli angeli servono
41:18-20 Due modalità di resurrezione e giudizio finale Col 3:4; 1 Tess 4:14; Gv 5:28-29 Fedeli: vita; empi: condanna; giudizio da re
41:21-25 Giudizio dei fedeli e degli empi 1 Tess 4:17 Giudizio come grazia vs. giudizio come potenza; nessuna condanna per i fedeli; luogo e tempo non rivelati; sentenza secondo le opere
41:26-30 Sentenza di vita, giudizio di Cristo e partecipazione dei santi 1 Cor 6:2-3 Opere come testimonianza; Cristo giudice principale; nessuna redenzione universale
41:31-34 Fuoco purificatore, Purgatorio, trasformazione del mondo e regalità eterna di Cristo 2 Pt 3:7; Ap 21:1; Ap 22:3-5 Fuoco dopo il giudizio; Purgatorio inesistente; elementi trasformati; Cristo Re e Mediatore eterno

Supplementi

Note esplicative

  1. Ames distingue due fasi dell’opera divina: (a) l’amministrazione presente, che ha luogo lungo la storia, e (b) il compimento finale alla fine del mondo. In questa vita la grazia è applicata ma in modo ancora parziale e incompleto; solo nel giorno ultimo essa sarà resa perfetta e definitiva. La teologia riformata parla di già e non ancora: la salvezza è reale e sicura già ora, ma sarà pienamente esperita solo nell’escatologia consumata.
  2. Il fine della vocazione non si esaurisce nel presente, ma punta alla gloria eterna. La chiamata è efficace, ma il suo scopo è escatologico: la partecipazione eterna alla comunione con Dio. Lo stesso vale per la fede: essa non ha come meta ultima la fiducia stessa, ma il suo frutto, cioè la salvezza finale delle anime. L’idea centrale è che la vocazione e la fede sono mezzi, strumenti, che hanno come obiettivo la gloria e la vita eterna.
  3. La giustificazione e la redenzione hanno un aspetto già attuale, perché il credente è già giustificato e redento in Cristo. Tuttavia, la loro manifestazione piena avverrà solo alla fine. Per questo la Scrittura parla di una “redenzione futura” che i fedeli attendono: la liberazione definitiva da ogni effetto del peccato, compreso il corpo corruttibile, che sarà trasformato (Romani 8:23). Questa tensione tra dono già ricevuto e attesa futura mostra la continuità tra la grazia presente e la gloria futura.
  4. L’adozione piena. L’adozione è già concessa al credente (Galati 4:5–7), ma in questa vita se ne gode soprattutto la promessa e le primizie. Solo alla fine, quando la redenzione sarà compiuta, si entrerà nel possesso effettivo dell’eredità. Romani 8:23 lega questa adozione al riscatto del corpo: non è dunque un’adozione “diversa” da quella presente, ma il suo compimento pieno e visibile.
  5. L’immagine di Dio restaurata. Il progetto della redenzione è ristabilire l’immagine di Dio nei credenti, corrotta dal peccato (Genesi 1:27; Colossesi 3:10). La santità finale non sarà più mista a imperfezioni: la Chiesa sarà presentata a Cristo come sposa gloriosa, totalmente pura. Qui emerge la prospettiva escatologica della santificazione, il punto finale della grazia santificante.
  6. La gloria totale: anima e corpo. La beatitudine promessa non si limita all’anima: la resurrezione dei corpi è parte integrante della speranza cristiana. Paolo lo sottolinea con forza in Filippesi 3:21 e in 1 Corinzi 15. La redenzione è quindi cosmica e totale, riguarda la persona intera. La “pienezza” di cui parla Ames è l’esperienza della comunione con Dio in tutta la nostra esistenza, rinnovata e glorificata.
  7. Cessazione delle istituzioni ecclesiastiche. Le istituzioni della Chiesa visibile (ministero, sacramenti, disciplina) appartengono al tempo della peregrinazione terrena, quando la comunità deve essere edificata, istruita e custodita. Ma quando sarà giunta alla perfezione escatologica, tali mezzi non saranno più necessari. Resterà la Chiesa mistica, cioè l’assemblea universale e invisibile degli eletti, che vivrà in comunione diretta con Dio e con Cristo, senza più mediazioni esterne. È la visione di Apocalisse 21–22: la Chiesa come città santa, dimora di Dio con gli esseri umani.
  8. L’attesa desiderosa della fine. Il credente non guarda alla fine del mondo con paura, ma con speranza gioiosa, perché essa significa l’incontro con il Salvatore e la realizzazione della speranza beata. Questo è un tratto distintivo della pietà cristiana autentica: vivere nell’attesa di Cristo, non come catastrofe, ma come compimento.
  9. La presenza personale di Cristo. La consumazione finale non può avvenire senza la parusia: Cristo stesso, non un suo rappresentante, né solo un’azione spirituale, ma la sua persona glorificata apparirà. Questo sottolinea l’oggettività dell’escatologia cristiana.
  10. Continuità e differenza tra le due venute. La seconda venuta sarà simile alla prima in quanto storica, reale e visibile: non si tratta di un evento puramente interiore o simbolico. Sarà però radicalmente diversa quanto a gloria e manifestazione di potenza: la prima venuta era nell’umiliazione (kenosi), la seconda sarà nell’esaltazione. Inoltre, essa produrrà effetti opposti: terrore per gli empi, che vedranno il Giudice, e gioia per i giusti, che vedranno il Salvatore.
  11. Resurrezione e giudizio. Questi due atti costituiscono l’epicentro del giudizio finale: la resurrezione come restaurazione dell’uomo intero, e il giudizio come discernimento ultimo e pubblico della giustizia di Dio.
  12. L’identità personale nella resurrezione. Ames insiste sulla continuità personale: la resurrezione non crea un nuovo essere umano, ma ristabilisce lo stesso, con la stessa anima e lo stesso corpo (sebbene trasformato). Questa affermazione difende sia la dottrina biblica della resurrezione corporea sia l’idea di responsabilità personale: colui che ha peccato o ha creduto in questa vita, sarà lo stesso che apparirà davanti al tribunale di Cristo.
  13. Possibilità della resurrezione. Ames ribadisce che la resurrezione non è un evento inconcepibile o irraggiungibile: la potenza creatrice di Dio, che ha tratto l’uomo dal nulla, è certamente sufficiente a ricostituire la sua creatura caduta. La resurrezione non è quindi un’ipotesi assurda, ma perfettamente compatibile con l’onnipotenza divina. Filippesi 3:21 lega proprio la trasformazione dei nostri corpi alla stessa potenza con cui Cristo sottomette ogni cosa.
  14. Necessità della fede. Ciò che la ragione può fare è ammettere la possibilità della resurrezione; ciò che non può dimostrare è la sua realtà futura. La resurrezione è un articolo di fede, fondato sulla rivelazione divina e non su argomenti di filosofia naturale. Questo è coerente con la teologia riformata classica, che distingue tra il campo della ragione (che può mostrare la non contraddittorietà) e quello della fede (che accoglie la promessa divina).
  15. L’impossibilità naturale della resurrezione. Ames sottolinea che la resurrezione non può derivare né dalla forza intrinseca dell’anima né da quella del corpo. La natura segue il suo corso, e una volta che la vita è distrutta, non si ricostituisce da sé. L’immortalità non è un attributo naturale dell’uomo, ma un dono soprannaturale, frutto della potenza divina.
  16. Cristo, il Dio-uomo, autore della resurrezione. Solo Cristo, nella sua persona unica di vero Dio e vero uomo, può ridare la vita. La sua onnipotenza divina è la causa prima della resurrezione. L’accenno ad un “infante” sottolinea che nessuna condizione umana è troppo debole o marginale: la potenza di Cristo è sufficiente per tutti.
  17. Ruolo degli angelil Gli angeli sono ministri e servitori, ma non hanno in sé il potere di ridare vita. Il loro compito sarà coadiuvante, radunando gli eletti e, simbolicamente, anche i resti mortali da ricomporre (cfr. Matteo 24:31). La potenza di risuscitare, però, appartiene esclusivamente a Cristo.
  18. Due modalità di resurrezione. La resurrezione è universale, ma non omogenea. Per i fedeli è una resurrezione per la vita, fondata sull’unione con Cristo e sullo Spirito che abita in loro. Per gli empi, è una resurrezione forzata, per subire la giustizia divina. Qui si vede la doppia funzione della potenza di Cristo: vivificante per i suoi, giudicante per gli altri.
  19. Resurrezione di vita e resurrezione di condanna. Questa distinzione è centrale: due destini escatologici, entrambi reali e definitivi. La resurrezione dei fedeli è la pienezza della vita ricevuta da Cristo; quella degli empi è la prosecuzione della loro condanna, ora resa definitiva e corporea. Giovanni 5:28-29 è il testo chiave che fonda la dottrina delle due resurrezioni.
  20. Cristo giudice-re. Il giudizio appartiene all’ufficio regale di Cristo. Come profeta, egli istruisce; come sacerdote, redime; come re, governa e giudica. La funzione di giudicare non è un’aggiunta estemporanea, ma una parte integrante della sua regalità messianica.
  21. Giudizio come grazia e come dominio. Per i fedeli, il giudizio finale è l’atto con cui Cristo, come Mediatore di grazia, conferma la loro giustificazione e li accoglie nella gloria. Per i non credenti, invece, il giudizio non è un atto di mediazione redentrice, ma un atto di potere sovrano e giustizia retributiva. Qui Ames distingue la funzione salvifica del giudizio da quella puramente punitiva.
  22. Nessuna condanna per i fedeli. Questo punto è centrale: i peccati dei credenti non saranno più ricordati, perché già coperti dal sangue di Cristo e dichiarati perdonati nel giudizio della giustificazione. Il giudizio finale non è una ripetizione del processo, ma la manifestazione pubblica di ciò che era già stato decretato in Cristo (cfr. Romani 8:1: “Nessuna condanna”).
  23. Il luogo del giudizio. Ames segue la linea di 1 Tessalonicesi 4:17: i credenti incontreranno il Signore “nell’aria”. L’indicazione non è tanto geografica, quanto simbolica: il giudizio avverrà in un contesto che trascende i luoghi ordinari della terra. È l’immagine di una assemblea cosmica attorno a Cristo.
  24. Il tempo del giudizio. La Scrittura non rivela né giorno né anno. Il senso è duplice: (1) preservare i credenti dal rischio di calcoli illusori e false speranze; (2) mantenere lo stato di vigilanza costante, poiché “nessuno conosce il giorno né l’ora” (Matteo 24:36).
  25. La sentenza secondo le opere. La base della sentenza è “secondo le opere”. Non significa che la salvezza dei fedeli sia per opere, ma che le opere sono la prova visibile della fede, e costituiscono la base pubblica con cui il giudizio sarà reso manifesto. Per gli increduli, le opere manifesteranno la loro incredulità e ribellione. Così il giudizio sarà insieme giusto (perché proporzionato ai frutti della vita) e grazioso (perché conferma ciò che è già stato ottenuto per fede).
  26. Le opere come testimonianza, non come causa. Ames sottolinea un punto cardine della teologia riformata: gli eletti riceveranno la vita eterna “secondo le opere”, ma non “a motivo delle opere”. Le opere non sono cause meritorie, ma segni e frutti della fede viva (cfr. Giacomo 2:18). Esse costituiscono la prova visibile, davanti al tribunale universale, che la grazia di Dio ha operato realmente nei credenti.
  27. Cristo, Giudice delegato e principale. Cristo è giudice come Mediatore, “delegato” dal Padre; ma poiché Egli è anche Dio, la sentenza trae autorità e forza dalla Sua divinità stessa. Non c’è dicotomia tra Cristo giudice “per mandato” e Cristo giudice “per diritto”: entrambi gli aspetti convergono, confermando la sua piena signoria escatologica.
  28. I fedeli che giudicano con Cristo. Questo punto si ispira a 1 Corinzi 6:2–3 (“Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?... non sapete che giudicheremo gli angeli?”). Il giudizio dei fedeli non è deliberativo, ma confermativo: essi partecipano al giudizio approvando la giustizia della sentenza divina e riconoscendo che la loro vita, in Cristo, conferma quella giustizia. È un modo per mostrare la piena comunione tra Cristo e i suoi santi.
  29. Giudizio sugli uomini e sugli angeli caduti. Il giudizio finale non riguarda soltanto gli uomini, ma anche i demoni. Qui Ames risponde a una possibile obiezione: se gli empi risorgono e vengono giudicati da Cristo, ciò non significa che siano stati redenti. Infatti, anche i diavoli saranno giudicati, ma non sono stati oggetto di redenzione. La resurrezione e il giudizio degli empi non implicano quindi redenzione universale, ma sono semplicemente espressione della giustizia punitiva di Dio.
  30. Il fuoco finale e il rinnovamento del mondo. Ames si inserisce nella tradizione escatologica riformata: il fuoco apocalittico non è una distruzione totale dell’universo, ma uno strumento di purificazione e rinnovamento (cfr. 2 Pietro 3:7,10-12). Importante è la sequenza: il giudizio universale precede, il fuoco segue. Ciò garantisce che l’ordine stabilito da Dio non venga confuso: prima la proclamazione pubblica della giustizia, poi il rinnovamento cosmico.
  31. Confutazione del Purgatorio. Qui Ames inserisce una chiara polemica anticattolica. Egli sottolinea che il purgatorio non ha fondamento scritturale: se i peccati dei credenti sono già coperti nella giustificazione (41:22), e se dopo il Giudizio non esiste alcuna possibilità di ulteriore purificazione, allora non ha senso postulare un purgatorio “prima”. È un ragionamento logico che mostra l’inutilità e l’inconsistenza dottrinale di questa credenza.
  32. Trasformazione, non annientamento, della creazione. Gli elementi del mondo non saranno aboliti ma rinnovati. Ames afferma qui la prospettiva biblica di un nuovo cielo e nuova terra (Apocalisse 21:1), in continuità con la creazione originaria. Non si tratta di un universo sostituito, ma trasfigurato. È un punto di grande rilevanza teologica, perché mette in risalto l’unità del piano di Dio: la creazione non è abbandonata, ma redenta.
  33. Il regno eterno di Cristo. Dopo il giudizio, Cristo non cessa di essere Re e Mediatore. Anche se il suo ruolo di Mediatore nel senso “storico-redentivo” (tra Dio e il peccatore) sarà compiuto, Egli continuerà ad essere capo del suo popolo e Signore della creazione per l’eternità (cfr. Apocalisse 22:3-5). La sua regalità non ha fine: l’escatologia non annulla la cristologia, ma la porta al suo culmine.