Predicazioni/1Corinzi/La conoscenza più importante

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La conoscenza più importante

Che cosa vale davvero la pena conoscere? In un mondo che esalta l'informazione, la competenza e la specializzazione, l'apostolo Paolo sorprende con una dichiarazione radicale: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso» (1 Corinzi 2:2). Perché un uomo colto e preparato come Paolo attribuisce un'importanza così assoluta a Cristo e alla sua croce? Che cosa rende questa conoscenza superiore a tutte le altre? E quale differenza può fare oggi nella nostra vita? Questa riflessione biblica esplora il significato di quelle parole nel loro contesto e mostra come la conoscenza di Cristo crocifisso non sia soltanto una dottrina da comprendere, ma la risposta di Dio al bisogno più profondo dell'essere umano.

La conoscenza più importante

Beata ignoranza?

Una scelta prioritaria

Avete mai sentito o usato l’esclamazione: “Beata ignoranza” [1]? L'espressione "beata ignoranza" indica la condizione di chi, non conoscendo i problemi, i pericoli o le complessità del mondo, a detta di alcuni vivrebbe più serenamente e spensierato rispetto a chi è consapevole e si preoccupa. Viene spesso usata per definire una forma di ingenuità benefica, lontana dalle ansie intellettuali. Infatti, l'assenza di conoscenza (l'ignoranza) viene talvolta vista come una "benedizione" che protegge dallo stress. Questo concetto si basa sull'idea, molto cara anche alla filosofia classica e a pensatori come Nietzsche, che "chi meno sa, meno soffre [2].  In effetti, sono molti oggi coloro che “non ne vogliono sapere” di informarsi e di approfondire le cose (soprattutto in campo religioso) perché credono così di “vivere meglio”. Questo atteggiamento fa indubbiamente anche comodo a chi domina questo mondo perché una popolazione che non riflette e priva di senso inquisitivo e critico, è più facile da controllare e sfruttare per i loro fini.

“Conoscere”, però, è essenziale e, a questo riguardo, mi piace sempre citare ciò che aveva scritto Dante Alighieri nella Divina Commedia “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" [3]. Viene pronunciato da Ulisse per spingere i suoi compagni di viaggio a superare le Colonne d'Ercole, limite del mondo allora conosciuto. “Conoscere”, infatti, fa parte della natura umana, è un’aspirazione nobile che ci distingue dalle altre creature. La conoscenza va certo “amministrata” come ogni altra cosa, perché se ne può abusare, ma è irrinunciabile. Inoltre, a livello personale, dobbiamo pure essere “selettivi” quanto a conoscenze e sapere ciò che per noi è più importante e, in una certa qual misura, prioritario. Che cos’è per noi essenziale conoscere? Certo ciò che ci serve, ma a questo riguardo non tutti hanno il necessario discernimento.

L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai cristiani di Corinto, fa un’affermazione che potrebbe lasciarci perplessi. Scrive: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso». Che cosa intende dire? Qualcuno potrebbe accusarlo di fanatismo religioso e di quell’atteggiamento anti-intellettuale che purtroppo caratterizza oggi molti cristiani “dalle prospettive limitate”. Questa, però, non è una dichiarazione di ignoranza, di ignoranza volontaria! Paolo conosceva molte cose. Era un uomo colto e preparato. Ma aveva stabilito quale fosse la conoscenza più importante, quella che dà senso a tutte le altre. Noi viviamo in un'epoca che esalta la conoscenza. Mai come oggi le persone hanno avuto accesso a informazioni, studi, specializzazioni e competenze. Possiamo, però, conoscere molte cose e ignorare (o escludere dai nostri interessi) ciò che conta davvero. Qui sta il punto: che cos’è essenziale e prioritario conoscere nella nostra vita che può darle senso e prospettiva e che “ci rende umani”? Questo è ciò che esploreremo oggi considerando, nel suo contesto, ciò che l’Apostolo intende comunicarci quando afferma: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso».

Il testo biblico

Ascoltate ciò che scrive l’apostolo Paolo all’inizio del secondo capitolo della sua lettera ai cristiani di Corinto:

“Quanto a me, fratelli, quando venni a voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza, poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore, e la mia parola e la mia predicazione non hanno consistito in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Nondimeno, fra quelli che sono maturi, noi esponiamo una sapienza, però una sapienza non di questo secolo né dei dominatori di questo secolo che stanno per essere annientati, ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei prìncipi di questo mondo ha conosciuta perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Corinzi 2:1-8).

Per comprendere bene queste parole dobbiamo ricordare la situazione della chiesa di Corinto. Corinto era una città ricca, cosmopolita e culturalmente vivace. I suoi abitanti apprezzavano particolarmente l'eloquenza, la filosofia e l'abilità retorica. Anche nella chiesa si era sviluppata la tendenza a valutare i predicatori secondo criteri umani, privilegiando il prestigio, la capacità oratoria e l'impressione che essi riuscivano a suscitare. Per questo, fin dal primo capitolo, Paolo contrappone la sapienza del mondo alla sapienza di Dio.

Quando dunque afferma: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso», Paolo non sta disprezzando la conoscenza né la riflessione. Sta invece dichiarando che esiste una conoscenza che supera tutte le altre, una verità così fondamentale da diventare il centro della sua predicazione e della vita stessa della chiesa. In un ambiente che esaltava la sapienza umana, Paolo richiama i credenti a ciò che veramente conta: Cristo e l'opera che Egli ha compiuto per la nostra salvezza dal peccato e dalle sue fatali conseguenze.

1. Paolo aveva identificato la conoscenza più importante  

Quando l'apostolo scrive: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso», non sta dicendo di ignorare tutto il resto. Paolo possedeva una vasta cultura, conosceva le Scritture, era stato formato ai piedi di Gamaliele e sapeva dialogare persino con i filosofi ateniesi. Egli intende piuttosto affermare che, fra tutte le cose che si possono conoscere, una occupa il primo posto. Aveva stabilito una gerarchia delle conoscenze e aveva riconosciuto che nessuna verità è più importante della persona e dell'opera di Gesù Cristo.

Giovanni Calvino commenta questo versetto dicendo: «Qui abbiamo un bellissimo passaggio, dal quale apprendiamo cosa devono insegnare i ministri fedeli, cosa dobbiamo imparare durante tutta la nostra vita, e rispetto a cui tutto il resto deve essere considerato come tanta spazzatura». Calvino coglie molto bene il punto. Paolo non sta stabilendo soltanto il contenuto della sua predicazione; sta indicando anche ciò che deve occupare il centro della vita della chiesa. Se Cristo crocifisso è la verità più importante da annunciare, è anche la verità più importante da apprendere. Per tutta la nostra vita non smetteremo mai di approfondire il significato di ciò che Dio ha fatto per noi nel suo Figlio.

Anche noi siamo chiamati a fare delle scelte. Nessuno può conoscere tutto e nessuno può dedicare la stessa attenzione a ogni argomento. La questione decisiva è stabilire quali siano le priorità. Molte persone investono energie immense per conoscere ciò che riguarda il lavoro, la politica, l'economia, la tecnologia o lo sport, ma dedicano pochissimo tempo a ciò che riguarda la loro anima e il loro destino eterno. Paolo ci insegna che la conoscenza più importante non è necessariamente quella più utile per il successo terreno, ma quella che ci riconcilia con Dio e dà significato a tutta la nostra esistenza.

Questo non significa disprezzare le altre forme di conoscenza. Significa piuttosto collocarle al loro giusto posto. Tutto ciò che impariamo può essere utile e perfino prezioso, ma nessuna conoscenza può sostituire quella di Cristo. Quando Paolo scrive ai Filippesi di considerare ogni cosa «come tanta spazzatura» rispetto all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, non sta rinnegando il valore dell'apprendimento umano; sta affermando che, al confronto con il tesoro del Vangelo, tutto il resto occupa inevitabilmente una posizione secondaria. La domanda che questo testo ci pone è dunque molto semplice: quale posto occupa Cristo nella gerarchia delle nostre conoscenze e delle nostre priorità?

2. Questa conoscenza è una Persona: Gesù Cristo  

È significativo che Paolo non dica semplicemente di aver predicato una dottrina, una morale o una filosofia religiosa. Egli parla di una Persona: «Gesù Cristo». Il cristianesimo non è anzitutto un sistema di idee o di leggi, ma l'annuncio di ciò che Dio ha fatto nella storia attraverso il suo Figlio. Certamente esiste una dottrina cristiana e questa è importante ed esiste la legge morale di Dio, ma essa ha valore perché ci conduce a Cristo e ci fa comprendere chi Egli è e che cosa ha compiuto.

Molte persone conoscono qualcosa di Gesù senza conoscere veramente Gesù. Possono conoscere alcuni fatti della sua vita, ricordare episodi dei Vangeli o condividere determinati valori morali, senza però avere una relazione viva con Lui. Per Paolo, invece, la conoscenza di Cristo era il tesoro supremo. Per questo scriverà ai Filippesi: «Io reputo anche ogni cosa essere un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore». Ma in che modo Cristo diventa il nostro Salvatore? Come può riconciliarci con Dio? È qui che Paolo ci conduce al cuore stesso del suo messaggio: Cristo crocifisso. Non si tratta semplicemente di sapere qualcosa su Cristo, ma di conoscerlo come nostro personale Salvatore, Signore e fonte di vita significativa ed eterna.

3. Il cuore di questa conoscenza è Cristo crocifisso  

Paolo non si limita a parlare di Cristo. Egli parla di «Cristo crocifisso». Qui troviamo il centro del messaggio cristiano. La croce era il simbolo più vergognoso e umiliante del mondo antico. Nessuno avrebbe pensato di costruire attorno ad essa un movimento religioso destinato a conquistare il mondo. Eppure proprio la croce occupa il centro della predicazione apostolica. Paolo non cerca di nasconderla, attenuarla o renderla più accettabile. Egli la proclama apertamente.

Come aveva già scritto nel capitolo precedente: «I Giudei chiedono dei miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso». I Giudei desideravano manifestazioni di potenza; i Greci cercavano argomentazioni filosofiche sofisticate. Dio, invece, offre al mondo un Redentore crocifisso. Per la mentalità umana questo appare scandaloso o assurdo. Per la fede, invece, la croce è il luogo dove il peccato viene espiato, la giustizia divina soddisfatta e la pace con Dio ottenuta. Ciò che il mondo considera debolezza si rivela essere la potenza di Dio per la salvezza.

4. Cristo crocifisso è la conoscenza di cui abbiamo realmente bisogno  

Qui arriviamo al cuore pratico del messaggio. Non basta sapere che Gesù è morto in croce. Molti conoscono questo fatto storico. La domanda è: Comprendiamo perché ha volontariamente accettato la morte che avrebbe potuto evitare? Comprendiamo che la croce rivela non soltanto l'amore di Dio, ma anche la gravità del nostro peccato? Se il Figlio di Dio ha dovuto soffrire e morire per salvare dei peccatori, significa che la nostra situazione è molto più seria di quanto spesso immaginiamo.

La croce ci insegna che non possiamo salvarci con il nostro impegno umanitario o religioso, che le nostre “opere buone” non bastano e che abbiamo bisogno di una redenzione che venga da fuori di noi. Per questo Paolo non presenta Cristo crocifisso come un argomento interessante da discutere, ma come una necessità vitale. Egli sa che senza Cristo l'essere umano rimane separato da Dio, prigioniero della colpa e senza speranza. Cristo crocifisso non è semplicemente una verità da conoscere; è il Salvatore di cui abbiamo bisogno.

5. Questa conoscenza si riceve mediante la fede e trasforma la vita  

Isaac Ambrose, il predicatore puritano del XVII secolo, scrive: «Studia dunque, e studia ancora, ma assicurati che il tuo studio e la tua conoscenza siano più pratici che speculativi; non limitarti a scervellarti per imparare la storia della morte di Cristo, ma la sua efficacia, virtù e merito». È precisamente questo che Paolo desiderava per i Corinzi: una fede fondata non sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Non una fede che nasce dall'ammirazione per un oratore, ma dalla fiducia nel Salvatore crocifisso. Ambrose non sta svalutando lo studio. Al contrario, invita a studiare sempre di più. Egli, però, distingue fra una conoscenza che rimane nella mente e una conoscenza che raggiunge il cuore. Si può conoscere la cronologia degli eventi della Passione, i dettagli storici della crocifissione e persino possedere una buona preparazione teologica senza aver mai compreso realmente ciò che la morte di Cristo significa per noi personalmente.

Per questo Ambrose parla dell'«efficacia, virtù e merito» della morte di Cristo. La sua efficacia consiste nel fatto che la croce non è soltanto un esempio di amore o di sacrificio, ma l'opera mediante la quale Dio salva realmente dei peccatori. Essa ottiene ciò per cui è stata compiuta: il perdono, la riconciliazione e la pace con Dio per tutti coloro che credono. La sua virtù è la sua potenza spirituale, la forza mediante la quale Dio trasforma il cuore umano, libera dalla schiavitù del peccato e rinnova la vita. Il suo merito, infine, è il valore infinito dell'obbedienza e del sacrificio di Cristo davanti a Dio, quel valore grazie al quale il peccatore viene accettato non per ciò che egli ha fatto, ma per ciò che Cristo ha compiuto al suo posto.

Ecco perché Paolo dice di aver deciso di non conoscere altro fra i Corinzi se non Cristo crocifisso. Egli non intende trasmettere semplicemente delle informazioni religiose. Vuole che le persone comprendano il loro bisogno del Salvatore e ripongano in Lui la loro fiducia. La conoscenza di cui parla non è una curiosità intellettuale né una speculazione teologica fine a sé stessa. È una conoscenza che conduce alla fede, all'adorazione, alla gratitudine e all'ubbidienza.

La domanda decisiva, dunque, non è quanto sappiamo della croce, ma se confidiamo nel Crocifisso. Possiamo conoscere molti dettagli sulla morte di Gesù e tuttavia rimanere spiritualmente lontani da Lui. Possiamo discutere della croce senza mai rifugiarci nella croce. La vera conoscenza di Cristo è quella che ci porta a dire: «Egli è morto per me; in Lui soltanto ripongo la mia speranza davanti a Dio». Quando questa conoscenza viene ricevuta mediante la fede, Cristo cessa di essere un semplice argomento di studio e diventa il nostro Signore, la nostra giustizia e il nostro tesoro più grande.

Conclusione

Siamo così oggi partiti da una domanda apparentemente semplice. È davvero una benedizione non sapere? Certamente no. Dio ci ha creati per conoscere. Come ricordava Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti, ma per perseguire virtù e conoscenza. La vera questione, però, non è se conoscere oppure no, ma che cosa valga la pena conoscere più di ogni altra cosa. Paolo non era un uomo ignorante né un nemico della cultura e della riflessione. Egli aveva semplicemente compreso che esiste una conoscenza che supera tutte le altre. Per questo aveva identificato in Cristo la conoscenza più importante, aveva riconosciuto che il centro di questa conoscenza è la persona stessa del Signore Gesù e aveva proclamato senza vergogna Cristo crocifisso come cuore del messaggio cristiano.

Abbiamo visto che la croce non è soltanto un fatto storico da ricordare, ma la risposta di Dio al nostro problema più grande. In essa scopriamo la gravità del peccato, l'amore di Dio, la giustizia soddisfatta e la riconciliazione offerta a dei peccatori. Abbiamo anche considerato come questa conoscenza non debba rimanere puramente teorica o speculativa. Dobbiamo conoscere non soltanto la storia della morte di Cristo, ma la sua efficacia, virtù e merito. Non basta sapere che Cristo è morto; dobbiamo comprendere perché è morto e quale beneficio la sua morte procura a coloro che a Lui si affidano in vita ed in morte. Questa è la conoscenza che si riceve mediante la fede e che trasforma per noi ogni cosa.

Giunti al termine della nostra riflessione, ciascuno di noi deve porsi alcune domande. Quale posto occupa Cristo nella gerarchia delle mie conoscenze, dei miei interessi e delle mie priorità? Sto dedicando la stessa attenzione alla mia anima che dedico alle altre cose della vita? Conosco soltanto dei fatti riguardo a Gesù, oppure conosco personalmente il Salvatore? La croce è per me soltanto un episodio della storia o il fondamento della mia speranza davanti a Dio? Ho compreso l'efficacia, la virtù e il merito della sua morte per dei peccatori come me? E soprattutto: ho ricevuto mediante la fede quel Cristo crocifisso che Paolo considerava il tesoro più prezioso e la conoscenza più importante? Perché, alla fine, ciò che determinerà il nostro destino eterno non sarà quanto abbiamo saputo di molte cose, ma se abbiamo conosciuto mediante la fede Gesù Cristo e Lui crocifisso.

Preghiamo. O Padre nostro celeste, ti ringraziamo perché non ci hai lasciati nell'ignoranza riguardo a ciò che conta davvero, ma ci hai fatto conoscere il tuo Figlio, il Signore Gesù Cristo. Ti preghiamo: liberaci dalla superficialità che ci porta a inseguire tante cose e a trascurare ciò che è essenziale. Concedici di comprendere sempre più profondamente la gloria di Cristo crocifisso, la gravità del nostro peccato, la grandezza del tuo amore e la perfezione della salvezza che hai preparato per noi. Fa' che questa conoscenza non rimanga soltanto nella nostra mente, ma scenda nel nostro cuore. Donaci una fede sincera che si affidi a Cristo soltanto, una speranza salda fondata sul suo sacrificio e una vita trasformata dalla sua grazia. E quando saremo tentati di confidare nella nostra sapienza, nelle nostre opere o nelle nostre forze, riportaci ai piedi della croce, affinché possiamo trovare in Cristo la nostra giustizia, la nostra pace e la nostra gioia. Te lo chiediamo nel suo nome benedetto. Amen.

Note

[1] Vedi: https://www.tempodiriforma.it/mw/index.php?title=Teopedia/Beata_ignoranza  

[2] Nella sua seconda Considerazione inattuale (1874), individua proprio nella memoria e nell'eccesso di coscienza le cause della paralisi e dell'infelicità umana. Per spiegare questa dinamica, descrive un gregge di animali che pascola nel presente, ignaro del tempo. Nietsche scrive: “«Osserva il gregge che pascola davanti a te: esso non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce [...] e perciò né malinconico né annoiato».

[3] Dante Alighieri, la Divina Commedia, Inferno, Canto 26.

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