Predicazioni/Geremia/L’autentica Parola di Dio non è mai pronunciata a vanvera!
L’autentica Parola di Dio non è mai pronunciata a vanvera!
Viviamo in un tempo in cui si parla tanto… ma spesso senza dire nulla. Parole magari eleganti ma vuote, promesse che non cambiano la vita, anzi sono false. Eppure, la Parola di Dio non è così: essa è viva, incisiva e capace di demolire il falso e edificare ciò che è vero. In questa riflessione scopriremo, attraverso la vocazione di Geremia, un miracolo di Gesù e un serio ammonimento della lettera agli Ebrei, come Dio continui a parlare oggi con forza e autorità — e come noi siamo chiamati ad ascoltare e trasmettere la Sua voce. (Geremia 1:4-10; Luca 13:10-17; Ebrei 12:18-29).
Quando il parlare è vano
Bla, bla, bla, bla... Quante parole vuote si sentono e si leggono oggi nei media! Politici, opinionisti e anche religiosi sono diventati esperti “cianciatori”, “fini dicitori” di parole in una certa qual misura seducenti, ma sostanzialmente vuote ed inefficaci. Politici di vario tipo sanno come vantare successi inesistenti, illusori scenari di fantasia, vuote promesse, oppure esternare minacce altrettanto inconsistenti. Predicatori e leader religiosi spesso sanno intessere discorsi fatti di princìpi belli, ma generali, astratti, di fatto sostanzialmente inefficaci che né le loro organizzazioni realizzeranno, né chi li ascolta ha la capacità o l’effettiva volontà di metterli in pratica. “Tutto fumo e niente arrosto”, dice un proverbio. Così, dopo un po’, il pubblico annoiato non li ascolta più, la gente smette di ascoltare, come la pubblicità che interrompe un film che fa solo innervosire e promettere che tali prodotti per ripicca non li acquisteremo mai.
L'espressione "bla bla bla" ha origini antiche e deriva dall'imitazione di suoni incomprensibili, spesso associati a discorsi senza senso o chiacchiere inutili. L'espressione ha radici nel latino "blaterare", che significa “parlare a vanvera [1]. E non vi è forse, anche nelle chiese oggi, tanto “parlare a vanvera”, discorsi vani, incomprensibili e inconcludenti? L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, riferendosi alla pratica comune in quella comunità della glossolalia cioè di preghiere dette in misteriose successioni di parole pronunciate in stato di trance, dice: “... nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua”, come pure: “Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno essi che siete pazzi? Ma, se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono palesati e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi” (1 Corinzi 14:19,23-25). “Profetizzare”, nella Bibbia, infatti, vuol dire esprimere parole sensate, rilevanti, che toccano nel profondo chi le ascolta e trasformano, cambiano, convertono. Così dev’essere, ed è, per la Parola di Dio proclamata. Infatti, quando Dio (il Dio vero e vivente) parla, la Sua parola non è mai vuota: è viva, efficace, capace di demolire il falso e edificare il vero. Lo vediamo nella chiamata di Geremia, nell’opera di Gesù e nell’ammonimento della lettera agli Ebrei. Si tratta di tre esempi biblici che analizzeremo oggi, tratti da Geremia 1:4-10; Luca 13:10-17; Ebrei 12:18-29.
Una Parola che viene da Dio (Geremia 1:4-10)
Il giovane Geremia, che Dio chiamava ad essere suo portavoce, non aveva alcuna pretesa di essere un oratore e tanto meno un profeta. Anzi, il primo impulso davanti alla chiamata di Dio era stato quello di dichiararsi inadatto: “Ahimè, Signore, Eterno, io non so parlare, poiché non sono che un ragazzo”. Queste parole rivelano un cuore onesto, ma anche consapevole dei propri limiti. Geremia non si sentiva preparato per affrontare re, sacerdoti e popolo, né tanto meno per annunciare messaggi scomodi. Ma proprio lì, dove Geremia vedeva solo la propria inadeguatezza, Dio vedeva lo spazio perfetto per manifestare la Sua potenza. Non era la voce di Geremia che avrebbe fatto la differenza, ma la voce di Dio messa nelle sue labbra.
La risposta di Dio è inequivocabile: “Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca”. Questa è la vera abilitazione: non un corso di retorica, non una strategia comunicativa, ma l’impartizione diretta della Parola divina. Da quel momento, Geremia non sarebbe stato semplicemente un giovane con buone intenzioni, ma un portavoce dell’Onnipotente. La missione che Dio gli affida è radicale: “Ti costituisco oggi sulle nazioni e sui regni, per sradicare, demolire, abbattere, distruggere, per edificare e piantare”. La Parola di Dio non è mai neutra: abbatte il falso e costruisce il vero; sradica il peccato e pianta la giustizia.
Oggi la comunità cristiana si trova in una condizione simile. Viviamo in un tempo in cui la parola pubblica — anche quella religiosa — rischia di diventare sterile, intrappolata in formalismi o slogan spirituali. La chiesa può cedere alla tentazione di parlare per riempire il silenzio, cercando di piacere, evitando i temi scomodi. Ma Dio non chiama la Sua chiesa a intrattenere, bensì a proclamare un messaggio che viene da Lui, radicato nella Scrittura e reso vivo dallo Spirito Santo. Come Geremia, non siamo chiamati a portare le nostre idee, ma la Sua Parola.
Parlare in modo rilevante oggi non significa adattare l’Evangelo ai gusti del pubblico, ma comunicare in modo che le persone comprendano che Dio sta parlando a loro oggi. Significa essere capaci di denunciare il peccato, ma anche di indicare con chiarezza la speranza. La rilevanza non nasce dal rendere il messaggio più “leggero” o “moderno”, ma dal viverlo e trasmetterlo con autorità spirituale, in modo che chi ascolta percepisca: “Questa non è solo un’opinione umana… Dio mi sta parlando”. Questa è la vera abilitazione che la chiesa deve ricercare: non competenze di marketing, ma il fuoco vivo della Parola di Dio.
Una Parola che agisce (Luca 13:10-17)
L’episodio narrato da Luca al capitolo 13 del suo vangelo, si svolge in una sinagoga, durante il sabato. Gesù sta insegnando — un contesto ordinario per un rabbino — quando il suo sguardo si posa su una donna che da diciotto anni vive piegata, incapace di raddrizzare la schiena. Il testo è preciso: non poteva “in alcun modo” raddrizzarsi. Questa condizione fisica è anche un’immagine potente della condizione spirituale dell’umanità piegata sotto il peso del peccato e delle sue conseguenze. In quell’ambiente religioso, forse abituato a vedere quella donna senza che nessuno le prestasse attenzione, Gesù spezza l’indifferenza: la vede, la chiama, le parla.
Non ci sono giri di parole. Gesù pronuncia una frase diretta: “Donna, tu sei liberata dalla tua infermità”. Poi le impone le mani e immediatamente la donna si raddrizza e glorifica Dio. In pochi secondi, parole e gesti si uniscono in un atto liberatorio completo. Questa è la potenza della Parola quando è viva e accompagnata dall’azione: non solo descrive una realtà, ma la crea. Gesù non parla sulla liberazione: Egli libera. La Sua parola mira alla performance, all’azione concreta, trasforma la situazione stessa.
Il contrasto con i capi della sinagoga è netto. Invece di gioire per la guarigione, essi si aggrappano a un formalismo sterile, accusando Gesù di aver violato il sabato. È un esempio di parole religiose che, pur essendo “corrette” dal punto di vista normativo, non hanno alcun potere di trasformare le vite. La religione che non tocca concretamente la sofferenza umana diventa vuota e perfino ostile all’opera di Dio. Gesù, al contrario, mostra che la fedeltà a Dio non si misura dalla rigidità delle regole, ma dalla compassione attiva e dalla potenza liberatrice della Sua Parola.
Le comunità cristiane hanno davanti a sé lo stesso bivio. Possono limitarsi a fare discorsi sulla fede, mantenendo un ordine esteriore e una rispettabilità formale, oppure può lasciarsi muovere dal cuore di Cristo, che vede e agisce. Parlare in modo rilevante non significa solo dire cose vere, ma pronunciarle con amore e in modo da generare cambiamenti reali. Questo richiede discernimento spirituale per individuare le persone “piegate” attorno a noi, e il coraggio di pronunciare parole di vita che, sostenute dall’azione concreta, possano raddrizzare chi è oppresso.
Una Parola che giudica e salva (Ebrei 12:18-29)
L’autore della lettera agli Ebrei ricorda ai suoi lettori la differenza tra due momenti della storia della rivelazione di Dio. Da una parte, il monte Sinai, avvolto da fuoco, tenebre e tempesta, dove la voce divina incuteva terrore e nessuno poteva avvicinarsi senza mettere in pericolo la sua stessa vita. Dall’altra, il monte Sion, figura del regno di Dio inaugurato da Cristo, dove siamo chiamati non alla paura paralizzante, ma alla gioia e alla comunione. Tuttavia, questo passaggio dalla Legge alla Grazia non rende la voce di Dio meno solenne, anzi: ora essa risuona “dal cielo”, con un’autorità ancora più grande e definitiva.
Per questo arriva l’ammonimento: “Guardate di non rifiutare colui che parla”. Nel passato, chi rifiutava la parola di Dio trasmessa attraverso Mosè non scampava al giudizio. Oggi, rifiutare la voce di Cristo — il Figlio stesso di Dio — è ancora più grave. La Parola di Dio non è solo un’offerta di consolazione: è anche una chiamata al ravvedimento e alla fede, e implica la responsabilità di chi ascolta. Accoglierla porta alla vita; respingerla porta alla rovina. Ogni volta che la Parola è proclamata, ci troviamo davanti a un bivio decisivo.
La stessa Parola che salva è anche quella che giudica. L’autore usa l’immagine del terremoto per descrivere come Dio scuoterà non solo la terra, ma anche il cielo, affinché rimanga soltanto ciò che è incrollabile: il Suo regno eterno. Questo scuotimento non è solo un evento futuro, ma anche un’opera presente: Dio sta già smascherando ciò che è finto, instabile e superficiale, per portarci a poggiare solo su ciò che dura per sempre. In questo senso, la voce di Dio è un filtro: separa ciò che è vero da ciò che è inganno.
Per la comunità cristiana, questo significa due cose. Primo: dobbiamo essere ascoltatori attenti e obbedienti, senza indurire il cuore. Secondo: abbiamo la responsabilità di far udire questa voce in maniera inequivocabile. In un mondo che tende a relativizzare tutto, la Chiesa non può permettersi di parlare in modo ambiguo o accomodante quando si tratta della verità di Dio. La fedeltà al’Evangelo richiede chiarezza, coraggio e amore, affinché le persone possano comprendere che non stanno semplicemente ascoltando la nostra opinione, ma la voce stessa di Colui che parla dal cielo.
Conclusione
Abbiamo iniziato riflettendo su quanto, oggi, le parole possano essere vuote, seducenti ma inefficaci: politici che promettono ciò che non manterranno, opinionisti che parlano senza conoscere la realtà, leader religiosi che pronunciano discorsi raffinati ma privi di potere trasformativo. Anche nella chiesa, a volte, c’è il rischio di “parlare a vanvera”, di dire molto e con eleganza, ma senza incidere nella vita di chi ascolta. L’apostolo Paolo ci ha ricordato che, nella comunità, è meglio dire cinque parole che siano intelligibili e utili, piuttosto che diecimila che lasciano le persone indifferenti o confuse.
La Parola di Dio, invece, non è mai così. Come abbiamo visto con Geremia, essa è donata e messa da Dio stesso sulle labbra di chi Egli chiama. Non nasce da un esercizio di creatività umana, ma da una rivelazione che viene dall’alto e che ha il potere di sradicare il male e piantare il bene. Questo ci ricorda che la chiesa non deve inventare il proprio messaggio, ma trasmettere fedelmente quello che Dio ha detto.
Lo vediamo anche nell’opera di Gesù, che non solo parla della liberazione, ma libera davvero. Le Sue parole raggiungono la donna curva nella sinagoga e la raddrizzano fisicamente e spiritualmente. La Parola di Dio è concreta: non si accontenta di descrivere, ma trasforma la realtà. Questa è la rilevanza che la chiesa deve incarnare: parlare e agire in modo che chi ascolta possa dire “Dio mi ha visto, Dio mi ha toccato”.
Infine, la lettera agli Ebrei ci ha ricordato che questa Parola non è facoltativa, non è un consiglio che possiamo prendere o lasciare. Essa viene dal cielo, da Cristo stesso, e ci mette davanti a una scelta. Ascoltarla significa entrare in un regno incrollabile; rifiutarla significa affrontare il giudizio di Dio. È un messaggio serio, urgente, definitivo.
E allora, oggi, l’appello è doppio. A chi già crede: non accontentiamoci di essere ascoltatori distratti o ripetitori di frasi vuote; chiediamo a Dio di riempire la nostra bocca della Sua Parola viva e di darci il coraggio di proclamarla con chiarezza e amore. A chi ascolta per caso, o forse per curiosità: questa Parola non è solo un discorso religioso, è Dio che oggi ti sta parlando, che ti vede piegato sotto pesi che nessun altro può sollevare, e ti dice: “Tu sei liberato”. Oggi, scegli di ascoltare e di rispondere, perché la voce che ti chiama è quella del Signore che salva.
Preghiamo. Signore nostro Dio, noi ti ringraziamo perché la Tua Parola non è mai vuota, ma viva, potente e capace di trasformare i cuori. Perdona quando abbiamo ascoltato senza obbedire o parlato senza portare il Tuo messaggio. Metti Tu le Tue parole nelle nostre labbra, come facesti con Geremia, e donaci lo stesso cuore di Cristo, che vide, parlò e agì per liberare chi era oppresso. Fa’ che possiamo proclamare con chiarezza e amore la voce di Colui che parla dal cielo, affinché molti ascoltino, si raddrizzino e Ti glorifichino. Nel nome di Gesù Cristo, Tua Parola vivente. Amen.
Paolo Castellina, 14 agosto 2025
Note
[1] L’espressione italiana "parlare a vanvera" significa parlare senza riflettere, senza cognizione di causa, a sproposito o dire cose senza senso, spesso in modo incosciente o superficiale. L’origine della parola "vanvera" non è del tutto certa, ma si ritiene che derivi da "vanvera", termine popolare già in uso nell’Ottocento, che indicava qualcosa di vano, inutile o privo di valore. Alcuni studi fanno risalire "vanvera" alla parola "vanità" (dal latino "vanitas", ovvero "vuotezza", "futilità"), mentre altri ipotizzano una connessione con la parola "favella" (parlare). Un’altra interpretazione vede "vanvera" come una deformazione della locuzione “a vanvera”, cioè “a caso”, “senza scopo”. Quindi, chi "parla a vanvera" parla per parlare, senza dare peso alle parole né voler comunicare qualcosa di sensato o vero. In breve: "Parlare a vanvera" richiama il parlare a vuoto, senza fondamento o utilità, e rappresenta una critica alla superficialità del discorso.