Predicazioni/Marco/“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – Analisi teologica del grido di Gesù
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“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – Analisi teologica del grido di Gesù
1. Il testo evangelico
“E all’ora nona Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lamà sabactanì?», che tradotto significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»” (Marco 15:34)
- Si tratta di una citazione diretta del Salmo 22:1 in aramaico.
- È l’unico momento in cui Gesù si rivolge a Dio non come "Padre", ma come "Dio".
2. Il Salmo 22 nel contesto dell’Antico Testamento
- Il Salmo 22 è un lamento individuale che si apre con un senso di abbandono ma si conclude in fiducia e lode (v. 22-31).
- È attribuito a Davide e riflette l’esperienza di un giusto perseguitato, apparentemente dimenticato da Dio, ma poi rivendicato e salvato.
Salmo 22:1: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? […]” Salmo 22:24: “Poiché non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero; non gli ha nascosto il suo volto; ma quando ha gridato a lui, l’ha esaudito.”
3. L’uso del Salmo da parte di Gesù
- Gesù non cita casualmente un testo familiare: egli si identifica con il Giusto sofferente del Salmo.
- Il grido non è un atto di disperazione, ma l’espressione di vera sofferenza spirituale, pur nella fede.
- È un lamento teologico, che articola:
- l’esperienza reale del giudizio divino contro il peccato (Isaia 53:10),
- la consapevolezza del compimento delle Scritture (Salmo 22 come profezia messianica),
- la certezza della vittoria finale (vedi Ebrei 12:2).
4. Interpretazioni teologiche nella storia
- Padri della Chiesa: spesso intesero il grido come espressione della solidarietà di Cristo con l’umanità sofferente, oppure come citazione dell’intero Salmo per alludere anche al compimento e alla vittoria finale.
- Tommaso d’Aquino: leggeva il passo come espressione del dolore dell’anima di Cristo, non dell’abbandono della divinità.
- Riformatori (Lutero, Calvino): insistono sul significato vicario ed espiatorio dell’abbandono. Cristo subisce nella sua umanità l’ira di Dio, non perché sia peccatore, ma come garante del peccatore (cfr. 2 Corinzi 5:21).
Calvino: “Gesù ha veramente sperimentato l’abbandono da parte di Dio, affinché noi non fossimo mai abbandonati.”
5. Il significato dell’“abbandono” nella teologia riformata
- Non rottura ontologica tra il Padre e il Figlio, ma sospensione della comunione sensibile nella coscienza umana del Cristo.
- Cristo sperimenta l’abbandono come uomo, per espiare i peccati del suo popolo.
- L’abbandono non fu eterno né definitivo: la risurrezione ne è la dimostrazione e il compimento.
Isaia 53:5: “Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni... il castigo per cui abbiamo pace è caduto su di lui.” Atti 2:24: “Dio lo ha risuscitato... perché non era possibile che fosse da essa trattenuto.”
6. Riflessioni pastorali
- Il grido di Gesù dà voce al dolore spirituale più profondo, ma lo fa nella fede: “Dio mio…”.
- È un conforto per ogni credente che si sente abbandonato: Cristo ha sperimentato il silenzio di Dio, eppure lo ha onorato fino alla fine.
- L’abbandono che Gesù ha subito non è più possibile per chi è in lui: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5).