Storia/Saluzzo riformata/X La Riforma nel Marchesato dalla Pace di Beaulieu (1576) alla rivolta del Maresciallo Ruggero di Bellegarde (1578)

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Capitolo Dieci

La Riforma nel Marchesato dalla Pace di Beaulieu (1576) alla rivol ta del Maresciallo Ruggero di Bellegarde (1578)

Profughi riformati a Carmagnola. Il re medita l'alienazione del Marchesato. Pratiche coi Cantoni Evangelici, con Mantova, Venezia e la S. Sede. Le mene del duca di Savoia per ottenere l'infeudazione del Marchesato. La missione a Parigi del canonico Cornuato. I pericoli dell'alienazione per la sicurezza della fede cattolica. La missione del Santa Croce al re di Spagna. La Lega cattolica ed il suo programma. Il re propone al Danvilla il cambio del governo della Linguadoca con quello del Marchesato. Le pressioni del Bellegarde e del duca di Savoia sul Danvilla. Pace di Bergerac e sue ripercussioni sul Marchesato. Falliscono le trattative della Corte per il cambio della Linguadoca col Marchesato. Si accentua la tensione tra il Bellegarde ed i Biraghi. Il maresciallo ricerca l'amicizia degli ugonotti. Le sobillazzioni del duca di Savoia e del governatore di Milano, perché il Bellegarde occupi il Marchesato. L'intesa del duca e del maresciallo col re di Navarra ed il Lesdiguières. Bellegarde scende minaccioso nel Marchesato.

Dalla conclusione della pace di Beaulieu (6 maggio 1576) allo scoppio della sesta guerra civile (genn. 1577) si ebbe un periodo di relativa tranquillità e concordia, sebbene non dappertutto gli articoli del trattato fossero scrupolosamente osservati o dagli uni o dagli altri [1].

Il Lesdiguières cercò di far estendere anche a Casteldelfino ed alle altre terre della Castellata (Ponte e Chianale) il beneficio del libero esercizio della religione riformata sotto pretesto che quelle terre erano situate nel Delfinato. Il re dapprima vi acconsentì; ma poi, di fronte alle rimostranze del governatore regio del Delfinato, signor De Gordes, e di Carlo Birago, governatore del Marchesato, dal quale la Castellata giuridicamente dipendeva, ritirò la concessione già fatta, senza tuttavia che né lui né i suoi ufficiali potessero efficacemente opporsi all'opera di proselitismo pubblicamente iniziata da alcuni anni in quelle terre.

Malgrado questi ed altri brevi dissensi, la pace stabilita in Francia tra cattolici e protestanti ebbe come conseguenza benefica di far cessare la ridda degli allarmi intorno a presunti complotti od a temute calate di ugonotti nelle valli del Pinerolese e del Saluzzese.

I documenti, che conosciamo per la seconda metà dell'anno 1576, sono relativamente scarsi e non rivestono carattere di grave minaccia.

Il più forte allarme si ebbe in ottobre [2], quando corse la notizia che un esercito francese, composto di 300 uomini e di 50 cavalli, sotto il comando del capitano Borgarel, si era spostato dalla valle del Queyras verso Molines per varcare il colle dell'Agnello e scendere nel Marchesato.

Ma anche quell'allarme, come molti altri precedenti, in pochi giorni sfumò, poiché non se ne trova più cenno nell'epistolario del Castrocaro, governatore della valle di Luserna, che per primo ne aveva comunicata la notizia.

In questi mesi Carmagnola richiamò un'altra volta sopra di sé l'attenzione del S. Offizio di Roma come ricettacolo di eretici.

Fin dall'agosto il S. Offizio aveva mosse fiere lagnanze all'arcivescovo ed al Nunzio di Torino, perché tolleravano che in quella città continuasse a sussistere e a dogmatizzare un forte nucleo di dissidenti, di parecchi dei quali, come capi principali della conventicola, si facevano pubblicamente i nomi [3]. Siccome la denunzia contro gli eretici poteva suonare, in pari tempo, esplicito biasimo all'arcivescovo ed al Nunzio per la loro scarsa vigilanza, questi si affrettarono a giustificarsi presso il cardinale di Como, rigettando su altri la responsabilità dei fatti. Nella sua lettera del 23 agosto il Nunzio, dopo aver dichiarato che il duca di Savoia aveva sempre cacciato fuori dei suoi Stati tutti gli eretici, che egli o il Padre Inquisitore gli avevano denunciato, quando non volevano abiurare, aggiunge: «M'incresce bene che a quelli cacciati di qua sia dato ricetto in Carmagnola et me ne dolsi già con Mons.r di Bellaguardia, il quale si scusò con dire che non ce n'era andato altri che uno et che egli vi dava consideratione. Del che non so però che mi credere».

Dai documenti, che illustrano la controversia fra il nunzio di Torino ed il S. Offizio di Roma, apprendiamo che uno degli ugonotti, cacciati da Torino e riparati a Carmagnola, era il sig. di Carboneran, il quale era confidente della contessa Giacomina d'Entremont, vedova dell'ammiraglio di Coligny. La sua condotta misteriosa aveva fatto nascere sospetti, per cui già altra volta era stato arrestato e sottoposto a processo. Ma non si era scoperto «che trattasse cosa alcuna di religione», benché fosse ugonotto, né che rivestisse mansione di ministro, sicché era stato rilasciato dal duca con ordine «che andasse con Dio», cioè che si togliesse dai piedi ed uscisse dagli Stati ducali. l Nunzio tuttavia sospettava che l'ugonotto fosse un emissario di Teodoro di Beza, capo della chiesa ginevrina, e che fosse stato mandato da lui per “intrattenere” cioè catechizzare e rinsaldare la cerchia dei riformati della città e soprattutto per «dar consolatione a certa dama (l' Entremont ?), colla quale lui prattica famigliarmente». Un altro eretico torinese, rifugiato sulle terre del Marchesato, era il sig.di Contrerolor, il quale, secondo il vescovo di Moriana, si era rifugiato a Saluzzo, «dove più s' intrattiene l'infettione del Piemonte».

Mentre avvisi di complotti ugonotti e denunzie di eretici turbavano a tratti la quiete del Marchesato, una questione assai più grave, in quest'anno, faceva il Marchesato di Saluzzo centro di competizioni e di intrighi fra parecchi principi italiani.

La questione era intimamente politica, ma ebbe riflessi religiosi, per cui crediamo utile accennarvi alquanto diffusamente, riassumendo nelle sue linee generali la copiosa e spesso ingarbugliata documentazione, alla quale i fatti diedero origine.

Fin dal 1568 Guglielmo Gonzaga, duca di Mantova e signore del Monferrato, per mezzo del suo ambasciatore Cavriani, aveva rivendicato a Parigi i suoi diritti su alcune terre del Marchesato, che erano state un tempo possesso dei marchesi di Monferrato, ed aveva perfino fatto un'offerta di 200.000 scudi, perché gli fosse ceduto l'intero Marchesato di Saluzzo. Ma le trattative non avevano incontrato il favore della Corte parigina ed erano state sospese [4].

Furono riprese con maggiore energia nel 1575, quando la Corte di Francia, in strettezze finanziarie, si rivolse a vari potentati italiani per avere danaro in prestito, dovendo provvedere alle gravi necessità del regno e dell'esercito. Avendo allora il re manifestata l'intenzione di vendere o di alienare il Marchesato con diritto di riscatto o come garanzia sulla somma prestata, lo Strozzi, che agiva a Parigi in nome del Gonzaga, fu pronto ad avvertire il suo signore (22 apr. 1575), precisando che il re chiedeva 400.000 scudi alla mano ed era disposto a cedere all'acquirente i suoi diritti su quella terra [5]. Ma il duca di Savoia, avvertito della mossa del Gonzaga, stimò di non dover lasciarsi strappare di mano la preda da tanto tempo agognata e cercò di sventare il pericolo, offrendo (maggio 1575) alla Corona di Francia 300.000 scudi subito ed il resto con qualche respiro. Ma il partito non fu accettato, perché il re voleva la somma subito e per intero.

La possibilità, che il Marchesato cadesse nelle mani del duca di Savoia, allarmò il Birago ed i capitani che militavano al di qua dei monti al soldo del re di Francia. Strettisi pertanto in lega, giurarono reciprocamente che, se il re avesse dato l'ordine di cedere il Marchesato ad E. Filiberto, essi non avrebbero ubbidito: anzi avrebbero saldamente occupato Saluzzo e le altre piazze del Marchesato, mettendovi dentro sia cattolici sia ugonotti, fatti affluire dal Pragelato, dal Queyras e dal Delfinato, e che inoltre, per maggior sicurezza, avrebbero cercato d' impadronirsi di Savigliano, di Cherasco e di Mondovì, dove avevano numerose intelligenze e complici fidati [6].

Nei mesi seguenti la Corte francese sembrò recedere dalla sua intenzione [7]. Ma in dicembre (1575) la questione rinacque per le insopportabili strettezze nelle quali si dibatteva la Corte. Il Savoia ed il Gonzaga, spiandosi a vicenda per mezzo dei loro agenti e confidenti parigini, cercarono di volgere a loro profitto le difficoltà finanziarie del regno, e, mentre il Gonzaga trovava nel cardinale d' Este un potente patrocinatore dei suoi interessi, il duca, per parte sua, affidava le sue ragioni al duca ed alla duchessa di Nemours ed inviava alla Corte un messo speciale per rinnovare le sue profferte di acquisto del Marchesato. Ma anche questa volta le sue proposte non furono gradite [8].

Il duello fra Mantova e Savoia si fece più serrato nell'anno seguente (1576). L'11 gennaio l'agente a Parigi, conte di Monreale, informava il suo signore ch'era giunto alla corte un nuovo inviato del duca di Mantova sotto pretesto di congratularsi con il re per la pace ristabilita nel regno e per impetrare per il suo sovrano il titolo di Altezza: ma ch'egli aveva anche istruzioni segrete per farsi cedere le terre del Marchesato, che avevano anticamente appartenuto ai signori del Monferrato [9]. Deciso ad appurare i fatti, affinché le mire del suo sovrano non andassero frustrate, il conte di Monreale interrogò ministri, dame e consiglieri del re, ma non poté ricavare che notizie vaghe [10]: che il Gonzaga aveva mandato ad offrire la mano di una sua figliola per il duca di Alençon, fratello del re; e, in pari tempo aveva proposto qualche somma di danaro per avere in cambio il Marchesato di Saluzzo: ma che il duca di Nevers non aveva trovato buono il partito per le medesime ragioni, per le quali egli si era opposto due anni prima (1574) alla cessione delle piazze francesi del Piemonte [11].

Il pericolo, che il Marchesato cadesse in mano altrui con irreparabile danno dei suoi Stati, diede nuovo stimolo al duca di Savoia per reiterare alla Corte parigina le offerte di danaro o di permuta di terre [12], e per sollecitare a suo favore L'agente sabaudo a Parigi ebbe ordine di rompere con ogni mezzo il progetto, mostrando i grandi pericoli che avrebbe corso la fede cattolica in Piemonte ed in tutta l' Italia, se l'eresia, per opera dei Cantoni Evangelici, avesse trovato una roccaforte nel Marchesato. La stessa protesta il duca affidò anche al nunzio pontificio di Parigi per il tramite del suo ambasciatore a Roma.

Il Monreale, in un'udienza concessagli dalla Regina Madre, cercò invano di scoprire il vero stato della questione saluzzese e le future intenzioni del re. La regina rispose che essa era affatto all'oscuro delle trattative per la cessione del Marchesato, ma che non credeva che il re, per quanto stretto da molte necessità [15] «volesse disfarsi del suo che aveva al di là». Al che il Monreale replicò che tale era pure il desiderio del duca, che quelle terre rimanessero nelle mani del re: ma che il suo sovrano pregava le Loro Maestà che, in caso di alienazione, non volessero dargli «un vicino sgradito, sconosciuto e senza avviso»; poiché ciò avrebbe attratto su di esse il biasimo di tutti i principi italiani, i quali conoscevano i vincoli di parentela della casa sabauda con la Corona di Francia ed i grandi servigi resi dal duca alle Loro Maestà. La stessa preghiera l'ambasciatore rivolse anche al re, insistendo sui grandi servigi, che un principe, parente ed affezionato, gli avrebbe potuto offrire «en ses desseings d'Italie», i quali, se erano ritardati, non erano però rotti e per il successo dei quali sapeva quanto S. A. avrebbe potuto giovargli. Ma anche il re non ebbe che parole vaghe di amicizia e di riconoscenza verso il duca!

Vedendo che la pratica andava per le lunghe senza condurre a nessun risultato favorevole, e che intanto premevano sul re il Granduca di Toscana, i duchi di Lorena, di Mantova e di Ferrara, ciascuno nel proprio interesse, E. Filiberto si decise ad agire con maggiore energia per vincere la irresolutezza della Corte ed i sordi intrighi, che si tessevano ai suoi danni nella cerchia dei ministri e dei favoriti del re. Sapeva che il Gran Cancelliere Birago, malgrado le belle apparenze e le protestazioni di amicizia dirigeva gli avvenimenti a vantaggio suo e dei suoi parenti, e che il sig. di Bellièvre, il quale aveva in mano la questione del Marchesato, a chi gli raccomandava la causa del duca, soleva rispondere «qu'il ne la conseilleroit jamais et que si il (il Marchesato) estoit une foys entre les mains du dict (il duca di Savoia), l'on ne le pourroit plus avoir».

Persuaso dalle insistenze del ministro Andrea Provana di Leyni, che gli mostrava l'opportunità di non lasciarsi sfuggire l'occasione propizia per evitare il grave ed irreparabile danno, che sarebbe derivato allo Stato da una alienazione del Marchesato in mano straniera, ugonotta o nemica, il duca si decise finalmente ad inviare a Parigi, a rincalzo del Monreale, il canonico torinese Antonio Cornuato, che si vantava di avere grande dimestichezza con il Cancelliere Birago e con altri potenti della Corte [16].

Le istruzioni, redatte dal Leyni, imponevano al canonico Cornuato di abboccarsi al più presto col cancelliere Birago per sapere da lui, se la questione del Marchesato fosse ancora insoluta e se il re persistesse nel suo proposito di alienazione. In caso affermativo, doveva anzitutto dire al Birago che Sua Altezza «sebbene si trova molto esausta et asciutta di danari », tuttavia confidava nella devozione dei suoi sudditi ed amici per avere la somma necessaria: quindi pregarlo di voler proporre l'affare al re nel modo ch'egli riterrebbe migliore. Senza aver l'aria di dare suggerimenti, il Cornuato avrebbe dovuto insinuare al cancelliere di proporre la cosa al re in questi termini: che, essendo urgente il bisogno di danaro per la Corona e per il regno, il partito migliore per il re sarebbe stato di «alienare e disfarsi di questa poca parte acquistata di nuovo, per trovare una bona et notabile somma di danari, con i quali si possi salvare et assicurare il rest ». E, per togliere qualsiasi occasione ad invidie e maldicenze, l'offerta avrebbe dovuto essere fatta contemporaneamente agli Svizzeri, alla repubblica di Venezia, ai duchi di Firenze, di Ferrara, di Mantova e di Savoia, per «poi attaccarsi a chi farà miglior et più pronto partito. In questa scelta il Cancelliere avrebbe avuto modo di far rifulgere la sua amicizia e parzialità per il duca di Savoia. Per meglio vincere le titubanze della Corte e le diffidenze dei cattivi consiglieri, tanto il Birago quanto il Cornuato dovevano mostrare al re che l'acquisto del Marchesato da parte del duca non pregiudicava affatto il servizio del re, né poteva chiudergli il transito in Italia, quando la necessità lo esigesse, sia perché le forze del re e del duca erano troppo diseguali tra loro, sia perché l'amara esperienza di Carlo III «ci ha fatto savi a non tirarsi, come si dice, la brasa (brace) sui piedi, essendo questi stati tanto esposti, anzi sottoposti all'arbitrio et voluntate di quella corona, oltre la congiuntione del sangue et degli animi, che non potrebbe esser maggiore”.

Il Cornuato giunse a Parigi ai primi di giugno, e, senza rivelare subito al Monreale i motivi veri del suo viaggio alla Corte, cercò di abboccarsi col Cancelliere e di avere da lui notizie sicure riguardo alla questione, che lo interessava. Ma il Birago lo rimandò da un giorno all'altro con belle parole, senza dargli alcuna risposta soddisfacente. Il Cornuato ebbe subito il sospetto «che l'affettione de i parenti suoi (quali forse pretenderebbono interesse particolare riuscendo tal negotio) lo facessero tiepidire». Stette quindi pazientemente aspettando e controllando le mene degli agenti stranieri [17] sempre più convinto che le strettezze finanziarie, in cui si dibatteva il re, lo avrebbero, presto o tardi, necessariamente costretto ad alienare il Marchesato.

Il 23 di luglio il Cancelliere ritornò a Parigi dopo una lunga convalescenza ed il Cornuato si affrettò ad abboccarsi con lui. Il Birago gli riferì che per ben due volte aveva interpellato S. M. sulla questione del Marchesato, ma che egli non gli aveva risposto né in bene né in male », lasciando impregiudicata la questione. Solo alla terza interpellanza il re gli aveva confidato che alcuni giorni prima era venuto da lui l'ambasciatore di Firenze, per informarsi se fosse vero che egli volesse alienare il Marchesato agli Svizzeri od al duca di Savoia e per mostrargli che sarebbe stato più opportuno trattarne prima col duca di Savoia che con altri. La risposta del re era stata che egli non aveva per il momento nessuna intenzione di fare una tale alienazione, ma che, dovendo farla, avrebbe ad ogni modo preferito suo zio ad ogni altro. Il cancelliere allora avrebbe colto l'occasione per informare S. M. che il duca di Savoia aveva appositamente mandato una persona per pregarlo di voler dare la preferenza a lui in caso di alienazione o vendita del Marchesato [18], e gli illustrò minutamente tutte le ragioni che facevano preferire il duca ad ogni altro principe d'Italia: ragioni che erano ad una ad una elencate nel Memoriale consegnatogli dal Cornuato a nome del Leyni. Ma S. M., dopo avere attentamente ascoltato, rispose: «Quando sarà il tempo di fare un tale passo, lo farò e voglio che mio zio sia il primo a trarne vantaggio ». Ma non spiegò più chiaramente le sue intenzioni.

Anche l'agente del duca di Ferrara venne ad informarsi se fosse vero che il re volesse alienare il Marchesato e se già fosse in corso qualche pratica col duca di Savoia. Si ebbe la medesima risposta: che di ciò non si era parlato né col duca né con altri e che tanto meno si era pensato ad alienare il Marchesato.

Tra belle frasi e risposte inconcludenti la missione parigina del canonico Cornuato si protrasse fino al novembre (1576). Ormai la Corte, scartati tutti i partiti offerti dagli Svizzeri, dal Cardinale di Lorena, dal duca di Guisa, dai duchi di Firenze, di Ferrara e di Mantova, sembrava sempre più risoluta a non disfarsi del Marchesato e a riservarlo per qualche occasione più favorevole o per qualche necessità più urgente. Il Cornuato rientrò in patria con una lettera [19] del Cancelliere (9 nov. 1576), nella quale egli, riconfermando al duca la sua volontà di assecondarlo in ogni occasione, ribadiva che il re non aveva ancora intenzione di difarsi del Marchesato; ma che, occorrendo, avrebbe preferito lui ad ogni principe del mondo.

Al suo arrivo a Torino, il Cornuato redasse un Memoriale (16 nov. 1576) per rendere conto della sua missione. In esso mostrava il grande interessamento che l'alienazione del Marchesato aveva destato presso tutti i principi d'Italia. Tutti dice il Cornuato ad eccezione del re di Spagna, e con maggior insistenza i Veneziani, pregarono il re che non volesse disfarsi di quel pezzo di terra e che lo conservasse per sé, perché lo avrebbero aiutato a sopportare le sue strettezze. « Et vennero tutti l'uno doppo l'altro che pareva che fossero prima congregati insieme per determinar di fare estale richiesta». Tenace si era particolarmente dimostrato il duca di Mantova, il quale, dopo aver invano cercato di farsi cedere le terre delle Langhe incluse nel Marchesato, poi di ottenere l'intero Marchesato, aveva infine, come gli altri, supplicato il re di non alienarlo.

Così la questione che per più di un anno aveva appassionato tutti i potentati d'Italia, destato tante brame e tante invidie, rimase insoluta, sebbene il sig. di Chiverny, confidente del re, andasse ripetendo la necessità « dell'alienazione di questo pezzo, alegando che giova poco, costa assai et rende nulla, et che di simil pezzo sarebbe buono cavar una buona somma di danari ».

Sebbene frustrati nelle loro speranze, i principi d'Italia non cessarono per tutto l'anno e per buona parte del seguente di sorvegliarsi reciprocamente e di aver l'occhio alle vicende del Marchesato. Fallì anche il tentativo [20], che papa Gregorio XIII fece nel gennaio del 1577 per investirne il proprio figlio Giacomo Buoncompagni, avuto nel 1548, dieci anni prima ch'egli abbracciasse la carriera ecclesiastica. Il papa offriva al re 600.000 scudi e ne mandava 40.000 subito per aiutare il re nella lotta contro gli ugonotti. Ma Venezia, temendo che il pontefice facesse l'offerta e la compera segretamente per conto del re di Spagna, fu pronta ad intralciare la pratica di Gregorio XIII. Né miglior successo ebbe nel marzo (1577) il tentativo di Orazio Ruccellai, ambasciatore del Granduca di Toscana, per farsi cedere la fortezza di Revello nel Marchesato [21].

Il possesso saluzzese continuò ad essere, nelle mani del re di Francia, un'offa preziosa per futuri intrighi politici!

Questi maneggi per l'acquisto del Marchesato abbiamo creduto opportuno ricordare, perché in primo luogo ci mostrano il grande interesse politico, che l'acquisto di quel piccolo territorio rappresentò non solo per gli Stati confinanti di Savoia e di Mantova padrona questa del Monferrato ma anche per quelli di Ferrara, di Venezia, di Toscana, per lo Stato Pontificio e per i Cantoni di Berna e di Zurigo: in secondo luogo, perché lasciano intravedere quale sorte diversa la Riforma saluzzese avrebbe potuto incontrare secondo che l'uno o l'altro degli aspiranti avesse prevalso.

Se può essere incerto un pronostico riguardo alle dominazioni di Ferrara e di Toscana per l'incertezza, che regnava nella loro condotta religiosa, è evidente che sotto l'amministrazione dei Cantoni Evangelici della Svizzera, la Riforma sarebbe stata notevolmente agevolata ed assecondata nella sua rapida e stabile espansione in tutte le terre saluzzesi ed avrebbe anche potuto costituire un serio e reale pericolo d'infezione per le province limitrofe del duca di Savoia: in possesso invece del duca di Savoia o di Mantova o del Pontefice, il Marchesato avrebbe visto anticipata di tre decenni quella persecuzione sistematica, che colpì i riformati saluzzesi dopo il trattato di Lione (1601), quando il Marchesato fu definitivamente incorporato nei domini sabaudi.

Infine notiamo come in questa gara di acquisto del Marchesato già affiorino, accanto ai motivi politici, quegli stessi motivi religiosi e quelle stesse accuse d'infezione ereticale, che E. Filiberto accamperà apertamente a difesa della sua condotta durante e dopo la rivolta del maresciallo di Bellegarde (1579-80) e che il figlio Carlo Emanuele I sventolerà anche più clamorosamente all'atto dell'occupazione militare del Marchesato, nel 1588.

Il pericolo che il Marchesato di Saluzzo cadesse improvvisamente nelle mani di persone non gradite, eretiche ed ostili e lo smacco subito nelle reiterate offerte alla Corte parigina stimolarono il duca di Savoia a tentare un'altra via, per la quale gli era necessario il consenso e l'aiuto del re di Spagna.

Nel settembre dello stesso anno 1576 E. Filiberto inviò a Madrid, come suo ambasciatore straordinario, Baldassare della Ravoyra signor Della Croce, per sollecitare il benestare del re al vagheggiato possesso del Marchesato [22]. Il Ravoyra doveva anzitutto prospettare a Filippo II questi due eventuali pericoli: 1º che il re di Francia, costretto a capitolare di fronte agli ugonotti del regno ed a concedere le libertà religiose, ch'essi reclamavano, cercasse di calmare il malcontento e le discordie interne, provocando una guerra nazionale esterna con manifesto danno di tutta la cristianità; 20 che il Marchesato di Saluzzo cadesse nelle mani dei cantoni Protestanti della Svizzera per le mene di Casimiro, principe palatino, il quale offriva ad essi la maggior parte della somma richiesta dal re di Francia: il che avrebbe costituito un grave pericolo non meno per i dominî spagnoli in Italia che per gli Stati sabaudi, poiché il Marchesato « essendo sì incorporato, anzi posto nel cuore del Piemonte, avrebbe potuto infestare et mettere sosopra non solo il Piemonte, ma lo Stato di Milano et di mano in mano tutto il resto della Italia e della Cristianità ».

Fatte queste premesse, l'ambasciatore doveva proporre al re, come rimedio preventivo, uno dei due partiti seguenti: invadere la Provenza e il Delfinato di comune accordo, con l'aiuto, sia del maresciallo di Danvilla, che teneva la Linguadoca ed era ribelle alla Corte di Francia, sia del maresciallo di Bellegarde, il quale, caduto in disgrazia del re, meditava qualche vendetta contro i suoi nemici e la Corona stessa di Francia e possedeva nel Marchesato le due maggiori fortezze di Carmagnola e di Revello; aiuto, che si sarebbe potuto facilmente ottenere, facendo balenare ai due ambiziosi la speranza di un regno sotto la protezione del re di Spagna: oppure, se il partito, messo innanzi forse come semplice mossa diplomatica [23], sembrasse al re troppo rischioso ed inattuabile, cercare di guadagnare l'animo del Danvilla e del Bellegarde con danaro, fornendo al primo una congrua somma di scudi, al secondo una pensione annua, che gli permettesse di stipendiare 1.000 fanti e 200 cavalli.

Il secondo era il partito che il duca preferiva e che stimava più conveniente ai suoi fini [24], poiché con questo mezzo il Sabaudo preparava per il Bellegarde, a spese del re di Spagna, un esercito, che al momento opportuno poteva passare, con abili intrighi, ai suoi servigi ed alle sue dipendenze: di più, egli, ponendosi come intermediario tra Filippo II ed i due marescialli ribelli, avrebbe potuto manovrare a suo bell'agio ed a proprio vantaggio, sotto la protezione e con l'aiuto della Spagna.

A questo secondo partito sembrò appigliarsi il re di Spagna, ed E. Filiberto, ormai sicuro del benestare di Filippo II, attese tranquillamente a serrare col Bellegarde e col Danvilla i fili della sua trama per l'agognato acquisto del Marchesato [25].

Intanto in Francia, in opposizione alla « Unione Protestante » era venuta costituendosi, per opera del duca di Guisa, una grande «Unione o Lega Cattolica» [26], la quale, mentre prometteva di mantenere il re nel suo antico splendore, senza pregiudizio degli Stati Generali, s'impegnava a stabilire nel regno « la legge di Dio nella integrità, a rimettere e conservare il servizio di Dio secondo la forma della S. Chiesa Cattolica Romana », non permettendo altra religione ed abolendo tutte le libertà religiose, delle quali i riformati godevano dopo la pace di Beaulieu.

Dopo tergiversazioni e diffidenze, il Re decise di entrare anch'egli nella Lega, anzi se ne proclamò abusivamente il capo, sperando di potersene valere ai propri fini e di poter tenere a freno la temuta potenza del Guisa col prestigio del nome regio.

Sotto la pressione della Lega gli Stati Generali [27] furono convocati a Blois il dicembre 1576. Il re, che in segreto preparava la guerra, pronunciò menzognere esortazioni alla pacificazione ed alla concordia degli animi, che non furono ascoltate. L'assemblea decise di rompere l'accordo di Beaulieu, d'interdire in tutto il regno il culto riformato, di cacciare o sopprimere i ministri, di far guerra senza tregua ai protestanti e di ristabilire in tutte le province l'unità della religione. Cedendo alla Lega, il re, con la patente del 1° gennaio 1577, dichiarava la sua ferma volontà che nel regno non fosse praticata altra religione che quella cattolica romana ed aboliva il trattato di Beaulieu.

La violazione della pace riaccese la guerra fra ugonotti e cattolici, dando inizio alla sesta guerra civile di Francia (genn. 1577-17 sett. 1577). Si riaccesero le fazioni guerresche lungo le frontiere del marchesato [28]; nel Delfinato, dove al Lesdiguières teneva testa il La Casetta, e nella Provenza, dove combatteva per i cattolici il Carcés e per gli ugonotti il barone di Allemagna. Ma il marchesato ne rimase fortunatamente immune. Qualche preoccupazione si ebbe tuttavia per il castello di Verzuolo, a causa del numero insolitamente grande di forestieri e di vagabondi, che si aggiravano in quei dintorni e che potevano celare qualche spia ugonotta o qualche male intenzionato [29]. Il Birago prudentemente ordinò di aumentare le guardie del castello, di porre un presidio presso la Cappella di San Sebastiano e di escludere scrupolosamente dai Corpi di Guardia qualsiasi persona ugonotta o comunque sospetta di poter avere intelligenze con vagabondi e forestieri (8 marzo 1577). Le stesse precauzioni furono rinnovate ancora alcuni mesi più tardi (sett. 1577).

Mentre la calma regnava nelle terre saluzzesi e sembravano sopite le brame dei principi italiani per l'acquisto di quella provincia, improvvisamente a Parigi il Marchesato diventava un'altra volta oggetto e materia di contrattazioni e di intrighi.

Non si trattava più ora di alienazione o di vendita ad un principe straniero, perché la Corte, dopo i tentennamenti dell'anno precedente, era ormai fermamente risoluta a non ripetere l'errore commesso nel 1574: ma si offriva il Marchesato come offa allettante per piegare ai voleri del re un ambizioso ribelle.

Enrico di Montmorency, conte di Danvilla, che già abbiamo fugacemente ricordato come uno dei capi dei Politici, aveva ottenuto dal re il governo della Linguadoca: ma poi da governatore se n'era fatto padrone, convocando, con abusivo potere sovrano, gli Stati Generali a Montpellier (2 luglio 1574). Il 1º agosto l'assemblea protestante, radunata a Milhau, lo aveva riconosciuto come governatore e come capo, con la riserva tuttavia che egli si sottoponesse all'autorità dei principi del sangue, se qualcuno di essi aderisse alla causa comune. Al ritorno di Enrico III dalla Polonia, il Danvilla aveva tentato un accordo col re, valendosi del patrocinio del duca di Savoia e del Bellegande: ma, trattato assai freddamente dal sovrano, aveva giurato di non rivedere mai più il volto di lui [30]. Allo scoppio della 5ª guerra contro i protestanti era stato invitato a presentarsi al re od a ritirarsi presso il duca di Savoia: ma egli aveva risposto all' intimazione, lanciando un violentissimo proclama contro il Consiglio della Corona ed impugnando le armi. Per difendere se stesso e per conservare l'appoggio dei protestanti, aveva favorito il gran patto d'unione, che ugonotti e cattolici moderati avevano stretto a Nîmes a danno del re, e, durante le trattative per la pace di Beaulieu (1576), si era adoperato con grande calore, affinché fossero accolte molte delle rivendicazioni dei protestanti [31].

Stipulata la pace di Beaulieu e costituitasi su salde basi la Lega Cattolica, la Corte credette giunto il momento d'intavolare nuove trattative con il Danvilla, temendo che la rivolta della Linguadoca potesse in breve estendersi ad altre province del regno, dove ambiziosi e malcontenti erano pronti ad approfittare della debolezza del re per seguire l'esempio del maresciallo. Si sperò di poter allettare il Danvilla a riconsegnare al re il governo della Linguadoca, offrendogli in cambio, per lui e per i suoi discendenti, quasi in forma di feudo, il governo del Marchesato di Saluzzo ed in più la carica di luogotenente generale del re al di qua delle Alpi.

La Corte non ignorava le segrete intese che il Danvilla tratteneva con il Bellegarde e col duca di Savoia [32] e, per raggiungere più facilmente il suo intento, pensò di valersi dell'opera dei due più intimi consiglieri e confidenti del maresciallo ribelle. Sperava l'astuta Caterina che, manovrando con la solita destrezza, essa non solo avrebbe obbligato i tre sospetti a rivelare più apertamente le loro intenzioni ed i loro segreti maneggi, ma sarebbe riuscita, per il contrasto inevitabile di interessi e di ambizioni, a porli in urto l'uno contro l'altro, e, nella discordia, a tenere il governo della Linguadoca, senza perdere quello del Marchesato di Saluzzo.

Fin dal 1576 il Bellegarde fu invitato dalla Corte a perorare presso il Danvilla il cambio ventilato. Il maresciallo, che allora si trovava in Piemonte, abbandonò sollecitamente la sua residenza ed il 25 luglio era ad Avignone, donde prosegui immediatamente per Pézenas. Qui incontrò il Danvilla [33]. Ma il colloquio non portò nessun frutto positivo. In autunno il Bellegarde ritornò in Piemonte e riferì ogni cosa al duca di Savoia, che la Corte parigina sollecitava vivamente a tenere mano all' impresa [34]. Ma il duca vide il pericolo ed il danno sia della propria mediazione fra il re ed il Danvilla sia della loro rappacificazione, perché la prima poteva essere interpretata come un'esplicita prova delle sue intese segrete col Danvilla, e la seconda rendere vano l'abile piano, che pochi mesi prima egli aveva fatto proporre al re di Spagna dal suo ministro il signor Della Croce. Rispose dunque dando buone parole e vaghe promesse, ma allegando a sua giustificazione la poca autorità ch'egli aveva sul governatore ribelle [35].

Ai primi insuccessi la Corte parigina non piegò, anzi più che mai ostinata nel suo proposito, al principio dell'anno seguente riprese con insistenza le trattative, lasciando sperare al Bellegarde il governo della Linguadoca, in colleganza col duca di Joyeuse, se il Danvilla avesse accettato il cambio col Marchesato di Saluzzo. Anche il duca di Savoia fu un'altra volta sollecitato ad interporre i suoi buoni uffici, mediante l'invio da parte del re del Consigliere Paris e con l'offerta della mano di una principessa di Lorena per il giovane principe Carlo Emanuele, se egli avesse condotta l'impresa alla meta voluta dalla corte francese (11 febbr. 1577) [36].

Nel mese di marzo [37], per ordine del re, il maresciallo di Bellegarde rivalicò le Alpi e si abboccò un'altra volta con il Danvilla nella cittadina di Pézenas, presso Avignone. Il Bellegarde si sforzò con ogni sorta di argomenti di persuadere l'amico ad accettare il cambio propostogli dalla Corte ed a staccarsi dal partito ugonotto [38], col quale aveva stretto alleanza o benevola neutralità. Ma le trattative trovarono il Danvilla fortemente riluttante ad avventurarsi in un'accettazione, che non offriva sicure garanzie a causa dei noti intrighi di chi la proponeva e dei molti nemici, ch'egli aveva alla Corte e nel regno [39]. Accrebbe le difficoltà dell'accordo la presenza a Pézenas di un emissario del re di Navarra, il famoso Teodoro Agrippa D'Aubigné, appositamente mandato al Danvilla, per cercare di trattenerlo nell'alleanza degli ugonotti. Il D'Aubigné si sforzò di dimostrare ai due marescialli che le offerte della Corte erano false ed insidiose e che prima o poi sarebbero riuscite di danno all'uno o all'altro o forse a tutti e due [40]. Non fu quindi possibile nemmeno questa volta strappare al Danvilla una promessa decisiva né un aperto rifiuto. Il maresciallo quest'uomo che i contemporanei definirono «il più politico ed astuto uomo del suo tempo" preferì tergiversare in attesa di vedere gli sviluppi della guerra civile, che per la sesta volta si era riaccesa nel regno.

Fallita la sua missione, il Bellegarde si ritirò ad Arles (13 maggio 1577) e di là ad Avignone (20 maggio), aspettando nuovi ordini dalla Corte [41].

Frattanto l'astuta Caterina, con l'aiuto del papa e del Bellegarde, con danaro e con raggiri, riusciva a staccare il Danvilla dall'alleanza con gli ugonotti [42] ed a volgerlo contro di essi, affidandogli il comando delle truppe regie per la guerra nella Linguadoca. Né si contentò di questo primo successo, ma, riprendendo il precedente disegno di contrapporre l'uno all'altro i due marescialli ribelli, sotto pretesto di porgere aiuto al Danvilla, impegnato nell'assedio di Montpellier, mandó in Linguadoca anche il Bellegarde con altre truppe per porre assedio alla città di Nîmes [43]. Dicono i contemporanei che la regina madre con questa mossa mirasse a porre uno spione ai fianchi del Danvilla o ad indebolire la sua potenza militare ed il suo credito morale, dandogli come collega un uomo altrettanto valoroso quanto ambizioso, il quale importunava la Corte con le sue querimonie, perché, dopo essere stato creato maresciallo, non era stato più adoperato in nessuna impresa d'importanza. Ma la segreta speranza di Caterina era forse anche quella di rendere il Bellegarde odioso ai protestanti, verso i quali si diceva ch'egli intimamente inclinasse, e di poter far nascere tale screzio fra i due ambiziosi, da spezzare la loro salda amicizia funesta alla tranquillità del regno [44]. Durante la guerra comune in Linguadoca il Bellegarde ed il Danvilla ebbero nuova occasione di rinnovare le pratiche per lo scambio della Linguadoca col Marchesato di Saluzzo [45]. Il Bellegarde, non subodorando insidie da parte della Corte o illudendosi di essere abbastanza avveduto per sventarle, si mostrò disposto ad accettare l'offerta, che gli era fatta di dividere il governo della Linguadoca con il duca di Joyeuse, gran favorito del re; ed anche il Danvilla sembrò più apertamente inclinare ad una eventuale rinuncia della Linguadoca per il Marchesato. Ma il Danvilla non era sincero, e la sua mossa era una finta [46]. Egli, in realtà, era deciso a non accettare il cambio [47]; ma non volle per allora smascherarsi, sia perché sperasse dalla Corte una riconciliazione a condizioni più vantaggiose, sia perché non volesse inimicarsi il Bellegarde, che era a capo di un forte esercito e combatteva per lui in Linguadoca. Passarono così più mesi, durante i quali gli assedi di Montpellier e di Nîmes fallirono al loro scopo per il tempestivo soccorso ugonotto agli assediati. Gli insuccessi di questa campagna militare, mal compensati dai felici eventi conseguiti in altre province del regno dal duca di Alençon e dalle milizie cattoliche, aggiungendosi alle epidemie, alle rivolte, alle strettezze finanziarie ed alla temuta potenza del Guisa e della Lega Cattolica, inclinarono la Corte a ricercare una nuova pacificazione del regno. La pace fu conchiusa a Bergerac il 17 settembre 1577 e confermata l'8 ottobre con l'editto di Poitiers, che ne chiariva le clausole [48].

La pace di Bergerac concedeva l'amnistia per tutti i fatti commessi nel passato, proibiva le ingiurie reciproche fra ugonotti e cattolici, riconosceva ai protestanti il diritto di frequentare scuole, università ed ospedali e di adire tutte le cariche ed i pubblici impieghi: ma apportava notevoli limitazioni all'esercizio della religione riformata rispetto all'editto di Beaulieu. I protestanti potevano praticare il loro culto solo nei sobborghi di una città per ciascun baliaggio e nelle città e nei borghi, che già godevano di questo privilegio prima dell'ultima guerra e che i protestanti occupavano alla vigilia della pace. Era allargata la zona di esclusione attorno a Parigi. Inoltre i riformati perdevano metà delle Camere bipartite e non entravano più che per un terzo in quelle conservate. Cosicché la Camera del Parlamento di Grenoble, diventando tripartita, non comprese più che 4 consiglieri protestanti su 12.

Come i precedenti editti di pace anche l'editto di Poitiers ribadì l'esclusione dei riformati cisalpini dal beneficio dell'esercizio pubblico del culto riformato, concedendo ad essi solo la libertà di coscienza e l'uso esclusivamente privato e domestico delle pratiche del culto. «Toutesfois ceux de la dicte Religion demeurans es dictes terres et pays de la des monts ne pourront être recherchés en leur maisons ny astroints à faire chose contre leur conscience: en se comportant au reste selon qu'il est contenu en nostre present édit".

In virtù di questa semilibertà religiosa non si ebbero in quello scorcio d'anno (1577) né eccessi di eretici nel Marchesato, né atti gravi di repressione da parte delle autorità marchionali.

Non così nella vicina terra di Savigliano, che il trattato del 1574 aveva nuovamente strappata alla giurisdizione del Marchesato e restituita al duca di Savoia.

In quest'anno il nobile Manfredi Civera (o Civeria) [49], notaio di Villafalletto, ma residente con la famiglia a Levaldigi, distretto di Savigliano, veniva imprigionato sotto accusa di eresia e rinchiuso prima nelle carceri del S. Offizio di Savigliano, annesse al convento di S. Domenico, poi nelle carceri del Senato del Piemonte, a Torino. Convinto del crimine di eresia, ebbe confiscati tutti i beni, che erano vistosi e tali da allettare l'ingordigia degli inquisitori e degli ufficiali ducali. Tra i vari beni posseduti dal Civera sono ricordati una cascina ed un caseggiato situati a La Motta, patria di quel Giov. Paolo Alciati, che finì antitrinitario in Polonia. Il Civera aveva sposato in prime nozze una donna di nome Laura, il cui casato ci è ignoto, ed in seconde nozze Giovanna, figlia del fu Francesco Rubato (o Rubatto) di Cuneo, membro di una zelante famiglia di riformati. Della prima moglie sopravvivevano sei figli: Michele, Antonio, Paolo, Ottavia, Maddalena e Camillo, i quali, dopo l'arresto del padre, ridotti alla miseria, furono costretti a sostentare la vita con l'abiura e con la mendicità.

Pronunciata la confisca dei beni, il Comune di Savigliano, o per impadronirsi delle ricche rendite o per impedire che i beni passassero in mano di persone estranee alla sua giurisdizione, chiese per sé il possesso di quei beni, inviando a Corte il proprio segretario a sostenere i diritti della Comunità: ma non ebbe risposta favorevole. Infatti, i beni del notaio la cascina almeno furono assegnati dal duca in usufrutto a Claudio Ganzo, usciere del Consiglio di Stato, verso il quale il sovrano aveva qualche obbligo per danari avuti in prestito. Per ordine della Corte, il capitano Boniforte Asinaro, governatore di Savigliano, venne a prendere possesso della cascina, ne condusse via i mobili, le masserizie ed il bestiame, mentre l'Auditore Galatero la poneva in affitto all'asta per 100 scudi d'oro all'anno, senza tener conto che, per strumento dotale della prima moglie del Civera, ben 1.300 scudi d'oro gravavano su detti beni.

Tre anni intercorsero prima che i figli del Civera vedremo potessero ottenere la restituzione dei beni paterni.

Non era ancora conchiusa la pace di Bergerac, e già si delineava tra il Bellegarde ed il Danvilla lo screzio sperato dalla Corte [50]. Avendo il Bellegarde, o di propria iniziativa o per nuova sollecitazione di Caterina, rinnovato al collega le proposte del cambio della Linguadoca col Marchesato di Saluzzo, inviandogli a questo scopo alcuni suoi confidenti [51], il Danvilla rispose in modo da lasciare scorgere assai chiaramente le sue reali intenzioni [52]. Il rifiuto non era ancora definitivo, ma l'accettazione eventuale della permuta era circondata di tali riserve e cautele da equivalere ad un aperto rifiuto. Il Danvilla, infatti, subodorando l' insidia della Corte e prevedendo l'opposizione, che gli Stati Generali ed i Parlamenti avrebbero fatto ad una simile proposta poiché non era lecito al re, senza la loro approvazione, procedere ad alienazione o permute dei beni della Corona pretese che il sovrano ricercasse prima l'approvazione degli Stati e facesse prima interinare gli atti dai Parlamenti di Parigi e di Grenoble: solo allora egli avrebbe potuto prendere in seria considerazione l'offerta, che gli veniva fatta, e dare una risposta definitiva [53]. A Caterina non piacquero queste condizioni, che le spezzavano tra lmente mirava ad allettare i due marescialli a rinunziare ai rispettivi governi, per poi privarli di entrambi. Si sforzò pertanto di convincere il Danvilla, che sarebbe stato assai più agevole avere l'approvazione degli Stati Generali e dei Parlamenti a fatto compiuto; che, invece di consegnare le piazze del Marchesato direttamente al Danvilla, si sarebbero potute dare in sequestro o deposito a persona designata dal re, per essere consegnate poi legalmente al Danvilla, non appena gli Stati Generali ed i Parlamenti avessero approvato ed interinato l'atto di permuta o di cessione. Ma il Danvilla non abboccò all'amo, e, sempre più persuaso di essere oggetto di insidiosi intrighi da parte della Corte, rimase fermo nella sua risoluzione e rifiutò il cambio anche quando, poco tempo dopo, il re gli inviò, per un ultimo tentativo, il Signor di Poigny [54], gentiluomo della sua Camera. Il Poigny, secondo le istruzioni rimessegli il 20 agosto [55], doveva, alterando i fatti, fare apparire che la proposta del cambio non proveniva dalla Corte, ma dal Danvilla stesso e che il re, vedendolo perseverare in questa intenzione, aveva volentieri accondisceso ad assecondarne il desiderio. Le condizioni e formalità proposte dal re erano queste: il Danvilla cederebbe al Poigny il governo della Linguadoca e la città di Montpellier, ch'egli stava assediando, non appena sarebbe caduta nelle sue mani; il Poigny, a sue mani i fili di quell'abile trama, alla quale si era accinta, e con la quale evidentemente mirava ad allettare i due marescialli a rinunziare ai rispettivi governi, per poi privarli di entrambi. Si sforzò pertanto di convincere il Danvilla, che sarebbe stato assai più agevole avere l'approvazione degli Stati Generali e dei Parlamenti a fatto compiuto; che, invece di consegnare le piazze del Marchesato direttamente al Danvilla, si sarebbero potute dare in sequestro o deposito a persona designata dal re, per essere consegnate poi legalmente al Danvilla, non appena gli Stati Generali ed i Parlamenti avessero approvato ed interinato l'atto di permuta o di cessione. Ma il Danvilla non abboccò all'amo, e, sempre più persuaso di essere oggetto di insidiosi intrighi da parte della Corte, rimase fermo nella sua risoluzione e rifiutò il cambio anche quando, poco tempo dopo, il re gli inviò, per un ultimo tentativo, il Signor di Poigny [54], gentiluomo della sua Camera. Il Poigny, secondo le istruzioni rimessegli il 20 agosto [55], doveva, alterando i fatti, fare apparire che la proposta del cambio non proveniva dalla Corte, ma dal Danvilla stesso e che il re, vedendolo perseverare in questa intenzione, aveva volentieri accondisceso ad assecondarne il desiderio. Le condizioni e formalità proposte dal re erano queste: il Danvilla cederebbe al Poigny il governo della Linguadoca e la città di Montpellier, ch'egli stava assediando, non appena sarebbe caduta nelle sue mani; il Poigny, a sua volta, gli consegnerebbe le piazze del Marchesato, dietro promessa scritta e sigillata da parte del Danvilla, ch'egli rimetterebbe le piazze della Linguadoca; il Danvilla sarebbe posto per primo in possesso del Marchesato munito di regolari patenti regie per esservi riconosciuto signore e padrone; e il Poigny metterebbe al comando delle città della Linguadoca quelle persone che gli sarebbero designate dal Bellegarde e dal duca di Joyeuse. Ma la Linguadoca, che nella prima fase delle trattative doveva essere divisa tra il Bellegarde ed il Joyeuse, era ora destinata per una metà, con diritto di scelta, al duca di Joyeuse, e, per l'altra metà, a Carlo Birago, per ricompensarlo di quanto perdeva nella rinunzia al governo del Marchesato [56]. Al Bellegarde il re non assegnava né terre né governi, dichiarando di volersi servire di lui per il comando delle sue truppe come maresciallo del regno.

Il Poigny, per meglio allettare il Danvilla, recava con sé, già firmate e sigillate dal re, le lettere patenti, che infeudavano a lui il Marchesato di Saluzzo, ed altre lettere fissanti le provvigioni, che il re gli concedeva per il suo trattenimento e per il governo delle piazze francesi al di qua delle Alpi. Ma neppure con queste seduzioni il Poigny potè rimuovere il Danvilla dal suo proposito, preferendo costui un governo sicuro, già nelle sue mani, a qualsiasi altro aleatorio e pieno di incognite.

Il rifiuto del Danvilla riuscì particolarmente grave al maresciallo di Bellegarde, che dalla diffidenza del Danvilla capì finalmente in quale grave insidia egli fosse stato condotto dagli intrighi nascosti della Corte. Corrucciato verso il Danvilla, che per tanto tempo lo aveva cullato in dolci speranze, ed adirato contro la Corte, che aveva congiurato ai suoi danni per strappargli anche quel poco, che teneva nel Marchesato di Saluzzo, si ritirò nella città di Beaucaire. Ma non vi rimase a lungo. Avendo, a quanto pare, compiuti atti lesivi all'autorità ed alla reputazione del Danvilla ed insinuato alla Corte che la presenza del Danvilla al governo della Linguadoca era la sola causa per cui gli ugonotti di quella provincia rifiutavano di deporre le armi [57], il Danvilla se ne risentì ed intimò al suo rivale di uscire immediatamente dalla piazza di Beaucaire e dalla Linguadoca. Anzi venne lui stesso nella città per far eseguire l'ordine [58]; ma trovò che il Bellegarde prudentemente si era già ritirato, rifugiandosi prima a Béziers, poi a Tarascona [59].

Fallita ogni speranza di cambio, il re si rassegnò a riconoscere al Danvilla il governo della Linguadoca e con patenti regie gliene confermò il diritto [60].

Il Bellegarde, carico di debiti, senza redditi di terre e senza comando, vergognoso per lo smacco subito e per essersi lasciato così ingenuamente sorprendere dagli intrighi della Corte, ed ormai in guerra aperta col suo confidente di prima, dal quale avrebbe potuto sperare potente aiuto nel momento propizio, si confermò sempre più nel suo intimo disegno d' impadronirsi a forza del Marchesato. E, contraddicendo alle ripetute dichiarazioni di fede cattolica, si diede a cercare assistenza presso gli ugonotti del Delfinato, che tenevano le vie di accesso della terra agognata [61].

Al fallimento delle trattative fra la Corte francese ed il Danvilla avevano non poco contribuito i nascosti maneggi e la sorda opposizione di Carlo Birago [62], che dal governo del Marchesato ricavava lauti proventi ed uno sfarzoso tenore di vita. Mentre il Bellegarde, per il miraggio del governo della Linguadoca, si mostrava propenso a cedere al Birago, od al figlio di lui, ogni suo diritto su Carmagnola e Revello [63], il Birago, invece, andava fieramente protestando che non avrebbe mai ceduto il Marchesato al Danvilla senza un lauto compenso di terre o di danaro. Lo spalleggiava alla Corte il cancelliere Renato Birago [64], il quale, vedendo nel cambio proposto dalla Corte un affronto fatto al prestigio della sua famiglia a vantaggio di quella dei Montmorency, della quale era acerrimo nemico, sollevava presso il re, presso la regina e gli alti dignitari del regno ogni sorta di diffidenze e di intoppi, ora disapprovando la riconciliazione col Danvilla e la proposta del cambio, ora sparlando del duca di Savoia, ritenuto complice del Danvilla e del Bellegarde. Giurava e spergiurava che, lui vivente, il Marchesato non sarebbe mai caduto nelle mani né del Danvilla né del duca, ma piuttosto lasciato « marcire ». E, per meglio mascherare i moventi personali della sua opposizione, accampava al re numerosi pretesti politici e profittava della richiesta del governo della Provenza inoltrata dal Bellegarde, per mostrare che la permuta del Marchesato con la Linguadoca e la concessione della Provenza al Bellegarde sarebbero riuscite a tutto danno della Corona, perché « estant le Piémont, la Provence et le Languedoc ioincts et trois testes en un chaperon, il y avoit à doubter, et qu'il failloit veoir aultres choses avant que faire tant et y adjouster encore le marquisat de Saluces pour quatriesme ».

Anche il duca E. Filiberto aveva avuto parte notevole nelle trattative, che si erano svolte fra la Corte ed il Danvilla e tra costui ed il Bellegarde, ma senza lasciar capire apertamente né le sue intenzioni né le sue preferenze. Ne aveva seguito attentamente tutte le fasi [65], pronto a volgere a proprio profitto gl'intrighi propri ed altrui e a non lasciarsi sfuggire nessuna occasione propizia, che gli si presentasse, per entrare in possesso del Marchesato o per garantirsi che il possesso ed il governo di esso non cadesse nelle mani di persona nemica, eretica o poco gradita.

I fermi propositi del duca sul Marchesato sono chiaramente attestati dall'ambasciatore veneziano Matteo Zane [66], che risiedette in quell'anno alla Corte torinese e che ci lasciò scritto quanto segue: « Dissegna ancho (il duca) sopra il Marchesato di Saluzzo ogni volta che la corona di Francia volesse cavarne danaro o infeudarlo e farà ogni suo potere di non si lasciare porre il piede innanzi da alcun altro, importando infinitamente questo acquisto alla sicurezza del suo Stato, e, come dice S. A., a tutta Italia, perché quella è una porta, per dove può entrare l'eresia in Italia, porta già aperta, essendovi stata introdotta la libertà di coscienza, né altri potrebbe meglio custodirla né più comodamente di lui: e suole dire ancor che in questo caso non restarebbe dal ricorrere per aiuto ai suoi amici e confederati e sperarebbe di ottenerlo tanto più facilmente in quanto si tratterebbe del servizio ed interesse di tutti ».

Alla Corte parigina la condotta del duca parve ambigua e suscitò assai gravi diffidenze [67] nonostante che il re nei suoi colloqui con l'ambasciatore sabaudo ostentasse piena fiducia e singolare riconoscenza verso il duca, proclamandolo padre suo ed amico devoto della Corona. Si vociferava, infatti, che E. Filiberto, assai più del Danvilla stesso, aveva desiderio del governo o del possesso del Marchesato; che, sollecitato più volte dalla Corte ad adoperarsi per la riconciliazione del Danvilla, aveva sempre accampato pretesti fino a quando non era entrato in gioco il Marchesato di Saluzzo ed il cambio con la Linguadoca: che le tergiversazioni del Danvilla non sarebbero andate così per le lunghe, se il duca non gli avesse fornito di nascosto « argent et tous aultres moyens et le conseil de ce qu'il ha a faire ». Si sospettava perfino ch'egli facesse doppio gioco: pascesse la Corte parigina di buone promesse d'intercessione e fingesse esteriormente di sollecitare il Danvilla ad accettare l'offerta della permuta; ma, sotto mano, mandasse al maresciallo segreti confidenti per consigliargli di declinare l'offerta, o addirittura per incitarlo, senza abbandonare frattanto il governo della Linguadoca, a cedere a lui il Marchesato non appena lo avesse ricevuto dalle mani del re: ciò per togliere in futuro alla Francia ogni pretesto ed ogni possibilità d' ingerirsi nelle cose d'Italia.

L'incertezza e le contraddizioni delle notizie, che circolavano a questo proposito alla Corte parigina e che l'ambasciatore sabaudo diligentemente raccoglieva e trasmetteva al suo sovrano, rendono assai difficile discernere quale fosse realmente la condotta del duca. Può darsi che il passaggio del Marchesato dalle mani del Birago, inetto e poco amico del duca, in quelle del Danvilla, col quale correvano segrete intese, riscuotesse dapprima il favorevole consenso di E. Filiberto, che nella vicinanza dell'amico vedeva un più saldo baluardo alla sicurezza dei suoi dominî e più facile l'effettuazione della comune rete di intrighi; ma che in seguito, a mente più ponderata, ne intravedesse gli inconvenienti ed i pericoli, sia a causa dello spirito audace ed ambizioso del Conte, sia perché la sua tolleranza in materia di religione e le sue frequenti alleanze od intelligenze coi capi ugonotti potevano far temere una più libera ed aperta espansione della fede riformata nel Marchesato di conseguenza, l'inevitabile contaminazione dei dominî circostanti.

In dicembre (1507) circolava la voce [68] alla Corte parigina che il Danvilla si fosse nuovamente rappacificato con i protestanti; che il Bellegarde dovesse passare in Provenza come luogotenente del re, in assenza del maresciallo di Retz, e che il figlio del Bellegarde stesse per cedere al figlio di Carlo Birago, dietro adeguato compenso, il governo di Carmagnola, ch'egli teneva in nome del padre.

Anche l'anno 1578, come il precedente, trascorse nel Marchesato in una sufficiente tranquillità, sebbene le ostilità e le rappresaglie tra cattolici e protestanti continuassero nella Provenza e nel Delfinato ad onta degli sforzi di pacificazione [69].

Qualche passeggera apprensione si ebbe nel mese di giugno a causa del malumore e della grave diffidenza, che la condotta e gli armamenti del duca provocarono alla Corte di Francia. Era giunta notizia a Parigi che E. Filiberto si preparava ad invadere la Provenza, approfittando del fatto che il re era impegnato nella spedizione di Fiandra, e che a questo scopo già aveva 30.000 uomini in armi scaglionati lungo la frontiera sabauda, fin quasi alle porte di Lione. Dubitando che il duca agisse d'intesa con la Spagna, il re provvide a rinforzare le guarnigioni e ad assicurare i 300 cannoni, che aveva nel Marchesato di Saluzzo, il primo dei possessi regi esposto all' invasione, e tentò anche di staccare il duca dalla Spagna, offrendogli o lasciandogli sperare il Marchesato come dote di una principessa di Lorena, se essa fosse stata accettata per il giovane principe Carlo Emanuele [70].

Ma né gli armeggii del duca né le blandizie della Corte ebbero per allora altro seguito: l' inquietudine presto svani e la situazione sembrò ritornare normale nelle terre del Marchesato. La calma tuttavia non era che apparente, perché oscuri fermentavano i germi di gravi avvenimenti, che dovevano turbare profondamente la pace del Marchesato nell'anno successivo e segnare una delle ore più tristi per la dominazione francese.

Infatti di giorno in giorno si andavano inasprendo i motivi del dissenso e della sorda inimicizia, che da tempo covavano tra il maresciallo di Bellegarde ed i Biraghi e che il duca di Savoia alimentava e guidava con la sua mano duttile ed esperta.

Abbiamo veduto come fin dal tempo del governo di Ludovico Birago fossero sorti fieri motivi di screzi fra lui ed il Bellegarde a proposito della città di Carmagnola [71]: motivi ammantati di pretesti religiosi, ma in realtà personali e politici. Le ragioni dell'attrito crebbero durante il governo del fratello Carlo, più impetuoso ed altezzoso. Il Bellegarde, creato maresciallo di Francia il 6 settembre 1574, mal poteva tollerare che un maresciallo di Francia · la massima carica che si potesse raggiungere nel regno da chi non era principe del fosse posposto nel governo degli Stati subalpini ad un luogotenente, che aveva titoli inferiori e che era mal visto dal popolo, e che un maresciallo, marito per giunta di una discendente dei marchesi di Saluzzo [72], dovesse contentarsi del comando delle due piazze di Carmagnola e di Revello, mentre l'altro aveva il comando dell' intero marchesato. sangue.

Al personale risentimento contro Carlo Birago si affiancavano, nell'animo del Bellegarde, anche giustificati motivi di rancore contro altri membri della casata dei Biraghi: a Renato, infatti, Gran Cancelliere del regno, il Bellegarde faceva risalire il fallimento delle trattative col Danvilla per lo scambio della Linguadoca col Marchesato, il rapido declino del suo prestigio presso il re e la regina, e soprattutto l'opposizione ostinata della Corte a rifiutargli il governo del Marchesato, che il re a detta del maresciallo gli aveva promesso al ritorno dalla Polonia come ricompensa del suo lungo e fedele servizio. L'amarezza del rifiuto era diventata tanto più grave dopo che erano svanite tutte le speranza di un'intesa col Danvilla e dopo che correva voce che la Corte, per riconciliare a sé il ribelle duca di Alençon, diventato duca d'Angiò per l'assunzione al trono di Enrico III, meditasse di creare per lui un regno di Provenza, nel quale dovevano essere incorporati il Marchesato di Saluzzo ed il Contado Venassino, ceduto dal papa [73].

Intanto in Francia gli avvenimenti politici e religiosi portavano gradatamente il Bellegarde ad accostarsi ai protestanti. Nel dicembre del 1577 il maresciallo fu deputato dalla Corte, insieme con il sig. di Montreroux in qualità di uomo di toga a procurare la pacificazione della Provenza, del Delfinato e del Lionese [74]. La delicata missione gli offerse l'occasione d'intavolare stretti rapporti con Lesdiguières, diventato capo degli ugonotti del Delfinato dopo la morte del Montbrun.

Per pacificare i cattolici ed i protestanti di quella provincia, il maresciallo invitò ad un colloquio, a Buys, il governatore regio De Gordes, capo delle forze cattoliche, ed il Lesdiguières, capo dei protestanti [75]. Vi aderì il De Gordes, non il Lesdiguières, il quale, diffidando delle intenzioni della Corte, richiese garanzie sicure ed inviolabili prima di deporre le armi e di consegnare le piazze al re. Invano il Bellegarde tentò di vincere le sue diffidenze, inviandogli nel marzo più lettere [76] e deputandogli a più riprese un suo confidente, il signor d'Anselme, per esortarlo a dimenticare i torti passati ed a terminare una guerra, che, straziando il popolo e le contrade della Francia, faceva il gioco dello straniero [77]. Prometteva che, per quanto dipendeva da lui, egli si sarebbe adoperato perché l'editto di pacificazione non subisse violazione in nessuno dei suoi articoli; ma dichiarava in pari tempo di essere pronto a declinare l'incarico di paciere ricevuto dalla Corte, per non urtarsi con gli ugonotti e per non subire la vergogna di un insuccesso, se il Lesdiguières non gli avesse dato sufficienti garanzie di obbedienza da parte della nobiltà protestante del Delfinato. Ma l'ugonotto rimase fermo nel suo riserbo, richiedendo più valide garanzie dalla Corte, invitando il maresciallo ad indagare le riposte intenzioni del re, denunciando le gravi infrazioni commesse dai cattolici a danno dei riformati, e si scusò di non poter dare una risposta impegnativa, prima che la nobiltà ugonotta, riunita in assemblea, avesse manifestata la sua volontà.

Il Bellegarde non credette per allora di doversi impegnare più a fondo con gli ugonotti, e, in attesa delle decisioni della nobiltà delfinenga, si ritirò prima a Tarascona, poi a Villanova, presso Avignone [78]. Nello stesso mese di marzo egli intervenne come paciere anche in Linguadoca a fianco di Giovanni di Montluc, vescovo di Valenza, e adoperò a sventare trame di ugonotti contro il Contado papale di Avignone. Il papa gliene fu grato, indirizzandogli, il 29 giugno, una lettera piena di lodi e di ringraziamenti [79].

Ma il papa ignorava quello che il Bellegarde aveva macchinato ai danni di Avignone. Storici di quel tempo [80] affermano che il Bellegarde, mentre soggiornava presso Avignone, accordatosi prima col conte di Carcés e col re di Navarra, poi con un gruppo di avventurieri e di facinorosi, tra i quali figuravano in prima fila Pietro D'Anselme, suo intimo confidente, i capitani Gaut e Besserie, ordisse un colpo di mano per impadronirsi della città di Avignone e per offrirla ai protestanti in cambio di quell'aiuto, che gli era necessario per la vagheggiata impresa sul Marchesato di Saluzzo (22 luglio 1778). Ma la congiura fu tempestivamente scoperta e fallì miseramente, provocando l'arresto e la morte di numerosi complici, che, posti alla tortura, confessarono che il Bellegarde era stato uno dei principali ideatori della congiura. Il Bellegarde, sapendosi ormai sospetto ed inviso, così alla Corte come al partito cattolico, fu sempre più fatalmente spinto a gettarsi nelle braccia degli ugonotti, davanti ai quali l'impresa di Avignone poteva presentarsi come opera meritoria e come segno palese dei mutati sentimenti del maresciallo.

Avvilito, oppresso dai debiti, perché aveva speso gran parte delle sue entrate nel servizio del re senza ricevere adeguato compenso e perché le provvigioni concessegli dalla Corte gli erano contestate dagli intrighi dei Biraghi [81], pare che il Bellegarde, in quello stesso anno approfittasse della malattia del Retz per chiedere il governo della Provenza. Ma ne ebbe un reciso rifiuto [82]. Sdegnato con la Corte, ricusò dapprima di seguire il duca di Alençon nella spedizione militare di Fiandra [83], poi, sulla fine dell'anno, di venire alla Corte per stabilire col duca di Montmorency un pacifico assetto della Linguadoca e della Provenza. Neppure accettò l'invito della regina madre di recarsi a Isle-Jourdan, presso Tolosa, per abboccarsi con il re di Navarra, col cardinale di Borbone, col duca di Montpensier, col Danvilla e col sig. di Bevin, per stabilire i provvedimenti più adatti alla pacificazione generale del regno [84].

Il duca di Savoia non aveva, neppure in quest'anno, interrotti i suoi intrighi con il Bellegarde. Appena aveva saputo che il maresciallo era stato incaricato dal re di pacificare la Provenza, il Lionese ed il Delfinato, lo aveva caldamente esortato ad approfittare della felice circostanza per mettere nelle principali fortezze transalpine, che facevano cerchio al Marchesato, dei comandanti e dei presidî, che gli fossero fidati e sui quali egli potesse fare sicuro assegnamento, quando venisse il momento di agire [85].

Nuove sollecitazioni e più precise proposte gli fece pervenire sulla fine dell'anno (1578) [86]. Amareggiato, indeciso sul da farsi, il Bellegarde se ne stava in Tarascona, quando il duca E. Filiberto, o per istigazione del Lesdiguières [87], il quale desiderava creare un diversivo al re di Francia durante la guerra contro gli ugonotti, o per suggerimento del re di Spagna [88], al quale premeva di vendicarsi della Francia per l'intrapresa guerra di Fiandra, gl' inviò un proprio emissario nella persona del capitano Domenico La Volvera, di Vigone. Costui comandava il castello di Carmagnola a nome del figlio del Bellegarde, ma era piemontese e creatura tutta del duca. Il Volvera portava con sé una lettera, nella quale E. Filiberto, dopo essersi vivamente rammaricato della disgrazia, in cui il maresciallo era caduto per colpa dei suoi emuli e dei suoi nemici, e dopo avergli ricordata la loro lunga amicizia e riconfermati i suoi servigi, anche se tutti lo abbandonassero, gli dichiarava di avere qualche cosa di intimo e di importante da comunicargli, e tale da ridargli in breve tempo l'antica dignità e potenza [89].

Il Bellegarde, senza mostrare soverchio entusiasmo [90] rimandò il Volvera al duca, protestando, a sua volta, amicizia fino alla morte, e pregando il sovrano di voler comunicare apertamente e confidenzialmente al capitano tutto quello che lo riguardasse. Il Volvera fu presto di ritorno in Francia, recando più esplicite offerte e dichiarazioni da parte del duca. Il sovrano sabaudo, per mezzo del Volvera, esortava il maresciallo ad insorgere contro Birago [91] per impadronirsi del governo del Marchesato, e gli mostrava che l'impresa era facile e che una volta occupato il Saluzzese, egli avrebbe potuto andare anche più oltre, sia perché il re era impigliato nei gravi travagli del regno e della guerra di Fiandra, sia perché Carlo Birago era un inetto e non aveva forze sufficienti per contrapporsi: ma soprattutto, perché tutta l'artiglieria del Marchesato era concentrata a Carmagnola e Revello e queste due fortezze erano nelle mani del Volvera e di Cesare, figlio del maresciallo. Gli dimostrava inoltre ch'egli non avrebbe dovuto temere le conseguenze del suo atto, perché non gli mancherebbero né credito né amici alla Corte per essere pienamente giustificato presso il re.

Di fronte all'esplicita proposta del duca il Bellegarde si mostrò, secondo gli uni, subito entusiasta, secondo gli altri, dapprima perplesso ed irresoluto, ben prevedendo le gravi conseguenze e le forti ripercussioni che una tale impresa avrebbe provocato non solo alla Corte parigina, ma tra i principi stessi d'Italia. A vincere le sue esitazioni giunsero nuove sollecitazioni da parte del duca di Savoia e del conte di Ayamonte, governatore spagnolo di Milano, i quali gli facevano esplicita promessa di danaro e di uomini e lo esortavano ad agire con somma prontezza per timore che la notizia del complotto giungesse innanzi tempo alla Corte del re di Francia. Rassicurato da queste promesse e spronato in pari tempo dalla sua smisurata ambizione e dal sordo rancore, che covava nel suo animo contro la Corte ed i Biraghi, il Bellegarde, nel mese di dicembre [92], si decise finalmente a correre il rischio [93] e si preparò alacremente all'agognata occupazione del Marchesato.

Al duca, come al Bellegarde, non sfuggiva l' importanza decisiva, che aveva per il buon successo dell'impresa, il consenso e la partecipazione ad essa del Lesdiguières, capo degli ugonotti del Delfinato. L'adesione protestante sembrava tanto più facile ad ottenersi, perché in quell'anno il duca era in amichevoli rapporti con il partito ugonotto francese: col re di Navarra egli stava trattando segretamente per il matrimonio della sorella di lui col proprio figlio Carlo Emanuele [94], e col Lesdiguières aveva debito e credito simultaneamente di amicizia e di riconoscenza per i servigi che l'uno aveva reso all'altro in varie occasioni, o regolando questioni commerciali controverse fra il Delfinato ed il Piemonte, o liberando prigionieri, o usando speciale deferenza verso persone raccomandate. Dati questi buoni rapporti, il duca si persuase che avrebbe potuto facilmente trarre anché i capi ugonotti nella rete dei suoi intrighi, se avesse fatto loro balenare dinanzi i vantaggi, che essi stessi avrebbero potuto ricavare dall'impresa del Bellegarde ed avesse saputo sfruttare il forte risentimento, che gli ugonotti nutrivano, per interesse di religione, non meno contro Carlo Birago, persecutore dei riformati cisalpini, che contro Renato Birago, istigatore di atti intolleranti alla Corte di Francia.

Il duca ed il Bellegarde si trovarono facilmente d'accordo nel mandare al Lesdiguières due loro confidenti [95], per assicurarsi l'appoggio indispensabile degli ugonotti del Delfinato. Il duca inviò il suo segretario privato, il signor di Molard, ed il maresciallo il suo più intimo confidente, il signor D'Anselme. L'Ugonotto accolse volentieri la proposta, ma prima d'impegnarsi definitivamente, stimò prudente sottoporre il piano dell'impresa al re di Navarra, capo supremo del partito, per averne l'approvazione e le direttive. I due deputati proseguirono pertanto il loro viaggio fino alla Corte del re di Navarra, al quale esposero gli intenti e le modalità dell' impresa ventilata. L'assenso fu facilmente ottenuto, tanto più che l'impresa sul Marchesato di Saluzzo, obbligando il re ad intervenire in Piemonte, avrebbe contribuito ad alleggerire la pressione delle truppe regie contro gli ugonotti di Francia.

Ritornati dal Lesdiguières, i due deputati poterono facilmente stipulare un formale trattato, del quale queste erano le clausole principali: «che il Lesdiguières ed il Bellegarde si sarebbero assistiti a vicenda, sia per effettuare la conquista del Marchesato, sia per conservarne il sicuro possesso durante le turbolenze del regno e fino a che il maresciallo non ne fosse regolarmente investito dal re: che il capitano ugonotto, per ordine del re di Navarra, suo signore, si sarebbe << obbligato" verso il Bellegarde, aiutandolo in ogni sua necessità e riconoscendo l'autorità, che gli derivava dalla sua alta carica di maresciallo di Francia: che il Bellegarde, a sua volta, si sarebbe impegnato ad assistere i protestanti in ogni loro occorrenza, avrebbe loro sborsati i 20.000 mila scudi ricevuti in prestito dal duca di Savoia, e una volta occupato il Marchesato, avrebbe consegnato nelle mani del Lesdiguières le fortezze di Casteldelfino, di Dronero, di Deonte e qualche altra terra di frontiera, allo scopo di mantenere sicure ed ininterrotte le comunicazioni fra le truppe del Marchesato e quelle del Delfinato, poiché senza questa prudenza l'impresa sarebbe riuscita vana.

Assicurate così le spalle contro un eventuale assalto di truppe regie e procurati i necessari aiuti al di là delle Alpi, il Bellegarde, sebbene si fosse ormai nel cuore dell' inverno (gennaio 1579), si mise in marcia [96] con cinque compagnie di fanti [97] al comando del capitano Pietro d'Anselme e valicò il Colle dell'Agnello, che i montanari del Queyras, per ordine del Lesdiguières, avevano tenuto sgombro dalle nevi. Calò nel Marchesato per la valle della Stura, lasciando guarnigioni a Roccasparviera, a Demonte, a Centallo, e si diresse a Carmagnola, aspettando il momento propizio per dare attuazione al suo disegno.

Quasi nello stesso tempo il Lesdiguières, movendo dal Delfinato con 800 armati, valicava anch'egli il Colle dell'Agnello, si impadroniva di Chianale e veniva a porre assedio a Casteldelfino, difesa dal capitano cattolico Gautier e da un presidio di 50 uomini [98]. La presa fu facilitata dalle segrete intelligenze che l'Ugonotto aveva con un notaio del luogo, Giovanni Nel (o Nèly), che in compenso del suo tradimento fu fatto capitano di milizie e segretario particolare del Lesdiguières per il territorio della Castellata. Abusando del suo potere il Nel a detta degli scrittori cattolici avrebbe nei mesi seguenti approfittato dei torbidi seguiti nel Marchesato con la ribellione del Bellegarde per commettere ogni sorta di ribalderie a danno dei cattolici, spogliando e profanando chiese e cappelle cattoliche, usurpando rendite e benefici di ecclesiastici, costringendo con la forza gli abitanti cattolici ad intervenire alle prediche dei ministri riformati, incarcerando od espellendo parroci e curati. Informato che una congiura era stata ordita contro di lui, minacciò di mettere a ferro e a fuoco l' intera Castellata, e seminò il terrore e la morte nelle file dei cattolici. Il parroco di Chianale, Chiaffredo Gerthoux, che osò tenergli testa, fu rapito, pugnalato, e straziato con inaudita ferocia.

Ad impedire che la Riforma, per il vicino contagio della Castellata, dilagasse nelle valli sottostanti, fin da quest'anno, a detta del Ferrato [99], si sarebbero stabilite Missioni fisse di Gesuiti a Piasco, a Dronero, a Verzuolo ed a Casteldelfino stessa: ma la notizia è poco sicura a causa della confusione cronologica delle fonti, alle quali l'autore attinge la notizia.

Note

[1] Sulla situazione religiosa del Delfinato e della Provenza in seguito all'editto di pacificazione, cfr. ARNAUD, Hist. des Protestants du Dauphiné, I, 347-49; IDEM, Hist. des Protestants de Provence, I, 224-27.

[2] PASCAL, Lett. di Seb. Grazioli di Castrocaro, in «Bull. de la Soc. d' Hist. Vaud.», n.º 28, p. 47 (17 ott. 1576, al duca).

[3] Cfr. le lett. del Nunzio torinese Federici al Card. di Como (23 agosto 1576) e del Vescovo di Moriana al Nunzio torinese (5 agosto 1576), in PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CLXXVI-CLXXVII; GROSSO-MELLANO, op. cit., pp. 174-75.

[4] R. QUAZZA, E. Filiberto di Savoia e Guglielmo Gonzaga (1559-1580). Mantova, 1929, pp. 181-82 (Lett. dell'ambasciatore mantovano Cavriani al principe Gonzaga, 16 dic. 1568).

[5] Lett. (giugno 1575) Strozzi al Gonzaga, 22 apr. 1575, in QUAZZA, op. cit., loc. cit.

[6] A. S. T., I, Negoz. Francia, mazzi da invent. (1561-96), a. 1575: e PROMIS, Cento lettere, in «Miscell. Stor. Ital.», IX, p. 683 (5 giugno 1575).

[7] Lett. Strozzi al Gonzaga, in QUAZZA, loc. cit. (10 agosto 1575).

[8] QUAZZA, loc. cit.

[9] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. IV, lett. del conte di Monreale alla Corte torinese, 11 genn. 1576; QUAZZA, op. cit., p. 183.

[10] Lett. del Monreale alla Corte, in loc.cit. (16 e 28 genn. 1576).

[11] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (16, 28 genn. e 9 maggio 1576).

[12] Il Monreale riteneva che fosse più vantaggioso per il duca il partito del danaro che il cambio con la Bressa o con altre terre: perciò insisteva in questo senso sui dignitari della corte parigina, che credeva più favorevoli al duca. V. lett. Monreale, in loc. cit. (5 maggio 1576).

[13] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit., 8, 12, 16, 20 e 25 maggio; 2, 10, 15, 21 giugno; 4 luglio e 25 agosto 1576; A. DESJARDINS, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, in «< Coll. Docum. Inédits de l'Hist. de France», t. IV, pp. 67,69, 74: lett. dell'Alamanni al Granduca, 6 maggio, 27 maggio e 26 giugno 1576; RICOTTI, op. cit., II, 440-41; SEGRE, Riacq. e Ingrand., in loc. cit., pp. 131-32; QUAZZA, op. cit., p. 183; EGIDI, op. cit., p. 266. Per la ripercussione che il progetto di vendita del Marchesato suscitò tra i Cantoni Svizzeri, specialmente cattolici, cfr. E. ROTT, Histoire de la Représentation Diplomatique de la France auprès des Cantons Suisses, de leurs alliés et de leurs confédérés, Berne, 1902, II (1559-1610), p. 224.

[14] È vero che nel progetto di alienazione era vietato ai Cantoni di porre ufficiali o governatori propri e di esigere direttamente rendite dal Marchesato, il quale doveva rimanere nelle mani dei Cantoni come semplice pegno; ma non era possibile prevedere quale sviluppo la questione avrebbe potuto avere, se il re non avesse tenuto fede ai suoi impegni verso i Cantoni. Il re si era rivolto ai Cantoni Evangelici, anziché a quelli Cattolici, perché questi erano allora sdegnati col re a causa della pace conchiusa coi protestanti e perché, essendo già creditori di somme notevoli alla Corte di Francia, intendevano includere nel prestito le precedenti somme imprestate e non ancora corrisposte. Del resto anche i Cantoni evangelici si burlavano del re, che aveva osato chiedere una somma così forte, e dichiaravano di essere disposti tutt'al più ad imprestargli 400, o 500 scudi. Cfr. lett. di Monreale, in loc. cit. (20 maggio e 4 luglio 1576).

[15] Il re aveva chiesto in prestito somme di danaro al Granduca di Toscana, al duca di Ferrara, al duca di Mantova (che gli mandò 50.000 mila scudi), e alla Repubblica Veneta, che dapprima promise una somma, poi si ritrasse, adducendo la necessità di provvedere ad urgenti bisogni. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. 1, lett. di Bernardo Rovero (21 luglio e 20 agosto 1506). Anche il duca di Lorena sembrava disposto a versare al re un milione di franchi, con ipoteca sul Marchesato, perché potesse soddisfare alle richieste dei raitri tedeschi. Cfr. DESJARDINS, op. cit., IV, 74.

[16] Sulla missione del Cornuato a Parigi, cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. dell'abate Cornuato alla Corte di Torino e le Istruzioni ivi accluse: specialmente la lett. 4 e 12 giugno, 13, 23, 24 luglio e 16 nov. 1576. Sembra che questo invio fosse stato deciso dalla Corte sabauda ad insaputa del Monreale. V. lett. del Monreale, in loc. cit. (15 giugno 1576).

[17] In un colloquio col cancelliere Birago, costui lo aveva assai ampiamente informato dei vari maneggi concernenti il Marchesato. In sostanza gli aveva detto: «che non si parla di vendere il Marchesato ad alcuno né anche di ingaggiarlo al signor duca di Mantova, ma che detto signor duca, pretendendo la reversione di certe terre nelle Langhe, quali altre volte si muovevano in superiorità dal Marchesato di Monferrato et che furono lasciate alli marchesi di Saluzzo, dei quali, mancando la linea recta, hora dovessero essere riunite a detto Marchesato di Monferrato, fece richiedere il re per suo ambasciatore di volerli restituire dette terre et hora pigliando occasione ch'egli havesse inteso che il re si vuole servire del Marchesato per haver danari, ha fatto proporre al re se gli piacerà farline partito che si metterebbe in dovere di far ogni commodo per questa Corona quanto altro potesse fare; sopra qual cosa non si è puoi detto altro, salvo che il re, facendo consultar il fatto sopra la reversione di esse terre in Corte del Parlamento di Grenoble, ha trovato che il signor duca di Mantova non habbi ragione di domandar cosa alcuna et circa il partito gl' ha risposto non haver mai pensato d'alienar esso Marchesato; si è proposto di dar in gaggio tra l'altre cose il Marchesato a Svizzeri a ciò volessero prestar danaro o vero esser sicurtà per il re di dar certe somme in certi tempi et conditioni al duca di Sassonia, del che non sen ha ancor risposta, et il cancelliere tiene che non sia per riuscire. Si è proposto di far il medemo partito come sopra a Mons.r di Lorena et di Guisa, se voranno esser cautione per simil causa et somma di doi milioni di lire senza perhò sborsare alcuni danari, et per trattare tal negotio è partito un suo gentiluomo espresso, dal quale si saprà la risolutione d'ogni cosa, perché Monsig. il Cardinale si raporta al Sr. duca», lett. Cornuato, in loc. cit. (12 giugno 1576).

[18] Il duca era disposto a sborsare al re 600.000 scudi per l'alienazione del Marchesato nelle proprie mani. Cfr. lett. Monreale, in loc. cit. (25 luglio 1576).

[19] Acclusa alle lettere del Cornuato, loc. cit., m. v.

[20] Lett. del Monreale, in loc. cit., m. v., 28 genn. 1577; QUAZZA, op. cit., p. 184. Già in agosto il papa aveva incaricato il nunzio di Parigi di tener d'occhio lo sviluppo dell' alienazione del Marchesato. Avendo saputo che il re aveva intenzione di alienarlo agli Svizzeri protestanti, aveva fatto avvertire Enrico III di non farlo, perché << seroit mettre feu de certe heresie en Itallie» e perché avrebbe potuto facilmente trovare altri principi cattolici disposti ad accettare l'alienazione alle stesse condizioni od anche a condizioni più vantaggiose.

[21] Lett. del Monreale, in loc. cit. (20 marzo 1577).

[22] Per questa missione spagnola, cfr. RICOTTI, op. cit., II, 441-42; SEGRE, E. Filiberto e la Repubblica Veneta, in «Miscell. Stor. Venet. Deput. Stor. Patr.», serie II, t. VII (1901), p. 420 e segg. IDEM, Riacquisto e ingrandimento ecc., in loc. cit., p. 132; EGIDI, op. cit., p. 267; P. ROBBONE, Una proposta d'accordo sabaudo-spagnolo per la questione del Marchesato di Saluzzo, in «Annali Istit. Super. di Magistero del Piemonte», II, (1928), pp. 96-108. Le istruzioni al Ravoira sono in A. S. T., I, Negoziaz. Spagna, m. 1 (I sett. 1576); MANFRONI, Carlo Emanuele I e il trattato di Lione, cit., pp. 6-7.

[23] La ROBBONE (op. cit., pp. 101-102) esamina con acutezza i motivi, per cui la guerra in quel momento non era conveniente, né per il re di Spagna, né per il duca stesso di Savoia.

[24] Per premere sull'animo del re, il Ravoira doveva abilmente fare intendere al sovrano che, se egli non avesse aderito ad uno dei due partiti propostogli, il matrimonio ventilato tra l'infanta di Spagna e il giovane Carlo Emanuele avrebbe corso pericolo di essere rifiutato.

[25] Sulle intese fra il Danvilla, il Bellegarde e il duca, cfr. lett. del Monreale, in loc. cit. (9 luglio e 16 agosto 1576).

[26] DAVILA, op. cit., II, 220-30; LAVISSE, op. cit., VI, 173 e segg.

[27] DAVILA, op. cit., II, 240-50 LAVISSE, op. cit., VI, 178-88.

[28] GIOFFREDO, op. cit., IV, 568-70; ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 229 e segg.; IDEM, Hist. des Protestants du Dauphiné, I, 353-55; JALLA, op. cit., I, 351. Fin dal settembre dell'anno precedente il castellano della Perosa, Pietro Turta (lett. 3 sett. 1576, in loc. cit.) aveva dato avviso di nuovi progetti ugonotti contro il Marchesato di Saluzzo.

[29] ARCH. COMUN. di VERZUOLO, Ordinati, a. 1577 (8 marzo) e 1 sett. 1577.

[30] THUANI (DE THOU), op. cit., III, 350.

[31] Il THUANI (DE THOU), op. cit. (III, lib. 63, p. 517 e seg.) riporta una nobilissima lettera del Danvilla, colla quale il maresciallo risponde all'invito rivoltogli dagli Stati Generali, perché aderisse alle loro deliberazioni intolleranti. Dopo aver dichiarato di voler vivere e morire nella religione cattolica e dopo aver espresso il timore che gli Stati, invece di sanare il male, lo peggiorino, sostiene arditamente che la religione deve essere ispirata da Dio, non imposta agli uomini: che due religioni possono benissimo convivere in pace in uno stesso stato e che il voler revocare gli editti di tolleranza concessi ai protestanti preparerà alla Francia nuovi gravissimi danni.

[32] Fin dal novembre 1576 il Monreale (lett. del Monreale, in loc. cit., 7 nov. 1576) aveva avvertito il duca E. Filiberto che alla Corte parigina si nutrivano forti sospetti sul Bellegarde per il viaggio repentino fatto in Piemonte, dopo essersi abboccato con il re di Navarra, capo degli ugonotti, col principe di Condé, col Danvilla e con altri invisi alla Corte, e che si riversava la responsabilità di tutte queste segrete trame sopra Sua Altezza.

[33] SECOUSSE, op. cit. i cronisti ivi citati. , pp. 66-67

[34] SECOUSSE, op. cit. pp. 66-67.  Nel Journal d' Henry III (in SECOUSSE, loc. cit.), alla data 2 febbr. 1577, si legge: «L'on a traité de bailler le marquisat de Saluces au mareschal Damville, pour luy et les siens, pour le faire en aller hors du Languedoc: et Mr. de Savoie en traitte»,

[35] A, S. T., I, Reg. Lettere della Corte, Vol. 22, a. 1576, fol. 17-18.

[36] A. S. T., I, Negoziazioni Francia, m. III, vol. 9 (11 febbr. 1577: Istruzione del re al Consigliere Paris).

[37] Su questa nuova fase delle trattative tra il Danvilla, il Bellegarde e la Corte di Parigi, cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, (lett. del Monreale alla Corte di Torino, in data 13, 14, 16 aprile; 22 e 30 maggio; 9, 17 e 25 giugno 1577); IBID., Lett. Principi Forestieri, Francia, m. I (il re al duca, 6 marzo 1577); THUANI (DE THOU), op. cit., III, 670-71; SECOUSSE, op. cit., pp. 67-72, e Additions au Mémoire historique, pp. 41-42 e 173 (dove sono riportati importanti passi desunti dal Journal d' Henry III, dalle cronache del Perussis e del Morelli, dalla Histoire de France di Agrippa d'Aubigné e dalla Vie de La Valette del Mauroy); LA FERRIÈRE, Lettres de Catherine de Médicis, in loc. cit., VI, p. 5, nota; DESJARDINS, op. cit., IV, 117 (20 marzo 1577, il Saracini al Granduca di Toscana); RICOTTI, op. cit., II, 443-44; QUAZZA, op. cit., pp. 184-85; EGIDI, op. cit., p. 267; TONSI, op. cit., pp. 214-15, dice che E. Filiberto propose al re la liberazione del Montmorency per amicarsi il Danvilla.

[38] Il cronista Morelli (in SECOUSSE, op. cit., Additions, pp. 40-41) all'anno 1577 tramanda: «Au commencement du mois de Mai de l'année 1577. Mr. le maréchal de Bellegarde arriva à Avignon nayant charge du roi d'être gouverneur d'une partie du Languedoc; il conférs charge à Mr. le cardinal d'Armagnac, et il alla trouver le maréchal de Damville, pour le dissuader d'être du parti des huguenots, ce que ledit Seigneur accorda».

[39] Il sig.r di Boivin, il sig.r di Villars ed altri dignitari della Corte, ostili tanto al Danvilla quanto al Bellegarde, disapprovavano apertamente queste trattative della Corona, giudicandole nocive alla reputazione ed all'autorità del sovrano. Sostenevano che il Danvilla doveva prima arrendersi alla volontà ed alla ubbidienza del re, facendogli qualche segnalato servizio, dopo di che «si le roy luy vouloit faire du bien et advencement, il le poueroit faire a loisir». Nel giugno (1577) già correva voce a Parigi che le trattative, per tutte queste intromissioni di invidiosi e di malevoli, fossero poco chiare e si dovessero ritenere come fallite. Cfr. le lett. del Monreale alla Corte torinese, sopra cit.

[40] SECOUSSE, loc. cit.

[41] SECOUSSE, op. cit., p. 72.

[42] Per rappacificare il Danvilla con il re e per distoglierlo dall'alleanza con gli ugonotti, il papa aveva scritto delle lettere non solo al Danvilla stesso, ma al duca di Savoia ed al Bellegarde. Il 7 giugno 1577, conosciuto il felice esito delle trattative, il papa ringraziava il maresciallo Bellegarde per i suoi buoni servigi «... Amamus te unice gratiasque agimus Divinae bonitati, quae tam preclare in re adfuit virtuti tuae.... Nostrae litterae sint testes erga te voluntatis animique tam omnibus in rebus ad ea quae tibi utilitati aut ornamento esse poterunt propensa, quam potest parentis erga filium optimum, summisque in rebus optime meritum voluntas et amor. Amplissima autem reposita sunt tuae pietati premia apud Deum O. M. cujus interim perpetuam opem et gratiam nobilitati tuae toto pectore precamur». THEINER, op. cit., II, 326-27.

[43] THUANI (DE THOU), op. cit., III, lib. 64, PP. 539-40; DAVILA, op. cit., II, 268 e segg.; SECOUSSE, op. cit., pp. 72-83 e le opp. ivi indicate o riferite sull'assedio di Nîmes. IBIDEM, Additions au Mémoire, pp. 41-42; TONSI, op. cit., p. 215.

[44] THUANI, op. cit., III, lib. 64, pp. 539-40; lib. 68, pp. 670-73; SECOUSSE, op. cit., pp. 84-94; MAUROY, op. cit., p. 12 (in SECOUSSE, op. cit., Additions, p. 174 e segg.).

[45] SECOUSSE, loc. cit.

[46] Il nunzio papale a Parigi diceva che l'affare intavolato fra la corte ed il Danvilla «alloit à jouer au plus fin et que il n'avoit veu si subtile praticque dez qu'il est en France». Lett. 17 giugno 1577 del Monreale alla Corte sabauda, in loc. cit.

[47] Anche i Politici ed i partigiani stessi del Danvilla premevano su di lui, perché non accettasse il cambio e non si ritirasse al di là delle Alpi, temendo di perdere il suo appoggio e di dover rinunziare ai loro disegni ambiziosi. IBIDEM, lett. 25 giugno 1577.

[48] DAVILA, op. cit., II, 264-67; GOMBERVILLE, op. cit., I, 290 e segg.; LAVISSE, op. cit., VI, 190-91; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 355. V. l'artic. 1o dell'editto in GOMBERVILLE, loc. cit.

[49] A. S. T., I, Mat. Eccles.: Inquisiz., m. I, fasc. 20; JALLA, op. cit. I, 352-53.

[50] Fin dalla metà di agosto correva voce a Parigi che i rapporti fra il Bellegarde ed il Danvilla si fossero molto raffreddati: che il Danvilla non fosse punto spiacente di non avere ancora il Marchesato: che il Bellegarde, irritato, andava apertamente dicendo che, se il Danvilla si ritirava dal negozio del Marchesato, avrebbe dovuto essere condannato a morte; che il Cancelliere Birago si valeva di ogni persona che andasse dal Bellegarde, per pregarlo di sconsigliare al Danvilla il cambio della Linguadoca col Marchesato: che i partigiani stessi del Danvilla più che mai lo dissuadevano dall' impegnarsi nell'affare del Marchesato. Cfr. lett, del Monreale 12 agosto 1577, in loc. cit.

[51] SECOUSSE, op. cit., pp. 94-95.

[52] Il re, sdegnato per l'ostinata riluttanza del Danvilla, minacciava di rompere in guerra aperta con lui ed era deciso «a passer avant en Languedoc où le dict Danville ne se trouveroit content, ains sentiroit la ruine de luy et de sa maison». Lett. del Monreale 18 agosto 1577, in loc. cit.

[53] SECOUSSE, op. cit., pp. 94-97.

[54] L'incertezza sull'esito finale delle trattative col Danvilla perdurava alla fine di agosto e in settembre. A seconda delle notizie che giungevano, il re faceva e disfaceva le Istruzioni per il confidente prescelto a recarsi dal Danvilla. Ora decideva d'inviare il sig.r di Maintenon, ora il sig.r di Poigny, subito, senz'altro indugio; ora di aspettare la caduta della città di Montpellier e la conclusione della pace. Intanto, per vincere le resistenze dei Biraghi, pare che venisse promesso un castello e 40.000 scudi di rendita sul Marchesato al figlio di Carlo Birago. Cfr. lett. del Monreale, 26 agosto e 15 sett., in loc. cit.

[55] Sulla missione del Poigny, cfr. SECOUSSE, op. cit., pp. 99-108 e le opere ivi riferite. Inoltre: Lett. del Monreale, in loc. cit. (26 agosto 1577). Secondo l'ambasciatore sabaudo le istruzioni rimesse al Poigny contenevano una clausola, secondo la quale il Marchesato veniva concesso al Danvilla in feudo per lui ed i suoi discendenti a condizione tuttavia che non lo potesse mai alienare senza permesso del re; che le appellazioni di là si facessero al Parlamento di Grenoble; che la sovranità del Marchesato rimanesse integra nelle mani del re e che si demolissero anche alcune fortezze. Il Monreale dubitava assai che la deputazione riuscisse a buon fine contro la volontà della Casa Birago, perché sospettava che Carlo Birago non volesse spogliarsi interamente del Marchesato, ma conservare Saluzzo e qualche altra città nell' incertezza di quanto avrebbe potuto accadere. Cfr. anche DESJARDINS, op. cit., IV, pp. 125 (1 sett. 1577) e pp. 129-30 (17 sett. 1577).

[54] L'incertezza sull'esito finale delle trattative col Danvilla perdurava alla fine di agosto e in settembre. A seconda delle notizie che giungevano, il re faceva e disfaceva le Istruzioni per il confidente prescelto a recarsi dal Danvilla. Ora decideva d'inviare il sig.r di Maintenon, ora il sig.r di Poigny, subito, senz'altro indugio; ora di aspettare la caduta della città di Montpellier e la conclusione della pace. Intanto, per vincere le resistenze dei Biraghi, pare che venisse promesso un castello e 40.000 scudi di rendita sul Marchesato al figlio di Carlo Birago. Cfr. lett. del Monreale, 26 agosto e 15 sett., in loc. cit.

[55] Sulla missione del Poigny, cfr. SECOUSSE, op. cit., pp. 99-108 e le opere ivi riferite. Inoltre: Lett. del Monreale, in loc. cit. (26 agosto 1577). Secondo l'ambasciatore sabaudo le istruzioni rimesse al Poigny contenevano una clausola, secondo la quale il Marchesato veniva concesso al Danvilla in feudo per lui ed i suoi discendenti a condizione tuttavia che non lo potesse mai alienare senza permesso del re; che le appellazioni di là si facessero al Parlamento di Grenoble; che la sovranità del Marchesato rimanesse integra nelle mani del re e che si demolissero anche alcune fortezze. Il Monreale dubitava assai che la deputazione riuscisse a buon fine contro la volontà della Casa Birago, perché sospettava che Carlo Birago non volesse spogliarsi interamente del Marchesato, ma conservare Saluzzo e qualche altra città nell' incertezza di quanto avrebbe potuto accadere. Cfr. anche DESJARDINS, op. cit., IV, pp. 125 (1 sett. 1577) e pp. 129-30 (17 sett. 1577).

[56] II SECOUSSE, op. cit., p. 105, volendo conciliare le due offerte contrastanti, suppone o che il re mutasse parere dopo la partenza del Poigny o che egli avesse speciali ragioni per tenere il Danvilla all'oscuro della promessa fatta al Bellegarde e si riservasse d'informarlo solo a trattato conchiuso.

[57] SECOUSSE, op. cit., pp. 107-108 (6 nov. 1577).

[58] Lett. del Monreale, in loc. cit. (3 dic. 1577); DESJARDINS, op. cit., IV, pp. 176-79 (Saracini al Granduca, 19 luglio 1578); SECOUSSE, op. cit., p. 117; MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., Additions, p. 173.

[59] SECOUSSE, op. cit., pp. 111. Vi era il 3 dic. 1577. Nell'anno seguente il Bellegarde fece frequenti viaggi: il 17 febbr. era ad Avignone, dove dimorò fino al 24 del mese; il 2 marzo va a Carpentras, l'8 ritorna ad Avignone e di là a Tarascona: alla fine di maggio è di nuovo ad Avignone, in luglio e settembre a Tarascona. In Tarascona godeva, per concessione del re, dell'uso del castello e dei redditi della città per nove anni. Ma alcuni storici del tempo lasciano sospettare ch'egli se ne fosse impadronito con la forza. IBIDEM, pp. 113-17, 173.

[60] SECOUSSE, op. cit., pp. 108-109. Il Monreale riferisce che il Danvilla, avendo saputo che a Corte si parlava di una sua capitolazione col re «en la liberalité que l'on luy avoit donné a entendre le Roy luy vouloit fere touchant le marquisat de Salluces», aveva fatto sapere con vari spacci «que son intention ne fut jamais de capituler avec son prince. A pour cette occasion mercié tres humblement sa Majeste, la suppliant reserver ches choses a ung aultre temps que par ses services il le pourra mieux meriter, suppliant seulement cependant sadicte Majeste de le laisser en son gouvernement, auquel il tirera tant de service de luy qui scauroit fere d'aultre. Le Roy ha repondu que ce qu'il en avoit faict estoit pensant grattifier et accomoder ledict Sr. Danpville, mais puisque il n'en veult poinct, il n'en faut plus parler». La causa del rifiuto del Danvilla - secondo il Monreale - sarebbe stata la fiera opposizione fatta dal conte di Carcés, che spadroneggiava in Provenza e che non voleva cedere il governo della provincia a Carlo Birago in compenso del Marchesato. Cfr. lett. del Monreale, in loc. cit. (20 nov. e 12 dic. 1577).

[61] SECOUSSE, op. cit., pp. 109-10.

[62] In maggio aveva scritto «fort hautemente par deca jusque a dire qu'il ne sortira que par force et qu'il ne soit pourveu a son contentement»; in agosto chiedeva per suo figlio un castello del Marchesato e una pensione di 4.000 scudi; in ottobre esigeva, per lasciare il Marchesato, che prima suo figlio avesse in saldo possesso la città di Pézenas, in Linguadoca; in novembre infine chiedeva che gli fosse conferito addirittura il governo della Provenza. Cfr. lett. del Monreale, in loc. cit. (30 maggio, 26 agosto, 4 ottobre e 20 nov. 1577). La Corte di Parigi gli inviò ripetutamente un corriere per ordinargli di lasciare il governo del Marchesato e ritirarsi in Provenza. IBIDEM (lett. 6 novembre 1577). "

[63] Lett. del Monreale, in loc. cit., (12 dic. 1577). 64 Dell'opposizione e degli intrighi del Cancelliere nella questione del Marchesato parlano molte lettere del Monreale. Cfr. specialmente: 14 aprile, 22 maggio, 9 e 17 giugno, 12, 18 e 26 agosto, 10 sett. 1577. Riferiamo alcuni passi di queste lettere: (Le Chancellier) «ne veult en aulcune fason que les siens perdent ce gouvernement de tant plus qu'il tomberoit entre les mains du plus grand ennemy qu'il ait. Que me faict doubter que le dict chancellier tant pour la raison susdicte que pour estre tenu universellement ennemy irreconciliable de Mr. Danville, Mr. de Bellegarde et leur maison ne vouldra souffrir rien se face a leur honneur, seureté et advantage» (lett. 14 apr.). Lo stesso cancelliere «dict que le Roy quoy qu'il deust couster, le (Danvilla) devoit fere mourir par poyson ou aultrement et qu'il luy falloit aprendre que cest de capituller avec son Roy: que lon ne scavoit s'il estoit huguenaut ou Catholique: que luy aiant remis le marquisat Dieu siache que luy feroint. Mais qu'il n'y estoit pas encore et que Mr. de Pogny scavoit bien ce qu'on luy avoit ordonné, quels depesches qu'il pourtait  (10 sett.).

[65] Aveva mandato appositamente in Francia, a richiesta della Corte parigina, un suo inviato speciale, un certo Muratori, per tentare l'accordo tra il re ed il Danvilla. Cfr. lett. del Monreale, in loc. cit., (12, 14 e 18 agosto 1577); TONSI, op. cit., pp. 216-18,

[66] ALBERI, op. cit., V, 2ª Ser., p. 52.

[67] Le trattative intercorse tra la Corte parigina e quella sabauda per la rappacificazione del Danvilla e per il cambio della Linguadoca con il Marchesato, sono ampiamente documentate nell'epistolario del Monreale (a. 1577) in A. S. T., I, Ministri Francia, m. V; vedansi specialmente le lett. 16 apr., 9, 17, 25 giugno, 12 14, 18, 26 agosto, 16 novembre, 26 genn. 1578. Inoltre DE LA FERRIÈRE, op. cit., V, (lett. di Caterina al Principe di Piemonte C. Emanuele, 25 dic. 1577). A. S. T., I, P. 286. Lett. Minute della Corte, a. 1577, fol. 17 e segg. (lett. del duca al Danvilla, al re ed alla regina di Francia).

[68] Lett. del Monreale alla Corte di Torino, in loc. cit. (12 dic. 1577).

[69] ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 231 e segg. IDEM, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 357 e segg.

[70] Lett. del Monreale alla Corte sabauda, in loc. cit. (26 genn., 26 apr., 5 e 8 giugno 1578); DESJARDINS, op. cit., IV, 174 (Saracini al Granduca di Toscana, 9 giugno 1578).

[71] Cfr. cap. VIII.

[72] Già abbiamo detto come la Marescialla di Thermes, che sposò in seconde nozze il Bellegarde, era sorella di Giacomo di Saluzzo, signore di Cardé, uno dei rami più importanti della famiglia marchionale.

[73] LA FERRIÈRE, Lettres de Catherine, VI (8 giugno 1578).

[74] Lett. del Monreale alla Corte torinese, in loc. cit. (12 dic. 1577); SECOUSSE, op. cit., p. 136 e Additions au Mémoire Historique et critique, pp. 27-40.

[75] Per le trattative del Lesdiguières e del Bellegarde, cfr. THUANI (DE THOU), op. cit., III, 625, 670-71; SECOUSSE, op. cit., pp. 112, 132-39, con gli autori ivi riferiti; DUFAYARD, op. cit., p. 47; THEINER, Annales Eccles., II, 416, 615-16; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 361.

[76] V. la lett. del Lesdiguières al Bellegarde (5 marzo 1577) e del Bellegarde al Lesdiguières (7 marzo 1577) in SECOUSSE, op. cit., Additions, pp. 27-40; THEINER, op. cit., II, 615-16. Il maresciallo cercava di vincere la diffidenza degli ugonotti, ostentando il grande risentimento ch'egli stesso nutriva contro la regina madre, causa principale della sua disgrazia presso il re, e sottoscrivendosi come fidelle amy et frere» del capo ugonotto.

[77] ... il fault oblier le mal de part et d'autre, et enfin se resouldre de terminer la guerre par la paix, si nous ne voulons donner ce plaisir aux voysins de ce royaulme de nous voir entretuer et ruyner les ungs les aultres jusques à tant que ni en reste un seul pour leur faire place à s'emparer de nous belles cités, maisons et commodités....»,

[78] SECOUSSE, op. cit., pp. 139-40.

[79] THEINER, op. cit., II, 417-19. Il pontefice lodava la volontà dimostrata dal maresciallo nel tutelare gli interessi e l'accrescimento della Sede Apostolica e lo ringraziava per la promessa fatta di prestare aiuto, anche con soldati, ai magistrati di Avignone, se i nemici preparassero qualche insidia ai danni della città.

[80] THUANI (DE THOU), op. cit., III, p. 670; SECOUSSE, op. cit., pp. 146-51 e Additions, pp. 40-67, e 149-50, dove sono riferiti passi di cronache e di storie di Avignone relativi alla presunta congiura del Bellegarde (Mémoires manuscrits de JEAN MORELLI e Histoire d'Avignon et du Comté Vénassin par le père Sebastien FANTONI-CATRUCCI, Venezia, 1678, in 2 voll.).

[81] SECOUSSE, op. cit., p. 118 e MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., Additions, p. 174.

[82] SECOUSSE, op. cit., p. 118 e MAUROY, op. cit. in SECOUSSE, op. cit., Additions, pp. 173-74. A. S. T., Negoziati Francia, m. III, n.º 12 (I agosto 1579: Istruzioni del Bellegarde a vari).

[83] Lett. del Monreale alla Corte torinese, in loc. cit. (8 giugno 1578).

[84] Lett. del Monreale, in loc. cit. (30 ott. e 25 nov. 1578); DESJARDINS, op. cit., IV, 205-209 (ott.-nov. 1578).

[85] SECOUSSE, op. cit., pp. 133-35.

[86] Per queste trattative fra il duca di Savoia E. Filiberto, il governatore di Milano, il Lesdiguières ed il Bellegarde, cfr. THUANI (DE THOU), op. cit., III, lib. 68, pp. 671 e segg.; BRANTÔME, op. cit., in loc. cit., V, pp. 202; VIDEL, Hist. du Connestable de Lesdiguières, Grenoble, 1649, pp. 62-63; MAUROY, op. cit., p. 13 (in SECOUSSE, op. cit., Additions, pp. 174-75) e SECOUSSE, op. cit., pp. 119-131; DUFAYARD, op. cit., p. 52 e seg.

[87] Così afferma il VIDEL, loc. cit. Lo riconferma SECOUSSE, op. cit., PP. 141-46; THUANI, op. cit., III, 670.

[88] II MAUROY, in loc. cit. dice che il re di Spagna, informato del malcontento del maresciallo di Bellegarde, volle trarne partito, e, per mezzo del governatore spagnolo di Milano Antonio di Gusman, conte di Ayamonte, incitò il duca E. Filiberto ad entrare in trattative col Bellegarde per persuaderlo a tentare l'impresa di Saluzzo. Il duca volentieri accondiscese sia per fare cosa piacevole al re di Spagna, sia perché sperava trarre dal fatto qualche vantaggio personale

[89] II MAUROY, in loc. cit., attesta di aver veduto coi propri occhi la corrispondenza epistolare scambiata in quest'occasione tra il duca e il Bellegarde. Le lettere consegnategli da Mathurin Chartier, segretario privato del Maresciallo, servirono al Mauroy per tessere la vita del La Valette. Una parte di questo materiale è stato pubblicato dal barone ZÜR-LAUBEN nel t. V. della sua Hist. Milit. des Suisses. Cfr. SECOUSSE, op. cit., p. 26 delle Additions au Mémoire.

[90] Così dice il MAUROY, loc. cit. Il VIDEL invece (op. cit., p. 63) dichiara che la proposta fu accettata dal maresciallo con entusiasmo, perché amareggiato dalla sospensione delle sue provvigioni e dei suoi propri redditi.

[91] L'animosità del duca di Savoia contro i Biraghi non era meno forte di quella del Bellegarde. Renato Birago, infatti, si era opposto, insieme col duca di Nevers, alla restituzione delle piazze francesi nel 1574; aveva avversate le proposte e le iniziative del duca per l'acquisto o l'infeudazione del Marchesato di Saluzzo durante gli anni 1575-76; infine con i suoi intrighi era riuscito a mettere in cattiva luce il duca alla Corte di Francia durante le trattative svolte col Danvilla e col Bellegarde. A Carlo Birago il duca rimproverava i torbidi successi in Val Perosa; la sua inettitudine a reprimere l'eresia nel Marchesato di Saluzzo ed i suoi malevoli rapporti alla Corte parigina. L'ambasciatore veneto Barbaro, accennando ai sentimenti del duca verso Carlo Birago, dice che il luogotenente francese «per essere di quella Casa che al tempo delle guerre in Piemonte fece grandissimo danno al duca di Savoia, dava molti disgusti a S. A.». Cfr. ALBERI, op. cit., t. V, 2ª S.e, p. 86.

[92] I PERUSSIS (in SECOUSSE, op. cit., pp. 115-16) afferma che il Bellegarde parti da Tarascona verso il 19 dicembre «Bellegarde partit du Château de Tarascon, suivi de plus de cent chevaux; il alla a Salon (en Provence) où le comte de Carces le festoya; de là prit son droit à Saluces, suivi de quelques gentilhommes du pays». Ma la notizia non è forse esatta. Prima di varcare le Alpi, il Bellegarde ebbe, a quanto pare, un nuovo abboccamento col Lesdiguières.

[93] Il MAUROY (in SECOUSSE, op. cit., Additions, pp. 175-76) afferma che il re era a conoscenza dell'intrigo del Bellegarde, ma che non se ne curò, credendo di essere sempre in tempo per prevenire le conseguenze del fatto e non volendo suscitare nuove diffidenze tra gli ugonotti.

[94] Fin dal marzo 1577 si era divulgata a Parigi la voce che il duca di Savoia stesse trattando con il re di Navarra per il matrimonio della sorella di lui col principe Carlo Emanuele. A. S. T., Lett. Ministri Francia, m. V (lett. del Monreale al duca, 20 marzo 1577).

[95] VIDEL, op. cit., pp. 63-65; SECOUSSE, op. cit., pp. 141-46; DuFAYARD, op. cit., pp. 52-53.

[96] THUANI (DE THOU), op. cit., lib. 68, pp. 671; VIDEL, op. cit., p. 65; SECOUSSE, op. cit., pp. 151-53 e Additions, pp. 45-46, dove è riferita la testimonianza del cronista MORELLI. Secondo quest'ultimo, in principio di gennaio 1579 il Bellegarde “quitta le château de Tarascon et y laissa son maistre d' hostel, avec ordre de le rendre au roy: il passa par Sisteron et la Provence, il mena avec lui Chartier, son secretaire, qui estoit soupçonné de l'entreprise conspirée contre Avignon: et peu de temps les s.rs Baron de la Roche et Anselmi laisserent les troupes de Mr. de Vins en Provence et suivirent le mareschal en Piedmont et commencerent la guerre du marquisat de Saluces”.

[97] Tale è la cifra più attendibile, data dal MAUROY, loc. cit. (SECOUSSE, op. cit., Additions, p. 176). I 6.000 uomini, di cui parlano alcuni storici, non furono raccolti dal Bellegarde che nei mesi seguenti, con contingenti venuti di Linguadoca, dal Delfinato e dalle Valli del Pinerolese.

[98] ALLAIS, op. cit., pp. 274-76; SAVIO, op. cit., I, 288-89; RORENGO, op. cit., pp. 83-84.

[99] FERRATO, La festa del Martedi Santo a Saluzzo, Saluzzo, 1897, p. 82; SAVIO, op. cit., I, 290; 216-17. Secondo GROSSO-MELLANO, op. cit., I, 186, la situazione delle Missioni Gesuitiche nel Marchesato si rivelava ancora in principio dell'anno «precaria ed oscillante».