Storia/Saluzzo riformata/IX La Riforma protestante nel Marchesato di Saluzzo dalla Pace di Roccella (1573) alla Pace di Beaulieu (1576)
Capitolo Nono
La Riforma protestante nel Marchesato di Saluzzo dalla Pace di Roccella (1573) alla Pace di Beaulieu (1576)
- Timori di congiure e di calate ugonotte. Il «Patto di Unione» delle chiese protestanti di Francia. Mosse inquietanti degli ugonotti lungo la frontiera del Marchesato. Il duca di partito dei Politici. Il ritorno del re Enrico III dalla Polonia e la cessione delle piazze francesi in Piemonte. religiose della restituzione. Prime intese fra E. Filiberto ed il maresciallo di Bellegarde. Trionfo e rapido declino del Bellegarde alla Corte francese. La Riforma nelle terre di Centallo e progetto di una nuova San Bartolomeo nel Marchesato. L'arresto del tesoriere delle chiese ugonotte. Passaggi misteriosi di truppe e di capi ugonotti sulle terre del Marchesato. La rivolta della valle di Macra e la fallita impresa degli ugonotti contro il castello di Dronero. Gli avvisi inquietanti del governatore di Cuneo ed i preparativi militari di Carlo Birago. Fine della quinta guerra civile e pace di Beaulieu o di Monsieur (26 maggio 1506).
Mentre in Francia sopivano le guerre civili [1], nei domini francesi cisalpini la situazione religiosa si faceva di giorno in giorno più inquietante.
I riformati del Marchesato di Saluzzo e quelli delle alte valli del Chisone e della Dora Riparia, malcontenti di essere stati ancora una volta esclusi dal benefizio delle libertà religiose concesse ai loro confratelli di Francia, a causa dell'inesorabile opposizione del duca di Savoia [2], tumultuavano e minacciavano di prendere le armi per conquistare i diritti, che erano ad essi negati.
Nel luglio 1573 il Birago, accampando a pretesto tumulti e congiure, intimò la cessazione di ogni atto di culto riformato ai protestanti delle valli di Perosa e di Pragelato, sudditi del re di Francia; trovato un aperto rifiuto, organizzò una spedizione punitiva contro i riottosi, affidandone il comando al capitano La Radde [3]. Ma a difesa degli assaliti accorsero i correligionari delle valli di Luserna, del Delfinato e del Marchesato di Saluzzo, cosicché le truppe del Birago, dopo sterili assalti, dovettero ritirarsi con gravi perdite. Le ostilità continuarono fino a quando la pace ristabilita nel Delfinato e nella Provenza, tra cattolici e protestanti (Nimes, 22 agosto), consigliò il Birago ed i Valdesi a conchiudere anch'essi una tregua (I settembre 1573). L'accordo riconosceva ai dissidenti gli stessi diritti, che erano stati loro concessi dal trattato, detto di Cavour, stipulato nel 1561 tra il duca di Savoia ed i suoi sudditi valdesi delle valli di Luserna e San Martino. Il re di Francia approvò la tregua con la patente del 14 ottobre successivo, ma, non facendo differenza tra la valle della Perosa e gli altri suoi domini cisalpini, pretese escludere anche da quelle terre l'uso pubblico della religione riformata professata da parecchi decenni. Ma i Valdesi protestarono, sostenendo che gli articoli del trattato di Cavour erano stati riconosciuti validi dal re di Francia anche per i sudditi regi in occasione del trattato di Fossano, il quale, se dava alla Francia il possesso di Pinerolo e di una parte della valle di Perosa, confermava tuttavia ai nuovi abitanti i privilegi goduti sotto il duca di Savoia. E furono per allora lasciati tranquilli [4].
Ma, mentre la calma tornava nelle terre della giurisdizione francese di Pinerolo, altre inquietudini nascevano a proposito del Marchesato di Saluzzo.
Correva persistente la voce che gli ugonotti, non potendo più menare le mani in Francia a causa della tregua proclamata, meditassero di scendere in Italia per tentarvi qualche bella e proficua impresa. Il 31 agosto 1573 l'abate di S. Solutore, che trattava alla Corte papale gli interessi del duca di Savoia, riferiva al suo sovrano [5] di aver appreso da segrete informazioni venute di Francia, che gli ugonotti preparavano una grossa irruzione in Piemonte per l'otto di settembre, fidando nell'aiuto dei numerosi aderenti, che avevano al di qua delle Alpi e soprattutto nella sollevazione generale, che avrebbe fatto il popolo di Carmagnola. Perciò il duca veniva consigliato a mettere guardie alle frontiere ed a sorvegliare i comandanti delle fortezze, in attesa che fossero meglio accertate le intenzioni dei facinorosi di Francia.
Le apprensioni, anche se i fatti non tennero dietro ai timori, parevano pienamente giustificate dalla partecipazione sempre più attiva che le Comunità riformate del Marchesato prendevano al grande organismo delle chiese ugonotte di Francia: organismo, dal quale prendeva vita la già ricordata «Unione Protestante». Lo si deduce dai verbali dell'Assemblea Generale, che i protestanti di Francia tennero a Milhaud [6] il 16 dicembre (1573), allo scopo di ricercare i mezzi migliori sia per provvedere alla comune difesa entro i confini del regno, sia per proteggere le libertà religiose ed i diritti dei correligionari residenti nelle province annesse. Inviarono deputati anche le congreghe del Marchesato, poiché di esse è fatto un esplicito cenno nella deliberazione conclusiva presa dall'assemblea. Nel testo, infatti, si legge che scopo dell'assemblea è quello di costituire «une union, entière association et fraternité mutuelle, parfaite et perdurable à jamais, en toutes choses saintes et civiles, tant entre les Églises de France genéralement qu'entre tous ceux de la religion réformée, soyent régnicoles et autres de la ville et Archevésché d'Avignon, Ville et Principauté d' Orange, Marquisat de Saluces, et pays Messin». I membri dell'Unione s'impegnavano, in virtù dell'accordo, «à s'exposer les uns pour les autres au besoin et quand en seront requis, sans espargner leurs moyens, personnes, et biens...; se tenir touyours bien advertis respectivement de tout ce que pourra servir à la conservation et seureté des uns et des autres, mesmes envoyer secours d' hommes selon la nécessité des requérants».
Il patto d'unione assunse pertanto carattere religioso e militare, e, come tale, ebbe notevole importanza per le congreghe riformate del Marchesato di Saluzzo. Infatti, da un lato, obbligò le chiese saluzzesi ad inserirsi sempre più profondamente nella politica e nelle vicende religiose delle chiese consorelle di Francia, fino a partecipare talora alle loro fazioni civili e religiose nelle finitime province del Delfinato e della Provenza dall'altro lato, conferì ad esse un'autorità maggiore per chiedere, in cambio dell'aiuto prestato o promesso, l'assistenza del partito ugonotto francese nella rivendicazione delle proprie libertà religiose, conculcate da governatori intolleranti, o per implorare dalla Corte l'estensione al di qua delle Alpi di quegli stessi beneficî, che gli editti di tolleranza recavano ai riformati del regno.
La rinsaldata fratellanza diede, come primo frutto, un nuovo impulso al proselitismo ugonotto tanto al di là, quanto al di qua dei monti, e questo ebbe, come logica conseguenza, quella d' intensificare le apprensioni, gli avvisi e gli allarmi di invasioni e di complotti ugonotti nei primi mesi dell'anno 1574.
La tregua stipulata nell'autunno del 1573 tra i Valdesi di Val Perosa ed il governatore Carlo Birago aveva colpito di bando il ministro riformato Francesco Guerino, il quale aveva avuto parte attiva nella rivolta e con il suo zelo o con le sue intemperanze aveva ridotto alla fede riformata l'intero vallone di Pramollo, in Val Perosa [7]. Il Guerino, espulso dalla valle della Perosa, era passato nella valle del Queyras, sull'altro versante delle Alpi, a ridosso delle valli di San Martino, Luserna, Po e Varaita, senza interrompere il suo ardente apostolato [8]. Per opera sua, nell'ottobre o novembre (1573), una gran parte della popolazione della valle della Varaita aderì alla fede riformata, provocando la reazione del partito cattolico e del capitano La Casetta, governatore del Delfinato. Volendo mantenere libere le vie, che dalla Castellata conducevano nel Marchesato e di là in Piemonte, i riformati, senza badare alla rigidità della stagione invernale, costruirono un forte sul Colle dell'Agnello, «ch'è una delle vie per andare d'Italia in Francia e a mezzo cammino della montagna». La sua costruzione a detta del Nunzio destava forti preoccupazioni «perché vien ad interromper non solo quella strada, ma l'altre ancora, che vanno di qua nel Delfinato, le quali tutte mettono capo poco lontano dal detto forte: di modo che sarà di grande disturbo, massime per molte fiere d'importanza, che si fanno in quei contorni. Et quel ch'è peggio poi, dicono che questa è una scala a tutti quei ribaldi da calare in Italia a voglia loro facilissimamente et in pochissimo tempo, non essendo lontano da Saluzzo più di una desinata» (11 febbr. 1574) [9].
Alcune settimane dopo si spargeva la voce nel Marchesato che gli ugonotti erano in marcia per occupare la città di Grenoble, che il Parlamento era stato chiuso, e che altre truppe si avvicinavano alla frontiera del Marchesato. Il signor de La Manta, prevosto di Verzuolo, ricevette nuovo ordine di osservare con ogni diligenza tutte le mosse degli ugonotti verso le valli del Marchesato (28 febbr. 1574) [10].
Nel marzo le inquietudini si fecero più gravi, perché cattolici e protestanti presero apertamente le armi nel Delfinato, compiendo a vicenda stragi e rovine. La sconfitta dei cattolici ad Aiguille provocò la soppressione del culto cattolico in parecchie terre. Ai tumulti presero parte attiva, sotto la condotta del ministro Guerino e in virtù del patto d' unione, anche i religionari delle valli del Pellice, del Chisone e delle terre limitrofe del Marchesato di Saluzzo [11]. I tumulti continuarono nel Delfinato anche nei mesi seguenti, provocando l'intervento continuo di riformati cisalpini, nonostante che il duca di Savoia, al pari del Birago, minacciasse la confisca dei beni e la galera a quanti accorrevano in aiuto degli ugonotti [12].
Dalle frontiere le inquietudini si estesero anche alle fortezze disseminate nella pianura e tenute da presidî francesi. Ora nell'una, ora nell'altra nasceva il sospetto che si stesse macchinando qualche complotto tra i soldati riformati di guardia e gli ugonotti di oltralpe. Perciò il Nunzio torinese, vescovo di Martorano, consigliava di far intervenire direttamente il Papa presso il re di Francia [13], per esortarlo a purgare i suoi presidî cisalpini di tutti gli ufficiali e soldati ugonotti o sospetti di ugonotteria, i quali a detta di lui costituivano per la sicurezza delle piazze francesi e del dominio regio in Italia un pericolo assai più grave che i presidî spagnoli dello Stato di Milano. Il Nunzio temeva che gli Spagnoli, qualora vedessero scendere gli ugonotti in Piemonte o nel Marchesato e farvi ogni sorta di macchinazioni e di novità, prendessero sospetto che essi volessero alterare le cose d'Italia a vantaggio della Francia e della loro religione ed accendere anche al di qua delle Alpi «un fuoco non facile da estinguere».
Gli stessi pericoli prospettava alla Corte di Roma, perché intervenisse presso Carlo IX anche l'agente ducale, l'abbate di S. Solutore [14].
Erano allarmi gravi ed incalzanti, ma sulla cui consistenza non è possibile dare un giudizio preciso. È ovvio che pericoli e complotti erano artificiosamente esagerati dal duca di Savoia per mostrare la necessità di riattare fortezze e castelli lungo tutta la frontiera del Marchesato (a Busca, Mondovì, Fossano, Cherasco ecc.) e per avere un pretesto di chiedere alla S. Sede aiuti militari e sovvenzioni pecuniarie come risarcimento delle ingenti spese sofferte non solo per la sicurezza dello Stato, ma per la tutela della fede, della Chiesa cattolica e della tranquillità dell'Italia intera [15]. Uno dei più gravi allarmi si ebbe sulla fine di aprile [16]. Corse voce allora che 500 ugonotti, al comando del valoroso, ma feroce signor di Montbrun, avessero fatta irruzione nell'alta valle della Macra e che mirassero ad invadere il Marchesato. Allarmato, il Nunzio mandò a chiedere conferma del fatto al Cancelliere, signor di Leyni, il quale lo rassicurò, dichiarando che gli eretici avevano effettivamente tentata l'impresa, ma che avevano dovuto desistere, avendo trovato i passi saldamente difesi. Tuttavia, ad evitare dolorose sorprese, il duca stimò prudente inviare subito l'ingegnere Ferrante Vitelli ed il veadore Leonardo della Rovere ad ispezionare le fortezze situate lungo la frontiera del Marchesato. Si vociferava che ci fosse qualche complotto per occupare la città di Carmagnola e che il disegno del Montbrun e dei capi ugonotti fosse di passare i monti «et incominciar la danza», anche di qua, profittando delle intelligenze, che dicevano di avere in molti luoghi del Marchesato e dello Stato di Milano «come in Tortona, Alessandria, Santhià et ancora in Pavia». Fu raddoppiata la vigilanza e furono rinforzati i presidî nelle fortezze più esposte alle minacce nemiche: ma senza che ciò valesse a ristabilire la sicurezza negli animi. Il duca, allarmato, scriveva che gli ugonotti potevano calare nel Marchesato, quando volessero «ed a man salva, non havendo il Re da queste bande forze da resistere et, che è peggio, i soldati, che Sua Maestà ha in questi presidiî non sono pagati: et sono di più la maggior parte Ugonotti: sicché si può dubitare che una sera o una mattina non ricevano dentro dalla piazza quegli altri».
Gli allarmi sembrarono prendere nuova consistenza nel maggio 17, in seguito all'arresto avvenuto, in terra ducale, del conte d'Assia (Hessen), che il Monbruno, capo degli ugonotti del Delfinato, mandava in Germania ad assoldare 15.000 raitri. Addosso al conte, insieme con le lettere di credito per 80.000 scudi, fu rinvenuto una missiva, che il Montbrun scriveva ai figli del defunto ammiraglio di Coligny, rifugiati a Berna. Nella lettera il capo ugonotto, narrando le sue felici imprese nel Delfinato, cercava d'infondere buone speranze negli esuli riguardo alla loro matrigna, Giacomina d'Entremont, che il duca da più di un anno teneva prigioniera in Piemonte sotto speciosi pretesti. «Aspettiamo tal forze in vari modi Iscriveva il capo ugonotto oltre quelle che procaccerà il detto Conte d' Assia, che potremo porre in tal necessità il Duca di Savoia, ch'egli havera per gratia speciale di porla in libertà, non ch'egli debba intraprendere cosa alcuna contra altri» [18].
Era una chiara ed esplicita minaccia [19] contro il duca, minaccia che poteva facilmente effettuarsi, invadendo il Marchesato di Saluzzo, sguernito di forze, per poi dilagare di là nelle altre terre del dominio sabaudo [20]. Perciò il duca prendeva pronti accordi con il Birago, perché fossero senza indugio trasmessi dall'uno all'altro tutti gli avvisi, che riguardavano le intenzioni e le mosse degli ugonotti sia di qua sia di là delle Alpi [21].
Nel giugno le apprensioni si concentrarono sull'Alta Valle della Varaita e più specialmente sulle terre della Castellata: Castel Delfino, Bellino, Ponte e Chianale. Qui il momentaneo trionfo delle armi e della predicazione protestante aveva fatto sì che il culto cattolico rimanesse pressoché abolito in più luoghi e che molte chiese cattoliche fossero distrutte ed altre trasformate in templi ugonotti [22]. La stretta connivenza tra i riformati dei due versanti lasciava aperte le porte del Marchesato ad ogni invasione o scorreria di truppe ugonotte ed alla libera e spesso intemperante predicazione di dommatizzatori protestanti. Il ministro Guerino insediatosi nella chiesa di Molines ed accompagnato da una schiera di seguaci, percorreva tutte le contrade circostanti, ora predicando e diffondendo pacificamente le dottrine della Riforma, ora facendo uso della forza, se incontrasse resistenza ed ostilità ed istigava senza posa i capi ed i fedeli ugonotti ad accorrere, dovunque i confratelli fossero oppressi o minacciati [23].
Nella seconda metà dell'anno (1574) i tumulti e le guerriglie scemarono sulla frontiera del Marchesato per spostarsi verso il Brianzonese e verso l'Alta valle della Dora Riparia. Continuò tuttavia anche in quei mesi, attraverso i valichi del Marchesato, il transito pubblico o clandestino di armi e di combattenti, dal Piemonte al Delfinato, per soccorrere ora gli uni, ora gli altri dei contendenti: ma il fatto che le schiere accorrenti erano miste indifferentemente di cattolici e di riformati, calmava le inquietudini del duca e del Nunzio, i quali si lusingavano che essi vi andassero più per rubare e saccheggiare che «per l'interesse di religione» [24].
Intanto in Francia maturavano importanti eventi politici, che ebbero la loro immediata ripercussione al di qua delle Alpi.
Crescevano in molte province del regno i malcontenti, le insurrezioni e la miseria: parecchi governatori si rendevano padroni delle terre ad essi affidate, come il Danvilla nella Linguadoca [25]: l'autorità della Corona ed il prestigio della persona del re andavano di giorno in giorno scemando, a causa del conflitto scoppiato fra la Casa dei Guisa e quella dei Montmorency, già sostenitori del re. L'esercito regio dava esso stesso gravi segni d' indisciplinatezza e di defezione, mentre il partito, detto dei Politici, che si ispirava alla tolleranza ed aborriva dal sangue, infittiva le sue schiere di molti malcontenti e nemici del re [26]. Contro Carlo IX fu ordita una congiura, a capo della quale si dice che fosse il fratello stesso del re, il duca di Alençon, per ottenere dalla Corte la convocazione immediata degli Stati Generali e per spianare la via del trono al giovane duca di Alençon, a danno di Enrico, duca di Angiò, diventato re di Polonia. Ma la mossa fu scoperta e parecchi dei congiurati pagarono la loro temerarietà con la morte. L'autorità regia ne uscì raffermata: ma il re poté godere assai poco di questo insperato successo, perché la morte lo colse il 31 maggio di quell'anno stesso (1574). Rimase reggente del regno, in assenza di Enrico, la madre Caterina de' Medici.
All'annuncio della morte del fratello, Enrico abbandonò precipitosamente il trono di Polonia (18-19 giugno 1574), per raccogliere l'eredità del regno di Francia insidiata dal più giovane fratello, il duca di Alençon. Il 24 giugno era a Vienna ed il 18 luglio a Venezia [27]. In questa città il re fu affettuosamente ricevuto dallo zio, il duca E. Filiberto, che si era recato fin là ad incontrarlo per invito della Regina Madre. Il duca scortò il re durante tutto il viaggio [28] attraverso la pianura padana, da Venezia a Torino, dove il corteo reale giunse verso la metà del mese di agosto. Qui lo attendevano parecchi dignitari del regno, tra i quali il Villeroy ed il Chiverny, che Caterina aveva inviato ad avvertire preventivamente il re delle più urgenti necessità del regno. Si trovò presente anche il maresciallo Danvilla, venuto con salvacondotto del duca, per perorare la sua causa riguardo al possesso della Linguadoca. Ma alle sue richieste il sovrano si schermì, dicendo di dover prima consultare sua madre. La risposta evasiva indispettì il maresciallo, il quale se ne ritornò, giurando in cuor suo di non rivedere più la faccia del re.
Dopo una festosa accoglienza ed un breve soggiorno che l'abile diplomazia sabauda seppe volgere a suo profitto Enrico III proseguì il suo viaggio dirigendosi verso Lione, dove lo attendeva la madre e la Corte. Il duca lo accompagnò fino alle porte di Lione, con una schiera di 5000 fanti e di 400 cavalieri, ch'egli mise a disposizione del giovane sovrano.
È noto come durante il soggiorno torinese, la Corte sabauda, accampando gli stretti vincoli di sangue con la Corona di Francia, esaltando i numerosi e grandi servigi resi ad essa dai duchi di Savoia, facendo promesse di larghi aiuti di uomini e di danaro e prospettando la possibilità di nuovi vincoli matrimoniali, riuscì a strappare al giovane sovrano, in quell'inizio di regno, così incerto e contrastato, una promessa foriera di felici eventi per la ricostruzione unitaria del ducato sabaudo. Ad E. Filiberto veniva infatti promessa la restituzione delle tre piazze: Perosa, Pinerolo e Savigliano, che la Francia ancora occupava su terra sabauda in virtù del trattato di Fossano dell'anno 1562.
Ma la cessione [29], mentre dava unità e sicurezza al dominio ducale, chiudeva alla Francia una comoda via per scendere in Piemonte è la privava di una base preziosa per tenere a bada Spagna e Savoia e per ingerirsi, quando volesse, negli affari d'Italia. Parve perciò un atto di poca accortezza politica e gravido di funeste conseguenze per il regno di Francia. Molti ministri e dignitari della Corte innalzarono le loro proteste: più fieramente di tutti il duca Luigi di Nevers, fratello del duca di Mantova, il quale come sappiamo teneva la carica di Luogotenente Generale del re al di qua delle Alpi [30]. In un Memoriale presentato al re [31], egli mostrava come nessun compenso adeguato poteva essere offerto dal duca in cambio di una tale alienazione; ne indicava le conseguenze funeste per il presente e per l'avvenire e ne impugnava l'opportunità politica e morale, sostenendo che, se il duca poteva vantare diritti su queste piazze, altrettanti e più forti diritti il re poteva accampare non solo sul contado di Asti e di Nizza e su più di trenta terre, che i duchi di Savoia avevano sottratte al Marchesato di Saluzzo, ma sulla stessa città di Torino, già unita alla Corona di Francia. Viste infine inutili le proteste sue ed altrui, con una nobilissima lettera, nella quale dichiarava la sua costante devozione agli interessi di Francia, supplicava il re di volerlo esonerare dalla carica di Luogotenente Generale al di qua dei monti, «acciò che nell'avvenire non si possa imputare né a me né ai miei posteri di aver fatto cosa contraria al servizio della Corona». Il re accettò le dimissioni e nominò come suo Luogotenente Generale al di qua dei monti Carlo Birago, che già aveva sostituito il Nevers durante la sua assenza.
Il 7 ottobre Perosa, Pinerolo e Savigliano furono liberate dal giuramento di fedeltà al re di Francia ed il 19 dello stesso mese (1574) furono firmate le Patenti di cessione. Il Trattato di Torino del 14 dicembre successivo stabilì le modalità della cessione [32].
Savigliano fu la prima delle tre terre ad essere rimessa nelle mani del duca (15 nov. 1574). Il ritorno della città e del suo distretto sotto il dominio ducale ebbe importanza non solo politica e militare, ma anche religiosa, perché privò i riformati di quelle libertà o di quella tolleranza, che avevano potuto godere per oltre un decennio sotto il governo francese, e strappò ai religionari perseguitati delle terre cuneesi un prezioso rifugio, che a più riprese, come abbiamo veduto, li aveva ospitati e protetti contro le vessazioni del clero cattolico e dei magistrati ducali.
Le istruzioni date ai deputati regi, incaricati della cessione, garantivano agli abitanti del Marchesato e di Centallo gli antichi diritti e privilegi per commerciare e trafficare con le piazze cedute e con gli altri domini del duca, ma non contenevano nessuna clausola di carattere religioso.
Nelle trattative felicemente svolte per la restituzione delle piazze francesi, il duca E. Filiberto aveva avuto, come caldo patrocinatore della sua causa, un uomo, che doveva negli anni prossimi avere una grande parte nelle vicende politiche e religiose del Marchesato e nella politica stessa della Corte sabauda: Ruggero de Saint-Lary, signore di Bellegarde, che abbiamo già avuto occasione di ricordare più volte.
Nel marzo 1574 egli aveva seguito Enrico di Valois in Polonia [33], per ordine della Regina Madre, come comandante della scorta d'onore: ma duelli, contrasti ed intrighi di invidiosi lo avevano costretto a rimpatriare prima del re [34]. Si era fermato in Piemonte, a Cardé, in casa della moglie Margherita Saluzzo, signora di Cardé. Di là tratteneva cordiali e frequenti relazioni col duca di Savoia e con i ministri di S. A. Appena giunse in Piemonte la notizia del ritorno di Enrico III dalla Polonia, E. Filiberto, conoscendo il grande ascendente, ch'egli aveva sull'animo del re ed il grande favore, di cui godeva alla Corte, pensò di valersi della sua opera per raggiungere più facilmente il fine che si proponeva. Abboccatosi con lui, lo persuase facilmente a recarsi incontro al re fino in Carinzia, per preparare l'animo del giovane sovrano alla grave rinuncia delle tre piazze francesi. L'intercessione fortunata legò più strettamente a lui il duca, che in quell'animo ambizioso aveva scoperto un facile strumento per raggiungere i propri sogni di grandezza.
L'incontro del re col Bellegarde era stato improntato a grandi dimostrazioni di affetto del sovrano verso il suo fedele ministro: lo colmò di favori, lo fece suo confidente e suo consigliere più intimo durante tutto il viaggio, dalla Carinzia a Torino. Ma i malevoli intrighi della Regina Madre ed i rancori di alcuni suoi nemici personali, invidiosi del posto ch'egli occupava nell'animo di Enrico III, dovevano in breve tempo produrre un radicale mutamento nei rapporti del re col Bellegarde.
Correva voce che il Bellegarde e il Pibrac, accompagnando il re nel suo viaggio di ritorno, in ogni città, nella quale il sovrano aveva soggiornato, avessero esortato principi e ministri a chiedere al re un mutamento radicale del governo di Francia, ad annullare tutto ciò ch'era stato fatto durante la sua assenza dopo la morte del fratello Carlo IX e ad allontanare dalla sua cerchia tutti i ministri e la madre stessa, che avevano attualmente le redini del regno. Lo si accusava inoltre di tenere segreti accordi non solo col duca di Savoia, del quale Parigi diffidava assai, malgrado le ufficiali protestazioni di amicizia e di riconoscenza, ma soprattutto col ribelle signor di Danvilla e di meditare con costoro vasti disegni a scapito dell'autorità del re e dell'integrità del regno. Perciò la regina nell'inviare a Torino, incontro al re, il Villeroy ed il Chiverny, aveva loro date segrete istruzioni, perché mettessero il sovrano in guardia verso il Bellegarde ed il Danvilla e ne procurassero la disgrazia [35]. Il mutamento di sentimenti nell'animo del re verso il Bellegarde non fu tuttavia così repentino come Caterina avrebbe desiderato. Il re seppe dissimulare i suoi nuovi sentimenti, allontanando, è vero, sempre più dalla sua intimità e dai suoi Consigli il favorito d'un tempo, ma conservandogli esteriormente parecchi segni di onore e di deferenza. Non gli diede il governo del Marchesato di Saluzzo né la luogotenenza generale del regno al di qua delle Alpi, che a quanto si dice gli era stata promessa o almeno fatta sperare dopo il ritiro del duca di Nevers, ma il re lo scelse fra tutti i cavalieri del suo seguito per andare ad annunziare alla regina il suo arrivo, mettendo a sua disposizione la stessa carrozza reale da Beauvoisin a Lione, con grande invidia degli emuli. Più tardi gli assegnò per suo trattenimento 30.000 lire di reddito annuo sopra alcuni beni ecclesiastici e lo nominò (6 sett. 1574) maresciallo di Francia, sebbene non vi fossero posti vacanti e vi si opponessero la regina madre e vari ministri della Corte [36].
Ma ormai la sorte del Bellegarde era segnata: dal culmine della gloria e della grazia sovrana egli stava rapidamente precipitando nell'oblio e nel disprezzo della Corte. Considerando la sua rapida ascesa e la sua precipitosa caduta, il Brantôme, che con frase pittoresca aveva definito il Bellegarde, nell'apogeo della sua potenza, «le torrent des grâces du roy», confessa di non sapere se si debba più ammirare la sua fortuna d'un giorno o deplorare la sua improvvisa ed irreparabile caduta. Il Bellegarde rimase ancora per qualche tempo alla Corte, ma negletto e disprezzato, con nelle mani un vuoto titolo di maresciallo, che, per gli intrighi della regina e dei ministri Birago, Du Villars e Du Guast, non gli apriva nessuna via ad azioni gloriose né in pace né in guerra.
È probabile che fin dal 1574, appena presentì il mutamento della sua fortuna, il Bellegarde si intendesse col Danvilla, altro scontento della Corte, e col duca di Savoia, che del malcontento altrui sapeva valersi ai propri fini, e gettasse i primi germi di quegli intrighi [37], i quali, come vedremo, dovevano maturare negli anni seguenti e culminare nel 1579 con la rivolta aperta del maresciallo di Bellegarde alla Corona di Francia.
Sebbene avesse per moglie un'ostinata e fervente ugonotta, il Bellegarde ostentava sentimenti ortodossi ed amava atteggiarsi a difensore della fede cattolica. Ma a molti era sospetto ed inviso per la sua ambigua condotta politica e perché si diceva che avesse segrete relazioni non solo col Danvilla, ma col maresciallo di Montmorency, con i capi ugonotti e con il partito dei Moderati o Politici.
Dei suoi sentimenti cattolici, a copertura di bassi interessi personali, egli diede prova nel gennaio dell'anno seguente (1575), quando E. Filiberto o per legare a sé il Bellegarde o per tenere a freno l'irrequieta ex-marescialla di Thermes, sua moglie, si mostrò disposto a restituire a Margherita alcune terre, che erano state confiscate a lei ed al fratello Giacomo di Saluzzo-Cardé per motivo di religione [38]. In quell'occasione Ruggiero fu pronto ad intavolare segrete trattative col duca a danno della propria moglie, cercando di persuadere il sovrano a restituire le terre a lui, anziché alla moglie, alla quale appartenevano di diritto, ed a lasciarne a lei il solo usufrutto a vita «non havendo di lui figliuoli» [39]. Legittimava la sua pretesa, dichiarando che la moglie «per essere della religione non poteva possedere beni in nome proprio, mentre quelle terre in mano di lui avrebbero potuto costituire un pegno prezioso per «ridurre più facilmente la moglie alla vera fede», cioè alla fede cattolica, com'era l'ardente desiderio del marito.
Mentre in Piemonte faticosamente si svolgevano le operazioni per la restituzione delle piazze, in Francia scoppiava la quinta guerra di religione (sett.-1574-maggio 1576) [40].
La guerra divampò subito estrema violenza anche nel Delfinato, dove il capitano ugonotto, signor di Montbrun, sordo ad ogni invocazione di pace rivoltagli dalla duchessa Margherita, moglie di E. Filiberto, e dal re stesso Enrico III, rifiutava di deporre le armi, se non fossero date sufficienti garanzie di sicurezza e di pace ai protestanti della provincia. Contro di lui il re mandò un forte esercito, che riuscì a ritogliere parecchi castelli agli ugonotti ed a contenere momentaneamente la baldanza del focoso Montbrun.
In autunno il Bellegarde ebbe il comando delle truppe regie per combattere i riformati del Delfinato e della Linguadoca [41], dove il Danvilla era passato dalla parte dei protestanti. Dopo aver espugnato varie piazze, ricevette l'ordine dal re di espugnare la forte piazza di Livron tenuta dagli ugonotti, sebbene, a quanto si dice, egli avesse ripetutamente dimostrato al sovrano l'estrema difficoltà di una simile impresa (dic. 1574). I biografi del maresciallo insinuano che l'ordine gli fu dato, non solo perché la Corte, nell'affidargli il comando delle truppe d'assalto, voleva disfarsi della indesiderata presenza del Bellegarde ed, in apparenza, appagare le sue moleste richieste d'impiego, ma perché segretamente sperava che le difficoltà dell'assedio, se non addirittura il fallimento completo di esso, avrebbero contribuito a gettare nuovo discredito sullo sfortunato maresciallo. E a questo fine gli avrebbe lesinato o rifiutato i mezzi adeguati sotto vari pretesti [42].
Il Bellegarde verso la metà di dicembre (1574) si accinse a porre l'assedio a Livron e con la sua artiglieria ne batté vigorosamente le mura, aprendovi larghe brecce e lasciando sperare prossima la capitolazione della fortezza: ma il valore degli assediati resistette ai più furiosi assalti, sgominando spesso gli assalitori con ardite sortite.
Visto inutile lo sforzo, il Bellegarde, nel gennaio del 1575, dopo più di quaranta giorni di assedio, levò il campo per ordine del re, sempre più scosso nel suo prestigio di comandante e sempre più mal disposto verso la Regina Madre, ch'egli accusava di essere stata la causa dell'insuccesso coi suoi soliti intrighi.
All'assedio di Livron aveva partecipato anche un contingente di milizie inviate al re dal duca E. Filiberto come contraccambio e segno di gratitudine per le tre piazze, che la Francia aveva ceduto in Piemonte l'anno precedente. Comandava i 5.000 fanti il conte di Bene. Ma la spedizione si risolvette in un disastro, perché dei soldati una parte peri sul campo di battaglia, un'altra soccombette per la fame o per le malattie cosicché solo più 500 uomini, stremati e malandati, poterono rivedere la patria insieme col loro comandante [43].
Mentre durava l'assedio di Livron, gli ugonotti, il giorno di Natale (1574), sorprendevano Castel-Queyras, e, trovato il popolo in chiesa, ne saccheggiavano le case indifese. Le stesse prodezze a detta di autori cattolici [44] essi ripetevano alcuni giorni dopo anche nella città di Molines e nelle terre circostanti, spogliando e profanando chiese cattoliche, facendo violenze ai preti, uccidendo e gettando in carcere quanti si mostravano ostinati nell'antica fede. A capo delle bande armate stavano i signori De Blusset e Dumas: a capo delle schiere di dommatizzatori per metà soldati e per metà ministri stava il già più volte ricordato Francesco Guerino di Dronero. Costui, sapendo, a detta di tali autori, maneggiare assai meglio l'alabarda che la Bibbia e non riuscendo a persuadere il clero cattolico nelle sue accese polemiche, avrebbe formato una compagnia di sedici seguaci, scelti tra gli uomini più facinorosi e chiamati pomposamente col nome di diaconi, i quali dal colore del cappello presero il nome di «Compagnia dei cappelli bianchi». Armati giravano per le case, imponendo le loro dottrine e le loro cerimonie, senza risparmiare soprusi per far proseliti.
Nei mesi seguenti le violenze si sarebbero estese anche nella vicina Castellata, dove vennero due predicatori, Brunetti e Garsini, praticando gli stessi sistemi usati dal Guerino [45].
C'è evidente esagerazione e deformazione dei fatti in questo racconto, che rivela la costante preoccupazione di molti storici cattolici di dimostrare che le dottrine della Riforma si diffusero con la sola arma della violenza e della minaccia, mentre la conversione degli eretici sarebbe stata ricercata con la sola arma della predicazione e della persuasione.
Assai intensa era in quei mesi la propaganda protestante anche nelle terre del feudo di Centallo, dipendente dal Marchesato. A detta di Pietro Truchetto [46], curato della chiesa di Santo Stefano di Pietraporzio (18 genn. 1575), nella Valle della Stura vi erano alcuni eretici ugonotti, i quali davano grande scandalo e cercavano con i loro astuti discorsi trarre alla loro fede le anime dei sempliciotti cattolici. Il più pericoloso era un tale Bernardo Morello, nativo di Acceglio, in Val Macra, ma residente a Bersezio, il quale osava non solo esporre in pubblico le sue dottrine eretiche, ma minacciare il priore "dicendoli: un mattino vi faremo prigioni tutti voi altri pretti». In Demonte dommatizzava un certo Mazozio, nativo dell'Isola, nella Contea di Nizza, che si diceva avesse abiurato nelle mani del Vescovo di Nizza, ma era più eretico di prima. In Vinadio un oste, Giov. Tommaso Ferrando, espulso dalla Vicaria di Barcellonetta, esortava pubblicamente i suoi clienti ad abbracciare le dottrine riformate e già aveva pervertiti parecchi servitori. Altri eretici erano segnalati anche ad Argentera. A detta del curato, il pericolo dell'infezione ereticale diventava sempre più grave, perché gli eretici aumentavano di numero in tutta la valle «per non haver timor di giustizia spirituale né temporale in sorte che, se non li si provvede, le cose sono per cascar in grandissimo disordine .
Sulla fine di marzo od ai primi di aprile capitò a Torino l'abbate Birago, il quale aveva avuto incarico dal cardinale Salviati di organizzare, a quanto si diceva, una seconda San Bartolomeo [47]. Pregato dal fratello Andrea e dallo zio Carlo Birago di spingersi fino a Saluzzo per trattare con loro alcuni affari di grande importanza, egli aderì all'invito e tanto più volentieri, in quanto era venuto a sapere che in quei giorni alcuni ministri ugonotti si erano avventurati a predicare sulle terre del Marchesato, in un castello detto di San Michele, ad insaputa del governatore, e che, scoperti, avevano trovato modo di fuggire.
L'abbate approfittò dell'abboccamento per passare in rassegna la situazione religiosa del Marchesato. Trovò l'infezione ereticale così inquietante da consigliare ai suoi congiunti gli estremi rimedi. Per le sue istigazioni, Carlo ed Andrea rimasero d'accordo che «se questi ministri per sorte vi ritornassero, (che) si farà di loro et degli ascoltanti un macello il maggiore possibile».
Fortunatamente i sanguinari propositi dei tre Biraghi non poterono per allora avere effetto. Ma la situazione religiosa continuò ad essere fluida ed inquietante.
È naturale che i torbidi, i tumulti e le violenze, che avvenivano nel Delfinato e lungo tutta la frontiera del Marchesato, dovessero avere funeste ripercussioni al di qua delle Alpi. Anche per tutto l'anno 1575 voci di complotti e di congiure, avvisi ed allarmi di calate ugonotte continuarono a tener desta l'inquietudine del duca di Savoia e del Birago [48]. Si notavano qua e là nel Marchesato sintomi larvati, ma preoccu panti, di sommosse e di tumulti, e si sapeva che, ora tra le file dei protestanti, ora tra quelle dei cattolici, facevano aperti o clandestini arruolamenti di armati a favore dei due eserciti, che combattevano sulla frontiera del Saluzzese, ma senza spesso fare gran conto della diversità di religione. Tipico fu il caso di una Compagnia tutta di cattolici, che il capitano Giov. Costanzo di Elva arruolò in Val Macra e trasportò nella Valle del Queyras, ponendola al servizio del Montbrun, capo degli ugonotti. Ma il Costanzo si rivelò traditore: militava nelle file ugonotte, e, in pari tempo, teneva segrete intelligenze col Birago e col Castrocaro, governatore di Luserna, cercando sottomano di favorire gl'interessi del duca di Savoia. Accortisi del fatto, i riformati delfinenghi congedarono lui e la sua truppa [49].
La preoccupante situazione militare e religiosa del Marchesato sulla fine del 1574 e sugli inizi del seguente è efficacemente ritratta da quel fine osservatore che fu il già ricordato ambasciatore veneto, Francesco Molino: «Ora che Pinerolo è del duca, ond' è tenuto con più riguardo, pare che (gli ugonotti) abbiano volto il pensiero a Saluzzo, che, sebbene non è al presente città forte, è però buonissimo luogo per essere fortificato, e siccome facilmente potriano impadronirsene, sebbene vi stia ordinariamente il Sr. Carlo Birago, che è luogotenente generale di S. M. Chr.ma di qua dei monti, in pochissimo tempo la ridurriano anco in difesa, e vi trovereno più di sessanta cannoni grossi e grandissima quantità di ogni altra sorte di munizioni e (il duca) mi ha detto più volte che il Maresciallo Bellagarda teme che l'inquietudine del Sr. Carlo et il suo volere per ogni accidente attaccarla con questa generatione, possa partorir un movimento così fatto, che il nostro Signor Iddio ci guardi» [50].
Un allarme assai grave [51] si ebbe nel mese di giugno (1575). Si sparse la notizia che gli ugonotti del Delfinato avevano congetturato un piano grandioso: invadere il Marchesato contemporaneamente da più parti; occupare qualche piazza forte, dove avevano intelligenze e, con questo pegno in mano, costringere il governatore ed il re a concedere ai loro ministri ampia libertà di predicazione ed ai fedeli il pubblico esercizio della religione riformata.
Il complotto era tanto più credibile in quanto proprio nell'aprile i capi ugonotti avevano ardito presentare al re un fiero Memoriale per chiedere che non solo fossero abolite o mitigate certe restrizioni contenute a loro danno nell'editto della Roccella, ma che i privilegi largiti ai riformati regnicoli fossero estesi, senza distinzione, a tutti i sudditi riformati residenti fuori dei confini del regno [52]. Ma il re nella sua risposta aveva amaramente delusa ogni speranza, dichiarando esplicitamente ch'egli intendeva che i suoi sudditi cisalpini fossero esclusi dal beneficio di qualsiasi forma di pubblico esercizio del loro culto. «Ne pourront aussi ceux de la dicte religion prétendue réformée faire aucun exercice d'icelle es ville et lieux du Marquisat de Saluces». La risposta aveva esasperato i capi ugonotti di Francia e poteva essere motivo più che sufficiente per spingerli a cercare con le armi ciò che non avevano potuto ottenere dal re mediante la pacifica via di un accordo.
Turbato da questi avvisi, il Birago mandò premurosamente a Torino, prima il capitano Marco, poi il suo segretario Camillo Guidone, affinché informassero il duca dei gravi pericoli, che minacciavano i domini sabaudi non meno che quelli regi e lo supplicassero di un pronto aiuto, se si verificasse la temuta calata degli ugonotti (22 giugno 1575) [53].
Intanto, pochi giorni prima, verso la metà di giugno, era stato arrestato sulle terre ducali, a Villafranca di Piemonte, un certo Andrea Favre, che si supponeva fratello dell'Intendente del re di Francia nel senato di Pinerolo. Costui, arrestato una prima volta negli anni precedenti, aveva subito una lunga prigionia nelle carceri di Torino. Il marchese di San Giuliano, presidente del Consiglio Superiore di Pinerolo, aveva supplicato duca, perché egli fosse consegnato al governatore Birago, sotto pretesto «di ridurlo ad essere buon cattolico»; ma in realtà per potergli carpire importanti segreti nell'interesse del re. Avendo supplicato per la sua liberazione anche la regina madre di Francia, era stato rilasciato dietro promessa di non mettere più piede al di qua delle Alpi. Ma il Favre era in quei giorni nuovamente ritornato in Piemonte, per incarico delle chiese ugonotte di Francia, allo scopo di raccogliere danaro per sopperire alla povertà delle chiese di oltralpe ed alle necessità della guerra [54]. Al momento dell'arresto gli furono trovate addosso numerose carte ed una cospicua somma di danaro raccolta in più luoghi dai capi ugonotti e dai tesorieri delle congreghe riformate del Piemonte e del Marchesato.
Appena informato dell'arresto [55], il duca ordinava al capitano Giovanni Hercole, che comandava la piazza di Villafranca, di segregare il prigioniero, in modo che non potesse né parlare né scrivere a nessuno, e disponeva che il senatore Curbis si recasse immediatamente ad interrogarlo, seguendo queste precise istruzioni:
"Essendo stati avvisati che Andrea Favre di Grenoble, detenuto al presente nel castello di Villafranca, è ugonotto et che va et che viene scorrendo per nostri stati, trattando secretamente a preiudicio nostro, haverete da interrogarlo particolarmente da quanto tempo in qua egli tratta nei paesi nostri, da chi vien mandato, a quali indirizzato, quale et quanti conoscenti ha, in quai luoghi alloggia, che sorti d' imbasciate useno fare, per parte di quai Capi et ministri, quante colecte di denari ha fatte, de quai somme, da cui scosse, a chi ha portato i dinari: se ha assegnati alcuni a dover andar a le congregationi et Cene, che disegni hanno di sollevar populi, robare terre e castella, et quali, quando et come; se si son fatte patenti da levar gente di guerra, cavalli, armi da questi paesi, che fanno li cappitani et altri officiali o soldati o mercanti che vi tengono mano: se ha donato o promesso ad alcuni di questi sudditi o altri per avvisi o altri servicii; che cosa si è finalmente macchinato contro la persona et stato et altre circostanze che vi parrà.
Item se si diletta d'alchimia, se sa far qualche bianco o rosso da far A; quanti ne han fatti, con quali, dove et se qua o altrove.
Item de complici nel paese et esterni, che cosa ha da far con Guillaume Tomaz d'Ambruno, habitante nella Torre di Luserna, et se è consapevole di alcuna delle sopradette cose, et quali altri per quelle valli. Se conosce il governatore Castrocaro, se mai ha parlato seco et che: se conosca l'hoste della Meza Luna di Villafranca, da quanto tempo in qua, che cosa ha da fare seco et come di sopra .
Uguale sollecitudine, in occasione dell'arresto del Favre, dimostrava anche il governatore del Marchesato Carlo Birago. Infatti, il 7 luglio [56] pregava il duca di fare esaminare, se tra le carte sequestrate al Favre, si trovasse qualche memoria, che indicasse in quali terre del Marchesato l'ugonotto avesse fatto incetta di danaro, da quale tesoriere di chiesa o da quale privato lo avesse ricevuto. Non trovandosi nessun documento in proposito, invitava il duca a sottoporre il reo ad un rigoroso interrogatorio, ricorrendo anche alla tortura, poiché era cosa che riguardava il servizio di S. A. non meno che quello del re. Alla lettera anche il Birago, a guisa di promemoria per i giudici ducali, aggiungeva un foglio, in cui elencava minutamente i punti, sui quali il prigione doveva essere interrogato.
«Plaise a Son Altesse en consideration des services du Roy treschrestien ordonner que Favre naguere preins prisonnier venant faire la collecte de deniers de la part de ceulx de la religion sur ces estats, soit examiné par ses ministres jusques a la torture pour dire et particulierement declairer en quelz temps, et de quelles personnes par noms et surnoms ha faict collecte et exaction secrete ou publique de deniers pour le profit de ceulx de ladicte religion: combien il ya que cela dure et a quoy ont peu monter ou revenir les sommes ainsi exigées et depuys quand et pour quel effect elles ont esté despendues et par l'ordonnance et commandement de qui.
Aussi dire et declairer quelles sont les intelligences que ceulx de la religion ont eu sur le Marquisat de Saluces, avec quelles personnes, comment et pourquoy. Et aussi qui l'a meu depuis qu'il fut si long temps detenu en prison a Thurin a retourner a la confusion et ruyne des estats du Roy et de Son Altesse».
Purtroppo non ci sono pervenuti i verbali degli interrogatori, che avrebbero potuto offrire preziose notizie sulle condizioni religiose e materiali di parecchie chiese riformate del Marchesato.
Nel luglio le apprensioni, dalla frontiera del Delfinato, si spostarono verso la terra di Centallo e di Demonte. Il capitano Giulio Corso, che in nome del duca reggeva la Vicaria di Barcellonetta, informava la Corte (4 luglio 1575) che tre dei più pericolosi riformati, banditi dalla Vicaria, si erano ritirati sulle terre del signor di Centallo, ora a Centallo stesso, ora a Demonte, e che di là continuavano il loro losco commercio di armi, di vettovaglie e di cavalli a favore degli ugonotti del Delfinato e della Provenza. Supplicava pertanto il duca di darne pronto avviso al governatore Birago, affinché volesse cacciare quegli sciagurati, che non potevano se non macchinare qualche infausta impresa dal loro sicuro rifugio [57].
La tranquillità e la sicurezza sembrarono ritornare nel Marchesato alla notizia che il signor di Montbrun, capo del partito ugonotto del Delfinato, vinto in sanguinosa battaglia dal De Gordes, comandante delle milizie regie, e fatto prigioniero, era stato condotto a Grenoble per essere processato da quel Parlamento e condannato a morte (21 agosto) [58].
Si sperava che gli ugonotti, rimasti senza capo e costretti a provvedere alla propria sicurezza in patria, avrebbero rinunciato ad ogni velleità di complotti e di scorrerie al di qua delle Alpi.
Ma il partito ugonotto si riebbe presto del grave colpo subito, affidando la sua sorte alla sagacia ed al valore del giovane capitano Lesdiguières e ricevendo aiuti dai correligionari di Francia e di Germania. Perciò fin dall'agosto gli allarmi ritornarono gravi e frequenti, tanto nel Marchesato, quanto in Piemonte.
In questo mese, infatti, non solo furono segnalati misteriosi raggruppamenti di truppe ugonotte nel Delfinato, in prossimità della frontiera saluzzese, ma schiere più o meno numerose furono viste transitare ad intervalli in Val Pragelato ed in Val Perosa, bene accolte dai riformati di quelle vallate [59]. Si sospettava che fossero incamminate verso il Marchesato per tentare qualche colpo di mano a favore dei riformati di quelle terre. Il timore era tanto più grande, perché si diceva che fra quelle truppe erano il Sig. di Châtillon, figlio del defunto ammiraglio di Coligny, ed il figlio del Principe di Condé, con 400 cavalli e buon numero di fanti, e che essi si erano vantati di essere venuti da queste parti «per far qualche cosa segnalata». Sicché il Birago, colto da sgomento, sospettando che uno dei castelli presi di mira da queste bande misteriose potesse essere il castello di Verzuolo [60], dove gran parte della popolazione era riformata, si affrettava a mandare ordini espressi ad Adriano Saluzzo, signor della Manta, prevosto di Verzuolo, affinché esercitasse una stretta sorveglianza sui soldati che teneva dentro il castello, e prendesse tutte le precauzioni opportune a sventare qualsiasi sorpresa. «V. S. avvertisca bene a quelli che sono dentr'al castello, perché il mondo è assai tristo, et conviene fidarsi di pochi. Avvertisca ancho la mattina nell'aprir della porta, mandando uno prima fuori, che revisiti almen i luoghi più vicini, et così la sera. V. S. harà inteso che il figliuolo del fu Ammiraglio è qua a Molines et il Dighera (Lesdiguières) et la più parte de capi principali del Delfinato; et vi sono quattrocento cavalli et numero di fanteria, et ogni hora vanno ingrossando, per far qualche cosa segnalata, et minacciando molto da di qua. Bisogna star avvertito et bene, per questi sei è otto giorni, fin che questi piglino cammino et guardarsi da tradimenti et surprese» (22 agosto 1575).
Per parte sua, il Birago non risparmiò nessun mezzo per appurare i fatti e per premunirsi da ogni sgradevole sorpresa. Sguinzagliò spie ed agenti fidati verso Castel Delfino, in Val Queyras e nelle valli del Pellice e del Chisone, ricevendo nuove e più circonstanziate informazioni sopra il misterioso passaggio di capi ugonotti e del loro seguito armato [61]. E il tutto, secondo un antico accordo, trasmise alla Corte di Torino, affinché provvedesse per ciò che la riguardava. Gli avvisi, pur tra le incertezze e le contraddizioni, avevano un fondamento di verità.
Tra gli illustri personaggi, che avevano attraversato la Val Perosa e la valle di Luserna, per recarsi in quella del Queyras, c'era effettivamente il figlio dell'ammiraglio di Coligny, Francesco di Châtillon. Lo accompagnavano alcuni cavalieri, tra i quali lo stesso Principe di Condé, un fratello del Danvilla ed il ministro Merlin, già cappellano dell'ammiraglio di Coligny, miracolosamente scampato alla strage della San Bartolomeo. Il Châtillon proveniva da Berna ed era diretto in Linguadoca per invito dell'assemblea riformata di Nîmes (febbr. 1575), la quale gli aveva promesso il governo di qualche terra ed una pensione di 500 lire mensili per il suo trattenimento, in attesa che gli fossero restituiti i beni paterni. Sceso per la valle di Aosta, e attraversati i monti di Lanzo e di Giaveno, venne in Val Luserna, valicò il colle della Croce e scese ad Abries, dove ebbe un abboccamento con il Lesdiguières e con il luogotenente del Principe di Orange. Lo seguivano numerose schiere di raitri armati, alla spicciolata per non dar nell'occhio. Passando per le valli del Chisone e del Pellice, i loro ufficiali arruolarono grosse schiere di religionari valdesi, trecento della Valle di San Martino, quattrocento di Angrogna e circa altrettanti del Pragelato, i quali partirono con le insegne spiegate dirigendosi nella valle del Queyras.
Questo insolito movimento di soldati tenne più giorni sospeso l'animo del Birago e non svanì, se non quando fidati spioni, mandati alle calcagna di queste truppe misteriose, ritornarono assicurando che le milizie affluite in Val Queyras non avevano avuto altro scopo che quello di proteggere il transito del Châtillon verso la Linguadoca, e che una tregua era stata stipulata fra cattolici e protestanti fino al mese di ottobre.
Il passaggio del Châtillon e del Condé attraverso gli Stati ducali ebbe uno strascico alla Corte parigina [62]. La regina madre mostrò il suo risentimento verso il duca con parole assai aspre: que c'estoit commencement d'un bien maigre remerciement des places que le Roy avoit rendues a S. A.»; che essa avrebbe desiderato che il Châtillon ed il Condé non trovassero passaggio attraverso le terre del duca e che a questo fine gli aveva scritto appunto alcuni giorni prima. Il Pobel prima, poi il Monreale, agenti sabaudi alla corte parigina, cercarono, come poterono, di giustificare il loro signore, mostrando che il Châtillon era passato «en habit dissimulé par des chemins inusités, à petites compagnies et suivy de quelque peu d'autres, à quatre et six chevaux à la foy»; che la natura dei luoghi attraversati era tale, che il duca non avrebbe potuto opporre alcun impedimento, mentre un rifiuto avrebbe potuto tirargli addosso dei grandi guai; che infine il duca aveva sperato fare un buon servizio al re, esortando quei capi ribelli a fare il loro dovere per rientrare nelle grazie del sovrano.... Ma le giustificazioni non cancellarono affatto il risentimento della Corte parigina, dove i malevoli, ostili al duca, andavano insinuando che il passaggio era stato consentito solo perché il duca era d'intesa con gli ugonotti a danno del re di Francia.
In settembre ed ottobre, mentre una sufficiente tranquillità sembrava ristabilirsi lungo tutta la frontiera alpina, una grave sommossa scoppiava nel cuore del Marchesato, a Dronero e nella Val Macra [63]. Davano pretesto ai tumulti non solo le tasse e le contribuzioni di varia natura, che il Birago richiedeva spesso sperperando per provvedere alla sicurezza del Marchesato o per appagare le incessanti richieste dei tesorieri del re, ma anche alcune sentenze capitali inflitte a quelli della nuova religione.
La protesta si propagò in breve alle terre attigue e minacciò di estendersi anche più lontano. E poiché a Dronero e nella Val Macra, donde era partita la scintilla del malcontento, l'elemento riformato era numeroso o preponderante, riusciva legittimo il sospetto che la rivolta nascondesse sotto i fini politici anche dei moventi religiosi: fosse cioè non solo una protesta contro l'esosità del re e contro il governo duro e rapace del Birago, ma anche una rivolta contro quell'oppressione delle libertà di coscienza e di culto, che si era aggravata sotto il governo di Carlo Birago, assai meno indulgente del fratello Ludovico. Si vociferava inoltre che i riformati di quelle valli avessero stretto nuovi accordi con gli ugonotti di oltralpe, per dare esecuzione finalmente a quella discesa nel Marchesato, tante volte strombazzata e mai eseguita, o per occupare qualche luogo forte, che potesse servire di baluardo e di rifugio ai seguaci della Riforma nelle terre saluzzesi.
Il Birago sapeva di non aver forze sufficienti per porre un argine alla rivolta, se questa si fosse estesa ad altre valli del Marchesato: perciò, prendendo a pretesto i pericoli, che potevano minacciare i vicini Stati sabaudi, chiese al duca di Savoia che gli concedesse di arruolare nei suoi domini «un certo numero di soldati per munire le sue fortezze e servirsene a favore del re». La risposta fu favorevole: il duca concesse al governatore di “levare mille uomini, purché non appartenessero alla milizia ducale e non portassero con sé le armi (sett. 1575). Ma il Birago lasciò trascorrere il mese senza valersi della concessione ducale. Rinnovò la richiesta il mese seguente, mentre il duca era ad Asti, e gli furono, come dice il duca stesso, «rinfrescate» le patenti precedenti [64].
Intanto anche E. Filiberto, da parte sua, per meglio circoscrivere la sommossa e per preservare i suoi Stati da ogni contagio, si affrettava ad ordinare ai suoi governatori di Luserna e di Barcellonetta di sorvegliare attentamente le mosse degli ugonotti del Delfinato, di arrestare tutti i riformati delle loro terre, che accorressero in aiuto dei rivoltosi, e di spedire corrieri espressi, se avessero «qualche sentore d'incamminamento di truppe verso la frontiera del Marchesato» [65]. Stretto da ogni parte, il moto rivoltoso sembrava, sulla fine di ottobre, prossimo ad estinguersi, quando, poche settimane dopo, in novembre, un più grave pericolo sorgeva a minacciare la tranquillità e la sicurezza delle terre saluzzesi.
La notizia della sommossa di Dronero diede buone speranze ai capi ugonotti, i quali credettero giunto il momento propizio per attuare i loro propositi sul Marchesato [66]. Mentre truppe ugonotte si concentravano a Molines dalle terre del Delfinato, altre bande armate venivano arruolate, per opera del ministro Guerino e di un emissario [67] del barone d'Allemagna, nelle valli della Macra, della Varaita e della Stura, ma soprattutto nelle valli del Pellice e del Chisone, sebbene in queste ultime il governatore Sebastiano Grazioli di Castrocaro cercasse d'impedire l'arruolamento clandestino, ordinando contemporaneamente la rassegna della milizia paesana in tutti i Comuni della sua giurisdizione.
Il Birago, informato dai suoi fidi del repentino reclutamento degli uomini più giovani e robusti delle valli valdesi, subdorò un nuovo complotto contro il Marchesato di Saluzzo e sguinzagliò qua e là le sue spie a raccogliere più precise notizie. Venne così a sapere che i valdesi, sotto lo stimolo e la guida del focoso ministro Guerino, si stavano armando e concentrando per assalire verso la metà del mese due luoghi importanti del Marchesato: l'abbazia di Staffarda ed il castello di Dronero.
Ma l'impresa contro Staffarda era forse una semplice finta dei congiurati per ingannare il Birago e per disperdere le sue forze. Infatti, i quattrocento valligiani valdesi, che erano stati radunati in val Luserna, mossero bensì di notte contro Staffarda, ma nulla effettuarono a suo danno, sia che l'impresa risultasse impossibile per l'esiguità delle loro forze, sia che quello non fosse che un falso allarme. Varcati i monti, i valdesi si congiunsero con i correligionari di Francia per muovere verso la valle della Macra.
Era a capo dell'impresa il barone di Allemagna, il quale, troppo presumendo delle sue forze o troppo fidando nelle milizie promessegli dai religionari del Marchesato e delle valli di Luserna e Pragelato, aveva ventilato un piano grandioso: sorprendere contemporaneamente i castelli di Dronero e di Saluzzo ed un terzo ad un miglio di distanza da Dronero; impadronirsi dell'artiglieria conservata in Saluzzo e con questa occupare la valle della Macra per mantenere libero il contatto col Delfinato; muovere infine alla conquista di tutto il Marchesato con l'aiuto del Lesdiguières, che si apprestava a seguirlo con un esercito più poderoso. Ma il piano fin dalle prime fallì, sia perché mal tenuto celato, sia perché sproporzionato alle forze degli assalitori, sia infine perché gli aiuti sperati non vennero o vennero tardi ed alla spicciolata, impedendo il sincronismo dei movimenti e dando tempo al Birago di correre ai ripari. Sgomento per il pericolo imminente, il governatore chiese al duca di poter «levare» soldati della milizia piemontese con le proprie armi, ma il sovrano ritenne la concessione troppo pregiudizievole alle sue milizie, perché ricordava come altra volta queste, passate in Francia, o vi erano rimaste o vi avevano perso tutte le armi. Mise tuttavia a disposizione del Birago 100 archibugieri a cavallo e la Compagnia dei gendarmi del Principe di Piemonte, ordinando agli ufficiali di ubbidire al governatore in tutto ciò che sarebbe loro ordinato per il servizio del re [68].
Vista impossibile l'attuazione integrale del loro piano, gli ugonotti restrinsero lo sforzo al solo castello di Dronero, dove l'impresa sembrava loro più facile a causa delle intelligenze che avevano con i soldati del presidio e per essere la città e la valle popolate di riformati. Ma anche questo colpo non riuscì (11-15 nov.), perché il comandante del castello, avvertito a tempo dal Birago, cambiò durante la notte le sentinelle, che avrebbero dovuto aprire le porte agli ugonotti. Trovato il presidio all'erta, le truppe religionarie ripiegarono in disordine, dirigendosi le une verso Caraglio e Demonte, per risalire la valle della Stura e raggiungere la Vicaria di Barcellonetta [69]; le altre verso S. Michele, trincerandosi con fossati e muri di pietra ed aspettando rinforzi, per rinnovare con altri mezzi i loro tentativi.
I Valdesi delle valli del Pellice, della Perosa e di Pragelato, condotti dal ministro Guerino e dal figliolo del barone di Allemagna, giunsero fra gli ultimi in val Macra, perché impediti nella loro marcia dal governatore ducale di Barcellonetta. Al loro ritardo ed alla esiguità delle loro forze venne imputato gran parte dell'insuccesso. In attesa di ulteriori decisioni, il Guerino spedì ai Valdesi di Angrogna nuovi emissari e nuove lettere per esortarli ad accorrere in massa nella val Macra, promettendo che quelli, che vi andrebbero, sarebbero stipendiati, e minacciando di gravi castighi, individuali o collettivi, quelli che rifiutassero e violassero il patto di reciproco soccorso stipulato in una solenne assemblea in Angrogna. Trovata opposizione o freddezza, il Guerino ritornò in persona alle Valli per perorare la causa dei riformati di val Macra, ma con scarso successo. Avvilito, se ne ritornava nel MarcheIsato, quando bande di cattolici lo fecero prigioniero. Come seppere il fatto, i suoi antichi parrocchiani di San Germano, in val Perosa, presero le armi e corsero a liberarlo.
Ma ormai l'impresa di Dronero poteva dirsi definitivamente fallita [70]. Il Birago aveva avuto tempo d'inviare a difesa della valle alcuni valenti capitani e più di 15.000 soldati contro i 600 od 800 male armati, di cui potevano disporre le forze riformate. Dopo parecchi giorni di vana attesa, la demoralizzazione per l'insuccesso produsse lo sbandamento di quest'esercito raccogliticcio, per il quale la speranza di bottino non era stata meno forte dello scopo religioso. Il Guerino, che, a capo di 200 armati, si ostinava a rimanere nella valle, dopo una breve scaramuccia, fu costretto a ritirarsi ed a ripassare le Alpi. Cosicché il Birago, fin dal 23 novembre, poteva dare al duca la lieta notizia che ormai gli ugonotti erano stati ricacciati dal Marchesato e che ogni pericolo era scomparso. La notizia non era tuttavia esatta, poiché da altra fonte [71] ci risulta che nemmeno in dicembre impresa era del tutto abbandonata. Ancora in questo mese i ministri delle valli di Luserna e di Perosa tenevano assemblee e rampognavano i loro fedeli, accusandoli di essere venuti meno al loro giuramento di solidarietà in occasione dell'impresa di Dronero: e li esortavano a rinnovarla con forze compatte, minacciando di ritirarsi dalle valli, se essi non avessero osservato il patto di fratellanza stipulato con i loro confratelli del Delfinato e del Marchesato.
Contro alcuni droneresi, rifugiatisi in terra ducale e ritenuti principali istigatori del complotto, furono concesse dal duca lettere di cattura su richiesta del Birago [72].
L'impresa di Dronero, risaputa alla Corte di Parigi, vi produsse un certo scalpore [73]. Gli occulti nemici del duca di Savoia - tra i quali abilmente si celava lo stesso Cancelliere Renato Birago approfittarono del fatto che parecchie schiere degli assalitori provenivano dalle terre ducali, per insinuare che l'azione contro Dronero era stata favorita dal duca non solo per segreta intesa con i capi ugonotti, ma perché egli aspirava ad impadronirsi, dopo Dronero, anche di Carmagnola e di Revello. Sicché il duca, informato di questi intrighi, che tendevano a metterlo in cattiva luce davanti al re, si vide costretto ad inviare al suo ambasciatore parigino, signor di Monreale, un ampio memoriale, sotto forma di lettera, dimostrando come egli, lungi dal prendere parte alla losca impresa, aveva in questa circostanza favorite tutte le richieste di aiuto rivoltegli da Carlo Birago e perfino puniti, per sua richiesta, i principali responsabili del complotto rifugiati nei suoi domini. Il re, interpellato dal Monreale, disse, o per lo meno finse, di non saper nulla di questi malevoli rapporti contro il duca, protestando di avere completa fiducia in lui e di amarlo non solo come zio ma come padre. Tuttavia non poté essere cancellato ogni sospetto.
L'impresa ebbe anche uno strascico di natura finanziaria. Il governatore Birago pretese dalle Congregazioni del Marchesato il rimborso di 1100 scudi, ch'egli asseriva di aver dovuto spendere in quell'occasione per la difesa del Marchesato. Ma le Congregazioni, dalle quali, in virtù degli ordini regi, era escluso ogni elemento riformato, si schermirono, cercando di far ricadere tutto il peso pecuniario sui riformati, come i soli responsabili dell'accaduto. Proposero pertanto (29 dic. 1575) «che piaccia a S. E. far rimborsar detta somma a quelli della nuova religione, che hanno tolto le armi contro S. M. et S. E. et caso che essi non possino paghar tutta detta somma o vero non si trovino a vender loro beni, che S. E. faci che li altri di detta religione supliscano sino al compimento di detta somma, riservati perhò coloro che hanno tolto le armi in favor di S. M. et S. E. per difensione del paese» [74].
Ma non pare che la minaccia sia stata effettivamente attuata a carico dei riformati, tanto più che parecchie Comunità, nonché alcuni privati [75], presero pretesto da questa richiesta del Birago per chiedere a loro volta al governatore analoghi rimborsi per i danni subiti in occasione della rivolta di Dronero.
I fatti accaduti in Val Macra, sebbene miseramente falliti, avevano dimostrato le chiare mire degli ugonotti sul Marchesato di Saluzzo e la possibilità che simili imprese si ripetessero a più o meno breve scadenza. È naturale quindi che il duca ed il Birago, ugualmente interessati a non lasciare agli ugonotti la possibilità di porre il piede al di qua delle Alpi, agissero fra loro in stretto contatto, tendendo l'orecchio a tutti gli avvisi che pervenivano ad essi da governatori, ufficiali o spioni sguinzagliati qua e là a sorvegliare le mosse delle truppe del Delfinato e ad indagare le intenzioni dei riformati del Marchesato e delle Valli Valdesi.
In Francia intanto, dopo un breve ristagno [76], le ostilità fra cattolici e protestanti avevano ripreso nuovo vigore.
Il duca di Alençon diventato duca di Angiò dopo l'assunzione al trono del fratello Enrico era riuscito a sottrarsi alla prigionia, alla quale la madre lo condannava nel Palazzo del Louvre (15 sett. 1575), e, a capo delle forze dei Politici, alleati dei protestanti, aveva conseguito alcuni notevoli successi contro le forze regie, obbligando la regina madre a riconciliarsi con lui [77] (accordo di Champigny 21 nov. 1575). Il Danvilla, per parte sua, continuava a tenere il governo della Linguadoca, annodando relazioni ed alleanze più o meno segrete coi Politici, coi protestanti, col maresciallo di Bellegarde e col duca di Savoia e respingendo ogni allettamento, come ogni minaccia, che gli venisse dal re e dalla regina. Il Bellegarde, caduto sempre più nel discredito dopo l'infelice assedio di Livron, aveva rifiutato di recarsi come ambasciatore in Polonia [78] a tutelare gli interessi del re ed a prepararvi un'eventuale successione al trono del fratello, duca d'Angiò, e si era ritirato in Piemonte [79], minacciando rappresaglie contro il re ed allacciando più intimi e sospettosi contatti col duca di Savoia. Nel Delfinato, infine, veniva di giorno in giorno crescendo la potenza militare del Lesdiguières, succeduto al Montbrun nel comando delle forze ugonotte.
La già torbida situazione della Francia peggiorò col gennaio dell'anno seguente (1576). Il 9 gennaio, infatti, varcava la Mosa un'armata tedesca, comandata dal Condé e da Casimiro, figlio dell'Elettore Palatino, e si congiungeva con l'esercito ugonotto, che combatteva nel mezzogiorno della Francia. All'annuncio di questi fatti il duca di Alençon tradiva la tregua fatta con la madre e si congiungeva con l'armata d'invasione, che tra ugonotti, politici e stranieri, contava ormai più di 30.000 uomini ed aveva iniziata la marcia verso Parigi [80].
Le speranze riposte in questa grossa armata di soccorso riaccese la baldanza degli ugonotti e ravvivò le loro mire sul Marchesato, dando luogo ad una nuova serie di avvisi inquietanti e di veri o presunti complotti.
Nel marzo (1576) si sparse la voce di una nuova imminente calata di ugonotti nel Saluzzese. Presi dal panico, gli abitanti di Centallo si diedero per primi a trasportare a Cuneo le loro masserizie più preziose. Appena informatone, il governatore di Cuneo, Biagio Mentone [81], inviò un suo confidente a Dronero ad interrogare un capitano della nuova religione, suo amico. Venne così a sapere che si era bensì fatta una tregua di quaranta giorni fra cattolici e protestanti, ma che in molti luoghi non era seguita la sospensione delle armi: che gli ugonotti stavano attualmente assaltando la città di Gap, occupata la quale, meditavano di passare i monti e di scendere nelle valli di Angrogna e di Luserna, dove già avevano mandato 4.000 fanti e 600 cavalli; che le valli contigue avevano promesso altri 3.000 archibugieri; che a coordinare e ad affrettare i preparativi era stato mandato il famigerato ministro Guerino e che tutto questo armeggio aveva di mira l'occupazione di Saluzzo.
A questi avvisi il Mentone aggiungeva che in Cuneo entravano in quei giorni molti ugonotti e banditi dal Marchesato, i quali avrebbero potuto «tratar qualunque tradimento; perciò chiedeva al duca l'autorizzazione di rintracciarli, d'interrogarli ed eventualmente d'imprigionarli, se fossero trovati sospetti (20 marzo 1576).
Nove giorni dopo (29 marzo) lo stesso Mentone comunicava alla Corte gli avvisi avuti da un altro confidente spedito a Seyne, in Provenza. Da un gentiluomo del Sig. di Lilla, fratello del barone di Allemagna, lo spione aveva saputo «esserli tradimento in favor di ugonotti in un castello in Piemonte, che non era di S. A.»; ma, per quante insistenze avesse fatte, non aveva potuto ricavarne il nome. Da un altro gentiluomo, segretario del figlio del fu Ammiraglio, aveva appreso che il padrone, il sig. di Châtillon, nutriva propositi minacciosi contro il duca di Savoia; che gli ugonotti non credevano alla pace e che, se anche questa fosse stata stipulata, essi non avrebbero deposto le armi, avendo ferma intenzione di passare al di qua dei monti. In tutta la Vicaria di Barcellonetta risultava che i protestanti facevano a questo scopo febbrile incetta di armi, polveri e munizioni.
Un terzo avviso pochi giorni dopo (5 apr. 1575) rincalzava, con altri particolari, gli avvisi precedenti. Un soldato di Tenda, bandito di patria, perché partigiano della Dama d'Urfé, al ritorno da Seyne, dove aveva avuto contatti con gli ugonotti, riferiva al Mentone che i protestanti di Provenza avevano proclamato come loro capo il barone di Allemagna e che da lui condotti disegnavano di passare quanto prima in Piemonte. Il loro primo obbiettivo era Demonte, terra del Sig. di Centallo, dove intendevano porre un campo fortificato, aspettando il grosso della spedizione. La fanteria doveva scendere nel Marchesato per la strada del Lauseto, di Barcellonetta e dell'Archia; la cavalleria per la valle della Stura. La cavalleria sarebbe forte di oltre 770 cavalli, la fanteria molto più numerosa. Altro obbiettivo degli ugonotti era il castello stesso di Tenda, dove essi avevano intelligenze con i soldati del presidio, quasi tutti della religione riformata.
Ogni allarme obbligava il Mentone a nuove investigazioni per appurare i fatti e per non essere colto di sorpresa. È frutto di queste diligenze il quarto avviso, ch'egli trasmise alla Corte torinese il 17 aprile:
"Nel Marchesato di Saluzzo anno suspeto grande de' ugonotti e traffugano le robe loro da Dronero e Centallo e ne conduchano quivi in Cunio, e per intender li cause di tal suspeto ho mandato un mio amicho in Dronerio, quale ha inteso li seguenti da un mr. Vincenzo Poloto dil sudeto locho: che monsur (monsieur) de Lauzon (Alençon) mandava in breve alli dil Marchesato che lo riconoschano per principe suo, aprir li ponti a cui mandarà e darli monicioni: che vi è un tradimento di qua da monti, però non sa dove. A Molines si trovano duo milia ugonoti cioè fanteria e alli terre circonvicine a Gap quantità di cavalli ugonoti: pure però non mi a specificato il numero e non intende dove voliano andare.
Ho mandato da sue parti verso ugonotti per intender suoi pensieri....».
Agli avvisi trasmessi dal governatore di Cuneo facevano riscontro altri avvisi, che pervenivano per altra via al Nunzio pontificio di Torino e al capitano Pietro Turta, castellano della Perosa.
Il 25 marzo (1576) il Nunzio scriveva [82] a Roma che per timore degli ugonotti Carlo Birago mobilitava i suoi soldati, avendo appreso che il ministro Guerino si avvicinava al marchesato con 400 archibugieri e che faceva grandi minacce contro i cattolici e contro il governatore. Alla lettera il Nunzio accludeva un avviso, dal quale risultava che il ministro Guerino si trovava a Gap con 400 archibugieri, tutti banditi dal marchesato, abitanti di Val Macra e di Praviglielmo, in val Paesana. Il loro disegno era d'impadronirsi della valle della Macra come già avevano tentato l'autunno precedente e di assicurarvi il pubblico esercizio della loro religione in previsione della pace, che si stava trattando in Francia tra cattolici e protestanti (la futura pace di BEAULIEU), poiché essi ritenevano per certo che «nel pubblicarla sarà tenuto per ben fatto tutto ciò sarà stato fatto e dove si troverà l'esercizio della religione, che si continuerà» [83].
Ribadiva la notizia un mese dopo (28 apr. 1576) il capitano Turta [84], informando il duca che il ministro Guerino si trovava tuttora presso il Lesdiguières in Delfinato e che lo incitava con grandi istanze ad occupare il Marchesato, di cui era nativo, per stabilire anche colà l'esercizio pubblico della nuova religione. Aggiungeva che il ministro premeva sui valdesi di Pragelato, di Val Perosa e di Val Luserna, perché volessero prestare man forte al capitano ugonotto: ma che la popolazione non pareva disposta ad assecondare con grande zelo il turbolento ministro e ad abbandonare le proprie case per gettarsi un'altra volta allo sbaraglio in un'impresa, che aveva avuto un esito così infelice l'anno precedente.
Quest'ultima informazione non collimava però con quella trasmessa pochi giorni prima (23 apr. 1576) da don Annibale d'Osasco al padre Ottaviano Cacherano d' Osasco, Gran Cancelliere di S. A. Abboccatosi in Val Luserna con i ministri Stefano Noël e Francesco Truchi, questi gli avevano riconfermata l'intenzione di intervenire un'altra volta nel Marchesato, d'accordo col Lesdiguières, se il governatore Carlo Birago non avesse cessato di molestare i riformati di Dronero e di Val Macra. Diceva infatti la lettera di Don Annibale di Osasco al padre [85]:
«Ill.mo Sig. Padre, In esequutione di quanto ha piaciuto a Vostra eccellenza di comandarmi per parte del Ser.mo Principe, m'è parso transferirmi alla Valle di Engrogna, ove trovandomi con mastro Tiene (ministro Stefano Noël) et mastro Francesco Trucchio di Centalo, ministri in quella valle, et con tutta quella strezza ch' io possi senza palesar la causa perché era andato là, ne meno interponer il nome di S. A., mi messea far con essi loro vari discorsi fra quali presentandomi il proposito d'entrar nel sudetto particolar di quanto si diceva della venuta delli ugonotti nel Marchesato di Saluzzo con rimostrarli a mio debole giuditio il danno che gli seguirebbe per la discesa luoro nel detto Marchesato, quando essi havessero determinato di fare, mi risposero che essi mastri e tutti gl'homini di la valle volevano esser fedeli sudditi et servitori di S. A. et che dove si trattava del servitio di quella metteriano le persone et beni loro, ma che per evitar che detti ugonotti non discendessero sopra detto marchesato, acciò si levasse li disturbi et fastidii, che potrebbono nascere a S. A. et suoi sudditi, sarebbe bene di divertir il predetto Sr. Carlo Birago s'astenesse di perseguitar gl'ugonotti delle Valli di Magra et Dronero et altri sottoposti al Dominio reggio per conto di la religione, ma lassiarli vivere in libertà. Il che facendo detto Sr. Carlo, li ugonotti di Francia non discenderiano sopra detto marchesato come cossi detti ministri m'hanno promesso et caso che esso Sr. Carlo perseveri a molestar li homini delle dette Valli, m' ahanno sicuramente affermato che Mons.r de la Dighera insieme con altri veneriano sopra detto marchesato fra breve tempo. Il che inteso mi parve subito spedire un homo sudito di S. A. verso la Dighera et più oltre, accioche diligentemente et con destrezza et secretezza volesse intendere li maneggi et trattati che si facevano verso quelle parti et, di quanto intenderebbe, avisarmene incontinente et subito ricevuto gl'avisi, ne darò raguaglio a Vostra Eccellenza....».
Il maresciallo di Bellegarda, che aveva il governo di Carmagnola ed era sospettato di aver segrete intelligenze con i Politici e con gli ugonotti, dichiarava che tutti questi allarmi erano falsi e per nulla inquietanti, mentre pericolosi erano gli armamenti, che il governatore Birago apprestava nel Marchesato. Ma il governatore, diffidando del Bellegarde come degli ugonotti, continuò ad armarsi ed a mettere guardie e presidî a Saluzzo ed in altri castelli del Marchesato. Per parte, sua, anche il duca di Savoia rinforzava i suoi presidî ed impediva con severe minacce che i suoi sudditi accorressero fuori dei domini in aiuto degli ugonotti di Francia e del Marchesato [86].
Già abbiamo notato come nella ridda incerta e contraddittoria degli avvisi non sia possibile distinguere quanto vi fosse di vero e di concreto, quanto di immaginario e di artefatto. Inventavano forse spioni e traditori, per spillar danaro o favori dal Birago e dal duca; esagerava, a bella posta, il Birago per avere aiuto di uomini e di danaro dal duca e dal re; e ne traeva pretesto, a sua volta, anche il duca, per avere protezione e sovvenzioni dalle Corti di Roma e di Spagna. Il duca, infatti, si sforzava di apparire, agli occhi dell'una e dell'altra, come il principale difensore della fede cattolica contro l'ugonotteria invadente e di presentare i suoi Stati come «l'antimurale d'Italia», anche se talvolta per ragioni d'interesse ricercava nascostamente l'aiuto degli ugonotti di Francia o prestava ad essi man forte nei loro disegni.
In Francia intanto le insurrezioni di province e di governatori, le prepotenze dei Guisa, le strettezze finanziarie ogni giorno crescenti, l'avanzata minacciosa dell'armata straniera ed ugonotta e la ribellione del duca di Alençon avevano a poco a poco inclinato la Corte a negoziare una nuova pace fra cattolici e protestanti. Questa fu finalmente stipulata nel maggio a Beaulieu, presso Loches (6 maggio 1576) e fu detta anche «pace di Monsieur», perché intermediario e garante di essa fu il duca di Alençon, fratello del re e capo del partito dei Politici [87].
Il trattato di pace concedeva ai riformati piazze di sicurezza in ogni provincia del regno. In esse i protestanti avevano facoltà di esercitare pubblicamente la loro religione, di far prediche e preghiere, di cantar Salmi, di amministrare il battesimo e la Santa Cena, di tenere sinodi ed assemblee di carattere religioso. Ma ancora una volta da questo privilegio erano esclusi oltre Parigi ed i suoi sobborghi anche i paesi situati al di qua dei monti, come si può vedere da questa clausola: «Si asterranno anche di fare il detto esercizio pubblico nella nostra Corte e a due leghe intorno e parimenti nelle nostre terre e paesi che sono di là dei monti, i quali paesi non saranno ricercati di ciò che faranno nelle loro case per la detta religione, sperando che Dio ci farà la grazia per la determinazione di un libero e santo Concilio Generale di vedere tutti i nostri sudditi suddetti riuniti in una medesima fede, religione e credenza, com'è nostro desiderio e principale intenzione».
Gli altri articoli del trattato istituivano Camere miste di cattolici ed ugonotti in otto Parlamenti [88], riabilitavano la memoria del Coligny e delle altre vittime illustri della San Bartolomeo, cassavano le sentenze e le confische pronunciate, aprivano ai riformati tutte le cariche e le dignità del regno senz'altro obbligo che il giuramento di fedeltà al re. Vietavano però la vendita dei libri, che non fossero stati precedentemente approvati dai giudici locali o dai Parlamenti ed ordinavano il pagamento delle decime ecclesiastiche e l'osservanza delle feste cattoliche.
Seguivano articoli aggiuntivi, con i quali si proponeva al re di ritirare oltralpe la «Compagnia di cavalli leggeri» del capitano Giulio Centurione, la quale infastidiva assai il popolo del Marchesato, e, mal condotta e mal pagata, avrebbe potuto dare occasione a tumulti, massime a Carmagnola «suscitez par quelq'un que Vous connaisez mal affectionné à vostre service» [89]. Si ritenevano sufficienti alla sicurezza del Marchesato tre compagnie: una stabilita a Carmagnola, rafforzata dai cento soldati del castello; l'altra a Saluzzo e la terza da ripartirsi nei castelli più minacciati.
Con queste riduzioni di truppe regolari si diminuiva l'autorità del Birago e si pregiudicava la sicurezza del Marchesato proprio quando stavano lentamente maturando i propositi turbolenti del maresciallo di Bellegarde a danno del governatore Birago e del re stesso di Francia.
Note
[I] Varie tregue furono conchiuse e prorogate nei mesi seguenti con i protestanti di Provenza e di Linguadoca per ordine del re e per il tramite del Danvilla: il 4 agosto in Provenza; il 22 agosto a Nîmes (confermata il 24 agosto a Beaucaire); il 24 agosto a Montauban: il 29 novembre a Montpellier. Quest'ultima doveva durare fino al 15 febbraio 1574. Ma le tregue non riuscirono mai ad annullare interamente le reciproche diffidenze. Cfr. E. ARNAUD, Hist. des protest. de Provence, I, 210-212.
[2] V. la «Relazione di Francesco Molino, recitata al Senato Veneto sulla fine del 1574 », in ALBERI, op. cit., vol. V (2º della II serie), pp. 224 e segg.
[3] Su questi fatti di Val Perosa, cfr. A. S. T., I, Provincia di Pinerolo, m. 15, n.º 4; Prot. duc. serie Corte, vol. 227 bis, f. 251-53; Lett. Ministri Roma, m. IV, lett. del S. Solutore alla Corte e della Corte al medesimo (luglio-sett. 1573); Regist. Lettere della Corte, a. 1573, vol. 18, f. 376 e segg.; Lett. di Partic., B, m. 88 (lett. di Carlo Birago, a. 1573); GILLES, op. cit., I, cap. XXXVIII; V. PROMIS, Cento lettere ecc., in «Miscell. St. Patr. », IX, pp. 651 e segg.; PASCAL, Lett. del governatore Sebastiano Grazioli di Castrocaro (1572-76), in « Bull. Soc. d'Hist. Vaud. », n. 26 e 28 (a. 1909-1911), doc. 10-22; IDEM, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXIV-CXIX; JALLA, op. cit., I, 318-326; BOLLEA, Alcuni documenti di Storia Valdese, in «Bull. Soc. d' Hist. Vaud », n.º 45, a. 1923, pp. 10-13.
[4] GILLES, loc. cit. e JALLA, op. cit., I, 325-26.
[5] Arch. Stor. Ital., Serie I, a. III (18]46), pp. 175-176. Cfr. anche nella BIBLIOTECA DEL RE A TORINO, Carteggio e Memorie (Mss. di Storia Patria n.º 560), vol. III, fol. 127 (lett. Provana-Paris, 5 luglio 1573); fol. 150 (lett. F. Vitelli, 31 agosto 1573); fol. 151 (lett. di Le Surnommé alla Corte).
[6] JALLA, op. cit., I, 327.
[7] GILLES, op. cit., I, 429; JALLA, op. cit., I, 326-27.
[8] JALLA, op. cit., loc. cit.
[9] ARCH. VATIC., ROMA, Nunziat. Savoia, vol. IV, f. 281, in PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXXXVI (11 febbraio 1574).
[10] RODOLFO, Doc. del sec. XVI e del XVII riguardanti i Valdesi, in « Bull. Soc. d'Hist. Vaud. », n.º 55, a. 1930, p. 117, doc. 3.
[11] ARCH. VATIC. ROMA, Nunziat. Savoia, vol. IV, fol. 316-19, in PASCAL, La lotta contro la Riforma, in loc. cit., doc. CXLII-III (26 marzo-3 apr. 1574); CHARRONET, op. cit., pp. 87-89; JALLA, op. cit., I, 321.
[12] ARCH. VATIC. ROMA, Nunziat. Savoia, vol. IV, f. 319, in PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXLIII (3 apr. 1574).
[13] IBIDEM, vol. IV, f. 312 (8 apr. 1574), in PASCAL, loc. cit., doc.
[14] A. S. T., I, Lett. Ministri Roma, m. IV: il duca al S. Solutore (8 apr. 1574), in PASCAL, loc. cit., doc. CXLV.
[15] A. S. T., I, Lett. Ministri Roma, m. IV: lett. del duca al S. Solutore (8 apr. 1574, già cit.; e del S. Solutore al duca: 19 e 22 apr. 1574), in PASCAL, loc. cit., doc. CXLV-CXLVII.
[16] ARCH. VATIC. ROMA, Nunziat. Savoia, vol. IV, f. 324 (26 apr. 1574), in PASCAL, loc. cit., doc. CXLVIII.
[17] A. S. T., I, Reg. Lettere della Corte, vol. 19, a. 1574, fol. 177 (il duca al Delfino, 31 maggio 1574), fol. 185 (il Delfino al duca, I giugno 1574), fol. 184 (il duca al Castrocaro, 31 maggio 1574).
[18] ARCH. VATIC. ROMA, Nunziat. Savoia, vol. IV, f. 347-349 (19 maggio 1574), in PASCAL, loc. cit., doc. CXLIX.
[19] La minaccia fu anche più esplicitamente formulata nella protesta, che il Montbrun inviò al duca pochi giorni dopo. Allegando di aver sempre trattato bene i sudditi ducali, che si recavano in Delfinato, e di aver sempre concesso loro un pacifico transito nelle terre della sua giurisdizione, minacciava, per rappresaglia contro il duca, di voler tenere d'ora innanzi ben diversa condotta, perché aveva conosciuto il vero animo del duca. ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IV, f. 360 (30 maggio 1574), in PASCAL, loc. cit., doc. CLII.
[20] Nello stesso mese di maggio Andrea Birago, per incarico di Carlo, faceva sapere alla Corte parigina che il duca aveva avuto avviso che gli ugonotti meditavano un'impresa contro la piazza forte di Carmagnola e contro altre terre del Marchesato. Cfr. Lett. Ministri Francia, m. IV: lett. dell' Inviato ducale alla Corte di Francia, Sig. de Bienvenue, al duca (20 maggio 1574).
[21] A. S. T., Reg. Lettere della Corte, vol. 19, a. 1574: lettere del Duca al Birago, f. 198, 199, 203 (7 giugno 1574), 209 (10 giugno), 214 (11 giugno) e al Signore di Racconigi e a Luigi di Villanova, f. 221 (16 giugno 1574).
[22] JALLA, op. cit., I, 328. Nell'alta valle della Varaita avevano predicato la Riforma fin dal 1560 i ministri ugonotti della contigua valle del Queyras, Brunet e Garcin; nella bassa valle, fin dal 1567 il ministro Secondo Masserano, già ricordato, che aveva la condotta delle chiese di Verzuolo, Piasco e Costigliole. Di San Peyre era nativo il Ministro Claudio Bergio, che nel 1561 firmò il trattato detto di Cavour fra i Valdesi ed il Duca E. Filiberto.
[23] ALLAIS, op. cit., pp. 270-01.
[24] ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IV, f. 382 (11 luglio 1574), in PASCAL, op. cit., doc. CLIV.
[25] DAVILA, op. cit., II, 148 e segg.; LAVISSE, op. cit., VI, 151-56.
[26] DAVILA, op. cit., II, 142-144; LAVISSE, op. cit., VI, 138-151.
[27] Cfr. DAVILA, op. cit., II, 177-180; THUANI (DE THOU), Histor. sui temporis ecc., III, 349, 624-26; BRANTÔME, op. cit., V, 199 e segg.; SECOUSSE, Mémoire histor. et crit. sur les principales circonstances de la vie de Roger de St. Lary de Bellegarde, maréschal de France, Paris, MDCCLXIV, pp. 32-35; G. TONSI, De vita Emmanuelis Philiberti libri duo, Augustae Taurinorum, lib. 2º, pp. 211-12; RICOTTI, op. cit., II, 355-57.
[28] Sul viaggio di Enrico III, cfr. oltre le opere cit. alla nota precedente: DE ÑOLHAC e SOLERTI, Il viaggio in Italia di Enrico III, Torino, 1890; LAVISSE, op. cit., VI, 154-57; MARIÉJOL, op. cit., pp. 247-52; CAMBIANO, Histor. Discorso, in loc. cit., col. 1188 e seg.
[29] Sulle trattative per la cessione delle piazze, cfr. CAMBIANO, Historico Discorso, in loc. cit., col. 1205; RICOTTI, op. cit., II, 355-361: SEGRE, Riacquisto ed ingrandimento dei domini sabaudi, in loc. cit., p. 126; EGIDI, op. cit., pp. 262-63.
[30] Per la protesta del Nevers, cfr. GOMBERVILLE, op. cit., I, 25-26; RICOTTI, loc. cit.; BRAMBILLA, op. cit., pp. 31-32, 57-65.
[31] Un altro Memoriale di protesta fu dallo stesso Nevers presentato al Parlamento di Grenoble.
[32] Vedasi: GOMBERVILLE, op. cit., I, 33-65; Traités Publics de la Maison de Savoye, I, 12 e seg.; BORELLI-DUBOIN, Editti, XXIX, 55-61; THUANI (De Thou), op. cit., III, lib. 58 e 59 pass. Il duca, mal sopportando che i Francesi, prima di ritirarsi, distruggessero forti e castelli, il 6 novembre 1574 indirizzava una lettera confidenziale al Bellegarde, che aveva tenuto mano alla cessione delle piazze, affinché si opponesse alla loro distruzione, sia per risparmiare in seguito fatica e danaro nella ricostruzione, sia per non dar facile occasione ai ribelli ed agli ugonotti francesi e valdesi, di gettarsi sul Marchesato di Saluzzo. A. S. T., Lettere della Corte, vol. 19, a. 1574, fol. 462-64 (6 nov. 1574). Altra lettera il duca già aveva scritta al Bellegarde il 10 ottobre, per pregarlo di interporre i suoi buoni uffici presso il re, affinché non dovesse prevalere l'opposizione accanita del duca di Nevers. Uguali raccomandazioni rivolgeva ad Andrea Birago (10 ott.) e al Nevers stesso (26 ott.). IBIDEM, fol. 397, 399, 424.
[33] Fin dal luglio 1573 la regina madre aveva posto l'occhio sul Bellegarde come comandante della scorta militare, che doveva seguire il re in Polonia, e ne raccomandava la scelta al figlio, con queste parole di grande elogio: «Car vous ne pouvez choisir personnage qui vous soyt plus affectionné et propre pour avoir cette charge que le sieur de BelTegarde ». La partenza tuttavia non avvenne che verso il mese di marzo 1574. Ne dava avviso alla Corte torinese l'ambasciatore sabaudo, conte di Sanfré, nella lett. del 22 marzo 1574: «Bellegarde et Pibrac se ne vanno in Pologna mandati da S. Maestà », in A. S. T., Lett. Ministri Francia, m. IV; LA FERRIÈRE, op. cit., V, 241.
[34] BRANTÔME, op. cit., V, pp. 199-202; SECOUSSE, op. cit., pp. 32-33; RICOTTI, op. cit., II, 354-55.
[35] THUANI, op. cit., III, 349-50, 624; BRANTÓME, op. cit., loc. cit., pp. 204-209; SECOUSSE, op. cit., pp. 37-46.
[36] THUANI, op. cit., III, pp. 350, 406; BRANTÔME, loc. cit., pp. 209 e segg.; SECOUSSE, op. cit., pp. 37-46; DESJARDINS, op. cit., IV, pp. 24 e segg. (13 settembre 1574).
[37] SECOUSSE, op. cit., p. 65.
[38] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. III (Giuliano Delbene al duca, 15 genn. 1574). Il maresciallo di Bellegarde «manderà presto costà uno da V. Alt.a per ringratiarla del favore che la s'è degnata di provedergli per conto di Cardé et che la moglie verrà fra pochi di in costà per risolvere il tutto con V. A.t.a secondo la sua buona voluntà. Prega V. Alt.a il Sig. Mareschal che si degni volere fare quel dono che la vuole a lui et scusarsi con la moglie destramente, dicendo che non può contrattare seco per essere della religione; ma che pregarà ben V. Alt.a al suo marito (cioè S. A. pregherà suo marito) di lasciargli l'usufrutto a vita non havendo di lui figliuoli. Mha detto questo particolare il Mareshal, poiché crede che lei in su le parole che gli dissi da parte di V. A.ta a lei, crederà che detto dono fussi a lei e lui lo vuole per sé o pure perché desiderarebbe molto di ridurla et si usa in ogni sorta che può di diligentia per fare che lei ritorni a la buona fede ». Cfr. anche Reg. Lettere della Corte, vol. 19, 1574 (il duca al Leyni, 24 nov. 1574).
[39] La maggior parte dei biografi del Bellegarde, parlando del figlio Cesare, lo dicono nato dal matrimonio con la Thermes, e, fondandosi sul fatto che Cesare morì l'anno 1587 nella battaglia di Coutras a 25 anni, fissano il matrimonio del Bellegarde con la giovane vedova di Paolo di Thermes all'anno 1562. Ma questa datazione non ha base sicura. Vi poté essere fin d'allora una relazione più o meno intima fra il Bellegarde e la Cardé, non un matrimonio regolare. Infatti, in un atto di transazione stipulato in Torino il 29 nov. 1565 fra Margherita ed il fratello Giacomo Saluzzo di Cardé per la spartizione dei redditi di Cardé e di Miolans, Margherita figura costantemente come « vedova o moglie lassata del fu, maresciallo di Francia Paolo di Thermes », sebbene alla stipulazione dell'atto fosse presente, insieme con la vecchia contessa di Tenda, Francesca di Foix, suocera di Giacomo, e col conte Geronimo Porporato, regio Presidente del Marchesato di Saluzzo, anche il Sig. Ruggero di St. Lary sig. di Bellegarde come intermediario e comune amico. Dal DE THOU e dal BRANTÔME (loc. cit.) apprendiamo inoltre che il Bellegarde, sebbene invaghito della giovane zia, dovette pazientare più anni prima di poter contrarre con lei regolare matrimonio a causa dell'impedimento frapposto dagli stretti vincoli di parentela. Anche più esplicita è la testimonianza del LE LABOUREUR, il quale nelle Mémoires de Messive Michel de Castelnau (Bruxelles, 1731, t. II, pp. 715-723) scrive che «la Cardé-Thermes fort belle et adroite.... donna dans la veue au jeune Bellegarde son neveu, et elle ménagea si bien cette inclination qu'elle l'épousa despuis par dispense et elle eut encor le bonheur de régner dans le Marquisat, d'où elle étoit issue, comme si elle en eut esté l'héritière légitime et si elle en eut porté les droitz à son mary, qui s'y est establit puissamment et en usa comme un patrimoine ». L'esplicito accenno alla « dispensa matrimoniale », che i documenti da noi citati al cap. VII attestano inoltrata a Roma nel corso dell'anno 1569, ci permette di fissare la datazione del matrimonio legittimo tra il Bellegarde e la Cardé nello spazio di tempo, che intercorre fra il 1569 suddetto ed il 1573, anno, in cui sappiamo che il Comune di Carmagnola offri un donativo «alla Signora di Bellagarda », in riconoscenza dei servigi prestati dal marito a favore della città durante la controversia sorta col governatore Birago a proposito dell'alloggiamento della Compagnia di Giulio Centurione. Ora, se sono esatte le nostre deduzioni sulla data del matrimonio, ne consegue che quel Cesare di Bellegarde, il quale mori venticinquenne nel 1587, non poté essere il frutto del legittimo matrimonio del Bellegarde e della Thermes. Tutt'al più egli potè essere il frutto di intime relazioni preesistenti al matrimonio. Ma la lettera del Delbene, che abbiamo sopra riferita e che esplicitamente afferma che la Thermes nel 1574 «non aveva figli da lui » esclude, se esatta, anche quest'ultima ipotesi e lascia adito al dubbio che Cesare sia stato il frutto di altri amori prematrimoniali del maresciallo. E di passioni amorose, a detta dei biografi, il Bellegarde non ebbe penuria. II LITTA, op. cit., vol. XIII, tav. XVII, non attribuisce figli a Margherita di Cardé.
[40] Sulla quinta guerra di religione in Provenza e Delfinato, cfr. GIOFFREDO, op. cit., IV, 431-42, 541-46; CHARRONET, op. cit., pp. 91-92; ARNAUD, Histoire des Protest. du Dauphiné, I, 295-303, e Histoire des Protestants de Provence, I, 214-224; DUFAYARD, op. cit., pp. 42-43; ALLAIS, op. cit., pp. 269-71.
[41] Era già in Delfinato alla fine di settembre o al principio di ottobre. Cfr. DESJARDINS, op. cit., IV, 24 (lett. 28 sett. 1574 dell'ambasciatore Alamanni al Granduca di Toscana).
[42] SECOUSSE, op. cit., pp. 48-57; THUANI, op. cit., III, pp. 364-405; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 303 e segg.
[43] CAMBIANO, Historico Discorso, in loc. cit., col. 1193; DESJARDINS, op. cit., lett. cit.; JALLA, op. cit., I, 331.
[44] GIOFFRedo e ALLAIS, locc. citt.; GROSSO-MELLANO, op. cit., I, 144-145.
[45] ALLAIS, loc. cit. Secondo il JALLA (op. cit., I, 328) i due ministri avevano predicato la Riforma in quelle terre fin dal 1560.
[46] MELLANO, op. cit., pp. 43-44.
[47] FONTANA, Renata di Francia, III, p. 95: lett. dell'abate Birago al Card. di Como, di Lione sabato santo 1575 (2 apr. 1575).
[48] Per parecchi avvisi, cfr. le lett. di Carlo Birago alla Corte, in A. S. T., I, Lett. di Partic., B, m. 88 (20 marzo 1575) e PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CLIX; JALLA, op. cit., I, 341-42.
[49] JALLA, op. cit., I, 343; PASCAL, Lett. del govern. Sebastiano Grazioli di Castrocaro, in loc. cit. (I giugno 1575).
[50] Lo stesso timore di torbidi affiora anche nella Relazione di un altro ambasciatore veneto, Giovanni Micheli (1575). Dopo aver detto che gli abitanti del Marchesato una volta erano semplici contadini, artigiani e commercianti, dediti ad una vita modesta e tranquilla, soggiunge: «Ora sono talmente esercitati ed agguerriti che non si distinguono dalli più veterani soldati, e tutti fatti archibugieri eccellentissimi. Se non si trova modo d'impiegarli, si solleveranno con partecipazione dei nobili per predare ». Cfr. Collect. des Docum. Inédits sur l'Hist. de France, I série: Relations des Ambassadeurs Vénitiens sur les affaires de France au XVI-siècle, par N. TOMMASEO, t. II, Paris, 1838, pp. 232-34.
[5I] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CLIX (lett. del Nunzio di Torino al Card. di Como, 2 giugno 1575); ARCH. VATIC. ROMA, Nunziat. Savoia, vol. V, f. 157).
[52] GOMBERVILLE, op. cit., I, 308-428; LAVISSE, op. cit., VI, 164-65.
[53] Lett. di Carlo Birago al duca, in loc. cit. (22 giugno 1575).
[54] A. S. T., I, Reg. Lett. Minute della Corte, vol. 19, a. 1574, fol. 296; e vol. 20, a. 1575, fol. 229, 230, 233 (17-18 giugno).
[55] Supplicava per la sua liberazione il Sig. di Royssas, governatore di Rotières nel Delfinato, con una lettera al duca in data I luglio 1575. «Le receveur general de la religion en la val de Fressinières nommé Faure (Favre), partit naguere de ce lieu pour s'en aler en piedmont pais de Vostre Altesse: le quel J'ay entendu avoir esté faict prisonier a Vilefranque, et est encores detenu en vostre dit pais. Et d'autant que je ne sai si ladite prison ou detention est su commandement ou consentement de Vostre Altesse, ne aussi si cest pour la religion quil est detenu, ay estimé estre necessaire vos faire ce mot pour Vous supplier treshumblement de commander a vos officiers le mettre en liberté: tellement quen toute seurité Il puisse sen revenir de par deca: attendu mesmes que de Vostre benignité ceux de nostre parti ont eu ce bien daler, venir et negotier en vos terres et pais jusques a present et n'ont eu encore advertissement contraire. Quoy faisant un grand nombre de seigneurs et gentiliomes, voire tous ceux de nostre parti, seront grandement redevables a Vostre Altesse.... ». A. S. T., I, Lett. di Partic., R. 66.
[56] Lett. di Carlo Birago, in loc. cit..
[57] A. S. T., Lett. di Part., C, m. 94 (Giulio Calvi di Corso). Per questi riformati, cfr. il nostro studio su La riforma protestante nei dominî sabaudi delle Alpi Occidentali, in «B. S. B. S. », 1952, pp. 53-86 e segg.
[58] ARNAUD, Hist. des Protestants du Dauphiné, I, 327-333.
[59] Lett. di C. Birago, in loc. cit., in data 16, 18, 25 agosto 1575; PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte. in loc. cit., doc. CLXI (lett. del Nunzio al Card. di Como, 25 agosto 1575): ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. di Savoia, vol. V, f. 315; JALLA, op. cit., pp. 344-45.
[60] RODOLFO, op. cit., in « Bull. Soc. Hist. Vaud », n.° 55, doc. IV.
[61] Tra le relazioni degli spioni ha particolare importanza quella contenuta nella lettera del Birago del 25 agosto (1575): «< Venerdì a notte gionse a San Germano in casa di Gio. Mondon undeci huomini a cavallo, doi montati sopra a gianetti di Spagna, et nove sopra curtaldi di Annemare grossi con la coda tagliata. Et come il ministro parlava a uno di essi, gli rendevano riverenza come a Dio. Inteso questo, ho messo cura per sapere che genti sono: et ho inteso di buon luogo, essergli al certo uno de' figliuoli del fu ammiraglio, uno de' fratelli di Danvilla et il Principe di Condé, quale passa per costì con trecento reistri sbandati a dodeci per troppa. Et tutto il cumulo si fa al detto Cherasco (Queyras). Hoggi sono anchora passati quattordici cavaglieri armati con corpi di corazza et con pistolle, quali si sono visti et incontrati sopra a San Germano et hanno levato tutte le forze di Angrogna et Pragellato, le quali sono andate con le loro insegne spiegate al detto Cherasco (Queyras). Quegli della Valle di San Martino andarano hoggi, che sono trecento et tra essi, quegli di Angrogna et Pragellato giongeranno a mille ducento. Dal canto da di là viene anchora gente per congiorgersi insieme: né si può presumere altro se non che venghino per scorta d'essi signori. Ma l'amico manda a V. E. di tenere la mente che voglino venire a ritrovarla. Vostra Eccellenza saprà come governarsi. Non bisogna dar più tempo. Io sono stato tardi nel scrivere, per volermi chiarire del tutto et trovo il contenuto di sopra esser verissimo. Quegli signori che gionsero venerdì a San Germano, si partirono alle cinque hore di notte, sopra a cavalli di vettura et li loro sono partiti hoggi per Cheras. Così ha riportato il messo et ha assicurato esser d'essi. S' intende c' hanno fatto la strada d'Ivrea, appresso Lanzo in Giaveno, al Gran Dubbione et al Dobion desinare, a cena a San Germano, dove non si sono fermati che quattro hore, et il restante marchia a troppe. A Bricherasio se ne sono discoperte due troppe, che sono passate. Così fanno la loro massa et pagano a Castello Cheras (Chateau-Queyras).... ».
[62] A. S. T., Lett. Ministri Francia, m. IV (Pobel sig. Du Mollard alla Corte, 9, 12, 13 sett. 1575, e Monreale alla Corte, II nov. 1575). I documenti parlano ora del Sig. di Châtillon e del Barone D'Allemagna, ora del Châtillon e del Condé. Caterina non si arrese alle giustificazioni addotte dagli inviati del duca di Savoia: più remissivo si mostrò Enrico III.
[63] Manuel di San Giovanni op. cit. II,82-84.
[64ù Lett. di Carlo Birago al duca, loc. cit., 6 e 10 ott. 1575; Lett. Ministri Francia, vol. IV: il duca al Monreale (21 nov. 1575).
[65] Lett. cit. del duca al Monreale (21 nov. 1575).
[66] Sull'impresa degli ugonotti in Val di Macra, cfr. A. S. T., Lett. di Part: lett. di Sebastiano Grazioli di Castrocaro, C, m. 46 (edite in « Bull. Soc. Hist. Vaud. », n.º 26 e 28, lett. 13 e 16 nov. 1575 e I genn. 1576); Lett. di Pietro Turta, castellano della Perosa, T, m. 35 (21 e 23 nov., 9 dic. 1575); Lett. di C. Birago alla Corte, in loc. cit. (12 e 23 nov., 13 dic. 1575); Lett. di Carlo Francesco di Luserna, in L, m. 48 (14 nov. 1575); Reg. Lett. della Corte, a. 1575; vol. 21, fol.291: il duca al Corso (25 novembre 1575), al Castrocaro ed al capitano di Mirabocco: fol. 309; il duca al Bivago (9 dic. 1575); Lett. Ministri Francia, m. IV, lett. della Corte al Monreale (21 nov. 10, 16 23 dic. 1575). Inoltre: CAMBIANO, Memorabili, in loc. cit., p. 199; RICOTTI, op. cit., II, 438; MANUEL DI S. GIOVANNI, op. cit., II, 83-84; P. RIVOIRE, Storia dei Signori di Luserna, in « Bull. Soc. Hist. Vaud », n.º 14, a. 1897, p. 25; JALLA, op. cit., I, 346; PASCAL, La lotta contro la Riforma, in loc. cit., doc. CLXVII.
[67] II JALLA, loc. cit., opina che questo emissario fosse Niccolò Dumas de L'Isle, figlio di Giovanni e di Onorata di Castellane.
[68] Così afferma il duca nella lett. del 21 nov. al Monreale a Parigi. In un passo della lettera, successivamente cancellato, era scritto che il Birago aveva chiesto al duca d' inviare le sue milizie a sostegno di quelle del re, ma che il duca non volle aderire alla richiesta, sia per non sguernire di truppe le proprie fortezze in questi tempi di torbidi e di tumulti, sia per non tirarsi addosso un fuoco che in seguito non sarebbe stato facile spegnere. Il CAMBIANO, op. cit., loc. cit., dice tuttavia che il duca mandò in soccorso di Dronero 400 fanti.
[69] Nella lett. del duca al Corso, governatore di Barcellonetta, si legge: « Et perché esso Sr. Carlo (Birago) dice che alcuni ribelli si sono ritirati all'Arcia (L'Arche), voi avvertirete che se sono putti et donne che vi siano, non gli diciate altro, perché parrebbe impietà di scacciargli, ma se sono huomini, i quali potrebbero fare delle conventicule, assemblee et pratiche, voi non debbiate permettere che vi stiano, tanto più machinando contro il servitio di S. M. Christ. ma et gli farete intendere per ogni buon rispetto che debbano partire ».
[70] II RICOTTI, op. cit., loc. cit., dice che E. Filiberto « aiutò i Regi a ricuperare Dronero contro i Protestanti della valle di Escilles, che l'avevano sorpresa ». Dronero fu investita, ma non presa.
[71] Cfr. lett. di PIETRO TURTA, citt. (23 nov. e 9 dic. 1575) e Reg. Lett. Minute della Corte, vol. 21, a. 1575, fol. 309 (lett. della Corte a Carlo Birago).
[72] Lett. cit. del Duca al Monreale in data 21 nov. 1575: «Gli (a Birago) accordammo lettere di presa di corpo contro certuni di Dronero che il detto Sr. Carlo ci aveva scritto essere colpevoli dell'impresa et intelligenza che vi avevano quelli della religione. Questo farete intendere meglio dalla copia che vi mandiamo ». I colpiti di mandato sono forse quelli di cui si danno i nomi in calce alla lett. cit. del duca al Corso, in data 26 nov. 1575: «Si è fatto ordine al Vicario di Busca di pigliar il Volla, Andrea Abelli, un mastro da bosco detto Antz, Martino Graner et fargli mettere sotto buona custodia et darne avviso a S. A. ». Il Volla (o Vallà) ebbe tempo di rifugiarsi a Bernezzo. Il 15 dic. 1575 il Birago supplicava il duca di concedergli l'autorizzazione di arrestarlo o di volerlo fare arrestare dal suo governatore di Cuneo, ciò che pareva più sicuro. V. lett. Birago, loc. cit. Altro capo del complotto era stato Niccolò Solaro dei signori di Villanova. Riparato dapprima in Val Luserna, presso il fratello Giov. Battista, passò in seguito in Val Queyras e di là nella Vicaria di Barcellonetta. Cfr. Lett. di Castrocaro, in loc. cit. (lett. I genn. 1576); JALLA, loc. cit.
[73] Cfr. le lett. della Corte sabauda al Monreale, cit. (21 nov., 10, 16, 23 dic. 1575).
[74] BOLLATI, op. cit., I, 319; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 84; JALLA, op. cit., I, 346-47.
[75] Insieme con alcune Comunità della Valle di Macra pretese risarcimenti pei danni della guerra anche il gabelliere del sale di Dronero, Paride Polloto. La decisione (29 maggio 1576) fu dalla Congregazione Generale rimessa al vice senescallo. BOLLATI, loc. cit.
[76] In Delfinato era stata stipulata unatregua dalla fine d'agosto al mese di ottobre; ARNAUD, Hist. des Protestants du Dauphiné, I, 342. Poi le ostilità ripresero più violente che mai.
[77] LAVISSE, op. cit., VI, 168-69; DAVILA, op. cit., II, 193 e segg.; ARNAUD, Hist. des Protestant de Provence, I, 223.
[78] DAVILA, op. cit., loc. cit. Col Bellegarde doveva andare in Polonia anche il Sig. di Pibrac, uomo di grande dottrina ed esperienza. La missione del Bellegarde in Polonia era già fissata, secondo il SECOUSSE, fin dal maggio-giugno 1575. Al Maresciallo si lasciava sperare, che, se fallisse la nomina del duca di Alençon, egli avrebbe potuto assai facilmente essere scelto come re di Polonia, data la sua grande fama ed il buon ricordo lasciato in quel regno alcuni anni prima. Ma il Bellegarde, che capiva le intenzioni della Corte, dapprima si schermi, adducendo che, per fare il viaggio e per poter compiere onoratamente la sua missione, gli occorreva del denaro; poi più risolutamente disse che, senza di quello, non sarebbe andato più in là del Piemonte; infine declinò apertamente l'incarico e lasciò partire solo il Pibrac. L'inviato sabaudo a Parigi, Mons.r de Bienvenue, annunciando la partenza del Bellegarde per la Polonia, ne invidiava la sorte fortunata con queste parole: J'estime que Mr. le Mareschal de Bellegarde est l'un des plus heureux sirs de la France aiant une si belle et honorable occasion de ne se treuver parmis les troubles de la France ». A. S. T., Lett. Ministri Francia, m. IV: lett. del Bienvenue alla Corte, 12 sett. 1575; SECOUSSE, op. cit., pp. 58-64 e le opere ivi cit.; TONSI, op. cit., p. 212-214. Il Monreale, altro inviato sabaudo a Parigi, annunciava e poi smentiva il 17 nov. 1575 che il segretario del Bellegarde era partito in tutta fretta per l'Italia per raggiungere il maresciallo, che frattanto, declinato l' incarico della missione in Polonia, si era ritirato in Piemonte. IBIDEM, Monreale alla Corte (17 nov. 1575); DESJARDIN, op. cit., IV, 35, dice che il re diede incarico al Bellegarde di rappresentarlo in Polonia fin dal febbraio 1575. "
[79] SECOUSSE, op. cit., loc. cit., afferma che non si sa quando il Bellegarde si ritirò in Piemonte. Vi era già verso la metà di ottobre. Infatti sappiamo che il 20 ott. egli pranzò col duca a Torino; vi ritornò una seconda volta l'8 nov. ed una terza il 23 dic. 1575. Cfr. L. E. PENNACCHINI, Itinerario del duca E. Filiberto di Savoia (I gennaio 1558-30 agosto 1580), in «Stato Sabaudo », già cit., vol. I, 101-105, in «Bibl. Soc. Stor. Subalp. », vol. CVII. Il 29 dic. dello stesso anno comperava dal duca per 4.000 scudi una casa in Torino, già appartenuta a Negron de Negro, marchese di Mulazzano, e che il sovrano aveva comprato con atto notarile del 23 dicembre. Vedi A. S. T., I, Prot. duc., serie Corte, vol. 236, fol. 172-175.
[80] DAVILA, op. cit., loc. cit.; LAVISSE, op. cit., loc. cit.
[81[ Per questi avvisi dati dal Mentone, cfr. A. S. T., I, Lett. di Particolari, M, mazzo 7: lett. 20, 29 marzo; 5 e 17 apr. 1576. Per paura degli ugonotti, più volte, di notte, erano fuggiti gli abitanti di Centallo, con bestiami e masserizie, sebbene si facessero guardie nei campi. A. S. T., I, Lett. di Particolari, P, mazzo 63: lett. 23 marzo 1576 di Paris Provana, governatore di Fossano, al duca.
[82] PASCAL, La lotta contro la riforma in Piemonte, in loc.cit., doc. CLXX-CLXXI (lett. del Nunzio torinese al Card. di Como, 25 marzo 1576).
[83] Per il felice successo dell'impresa contavano sull'aiuto dei valdesi del Pragelato e del Queyras. L'avviso veniva ripetuto il 19 aprile. IBIDEM, loc. cit., doc. CLXXII. Cfr. anche CAMBIANO, Memorabili, a. 1576, in loc. cit., p. 201: «Viene nova esserli peste in Venetia, Mantova et Monferrato, et si facevano guardie e bollette; et in Saluzzo per timore d'ugonotti guardie e sentinelle ».
[84] V. Lett. di Pietro Turta, in A. S. T., I, loc. cit. (28 apr. 1576).
[85] A. S. T., I, Lett. di Particolari, O, mazzo 13: lettere e pareri del Gran Cancelliere Ottaviano Cacherano d' Osasco, lett. 25 aprile 1576 e acclusa.
[86] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. . CLXXII (19 apr. 1576).
[87] DAVILA, op. cit., II, 216-220; GOMBERVILLE, op. cit., I, 117 e segg.; LAVISSE, op. cit., VI, 169-72; JALLA, op. cit., I, 348.
[88] Il Parlamento del Delfinato, che aveva sede a Grenoble, otteneva una « Camera semipartita », composta di due presidenti e dieci consiglieri, dei quali cinque cattolici e cinque protestanti: doveva risiedere sei mesi a Grenoble e sei mesi a Saint-Marcellin. ARNAUD, Hist. des Protestants du Dauphiné, I, 344. L'editto di pacificazione fu pubblicato a Grenoble solo il 23 giugno 1576.
[89] Evidente allusione al maresciallo di Bellegarde.