Storia/Saluzzo riformata/VI. La Riforma nel Marchesato di Saluzzo durante l’intervallo tra la prima e la seconda guerra civile (1563-1567)
Capitolo sesto
La Riforma nel Marchesato di Saluzzo durante l’intervallo tra la prima e la seconda guerra civile (1563-1567)
Cacciata di preti cattolici dalla Val Macra e da altre terre del Marchesato - Il vescovo Cesano implora l'intervento del cardinale di Lorena. - I riformati di Dronero ottengono il permesso di erigere un tempio e di celebrare pubblicamente il loro culto. Le proteste del clero cattolico e del Birago. - Il re revoca la concessione ed impartisce nuovi ordini restrittivi contro la libertà di culto. La missione del ministro Galatea. - Sinodi ed organizzazione ecclesiastica delle congreghe riformate. - E. Filiberto bandisce la persecuzione generale nei suoi Stati. - Nuovo afflusso di sudditi ducali nel Marchesato. - I fratelli Villanova Solaro proteggono gli immigrati. - Proteste del duca di Savoia e del pontefice per l'eccessiva tolleranza concessa ai riformati nelle terre saluzzesi. Persecuzioni a Carmagnola. Nuove sinodi delle chiese riformate del Marchesato. La situazione religiosa alla vigilia della seconda guerra civile.
Il trattato di Amboise (19 marzo 1563), sebbene contenesse parecchie clausole restrittive riguardo ai riformati, valse tuttavia ad accendere nuove speranze tanto negli ugonotti di Francia quanto tra i dissidenti del Marchesato, cullati questi ultimi dall'illusione che l'esercizio pubblico del loro culto sarebbe stato riconosciuto ed ammesso alle stesse condizioni in tutte le terre cisalpine soggette al re di Francia. Resi forti dal numero e baldanzosi dalla speranza, si narra che i religionari della Valle di Macra cacciassero in quell'anno tutti i preti da Dronero ed imponessero ai cattolici la fede riformata con soprusi e violenze.
Il fatto è attestato dal legato e nunzio di Pio IV, il cardinale Visconti, in una lettera indirizzata il 31 maggio 1563 al cardinale Carlo Borromeo: «Tutti i preti, egli dice [1], sono stati cacciati da Dronero, che è una delle principali borgate del Marchesato di Saluzzo». Lo stesso afferma, con colori anche più foschi, lo storico Paolo Sarpi, quando narra che il cardinale di Lorena, tornando in patria dal Concilio di Trento, venne in Piemonte «et comperit variis in locis Marchionatus Salutiae sacerdotes omnes sedibus pulsos et eiectos, etiam Cherii et Cunei locis ditionis principis Sabaudiae aliisque oppidis circumvicinis, multos easdem cum Hugonotiis opiniones fovere» [2].
Gli avvisi suddetti, per quanto possano essere veritieri nel denunciare i progressi dell'eresia nel Marchesato e li vedremo confermati da altri documenti più sicuri contengono un'evidente esagerazione, almeno per ciò che concerne Dronero. In quest'anno, infatti, il Manuel, diligente indagatore di quegli archivi comunali, ricorda bensì processi e sequestri di beni intentati dal Comune a danno dei Pievani di Dronero [3], ma non denuncia nessun atto di violenza contro ecclesiastici cattolici e tanto meno una cacciata generale di essi dalla città: fatto, che per la sua gravità avrebbe pur dovuto avere una forte risonanza negli annali cittadini. Simili persecuzioni contro gli ecclesiastici poterono avvenire anche in altre terre del Marchesato, per costringere i ricalcitranti ad ubbidire agli editti del 7 maggio 1562 e del 2 giugno 1563, che obbligavano il clero a concorrere nei carichi pubblici. In quest'anno perciò, più che di violenze perpetrate da riformati a danno di sacerdoti cattolici, si trattò forse di vessazioni e di sopraffazioni escogitate contro gli ecclesiastici dalle autorità comunali ed eseguite in modo tanto più aperto e risoluto là, dove più numeroso ed influente era l'elemento riformato locale disposto a spalleggiare il Comune nelle sue rivendicazioni.
Esclusa la cacciata generale dei preti da Dronero e da altre località del Marchesato, resta non di meno ferma ed indiscussa l'attestazione del rinnovato proselitismo dei religionari dopo l'editto di Amboise e l'apprensione per il grave pericolo, ch'esso rappresentava per la fede cattolica.
Ne è prova anzitutto il grido d'allarme, che gettò nel maggio il vescovo di Saluzzo, Gabriele Cesano [4], implorando il soccorso del cardinale Luigi di Lorena, che in quei giorni sedeva al Concilio di Trento [5].
La lettera [6] è certamente ampollosa e ridondante nel suo stile ecclesiastico e curialesco, ma ritrae, nella sua sostanza, con realistica crudezza la vera situazione religiosa del Marchesato verso la metà dell'anno (1563), e lascia trasparire l'angoscia di chi si sente solo ed impotente a lottare contro un male, che cresce di giorno in giorno e che minaccia di travolgerlo.
Dopo aver lamentato i danni e le rovine, che l'eresia seminò in ogni tempo ed in ogni luogo e recentemente nel regno di Francia, il Vescovo così supplica il potente Cardinale:
« Adiuva nos, Illustrissime ac Reverendissime Domine, quos vicinia mortis plurimum angit: manus etenim Domini jam desuper nos est, quod in Marchionatu isto Saluciarum nomen Domini ubique blasphematur, falsi prophetae jacula haeresum passim emittunt, auscultantur, et permittuntur adeo ut simus coacti cum discipulis Domini exclamare: 'Domine, salva nos, perimus': grex enim in lupos succrescunt, ut disperdant et devorent. Verumtamen unicum dumtaxat superest refugium: ad amplitudinem quippe vestram, seu ad sacram anchoran confugimus, supplices deprecantes, quatenus apud Dominum Christianissimum regem nostrum agere sua auctoritate velit, ut non sit Marchia haec nostra haereticorum asylum, atque non permittantur in ea, qui falso verbi Dei ministerium sibi usurpent, et qui sanctae matris ecclesiae jussis absque ullo rubore publice parere despiciant [7]. Quorum omnium exatiorem notitiam fusius dabit nuntius noster, qui bino anno intrepide hiis in partibus non absque maxima catholicorum laetitia et fructu verbum Dei fidelite evangelizzavit, cui et fidem adhiberi exposcimus, ac si per nos etiam exacte explicarentur singula. Ita Deus optimus amplitudinem vestram perpetuo servet incolumem quemadmodum et nos illi ut deditissimos, semperque obsequiosos ab ipsa recipi cupimus. Salutiis die 3 Maji anno 1563».
Il Cardinale di Lorena, ricevuto l'appello del clero saluzzese ed udite più particolareggiate notizie dal latore di esso, rispose promettendo di perorare la causa presso il re ed esortò vescovi e prelati a mantenere il popolo del Marchesato nella vera fede con la vigilanza, con l'esempio delle buone opere e con la sana dottrina [8].
Le inquietudini del clero crebbero, quando i dissidenti del Marchesato si diedero a premere direttamente presso la Corte parigina allora sospetta d'inclinare verso il partito protestante affinché le libertà religiose concesse ai riformati del regno, fossero estese anche ai dominî francesi situati al di qua dei monti [9].
L'iniziativa era partita dai riformati di Dronero, che erano i più numerosi ed influenti del Marchesato. Ma la data è incerta: chi dice nel 1562, in seguito all'editto del 17 gennaio (1562), chi nell'anno seguente (1563) in virtù del trattato di Amboise (19 marzo 1563) [10].
Trovato appoggio nelle loro richieste presso alcuni capi ugonotti autorevoli alla corte, essi riuscirono a strappare alla Cancelleria regia sembra ad insaputa del re una risposta favorevole (7 giugno 1563) [11], la quale li autorizzava ad erigere un tempio fuori della città per celebrarvi pubblicamente il loro culto.
Ma la concessione parve al Birago in aperta contraddizione con le lettere «closes», cioè sigillate che il re gli aveva precedentemente inviate e nelle quali aveva confidenzialmente esposte le sue precise intenzioni riguardo alla richiesta estensione degli editti di pacificazione al di qua delle Alpi. E la sua volontà era stata questa: che nessuno dei riformati del Marchesato, né delle altre terre francesi del Piemonte, potesse pretendere per sé le stesse libertà religiose concesse ai riformati del regno riguardo all'esercizio della nuova religione; che nulla dovesse essere innovato rispetto a quello che era stato stabilito prima dello scoppio delle guerre civili e che non si potesse “prendre ny pretendre aucun fondement, reglement ou imitation à ce que par le dict edict a esté accordé a ceux dedeca (cioè di Francia) estants de la religion pretendue reformée”. E poiché i religionari protestavano presso il governatore, reclamando che desse pronta e piena esecuzione alle patenti regie del 7 giugno, il Birago, stretto fra i due ordini contrastanti [12], non trovò di meglio che spedire a Parigi il suo segretario privato per chiarire quale fosse la genuina ed esatta volontà del sovrano e per fargli conoscere i gravi pericoli che una simile concessione avrebbe potuto arrecare in avvenire. Temeva il Birago, non senza esagerata apprensione, che l'editto di pacificazione, esteso al Marchesato, vi portasse gli stessi dissensi causati al di là delle Alpi o che addirittura offrisse un pretesto ai principi cattolici d'Italia per stringersi in lega a difesa della fede cattolica e per muovere guerra contro il regno di Francia, ritenuto fautore dell'eresia.
La protesta del Birago e le argomentazioni aggiuntive del segretario riuscirono a mettere i riformati del Marchesato in così cattiva luce presso la Corte parigina, che questa, già sobillata e posta in allarme dalle simultanee recriminazioni del Cardinale di Lorena, non solo revocò le Patenti favorevoli del 7 giugno, dichiarandole “ subreptisées”, cioè ottenute con raggiri dalla Cancelleria regia, ma emise un editto completamente opposto a quelle. Nelle nuove Patenti (7 agosto 1563) [13] il re di Francia, dopo aver ricordato il contenuto delle lettere «closes» spedite privatamente al Birago e le concessioni tolleranti fatte ai riformati di Dronero con l'editto del 7 giugno (1563), dichiarava di voler porre fine per sempre alle richieste ed alle protestazioni dei riformati del Marchesato, dando al Birago una norma chiara ed inflessibile di condotta, tale da dirimere ogni errata interpretazione della sua volontà.
”Charles, par la grâce de Dieu Roi de France. A nostre amé et feal le S. r. Ludovic de Birague, chevalier de nostre ordre et nostre lieutenant general de la les monts, en l'absence de nostre amé et feal cousin le S.r de Bourdillon, mareschal de France, salut et dillection. Combien que par nos lettres closes à vous cy devant envoyées nous vous ayons assez clairement mandé et fait entendre noz vouloir et intention sur ce que vous avez à faire a lendroict de ceulx de la religion pretendue Reformée du dict gouvernement pour le regard de l'edict de la pacification des troubles, par lequel aucuns dentre eulx pourroyent pretendre leur estre permis lexercice de ladicte Religion, qui estoit en somme que quelque chose que nous en eussions accordé par ledict edit a ceux de ladicte Religion par decà, nous n'avions entendu qu'il en feust usé par dela en autre sorte que l'on avoit fait auparavant lesdicts troubles, sans permectre quil fut sur ce introduict aucune nouvelleté ne prins aucun fondement, Reglement ou Imitation a ce que par ledict edict a esté accordé a ceulx de deca estants de ladicte Religion pretendue Reformée. Ce neantmoins nous avons esté adverty par ce que vous nous avez présentement fait entendre que ceulx de ladicte R. P. R. de nostre ville de Drosnier en nostre Marquisat de Saluces, en vertu de certaine commission et renvoy de requeste qu'ilz ont trouvé moyen d'obtenir en nostre chancellerie en date du VII de juing dernier passé, affin de leur estre par vous pourveu sur la permission dudict exercice de ladicte Religion par dela, font sur ce grande Instance envers vous pretendans en devoir jouir comme ceulx de deca, et nostre intention estre en cela telle. Sur quoy et affin de vous en donner telle et si claire intelligence et esplication que ne vous ne eulx pareillement ne la puissiez revocquer en aucune doubte, nous par advis de nostre tres honorée Dame et Mere la Royne, des Princes de nostre sang et seigneurs de nostre conseil estans lez nous (vicino) et pour certaines bonnes et justes causes et considerations a ce nous mouvans, avons dit et declairé, disons et declairons par ces presentes que par ledict Edict de la pacification des troubles nous n'avons entendu ne entendons comprendre soubz la permission de l'exercice de ladicte religion pretendue reformée les villes et pays de nostre obeyssance dudict gouvernement tant du Marquisat de Saluces, terres de Pyemont que des Langues, esquelles villes et pays ne voulons en estre usé en quelque sorte que ce soit, ne que sur ce il soit introduict aucune nouvelleté, ne prins aucun fondement, reglement ou immitation a ce qui a esté pour ce regard accordé a ceulx de decà. Si vous mandons, commandons et tres expressement enjoignons que nostre presente declaration, vouloir et intention vous ayez a ensuyvre et faire observer en et par toutes lesdictes villes et pays dudict gouvernement sans aller ne venir ne souffrir estre allé ne venu directement ou indirectement au contraire, car tel est nostre plaisir.
Donné à Dieppe le 7.° jour 14 d'Aoust MDLXIII et de nostre regne le troisieme. Ainsi signé: Charles Par le Roy en son Conseil Robertet”.
Le ragioni [15], che consigliavano il re a revocare gli editti tolleranti del giugno, collimavano con quelle addotte dal Birago. Il re temeva effettivamente che, lasciata briglia sciolta all'eresia nei dominî cisalpini, il duca di Savoia ed il re di Spagna, suoi confinanti, risolutamente decisi ad estirpare l'eresia dai loro Stati, prendessero questo fatto come un ottimo appiglio per protestare presso il Papa e per inimicargli la Santa Sede, già ostile per l'avvenuto ritiro dei delegati francesi dal Concilio di Trento e per la negata pubblicazione dei decreti del Concilio [16], per la quale instavano presso il Papa, con grande fervore, il Re Cattolico ed il duca piemontese. Temeva soprattutto che essi cogliessero l'occasione per togliergli i suoi dominî cisalpini debolmente difesi e presidiati, e per dar corpo a quell'alleanza di principi cattolici, che il duca di Savoia ed il Papa avevano più volte ventilato a difesa della chiesa e della fede cattolica: alleanza, che naturalmente si sarebbe volta a danno della Francia accusata di tollerare l'eresia nel regno e di seminarla negli Stati altrui.
I riformati di Dronero e del Marchesato, amaramente delusi nelle loro speranze, non vollero supinamente piegarsi a quella, che consideravano una palese violazione delle Patenti, con le quali Enrico II, all'atto dell'annessione del Marchesato alla Francia, aveva solennemente promesso agli abitanti del Marchesato l'equiparazione ai regnicoli di Francia in tutti i privilegi e in tutte le libertà e franchigie, di cui quelli godessero. Mandarono pertanto alla Corte un loro autorevole ministro, Francesco Galatea (o Galatero) [17], nativo di Bene e ministro da più anni nella Valle di Macra, affinché perorasse la loro causa davanti ai ministri del re, valendosi dell'assistenza dei più influenti capi ugonotti.
Ma il momento poco propizio, i torbidi, che si riaccendevano nel regno ad onta dell'editto di pacificazione, e le nuove misure restrittive, stabilite contro la libertà dei riformati [18], resero pressoché vana la missione del ministro Galatea. Nulla di concreto poté ottenere dalla Corte; e anche dai capi ugonotti e dalle chiese riformate di Lione, di Grenoble e di Nîmes non ottenne che promesse di assistenza e fraterne esortazioni a pazientare ed a perseverare nella fede, in attesa che i diritti dei riformati fossero definitivamente riconosciuti al di là e al di qua delle Alpi.
Nonostante la revoca degli editti di tolleranza e l'insuccesso della missione del Galatea, il Birago non osò far eseguire rigidamente la volontà del re nei riguardi dei riformati e patteggiò con essi, specialmente in quelle terre che, come Dronero, Valgrana, Verzuolo, Centallo, la valle della Macra e del Po, avevano abbracciato in forte proporzione, talora nella maggioranza, le nuove dottrine e dove le autorità comunali, palesemente o segretamente, parteggiavano per la religione riformata. Di questa tolleranza, concessa ad onta degli ordini regi, il governatore si vanterà alcuni anni più tardi (1569) davanti al Parlamento di Grenoble, affermando ch'egli tenne mano all'esecuzione dell'editto del 7 agosto 1563, ma « sans toutesfois avoir usé de rigueur, mays plus tost de courtoisie a chacun de sorte que sans dommage de personne les choses dedeca sont passées doucement et rendues à l'obéissance accoustumée du service de sadicte Majesté et ce jusques en l'année soixante sept que ce feist nouvelle rupture en France” [19].
Anche in quest'anno, secondo il Rorengo [20] ma le sue date non sono sicure sarebbero stati mandati a Dronero e nella valle di Macra due predicatori, dei quali uno risiedeva a Dronero stesso, l'altro nei borghi della valle. Le loro fatiche avrebbero fruttato la conversione di 58 eretici ed il ritorno alle pratiche della chiesa di un centinaio di titubanti. Il ministro riformato, che predicava clandestinamente nella valle, sfidato dai frati ad una pubblica controversia, non avrebbe osato presentarsi “il che fu di gran consolatione a Cattolici e vituperio delli altri”.
Ma è assai probabile che il ministro, che il Rorengo accusa di viltà, disertasse la disputa non già perché fosse a corto di argomenti da opporre ai predicatori cattolici, ma per il semplice fatto ch'egli, non avendo un formale salvacondotto, si sarebbe indubbiamente esposto alle insidie dei suoi avversari ed alle sanzioni gravissime comminate dagli editti del re contro i dommatizzatori riformati.
Mentre la Riforma si affermava e validamente resisteva a Dronero e nelle terre circonvicine, uguali progressi, e con più salde radici, essa faceva all'altra estremità del Marchesato, nell'alta valle del Po, dove gli antichi nuclei valdesi, ricostituiti dopo la persecuzione di Margherita di Foix e dopo l'adesione data alla Riforma nella sinodo di Cianforan o di Angrogna (1532) [21], avevano serrato i loro contatti con le chiese riformate della contigua valle del Pellice e con quelle del Delfinato. Da principio si valsero dell'assistenza spirituale dei ministri, che venivano dalla vicina valle di Luserna; ma ben presto, cresciuti di numero, ebbero bisogno di ministri fissi, che attendessero in modo regolare e continuo alla predicazione ed alla celebrazione degli atti liturgici. La lettera del medico Alosiano di Busca ci attesta che fin dal 1559 vi erano nella valle di Paesana due chiese o congregazioni regolarmente costituite: quella di Praviglielmo e quella detta di Bioletto-Bietonetto, sotto la direzione di due ministri. Cacciati, come sembra, nel 1561, dal governatore Lud. Birago [22] in seguito alle recriminazioni del duca di Savoia, essi vi ritornarono poco dopo e poterono indisturbati provvedere ad una più stabile organizzazione delle loro chiese.
Erano questi gli anni, in cui le chiese riformate delle Valli del Pellice e del Chisone, ritemprate le forze dopo la terribile campagna del conte della Trinità e diventate centro di tutto il movimento riformato del Piemonte, stavano creando un'organizzazione ecclesiastica modellata su quella delle chiese calviniste di Francia e di Ginevra, allo scopo di serrare più fortemente i vincoli fra di loro, di meglio provvedere alle necessità spirituali dei fedeli, di tutelare fra essi la concordia, la disciplina e il buon costume e di ravvivare quello spirito di proselitismo, ch'era stato il vanto e la forza del movimento valdese medioevale. La trasformazione richiedeva non solo il frequente reciproco contatto delle chiese riformate sorte nelle Valli del Pellice e del Chisone, nel Marchesato, nel Cuneese ed in ogni altra parte del Piemonte, ma di tutte queste con quelle del Delfinato e della Svizzera, per averne consigli ed aiuti, per chiarire le modalità ed il valore di parecchi atti liturgici, per ottenere soprattutto provetti catechisti e ministri da preporre a molte giovani chiese, che ne erano sprovviste e li reclamavano con accorata insistenza.
Per risolvere tutti questi problemi furono tenuti in quest'anno numerose sinodi o colloqui, alle quali intervennero talvolta soltanto i ministri, più spesso, insieme con essi, anche i rappresentanti delle singole chiese. Alcune di queste assemblee interessano più direttamente le vicende della Riforma nel Marchesato di Saluzzo e meritano di essere ricordate.
Una numerosa assemblea fu tenuta in Angrogna, in aprile, verso Pasqua ed altre due, a poche settimane di distanza, cioè in maggio e in luglio, in Val Paesana, a Praviglielmo [23]. In queste ultime funsero da segretari i ministri stessi di Val Paesana, Domenico Degalx (detto anche Vignaux) [24] e Giovanni Bover [25], come risulta dalle lettere [26], che in quell'occasione essi scrissero, a nome delle chiese del Pinerolese, del Marchesato e della valle della Dora Riparia, alle chiese consorelle del Delfinato e della Svizzera, datandole del 3 e del 5 maggio e del 23 luglio da Praviglielmo, in Val Paesana.
Il contenuto delle lettere non interessa la Riforma saluzzese [27], ma il fatto che esse sono sottoscritte da ministri saluzzesi mostra come le congreghe riformate del Marchesato fossero ormai saldamente innestate nella compagine delle chiese riformate del Piemonte e del Delfinato e come i loro ministri godessero di speciale considerazione nel seno del corpo pastorale cisalpino.
Nelle assemblee citate [28] si trattarono varie questioni di natura ecclesiastica; ma la questione centrale fu, senza dubbio, la penuria di ministri, che angustiava le chiese, tanto quelle delle Valli di Luserna, quanto quelle del Marchesato e della pianura piemontese. E poiché nella pianura, a causa delle gravi persecuzioni e della stretta sorveglianza esercitata dal duca di Savoia, non era possibile pensare a stabilire chiese regolari e regolari ministeri di pastori, si decise di approfittare dell'opera dei ministri residenti sul Marchesato quale si incuneava profondamente nei dominî ducali e godeva di relativa libertà - per assistere ed evangelizzare anche i gruppi riformati sparsi nelle vicine terre ducali, essendo possibile a quei ministri riparare di là entro i confini del Marchesato ogni qual volta la persecuzione ducale mettesse in pericolo le loro persone.
Fu pertanto disposto che il ministro Francesco Garino (o Guerino) assumesse la direzione della chiesa riformata di Verzuolo; che Francesco Truchi [29], il quale cacciato da Centallo, era venuto provvisoriamente a sostituire il titolare di Val d'Angrogna, ritornasse alla sua chiesa di Valgrana, e che Scipione Lentolo, pastore di San Giovanni, in Val Luserna, prendesse per qualche tempo sotto la sua cura quella di Dronero, in attesa di una migliore sistemazione. Dai loro centri i ministri avrebbero dovuto irradiare nelle valli e nei borghi circostanti.
Ma quest'assegnazione, se tappava una falla, venendo incontro alle esigenze di alcune località del Marchesato, ne apriva un'altra nelle Valli di Luserna per l'estrema penuria di conduttori spirituali. La gravità della situazione fu segnalata alla chiesa ginevrina per mezzo di una lettera [30], che Claudio Bergio, ministro di Villar Pellice, scrisse il 19 maggio 1563 al lucchese Niccolò Balbani, ministro della chiesa italiana di Ginevra. In essa le chiese riformate del Piemonte supplicavano con viva istanza le chiese ginevrine, affinché volessero provvedere al sollecito invio di catechisti e di ministri al di qua delle Alpi, non potendo di per se stesse soddisfare alle numerose ed urgenti richieste, che venivano da molte parti del Piemonte.
Ma la stessa penuria, che angustiava le chiese riformate del Piemonte, affliggeva anche le chiese ginevrine, impotenti a disseminare predicatori in tante parti d'Europa. Il Truchi ed il Lentulo furono, per allora, trattenuti nelle Valli di Luserna e di San Martino, anche se talora saltuariamente, li vediamo prestare qualche assistenza alle congreghe, alle quali erano stati assegnati.
L'elezione di ministri, fatta per varie località del Marchesato, anche se, per allora, non poté avere esecuzione, attesta tuttavia la solidità e la compattezza di aderenze, che le nuove dottrine avevano incontrate nei principali centri del Marchesato. Cinque erano, fin dall'anno 1563, le chiese o congreghe regolarmente costituite, oltre vari nuclei minori e dispersi: le chiese di Praviglielmo e di Bioletto-Bietonetto, in Val Paesana; quelle di Verzuolo, di Dronero e di Valgrana-Centallo, agli sbocchi delle valli della Varaita, della Macra e della Grana. Sebbene politicamente divise dalle chiese consorelle delle valli del Pellice e del Chisone, sottoposte queste al duca di Savoia, esse si consideravano ormai come parti integranti delle comunità valdesi e ne ricercavano la protezione e l'assistenza spirituale. I loro ministri [31] e deputati ebbero parte attiva anche nelle sinodi, che si tennero il 15 settembre 1563 in Angrogna e il 18 aprile a Villar Pellice, per fissare ed elaborare le norme, che dovevano regolare l'organizzazione e la vita ecclesiastica delle chiese riformate piemontesi. Frutto di questo intenso lavorio furono le « Ordonnances Ecclésiastiques faictes par nos très honorés Pères et frères ministres de la Parolle de Dieu aux Vallées de Luzerne, S. Martin, Pérouse, Chison et Marquisat (de Saluces) là devant faictes au synode d'Angrogne 15 septembre 1563, depuis augmentées et dernièrement confirmées par nos susdicts ministres congrégés au Villar, Vallée de Luzerna, ce 18° d'avril 1564 » [32].
Mentre le chiese situate agli sbocchi delle valli provvedevano in tal modo al loro regolare funzionamento, anche i nuclei riformati, sorti nella parte più alta delle valli della Macra e della Varaita, si adoperavano per ottenere un trattamento più pacifico e tollerante nei loro riguardi.
Negli ultimi mesi del 1563 i riformati di Castel Delfino [33], situati all'estremità superiore della Valle Varaita e dipendenti politicamente dal Delfinato, ma per materia giudiziaria dal Marchesato, avvertirono le funeste conseguenze del loro isolamento e strinsero un patto di unione con le chiese riformate del Brianzonese e della valle della Dora Riparia che costituivano il Delfinato cisalpino per soccorrersi a vicenda contro la reazione cattolica, che cresceva di giorno in giorno. Mandarono a questo fine dei deputati ai due commissari regi, il maresciallo di Vieilleville e Giacomo Phelippeaux, incaricati di fare eseguire nel Delfinato l'editto di pacificazione di Amboise e di ristabilire la concordia tra i seguaci delle due fedi religiose. L'accordo fu facilmente raggiunto tra commissari e deputati. Con ordinanza del 17 settembre 1563 fu imposto a tutti gli abitanti di deporre e di chiudere le armi nei castelli di Brianzone, di Exilles e di Castel Delfino, dando una chiave in consegna agli ufficiali regi, l'altra in mano dei consoli delle singole Comunità; che un tempio ugonotto fosse aperto a Chiomonte per il bacino della Dora, ed un altro a Brianzone per le terre circonvicine; che ovunque i riformati avessero parità di diritti civili ed amministrativi con i sudditi cattolici e fossero posti sotto la speciale protezione del re.
Meno tranquilla era la situazione religiosa ad Acceglio, nell'alta valle della Macra, che era in stretto rapporto con la Vicaria di Barcellonetta e con la Provenza, dove fervevano i torbidi civili. Alla inquieta situazione religiosa della val Macra Superiore allude una frase - in verità assai vaga del gover- natore spagnolo di Milano [34], il quale, scrivendo al suo sovrano in data 15 febbraio 1564, informava che il Birago, governatore del Marchesato di Saluzzo, si trovava in qualche grave perplessità, non sapendo come comportarsi con gli ugonotti di Acceglio e della Valle di Macra. È probabile che i religionari di quella terra, speculando sul loro numero, sull'asprezza dei loro monti e sull'assistenza degli ugonotti di Provenza, reclamassero l'apertura di un tempio riformato ed il libero esercizio del loro culto [35], e che il Birago non sapesse come comportarsi, non volendo, da un lato, disubbidire alle lettere regie del1'7 od 8 agosto (1563), che interdicevano il culto riformato in tutti i dominî francesi al di qua delle Alpi, e, temendo, d'altro lato, con un aperto rifiuto, di attirare nel Marchesato le agitazioni ed i torbidi, che funestavano il vicino regno di Francia. Fu forse allora che il Birago mise in opera quella politica di destreggiamenti e di dolcezza, di cui si vanterà, come abbiamo ricordato, davanti al Parlamento di Grenoble alcuni anni più tardi.
Nel marzo (1564) un maestro di scuola, residente a Savigliano, chiamato Giacomo Sturmio, alla maniera umanista, ma il cui vero nome era Giacomo Francheo (o Fracheo) chiese al comune di Carignano il permesso di trasferire colà il suo insegnamento, portando con sé i numerosi scolari, che teneva a dozzina [36].
Il Consiglio di Carignano, considerata la fama, la dottrina e l'esperienza del maestro, ma soprattutto il vantaggio morale ed economico, che la città avrebbe potuto ritrarre dall'istituzione di un fiorente pensionato di scolari, fu pronto a dare il suo assenso, sebbene avesse già assunto un altro maestro, e provvide sollecitamente i mezzi per il trasporto degli scolari, del maestro e delle sue masserizie da Savigliano a Carignano. Ma sul più bello un grave ostacolo fece fallire ogni cosa.
Lo Sturmio, nel breve periodo, in cui la città di Savigliano era stata sabauda (1559-1562), aveva dato palesi segni di eresia ed attratto su di sé i sospetti delle autorità ecclesiastiche. Quando il Comune di Carignano stava per dare attuazione alla sua deliberazione del 16 marzo, ecco giungere ai Sindaci (3 aprile) una lettera della Corte, datata del 31 marzo, con la quale il duca inibiva al Comune di valersi dell'opera dello Sturmio, «il quale è in dottrina reprobato », e gli ordinava di sostituirlo con altro maestro, che fosse « persona da bene, buono esempio et dottrina » e che avesse l'approvazione dell'arcivescovo di Torino. Di fronte al divieto ducale il Comune dovette cedere, riconfermando la nomina dell'altro maestro, Bruto Romano, e sottoponendo l'elezione al consenso del prelato torinese.
Lo Sturmio continuò probabilmente a risiedere a Savigliano, che, essendo ritornata francese sulla fine del 1562, lo poneva al riparo dalla persecuzione del duca di Savoia.
Anche la seconda metà dell'anno (1564) trascorse senza dar luogo a fatti di grande rilievo e senza che per motivi religiosi fosse turbata la tranquillità del Marchesato. Contribuì alla calma la politica di Caterina di Francia [37], quella politica che gli storici francesi chiamano «de la bascule », cioè della << bilancia », e che mirava a mantenere la pace nel regno, destreggiandosi abilmente tra i due partiti, il cattolico ed il protestante; ora emanando leggi restrittive alla libertà religiosa [38], ed ora proteggendo i riformati dagli eccessivi rigori od abusi di Parlamenti e di Governatori; spesso privatamente inibendo od accordando ciò che pubblicamente era stato concesso o vietato. Parecchi Commissari furono inviati nelle province più turbolente del regno con istruzioni segrete per procurare la pacificazione degli animi e la retta osservanza dell'editto di Amboise. Nel Delfinato il De Gordes, luogotenente del re, ricevette ordine dalla Regina Madre di facilitare sottomano il culto riformato in tutta la zona del Brianzonese e nella Castellata, sulla frontiera del Marchesato [39].
Al di qua delle Alpi poterono essere tenute indisturbate nuove sinodi, a San Germano, in Val Chisone (luglio 1564) e in Angrogna, in Val Luserna (sett.-ott. 1564), alle quali intervennero anche i ministri e i deputati delle chiese riformate del Marchesato [40]. Ai primi di settembre, o alla fine di agosto, si ebbe in val Luserna una grande assemblea [41] generale dei fedeli di tutto il Piemonte, alla quale convennero molti religionari del Marchesato, del Cuneese, di Caraglio, di Demonte e di altri borghi della pianura.
Quest'assemblea plenaria aveva forse per scopo d'illustrare ai fedeli di tutte le chiese quelle norme di disciplina ecclesiastica approvate nella primavera precedente. Nella stessa occasione fu celebrato anche un solenne servizio di Santa Cena alla maniera calvinista.
Ma sfortuna volle che appunto in questi mesi sintomi allarmanti di peste apparissero in vari luoghi del Piemonte e che qualche caso grave si verificasse nella Valle di Luserna e sulla frontiera del Marchesato, lungo le vie di transito fra il Piemonte e la Provenza. Le autorità del Marchesato corsero prontamente ai ripari per impedire che il male si diffondesse più largamente all'interno. Sappiamo che a Dronero [42], appunto in settembre, furono pubblicati due ordini in tal senso: uno dei sindaci della città, i quali ordinavano di fare la guardia alle porte di Sarzana « ob metum pestis », cioè per impedire ai viandanti e vagabondi, provenienti da paesi sospetti, di entrare in città e di seminarvi il contagio; l'altro del Birago stesso, il quale prescriveva che coloro, che in quel mese erano andati in Angrogna, dovessero prontamente uscire dalla città « propter suspectum pestis ».
Il Manuel, nel dare notizia di questi decreti, rileva che il primo divieto era giustificato dalle stragi, che la peste realmente faceva nelle limitrofe province di Francia: non giustificato invece il secondo. Perciò insinua che, sotto pretesto della peste, il Birago mirasse a conoscere i sudditi del Marchesato, che, come religionari, erano soliti recarsi in Angrogna per motivi di fede e che si proponesse con ciò d'impedire i troppo frequenti contatti, che essi avevano con i correligionari della valle del Pellice: contatti, che davano baldanza e talora motivo di fermento alle congreghe riformate del Marchesato. Lo scopo sospettato dal Manuel ha certamente un fondamento di realtà e poté essere il motivo recondito dell'editto: ma ciò non toglie che la peste fosse per la valle d'Angrogna un pericolo non meno reale che per la Provenza, alla quale si riferisce il primo editto. Infatti, casi indiscussi di peste si erano verificati nelle valli del Pellice e, pare, proprio a causa di quegli ugonotti, che fuggivano dalle contrade di Francia per timore della peste e della persecuzione religiosa. Appena informatone, il Birago, che da Pinerolo aveva facile occasione di controllare l'intenso e continuo afflusso di religionari del Marchesato nella valle di Luserna, diramò un ordine non solo a Dronero come pensa il Manuel ma a tutti gli ufficiali del suo governo, affinché prendessero nota diligente di coloro, che in quel mese si erano recati in Angrogna e non li lasciassero entrare nelle città. Inoltre, perché le sue precauzioni non riuscissero vane, qualora identiche misure non fossero prese anche sulle terre ducali limitrofe, scrisse immediatamente al Grande Cancelliere, conte di Stroppiana, per esortarlo ad adottare le stesse provvidenze sulle terre sabaude.
Nella lettera [43], direttagli il 4 settembre (1564), il Birago, quasi a giustificare la sua istanza, gli narrava come, proprio il giorno prima, si erano presentati alle porte di Saluzzo due riformati di ritorno dalla valle di Luserna, uno dei quali si chiamava Stefano Arnulfo [44] ed era persona conosciuta ed accreditata. Avendo essi dichiarato di essere stati in Angrogna. e di aver preso parte colà ad una grande assemblea, non erano stati introdotti nella città, sebbene fossero muniti di un bollettino di sanità firmato dagli ufficiali di Torino.
Gli anni 1565 e 1566 sono, contro ogni aspettativa, assai poveri di notizie concernenti direttamente le vicende della Riforma nel Marchesato.
Infatti, mentre tutt'attorno alle frontiere saluzzesi infierisce una terribile persecuzione [45] scatenata dal duca contro le congreghe riformate della pianura e seguono violenze e saccheggi, arresti di persone e confische di beni, bandi d'esilio e condanne alle galere; e mentre in Francia la Corte abbandona la politica di equilibrio ed asseconda la reazione cattolica, e la Regina Madre, abboccatasi a Baiona [46] con Elisabetta di Spagna e con il duca d'Alba (14 giugno-2 luglio 1565), promette l'estirpazione dell'eresia dalle terre del regno e forse già fin d'allora medita il massacro generale della San Bartolomeo, il Marchesato di Saluzzo o per fatalità degli eventi o per la prudente condotta del Birago, può godere di un'insperata tranquillità e tolleranza, che permettono ulteriori progressi alla Riforma, specialmente nelle località più montane.
Delle terre ducali, quella che patì i maggiori orrori della persecuzione fu senza dubbio il fiorente borgo di Caraglio, situato sulla frontiera cuneese e in costanti rapporti d'interesse con Dronero, San Damiano, la valle della Grana e della Macra. Avevano giurisdizione su quella terra i fratelli Solaro, signori di Villanova e di Levaldigi. La popolazione di Caraglio aveva accolto con tale fervore le nuove dottrine, che era nella sua quasi totalità riformata: i preti e predicatori cattolici erano fuggiti o ne erano stati espulsi ed al loro posto erano sottentrati i ministri riformati, quali il Galatea e il Solfo.
Indignato per tanta baldanza, il duca il 27 febbraio 1565 ingiunse ai signori Solaro, ferventi seguaci della Riforma, di porre pronto rimedio allo scandalo, minacciando, in caso contrario, il diretto intervento del potere sovrano, a scapito dell'autorità feudale. Invitati a dichiarare se volessero seguire le nuove dottrine o la fede cattolica, più di novecento capi di famiglia cioè quasi il totale della popolazione dichiararono di voler essere fedeli ai principî della Riforma. I signori di Villanova, accusati di aver provocato questo grave pervertimento con il loro esempio e con il loro fervente apostolato, furono citati prima a Moretta, poi a Torino stessa davanti al cancelliere Stroppiana, per essere severamente redarguiti, poi ammoniti che il duca non intendeva a nessun costo permettere due religioni nel suo Stato.
Ma le minacce non piegarono quegli animi risoluti, né miglior successo incontrò la predicazione di P. Cassiano da Mosso, appositamente inviato a Caraglio con l'assistenza del braccio secolare. Vista l'ostinazione dei riformati, la Corte impose al Castellano di drizzare la lista di coloro che non volevano abiurare, e reclamò come ostaggio, in caso di inadempienza, quattro consiglieri della città: infine, il 10 giugno, bandì la persecuzione aperta con un apposito editto. L'ordine intimava ai riformati, che si erano « dichiarati »>, di uscire da Caraglio e dallo Stato entro il termine di 15 giorni, sia pure con alcune concessioni, ma sotto minaccia della confisca della vita e dei beni in caso di disubbidienza.
L'editto del 10 giugno aveva carattere generale. Oltre che a Caraglio, fu fatto spietatamente eseguire in altre 17 terre piemontesi, fra cui: Cardé, Busca, Cuneo, Villafalletto, Carignano, Pancalieri e Chieri, tutte situate in cerchio lungo le frontiere del Marchesato.
La persecuzione ducale, con alternative di tregue e di violenze, di suppliche e di indulti, durò per tutto l'anno 1565 e per buona parte dell'anno seguente e non si placò, se non quando apparvero per sempre disperse o soffocate tutte le più fiorenti congreghe riformate della pianura piemontese.
Una persecuzione così violenta e generale non poteva non avere forti contraccolpi sulle terre del Marchesato, non solo per la vicinanza, ma anche per le relazioni spirituali, commerciali e di parentela, che esistevano tra molti sudditi riformati dei dominî sabaudi e marchionali, e per il sicuro asilo che i perseguitati speravano trovare sull'alto dei monti o nelle valli alpine popolate di religionari.
I signori Solaro scansarono la vendetta incombente su di loro, ritirandosi nel loro feudo di Levaldigi, che faceva parte del distretto di Savigliano, ridiventato francese dopo il 1562, e li poneva al sicuro dalle violenze del duca. Quivi ripararono, sotto la loro protezione e generosa ospitalità, parecchi dei riformati di Cuneo e di Caraglio: fra gli altri la nobildonna cuneese Maddalena Farina [47] con le tre figliole: Bianca, Agostina e Beatrice. Altri più numerosi si ritrassero a Centallo, Demonte, Dronero, Valgrana e nei borghi più montani delle valli della Maira e della Varaita: altri nella valle di Luserna o a Ginevra stessa.
È naturale che l'afflusso di tanti esuli dovesse mettere in grave imbarazzo le autorità del Marchesato. I sindaci di Dronero, non sapendo come regolarsi a causa degli editti degli anni precedenti, mandarono un messo espresso al governatore Birago per informarlo dell'afflusso di numerosi riformati cuneesi e caragliesi nelle loro terre e per pregarlo di voler concedere loro un pacifico soggiorno, dando ordini precisi «circa religionem», cioè dettando le norme, alle quali i riformati fuorusciti avrebbero dovuto sottostare durante il loro soggiorno nelle terre saluzzesi. Non sappiamo come esattamente si regolò il Birago. Ma è probabile che egli, pur prescrivendo qualche limitazione per salvare le apparenze e per salvaguardare la sua responsabilità davanti al re e davanti al duca, non infierì praticamente contro gli esuli perseguitati, lasciando che i profughi trovassero non solo buona accoglienza tra i correligionari di Dronero e di altre terre del Marchesato, ma perfino protezione ed aiuto dai rappresentanti dei Comuni [48].
Sembra provare questa politica di compromesso il fatto che sulla fine dell'anno 1565 erano ancora numerosi i caragliesi e cuneesi stanziati dentro le frontiere del Marchesato, in attesa di conoscere l'esito della terza supplica, che essi avevano inoltrata alla duchessa Margherita per il tramite di Messer Francesco della Torre, mastro delle richieste di Madama Serenissima.
Dopo lo scoppio della persecuzione gli esuli caragliesi come quelli di altre terre del Piemonte avevano ripetutamente implorata la clemenza del duca, e, per intercessione della duchessa, avevano ottenuto due proroghe: una fino a novembre e l'altra per il mese successivo, ma a condizioni così precarie ed esose, che essi avevano preferito rimanere sulla terra d'esilio piuttosto che rientrare in possesso delle loro case e dei loro beni. E così fecero, quando giunse la risposta alla terza supplica, la quale ordinava ai fuorusciti di attendere la prossima venuta del duca e frattanto proibiva contro di essi ogni molestia da parte del castellano e dei giudici di Caraglio.
La prolungata permanenza dei riformati sabaudi sulle terre del Marchesato minacciava di turbare i buoni rapporti fra il duca ed il Birago, il quale nei primi mesi del 1566, dietro nuove lagnanze del duca, fu costretto a rinnovare il divieto di dare ospitalità e ricetto ai sudditi sabaudi. Il Principe sperava che, tolto ai religionari, suoi sudditi, il comodo rifugio del Marchesato, egli avrebbe potuto facilmente o disperderli lontano dalle frontiere dei suoi Stati, evitando in avvenire ogni pericolo di fermento interno, oppure costringerli, per mancanza di assistenza, a rientrare in patria e ad abiurare per riavere il godimento dei beni e delle case. Quest'ultima soluzione era quella che il duca di gran lunga preferiva, perché vedeva i suoi Stati spopolarsi di numerose famiglie nobili e ricche e di validi artigiani e soldati, senza riuscire a raggiungere lo scopo prefisso, com'egli stesso confessava al Mazuelo [49], suo ambasciatore a Madrid (11 ott. 1565): « Perciocché facendogli morire ne nascerà indubbiamente tumulto e sollevationi, e lasciandogli sfuggire, non guadagnamo le loro anime e perdiamo le persone, facciamo disabitare il nostro stato e popoliamo l'altrui, lasciando in ogni modo la peste in casa, atteso che tutti questi, che sono infettati, non si sono dichiarati né usciti dal paese >>.
Contro i rigori dello sfratto si oppose anche quest'anno il Comune di Dronero, il quale non poté impedire che la maggior parte degli esuli cuneesi si allontanasse dalle due terre o per rientrare in patria o per disperdersi nei borghi più montani delle sue vallate; ma osò intervenire presso il governatore, per reclamare che fossero esclusi dallo sfratto otto o dieci di essi, che facevano vita pacifica e forse avevano parenti nelle terre droneresi. Tra questi poterono essere compresi Tonio Topinero, come oriundo di Dronero, e parecchi membri del ramo cuneese dei Polloti, una delle più influenti famiglie droneresi. La richiesta trovò il tacito o l'espresso consenso del governatore, poiché a detta del Manuel [50] parecchi di quegli infelici poterono non solo prolungare il loro soggiorno sulle terre del Marchesato, ma acquistarvi campi e case negli anni successivi.
La stessa pressione, che era stata esercitata sul Comune di Dronero per lo sfratto dei fuorusciti ducali, fu esercitata anche nelle terre di Levaldigi, dove i signori Solaro avevano dato ricetto ai Farina ed a parecchi altri riformati delle terre cuneesi. Il 7 gennaio 1566 il cav. Carlo Birago, fratello del governatore, quale aveva il comando militare della piazza di Savigliano, sia che agisse per ordine del governatore, sia che fosse indotto dalle sobillazioni del duca di Savoia, inviò a Levaldigi il giudice della città, per intimare agli abitanti di non dare più oltre ricetto «a li forestieri del stato del duca né altri simili per conto di religione».
Il divieto, per quanto generico e rivolto a tutti gli abitanti del luogo, mirava a colpire più direttamente la famiglia dei Villanova-Solaro, che nel loro castello e nel loro feudo ospitavano numerosi profughi di Cuneo e di Caraglio. Ma l'intimazione, o per i termini, con cui fu redatta, o per la forma, con cui venne notificata, parve ai Solaro lesiva all'onore ed ai privilegi di signori feudali. Perciò Giovan Battista rifiutò di ottemperare all'ordine e di licenziare le nobili Farina e gli altri fuorusciti, per quanto il giudice invocasse gli editti regi e le ordinanze emanate in proposito dai due Biraghi. Nella foga della disputa sfuggirono al giudice parole intemperanti e poco riguardose verso il Solaro, delle quali egli credette bene scusarsi alcuni giorni dopo davanti a Carlo Solaro, fratello di Giovan Battista, con cui aveva maggiore dimestichezza [51].
Sotto la ferma protezione dei Solaro i banditi di Caraglio e di Cuneo poterono per allora rimanere indisturbati nelle terre di Levaldigi. E fu gran ventura per questi infelici, perché la persecuzione, nonostante le suppliche reiterate dei fuorusciti e l'ambasceria dei Principi Protestanti di Germania [52], venuta ad implorare una maggiore mitezza a favore dei religionari di Piemonte e di Savoia, continuò ad infierire quasi ininterrottamente, soprattutto a Cuneo e a Caraglio. Nell'agosto venne a Caraglio il duca stesso accompagnato da fanti e cavalieri per disperdere gli ostinati o costringerli all'abiura. Ma poche furono le abiure, molte le fughe di quelli, che erano ritornati nella terra, incautamente sperando nella durata della tregua. Per punire i fuggiaschi, il sovrano fece alloggiare le truppe sui beni e nelle case dei fuorusciti e dei dichiarati, bandì tutti i forestieri e citò davanti a sé, in Cuneo, i più influenti riformati, sotto pena della vita e dei beni. Solo alcuni comparvero, e, cacciati in prigione, dovettero riacquistare la libertà al prezzo dell'abiura. I più preferirono rimanere latitanti sui monti del Vernante o sulle terre di Centallo e del Marchesato, sperando in una nuova resipiscenza del duca. Ma il sovrano tenne fermo, risoluto a stroncare per sempre l'eresia da Caraglio. Espulse tutti i riformati dal Consiglio Comunale, cacciò il segretario ed il maestro di scuola, inibì l'ingresso a qualsiasi forestiero o dichiarato e citò altri cittadini a comparire a Cuneo davanti al governatore Pasero.
La citazione produsse l' immediata fuga di altri riformati sulle terre francesi. Cosicché il castellano di Caraglio nel riferire ai Solaro, suoi diretti signori, gli ultimi atti del duca (17 sett. 1566), era costretto a fare un ben triste quadro della vita in Caraglio: «S'assicurino Vostre Signorie che gli è un grosso spavento di veder questo povero luogo così turbato e travagliato che non gli compare quasi nessuna persona del luogo per istrada. La più parte sono fuggiti sopra il Marchesato di Saluzzo. Non so ancora come si delibereranno. S. M. mi ha mandato delle lettere, nelle quali si proibisce che li suddetti non possino condur fuori di Caraglio nessuna sorte di vettovaglie né altre robe. Li soldati sono tutti alloggiati sopra il restante de' dichiarati, delli quali il numero ora per ora diminuisce ».
I continui afflussi e riflussi dei fuorusciti cuneesi nelle terre del Marchesato esponevano il Birago a ininterrotte lagnanze da parte del duca [53], che mal tollerava tumulti di eretici così vicino alla sua fortezza di Cuneo,
Di fronte alle nuove provvidenze del Birago, che minacciavano gravi pene ai fuorusciti ed ai loro ricettatori e che rendevano poco sicuro il loro asilo, parecchi dei banditi, oppressi dalla miseria e dalle peripezie sofferte, piegarono il capo e ritornarono in patria, fidando nel salvacondotto, che era loro promesso, a nome del duca, dall'arcivescovo di Torino, venuto a Caraglio con un nugolo di frati per ricevere le abiure (fine sett. 1566). Gli altri, non volendo né abiurare, né esporre a rischi i loro ospiti generosi, preferirono dare per sempre l'addio alla terra natia e si ritrassero più lontano tra i Valdesi del Pellice e del Chisone, nel Delfinato e nella Svizzera [54]. Solo pochi poterono rimanere protetti od occultati nelle alte vallate del Marchesato.
Tra le vittime della persecuzione nelle terre di Cuneo troviamo due ministri [55], Francesco Galatea, già ricordato, e Francesco Solfo di Cuneo. Il primo era ministro della chiesa di Dronero, il secondo di quella di Angrogna, nella valle di Luserna. Nell'ora dolorosa della persecuzione e della dispersione delle congreghe piemontesi i due ministri si prodigarono per rincuorare il gregge impaurito e vacillante. Senza badare al pericolo della vita, eludendo le insidie, che ad essi tendevano i birri dell'inquisizione e le truppe sabaude, e spostandosi continuamente dalle terre ducali a quelle del Marchesato e da queste a quelle per far perdere le tracce della loro presenza, essi non ristettero dal predicare e dal celebrare clandestinamente la S. Cena, consolando i perseguitati ed i dispersi, esortando i deboli e vacillanti. Si spingono a Carmagnola, Verzuolo, Saluzzo, Savigliano, Centallo e Levaldigi, non meno che a Villafalletto, Busca, Cuneo, Caraglio, Tenda, Vernante, Boglio e Sospello, su terra ducale, finché l'estremo pericolo non li costrinse a sospendere la loro temeraria missione e a cercar scampo anch'essi su terra francese.
Vittima dell' intolleranza ducale fu in questo tempo anche la moglie di Carlo dei fratelli Solaro, signori di Villanova, Caraglio e Levaldigi. Era costei Anna dei Solaro, signori di Moretta [56], terra ducale. Dopo le prime persecuzioni contro i riformati di Caraglio, essa aveva creduto di mettersi al sicuro rifugiandosi nel castello paterno di Moretta; ma, trasportata dal suo ardente zelo per le dottrine riformate, non aveva cessato di professarle pubblicamente, guadagnando alla sua fede parecchie persone del parentado e della terra. Il duca ne fu informato ed il 18 settembre 1566 diede ordine al castellano di Moretta di «comandarle da parte nostra et parimente a tutta casa sua et famiglia che vive conformemente ad essa religione, che debbano sotto pena di nostra disgrattia et maggiore ad arbitrio nostro riservata, partirsi et absentare esso luogo con tutti sui senza replica né dilatione alcuna: che così gli comandiamo espressamente et tale è il nostro volere ».
Bandita da Moretta, la nobildonna riparò col marito a Levaldigi ed a Centallo, presso i fratelli del marito [57], finché l'editto del 31 gennaio 1567 non ebbe posto fine momentaneamente alla persecuzione religiosa nelle terre cuneesi. L'editto permetteva, infatti, ai fuorusciti di ritornare in patria senza essere ricercati nelle loro coscienze, di ricuperare le case ed i beni confiscati e di avere il condono degli eccessi passati, purché prestassero fedeltà gli uni per gli altri e si astenessero da ogni esercizio pubblico della loro religione. Molti dei fuorusciti, nascosti nelle montagne circonvicine, ritornarono in patria e passarono atto di sottomissione nelle mani di Messer Giovanni Michele dei signori di Casalgrasso, consignore di Caraglio. Speravano in una pace duratura: ed essa non fu invece che illusoria ed effimera. Durò appena due anni (15671569) e fu una calma foriera di irreparabile rovina.
L'afflusso dei riformati ducali sulle terre del Marchesato, se spiaceva al duca per motivi politici e religiosi, non sembrava tollerabile nemmeno al Nunzio ed al S. Offizio, che del fatto informarono sollecitamente la Santa Sede, affinché premesse sul governatore Birago e lo inducesse a far cessare lo scandalo pernicioso alla fede cattolica.
Reggeva in quell'anno (1566) la Cristianità papa Michele Ghisleri, il quale, essendo stato nunzio a Torino e vescovo a Mondovì, conosceva assai bene lo stato reale della fede cattolica nelle terre cisalpine. Il papa intuì il pericolo, che l'afflusso e la prolungata permanenza di tanti eretici fuorusciti potevano recare non solo alla fede cattolica del Marchesato, dove la Riforma, nonostante le continue vessazioni, andava di giorno in giorno progredendo, ma alla tranquillità stessa del Piemonte e dell' Italia, e si affrettò a mandare il Sr. di Villaparis, affinché si abboccasse col governatore Birago e stabilisselano di Moretta di «comandarle da parte nostra et parimente a tutta casa sua et famiglia che vive conformemente ad essa religione, che debbano sotto pena di nostra disgrattia et maggiore ad arbitrio nostro riservata, partirsi et absentare esso luogo con tutti sui senza replica né dilatione alcuna: che così gli comandiamo espressamente et tale è il nostro volere ».
Bandita da Moretta, la nobildonna riparò col marito a Levaldigi ed a Centallo, presso i fratelli del marito [57], finché l'editto del 31 gennaio 1567 non ebbe posto fine momentaneamente alla persecuzione religiosa nelle terre cuneesi. L'editto permetteva, infatti, ai fuorusciti di ritornare in patria senza essere ricercati nelle loro coscienze, di ricuperare le case ed i beni confiscati e di avere il condono degli eccessi passati, purché prestassero fedeltà gli uni per gli altri e si astenessero da ogni esercizio pubblico della loro religione. Molti dei fuorusciti, nascosti nelle montagne circonvicine, ritornarono in patria e passarono atto di sottomissione nelle mani di Messer Giovanni Michele dei signori di Casalgrasso, consignore di Caraglio. Speravano in una pace duratura: ed essa non fu invece che illusoria ed effimera. Durò appena due anni (1567-1569) e fu una calma foriera di irreparabile rovina.
L'afflusso dei riformati ducali sulle terre del Marchesato, se spiaceva al duca per motivi politici e religiosi, non sembrava tollerabile nemmeno al Nunzio ed al S. Offizio, che del fatto informarono sollecitamente la Santa Sede, affinché premesse sul governatore Birago e lo inducesse a far cessare lo scandalo pernicioso alla fede cattolica.
Reggeva in quell'anno (1566) la Cristianità papa Michele Ghisleri, il quale, essendo stato nunzio a Torino e vescovo a Mondovì, conosceva assai bene lo stato reale della fede cattolica nelle terre cisalpine. Il papa intuì il pericolo, che l'afflusso e la prolungata permanenza di tanti eretici fuorusciti potevano recare non solo alla fede cattolica del Marchesato, dove la Riforma, nonostante le continue vessazioni, andava di giorno in giorno progredendo, ma alla tranquillità stessa del Piemonte e dell' Italia, e si affrettò a mandare il Sr. di Villaparis, affinché si abboccasse col governatore Birago e stabilisse con lui tutte quelle provvidenze, che sembravano più idonee ad arrestare il flagello dell'eresia. Non sappiamo quali siano state le deliberazioni di questo colloquio. Sappiamo solo che il Birago rispose alle sollecitazioni del papa, assicurandolo (8 aprile 1566) della sua assidua vigilanza in materia di fede e scolpandosi dall'accusa di lasciare impunemente entrare e soggiornare eretici stranieri nelle terre del suo governo. Ma il pontefice, persuaso che le cose non stessero proprio così come il Birago asseverava, replicò con una lettera del 3 giugno, lodando lo zelo del governatore per la fede cattolica, ma rinnovandogli un caldo invito, affinché si adoperasse a sradicare ogni germe di eresia dalle terre sottoposte alla sua giurisdizione, cacciasse i numerosi riformati che vi si erano annidati e che di là infestavano le contrade vicine, valendosi dell' impunità [58].
Due luoghi, a detta del Papa, risultavano più grandemente sospetti come ricettacolo dei fuorusciti: Dronero e Valfenera, dipendente l'uno direttamente dal governatore di Saluzzo, l'altro dal comandante di Carmagnola. Ma le inesatte informazioni trasmesse alla Corte di Roma fecero sì che il nome delle due località fosse scambiato con quello di due famigerati eresiarchi. Infatti, il Breve incita il governatore ad intervenire «contra insignes famososque seductores Dragonerium et Valfenarium pluresque alios perditissimos homines Sathanae ministros.... ». Costoro, a detta del Papa, si erano rifugiati sulle terre del Marchesato e di là, impuniti, continuavano ad infettare dei loro errori tutto il paese circostante.
Mentre proteste del duca di Savoia, recriminazioni del Nunzio ed esortazioni del Papa spingevano sempre più il governatore Birago ad atti repressivi e violenti contro l'eresia, anche in Francia si riaccendevano e si acuivano i dissensi fra cattolici ed ugonotti. I motivi di contesa erano favoriti dai subdoli maneggi della Corte, che mirava ad opprimere gli uni e gli altri, per assicurare il prestigio della monarchia assai vacillante.
L'autorità del re era infatti gravemente compromessa e minacciata. I cattolici incolpavano Carlo IX di aver portato lui stesso discredito all'autorità del re, permettendo con l'editto di Amboise una religione diversa dalla sua; i riformati, a loro volta, rinfacciavano al re le simulazioni, le violenze e le infrazioni agli editti, sostenendo che i re empi ed ingiusti mancano ai loro doveri verso i popoli e perdono per ciò stesso i loro diritti alla sovranità: la nobiltà poi, incorporata nei due partiti, mostrava preoccupanti velleità di riconquistare le perdute libertà feudali e di rendersi indipendente dall'autorità regia. La Corte, impotente a mantenere il suo prestigio sulle due fazioni, seguiva una politica incerta, fluttuante, che scontentava ugualmente gli uni e gli altri, appoggiandosi ora alla Spagna ed ora all' Inghilterra, ora favorendo i cattolici ed ora i protestanti; ora seguendo i principî moderati del Cancelliere L' Hôpital, ora quelli reazionari del duca e del cardinale di Guisa. Così le ostilità e le animosità tra cattolici e protestanti diventavano di giorno in giorno più aperte e più minacciose, lasciando prevedere assai prossimo lo scoppio della seconda guerra civile [59].
Anche nel Marchesato di Saluzzo si ebbe qualche atto sporadico di ravvivata intolleranza verso i riformati in corrispondenza con la reazione, che si delineava contemporaneamente nelle terre sabaude e nel vicino regno di Francia. In occasione della Pasqua, che quell'anno cadeva il 30 marzo, parecchi riformati del Marchesato, segnatamente della città e del distretto di Carmagnola, seguendo una consuetudine invalsa da parecchi decenni, si erano recati in Val Luserna per celebrarvi la Santa Cena alla maniera ugonotta, in un solenne raduno, al quale solevano intervenire, insieme con i confratelli delle valli del Pellice e del Chisone, molti religionari delle altre terre piemontesi privi della regolare assistenza di un ministro.
La cosa fu riferita al governatore o comandante di Carmagnola [60], il quale chiamò i rei alla sua presenza per avere dalla loro bocca stessa la confessione esplicita del loro viaggio nelle valli eretiche. Avutone la conferma, li denunziò al consiglio della Città per i provvedimenti del caso.
Il Consiglio si radunò l' 8 aprile (1567) e ad unanimità anche da quel Consiglio, in virtù degli ordini regi, erano stati rimossi tutti gli eretici e sospetti - dichiarò di voler seguire la religione del proprio sovrano e quella dei suoi antenati e deliberò « che doi delli sopranominati quattro sindici del Consiglio debbano andar a Saluzzo dall' Illustrissimo et Eccellentissimo Sr. il Sr. Ludovico Birago, luogotenente di S. M. Christianissima di qua da monti, et a nome del università del presente luogo humilmente supplicar suoa eccellenza che si degni in tal fatto provedere et ordinar che senza dillatione tutti li forastieri habitanti in Carmagnola intitolati di tal nuova religione debbano absentar il luogo sotto pena, che parerà Sua Eccellenza statuirgli come ancora faranno tutti li terrigeni intitolati come sopra, se fra 'l termine che gli sarà da Sua Eccellenza statuito, non si disponeranno ritornar alla buona fede tenuta dalla università suddetta et inanti Suoa Eccellenza emendarsi ». Al Birago i sindaci designati dovevano inoltre «dichiarare intieramente l'animo della univerversità », cioè il sentimento cattolico della popolazione carmagnolese, e mostrare le gravi conseguenze che male, non prontamente represso, avrebbe potuto recare all'integrità della fede cattolica ed agli interessi stessi della città. Il Consiglio temeva che i progressi della Riforma, non soltanto potessero provocare dissensi e lotte intestine nella più importante delle piazze militari del Marchesato, ma anche pregiudicarne l'intenso traffico commerciale, qualora la città, per una eccessiva condiscendenza verso i novatori, desse sospetto di essere terra eretica o fautrice dell'eresia.
Non ci risulta quali provvedimenti furono presi dal Birago in risposta all'istanza del Consiglio di Carmagnola: ma si può supporre e di ciò sono prova gli avvenimenti degli anni che i provvedimenti presi furono assai blandi od ebbero una durata breve ed effimera. seguenti.
Infatti, in quest'anno (1567) la Riforma segnò in quasi tutto il Marchesato uno dei suoi periodi di maggiore sviluppo. Non solo violò il claustrale recinto dell'Abbazia di Casanova 61, inducendo la badessa, o priora, a fare così aperta professione di fede ugonotta da trarre su di sé le minacce del P. Inquisitore, ma poté, indisturbata, tenere due sinodi [62], o pubbliche congregazioni, che raccolsero i ministri ed i deputati di tutte le chiese riformate del Marchesato.
La prima sinodo fu celebrata il 2 giugno a Praviglielmo, nell'alta valle del Po, e riveste particolare importanza per la storia della Riforma nel Marchesato. Infatti, mentre nelle sinodi degli anni 1563-1564 le chiese del Marchesato, regolarmente costituite con ministerio stabile di pastori, risultavano solo cinque: quelle cioè di Praviglielmo, di Bioletto-Bietonetto, di Valgrana, di Verzuolo e di Dronero ora le località servite regolarmente dai ministri superano la ventina e dispongono della condotta spirituale di ben nove ministri effettivi: di più le chiese saluzzesi, le quali allora apparivano come completamente incorporate nel più vasto organismo delle chiese valdesi di Val Luserna, ora ci appaiono già quasi come un organismo a sé, spiritualmente legato sì alle chiese consorelle delle Valli, ma con tendenza ad un'amministrazione ecclesiastica autonoma ed indipendente.
Purtroppo non sono giunti fino a noi i verbali dell'assemblea, sicché non sappiamo positivamente quali questioni vi siano state trattate. È lecito tuttavia supporre che fossero preferibilmente discussi i problemi, che concernevano l'organizzazione e l'efficienza del servizio pastorale, la difesa delle libertà religiose, le nuove necessità create dal continuo afflusso di sudditi ducali, le relazioni con le chiese sorelle del Delfinato e di Val Luserna, e soprattutto la condotta, che si riteneva utile seguire nella situazione politica e religiosa creatasi in Francia, nel Piemonte e nel Marchesato stesso.
Dei nove ministri presenti all'assemblea alcuni ci sono già noti, perché li vedemmo negli anni precedenti diffondere le nuove dottrine nelle terre di Cuneo, di Caraglio, di Demonte e di Dronero: altri ci appaiono per la prima volta, provenienti dal Delfinato o dalla Valle di Luserna o trasferitisi sulle terre del Marchesato dopo la violenta persecuzione ducale. Ma, se sono interessanti i nomi dei ministri, non meno interessanti sono i nomi delle località affidate alle loro cure. Queste erano poste per la maggior parte sulle terre del marchesato, ma alcune erano fuori dei limiti di esso, sullo Stato sabaudo, perché ivi la persecuzione religiosa rendeva malsicura, per non dire impossibile, la residenza e l'opera stabile di un ministro.
Pertanto, a metà dell'anno 1567, il quadro dei ministri e delle chiese riformate del Marchesato può essere ricostruito come segue:
Francesco Galatea (o Galatero), ministro di Saluzzo, Savigliano, Carmagnola, Levaldigi, Villafalletto (saltuariamente anche di Cuneo e Tenda).
Secondo Masserano [63], nativo di Asti, ministro di Verzuolo, Piasco e Costigliole.
Francesco Truchi (o Trucchio), nativo di Centallo, ministro della chiesa di Dronero e della Val Macra Inferiore. Andrea Lancianois [64], ministro delle chiese di San Damiano, Pagliero e Cartignano.
Pietro Gelido [65], ministro di Acceglio e della Val Macra Superiore.
Giacomo Isoardo [66], ministro delle chiese di San Michele, Prazzo e Chianosio, nella Val Macra Inferiore.
Francesco Solfo, ministro di Praviglielmo in Val Paesana (saltuariamente anche di Cuneo, Tenda, Nizza e Centallo).
Bertrando Giordano (o Jordan) di S. Chaffrey nel Brianzonese, ministro della chiesa di Bioletto-Bietonetto, nell'Alta Valle del Po.
Il ministro di Demonte e di Festeona, in Val di Stura, del quale i documenti tacciono il nome.
Oltre queste località, che fruivano dell'opera regolare di un ministro, vi erano nuclei minori disseminati in più parti del Marchesato, i quali solo saltuariamente potevano essere visitati dai ministri per la celebrazione della Cena o per atti liturgici e provvedevano alle loro necessità spirituali con l'opera di laici od anziani, scelti fra i membri più dotti e più autorevoli della congrega.
Gli editti regi e le ordinanze del Birago avevano bensì proibito ai riformati l'esercizio pubblico della loro religione e l'erezione di edifici a scopo di culto: tuttavia, applicati gli uni e le altre con moderazione e con prudenza o non osservati, lasciavano ai dissidenti una libertà sufficiente per tenere adunanze nelle case private, all'interno o alla periferia delle città, nelle grange delle campagne o nei castelli ospitali di alcuni signori feudali. Anzi là, dove il numero dei fedeli era più compatto, là dove le autorità comunali ed i Signori della terra parteggiavano più apertamente per le nuove dottrine ed i religionari stessi potevano sedere nei Consigli Comunali, non di rado il divieto regio veniva infranto e gli atti del culto si celebravano apertamente.
Ciò spiega perché la seconda sinodo, che le chiese riformate del Marchesato tennero in quello stesso anno, 14 ottobre 1567, potè svolgersi indisturbato, non più nell'alpestre villaggio di Praviglielmo, in val Paesana, ma a Dronero o Valgrana, nel palazzo stesso della famiglia marchionale dei Saluzzi, signori di Monterosso, Valgrana e Montemale, quando già in Francia era scoppiata la seconda guerra civile. Vi intervennero i nove ministri sopra ricordati con i deputati delle singole congregazioni. L'aperta ospitalità concessa ad una così considerevole adunanza che non poteva essere tenuta segreta attesta non solo la persistente adesione di queste famiglie feudali alle nuove dottrine, ma come esse, gelose delle loro prerogative, osassero tener testa all'autorità del Birago ed assumere talora l'aperta protezione dei riformati, consigliando al governatore prudenza e moderazione.
Analoghe infrazioni agli editti regi e governatorali avvenivano dovunque i religionari avevano la prevalenza nel maneggio della cosa pubblica, come a Dronero, Centallo e Verzuolo. Ne fa fede il passo che segue, tratto da un Discorso scritto a Carmagnola il 25 ottobre 1567 e consegnato dal segretario al governatore Ludovico Birago [67], perché cercasse rimedio ai vari mali lamentati: Dragonero con qualche altre terre di quella valle et Verzolo hanno molti della nova religione, quali non tanto per altro, come forsi anco per la libertà grande (che) si prendono etiandio contra gli ordini reggi, trascorreno alle volte, massime a Verzolo, in qualche insolentie et contravenzioni agli editti del re, il che oltre il suo disservitio, tende anco a provocar gli altri et turbare la quiete loro, tanto più sendosi da un tempo in qua, per connivenza o forse anche segreta intelligentia del Castellano, hormai lasciatoli a fatto venir in mano tutto il maneggio di quel Comune. Et de molti abusi et eccessii, che non tanto ivi come altrove per difetto ben spesso dei tai ufficiali che non fanno stima di quello gli vien ordinato da superiori, ben pochi o niuni ne vengono castigati »>.
Il documento continua lamentando che siano ospitati nelle terre del Marchesato troppi banditi, stranieri e vagabondi, i quali, per noncuranza degli ufficiali di giustizia, preposti all'esecuzione degli ordini, provocano molti scandali e disordini in diversi luoghi «porgendosi per tal verso commodità che si commettono dagli stessi nuove insolentie e delitti oltre i primi, qual cosa ridonda non meno a danno de' sudditi et habitanti, come anco a minor reputatione dello Stato». A frenare questi abusi ed a far sì che «i sudditi del Re possino vivere sicuri senza invasione nelle vite et facultà loro per il supporto di simil gente di mema (medesima) sorte», l'autore chiede che sia ordinata maggiore diligenza al Prevosto ed al Capitano di giustizia.
Nel testo del documento non si fa menzione esplicita di riformati o di banditi per causa di religione: ma poiché i termini di malfattori e di delinquenti sono spesso adoperati nel frasario del tempo anche a designare eretici e riformati, non è improbabile che con i deliquenti per delitti comuni fossero accomunati anche molti infelici, che non un delitto, ma una ferma ostinazione nella propria fede cacciava in bando lontano dalla propria patria e costringeva ad andare vagando in cerca di una terra più tollerante ed ospitale.
Il terreno sembrava dunque ben preparato, sulla fine del 1567, per assecondare i progressi delle Riforma nel Marchesato di Saluzzo.
Perfino il duca Luigi Gonzaga di Nevers [68], creato in quell'anno luogotenente generale del re al di qua delle Alpi, mascherando la sua futura condotta intransigente, pareva non essere alieno dal rendere giustizia ai riformati illegalmente perseguitati. Della sua equità diede prova a proposito del nobile Benedetto Antioche, signore di Centallo [69]. Avendo in quest'anno il Vescovo di Mondovì, Vincenzo Lauro, fatto confiscare dall'abbate di Borgo San Dalmazzo alcune terre, che erano del signore di Centallo 7º, sotto pretesto che egli era ugonotto e che ospitava nel suo feudo numerosi riformati, questi deputò al duca di Nevers un medico, suo amico, pur esso ugonotto, affinché gli esponesse il fatto e ne esigesse pronta riparazione. Le ragioni del Signor di Centallo persuasero il Gonzaga, il quale perorò la sua causa presso la duchessa di Savoia, mostrandole l' illegalità dell'azione compiuta dal Vescovo ed esortandola a porvi qualche rimedio.
Ma lo scoppio della seconda guerra civile, come doveva provocare in Francia nuove repressioni contro i riformati, così necessariamente doveva trascinare il Nevers ad una condotta religiosa assai diversa da quella seguita negli inizi del suo governo.
Note
[1] Cfr. P. Sarpi, Storia del Concilio Tridentino, con la vita scritta di Fra Fulgenzio Micanzio, Firenze, 1858, IV, p. 147; GERDES, Specimen Italiae Reformatae; Lugduni Bataviorium, 1765, p. 93.
[2] Ibidem.
[3] Manuel di san Giovanni, op. cit. II, 51.
[4] Gabriele Cesano, di nobile famiglia pisana, governò la diocesi di Saluzzo dal 16 dicembre 1556, data della sua nomina, al 27 luglio 1568, data della sua morte. Fu canonico del Duomo di Pisa, segretario del cardinal Ippolito de' Medici, che accompagnò nella legazione in Francia fu in seguito confessore di Caterina de' Medici, col favore della quale ottenne la promozione a Vescovo. Papa Clemente VII, che l'ebbe in grande stima, lo impiegò in importantissime missioni per conto della Santa Sede, specialmente in Inghilterra. Dotto nella scienza del diritto, nella lingua e letteratura italiana, latina e greca, fu in intimi rapporti con i più illustri letterati del tempo, che solevano raccogliersi nella villa d'Este a Tivoli, sotto il mecenatismo del cardinale Ippolito d'Este. Durante il suo vescovato si adoperò per reprimere i progressi dell'eresia e per ristabilire la disciplina nel clero. A questo scopo tenne un'apposita sinodo, nella quale furono promulgate sagge costituzioni, che però non ci furono conservate. Cfr. F. A. DELLA CHIESA, Della vita del servo di Dio Monsig. Gioven. Ancina, Vescovo di Saluzzo, Torino, 1629, pp. 28 e segg.; CHIATTONE, I primi vescovi di Saluzzo, in loc. cit., pp. 290-93; SAVIO, op. cit., I, 235-245. Concilio di Trento.
[5] Sulla partecipazione del Cardinale di Lorena al cfr. LAVISSE, op. cit., VI, 81-85.
[6] ARCH. PRIV. MULETTI, in Verzuolo, mss. XV, 145. La lettera è riprodotta dal CHIATTONE, I primi vescovi di Saluzzo, in loc. cit., pp. 290-93 e dal SAVIO, I, 237-238; J. LE PLAT, Monumentorum ad historiam Concilii Trid. potissimum illustrandam spectantium.... Lovanii, MDCCLXXXIV, VI, 46; MELLANO, op. cit., p. 42.
[7] Come si vede, il vescovo Cesano nella sua lettera non fa menzione di violenze perpetrate dai riformati a danno di ecclesiastici e tanto meno di cacciata di preti: si limita a rilevare i pericoli dell'espandersi delle false dottrine a danno della chiesa cattolica.
[8] «.... ut cum vigilantia, bonorum operum exemplo, bonaque doctrina studeatis populum vestrum in recta religione conservare et ab hoste defendere». SAVIO, op. cit., I, 238.
[9] SAVIO, op. cit., I, 238-39 dice che gli eretici dopo l'editto di Amboise “rebbero a tale eccesso di baldanza, che, sebbene pochissimi in numero nel Marchesato, osarono domandare al re di Francia il pubblico esercizio del loro culto». Il «pochissimi di numero» del canonico Savio è in evidente contraddizione con la lettera del vescovo Cesano e con gli altri documenti, che citeremo.
[10] È assai incerta presso gli storici la cronologia di questi fatti. Il GILLES, op. cit., I, 410-411, e il LÉGER, op. cit., pp. 51 e segg., li pongono all'anno 1561, data evidentemente errata; il JALLA, op. cit., I, 210, all'anno 1562, come conseguenza dell'editto del 17 genn. 1562; il MUSTON, op. cit., I, 264-65, il MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 56 e il SAVIO, op. cit., all'anno seguente 1563, come effetto del trattato di Amboise. Noi propendiamo per quest'ultima data, che sembra confermata da una lettera del Birago, della quale diamo più sotto il contenuto.
[11] La data di queste lettere si ricava dall'editto successivo dell'agosto 1563, che le revoca. Il MANUEL vi assegna la data del 10 giugno (op. cit., II, 58), il JALLA la corregge in VII giugno sulla testimonianza concorde di due copie dell'editto (op. cit., I, 222).
[12] La condotta seguita dal Birago in questa occasione è indicata da lui stesso in una lettera assai posteriore, indirizzata il 19 febbraio 1569 al Parlamento di Grenoble, per giustificarsi dalle accuse di intolleranza, che gli erano mosse dai riformati saluzzesi. BIBLIOT. NAZION. DI PARIGI, F. fr., mss. 3210, fol. 37-38.
[13] L'editto è riprodotto dal MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 57-59 con la data 8 agosto e dal JALLA, op. cit., I, 221-23 con la data del 7 agosto 1563. Il primo lo pubblica in una redazione italiana conservata nelle Memorie della famiglia Villanova-Solaro (BIBLIOT. DEL RE IN TORINO, MSS. di Storia Patria: Valdensia, n. 122); il secondo nel testo originale francese, del quale è copia in Arch. civ. di Pinerolo. Categ. LXIII.1.A. Ne riferiscono il contenuto il GILLES, MUSTON, LÉGER, loc. cit. e l'autore anonimo (un Padre Gesuita) della Histoire Véritable des Vaudois de Piémont (MSS. nella BIRLIOT. DEL RE IN TORINO, Miscell. di Storia Patria, n.º 196, in 2 voll., vol. I, 686-87, già cit.).
[14] La data dell' 8 agosto, assegnata dal MANUEL, loc. cit., è forse quella dell'interinazione della Patente.
[15] Secondo il MANUEL, loc. cit., avrebbe contribuito alla promulgazione dell'editto restrittivo la fiera protesta del clero saluzzese presentata al governatore Birago ed alla Corte stessa di Parigi. 16 Cfr. DAVILA, op. cit., I, 288-91; LAVISSE, op. cit., VI, 82-84.
[17] Cfr. GILLES, op. cit., I, 410-411; RORENGO, op. cit., p. 92; LÉGER, op. cit., II, 51; Histoire Véritable des Vaudois, in loc. cit., vol. I, 687; MUSTON, op. cit., I, 264-265; JALLA, op. cit., I, 210; SAVIO, op. cit., I, 238-39. Quest'ultimo storpia il nome del Galatero in quello di Galletto, e di Masserano in Matterne.
[18] Il 14 giugno (1563) l'editto di Vincennes aveva vietato al riformati di aprire bottega e di lavorare nei giorni di festa cattolica: e la nuova «Déclaration et Interprétation de l'Edict d'Amboise», promulgata il 14 dicembre dello stesso anno, aveva vietato di estendere nei feudi ecclesiastici e nelle città dipendenti dalla Chiesa le libertà di culto concesse ai protestanti di altre terre del regno; aveva intimato il bando ai ministri stranieri, obbligato i riformati a rispettare le feste ed i digiuni cattolici ed a celebrare i loro funerali di notte e senza accompagnamento. Cfr. DAVILA, op. cit., I, 288-91: MARIÉJOL, Catherine de Médicis, Pp. 138-39.
[19] Cfr. la lettera già citata del Birago al Parlamento di Grenob in loc. cit.
[20] Op. cit., p. 217.
[21] V. capp. II e III.
[22] Cfr. le lettere già citate del Birago al duca di Savoia in data 3 gennaio e 12 febbraio 1561.
[23] Per queste Sinodi, cfr. JALLA, Synodes Vaudois de la Réformation à l'exil (1536-1586), in «Bull. Soc. d' Hist. Vaud.», n.º 20, pp. 93-136 (v. pp. 97-98); IDEM, Correspondance Ecclésiastique vaudoise du seizième siècle, in «Bull. Soc. d' Hist. Vaud.», n.º 33, PP. 72-92 (v. pp. 85-86); PEYROT, op. cit., in loc. cit.
[24] Il JALLA, notando che altri documenti dello stesso tempo designano come ministro di Praviglielmo un Domenico Vignaux, affaccia l'ipotesi che il nome Di Galx sia uno pseudonimo del Vignaux, caso non raro tra i ministri riformati, i quali con falsi nomi cercavano spesso di eludere le ricerche del S. Offizio e di mascherare la loro apostasia dalle file del clero cattolico. Ma la supposizione del Jalla offre motivo a qualche dubbio, poiché dallo stesso autore noi apprendiamo che un Domenico De Galx, vivente il Vignaux, prestava servizio di ministro in Val d' Angrogna e non lasciò questa parrocchia che nel 1589, per trasferirsi a Veynes, nel Delfinato. È quindi poco probabile che si tratti di una sola persona. Più saggio è forse supporre che i due ministri si alternassero nel ministero della chiesa riformata di Praviglielmo negli anni 1563-64.
[25] Jean Bover è figura poco nota. La sua permanenza a Bioletto si protrasse solo pochi mesi, perché nella sinodo dell'aprile 1564 troviamo indicato come ministro della chiesa di Bioletto-Bietonetto un Giovanni Genon. Nel 1580 il Bover figura tra i ministri della Provenza. JALLA, op. cit., loc. cit.
[26] Cfr. Opera Calvini, t. XX, n.º 3987; BRETSCHNEIDER, Joan. Calvini, Theod. Bezae, Henrici IV Regis aliorumque illius aevi hominum litterae nondum editae, Lipsiae, 1835, pp. 209-217; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 210; EM. COMBA, Lettres ecclésiastiques à la Vénér. Compagnie des Pasteurs de Genève au 16e et 17e siècles, in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.° 16, p. 23; JALLA, Correspondance ecclésiastique, in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 33, pp. 85-89.
[27] La lettera 3 maggio, firmata dai due ministri De Galx e Bover, è una lettera di raccomandazione con attestato di fedeltà, che essi indirizzano «du consentement de tous les frères et par l'ordonance d'eulx» alle chiese riformate di oltralpe a favore del loro collega Jean Poirier, che si recava in patria per ragioni familiari; la seconda (5 maggio), firmata dal solo De Galx e rilasciata «au nom de tous les frères de Pragela, Piesmont et Marquisat de Saluces», è una supplica diretta alla chiesa ed ai ministri di Ginevra per esortarli a rinviare al più presto il Poirier alle Valli, attesa l'estrema penuria di ministri. «Vous scavez que nous sommes despouillez de ministres anciens exercez de longue main au St. Ministère et qui nous pouvoyent soulager par bon conseil, comme tous les iours en avons besoin, attendu que plusieurs choses se presentent à nous iournellement de grande importance». lettera infine (23 luglio) è una risposta giustificativa alle calunnie del La terza ministro Cosimo Brevin (o Bovenne), il quale era stato deposto dal ministero pastorale per le sue bizzarrie e per la sua irriverenza alle autorità politiche.
[28] JALLA, Synodes Vaudois, in loc. cit., pp. 97-98, e la lettera di Claudio Bergio, più sotto indicata.
[29] La grafia del nome, secondo il COMBA, sarebbe Tenesio, secondo il JALLA, Tervesio. Ma è evidente che si tratta o di uno pseudonimo o di un errore di grafia e che si deve intendere il Truchio (o Truchi).
[30] È riprodotta da EM. COMBA, in «Rivista Cristiana», a. 1886, Firenze, p. 93; dal JALLA, Storia della Riforma in Piemonte, I, 220-21. L'originale è nella BIBLIOT. NAZION. DI GINEVRA, MSS. Latins, n. 197: altra copia si conserva alla GUICCIARDINIANA DI FIRENZE, MSS. 6-8-89.
[31] Vi parteciparono i ministri Domenico Vignaux, come ministro di Praviglielmo; Giov. Genon, come ministro della chiesa di BiolettoBietonetto, in sostituzione del Bover; il Truchi ed il Lentulo. Il Vignaux fu eletto presidente di una delle due assemblee. Era nativo di Panassac, in Guascogna, e godette grande credito presso i colleghi delle valli valdesi, dove prestò servizio dal 1556 al 1605, anno della sua morte. Sulla fine del 1564 lasciò la chiesa di Praviglielmo per trasferirsi a quella di Villar Pellice, che servi ininterrottamente fino alla morte. Assai dotto, lasciò manoscritta una storia dei Valdesi del Piemonte, che è ora irreperibile, ma che servi di fonte allo storico Perrin.
[32] Furono edite dal JALLA nel «Bullett. Soc. d' Hist. Vaud», n.º 20, pp. 98 e seg.; cfr. anche RORENGO, Esame intorno alla nuova Breve Confessione di fede delle chiese riformate del Piemonte, Torino, 1658.
[33] CHARRONET, Les guerres de religion dans les Alpes, p. 42; JALLA, Storia della Riforma in Piemonte, I, 223-24.
[34] CRAMER, op. cit., II, 135 (dagli archivi di Simancas); JALLA, op. cit., I, 225.
[35] DE CRUE, op. cit., p. 422, all'anno 1564, lamenta che l'esempio della Francia fosse contagioso: Les prêches pullulent en France et menacent la Savoie. Les sujets de Saluce demandent des prédicateurs >>.
[36] G. RODOLFO, Documenti del sec. XVI e XVII riguardanti i Valdesi, in «Boll. Soc. Studi Valdesi», n.º 58, a. 1932, pp. 155-56, doc. IV.
[37] LAVISSE, op. cit., VI, 79-89. Quando gli ambasciatori del papa, dell'imperatore, del re di Spagna e del duca di Savoia vennero a Fontainebleau a protestare contro l'editto di pacificazione di Amboise (12 febb. 1564), il re di Francia Carlo IX dichiarò che egli avrebbe mantenuto ad ogni costo la pace religiosa.
[38] Nell'estate del 1564 il re fece un viaggio nella Provenza e nel Delfinato in compagnia della regina madre ed il 4 agosto, da Roussillon, emanava un nuovo editto esplicativo di quello di Amboise, apportando restrizioni ai diritti precedentemente riconosciuti ai riformati. Era infatti vietato ai ministri protestanti di convocare sinodi e di fare collette, di istituire scuole e di allontanarsi dalla propria residenza per prestare la loro opera alle chiese bisognose. Queste evidenti violazioni all'editto di Amboise provocarono le reazioni dei riformati ed accesero, per contro, il fanatismo dei cattolici. Ma il dissenso, che poteva degenerare in guerra aperta, fu attenuato dall'accortezza di parecchi magistrati, che, approfittando della debolezza della Corte, non diedero piena esecuzione all'editto di Rossillon. Cosicché questi tumulti non ebbero fortunatamente un'eco nelle terre del Marchesato. Cfr. ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 175-182; IDEM, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 200 e segg.; JALLA, op. cit., I, 227-28.
[39] ARNAUD, Hist. des Prot. Provence. Comtat Venaissin et Principauté d' Orange, II, pp. 204-25; MARIÉJOL, Catherine de Médicis, p. 148.
[40+ JALLA, Synodes Vaudois, in loc. cit., p. 102.
[41] Quest'assemblea non compare nell'elenco delle sinodi datoci dal Jalla; ma è attestata dalla lettera del Birago, più sotto citata.
[42] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 61-62; PASCAL, Stor. della Rifor. Protest. a Cuneo nel sec. XVI, Pinerolo, 1913, pp. 32-33; JALLA, op. cit., I, 228.
[43] La lettera è acclusa all'epistolario del Conte Stroppiana. A. S. T., I, Lett. di Partic., S. m. 88.
[44] L'Arnulfo riparò a Ginevra nel 1567, dove il 13 giugno dell'anno seguente sposò Giulia, figlia di Marcantonio Osella, di Chieri. Suo figlio Carlo, battezzato il 3 nov. 1569, ebbe come padrino il celebre marchese napoletano Galeazzo Caracciolo. Cfr. il Libro dei battesimi della chiesa italiana di Ginevra, negli ARCH. NAZION. di GINEVRA.
[45] Sulla persecuzione in terra ducale, cfr. RICOTTI, op. cit., vol. II, lib. V, cap. III; GILLES, op. cit., capp. 32-34; SEMERIA, op. cit., pp. 286-87; PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo, capp. 4-5; IDEM, Il Piemonte riformato, in loc. cit.; IDEM, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit.; JALLA, Stor. della Rifor. in Piemonte, cap. X. Fonte manoscritta importante per questo periodo sono le Memorie della Famiglia Solaro, scritte da Giov. BATTISTA, e conservate nella BIBLIOT. DEL RE IN TORINO, loc. cit.
[46] Sul colloquio di Baiona e sui presunti disegni di Caterina, cfr. DAVILA, op. cit., I, 299-301; LAVISSE, op. cit., VI, 90-92; MARIÉJOL, Catherine de Médicis, pp. 149-154 (con ricca bibliografia sull'argomento).
[47] Maddalena Farina, nata Morro, era vedova di un valoroso capitano perito nell'assedio di Cuneo. Apparteneva alla nobiltà cuneese. Delle sue tre figliole, Bianca andò sposa a Francesco Luigi dei Solaro di Villanova, Beatrice al fratello Giov. Battista, Agostina a Giov. Ludovico Bersore (o Bersatore), nativo di Pinerolo, ma rifugiato anch'egli presso i fratelli Solaro, in Levaldigi. Sulle vicende dei Solaro, cfr, le Memorie della famiglia, già citate, e la nostra Storia della Riforma Protestante a Cuneo, cit., passim; B. PONS, I fratelli Villanova Solaro (15601571), Firenze, 1889, romanzo storico; M. GROSSO-M. F. MELLANO, La controriforma nella Arcidiocesi di Torino, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1957, vol. I, 98, e segg.
[48] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 64-65: «Ciò avveniva per la connivenza di molti ufficiali e del Birago stesso».
[49] A. S. T., I, Lett. Ministri Spagna, m. I. Cfr. anche RICOTTI, op. cit., II, 313; JALLA, op. cit., I, '245; RUFFINI, op. cit., in loc. cit., pp. 398-99.
[50] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 64-65.
[51] V. Memorie della Famiglia Solaro, in loc. cit., fol. 10-11.
[52] Sull'ambasceria tedesca al duca, cfr. GILLES, op. cit., I, pp. 353378; RICOTTI, op. cit., II, 313-316; JALLA, op. cit., I, 249-50; PASCAL, Storia della Riforma nei domini sabaudi delle Alpi Marittime Occidentali, in «B. S. B. S.», a. 1953, pp. 83-88.
[53] A. S. T., I, Reg. Minute Lettere della Corte, vol. 1566-67, fol. 33 (a. 1566). In un brogliazzo di lettera al sig.r Ludovico Birago si legge: «Intende (S. A.) che gl' Ugonotti di Caraglio et altri luoghi si ritirano nel Marchesato, che stanno nella Val Grana et luoghi limitrofi e in tratto sono a casa et fano mille insolenze. Si voglia permettere che (se) ne vadano»,
[54] Cfr. GALIFFE, op. cit. (la lista dei rifugiati piemontesi); JALLA, op. cit., I, 244-45; PASCAL, La colonia piemontese a Ginevra, in loc. cit.
[55] Sull'attività dei due ministri nelle terre cuneesi cfr. la lettera del governatore Roero al duca, in data 26 aprile, in CLARETTA, Successione al trono di E. Filiberto, Torino, 1884, p. 261; PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo, p. 41; JALLA, op. cit., p. 239 e seg.
[56] Cfr. Memorie della famiglia Solaro, in loc. cit., fol. 13-14; PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo, p. 78, e Lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. 126 e 131; JALLA, op. cit., pp. 303-346.
[57] Memorie della Famiglia Solaro, in loc. cit., doc. 21; GILLES, op. cit., I, 349; PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo, p. 67; JALLA, op. cit., p. 258.
[58] B. FONTANA, Doc. Vat. contro l'eresia in Italia, in «Arch. Soc. Rom. Stor. patr.», 1892, doc. CXLIII, p. 465; JALLA, op. cit., I., p. 253.
[59] DAVILA, op. cit., I, 304-329; LAVISSE, op. cit., loc. cit.
[60] RODOLFO, Doc. del sec. XVI e XVII riguardanti i Valdesi, in «Bull. Soc. d' Histoire Vaudoise», n.º 50, doc. II, pp. 14-15.
[61] RODOLFO, loc. cit., doc. 12 (17 luglio 1567).
[62] Per questa sinodo e per quella successiva dell'ottobre 1567, cfr. GILLES, op. cit., I, 411-12; RORENGO, op. cit., p. 92; FERRERIO, Ration. Chronogr., I, 168; Hist. Vérit. des Vaudois, I, 689; JALLA, op. cit., I, 270-71, e Synodes Vaudois, in loc. cit., pp. 105-106; SAVIO, op. cit., I, 240-41; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 76.
[63] Non abbiamo di lui notizie particolari.
[64] Il nome è alquanto incerto. GILLES, loc. cit., lo chiama con questo nome, mentre il Bref discours des Persécutions du Marquisat de Saluces, pubblicato nel 1620, lo designa col nome di André de Lanciane. JALLA, Stor. della Riforma, I, 270.
[65] Il Gelido era stato segretario di papa Clemente VII, poi dei cardinali Farnese e d'Este, e Residente del Granduca di Toscana a Venezia. Cfr. JALLA, Pietro Gelido, in «Rivista Cristiana», 1899.
[66] Dell' Isoardo, come del Giordano che segue, non abbiamo notizie particolari.
[67] BIBLIOT. NAZION DI PARIGI, MSS. f., ital. 249.
[68] Su Ludovico Gonzaga, duca di Nevers - oltre gli studi più generali sui Gonzaga di Mantova (CAPITELLI, QUAZZA, LUZIO, FORCHESATI, ecc.)
cfr. le biografie speciali del GOMBERVILLE, Les Mémoires de Monsieur le duc de Nevers, prince de Mantoue, Pair de France, Parigi, 1665, in 2 voll., e di M. E. BRAMBILLA, Ludovico Gonzaga, duca di Nevers (1539-1595), Udine, 1905.
[69] A. S. T., I, Lett. di Partic., S. m. 88 (lett. del cancelliere Stroppiana alla Corte in data 11 sett. 1567).
[70] Il JALLA, op. cit., I, 283, riportando la notizia dalla nostra Storia della Riforma a Cuneo, p. 71, dice arbitrariamente che il vescovo di Mondovi cercò addirittura d'impadronirsi colla violenza della persona del signore di Centallo.