Storia/Saluzzo riformata/VII. La Riforma nel Marchesato dalla seconda guerra civile al Trattato di S. Germano (1567-1570)
Capitolo Settimo
VII. La Riforma nel Marchesato dalla seconda guerra civile al Trattato di S. Germano
Inizio della seconda guerra civile (sett. 1567). Politica antiprotestante del re di Francia. Ordinanze del duca di Nevers e del Un pregovernatore Birago contro i riformati del Marchesato. sunto complotto di religionari saluzzesi. Atteggiamento intollerante del Birago. Esclusione dei riformati dalle cariche civili. Fine della seconda guerra di religione e pace di Longjumeau (23 marzo 1568). Fiera controversia fra il Birago ed il Consiglio di Carmagnola ed intervento del Parlamento di Grenoble. Vicende della terza guerra civile (agosto 1568-agosto 1570). Ruggero di Bellegarde al governo di Carmagnola. Visite ed ordinanze del vescovo Tapparelli. Sospetti di complotti ugonotti. Fine della terza guerra civile e trattato di San Germano (8 agosto 1570).
Il colloquio detto di Baiona, avvenuto nel giugno 1565, nel quale Caterina de' Medici, per ottenere il benestare del re di Spagna ai matrimoni progettati [1], avrebbe promesso di espellere dal regno i ministri protestanti e di sopprimere, se necessario, i più pericolosi capi ugonotti, aveva messo in allarme i protestanti di Francia ed indotto i loro capi ad armarsi ed a raccogliere milizie dentro e fuori i confini del regno. Lo stesso avevano fatto la Corte ed i Guisa sotto pretesto di difendersi dalle minacce e dagli armamenti protestanti. Anche il duca di Savoia, come aderente al partito cattolico dei Guisa, che si appoggiava alla Spagna, aveva assoldato truppe di fanteria e di cavalleria e, fin dall'agosto, le aveva mandate nel Lionese sotto il comando del principe Alfonso d'Este [2].
Vedendo le forze che da ogni parte si raccoglievano contro di loro [3] e temendo di essere sopraffatti, i protestanti decisero, nel settembre (26-28 sett. 1567) di prendere l'offensiva, d' impadronirsi di sorpresa della persona del re per piegarlo ai loro voleri e di occupare alcune piazze forti, opportunamente scelte, per provvedere alla propria sicurezza e per servirsene come pegno nella conclusione della pace [4].
Ma il colpo (27 sett.) contro il castello di Monceaux, presso Meaux, dove allora soggiornava Carlo IX con la Corte, falli, perché il giovane principe, avvertito a tempo, poté rifugiarsi al sicuro in Parigi. Il 28 settembre Caterina, a nome del figlio, emanava un fiero editto, denunciando il complotto ugonotto contro la persona del sovrano ed incitando tutti i sudditi a prendere le armi in difesa dello Stato, dell'autorità regia e della fede cattolica. Agli ugonotti prometteva amnistia e libertà di coscienza, se entro 28 ore avessero deposte le armi e si fossero sottomessi al comando del re. Lo stesso giorno (28 sett.) e successivamente il 9 ottobre la regina Caterina spediva ordini speciali al duca di Nevers, luogotenente generale del re al di qua delle Alpi in sostituzione del maresciallo di Bourdillon, invitandolo ad adoperarsi, affinché nulla fosse innovato nei suoi domini cisalpini ed affinché le sue piazze fossero garantite da ogni colpo fraudolento dei nemici del re. In pari tempo, con un altro avviso personale (8 ottobre 1567), ordinava al Gordes, governatore del Delfinato [5], d'impedire che gli ugonotti di quella provincia accorressero fuori dei confini di essa per prestare man forte alle milizie ugonotte guerreggianti nelle altre regioni del regno e gli prescriveva di fare a pezzi quanti accennassero a muoversi «sans en épargner un seul, car tant plus de morts, moins d'ennemis». L'ordine crudele riaccese violenta la guerra sulle frontiere del Marchesato, nel Delfinato e nella Provenza [6]: ma il Marchesato non ne fu turbato, sebbene milizie scelte, tratte dalle sue terre, varcassero in quel tempo le Alpi per portare aiuto all'esercito del Nemours, che aveva posto assedio a Lione tenuta dagli ugonotti [7].
Ma, se il Marchesato evitò gli orrori della guerra civile, non poté neppur esso sfuggire alle repressioni ed alle violenze, che la Corte aveva ordinate ripetutamente al duca di Nevers.
Da Pinerolo, infatti, il 10 ottobre 1567 il luogotenente generale, dopo aver consultati il suo viceluogotenente, Ludovico Birago, i Presidenti Collaterali e Consiglieri del Supremo Consiglio residente in Pinerolo, emanava un primo editto [8], che era preparazione e preannuncio di quello successivo, così gravido di funeste conseguenze per i riformati.
L'editto aveva valore generale per tutti i domini francesi al di qua delle Alpi, ma aveva specialmente di mira il Marchesato di Saluzzo, come quello che fra i possessi regi transalpini era il più importante, il più popolato di riformati ed il più esposto ai pericoli ed alle insidie, a causa delle sue facili comunicazioni con il Delfinato e con la Provenza.
Il Nevers giustificava il suo atto repressivo, affermando che «solo per degni rispetti e non ad altro che a bon fine» desiderava sapere «quanti et quali huomini della religione nova sono nella Regia giurisditione di qua dai monti». E, per ottenere lo scopo, ordinava «che in ciascun luogo di detta giurisdizione et governo nostro et anche alli Borghi, dove essi sono, si faccia comando per pubblico bando e suon di tromba nelle piazze, come si suole, ad ogni persona di qualsivoglia statto, grado, ordine et conditione, che sia di detta nova religione habitante sì in esso luogo et borghi, come nelli finagi, territori, mandamenti et giurisditioni di essi et tanto di paese come forestieri, che infra il termine di ventiquattr' hore dopo la publicatione, cioè quelli delle terre et borghi, et quelli del territorio et mandamento infra due volte vintiquatro hore habbia da venirsi presentar et consegnar personalmente, cioè questi alli presidii, alli Governatori di essi o a chi comanderà in loro assenza, in compagnia d'ufficiali della giustizia, et quanto agli d'altre terre, ivi dinanzi degl' ufficiali Reggi per mettere il nome loro in scritto nel modo che da noi loro è stato imposto et ordinato. Et ciò sotto pena di confiscatione di vita et beni, ordinando che delle presenti insieme dell'esecution di esse si tenghi registro nella scrivania di ciascun luogo dov'occorrerà publicarsi».
L'editto, per quanto fatto «a buon fine» come dichiarava il Nevers gettò l'allarme ed il panico nelle file dei riformati. Si ricordava come un'analoga richiesta di dichiarazione avesse preceduto la cruenta persecuzione contro i riformati delle terre ducali e si intuivano le gravi conseguenze, che essa poteva riservare nell'avvenire. Dichiararsi equivaleva infatti ad impegnarsi solennemente per la difesa della propria fede ed esporre la propria persona, la propria famiglia ed i propri beni alle inevitabili vendette dell'intolleranza religiosa.
Proprio in questi giorni angosciosi si riuniva a Dronero o Valgrana, nel palazzo dei signori di Monterosso (14 ottobre 1567), la sinodo delle chiese riformate del Marchesato, che abbiamo ricordata nel capitolo precedente, senza che il governatore della città, il milanese Melchiorre Isnardo, potesse o volesse impedirla. Per quanto ne manchino gli atti, è lecito intuire che lo scopo dell'adunanza fu essenzialmente quello di esaminare la nuova condizione creata ai riformati dall'editto del 10 ottobre, di decidere se e come potessero ottemperare ad esso, in qual modo cioè potessero capacitare la propria coscienza ed allontanare in pari tempo da sé ogni sospetto di complotto e d'infedeltà verso la persona del sovrano. Non è improbabile neppure che in quell'occasione fosse mandata al Nevers o al Birago un' apposita deputazione per attestare al re l'assoluta fedeltà delle congreghe riformate del Marchesato e per implorare che l'ordine fosse revocato o per lo meno mitigato.
Ma l'editto del Nevers seguì il suo corso regolare e fu pubblicato in tutte le terre del governatorato, nel periodo e nel modo stabilito. A Dronero venne espressamente a notificarlo messer Agostino della Torre, podestà della città. Il fatto ch'egli partì da Pinerolo, potrebbe lasciar supporre ch'egli si fosse recato colà, per incarico dei riformati, a perorare la loro causa davanti al luogotenente generale.
Non sappiamo quanti furono gli eretici che si dichiararono conformemente all'ordine, poiché i registri, che avrebbero dovuto conservare i loro nomi, risultano fino ad oggi irreperibili: il che è gran danno, perché per mezzo di essi sarebbe stato possibile ricostruire un quadro abbastanza esatto della consistenza del moto riformato nel Marchesato sulla fine del 1567.
Durava ancora il fermento provocato dal primo editto, quando il 19 ottobre usciva in Pinerolo, da parte del Nevers, un secondo editto, assai più grave del primo, contro i riformati di tutti i domini regi al di qua delle Alpi, ma soprattutto del Marchesato di Saluzzo, che vi è questa volta espressamente nominato.
Volendo, come prima, giustificare i suoi rigori, il Nevers ricordava nel preambolo del suo editto, come gli ugonotti, là dove erano più forti, si fossero spesso adunati per occupare piazze e città in pregiudizio della Corona di Francia e come recentemente avessero perfino osato attentare all' incolumità del re e lo avessero inseguito da Meaux a Parigi, cercando di dargli la morte. Aggiungeva che il sovrano gli aveva dato notizia di questi eccessi con tre lettere consecutive del 28 e 29 settembre e del 9 ottobre, ordinandogli espressamente di provvedere alla sicurezza dei domini cisalpini, in modo che «non possi seguire alcun inconveniente».
In ottemperanza all'ordine del re ed alla deliberazione del Consiglio Superiore di Pinerolo, il Nevers notificava di aver mandato in tutte le terre della sua giurisdizione delle «persone idonee et intelligenti per sapere la qualità, quantità, nome et cognome, gradi et esercitii, case et contrade, dove habitano questi di detta nova religione» e come in base alle relazioni dei commissari, «desiderando obviar che per essi riformati non si facesse alcun danno al servitio di S.Maestà», aveva ritenuto opportuno impartire alcuni ordini salutari. Distribuiva i riformati in quattro categorie: 1º) riformati sudditi del re e residenti nel loco natio; 20) riformati sudditi dei domini regi cisalpini, ma residenti in luogo diverso da quello nativo; 3º) riformati attualmente sudditi del re di Francia, ma nativi di terre estranee al dominio regio; 4º) riformati residenti nei domini regi cisalpini, ma sudditi di altri principi.
Ai riformati della prima categoria, sia che risiedessero in terre aperte, sia che abitassero in terre chiuse (cioè in piazze e fortezze), era fatto obbligo di vivere secondo il tenore dell'editto regio promulgato nel 1564 per i domini regi situati al di qua delle Alpi, «senza alterarlo né innovarlo in cosa alcuna et senza accettar qual si sia sorta di persone in casa, sì per passaggio o altro, né darli alcun sussidio d'arme né di danari sotto pena di duecento scudi e tre tratti di corda».
Ai riformati della seconda categoria (sudditi del governo cisalpino, ma residenti fuori del luogo natio), specialmente se domiciliati a Saluzzo e in luoghi di presidio, erano dati tre giorni di tempo dalla pubblicazione dell'editto per abbandonare detti luoghi e per ritirarsi in casa loro nel luogo di nascita, sotto pena di essere multati di cento scudi e di essere banditi per sempre dalle terre del governatorato. Qualora, per necessità improrogabili, essi dovessero recarsi a Saluzzo o in altro luogo di presidio, era loro concesso di farlo, purché si presentassero al governatore o al suo sostituto per far sapere il motivo della venuta, la durata del soggiorno, il luogo dell'alloggiamento e per ritirare un regolare permesso da consegnare all'oste od al padrone di casa, presso cui intendevano alloggiare. La mancanza del permesso comportava gravi sanzioni tanto per il locatore, quanto per il locato: 100 scudi la prima volta, due «< botti di corda» e 200 scudi la seconda; la perdita dei beni e della vita stessa la terza.
Ai riformati della terza categoria (sudditi del re, ma 'nati fuori dei domini regi cisalpini) era imposto di partire con le mogli e le famiglie nel termine di tre giorni dalla pubblicazione e fatto divieto di ritornare nei domini regi cisalpini senza speciale licenza scritta «di colui che comanderà per S. M.», sotto pena della confisca dei beni e di «tre botti di corda» per la prima volta, della perdita dei beni e della vita per la seconda volta. Delle stesse pene era fatto passibile chiunque li ospitasse e ricettasse. Dovendo ritornare nelle terre del governo regio «per passaggio senza però fermarsi», era loro ordinato di consegnarsi al primo ufficiale del luogo per ritirare il dovuto permesso di alloggiamento. A chi contravveniva, alloggiato o alloggiatore, era comminata la pena di 100 scudi, sostituita con quella della perdita della vita e dei beni, se il soggiorno si prolungasse illegalmente oltre il termine consentito.
Anche ai riformati della quarta categoria (sudditi di principi stranieri) era comandato di partire con mogli e figlioli nel termine di tre giorni, ma ad essi era imposto, per soggiornare nel Marchesato o per passarvi, uno speciale salvacondotto, sotto la minaccia, in caso d'inadempienza, della confisca dei corpi e dei beni: pena «nella quale incorrerà medemamente chi li accetterà in casa».
Per invogliare i sudditi alle delazioni, il Nevers dichiarava che un terzo delle pene pecuniarie inflitte o dei beni confiscati sarebbe riservato ai delatori, tenuti segreti: il secondo terzo sarebbe devoluto ai poveri ed il restante alle opere di fortificazione.
L'esecuzione scrupolosa dell'editto fu affidata non solo ai governatori, giudici, ufficiali e fiscali, ma anche a tutti i gentiluomini feudatari, ciascuno per la terra e per la signoria a lui spettante [9], sotto pena d' incorrere nella disgrazia del re e del Nevers.
L'editto non era, in apparenza, ostile alla fede riformata, in quanto che le provvidenze erano prese più per motivi politici e di polizia che per esplicito motivo religioso e l'eresia, presentata più come una minaccia alla tranquillità del popolo, alla sicurezza del dominio regio ed all'autorità sovrana, che come un pericolo per l'integrità e per la supremazia della fede cattolica. Infatti, in materia di religione, l'editto nulla innovava di quanto era stato deposto con l'editto regio dell'anno 1564: manteneva il divieto del culto pubblico, ma lasciava ai riformati la libertà di coscienza e l'autorizzazione di tenere adunanze private per la celebrazione degli atti del loro culto.
In realtà, però, l'editto del 19 ottobre riusciva profondamente lesivo ai progressi della Riforma nel Marchesato. Infatti, allontanava dalle terre del Saluzzese tutti quelli che, pur sudditi del re, non erano nativi del Marchesato e tutti quelli, che erano sudditi di principi stranieri: e noi sappiamo quanti perseguitati per motivo di fede, sudditi del duca di Savoia o di altri Stati stranieri, avevano trovato momentaneo rifugio sulle terre del Marchesato. Per effetto dell'editto si diradavano le file e si scompaginavano le giovani congreghe riformate, appunto in quell'anno, in cui queste più intensamente stavano organizzandosi e trasformandosi in chiese regolari sullo stampo di quelle del Delfinato e della Svizzera.
Ma la conseguenza più grave dell'editto fu l'allontanamento forzato dei ministri, i quali erano quasi tutti non nativi del luogo [10], né sudditi del re, e quindi compresi fra coloro, ai quali era vietato ogni ulteriore indugio nel Marchesato e precluso rigorosamente ogni ritorno in esso. Private dei loro ministri, nel critico momento, in cui sarebbe stata più necessaria la loro opera direttiva ed animatrice, le chiese si trovarono sole, sfasciate e disanimate, senza guida spirituale e senza difesa.
L'esecuzione dell'editto fu facile nelle terre, ove i riformati erano sparsi e poco numerosi e dove non potevano contare né sulla protezione dei signori feudali né sulla connivenza di castellani e di consigli comunali. Ma dovette trovare qualche resistenza là, dove, come a Dronero [11], Val Macra, Verzuolo [12] e Valgrana, i riformati erano in maggioranza, o dove avevano dalla loro i consiglieri ed i signori feudali o dove già più compatta era l'organizzazione ecclesiastica.
A Dronero sappiamo che la pubblicazione e l'esecuzione dell'editto fu fatta il 10 novembre dal Podestà stesso, Agostino della Torre, per incarico del Birago. Parecchi dei riformati di quelle terre rifiutarono di obbedire all'ordine di sfratto, e, fidando nel loro numero e nella protezione naturale dei monti, si organizzarono in bande armate. Ma, assaliti od insidiati, parecchi finirono col cadere nelle mani delle milizie regie e furono tradotti prigioni nel castello di Dronero.
Fu arrestato a detta del Birago [13] anche un ministro, Francesco Truchi [14], il quale, come altri suoi colleghi, non aveva voluto abbandonare il proprio gregge nel momento del pericolo, o, dopo una fuga momentanea in luogo più sicuro, era ritornato sulle terre del Marchesato e secretamente predicava ed amministrava la Cena, confortando i fedeli dispersi e depressi. Insieme col ministro furono sequestrate anche alcune scritture [15], dalle quali si poterono desumere i nomi di tutti coloro, che avevano la direzione delle chiese od esercitavano funzioni importanti nel proselitismo protestante, o, come afferma il Birago, «avaient de grès en ladicte religion et se faisaient chefs des églises de ce dict pays». Tutti costoro furono arrestati e processati. «Je fis tous prendre et feis juridiquement faire leurs procès, que touttesfoys je ne voullu faire juger pour bonnes causes, mais bien les faire obliger et donner bonnes seuretez et cautions». Essi furono cioè, dopo un regolare processo, rilasciati in libertà, ma a patto che cauzionassero la loro fedeltà al re ed alle autorità del Marchesato o con una forte somma di danaro o con un'ipoteca sui propri beni [16]. Ma non fu rilasciato il ministro [17], «qui étoit le principal» e la cui detenzione durò più di quattro anni.
È probabile che a questi processi alluda nella sua tardiva deposizione (1595) l'avvocato Felice Leone [18], che per ventiquattr'anni fu segretario del governatore di Saluzzo, quando ricorda «che al tempo di Ludovico Birago furono processati in questa città (Saluzzo) più di 300 ugonotti di Dragonero dal Sig.r Agostino della Torre, come podestà di Dronero e delegato da Birago». La notizia può essere convalidata dal fatto che il 15 dicembre il Della Torre ritornò a Dronero per ricevere in consegna degli eretici, che erano detenuti nel castello e per condurli a Saluzzo [19].
Anche a Savigliano l'editto fu fatto eseguire con inflessibile rigore dal governatore e comandante Andrea Birago, nipote di Ludovico. Non si usò riguardo nemmeno alla nobiltà del luogo.
Abbiamo veduto, come sin dal 1566 Maddalena MorroFarina, con tre figliole, avesse trovato asilo e protezione a Levaldigi, nel castello dei Solaro di Villanova. La Farina era cuneese, suddita del duca, e come tale, a tenore dell'editto, doveva anch'essa abbandonare nello spazio di tre giorni il suo luogo di rifugio, per non incorrere nelle pene comminate dall'editto e per non coinvolgere negli stessi guai gli ospiti generosi. Carlo Solaro, fidando nell'amicizia, di cui lo onorava il comandante Andrea Birago, sperò di ottenere da lui, a favore delle Farina, una deroga allo sfratto od almeno un rinvio alla loro partenza [20]. Spedì quindi prontamente a Savigliano un suo gentiluomo, pur esso riformato, per ottenere la grazia desiderata. Ma Andrea Birago si schermì, protestando di non avere autorità sufficiente per una tale concessione; tuttavia, per deferenza verso il Solaro, accondiscese a scrivere una lettera allo zio, che allora si trovava a Pinerolo, per informarlo che i Solaro erano bensì disposti ad ottemperare all'ordine del Nevers, ma che chiedevano un rinvio per le Farina come loro parenti e protette.
Munito della lettera, il gentiluomo dei Solaro galoppò alla volta di Pinerolo per incontrarsi con il governatore Lud. Birago.
La lettera era del seguente tenore:
«Ill.mo Sig. Il Sig. Carolo di Villanova ha mandato da me un gentiluomo a farmi sapere che in Levaldisio vi sono alcune gentildonne sue parenti della religione, le quali volendole levar dal detto luogo per obedir alla pubblicatione del novo ordine, vorrebbe li avessi concesso qualche tempo d'avantaggio, al che sapendo Io qual sij la mente di S. Ecc.a non ho volsuto in modo alcuno, et perché desia perciò haver ricorso da V. S. Ill.ma mi ha richiesto farli una mia, afinché si cognosca il bon volere che S. S. tiene di obbedir al volere di superiori. Così non ho volsuto mancare far con la presente mia fede di ciò. Il presente anchora, qual' è d'essa religione, dirà più particolarmente le cose come siano et si degnerà haverlo per raccomandato. Bascio humil.te le mani di V. S. Ill.ma. Di Savigliano, il giorno di tutti li Santi del 1567».
Ma non sembra che l'esito della richiesta riuscisse molto lusinghiero, poiché sappiamo che non molto dopo le Farina furono costrette anch'esse a lasciare la terra francese di Levaldigi e coi Solaro si ritirarono a Villanova, su terra ducale, dove la persecuzione momentaneamente sopiva.
Violenze - a quanto pare furono in quel tempo anche tentate contro i Valdesi di Paesana [21], affinché abiurassero la loro fede od uscissero dai confini dello Stato; ma senza risul- tato.
Mentre questi fatti avvenivano nel Marchesato, in Francia si combatteva una guerra aperta fra cattolici e protestanti [22]. Gli ugonotti, dopo aver inseguito il re da Meaux a Parigi, si erano accampati nei pressi della città e bloccavano la riva sinistra della Senna, per impedire soccorsi di truppe e costringere il re a venire a patti con essi. Ma il connestabile Anna di Montmorency, che comandava le milizie regie, fidando nella superiorità del numero e nel valore delle soldatesche svizzere assoldate, rifiutò di scendere a patti coi protestanti ed uscì in campo contro di essi. Il piccolo esercito ugonotto, diviso in tre corpi, comandati dal principe di Condé, dall'ammiraglio di Coligny e dal Genlis, affrontò coraggiosamente i regi nella pianura di S. Denis (10 novembre 1567), li ruppe e li mise in fuga, sebbene per l'esiguità del numero non potesse tenere il campo e dovesse ripiegare su Montereau. Il connestabile, ferito durante la battaglia, morì poco dopo (12 nov.): ciò che causò un grave disordine nell'esercito regio.
La morte del Montmorency e la vittoria ugonotta riaccesero le speranze dei riformati non solo nel regno, ma nei domini regi cisalpini. Questi ultimi, «havendo havuto inditio che in Francia s'aspettava maggior libertà di religione», pensarono di cogliere l'occasione per chiedere anch'essi qualche temperamento ai rigori dell'editto e per provvedere alle necessità delle loro chiese allora duramente provate [23].
Sulla fine di novembre i riformati di Saluzzo, Levaldigi, Savigliano, Cardé e Villafalletto, i quali, come abbiamo veduto (sinodo del 2 giugno 1566), appartenevano ad una medesima congregazione, già affidata alle cure del ministro Galatea, e che per effetto dell'ultimo editto si trovavano abbandonati e dispersi, si accordarono fra loro [24] ed elessero cinque deputati per provvedere alle necessità delle chiese, affinché, «avvenendo tal libertà, sapesse dove e come guidarsi il ministro e come si dovesse trattenere e soccorrere di visitationi». I cinque designati furono: per i riformati di Saluzzo, Alfonso Biandrata; per quelli di Savigliano, il sig.r Luigi Grasso; per quelli di Levaldigi, Giov. Battista Solaro; per quelli di Cardé il podestà o castellano del luogo, Messer Pietro Bianchi; per quelli di Villafalletto, Messer Michele Perrone [25].
I cinque designati convennero nel giorno fissato a Saluzzo, in casa di Alfonso Biandrata, dove, esaminata la situazione attuale delle chiese riformate del Marchesato, conchiusero «che si cercarebbe delli ministri d'averne uno ch'andasse in volta per le sudette chiese, se pur haverrebono tal licenza et libertà dai superiori, come speravano et presumevano d' haverla in tutto il dominio del Marchesato». E, per dar peso alla loro deliberazione, la sottoscrissero di propria mano.
Ma la sognata libertà non venne. In Francia le armi non solo non posarono, ma fecero scempio di molte contrade del regno, appoggiandosi gli ugonotti sulle milizie tedesche comandate dal principe Casimiro, figlio di Federico III, Elettore Palatino, ed i Cattolici sulle soldatesche, che il Rochefoucauld aveva reclutato nella provincia della Guienna. Anche nel vicino Delfinato la guerra divampò con estremo furore tra le milizie cattoliche comandate dal Gordes e quelle protestanti guidate dal D'Acier, dal Mouvans e da Giacomo Saluzzo di Cardé. Parecchie città e fortezze furono perdute e riprese dagli eserciti contendenti [26].
Nel Marchesato poi le speranze di libertà cedettero purtroppo il posto a nuovi timori. Il Birago, o per sospetto o per delazione di qualche spia, scoprì l'intesa ed agì con grande prontezza contro i cinque stipulatori dell'accordo, quasi avessero complottato contro la persona del re o contro la sicurezza dello Stato. Fece subito arrestare il Biandrata e perquisire le sue scritture, fra le quali fu appunto trovato «quel trattato di religione», ch'era stato conchiuso e firmato dai cinque sopra ricordati. Avuti così i nomi dei compagni, il governatore Birago, insospettito, volle appurare i fatti e citò immediatamente davanti a sé in Saluzzo il Grasso ed il Solaro. Gli altri due non furono molestati, dice il Solaro, che ci tramandò il fatto, «per haver da guadagnare di più con tre nominati (Biandrata, Grasso e Solaro) che con gli altri due restanti (Bianchi e Perrone)». Ma forse anche perché Villafalletto e Cardé erano terre ducali ed il Bianchi ed il Perrone sudditi sabaudi e quindi estranei alla sua giurisdizione.
Il Grasso, non sospettando di nulla, si presentò sollecitamente a Saluzzo davanti al luogotenente del governatore, che lo trasse in arresto e lo chiuse in una camera separata da quella, in cui era trattenuto il Biandrata, affinché non potessero comunicare fra loro e concertare le loro risposte. Data la loro nobiltà, fu tuttavia usato verso di essi «un trattamento civile». Esaminati ed interrogati separatamente, i due riformati «< nientedimeno deponettero il giusto conforme l'un del'altro, che con sincerità tale era il fatto che non gli era macchinato contro la Maestà del re, né contra i suoi né contr'alcuno e che si era fatto il caso più grave che non fosse».
La concorde confessione degli imputati ed il prestigio dei loro casati consigliarono al Birago di non procedere più oltre contro di loro: li lasciò in libertà, accontentandosi di avere da essi, come egli stesso dichiarò, alcune sicurtà e garanzie.
A Giov. Battista Solaro la citazione fu portata a Levaldigi il 28 novembre dal giudice di Savigliano. L'ordine era di comparire entro due giorni davanti al governatore in Saluzzo «sotto pena della vita et confiscation de' sui beni et questo per causa che concerne il servitio di S. M. Christianissima». In caso di assenza, la citazione doveva essere affissa alla porta di casa «o proximier vicino», e tenuta valida, come se fosse stata fatta personalmente.
Il Solaro era effettivamente assente da Levaldigi, quando fu portata la citazione. Con i fratelli e le Farina, dopo l'editto del Nevers, si era ritirato, come si è detto, a Villanova su terra ducale. Un amico provvide a trasmettere la citazione a Villanova. Giov. Battista, conscio della sua innocenza, avrebbe voluto recarsi immediatamente a Saluzzo per scolparsi di un'accusa altrettanto grave quanto infondata. Ma ne fu dissuaso dal fratello primogenito Niccolò, il quale, temendo che Giov. Battista potesse essere trattenuto arbitrariamente prigione, offerse di recarsi dal governatore in vece sua.
Comparso davanti al luogotenente del governatore, Niccolò arditamente lamentò «il poco rispetto di S. Ecc.a avverso dei pari nostri, quali eravamo anchora statti impiegati in servitio di S. M.; che non doveva sì a prima occasione moversi contro di me (Giov. Battista) che prima non fusse S. Ecc.a ben informatissimo del acusa a me data e della conditione e tutto». Di fronte alla sdegnosa rimostranza di Niccolò, il Birago non seppe opporre altra scusa che questa: che il documento incriminato portava la firma di propria mano di Giov. Battista. «Et volendo Sr. Ludovico dice G. B. Solaro - rimostrar ch'il fece per scarico suo, replicò al mio frattello che gli era del scritto di mia propria mano, che nol potevo io scusare (negare)».
Così finì nel nulla l'allarme che lo scritto dei cinque deputati riformati aveva suscitato nell'animo del sospettoso Birago. Ma le scritture sequestrate e che forse contenevano nomi di religionari, mostrarono al governatore che, nonostante gli editti del Nevers, i riformati del Marchesato non intendevano rinunciare all'esercizio del loro culto e che il loro numero e la loro influenza erano assai più grandi di quanto fino allora si era sospettato. Capì soprattutto che l'eresia nel Marchesato non sarebbe potuta essere debellata, finché i riformati avevano parte, spesso preponderante, nei Consigli Comunali e negli enti di pubblica assistenza od avevano dalla loro parte castellani e podestà, giudici e notai, maestri di scuola e pubblici ufficiali, i quali non solo rendevano difficile o precaria l' integra esecuzione degli editti contro i dissidenti, ma tenevano le redini della pubblica amministrazione, volgendola a loro vantaggio. Risoluto pertanto ad agire in questo senso, senza aspettare gli editti regi, prima ancora che l'anno terminasse o ai primi giorni del seguente (1568), impartì gli ordini opportuni, come si ricava dal seguente passo della lettera già citata al Parlamento di Grenoble. «Entre aultres leurs malices je descouvryz que comme quelquns de ceulx cy (cioè dei riformati) estoient au Conseil des Communes, ils ne donnaient jamais leurs voix a aultres pour les faire conseillers quils ne fussent de leurdicte religion, de manière qu'en peu de temps ils avoient faict de sorte que la plus grande partie des Conseillers estoient en quelques lieux de ladicte religion et en dautres tous selon qu'il s'en trouvait ou plus ou moings en chacun lieux. Et par ce moyen ils faisoient des collectes pour ayder aux ennemys du Roy et donnoient des advis et faisoient semblables choses touttes directement contraires au service de Sa Majesté. Pour cause de quoy je me resoluz avec l'advis du conseil de deca faire une ordonnance par manière de provvision et jusques a ce que j'en eusse advisé sadicte Majesté, que personne de la dicte religion ne peust estre d'aucun conseil desdictes communes ne avoir entrée, séance ne voix en iceulx, ne faire charges publiques sur peine aux Communes qui les y admettroient, de privation de leurs privillèges, franchises et libertés: aux conseillers et sindictz qui aussi les y admettroyent, de mil livres chacun et auxdicts huguenots des biens et de la vie. Et fut la dicte ordonnance publiée et affichée aux lieux publicz comme il appartenoit».
Abbiamo notizia dell'esecuzione dell'ordine in due dei Comuni più fittamente popolati di riformati: Dronero e Verzuolo.
A Dronero venne a fare eseguire «la provigione» del Birago, il 2 od il 3 gennaio 1568, il solito podestà Messer Agostino della Torre, il quale dopo aver proceduto alla rimozione dei riformati dal Consiglio Comunale, ricevette giuramento di fedeltà dei nuovi consiglieri cattolici e dei nuovi ufficiali e giudici del Comune [27].
A Verzuolo l'ordine fu fatto eseguire alcuni giorni più tardi, il 20 gennaio, dopoché il Birago già aveva ottenuto dal re un'apposita ordinanza in data 3 gennaio 1568, nella quale era prescritto «di non ricever né admetter da qui inanzi ne' Consigli né ad alcun ufficio et administratione delle cose publiche o private di esse Comunità, alcuna persona di qual qualità si sii della relligione pretenduta riformata et se qualcaduno di detta religione si trova haver officio et administratione ò haver qualche parte in un Consiglio sarà incontinente remosso et casso». In ottemperanza all'ordine furono dichiarati decaduti i consoli ed i consiglieri riformati, che erano nella forte proporzione di 9 su 11. Al loro posto furono eletti altrettanti cattolici [28].
Ma il provvedimento escogitato dal Birago non portò tutti i frutti sperati, perché i religionari, sebbene esclusi dai Consigli e dalle pubbliche amministrazioni, là dove rappresentavano la maggioranza o la quasi totalità della popolazione, come a Dronero, a Valgrana, a Verzuolo, ad Acceglio, continuarono praticamente a dirigere, come più istruiti ed influenti, le cose del Comune ed a volgerle a loro vantaggio, pronti a riafferrare, ad ogni aura di maggior tolleranza politica e religiosa, il posto ed il prestigio goduti nella vita pubblica del Comune.
Continuando nella via delle repressioni, il Birago, «affin de lever touttes excuses tant d'un cousté comme d'autre», fece pubblicare una seconda ordinanza, il cui tenore era il seguente: «que tous ceulx de la dicte religion eussent a se déclarer par escrit entre les mains des officiers des lieux, mandant aux sindictz et conseillers quilz eussent a deputer deux dentre eulx pour assister a la dicte declaration, lesquels sceussent et rapportassent les noms et surnoms de tous ceux de leur terre en dict conseil et y fussent enregistres» [29].
L'ordine del Birago ribadiva, sott'altra forma ed apparentemente con altro pretesto, quello del Nevers del 10 ottobre 1567, ma forse non ebbe miglior successo del precedente, perché non tutti i riformati accettarono di comparire e di dare i loro nomi davanti ai sindaci deputati dai Comuni.
La renitenza dei riformati obbligò il governatore a scrivere al re, esponendogli minutamente quanto aveva fatto di sua iniziativa per tenere a freno i riformati del Marchesato e per salvaguardare la sicurezza della persona del re e dei suoi Stati. Carlo IX non solo lodò l'operato del suo luogotenente, ma «pour plus grande corroboration» gli ordinò di pubblicare una seconda volta i medesimi ordini a nome del re, sperando così di vincere ogni resistenza dei religionari. Ma neppure con questo espediente si ottenne lo scopo desiderato. Scrive infatti il Birago: «De ceulx cy de ladicte religion y en eust aucuns qui ne se declarerent poinct, mesmement a Carmagnolles, vivans touteffois non comme catholiques mais comme huguenotz et encores pis secretement, lesquelsz ne pouvans demonstrer librement leur mauvaise intention et esmouvoir le peuple a sedition, ont cherché soubz pretexte destre deffenseurs de la liberté publicque de venir a engendrer ce mesme effect de sedition» [30].
L'esplicita lagnanza del governatore contro i dissidenti di Carmagnola aveva forse riferimento alla fiera controversia, che era sorta tra quel Consiglio Comunale ed il Vescovo di Saluzzo a proposito del predicatore [31].
Dopo la condanna inflitta o almeno minacciata contro i riformati carmagnolesi, che nell'aprile del 1567 avevano partecipato alla Santa Cena con i Valdesi in Angrogna, il Comune aveva cercato di premunirsi più gagliardamente dal pericolo dell'eresia, intensificando l'opera dei predicatori cattolici e disponendo che uno almeno di essi avesse fissa dimora nella città (21 luglio 1567). Dopo nuove deliberazioni, prese nelle sedute del 21 settembre, del 10 e 17 ottobre, il Consiglio si trovò d'accordo nell'assumere, come predicatore stabile, un tale Don Cherubino Camisotto, al quale provvide uno stipendio di 15 scudi annui, l'alloggio gratuito ed ogni altra assistenza necessaria al suo decoro ed allo svolgimento delle sue attività.
La scelta del Cherubino fu approvata dal Birago, ma non garbò al vescovo di Saluzzo Gabriele Cesano, che nutriva forti sospetti sull'ortodossia di quel sacerdote. Perciò tentò d'impedire che il Cherubino fosse assunto come predicatore in Carmagnola. Ma l'ingerenza del vescovo indispettì il Consiglio, che il 4 dicembre, attestando «la grande e buona dottrina, santa e cattolica, fondata nell' Evangelio, sacri Concilii et ordinis summi Pontificis», decise d'inviare quattro consiglieri al vescovo, per fargli presente che il Cherubino era venuto per espressa richiesta della Comunità e col beneplacito del Birago e che era «religioso dottato di ogni buon esempio, molto utille et grato a questo populo, riprendendo in ogni suoa predicha li vicii et errori dei novi Evangelisti, sostenendo contro luoro la S.ta Fede catholica romana, li sancti Concilii et ordini de' sommi pontefici». Gli eletti dovevano chiedere al vescovo che il Cherubino potesse predicare liberamente anche per tutto il tempo della quaresima successiva. Ma trovata irriducibile opposizione da parte del vescovo, il Consiglio ne informò il Birago, sollecitando il suo intervento.
Alla reazione contro il vescovo non erano forse estranei come insinuava il Birago i riformati carmagnolesi, che, dichiarati o non, continuavano a rimanere nella terra, e, «soubz pretexte d'estre deffenseurs de la liberté publicque», soffiavano nel fuoco per provocare sedizioni e tumulti.
I primi mesi del 1568 trascorsero nel Marchesato senza fatti di notevole rilievo, in attesa che cessasse la guerra, che si combatteva aspramente oltralpe fra cattolici e protestanti, e che una nuova tregua ristabilisse la concordia e la pace.
Gli ugonotti al comando del Condé, unite le loro forze con quelle del principe Casimiro di Sassonia e fatto un ampio giro per evitare l'esercito del Nevers, varcarono la Marna e la Senna, raggiunsero la Loira, e, dopo aver ricevuti nuovi rinforzi da Orléans e dal Delfinato, con un esercito di oltre 30.000 uomini, mossero all' investimento della città di Chartres, che era considerata come il granaio della capitale. L'esercito cattolico, comandato da Enrico di Valois, duca di Angiò, fratello del re, ripiegò su Parigi, pronto a difendere la Corte e la capitale. Già sembrava imminente un nuovo sanguinoso scontro fra i due eserciti contendenti, quando la regina madre, con la sua usata scaltrezza, riuscì ad imporre la pace di Lonjumeau (20 marzo 1568), detta anche la «piccola o falsa pace» per il suo effimero risultato [32].
La conclusione della pace fu seguita, a pochi giorni di distanza (23 marzo), dall'editto di Parigi, che riconfermava gli editti di pace precedenti, aboliva le restrizioni e le limitazioni successive, riabilitava Condé, il Coligny ed i loro principali aderenti come leali e fedeli sudditi del re; li ristabiliva nelle loro cariche e dignità; permetteva agli ugonotti di celebrare il loro culto in tutti i luoghi consentiti dagli editti precedenti, a patto che restituissero le piazze occupate e licenziassero le milizie straniere venute col principe Casimiro di Sassonia. Anche il re, per parte sua, prometteva di licenziare le truppe svizzere ed italiane.
Ma la pace era insincera [33], non voluta né dagli ugonotti né dai cattolici. Gli ugonotti protestarono contro il Condé, stipulatore della pace, lamentando di non avere altra garanzia che la malfida parola del re: che sarebbe stato più vantaggioso per essi continuare l'assedio di Chartres e che la tregua non era stata concessa che per schiacciarli in seguito più sicuramente. Licenziarono le truppe tedesche, ma non restituirono tutte le città prescritte. Quanto al re, egli continuò a tenere al suo servizio con vari pretesti le milizie straniere, che aveva promesso di licenziare.
La reciproca diffidenza ebbe come conseguenza che i due partiti, nonostante la tregua, continuarono ad armarsi ed a raccogliere truppe francesi o straniere, a compiere reciproci atti di violenza e di crudeltà, ora con distruzioni e profanazioni di chiese cattoliche e con uccisioni di sacerdoti cattolici, ora con arresti ed eccidi di fedeli riformati [34].
Mentre la chiesa passava decisamente alla riscossa, lanciando all'offensiva gli Ordini dei Mendicanti e dei Gesuiti ed istituendo dappertutto confraternite armate, la Corte rimaneva discorde e divisa: il re, per timore della crescente potenza dei Guisa e per gelosia verso il fratello, duca di Angiò [35], capo del partito cattolico, accarezzava i capi ugonotti e si mostrava propenso a seguire la loro politica all'interno e all'esterno; la Regina Madre, invece, ripudiando le massime tolleranti del Cancelliere L'Hopital, caduto in disgrazia, sempre più si infervorava nell'idea di una guerra a fondo contro gli ugonotti e meditava come sbarazzarsi del Condé e del Coligny. Minacce di morte erano proferite dalla Corte contro l'ammiraglio e da questo contro il cardinal di Lorena, che allora imperava alla Corte e che aveva ricevuti aiuti dal re di Spagna e dal papa per combattere gli eretici di Francia. In breve le minacce si tradussero in guerra aperta. Contro il Coligny ed il Condé, che si erano ritirati nel castello di Noyer, nella Yonne, Caterina mandò il celebre generale Tavannes, per chiudere ad essi ogni via di scampo. Ma gli ugonotti riuscirono a fuggire e ripararono alla Roccella, che fu tosto cinta d'assedio dalle truppe regie e cattoliche (agosto-settembre 1568). Mentre durava il lungo assedio, altri eserciti ugonotti tenevano validamente testa alle forze regie in Delfinato, nella Provenza, nella Linguadoca e nella Piccardia, e la regina di Navarra, Giovanna d'Albret, cercava aiuti per il partito dei protestanti presso Elisabetta d'Inghilterra e presso il Principe d' Orange.
Avendo il Condé, dalla fortezza della Roccella, fatto un manifesto che minacciava rappresaglie contro la Corte, se essa avesse oppresso i suoi correligionari nel regno, Caterina rispose il 28 settembre con un editto di estrema violenza contro i riformati, volendo dice il Davila [36] confermare la sua fedeltà alla parte cattolica ed appagare le sollecitazioni del pontefice. Nell'editto, accusando gli ugonotti di sedizioni e di tumulti e di cercare aiuti stranieri contro la sicurezza del re e dello Stato, revocava tutte le concessioni fatte agli ugonotti con gli editti precedenti e con la pace recente, vietava in tutti i luoghi del regno l'esercizio pubblico del culto riformato, bandiva ministri e predicanti da tutte le terre del regno entro 15 giorni, pena la vita, e, sotto la stessa pena, proibiva a chiunque di vivere in avvenire fuori dei riti cattolici o di accedere a cariche e ad uffici, senza aver fatto prima professione di fede cattolica e aver dimostrato di vivere cattolicamente.
Nell'autunno il duca d'Angiò, generalissimo delle forze regie, si spostò nel Poitou per congiungersi con le truppe del duca di Montpensier, ed il Condé e il Coligny si ritirarono nella Borgogna per potere più facilmente congiungersi con gli aiuti promessi dal principe d'Orange e dal duca Dei Due Ponti. Parecchie città furono prese, perse e riprese dai contendenti: ma il sopraggiungere della cattiva stagione intralciò le operazioni militari e decise i due eserciti a rinviare la partita alla primavera seguente (1569). Così l'anno 1568 terminò senza vincitori né vinti, sebbene la regina rinfocolasse gli odi reciproci per conseguire le sue mire recondite.
Nonostante le ostilità rinate in tutta la Francia e nel vicino Delfinato, la situazione religiosa nel Saluzzese, nella seconda metà dell'anno 1568, poté mantenersi relativamente tranquilla, senza dar luogo a fatti di notevole rilievo.
La terra, che anche in quest'anno apparve più irrequieta, fu Carmagnola. Il predicatore, che già sulla fine dell'anno precedente (1567) era stato causa di controversia fra il Comune ed il vescovo di Saluzzo, continuò, anche nel seguente, ad essere motivo di forti dissensi in seno al Consiglio ed al popolo di Carmagnola [37].
Sembra che le spese sostenute per il predicatore non garbassero a tutti gli abitanti e fossero ritenute eccessive per l'esiguità del bilancio comunale: di qui proteste e recriminazioni contro il Consiglio. Questo, in una prima seduta (10 aprile 1567), respingendo le lagnanze, decideva di mantenere il predicatore quanto più a lungo fosse possibile: ma di fronte a nuove proteste, alcuni giorni dopo (20 aprile), volendo in qualche modo sedare il malcontento del popolo ed alleviare le gravezze, stabiliva di far concorrere nella spesa anche gli ecclesiastici col pretesto che l'opera del predicatore interessava direttamente il prestigio e la conservazione della fede cattolica nella città.
Ma neppure con questo provvedimento si poterono mettere a tacere le lagnanze di una parte del popolo. Infatti, nella seduta del 2 giugno, nuove voci si alzarono per lamentare che lo stipendio del predicatore era eccessivamente lauto ed esorbitante per le finanze del Comune. Ma il Consiglio nella sua maggioranza tenne duro e volle che fosse mantenuto intatto lo stipendio pattuito.
In questo malcontento popolare avevano buon gioco i riformati di Carmagnola, i quali, agitando motivi economici e sgravi di spese, trovavano facili aderenti nella massa del popolo e nel seno stesso del Consiglio, per intralciare l'opera del predicatore, che sapevano volta contro di loro.
Nonostante la fermezza del Consiglio, sembra tuttavia che l'opera del predicatore sia stata sospesa per qualche tempo. In novembre, infatti, i documenti ci dicono che il P. Cherubino fu «fatto ritornare» per finire l'anno della sua predicazione, e che gli fu restituito l'alloggio e conservato lo stipendio precedentemente pattuito.
Nello stesso anno 1568 il Comune di Carmagnola ebbe a sostenere una fiera disputa anche con i canonici della Collegiata [38]. La controversia non interessa direttamente la storia della Riforma, ma, mostrando le poco floride condizioni morali del clero carmagnolese, spiega come la Riforma, nonostante gli editti repressivi, potesse trovare parecchie cause favorevoli per espandersi nella città.
Nel novembre del 1567 il duca di Nevers aveva fatto sequestrare i 180 ducati, che erano dovuti al Capitolo ed ai Canonici della Collegiata sulle decime annuali, pagabili alla festa di S. Martino, adducendo, come pretesto, che i canonici «non si governavano né meno facevano e celebravano l'offici divini come comandano gl'ordini regi».
I canonici però non si piegarono: accusarono il Consiglio di essere stato la causa principale del sequestro e cercarono di creare imbarazzi al Comune, intentando liti, seminando discordie e novità nel popolo. La controversia si protrasse per buona parte dell'anno 1568. Alla fine il Consiglio, desideroso di porre termine alla lunga ed incresciosa divergenza, decise di appellarsi al governatore e per mezzo di lui al re stesso, affinché ordinasse al Parlamento di Grenoble, e ad ogni altro ufficiale regio interessato, di non intromettersi nella lite e dichiarasse di autorità sovrana «nulli e cassi» tutti gli atti, che i canonici già avessero fatto o intendessero fare a scapito del Comune.
Può avere interesse per la storia della Riforma in quest'anno anche il processo che fu fatto nel mese di aprile (13-14 aprile 1568), in Ventimiglia, contro l'eretico Bernardo Castagna, nativo di Tenda [39]. Comparso davanti al vescovo, confessò di essere stato tratto alle nuove dottrine cinque anni prima per mezzo della predicazione del ministro Francesco Galatea, di aver letto molte opere di riformatori italiani e stranieri e di averle poi trasmesse per buona parte ad un suo amico, Giov. Antonio Ussolo, che risiedeva a Dronero, nel Marchesato di Saluzzo. Alla domanda quali fossero i libri letti e trasmessi, aveva dichiarato che essi erano: l'Antico ed il Nuovo Testamento tradotti in volgare, i Salmi di Davide nelle versioni di Clément Marot e di Teodoro di Beza, varie opere di Calvino, di Vireto, di Vermigli e di altri, delle quali però non ricordava il titolo. La testimonianza del Castagna è importante: mostra come i libri dei riformatori circolassero abbondanti anche al di qua delle Alpi, malgrado la stretta sorveglianza del S. Offizio e degli ufficiali ducali, e potessero nascostamente essere scambiati tra i riformati delle terre più lontane.
Nel luglio del 1568 moriva il vescovo di Saluzzo, Gabriele Cesano, che governava la diocesi dal 1557 e che in più occasioni aveva usato efficacemente della sua autorità per risanare i mali, che affliggevano la chiesa saluzzese e per frenare i rapidi progressi della Riforma [40].
La nomina del successore, dovendo essere eseguita secondo il decreto degli Stati Generali radunatisi ad Orléans nel 1560 e conformemente agli usi della Chiesa Gallicana vigenti in Francia [41], richiese assai tempo e non fu decisa, se non dopo molti contrasti tra l'autorità regia e la Sede pontificia, che il 3 dicembre (1568) con deliberazione arbitraria di Papa Pio V. Il nuovo eletto fu Monsignor Giovanni Maria Tapparelli dei Signori di Lagnasco. Apparteneva all' Ordine dei Predicatori ed era stato priore dei conventi di Brescia e di Ferrara, di Santa Maria del Castello a Genova e di S. Giovanni a Saluzzo. Godeva fama di dotto teologo e di uomo caritatevole. Prese possesso effettivo della diocesi solo nella primavera dell'anno seguente (1569).
Sulla fine del 1568 emigrava in Svizzera, fuggendo le guerre e le violenze delle truppe cattoliche di Linguadoca e di Provenza, la famiglia di Giacomo Saluzzo, signore di Cardé, il quale combatteva oltralpe nelle file ugonotte e si era segnalato per il suo valore nel rompere il blocco della città di Romans, investita dai cattolici. La morte di suo cognato Renato di Tenda, caduto (3 luglio 1568) in un' imboscata [42] tesagli forse con la connivenza del fratello Onorato, duca di Sommariva e conte di Tenda, che militava nelle file cattoliche, persuase Giacomo di Cardé ad allontanare la propria famiglia dal teatro cruento della guerra. Non potendo soggiornare a Cardé a causa del bando del duca di Savoia, decise di ritirarsi a Losanna, dove giunse con la famiglia sulla fine dell'anno 1568. Nei registri, infatti, dei rifugiati, alla data del 23 dic. 1568 troviamo questa annotazione «Monsieur de Cardé, homme de grande maison et Madame sa femme, fille du comte de Tende, avec train de gentilshommes et demoiselles, s'estant icy retiré a cause des pays envahis par les papistes du Pays de Provence et Languedoc». Il soggiorno del conte a Losanna fu però di breve durata. Assestata la propria famiglia, Giacomo ritornò tosto in Francia a riprendere il suo posto di combattimento nelle file ugonotte. Ma nell'assalto di una fortezza della Borgogna, combattendo sotto il comando del Duca dei Due Ponti contro le truppe del duca d'Aumale, fu ferito così gravemente che ne morì [43]. Si sarebbe fatto scempio del suo cadavere, se Ruggero di St. Lary, signore di Bellegarde, che militava nelle file cattoliche e che era nipote del fu maresciallo di Thermes, non lo avesse sottratto alla rabbia dei suoi nemici, per amore della zia Margherita, vedova del maresciallo e sorella di Giacomo di Cardé. Anna come già abbiamo ricordato [44] sposò in seconde nozze (1568) Antonio di Clermont, sig. di Revel, e dopo la morte di lui, perito nel massacro della San Bartolomeo, il cugino suo, Giorgio di Clermont. Non aveva allora che trentadue anni! Passò il resto della sua vita oltralpe, dividendo la dimora tra la Svizzera e la Savoia, assistita dalla madre Francesca di Foix, vedova di Claudio di Savoia, conte di Tenda, ed usufruendo di pensioni e di redditi concessi a lei ed alla madre dal duca E. Filiberto sopra i baliaggi di Chablay, Gex e Ternier, presso Ginevra. Chiuse la sua travagliata esistenza verso la fine del secolo.
Nei primi mesi del 1569 si chiudeva una lunga disputa, che il Birago aveva dovuto sostenere con il Consiglio di Carmagnola e con il Parlamento di Grenoble [45]: controversia, nella quale pare che avessero parte rilevante gli uomini della nuova religione, che già negli anni precedenti erano stati incolpati di seminare discordie e sedizioni nella città.
Il Nevers nel novembre del 1567 aveva nominato podestà di Carmagnola un gentiluomo suo favorito, dottore in legge, chiamato Boursier. Avendo costui adempiuto il suo ufficio con zelo ed equità e riscosso l'approvazione di tutto il popolo, il Nevers, nel novembre dell'anno successivo (1568), scrisse al governatore Birago, esprimendogli desiderio che il Boursier fosse riconfermato come podestà per l'anno successivo. Il governatore trasmise l'invito del Nevers ai sindaci e consiglieri di Carmagnola, esortandoli ad appagare il desiderio del luogotenente generale del re. Ne ebbe come risposta che essi erano stati pienamente soddisfatti dell'operato del Boursier e che non avrebbero avuto difficoltà a confermarlo nell'incarico, ma che temevano che ciò potesse riuscire di grave pregiudizio alle loro franchigie ed apparire di fronte al popolo come un illecito intervento del duca.
Del malcontento avrebbero subito approfittato a detta del Birago · quelli della nuova religione, specialmente coloro, che non si erano dichiarati, e che erano peggiori di tutti gli altri. Atteggiandosi a capi e difensori delle libertà cittadine, essi eccitarono il popolo, protestando che la continuazione della carica intaccava l'integrità delle franchigie vigenti e che perciò non doveva a nessun conto essere consentita. Sicché il popolo «qui est une beste à plusieurs testes désirant nouveautés», fece anch'esso opposizione, nonostante che le lettere del governatore contenessero tutte le clausole e le garanzie necessarie e che il vicesenescallo, espressamente mandato per assistere al loro Consiglio generale, dimostrasse, con gli Statuti alla mano, che la richiesta del Nevers non apportava nessun pregiudizio alle libertà e franchigie cittadine.
Per risolvere la questione, il Consiglio di Carmagnola mandò a chiedere al Birago il permesso di radunarsi in assemblea ordinaria sotto l'assistenza di un suo rappresentante. Il governatore, volendo compiacere il Consiglio, non solo concesse il permesso richiesto, ma designò, come suo deputato, la persona stessa, che il Consiglio aveva indicato. Allora quelli della religione e gli altri sediziosi, prevedendo che, se la cosa fosse stata discussa in un'adunanza ordinaria del Consiglio, il Boursier sarebbe stato sicuramente riconfermato nella carica, tanto fecero che, invece del Consiglio ordinario, dal quale essi erano esclusi in virtù dell'editto regio del 3 gennaio 1568, fu tenuta un'assemblea generale «per capita domorum», pur sapendo che essa non si poteva tenere nelle città di presidio senza espressa licenza dei superiori. In quest'assemblea dei capi di casa i sediziosi, non solo si opposero alla riconferma del Boursier nella carica e dissero «plusieurs propoz impertinents et séditieux», ma ebbero l'ardire d'introdurre nell'adunanza i dissidenti religiosi, di dar loro libertà di parola e diritto di voto contro l'espressa volontà del re.
Citati a comparire davanti al Birago per rendere conto della loro condotta, i sediziosi cattolici si schermirono, adducendo scuse frivole ed impertinenti. Dopo averli vincolati a comparire davanti al suo tribunale ad ogni richiesta e a dare malleveria gli uni per gli altri, il governatore li rinviò alle loro case.
Analoga citazione fece anche a quelli della nuova religione, minacciando ad essi la confisca dei beni ed altre pene corporali, se non avessero ubbidito all'ordine. Ma i riformati, lungi dal comparire, con manifesto disprezzo dell'autorità del Birago, preferirono inviare due dei loro a Grenoble per presentare alla Corte di quel Parlamento una fiera protesta contro il governatore.
Tanta insolenza indusse il Birago ad aprire un processo in contumacia contro i due provocatori, osservando tuttavia a quanto egli dice «tous les termes convenables en pareil cas» e minacciando d'informare della cosa il re stesso, perché provvedesse a porre un freno all' insolenza degli ugonotti, sprezzatori pubblici dei suoi editti.
Ma, prima di ricorrere al re, il governatore volle giustificare la sua condotta e smascherare la mala fede dei suoi avversari, indirizzando al presidente e procuratore del Parlamento, De Portis, un ampio Memoriale in data 19 febbraio 1569. In esso narrava minutamente i fatti come si erano svolti e si rammaricava che quella Corte di Parlamento, per non essere bene informata, non avesse proceduto all'arresto dei due petulanti ugonotti e non li avesse rimandati incatenati da lui al di qua delle Alpi, affinché fossero esemplarmente puniti e servissero di avvertimento salutare agli altri.
Nel post-scriptum avvertiva di aver saputo che in qualche terra del Marchesato vi era un ministro ugonotto, che predicava pubblicamente nonostante i divieti fatti: ma si augurava di poterlo cogliere in fallo, prima che quattro giorni fossero trascorsi, per dare anche a lui un castigo esemplare, e di mandarlo a tenere compagnia all'altro, che da più di un anno era detenuto nel castello di Saluzzo.
È forse in quest'occasione che fu arrestato il ministro Francesco Solfo, che il Gilles dice incarcerato contemporaneamente al Truchi.
Abbiamo esposto i fatti di Carmagnola secondo la versione data dal Birago. Ma era essa in ogni sua parte esatta e veritiera? Non pare, se la confrontiamo con la deposizione fatta dai due ugonotti davanti al Parlamento di Grenoble: deposizione, che è contenuta nella lettera inviata il 13 febbraio (1569) dal Parlamento di Grenoble al governatore 46 e pertanto incrociatasi con quella del Birago al Procuratore De Portis.
Dalla deposizione appare che i due religionari di Carmagnola, presentatisi davanti alla Corte del Parlamento, lamentarono di essere stati citati a comparire personalmente alla presenza del governatore [46] sotto minaccia della confisca dei beni e della vita per il semplice fatto di essere intervenuti in qualche assemblea indetta legalmente dalla Comunità di Carmagnola, con la partecipazione del giudice del luogo o del più vecchio avvocato: assemblee, nelle quali si era deliberato di ricorrere presso il Parlamento per il fatto che il governatore Birago, abusando della sua autorità, aveva eletto come podestà della città una persona diversa dalle tre comprese nella rosa, violando in tal modo i privilegi e le franchigie goduti da data antichissima. Altre lagnanze furono mosse contro il comandante di Carmagnola, il Sr. Michel de St. Germain, accusato di aver vietato agli abitanti di tenere il Consiglio generale dei capi di casa, di aver minacciata la pena di 500 scudi a chiunque vi intervenisse e di aver voluto «empescher ou intimider de recourir à justice», cioè al Parlamento di Grenoble.
Il Parlamento ascoltò attentamente le gravi lagnanze dei due riformati; ma, per spirito di equità e per riguardo all'autorità del Birago [47], non volle prendere nessuna decisione prima di essere meglio informato e di aver udite le discolpe della parte sotto accusa. Tenne presso di sé, come mallevadore, uno dei due postulanti e rinviò l'altro a Carmagnola, perché potesse raccogliere le scritture e le testimonianze valide a sostenere l'accusa; in pari tempo (13 febb.) informò il Birago delle lagnanze che erano state mosse contro di lui e contro il St. Germain, affinché potesse controbatterle e dimostrarne la falsità, assicurandolo che, se ci fosse da fare «aucune chose pour la conservation de vostre auctorité ou dignité, nous en ferons daussi bon coeur que pour Seigneur qui peust tenir le lieu que vous tenez».
Il Birago si affrettò a giustificarsi delle gravi accuse mossegli [48], dichiarando «que ce que vous ont donné à entendre ceux de la dicte ville de Carmagnole, lesquelz sont declarez de la religion et personnes turbulentes et séditieuses, sont faulses et supposées». E dopo aver precisato che «le faict du dict juge (cioè del podestà imposto alla città di Carmagnola) est chose particulière de Monsieur le duc de Nevers et non mienne», sfidava chiunque a dimostrare di essere stato impedito da lui di far udire le proprie ragioni, dovunque volesse, e dichiarava di essere pronto a render conto della sua giustizia in ogni tempo e davanti a chiunque, anche davanti al re stesso. Riguardo poi all'accusa mossa al comandante di Carmagnola, il governatore si giustificava, asserendo che tale divieto non era stato ordinato da lui e che non poteva credere nemmeno che fosse stato impartito dal comandante di propria iniziativa, perché né a lui né al comandante importava che si facesse ricorso contro di loro a Grenoble, ma piuttosto che non si facessero «unyon et assembleé generale sans (mon) espresse et particulierre permission, estants les congrégations inhibées et deffendues mesmes les generales per capita domorum pour estre chose grandement pernicieuse en tous lieux, mesmement en ceulx de preside et limitrophes». Affinché poi il Parlamento fosse meglio edotto della verità dei fatti, gli trasmetteva acclusa la copia della lettera inviata dieci giorni prima al Procuratore De Portis. Concludeva la sua autodifesa, esortando la Corte di Giustizia a punire esemplarmente i due sediziosi, e dichiarava che, per parte sua, avrebbe portato a termine il processo aperto contro i due riformati per aver disubbidito all'atto di citazione. «Je m'efforce de gouverner cest estat de sa Majesté dedeca comme il est besoing, affin que les sediieux ny ses ennemys nayent lieu de recalcitrer, mais se rendent obeissants pour observer ses ordonnances et celles que je fais pour le bien du service de son estat dedeca: aultrement quilz soient pugnis et chastiez comme j'espere que seront ceulx cy, puis qu'ils les mesprisent selon le bon commencement que je y ay ja faict donner par justice, le quel je feray suivre jusques a la fin a ce que eulx et leurs semblables apprennent a obeyr et comparoistre quand ilz seront demandés pour le service de sa dicte Majeste sans leurs permettre que soubz pretextes faulx ilz fuyent de faire ce a quoy ilz sont obligés».
Il Birago stava per sigillare la lettera, quando gli giungeva uno scritto del comandante di Carmagnola in risposta agli schiarimenti, che gli erano stati chiesti in merito ai fatti incresciosi.
Nel suo memoriale il St. Michel confessava esplicitamente che il divieto attribuitogli era vero, ma ne recava numerose giustificazioni.
Egli era stato avvertito che nel primo Consiglio «per capita domorum», tenuto contro l'ordine del Birago, anche gli ugonotti avevano votato «unis et accordés» con gli altri sediziosi e che gli animi ed i pareri erano stati così accesi e discordanti, specialmente riguardo alla proposta di ricorrere a Grenoble, che si erano udite parole come queste «qu'il fallait faire les armes de Racconis qui ont pour devise ce mot: tout net' et d'aultres qu'il fallait mettre en oeuvre les faulsetz pour coupper des fagots', qui est en somme tout autant que de dire qu'il fallait prendre les armes et tailler en pièces ceulx qui leurs contredisoient».
Turbato da questi pericolosi dissensi, il comandante, saputo che gli uomini di Carmagnola volevano tenere un secondo consiglio generale dei capi di casa, temette che le animosità degenerassero in fatti di sangue, ed inviò la sua insegna ad ordinare, sotto pena di 500 scudi, che non si tenesse nessuna assemblea e che non si decidesse alcun ricorso a Grenoble, prima che il Birago ne fosse informato e avesse dato il suo regolare permesso. Seguendo le consuetudini vigenti, l' insegna, fatta l' intimazione, ne chiese testimoniali al segretario del Consiglio e ad alcuni altri presenti, ma tutti rifiutarono. Solo dopo molte preghiere acconsenti a ricevere l'ordine il «< greffier» o scrivano del prevosto di giustizia, che era anche notaio regio. I sediziosi non si curarono sul momento di prendere copia dell'ordine: ma a notte inoltrata, avendo deciso di ricorrere al Parlamento e volendo accludere al ricorso l'atto giustificativo di esso, chiesero copia dell' intimazione ricevuta all'insegna del comandante, che li rimandò al chiavario del Prevosto di giustizia, nelle cui mani era stato rimesso.
Commentando questa ostinata disubbidienza dei Carmagnolesi, il Birago così concludeva:
«Si a present ces seditieux qui sont uny esnsemble et ne tendent tous qu'a chemin de troubler cest estat, comme il s'est faict ailleur, combien que j'espere en dieu les tenir si hault en bride et les chastier de facon quilz apprendront a obeir et observer les ordonnances du Roy, se sont faictz examiner eulx mesmes pour tesmoings et ont dict par aventure aultrement de la verité comme il se peut facillement croire, puis qu'ilz ne surent lever lacte de celluy qui lavoit receu, a l'heure et a l'instant que le dict commandement leur fut faict may s'en allerent sur le soir bien tard trouver le dict enseigne, a ce qu'il leur dist derechef les precises parolles qu'il avoit dictes faisant le dict commandement, lequel les renvoya au notaire qui avoit receu le dict acte, auquel ilz nallerent pas comme il se peut veoire, cela ne faict poinct que le faict ne soit tel que je le vous escris comme je suis certain que les Sindictz et aultres gens de bien du Conseil ne fauldront de dire et que le tout ne soit faict avec raison, avec tresjuste cause et plus que necessaire».
Non sappiamo quale sia stata la sorte dei due riformati ricorrenti, né quale esito abbia avuto questa fiera controversia tra il Birago ed il Consiglio di Carmagnola. Sappiamo tuttavia che ci fu un tentativo di rappresaglia contro i religionari della città da parte del governatore.
Col pretesto che si stessero tramando disordini e tumulti più gravi, alcuni giorni dopo il Birago avvertiva il Consiglio che era sua intenzione mandare una compagnia di 120 uomini ad alloggiare in Carmagnola nelle case e sui beni di quelli della nuova religione «et di quelli che praticano insieme». L'avviso fu letto in pieno Consiglio nella seduta del 26 febbraio (1569) [49]. Il Consiglio, che pochi anni prima aveva pregato il governatore, affinché allontanasse dalla città i riformati ed i loro dommatizzatori, si mostrò in quest'occasione unanimemente concorde nella loro protezione. Fu deciso che il comandante Michel de St. Germain si recasse immediatamente dal Birago per far sospendere il provvedimento inviso alla popolazione, e, non potendo impedire l'alloggiamento della Compagnia, ottenesse almeno dal governatore «che si contenti che sia alloggiata in tutte le case come è il solito di alloggiare soldati». Deputò inoltre tre sindaci per accompagnare il comandante nella sua missione a Pinerolo, dove allora risiedeva il governatore, come luogotenente del duca di Nevers.
È probabile che, con qualche formale assicurazione da parte del Consiglio, il flagello dell'alloggiamento poté essere evitato.
La politica ibrida delle autorità carmagnolesi continuò anche negli anni seguenti, rivelando, la sorda animosità, che covava contro il clero cattolico. Ne diede occasione la nuova nomina del predicatore [50]. Valendosi delle lettere regie, che ordinavano al clero di concorrere ai carichi del Comune, i Consiglieri invitarono gli ecclesiastici a provvedere alla città un predicatore, che fosse «famoso e sufficiente», decisi a fare appello al governatore, se il clero facesse opposizione. Nello stesso tempo stabilirono che la prima prebenda, che si rendesse vacante, dovesse essere assegnata per concorso al teologo più insigne e più dotto, affinché prestasse la sua opera a confutare e dissipare i dubbi e gli errori, che si diffondevano fra il popolo. Mai canonici dice il Menocchio [51] che avrebbero dovuto essere i primi a favorire l'iniziativa del Comune, crearono delle difficoltà e mantennero viva la lite per lungo tempo.
C'era in quegli anni nella condotta religiosa della città di Carmagnola uno spiccato spirito frondista, alimentato, internamente e di nascosto, dalla dissidenza religiosa, ed ammantato, all'esterno, di manifesti segni di fede e di pietà cattolica.
Con il ritorno della buona stagione gli eserciti ugonotto e cattolico ripresero con nuovo ardore le loro ostilità [52]. Nella primavera del 1569 i contendenti si trovarono schierati sulle rive della Charente. Lo scontro avvenne a Jarnac (13 marzo 1569) e segnò una grave sconfitta per l'esercito ugonotto. Il Principe di Condé fu sbalzato da cavallo nella furia della mischia ed ucciso: il Coligny riuscì a stento a fuggire. I vincitori fecero scempio crudele di tutti i nemici caduti nelle loro mani.
Il partito ugonotto, per la giovinezza e l'inesperienza del figlio del Condé e di Enrico di Navarra, si trovò in una situazione quasi disperata. Ma il Coligny riuscì con grande prontezza a riparare il grave rovescio, levando truppe in Francia e cercando aiuti presso i principi tedeschi. In soccorso degli ugonotti venne Volfango di Baviera, più noto sotto il nome di «< Duca dei Due Ponti». Il duca morì alla vigilia della congiunzione con le milizie ugonotte (11 giugno 1569); ma queste, rinforzate dalle soldatesche tedesche, poterono affrontare con successo le forze cattoliche nella battaglia di Roche-Abeille (25 giugno 1569), dove i protestanti vendicarono i massacri subiti a Jarnac con altrettanti eccidi di prigionieri cattolici.
La vittoria diede nuovo ardire al partito ugonotto. Il Coligny, dopo aver occupato alcune città, venne a porre assedio alla città di Poitiers, dove si erano ritirati il duca di Guisa ed il marchese di Mayenna, e, già si ventilava una discesa del Coligny anche in Italia, quando il duca d'Angiò, accorso in aiuto del Guisa, costrinse l'ammiraglio ugonotto a levare l'assedio di Poitiers e ad accettare battaglia, in condizioni sfavorevoli, a Montcontour (3 ottobre 1569), dove le forze ugonotte subirono una grave sconfitta e con la sconfitta nuovi inevitabili eccidi.
Questa fase della guerra, che non risparmiò le finitime province francesi del Delfinato e della Provenza, ebbe qualche ripercussione anche al di qua delle Alpi, sia per le intemperanze del Parlamento di Grenoble e per l'afflusso di numerosi profughi, che abbandonavano le case distrutte ed i campi devastati, sia per la guerra, che si propagò nell'alta valle della Dora Riparia, attorno al forte di Exilles, e si risolse a favore dei cattolici, comandati dal capitano La Casette. Nel Marchesato di Saluzzo, come nelle contigue valli abitate dai Valdesi, non ci furono che timori ed allarmi, senza fatti cruenti di guerra.
Fatto importante, che avrà più tardi complesse e gravi conseguenze per il Marchesato, fu in quest'anno la venuta al di qua delle Alpi di Roggero di St. Lary, sig.r di Bellegarde [53].
Nel mese di maggio il Sr. di St. Germain lasciava il comando della piazza di Carmagnola e gli succedeva il Bellegarde, che ne prese possesso nel giugno [54]. Il Bellegarde era nipote del maresciallo di Thermes, che come abbiamo a suo tempo veduto era stato luogotenente generale del re al di qua delle Alpi dal 1556 al 1558 e che con la sua tolleranza o segreta adesione alla Riforma, confermata dal matrimonio con una fervente riformata, Margherita Saluzzo dei signori di Cardé, aveva efficacemente contribuito alla rapida espansione del moto riformato in buona parte del Piemonte. Ruggero aveva fatte le sue prime campagne militari in Piemonte al tempo dello zio, distinguendosi fin d'allora per il suo valore non meno che per la sua ambizione; passato poi in Francia, aveva avuto speciali favori dalla corte, combattendo nelle schiere regie e nel partito cattolico. Ma aveva saputo far prevalere i suoi vincoli di parentela sugli odi religiosi, sottraendo agli insulti dei nemici Giacomo di Saluzzo, fratello di Margherita, sua zia, quando egli era caduto mortalmente ferito nella guerra di Borgogna (1569).
Invaghito della giovane zia, rimasta vedova del Thermes, (1562) e, forse più ancora, dei suoi beni il Bellegarde desiderò averla in moglie, sebbene sapesse che essa era una fervente ugonotta e che faceva aperta professione della sua fede. Ma, dati i vincoli di parentela e la diversità della religione, si dovette chiedere a Roma la regolare dispensa.
Il fatto era venuto alle orecchie del Lauro 55, vescovo di Mondovì e Nunzio papale a Torino, fin dall'anno precedente. Il Lauro sospettò che, con la lusinga delle nozze, la nobile dama mirasse a «trarlo alla sua setta, mostrandogli che per questa via si potrà fare il matrimonio senza difficultà veruna», e temette che nella questione religiosa, data la poca saldezza della fede cattolica del Bellegarde e la sua estrema ambizione, si dovesse «più presto temere che ella lo pervertisse, che sperare la conversione di lei per mezzo di lui». Perciò si affrettò a darne avviso al Cardinale Alessandrino (25 maggio), ammonendolo che «sarebbe necessario che questa pratica si rompesse a fatto con l'autorità del Re et massime ch'essendo il Bellegarde buon soldato et governatore di Carmagnola, verria con tal matrimonio ad apportar in queste bande non picciolo danno alla religione et per conseguenza al servizio di quella Maestà...».
Per le difficoltà opposte dalla Corte papale o per altre ragioni a noi ignote, il matrimonio fu procrastinato di qualche anno: ma è da credere che fin d'allora la fede ardente della marescialla di Thermes non sia stata senza influsso sull'animo del Bellegarde, ispirandogli quegli atti di tolleranza o di condiscendenza verso la Riforma, che, sebbene mascherati o contraddetti da manifestazioni di fede cattolica, negli anni successivi gli procurarono non solo il sospetto e l'accusa di fautore dell'eresia, ma l'amicizia e l'aiuto dei capi ugonotti del regno.
Mentre a Carmagnola, sotto il governo del Bellegarde, iniziava un periodo di maggiore tolleranza nei riguardi dei riformati, le nuove dottrine continuavano ad affermarsi con successo in più parti del Marchesato ed a Saluzzo stessa, sede del governo. Qui era focolare indisturbato di eresia l' «osteria del Selvaggio», posta ai piedi stessi del castello, residenza abituale del Birago. Lo scandalo fu segnalato al Nunzio torinese [56], che, dopo averne scritto senza frutto al vescovo di Saluzzo, pensò di rivolgersi direttamente a Roma per provocare gli opportuni rimedi dal re di Francia.
Nella lettera del Lauro al cardinale Alessandrino (8 giugno 1569) leggiamo questi particolari: «.... essendo stato questi giorni a dietro avvertito che in Saluzzo nel' hosteria del Selvaggio appresso il Castello, la hostessa vedova con li figliuoli, tutti ugonotti publici, tengono sopra le tavole in palese et fanno leggere libri heretici, et in particolare l' 'Anatomia della messa', stampata in varie lingue di maniera che le traduttioni rispondono l'una all'altra; et che è peggio, per allettare gli huomini al alloggiamento et ala corrotione, trattano sì bene et a buon mercato li loro ospiti, che havendo un gran concorso, son cagione di gravissimo male, Io non ho mancato di avvertirne Mons. il Vescovo di Saluzzo, il quale, come che habbia In verità il vescovo Tapparelli non aveva bisogno di esortazioni per agire a difesa della fede cattolica e a danno dell'eresia [58].
Appena preso possesso della diocesi, nel marzo del 1569, per prima cosa egli ordinò che fossero pubblicati ed osservati scrupolosamente i Decreti del Concilio di Trento per quanto concerneva la celebrazione dei divini uffici nella cattedrale e nella Collegiata, e trovò i canonici pronti all'obbedienza. Nel maggio poi intraprese la visita della Diocesi, per rendersi personalmente conto dello stato delle parrocchie e per provvedere alle loro più urgenti necessità materiali e morali. Dappertutto fu ricevuto con grande rispetto e devozione ed in più luoghi da drappelli armati e al suono dei tamburi. Gli furono compagni nella visita ora l'Inquisitore P. Domenico da Vigone, ora l'Arcidiacono Michel-Antonio Vacca. Nel maggio visitò Revello e Martiniana, in giugno La Manta, Verzuolo, S.Antonio, Dronero, Montemale, Valgrana, Monterosso, Pradleves e Costigliole; nel luglio le parrocchie di Val Paesana; in agosto quelle della valle della Varaita, da Piasco fino a San Peyre: di qui passò nella valle della Macra Superiore, scendendo poi a S. Damiano, Pagliero, Cartignano, Villar S. Costanzo [59]. Ripreso il giro, in settembre visitò le chiese delle Langhe, in ottobre quelle di Castellar, Brondello e Carmagnola, e in novembre quelle dipendenti dal distretto di Carmagnola (Baldissero, Valfenera, Isolabella, Ternavasio).
Gli atti della visita, che, secondo la loro natura, avrebbero potuto offrirci un abbondante e prezioso materiale per stabilire l'intensità e l'ardore di proselitismo della Riforma nel Marchesato, non hanno purtroppo, a questo riguardo, che scarsa importanza, sia perché mancano gli atti di visita di parecchie parrocchie, che sappiamo più fittamente popolate di religionari, sia perché gli altri, se lamentano qua e là il cattivo stato delle chiese e degli altari, lo squallore dei paramenti sacri o l'insufficienza intellettuale o morale di alcuni curati, nonottimo zelo, mi risponde per l'acclusa, havere difficultà di rimediarci. Saria per tanto necessario che ad istanza di Nostro Signore il Re mandasse qualche buon ordine in quello stato, il quale per la vicinanza et commerzio non pure si accresce qui l'infetione, ma la viene a communicare a l'altre provintie vicine; et hora la Maestà Sua non doveria più havere li rispetti, che altre volte usava verso queste persone pestilenti et seditiose».Attestano i continui progressi della Riforma nel Marchesato anche le denunzie emerse nel giugno durante il processo per eresia intentato contro un tale Giacomo Maria Ambosia (detto anche d'Amboix), il quale nell'atto dell'abiura rivelò i nomi di parecchi eretici, con i quali aveva avuto dimestichezza [57]. Di questi alcuni appartenevano alle terre del Marchesato: erano forse di quelli, che bazzicavano in Saluzzo nell'osteria del Selvaggio. Il Nunzio si affrettò a trasmettere al vescovo di Saluzzo i nomi degli indiziati, invitandolo a prendere pronti provvedimenti.
In verità il vescovo Tapparelli non aveva bisogno di esortazioni per agire a difesa della fede cattolica e a danno dell'eresia [58].
Appena preso possesso della diocesi, nel marzo del 1569, per prima cosa egli ordinò che fossero pubblicati ed osservati scrupolosamente i Decreti del Concilio di Trento per quanto concerneva la celebrazione dei divini uffici nella cattedrale e nella Collegiata, e trovò i canonici pronti all'obbedienza. Nel maggio poi intraprese la visita della Diocesi, per rendersi personalmente conto dello stato delle parrocchie e per provvedere alle loro più urgenti necessità materiali e morali. Dappertutto fu ricevuto con grande rispetto e devozione ed in più luoghi da drappelli armati e al suono dei tamburi. Gli furono compagni nella visita ora l'Inquisitore P. Domenico da Vigone, ora l'Arcidiacono Michel-Antonio Vacca. Nel maggio visitò Revello e Martiniana, in giugno La Manta, Verzuolo, S.Antonio, Dronero, Montemale, Valgrana, Monterosso, Pradleves e Costigliole; nel luglio le parrocchie di Val Paesana; in agosto quelle della valle della Varaita, da Piasco fino a San Peyre: di qui passò nella valle della Macra Superiore, scendendo poi a S. Damiano, Pagliero, Cartignano, Villar S. Costanzo [59]. Ripreso il giro, in settembre visitò le chiese delle Langhe, in ottobre quelle di Castellar, Brondello e Carmagnola, e in novembre quelle dipendenti dal distretto di Carmagnola (Baldissero, Valfenera, Isolabella, Ternavasio).
Gli atti della visita, che, secondo la loro natura, avrebbero potuto offrirci un abbondante e prezioso materiale per stabilire l'intensità e l'ardore di proselitismo della Riforma nel Marchesato, non hanno purtroppo, a questo riguardo, che scarsa importanza, sia perché mancano gli atti di visita di parecchie parrocchie, che sappiamo più fittamente popolate di religionari, sia perché gli altri, se lamentano qua e là il cattivo stato delle chiese e degli altari, lo squallore dei paramenti sacri o l'insufficienza intellettuale o morale di alcuni curati, non ontengono nessun accenno esplicito all'eresia ed al numero degli eretici.
È importante rilevare come a Montemale e Valgrana il vescovo Tapparelli fu ricevuto ed ospitato solennemente in casa di quel Massimiliano di Saluzzo, che negli anni precedenti abbiamo veduto a capo della corrente nicodemita e così ardito nella professione della sua fede, da ospitare nel suo palazzo la sinodo delle chiese riformate del Marchesato (ott. 1567). Il fatto può indurre a credere che in quest'anno egli si fosse ormai riconciliato con la chiesa per timore d'incorrere nelle pene comminate dagli editti regi o che cercasse piuttosto, con quest'atto di deferenza verso l'alto prelato, di allontanare da sé ogni sospetto di eterodossia.
Più importanti degli atti della visita sono le pagine del diario, che il Tapparelli scrisse in occasione delle sue visite [60]. Da esso apprendiamo che vi erano molti ugonotti nella Valle Varaita e nella Valle della Macra, soprattutto a S. Peyre, ad Acceglio e a San Damiano, e che ve ne erano anche nella pianura, come a Dogliani e Carmagnola. Non volendo adoperare contro gli eretici altro mezzo che la dottrina e la persuasione, il vescovo tenne una predica in ogni parrocchia e, dove i riformati risultavano più numerosi, fece predicare anche il P. Inquisitore. A Carmagnola, nel borgo di Moneta, «essendo borgo sospetto di esserli ugonotti», il vescovo stesso predicò per un'ora intera contro gli errori della setta e, riconosciuta l'insufficienza del curato, diede ordine che fosse rimosso dal suo ufficio.
Gli atti della visita del Tapparelli, trasmessici dal Savio, non ci dicono quale frutto abbiano prodotto la predicazione del vescovo e le esortazioni del padre inquisitore. Il silenzio è davvero strano, se si pensa alle vanterie di portentose conversioni, che sogliono accompagnare tutti i tentativi di debellare l'eresia, e può lasciare adito a supporre che le abiure siano state relativamente scarse. In questa supposizione ci conferma il parere del Manuel [61], il quale, dopo aver ricordate le festose accoglienze fatte al Tapparelli anche in terre notoriamente eretiche, come Dronero, prudentemente osserva che da ciò non si deve arguire che le condizioni del culto cattolico fossero sensibilmente migliorate o che fosse diminuito il numero degli eretici, poiché molte prove della vitalità della Riforma in quelle terre si troveranno ancora negli anni seguenti.
Che i riformati non avessero perduto nulla della loro baldanza in quell'anno, sembra provarlo un passo del lungo Memoriale, che il Birago redasse sulla fine dell'anno (29 novembre 1569) ed indirizzò alla Corte di Parigi, per far presenti al re le necessità del Marchesato e l'urgenza di alcuni provvedimenti [62].
Gli editti, precedentemente emanati contro i forestieri ed i vagabondi, non avevano potuto impedire che un numero sempre maggiore di fuorusciti e di senza patria si riversasse sulle terre del Marchesato, dando luogo a disordini e tumulti. Poiché tra i fuorusciti numerosi erano i banditi od espatriati per motivo di religione, gli ufficiali del Marchesato, che erano eventualmente ostili alla Riforma, avevano un ottimo pretesto per mettere in un solo fascio i banditi per delitti comuni ed i banditi per causa di religione, addossando a questi ultimi, in modo speciale, la responsabilità di ogni tumulto e di ogni presunto complotto. Una Compagnia d'uomini d'arme», alle dirette dipendenze del governatore, era stata appositamente costituita per mantenere l'ordine e la tranquillità nel Marchesato, con funzioni analoghe a quelle di un corpo di polizia. Ma la Compagnia, per mancanza di paga, minacciava di sfasciarsi o di ribellarsi. Per evitare una simile iattura, il Birago scrisse alla Corte, enumerando i vari servigi che la Compagnia aveva reso alla sicurezza del Marchesato ed alla persona del re, in occasione di tumulti e di congiure. «
Tra gli altri fatti ricordava come essa si fosse efficacemente adoperata «a la poursuitte de quelques estrangers, vagabonds et gens de meschante et malheureuse vie de divers lieux, qui par diverses fois se sont bandez soubs pretexte de Relligion faisans plusieurs volleries par les chemins, forcemens, saccagemens de maisons meme de celles d'aucunes des habitans ces valles de ledict Marquisat, lesquelles sont esgarrees et loing de secours, laquelle poursuitte auroit este telle qu'en fin bonne partie diceulx, ne sestans peu prendre vifs pour en faire pugnition exemplaire, auroyent estes taillez en piece comme Mons.r sr. de La Mante [63] a entendu et fera, s'il luy plaist, plus particulierement entendre a leurs dictes Mayestés». E, per mostrare che la Compagnia era stata particolarmente utile in occasione dei recenti fatti guerreschi di Francia, aggiungeva: ((.... De sorte que sous la grande et extreme dilligence, que sy est usée et ce que i sest faict et despensé pour avoir advis de touttes partz, il se peult en toutte verité dire que les choses ne si fussent passées ainsi doulcement qu'elles ont faict, estans mesmes ce dict pays circondé, oultre plusieurs lieux de la plaine, de vallées subiectes de Monseigneur le duc de Savoye et aultres circonvoisines du Dauphiné habitées de gens faisant entierement profession de religion et qui sont comme cantonez et confederez entre eulx et ceulx de Geneve pour s'ayder et tenir main en secourir les ungs les aultres, comme il sest veu par effaict quilz ont faict en la surprise, qui se feist du Château d'Exilles».
La torbida situazione, che il Birago descriveva nel suo Memoriale [64], si venne rapidamente aggravando nei mesi seguenti per il riflesso degli avvenimenti di Francia.
Dopo la sconfitta subita a Montcontour (3 ott. 1569) le forze ugonottte si erano rapidamente riordinate nel Béarn, nel Vivarese, nelle Cevenne e nel limitrofo Delfinato. Il pericolo che la guerra sconfinasse al di qua delle Alpi più profondamente di quanto era avvenuto pochi mesi prima, tenne preoccupati tanto gli ufficiali del governo francese stabilito in Piemonte, quanto il duca di Savoia, il quale temeva che gli ugonotti gli occupassero di sorpresa qualche munita fortezza per servirsene poi come terra di rifugio per i loro correligionari piemontesi o come base per una più estesa penetrazione in Italia.
Gli allarmi non mancarono. Sulla fine di novembre un capitano ugonotto provenzale, il Sr. di Puismichel [65], di ritorno dalla Germania, passava per la valle di Pragelato, per San Germano ed Angrogna, ed attraversava il Marchesato per risalire la valle della Macra e raggiungere la Provenza. Nel tragitto esortava i suoi correligionari a star pronti e ad armarsi per una grande impresa, «ch'egli teneva in mano» e per la quale già erano stati apprestati più di mille uomini. E poiché questo capitano ugonotto era il medesimo, che poco prima aveva istigato il Mouvans a gettarsi contro le terre della Contea di Nizza con 500 archibugieri, pareva logico il sospetto che la nuova impresa ventilata fosse rivolta contro qualche fortezza del Piemonte, regia o ducale che fosse.
Gli allarmi si susseguirono da più parti per tutto il mese di dicembre. Preoccupato per integrità dei suoi stati, il 10 gennaio 1570 E. Filiberto avvertiva il suo governatore di Luserna [66] di aver ricevuti diversi avvisi, secondo i quali i religionari di Pragelato, Angrogna, San Martino e Luserna avevano fatto lega fra loro per prendere le armi in un giorno stabilito che due ministri del Pragelato erano venuti nelle Valli Valdesi con danaro per assoldar truppe e che l'alfiere Malerba di Busca aveva anch'esso ricevuto danaro per «levar gente in la valle di Maira et di Varaita et nel Marchesato». Perciò gli ordinava di prendere sollecite informazioni e di tener frattanto l'occhio bene aperto a tutti i valichi e forti alpini, perché, sebbene si dicesse che queste truppe dovevano andare a congiungersi con l'esercito del Coligny presso il Rodano, c'era pur sempre da temere che l'obbiettivo di quest'accozzaglia di gente fosse assai più vicino di quanto si voleva far credere, poiché «talora si mira dove manco si vole ferire».
Nel febbraio-marzo del 1570 il duca di Savoia scopriva un complotto ordito contro la città di Antibo (Antibe), la torre di Tolone, i forti di Villafranca e le galere ducali; ed avuto nelle mani lo Scaffa, principale autore del complotto, lo sottoponeva alla tortura per avere i nomi dei complici. Saputo che uno di essi, Paolo di Non [67], si era rifugiato con altri a Dronero, nel Marchesato di Saluzzo, scriveva ripetutamente all'Arcidiacono di Saluzzo ed al Birago, affinché facessero ricerca del Non e degli altri elencati nella lista, e, arrestatili, glieli consegnassero nelle mani. Al prevosto di giustizia ed ai suoi sgherri prometteva 100 0 200 scudi da pagarsi alla consegna degli incriminati [68]. Il Non fu arrestato lo stesso mese nelle terre di Dronero e rinchiuso in quelle carceri in attesa che il duca, sollecitamente avvertito, comunicasse le sue istruzioni. Il duca mandò a Dronero il presidente della Camera Monforte, che fece al Non il primo sommario interrogatorio [69]. Trovatolo colpevole, dispose per il suo trasferimento a Nizza, dove un regolare e lungo processo lo condannò a morte [70].
Gli allarmi per clandestine raccolte di milizie o per sconfinamenti di truppe regie al di qua delle Alpi si ripeterono ancora nei mesi seguenti, specialmente nel maggio, quando vennero segnalati misteriosi movimenti di bande armate nel Delfinato e nella Provenza sotto il comando del giovane Lesdiguières. Si parlava di qualche calata ugonotta, ora nelle valli di Pragelato e di Luserna, ora verso le terre del Marchesato di Saluzzo.
Nell' incertezza il Castrocaro, governatore di Luserna, predisponeva uno speciale servizio di rapide segnalazioni per avvertire la Corte della direzione di marcia, che avrebbero seguito le truppe ammassate sulle frontiere del Delfinato e della Provenza. Nel caso che accennassero a scendere nel Marchesato per la valle della Varaita, attraverso il colle dell'Agnello, il segnale convenuto era questo: «si accenderà il fuoco per segno alle tre di notte e si ammorterà (spegnerà) tre volte et altre tre volte si raccenderà et l'ultima volta durerà d'assai più che l'altre [71]».
Fortunatamente ai timori non seguirono i fatti. In Francia intanto anche la terza guerra civile volgeva alla fine [72]. Mentre l'armata regia, dopo la battaglia di Montcontour, perdeva i frutti della vittoria, attardandosi all'assedio di Sant-Jeand'Angély e di altre fortezze, il Coligny provvedeva con grande energia a munire la Roccella ed a raccogliere truppe nel mezzogiorno della Francia. Formato un nuovo esercito, si diresse verso nord per congiungersi con le milizie dei principi protestanti tedeschi; occupò, non senza saccheggi e rovine, Carcassona, Montpellier, Narbona, Tolosa, e varcò il Rodano per incorporare le forze ugonotte del Delfinato. Gli si attribuiva il proposito di ammassar tante truppe da potere di sorpresa conquistare Parigi ed imporre con la forza al re una pace vantaggiosa per i protestanti. A Saint-Étienne lo raggiunsero messi reali per trattare una pace, che non poté essere conchiusa, perché l'ammiraglio pretese la libertà di culto pubblico in tutto il regno. Mentre si aspettava la risposta della Corte, il Coligny riprese la sua marcia. Ad Arnay-le-Duc, in Borgogna, lo affrontò l'esercito regio (27 giugno 1570) comandato dal maresciallo Cossé-Brisac, ma fu respinto, sebbene poco dopo il Coligny, per l'inferiorità delle sue forze, fosse costretto a ripiegare su La Charité.
La minaccia ugonotta contro Parigi e la strenua resistenza della Roccella indussero la Corte a ritentare la proposta di una tregua. Questa venne firmata il 14 luglio 1570, fu confermata l'8 agosto col trattato di pace stipulato a La Charité e resa esecutiva con l'editto di pacificazione di Saint-GermainEn-Laye il 15 agosto 1570. L'editto fu pubblicato nel Delfinato tra il 1 e il 10 sett. (1570).
Esso riconosceva a tutti i sudditi la libertà di coscienza, concedeva ai riformati la libertà di culto in tutti i luoghi, in cui questo si celebrasse alla data del 1º agosto, e nei sobborghi di due altre città per ogni provincia e nelle Corti dei signori «< alti giustizieri»; riconfermava la sicurezza delle persone e dei beni entro i confini del regno; proclamava l'amnistia generale, l'uguaglianza dei diritti civili di tutti i cittadini davanti alle leggi; apriva ai protestanti tutte le cariche e gli uffici, le scuole e le università. Infine concedeva ai riformati, per un periodo di quattro anni quattro piazze, dette di sicurezza (places de sureté): La Rochelle, Montauban, Cognac e La Charité.
Questa pace, la più favorevole fino allora ottenuta dagli ugonotti, segnava il trionfo del partito moderato dei Politici [73]. Non piacque al partito cattolico, che vide nel trattato di San Germano una vergognosa capitolazione del potere regio di fronte ai vinti di Jarnac e di Montcontour; fu avversata e biasimata dal re di Spagna, che cercò d'intralciarne la stipulazione e la fedele osservanza, e biasimata da papa Pio V, che definì la pace «un traité honteux, par le quel les Hérétiques, vaincus, imposaient des lois abominables, infames et pernicieuses» [74].
Era dichiarata «perpetua ed irrevocabile»; ma doveva aver anch'essa la stessa effimera durata delle paci precedenti [75].
Note a margine
[1] Vedi cap. preced. (giugno-luglio 1565). Margherita di Valois, sorella del re, doveva sposare Don Carlos di Spagna, ed Enrico di Orléans donna Giovanna, sorella di Filippo II.
[2] JALLA, op. cit., I, 272. Cfr. anche la Cronaca del MIOLO, in «Miscell. Storia Ital. », I (1863), p. 230, e Memorie del terrazzano di Rivoli, in « Miscell. Storia Ital. », VI, p. 653.
[3] Anche il papa mandò un corpo di truppe in aiuto del re per la guerra contro gli ugonotti. Le truppe soggiornarono alcuni giorni a Centallo e Caraglio, probabilmente sui beni dei riformati; poi varcarono le Alpi, risalendo le vallate del Marchesato. Cfr. la Cronaca di Cuneo, di DALMAZZO GRASSO, edita da D. PROMIS, in «Miscell. Storia Ital. », 1871, XII, p. 392.
[4] Per le vicende di Francia, cfr. MERKI, L'Amiral de Coligny-La Maison de Châtillon et la Révolte Protestante (1519-1572), Paris, 1909, PP. 353-55; LAVISSE, op. cit., VI, 91-96. Il DAVILA (op. cit., I, 341-48) dice che correva voce che gli ugonotti volessero uccidere il re, la regina e gli altri principi del sangue, perché il trono pervenisse al Condé, ma che la notizia «non fu universalmente creduta ».
[5] Il 24 sett. 1567, due giorni prima della sorpresa di Meaux, la regina aveva raccomandato al Gordes di osservare gli editti di pacificazione e di far vivere tutti i sudditi in tranquillità e concordia, trattandoli con dolcezza. Così mutevole era la politica di Caterina!
[6] Cfr. LE LONG, op. cit., p. 87; ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 184-192; DUFAYARD, op. cit., pp. 31-32; CHARRONET, op. cit., pp. 40-50; LAVISSE, op. cit., VI, loc. cit.; MARIÉJOL, op. cit., p. 165.
[7] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 71-74; JALLA, op. cit., I, 272.
[8] Per l'editto del 10 ottobre e per quello successivo del 19 ottobre 1567, cfr.: GILLES, op. cit., I, 144; FERRERIO, op. cit., II, 168; RORENGO, op. cit., p. 93; Hist. Vérit. des Vaudois, in loc. cit., I, 696; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 71-74; JALLA, op. cit., I, 273-276; SAVIO, op. cit., I, 242-44.
[9] Questa allusione esplicita ai feudatari dimostra quanto abbiamo avuto occasione più volte di notare: l'opposizione, cioè, che i signori feudali assai spesso facevano all'esecuzione degli editti regi o luogotenenziali, che bandivano repressioni contro i riformati e che sembravano ledere i privilegi ed i diritti di sovranità e di giustizia spettanti al signore della terra.
[10] Il Galatea ed il Solfo erano cuneesi, il Truchi di Centallo, il Gelido fiorentino, il Masserano astigiano, il Lancianois ed il Jordan (o Giordano) transalpini. Sette dunque su nove non appartenevano alle terre del Marchesato.
[11] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 75.
[12] ARCH. COMUN. DI VERZUOLO, Ordinati e Rationati, a. 1568 (20 gennaio 1568). L'ordinanza del Birago, per l'esecuzione dell'editto, era del seguente tenore: «Lodovico Birago ecc. Sequendo l'ordine speciale mandatomi da soa mayesta di tre dil presente Si fa comandamento da parte Soa et nostra a tutti li Sindaci, consuli, consiglieri et agenti de ogni comunità delle città, ville, terre, castelli et villagi sotoposti al Dominio regio e di nostro governo Di qua da monti Di non riceverne admetter da cui Inanzi ne consegli Loro, ne ad alcun officio et administratione delle cose publiche o private di esse comunità alcuna persona di qual qualità si sii della religione pretenduta riformata et se qualcaduno di detta relligione se trova hauer officio et administratione ò hauer qualche parte In un consiglio Sarà Incontinenti remosso et casso Si come noi nel nome sudetto removiamo et cassiamo per le presenti sotto pena a dette comunità di privacione di loro franchixie, statuti et privilegi Et in particolare di mille franchi tornesi per ogni Sindaco, consule et consigliero, il quale sarà renitente o negligente di exequire il presente ordine et altra al nostro arbitrio reservata. Et per conto di quelli della detta relligione, quali non se asterranno Incontinenti da detti officii et carichi, Di confiscatione Di lor Vitte et beni Et saranno tenuti Li agenti di dette comunità catholici avertire Incontinenti li contraventori dil presente ordine sotto le medeme pene. Et in luogo delli privi et cassi come sopra elleggerne altertanti della relligione catholica et romana per compimento De lor conseglio respectivamente....». (Seguono le modalità e formalità della registrazione e della pubblicazione). Furono testi dell'avvenuta notifica i RR, Ludovico Boschero di Melle e Rorenco di Campiglione, vicecurati.
[13] Cfr. la lettera del Birago al Parlamento di Grenoble, già cit., in data 19 febbraio 1569.
[14] II GILLES, op. cit., I, 415 e tutti gli storici dopo di lui narrano che furono in quest'occasione arrestati due ministri, e fanno i nomi del Truchi e del Solfo. Ma l'arresto dei due ministri come vedremo non fu contemporaneo. Uno dei due, e precisamente il Solfo, fu tratto in carcere dopo il 19 febbraio 1569, perché non si può supporre che il Birago, scrivendo al Parlamento, ignorasse di avere due ministri e non uno solo, come afferma, rinchiusi nelle prigioni del castello di Saluzzo, dove rimasero fino all'anno 1572. Cfr. anche RORENGO, op. cit., p. 93: FERRERIO, op. cit., II, 168; JALLA, op. cit., I, 275; SAVIO, op. cit., I, 245.
[15] Questi fatti narrati succintamente e confusamente dal Birago saranno chiariti da alcuni documenti, che citeremo più oltre, tratti dalle Memorie della famiglia Solaro.
[16] Così aveva praticato il duca di Savoia a Cuneo, a Caraglio e nelle altre terre, quando aveva concesso la grazia ai riformati fuorusciti e li aveva riammessi momentaneamente in patria.
[17] I riformati supplicarono il governatore per la sua liberazione; ma invano, perché il clero cattolico ne richiese la morte, come castigo esemplare per tutti i seminatori di dottrine ereticali. 18 A. S. T., Mater. Eccles., categ. 9º: Inquisizione, m. I, n.º 21; JALLA, op. cit., I, 281.
[19] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 75.
[20] Cfr. le Memorie della famiglia Solaro, in loc. cit., fol. 16-17; JALLA, op. cit., I, 275-76.
[21] A. DELLA CHIESA, Corona Reale del Piemonte, Cuneo, 1655, P. I, p. 448; JALLA, op. cit., I, 280.
[22] Cfr. DAVILA, op. cit., I, 358-365; MERKI, op. cit., pp. 355-58; LAVISSE, op. cit., VI, 97-99. Il DAVILA considera la battaglia di San Dionigi come una sconfitta per gli ugonotti, perché essi abbandonarono il campo ed i loro morti « segno di vittoria agli inimici ».
[23] Cfr. Memorie della Famiglia Solaro, in loc. cit. (28 nov. 1567), fol. 20-21; JALLA, op. cit., I, 276-79.
[24] Per questo presunto complotto, v. le Memorie della famiglia Solaro, fol. 20-21, e la lettera del Birago al Parlamento di Grenoble, già cit., e JALLA, op. cit., pp. 276-79.
[25] II JALLA, loc. cit., legge Banchi invece di Bianchi e Peron invece di Perrone. Vi è incertezza di nomi nei documenti: il Banchi o Bianchi sembra designato anche col nome di Bonello, ed il Peron o Perrone con quello di Peirano. Di essi non abbiamo altra notizia più particolareggiata nella storia della Riforma piemontese. Il Grasso discendeva assai probabilmente da quel Louis de Grassis, di Savigliano, che come « artium medicine doctor, phisicus retentus » fu ascritto gratuitamente fra i borghesi di Ginevra nel 1489, in ricompensa dei suoi meriti e dei suoi servigi. Un Pietro Bonello, nobile di Cardé, appare tra i firmatari della supplica, che i religionari fuorusciti di quella terra trasmisero alla corte di Torino il 27 ott. 1565, per ottenere di abitare nelle loro case. V. PASCAL, Piemonte Riformato, in loc. cit., pp. 46-48.
[26] LAVISSE, op. cit., VI, 99-100; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 220 e seg.; CHARRONET, op. cit., pp. 53 e segg.
[27] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 75.
[28] ARCH. COMUN. DI VERZUOLO, Ordinati, gennaio 1568. I due soli consiglieri cattolici erano: Michele Prinetto e Michele Paschetto.
[29] Cfr. la lettera 19 febbr. 1569 del Birago al Parlamento di Grenoble, già cit.
[30] V. lett. cit. del Birago.
[31] ARCH. COMUN. DI CARMAGNOLA, Rationati, a. 1567-1568, pass.
[32] DAVILA, op. cit., I, 370-394; LAVISSE, op. cit., VI, 98-100; MARIÉJOL, Catherine de Médici, p. 163 e seg.; MERKI, op. cit., pp. 360-63.
[33] Il Coligny defini la pace di Lonjumeau «paix pleine d' infidélités, paix sanglante »,
[34] Per i fatti guerreschi di Francia, successivi alla pace di Lonjumeau, dal marzo al dicembre del 1568, cfr. DAVILA, op. cit., I, 395-428; MERCHI, L'Amiral de Coligny, pp. 363-73; LAVISSE, op. cit., VI, 101-105; MARIÉJOL, op. cit., pp. 166-69; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 224 e segg.; IDEM, Hist. des Protest. de Provence, I, 192-95.
[35] Il futuro re di Francia Enrico III.
[36] Loc. cit., pp. 406-408; ARNAUD, Hist.des Protest. du Dauphiné, I, 196.
[37] ARCH. COMUN. di CARMAGNOLA, Rationati, a. 1568, sotto le date indicate.
[38] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, mss. ital. 245, fol. 111 (1° luglio 1568). 18.
[39] ARCH. VESCOV. di VENTIMIGLIA, Libro dei Criminali, a. 1568 (13-14 apr.).
[40] Nell'elogio funebre apposto al suo sepolcro nella cattedrale di Saluzzo, dietro l'altar maggiore, si leggono fra le altre queste parole: «A Paulo Papa IV Salutiarum Pontifex Creatus Quum Hic Populos AB Omni Labe Incolumes Conservare Pro Viribus Studeret Senio Confectus Praetiosum Animae Depositum Quam Sancte Religioseque Custodierat Christo Servatori Reddidit ». Cfr. GIOFFREDO, op. cit., IV, p. 484 e SAVIO, op. cit., I, 245.
[41] Secondo l'editto di Orléans la nomina del Vescovo spettava all'arcivescovo, ai vescovi della Provincia, ai canonici della chiesa vescovile, con l'intervento di 12 gentiluomini designati dalla nobiltà della diocesi e di 12 borghesi da nominarsi dal Consiglio della città vescovile. Morto il Cesano, il Consiglio di Saluzzo, valendosi di queste prerogative, nella seduta dell'agosto nominò le persone, che, insieme con il clero, dovevano formare la terna da sottoporre al re. La nomina avrebbe dovuto essere fatta nella seduta del 5 agosto. Ma nulla sappiamo di essa. Sappiamo solo che papa Pio V, valendosi del fatto che il vescovado di Saluzzo era sottoposto immediatamente alla Santa Sede, arrogò a sé la nomina del vescovo, eleggendo il Tapparelli. Cfr. CHIATTONE, Primi Vescovi di Saluzzo, in loc. cit., pp. 294-305 e Saluzzo sotto la dominazione francese (1548-1588), Saluzzo, 1905; SAVIO, op. cit., I, 264-67.
[42] JALLA, op. cit., I, 283. Inoltre: HAAG, France Protestante, IX, p. 120; Bullet. Soc. du Protest. français, VII, 463-78; BORDIER, op. cit., IV, 440; PASCAL, Lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. 54, 55, 62. Secondo l'ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence (I, 192 e segg.) l'assassinio di Renato sarebbe avvenuto il 30 giugno 1568 per mano del barone Des Arcs.
[43] I MIOLO, Cronaca, in « Miscell. Stor. Ital. », I (1863), 252, dice che il Cardé sarebbe morto di febbre e di dissenteria in Delfinato, in casa della suocera Ffrancesca, contessa di Tenda.
[44] V. cap. III, n. 68.
[45] Esponiamo il fatto secondo la versione datane dal Birago nella lettera citata al Parlamento di Grenoble (19 febbr. 1569).
[46] BIBLIOT. NAZ. PARIGI, Mss. F. fr., 3210, f. 40.
[47] Nella lettera del Parlamento al Birago si legge: « Touttesfois, Monsieur, nous avons tousiours congneu si sage et si advisé seigneur ayant tousiours faict profession d'aymer la justice et den accompaigner toutes vos actions que nous navons voullu adjuster foy ausdictes plaintes ni estimer que contre votre coutume leurs ayez faict ny permis estre faict par autres aucune chose contre le devoir et la raison.... ».
[48] La lettera del 13 febbraio, secondo un attergato, sarebbe stata ricevuta dal Birago il 22 febbraio: ma ciò contraddice al proemio della risposta del Birago, in data 20 febbraio, nel quale si afferma che che la lettera fu ricevuta il giorno prima. La contraddizione tuttavia scompare, quando si osservi che la stessa lettera di risposta del Birago, mentre nell' intestazione porta la data 20 febbraio, ha invece nella chiusa la data 23 febbraio. È quindi probabile che la lettera, iniziata il 20, ngon sia stata ultimata e spedita che il 23 febbraio. BIBLIOT. NAZION. PARIGI, mss. F. fr. 3159, f. 182-183 (20-23 febbraio 1569).
[49] ARCH. COMUN. di CARMAGNOLA, Ordinati, a. 1569 (26 febbr.).
[50] IBIDEM (14 apr. e 15 maggio 1569).
[51] Op. cit., p. 107
[52] Cfr. DAVILA, op. cit., I, 430-466; II, 1-43; ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 195-203; e Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 228 e segg.; CHABRAND, Les guerres dans les Alpes, p. 11 e Vaudois et Protest, des Alpes, Grenoble, 1886, p. 98; DUFAYARD, op. cit., pp. 30-33; MERKI, op. cit., pp. 377-95; LAVISSE, op. cit., VI, 106-110; MARIÉJOL, op. cit., pp. 170-71; JALLA, op. cit., I, 287-89.
[53] La giovinezza del Bellegarde fu assai avventurosa. Secondo il BRANTÔME (Oeuvres complètes publiées par Lud. Lalane, t. V, Paris, 1846, pp. 194-212) il Bellegarde fu da giovane avviato, per volontà paterna, alla carriera ecclesiastica e fu per lungo tempo chiamato il « prevost d' Ours » (Oulx). Mentre studiava in Avignone, uccise un suo compagno, e, costretto a fuggire, andò in Corsica presso lo zio, marchese di Thermes (1553-1554). Lasciò l'abito talare e cinse la spada. Forte, valoroso, alto di statura, venne in Piemonte, dove dapprima comandò una compagnia di cavalli leggeri, poi fu insegna e luogotenente del Thermes. Alla morte dello zio, la sua compagnia fu assegnata ad altri ed egli rimase momentaneamente senza comando. Il sig.r di Peron, poi conte di Raitz (Retz?), lo fece luogotenente della sua Compagnia di «< gente d'armi ». Segnalatosi per il suo valore e la sua intraprendenza, negli anni seguenti ebbe varie onorificenze alla Corte di Francia ed investiture di terre da parte del re. Fu molto onorato dal Gran Maestro dell'ordine di Malta e dal marchese di Pescara; ma i maggiori onori li consegui come vedremo sotto il regno di Enrico III. Cfr. SECOUSSE, Mémoire historique et critique sur les principales circonstances de la vie de Roger de St. Lary De Bellegarde, maréschal de France, Paris, MDCCLXIV. Per una più ampia bibliografia, v. il cap. X di questo studio.
[54] Per i provvedimenti presi dalla città di Carmagnola in occasione del suo ingresso, v. ARCH. COMUN. di CARMAGNOLA, Ordinati (12 giugno 1569) e MENOCCHIO, op. cit., p. 129.
[55] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit.
[56] ARCH. VATIC. Nunziatura Savoia, vol. I (lett. 8 giugno 1569), in PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, pp. 82-83, doc. LV.
[57] ARCH. VATIC., ROMA, Nunziature Savoia, vol. 10, f. 198 (24 giugno 1569).
[58] Sull'attività pastorale del Tapparelli e sugli atti delle sue visite cfr. SAVIO, op. cit., I, 267-71.
[59] L'Abbazia di S. Vittore e Costanzo era in piena decadenza: non contava più che un monaco ed un prete. La ricca commenda era stata conferita al fiorentino Antonio Bracci, che era pure investito dell'Abbazia di Staffarda. A Ternavasio il vescovo non trovò «né pretti né che vi sij chiesa curatta ». SAVIO, loc. cit.
[60] In SAVIO, op. cit., I, 267-71.
[61] Op. cit., II, 77-78.
[62] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, MSS. F. fr. 3210, f. 201-204 (29 novembre 1569).
[63] Marcantonio Saluzzo, signore Della Manta, era incaricato dal governatore di recare il Memoriale alla Corte e di illustrarlo di viva voce. Il La Manta militava nelle truppe del re e negli anni seguenti ebbe parte al governo del Marchesato, prima sotto il re di Francia, poi sotto il duca di Savoia. Di lui diremo più diffusamente in seguito.
[64] Pare che un sordo malumore covasse nelle file dei riformati contro il Birago per la sua intolleranza od eccessiva severità. Questo malcontento, sfruttato per altre cause da alcuni turbolenti, avrebbe potuto degenerare in atti di aperta rivolta. V. la deposizione dell'arcidiacono di Saluzzo, conservata nella lettera del Duca di Savoia al Birago, in data 20 dic. 1569. A. S. T., Registro lett. della Corte, a. 1569. Vol. XIV, fol. 467.
[65] A. S. T., I, Lettere di Part., P. m. 58; Portughese alla Corte (2 dicembre 1569). Il Puismichel fu arrestato a Barcellona dal governatore Giulio Corso nel gennaio 1570 e processato come correo nel complotto ordito contro i forti di Nizza e di Villafranca. A. S. T., I, Reg. lettere della Corte, Vol. XV, 1570, f. 37 e Lettere di E. Filiberto, m. 1o, fasc. III (23 genn. 1570). Più ampi particolari sul complotto di Nizza saranno forniti nella nostra Storia della Riforma nei domini sabaudi delle Alpi Marittime Occidentali, in corso di stampa nel «Bollett. Stor. Bibl. Subalp. », a. I, 1960 e segg.
[66] PROMIS, Cento Lettere, in «Miscell. Storia Patria », vol. 90, p. 603 (lett. del duca al Castrocaro, 10 gennaio 1570); JALLA, op. cit., I, 202.
[67] Paolo di Non fu tra i primi che abbracciarono la Riforma a Cuneo. Nella primavera del 1565 il suo nome compare insieme con quello dello zio Giovanni nella lista dei riformati trasmessa alla Corte dal governatore Roero (cfr. CLARETTA, op. cit., p. 261; JALLA, op. cit., I, 239). Costretto dall'editto generale del 10 giugno 1565 a scegliere tra l'abiura e l'esilio, preferì il bando e riparò con altri correligionari delle terre cuneesi sulle montagne del Vernante, dove il 7 sett. firmò la supplica, che i fuorusciti rivolsero al duca di Savoia per il tramite di Mons.r della Torre (cfr. PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo), p. 48 e Piemonte Riformato, in loc. cit., pp. 412-13, 432-36). Non sappiamo se approfittò della grazia sovrana per ritornare in patria. Certo vi dovette rimanere per breve tempo. Negli anni successivi militò tra le file ugonotte della Provenza, finché, coinvolto nel complotto di Nizza (1570), fu arrestato e condannato a morte.
[68] A. S. T., I, Reg. lettere della Corte, a. 1570, vol. XV, f. 103 (lett. del duca all'arcidiacono di Saluzzo, II marzo 1570).
[69] IBIDEM, fol. 120, duca al Leyni (31 marzo 1570).
[70] A. S. T., I, Mat. Criminali, m. 2 da invent., a. 1570: Sommario del processo intentato a Pietro Scaffa, ecc.; RICOTTI, op. cit., II, 322. Il Non fu accusato di aver voluto sorprendere le galere ducali nel porto di Villafranca, fabbricando, d'intesa con lo Scaffa, un'impronta della chiave della porta, che introduceva nelle false braghe del forte di S. Elmo, nel quale egli era di presidio, e di aver promesso allo Scaffa di venire in Piemonte a cercargli altri complici. Nel processo si difese, dicendo che in un primo tempo aveva aderito alla congiura, ma in seguito, pentito, aveva cercato di dileguarsi per non mantenere la promessa.
[71] PASCAL, Lettere di Seb. Grazioli di Castrocaro, in « Bull. Soc. d'Hist. Vaud. », n.º 26, p. 18.
[72] Sulla campagna del 1570 e sulla pace di San Germano, cfr. DAVILA, op. cit., II, 44-66; ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 198-203; DUFAYARD, op. cit., p. 32-33: LAVISSE, op. cit., VI, 110-113; MARIÉJOL, op. cit., pp. 171-180; MERKI, op. cit., pp. 400-409.
[73] Il partito dei politici, formato di cattolici e di protestanti, voleva la pacificazione della Francia, la cessazione delle guerre di religione, la pacifica convivenza delle religioni, ed in politica, l'indipendenza della Francia dall' ingerenza del re di Spagna e della Santa Sede. Vi ebbero parte notevole il Cossé, il Damvilla, il Montmorency e più tardi il duca di Alençon, fratello del re.
[74] MERKI, op. cit., loc. cit. e Lettres de Pie V, Paris, 1826, p. 92.
[75] Fu chiamata, con evidente spunto ironico, la «paix boiteuse o malassise », perché negoziata dal boiteux Gontant-Biron e dal Sr. de Malassise. MERCKI, op. cit., pp. 408-409.