Storia/Saluzzo riformata/VIII La Riforma protestante nel Marchesati dalla Pace di San Germano (1570) all’Editto della Roccella (1573)

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Capitolo Ottavo

La Riforma protestante nel Marchesati dalla Pacd di San Germano (1570) all’Editto della Roccella (1573)

Ripercussioni della pace di San Germano nel Marchesato di Saluzzo. Processi a Carmagnola. Arresto e fuga di Alfonso Biandrata. Timori di sommosse. Una banda pericolosa di riformati saluzzesi e monferrini. La liberazione dei ministri. Il processo Cordero. Fiera controversia tra il Birago ed il Bellegarde a proposito dei riformati di Carmagnola. Reazione del Bellegarde. Persecuzione contro i rifugiati ducali. Editto del re favorevole ai riformati. Perplessità del Birago. La San Bartolomeo. Mitezza del clero saluzzese e del governatore. Nuovi sospetti contro il Bellegarde. Morte di Ludovico Birago. Primi mesi del governo di Carlo Birago. Editto della Roccella (25 giugno 1573).

L'editto di San Germano (8-15 agosto 1570) ebbe rapida e larga diffusione in tutto il Piemonte. Tradotto in italiano, esso fu pubblicato in tutti i dominî regi cisalpini [1], compreso il Marchesato di Saluzzo.

Le concessioni tolleranti contenute nell'editto destarono, in un primo momento, un'insperata letizia negli animi dei riformati, i quali sperarono di poter far riconoscere anche al di qua delle Alpi il libero esercizio del loro culto e ricuperare in seno ai Consigli Comunali e nelle pubbliche amministrazioni del Marchesato quel prestigio, che avevano goduto per parecchi anni, prima che gli ordini del re e del Birago li escludessero da qualsiasi ufficio politico o civile (1568).

Ma anche questa pace non tardò a rivelarsi effimera [2] ed insidiosa, come le precedenti, per le opposizioni, le esclusioni e le restrizioni, con le quali, tanto in Francia quanto in Piemonte, parecchi ufficiali e magistrati, governatori e parlamenti, tentarono di ostacolare la totale e leale applicazione di essa. Cosicché ben presto si fece strada negli animi il sospetto che la pace, così indulgente verso i riformati ripetutamente vinti in battaglia, non fosse stata fatta ad altro scopo che «per assicurar meglio l'insidia qual si preparava» [3], insidia che si rivelò apertamente due anni dopo con i sanguinosi orrori della San Bartolomeo (24 agosto 1572).

La notizia della pace di San Germano non era forse ancora giunta in Piemonte, quando, in ottemperanza ad una lettera del re, il Birago ordinava al podestà ed ai sindaci di Verzuolo [4] di prendere diligenti informazioni contro quelli della nuova religione, i quali risultassero essersi allontanati od essere tuttora assenti «causa deferendi arma et portandi tela contra majestatem regis christianissimi», cioè contro i riformati, che si erano recati oltralpe per combattere nelle file ugonotte contro le truppe del re. Analoga inchiesta era ordinata anche contro tutti quelli che, riformati o cattolici, erano usciti, per qualsiasi motivo, dagli stati di S. M. e dalla patria marchionale.

Il podestà adunò il Consiglio ed il 18 agosto, alla presenza dei sindaci, diede lettura della lettera del Birago. Ricordata la pena di 25 ducati d'oro comminata contro quelli, che non dicessero la verità, esortò tutti i presenti a riferire quanto ciascuno sapeva in merito alle richieste del governatore. Ed essi, prestato solenne giuramento e toccate le Sacre Scritture a garanzia della loro veridicità, deposero come segue: «che già anni doi ho circa passati Francescoto (Francesoto ?), figliuolo del fu Bartolomeo Brumiano et Spirito Bergandino o sia Viviano di Verzolio si partirono da Verzolo et andarono di là de'monti ne la guerra di Francia et anchora sono absenti, non sapendo se siano vivi ho morti, et se ne habbiano tolto le armi per sua Majestà ho contra soa majestà. Et altro dicono non sapere del contenuto in essa copia [5], salvo quanto hano sopra deposto. Et più dicono saper che Petro Olliva è absente dal presente luoco di Verzolo, non sapendo la causa né dove sia andato. Et in fede di detta loro depositione li infrascritti sonosi sottoscritti di mano propria et li altri dicono essere illetterati» (seguono le firme).

La risposta prudente ed evasiva, data alle domande del Birago, tendeva più ad alleggerire che ad aggravare le responsabilità degli assenti e mostra come il Consiglio, per quanto spogliato di riformati pubblicamente dichiarati, esitasse a promuovere provvedimenti a carico dei religionari, che formavano ormai la grande maggioranza della popolazione di Verzuolo.

In questi mesi veniva arrestato, processato e chiuso in prigione un carmagnolese, tale Costanzo Cordero, incolpato di omicidio e di sedizione, ma sospettato dal Birago di avere anche pratiche segrete con gli ugonotti contro qualche piazza del Marchesato, «havendoli per aderenti ed intrinsechi amici» [6]. Il vago accenno contenuto nella lettera del Birago al duca di Nevers trova più chiara precisazione in un documento anonimo, che porta per titolo: «Risposta fatta a Mr. il Vicesenescale di Saluzzo per conto del Cordero» [7].

Da questa relazione risulta che contro il Cordero erano mosse accuse specifiche, fra cui queste: 1º) di essere il fautore principale delle sedizioni e delle commozioni popolari, che da parecchio tempo avvenivano in Carmagnola, o d'intesa con il Consiglio o contro di esso; 2°) di aver ordito un complotto per consegnare la città a quelli della religione riformata; 3º) di essere stato nel passato uomo di pessima condotta; 4º) di avere avuto un fratello · recentemente morto aggregato alla nuova setta ed in intima relazione con gli ugonotti di Francia.

Il duca di Nevers, durante un suo soggiorno al di qua delle Alpi, lo aveva fatto citare dinanzi a sé a Pinerolo per meglio appurare i fatti e scoprire gli eventuali complici. Ma il Cordero non si era degnato di ubbidire ed era riparato in terra ducale: cosicché il presunto complotto contro Carmagnola, morti o fuggiti quelli che si sospettavano autori, non aveva potuto essere chiarito e non era rimasto altro da fare che spiccare un mandato di cattura in contumacia contro il Cordero.

Dove e come fosse fatto prigioniero, se in terra francese o ducale, non risulta dai documenti. Sappiamo solo che nell'ottobre dello stesso anno (1570) egli era in carcere e che, alterando o diminuendo la gravità delle accuse od impugnando l'illegalità della procedura giudiziaria seguita contro di lui, non solo aveva ottenuto dal Parlamento di Grenoble  lettere di evocazione» cioè di appello davanti a quei giudici, ma era riuscito perfino a farle interinare dalla Corte. Ciò naturalmente dispiacque al Birago, che, credendosi leso nei suoi diritti di giudice, avvertì il Parlamento di non prestar fede a tutte le menzogne del Cordero, di negargli qualsiasi libertà e di disporre che il processo, anziché a Grenoble, fosse fatto davanti a lui, in Saluzzo.

L'accusa di essere sobillatore del Consiglio di Carmagnola e certe palesi analogie processuali lasciano sospettare che il Cordero fosse uno dei due Carmagnolesi, i quali l'anno precedente, processati dal Birago, avevano sporto ricorso contro di lui al Parlamento di Grenoble.

Insieme con il Cordero destava i sospetti del governatore un altro riformato di nome Davit, emissario e factotum di Benedetto d'Antioche, signore di Centallo, il quale notoriamente combatteva nelle truppe ugonotte di Francia.

Il Davit aveva ottenuto dal Birago [8] regolare permesso di recarsi alla Corte per incarico del signore di Centallo ed aveva promesso al governatore di recapitare alcune lettere di lui al duca di Nevers, il quale allora si trovava al di là delle Alpi, ma poi se l'era squagliata. Si sapeva ch'egli era andato a Ginevra ed aveva recapitato delle lettere «à Mons. l'Inglese, quale è colui che recapita tutte le cose d'Italia» e che di là era passato a Lione, dove aveva dette «mille buggie» e che attualmente si trovava alla Corte «sotto pretesto di levare la Compagnia del Sig. Principe da Centale con animo di farla rimettere in qualche loco di questo Marchesato», e per trattare qualche altro negozio del suo padrone.


Il Birago avvertiva il Nevers ch'era bene di guardarsi da lui «perché questo è uno che intraprenderebbe ogni cosa per conto di religione». E per renderlo più inviso e sospetto, aggiungeva che il Davit era quel tale che, mentre governava in Piemonte il Maresciallo di Bourdillon, «fu sì presontuoso che levò alcune lettere di Canzellaria e le portò qua per far predicare et s'io non l'avertiva, era causa di un gran disordine». Dopo la partenza del Davit da Ginevra, risultava che quelli della città avevano spedito «verso li Principi et Mons.r l'armirallio, uno genero del Vescovo di Nevers» onde era da sospettare che avessero qualche trama fra loro. Nel riassumere le sue informazioni, così ritraeva il profilo fisico e morale del riformato: «Questo Davit è uno picciolo, che fa le faccende di Monsignor di Centale et è un gran tristarello».

Nel novembre e dicembre 1570 la persecuzione riprese con nuovo vigore nelle terre ducali di Villanova-Solaro e di Caraglio con l'intervento del fiscale Barberi [9]. Il 2 dicembre  Madona Maddalena Farina o sii Morra con tre sue figliuole nomate Agostina, Bianca, Beatrice; il Sig. Giovanni Battista Solaro, marito di Sig.ra Beatrice, il S.r Carlo Sollaro, fratello di detto Giov. Battista; il Sig. G. Ludovico Bersore di Pinerolo 1º, marito della predetta Sig.ra Agostina» furono tutti citati a comparire a Torino davanti al fiscale, nel palazzo del Senato «per rispondere di quanto sarebbero interrogati, entro il termine di cinque giorni sotto pena d'essere perpetuamente banditi del stato di S. A. et pronontiati per publici heretici, con la confiscation dei beni loro, dove, si voglia in questo stato..., inhibendo di più l'esportatione di detti beni per esser caduti alle mani di S. A.».

Di fronte a queste minacce madama Farina con le figliole credette prudente ritirarsi, come altre volte, su terra francese, a Levaldigi, presso Savigliano, in attesa di conoscere l'esito della supplica, che i Solaro ed il Bersore (o Bersatore) avevano rivolto al duca di Savoia, con l'intercessione del Sig. di Centallo, del Sig. di Bellegarde e della duchessa Margherita, per essere liberati dalle vessazioni del fiscale Barberi. E colà rimasero più mesi, perché la grazia come sempre, effimera ed insidiosa non venne loro concessa che nel luglio dell'anno seguente (1571).

Sulla stessa fine dell'anno 1570 avveniva la clamorosa fuga di un eretico, la cui cattura stava molto a cuore al S. Offizio.

Alfonso Biandrata, fratello del celebre medico Giorgio del quale già abbiamo narrata la vita avventurosa - aveva fatto silenzio intorno alla sua persona dopo il pericolo corso nel 1567, riparando forse per qualche tempo in Francia o a Losanna o nelle valli del Pellice. Ritornato incautamente in Piemonte, dopo alcuni anni di assenza, non sfuggì all'occhio vigile dell'inquisizione. Arrestato sulle terre ducali, fu gettato in carcere, in attesa che gli fosse fatto regolare processo [11].

La notizia della cattura, subito trasmessa a Roma, riempì di gioia l'animo del Papa, che conosceva la nobiltà di sangue dell'arrestato, la sua stretta parentela con il temuto eresiarca di Polonia e di Transilvania, la combattività ereticale di Alfonso ed il pericolo che il suo proselitismo rappresentava per la fede cattolica nel Marchesato. Ma, non sappiamo come, il Saluzzese riuscì a fuggire dal carcere, in cui era rinchiuso, ed a far perdere le sue tracce, lasciando delusi quanti dal suo processo speravano avere una lunga lista di complici e preziose informazioni 12 intorno ai maneggi occulti, che si attribuivano agli ugonotti al di qua delle Alpi.

Data l'aria infida, che ormai spirava nel Marchesato e nel Piemonte, Alfonso stimò prudente ritirarsi con la famiglia, forse prima provvisoriamente a Losanna, poi definitivamente a Ginevra, dove come abbiamo veduto [13] - lasciò numerosa ed onorata discendenza.

In Francia intanto, dopo la pace di San Germano, il partito ugonotto era apparentemente in auge alla Corte. L'ammiraglio di Coligny, diventato il confidente del re, sembrava con la sua autorità dover offuscare la gloria ed il prestigio del giovane sovrano ed emanciparlo dalla rigida tutela della madre, sforzandosi di persuadere la Corte a far guerra al re di Spagna, a riconquistare i Paesi Bassi ed a far alleanza con l'Inghilterra e con l'Olanda. In cambio prometteva al re l'aiuto delle forze ugonotte e la pacificazione dei torbidi interni del regno. Avversava fieramente questa politica la regina madre, nascondendo abilmente in fondo all'animo i suoi sentimenti di odio e di vendetta, ma accarezzando esteriomente i capi protestanti, ora con il progettato matrimonio della figlia Margherita con il giovane re di Navarra, ora interpretando gli editti in senso favorevole agli ugonotti nelle controversie con i cattolici [14].

Anche nella Provenza e nel Delfinato [15] il partito ugonotto risollevava il capo, si agitava per riconquistare, col favore della pace, il prestigio perduto e minacciava colpi di mano contro città e castelli ora al di là, ora al di qua delle Alpi. Si sospettava che le sue mire fossero specialmente dirette contro i castelli di Perosa e di Pinerolo in Val Chisone, o contro i forti di Dronero, di Verzuolo, di Acceglio e di San Peyre nel Marchesato, alla conquista del quale dovevano concorrere i Ginevrini stessi [16].

In quest'atmosfera di inquietudini ogni avviso trovava facile credenza ed accresceva i timori.

Nel mese di gennaio del 1571 giungeva al Birago, accluso a due lettere allarmanti del duca di Nevers, l'avviso di un anonimo di Lione [17]. Costui informava che in quei giorni era stato da lui quello stesso spione, il quale l'anno precedente gli aveva rivelato il progettato complotto degli ugonotti contro il castello di Pinerolo. Da lui egli aveva saputo che in una recente assemblea tenuta dalla nobiltà ugonotta del Delfinato, si era ventilato di fare qualche impresa contro il Marchesato di Saluzzo, senza tuttavia rivelare quale città o quale terra fosse principalmente presa di mira. Aveva però potuto saper questo che il colpo di mano non sarebbe stato tentato prima che fosse ultimata la colletta di danaro indetta a questo scopo tra le chiese riformate del Delfinato e prima che fossero raccolte truppe sufficienti.

Messo in allarme da questo e da altri consimili avvisi, il Birago si affrettò a rimettere in vigore gli editti, con i quali aveva vietato ai suoi sudditi del Pinerolese di correre in aiuto gli uni degli altri, di macchinare contro gli Stati del re e d'introdurre stranieri, senza sua espressa licenza [18]. Poi, sospettando che gli eretici avessero mandato a Parigi il già ricordato Davit o qualche altro, per far revocare gli editti repressivi, supplicava il duca di Nevers di vigilare alla Corte, affinché gli ordini non fossero soppressi, protestando che la loro abolizione avrebbe certamente segnato la fine della tranquillità e della concordia al di qua delle Alpi [19]. Il pericolo gli pareva tanto più grave, perché il duca di Savoia, per quante rimostranze gli fossero state fatte, non si era punto curato di disperdere ed allontanare i religionari, che, nascosti nelle sue terre, non aspettavano altro pretesto per insorgere che l'annunzio di un colpo di mano ugonotto.

Con la stessa lettera (24 genn.) il governatore informava il duca di Nevers che due altri ugonotti del Marchesato, uno di Verzuolo e l'altro della Val Macra, erano partiti in quei giorni per la Corte, evidentemente per chiedere al re che, in virtù della pace di San Germano e delle buone disposizioni della Corte, fosse loro concesso qualche maggiore libertà per l'esercizio pubblico del loro culto; ed insinuava che certamente essi agivano in combutta con il famigerato Davit, esperto manipolatore d'intrighi a favore dei riformati.

In questi mesi moriva Giov. Michele Saluzzo dei Signori di Castellar, il quale non solo aveva favorito la Riforma nelle sue terre, ma aveva partecipato alle guerre civili di Francia, militando nelle file ugonotte. Il Birago ne comunicava la ferale notizia al Nevers in termini sarcastici: «Questi giorni passati il Sig. Giov. Michele del Castellar, altrettanto infermo dil corpo et de la mente come del l'anima, non volendo alcun rimedio da medici, si volse amazzar da se stesso, imparando a medicarsi a le sue spese, et così se n'è andato a trovar il Calvino con assai mala satisfattione de suoi seguazzi (seguaci) et poco pregiuditio delle cose del Re di qua» [20].

Continuando i timori di sommosse e di complotti a danno dei dominî regi situati al di qua delle Alpi, il governatore Birago pensò, nel febbraio (1571), di iniziare, con riposti fini, il censimento di tutta la popolazione del Marchesato: impresa, a vero dire, lunga e difficile sia per gl'impedimenti insiti nella natura stessa di una simile operazione, sia per i sospetti, che il suo scopo dovette destare. Il censimento, come affermava pubblicamente il Birago [21], era fatto «sotto pretesto della penuria passata et quella si teme quest'anno per conto della gran neve»; ma, più che a conoscere il numero esatto delle bocche esistenti nel Marchesato per una più equa ripartizione del grano, esso mirava «in particolare alla descrizione di tutte le persone habbili a portar armi et dell'armi che si trovano et sì d'una Religione, come dell'altra, affine di sapere de chi potersi servire».

È ovvio che quest'ultimo e non primo era il vero scopo del provvedimento, poiché non si vede che rapporto avesse con la penuria del grano la qualifica di riformato o di cattolico. Al governatore importava assai più conoscere quali e quanti fossero i riformati, specialmente quanti di essi fossero atti alle armi, per poterli attentamente sorvegliare, per scoprire le secrete intelligenze, che avessero fra di loro, e per parare gli eventuali complotti contro castelli e fortezze. Ma il libro del censimento fu lento a coprirsi di firme e di nomi: neppure in novembre il computo era ultimato [22].

Nello stesso mese di febbraio (1571) venivano scoperte le tracce di un vasto ed ardito manipolo di eretici, costituito in gran parte di frati apostati, i quali operavano alternativamente sulle terre del Marchesato, nella provincia di Biella, soggetta al duca di Savoia, e nel Monferrato, possesso del duca di Mantova. Per parecchio tempo essi erano riusciti ad eludere la sorveglianza del governo e dell'inquisizione mediante i loro tempestivi spostamenti dall'una all'altra terra. Ci fu alla fine un delatore, che segnalò il grave scandalo a Roma. Di là il 29 febbraio venne ordine al nunzio torinese di presentare istanza al duca di Savoia [23], affinché si degnasse di concedere il braccio secolare all'Inquisitore di Vercelli per l'arresto di Cesare Bozzo, dei fratelli e delle sorelle di Antonio Panizza [24], ex frate cistercense, di Francesco Rocca, apostata eremitano, quali sono perversissimi heretici» e di un dottore trevigiano detto Giov. Domenico Muzzolati (o Mazzolati).

Accluse alla lettera furono mandate alcune sommarie informazioni, sulle quali avrebbero dovuto essere interrogati i colpevoli, nel caso che si fosse potuto procedere al loro arresto. Da esse deduciamo che il delatore della schiera eretica era stato un tal Marcantonio Bozzo di Arona, il quale per qualche tempo aveva anch'esso appartenuto alla setta o fatto finta di aderirvi. Più volte Cesare Bozzo di Biella e Antonio Panizza di Saluzzo lo avevano esortato ad abbracciare la loro religione come la sola veramente cristiana, insinuandogli che le cerimonie del culto cattolico erano i segni dell'Anticristo, che doveva venire; che il Papastesso era l'Anticristo annunciato e che la messa e gli altri divini uffici non avevano alcun valore. Una sorella del deponente, Francesca, monaca ed abbadessa nel monastero di S. Michele d'Ivrea, «per molti abusi» era tenuta come prigioniera del S. Offizio nel monastero di Santa Chiara, in Ivrea. Un giorno Cesare Bozzo ed il Panizza introdussero nel convento quattro uomini con chiavi false: strapparono Francesca dal monastero e la condussero in Saluzzo, in casa di un altro affiliato della banda, Francesco della Rocca,  eretico apertissimo», cognato di Cesare Bozzo. In casa del Della Rocca, Cesare sposò l'ex monaca Francesca secondo il rito della chiesa riformata. Il deponente aggiunse che gli eretici, per meglio adescarlo alla loro religione, gli fecero ripetutamente balenare davanti agli occhi alti gradi e cariche onorevoli nelle milizie ugonotte: ma che egli rifiutò ogni offerta. Più volte fu ospite del Bozzo nella sua casa di Saluzzo, dove convenivano molti aderenti suoi e dove udì predicare che il Papaè anticristo. Tra gli aderenti c'era anche un fratello di Cesare, chiamato Filiberto, anch'esso eretico aperto. Con costui il deponente si recò a Roccasenda, dove conobbe un altro fratello di Cesare, chiamato Niccolò. In casa di costui notò che servivano due monache del castello. Il deponente accenna inoltre ai frequenti e numerosi viaggi, che Cesare ed il Panizza facevano, ora a Venezia, ora a Ginevra, per trattare le cose della loro religione. Egli era stato allettato ad entrare in questi loschi intrighi ed aveva finto di acconsentire, ma solo per guadagnarsi la loro confidenza e per scoprire fatti e propositi. Gli fu allora imposto di andare a Ginevra, dove il Panizza, che vi insegnava lettere greche e che teneva in mano il bandolo di tutti gl'intrighi d'Italia, gli avrebbe più minutamente chiarito quello ch'egli doveva fare a pro'della setta. Per vincere ogni titubanza di lui, Cesare gli dichiarò che presto la loro religione sarebbe saldamente radicata in Piemonte, che il Panizza sarebbe fatto ministro di Saluzzo e che a lui deponente sarebbe data in moglie, come ricompensa dei suoi servigi, una ricchissima dama riformata. Seppe così i nomi di molte persone influenti, che in varie città del Piemonte e d'Italia aderivano alla fede riformata. Tra queste è particolarmente ricordata la contessa di Visca [25], la quale aveva ricevuto la Cena alla maniera calvinista dalle mani di Messer Cristoforo di Carignano durante il lungo soggiorno che quel dommatizzatore aveva fatto in casa di Cesare, a Caluso. Là conobbe un altro eretico, familiare della contessa, il quale soleva fare frequenti viaggi a Ginevra, donde riportava libri proibiti, bibbie, catechismi, opuscoli di propaganda, opere del Vireto e di altri riformatori: merce di contrabbando, che era gelosamente custodita, ad edificazione della setta, parte in casa di lui e parte nel palazzo della contessa. Altri numerosi eretici conobbe a Moncrivello, in casa dei fratelli di Cesare Bozzo, che avevano preso in affitto alcune terre. Qui si davano convegno persone di varie nazionalità: veneziane, provenzali e piemontesi. Un giorno il deponente, dirigendosi verso la chiesa, s'imbatté in Niccolò, fratello di Cesare, ed in un altro eretico, Messer Agostino Pessina, abitante del luogo, e li udì, in presenza di molti, burlarsi delle immagini di San Sebastiano e San Fabiano e dire che la Vergine nel quadro sembrava una meretrice con tante gioie addosso ed ornamenti, e che gli apostoli non avevano mai avuto il lusso dei Cardinali, pieni di avarizia e di ambizione.

La conventicola eretica aveva intimi rapporti con i nuclei eretici di Santhià, di Casale, di Venezia e di parecchie altre città del Piemonte e d'Italia: ma la loro libertà d'azione era inceppata dalla presenza dell'inquisitore di Vercelli, frate Cipriano. Si pensò di toglierlo di mezzo per mano di un sicario prezzolato ed anche a lui deponente fu rivolto l'invito dietro il compenso di 100 scudi. Ma nessuno raccolse l'offerta.

Conscio dell'importanza che l'arresto di tanti eretici aveva per il tribunale del S. Offizio, il deponente, sia che volesse purgar se stesso da ogni sospetto di eresia, sia che fosse mosso da speranza di lucro o da odio di vendetta, si offerse a dare nelle mani dell'inquisitore i due principali autori di tanti intrighi, vantandosi di poter far andare il Panizza, dove il S.Offizio credesse più opportuno, e suggerendo di arrestare il Bozzo in giorno di domenica a Moncrivello. Per facilitare l'arresto di quest'ultimo ne dava i connotati nel modo seguente: «mancino, magro, mantello lungo nero, non mai riguarda in cielo come indegno».

La gravità e la vastità del complotto ereticale, che aveva il suo centro nel Marchesato di Saluzzo e le sue ramificazioni in varie terre dello stato ducale, spronarono il Nunzio torinese ad agire con somma prontezza, affinché gli eretici, preavvisati, non avessero il tempo di mettersi al sicuro e di far perdere le loro tracce. Ma il suo zelo dovette trovare qualche resistenza da parte del duca di Savoia, geloso dei suoi diritti sovrani, poiché, nel marzo, il Nunzio notificava a Roma di aver dato ordine al delatore Marcantonio Bozzo di condurre il Panizza fuori degli Stati ducali, a Milano, e di aver scritto all'inquisitore di quella città per renderlo edotto del fatto [26].

Non sappiamo quale sorte abbia avuto il Panizza: se riuscì il suo arresto o se egli poté in tempo rifugiarsi a Ginevra, dove già saltuariamente soggiornava fin dal 1568.

Qualche notizia più precisa abbiamo di Filiberto e Cesare Bozzo. Il primo, che serviva d'intermediario tra i riformati del Marchesato ed i compagni delle terre biellesi, cadde nel maggio successivo nella rete dei birri del S. Offizio, con grande giubilo del Nunzio, che proponeva di lasciarlo a lungo in carcere «a maturare bene», affinché più facilmente si potesse conoscere da lui tutta la trama dei fatti [27].

Cesare ebbe più complesse avventure. Essendosi saputo ch'egli andava spesso a Livorno Vercellese ed a Casale, il Papa fece scrivere al duca di Mantova (16 giugno 1571), affinché compiacesse di ordinare «ai suoi ministri di là» di farlo prigione e di condurlo a Casale «in mano di Monsignore (vescovo od inquisitore), il quale haurà subito li indicii che sono contro di esso Cesare» [28]. Ma lo scaltro eretico riuscì per parecchi mesi ad eludere giudici ed inquisitori. In settembre (15 sett.) il cardinale di Pisa (Scipione Rebiba), nuovamente informato che il Bozzo si trovava sulle terre del Monferrato, «dove praticava liberamente et massimamente nella terra di Livorno», rinnovava l'istanza al duca di Mantova, pregandolo di «dar ordine al governatore suo in Monferrato che procuri di averlo nelle mani et tenerlo ben guardato fino ad altro nuovo avviso». Ma anche queste sollecitazioni non approdarono a nulla. Già si disperava di averlo nelle mani, quando alcuni banditi, o per lucro, sapendo quale forte taglia pesasse sul suo capo, o per speranza di aver condonate le loro pene, se offrissero in cambio la testa dell'eretico, lo arrestarono di sorpresa e lo consegnarono al S. Offizio di Vercelli. Ma la cattura, che pare avvenisse sulle terre soggette alla giurisdizione del duca di Mantova, diede luogo a qualche screzio fra l'inquisitore di Vercelli e quello di Casale, nonché a qualche risentita protesta da parte del Gonzaga. Provvide a calmare i mali umori il cardinale di Pisa, presentando al Gonzaga le scuse di S. S.tà, «la quale haveria voluto che tal captura si facesse di ordine et con soddisfazione di V. E.», e pacificando i due inquisitori, con l'ordinare al S. Offizio di Vercelli di consegnare il Bozzo in mano dell'inquisitore di Casale ed a questo di esaminare la causa in collaborazione con il collega di Vercelli, «per esserne informatissimo et per haver gl'indicii, che fanno contro il prigione» (8 dic. 1571).

Con la fuga del Panizza e con l'arresto di Filiberto e di Cesare Bozzo il manipolo ereticale, che aveva estesi tentacoli nel Marchesato di Saluzzo, nel Biellese e nel Monferrato, privato dei suoi maggiori esponenti, fu momentaneamente disperso, ma non annientato, perché lo ritroveremo ricomposto, con altri individui e con altri intenti più minacciosi, alcuni anni dopo durante la controversia Bellegarde-Birago (1579) [29].

Fu forse conseguenza della scoperta di questo vasto complotto ereticale l'ordine, che il duca di Nevers trasmise al Birago, perché vigilasse sopra certi riformati che si erano annidati nelle terre del Marchesato [30]. Il Birago si giustificò in questi termini: ".... circa a quegli eretici intenderò se vi sono, et essendoli non li staranno. In questi doi giorni sono avvisato che in due case, l'una di Verzuolo, l'altra a Zellio (Acceglio) in Val Macra vi sono doi ministri che predicano segretamente. Credo sarò sforzato di farli fare compagnia a quegli doi che sono qua prigioni di longhissimo tempo». I due ministri detenuti, dei quali il Birago fa menzione, sono il Solfo di Cuneo ed il Truchi di Centallo, imprigionati il primo nel 1569 ed il secondo nel 1567. Degli altri due ministri, che predicavano clandestinamente a Verzuolo ed Acceglio, non abbiamo notizie sicure. Secondo una testimonianza attendibile imprecisa potrebbero nella cronologia, ma verisimile nella sostanza essere fissate in questi mesi anche le «lettere captionali», che il Vicesenescallo di Saluzzo emise contro certi ministri venuti a predicare in San Peyre, nella valle della Varaita, e contro i fedeli, che si recavano ad ascoltarli [31]. Ne sarebbe seguito [32] l'arresto del ministro o dommatizzatore Giov. Battista Sobrero. Di costui il teste ci dice «che per essere dottore di leggi, domandava di essere rimesso inanti il vicesenescallo: però, essendosi trovato che era prete et havea detto messa, fu processato per detto Mons.r Rever.mo», cioè dal vescovo di Saluzzo, come era stabilito dai decreti della chiesa gallicana.

Il Sobrero, lasciata la vita ecclesiastica, si era addottorato in leggi ed aveva servito alla Corte dell'Elettore Palatino. I suoi avversari lo accusarono di essersi invaghito di una gentildonna maritata e di aver procurato la morte del marito per convolare a nozze con lei. Ma di quest'accusa non è da fare gran conto, essendo solita ad essere lanciata contro ogni frate o prete apostata. Dalla Germania i Sobrero vennero a Saluzzo, dove presero dimora, menando vita agiata e facendo entrambi professione aperta di fede ugonotta. Arrestato e processato, come si è detto, nonostante le gravi accuse, il ministro ottenne una pena insolitamente mite. Fu bandito dal Marchesato e riparò con la moglie in Val Luserna, dove lo troviamo nell'ottobre del 1572. Ma la sua presenza ed il suo ardito proselitismo inquietarono il Vicario di Cavour, il quale ne fece tosto denunzia all'arcivescovo di Torino, perché, d'accordo col duca, vi ponesse pronto rimedio [33]. Della sua sorte successiva nulla sappiamo. Sono forse suoi discendenti i Sobrero residenti nella Valle di Luserna in un periodo posteriore [34].

Dopo lunghi anni di prigionia la liberazione venne anche per gli altri due ministri chiusi nel castello di Saluzzo: il Solfo ed il Truchi.

La pace di San Germano ed il raccostamento della Corte al partito protestante parvero ai riformati del Marchesato un momento propizio per tentare la scarcerazione dei due ministri. Si decise, a questo scopo, d'inviare in Francia il ministro Galatea con un compagno, di cui è taciuto il nome [35].

Partiti da Dronero il 27 luglio 1571, essi si recarono dapprima alla Roccella e successivamente in varie altre città della Francia per chiedere il patrocinio della Regina Madre, del re di Navarra e di altri capi ugonotti influenti alla Corte. L'intento fu facilmente raggiunto. Carlo IX, che poche settimane prima (28 sett. 1571) aveva scritto al duca di Savoia una generosa lettera, per pregarlo di non dare più molestia a quelli, che erano passati in Francia per combattere contro di lui nelle file ugonotte, non poté ricusare la grazia dei due ministri, rei soltanto di aver celebrato pubblicamente gli atti del loro culto. Firmò quindi il 18 ottobre (1571) le patenti di condono e con lui le sottoscrissero i suoi segretari Neufville e Loménie. Ma il cancelliere, Renato Birago, adducendo la lontananza del re ed altri pretesti, riuscì a procrastinarne per lungo tempo l'interinazione: sicché solo nel marzo 1572 come vedremo i due ministri poterono ricuperare la loro libertà. La lunga e dolorosa detenzione aveva bensì fiaccati i corpi, ma lasciata intatta la fermezza della fede [36].

Intanto una nuova aura di tolleranza sembrava passare sulle chiese riformate del Marchesato, ravvivandone la baldanza ed il proselitismo.

In Dronero, procedendosi alla rinnovazione del consiglio comunale, la quale soleva farsi ogni anno il 21 di settembre, risultarono eletti parecchi riformati (21 sett. 1571). Ciò dispiacque ad alcuni fanatici od ambiziosi esclusi, i quali protestarono contro l'ammissione dei riformati in seno al Consiglio, sostenendo che essa violava il tenore degli editti del Luogotenente Generale inibenti «ne quispiam de descriptis in rotulo pretense reformate religionis eligatur in consiliarium». Ma il Consiglio si contentò di rispondere ai querelanti che ciò era stato fatto «ob necessitatem» e che del resto l'approvazione definitiva della nomina spettava al verdetto del governatore [37].

L'espressione «ob necessitatem  dice il Manuel equivaleva a dire che fra i non protestanti non si trovavano altri idonei a quell'ufficio; ma potrebbe anche significare che l'inclusione dell'elemento ereticale fu voluta per amor di concordia e per appagare le giuste aspirazioni di quella parte della popolazione dronerese, che seguiva la fede riformata e che aveva grande credito per numero, per ricchezza, per istruzione o per prestigio sociale.

Il Birago, al quale spettava la decisione ultima sulla nomina, contrariamente all'aspettazione di molti, non fece nessuna opposizione né eccezione alla composizione del Consiglio e ciò «per pensata causa», dice il Manuel, e non per negligenza od ignoranza. Forse non gli parve prudente irrigidirsi in una troppo meticolosa osservanza degli editti in un momento, nel quale il partito ugonotto era in auge alla Corte parigina e gli articoli della pace di San Germano riconoscevano esplicitamente ai riformati il diritto di adire ogni carica pubblica e civile ed il re stesso interveniva a favore dei religionari francesi perseguitati sulle terre ducali [38].

Alla maggiore tolleranza del governatore non furono forse estranei anche i fatti, che venivano maturando in Carmagnola e che dovevano alimentare prima la sorda animosità del Bellegarde [39] contro Ludovico e contro Carlo Birago, poi violentemente esplodere nella rivolta armata del 1579.

Nel mese di settembre 1571 il processo del Cordero di Carmagnola, che si era appellato al Parlamento di Grenoble contro i presunti abusi del governatore del Marchesato e del comandante di Carmagnola, veniva da Grenoble stessa trasferito a Carmagnola, sia per atto di deferenza verso il Birago, che si era creduto leso nei suoi diritti di giudice sovrano, sia per avere maggiore comodità di testi e di documenti [40]. Il Birago se ne compiacque come di una vittoria e si augurò che il Cordero fosse esemplarmente punito «perché, se questo restasse liberato, sarebbe per coronare et dar compimento a un mucchio di seditiosi ch'hora pullulano in Carmagnola et far dil resto a quelli puochi buoni che ci sono».

Non conosciamo l'esito del processo, che ancora durava ai primi di ottobre, accrescendo nel Birago il sospetto o il timore che si volesse ad ogni costo prosciogliere il Cordero da ogni pena.

Il processo qualunque ne sia stato l'epilogo ebbe per effetto di ravvivare l'ostilità di una parte della popolazione carmagnolese contro il Birago, in quanto che il Cordero ai loro occhi appariva come il difensore delle libertà e delle franchigie cittadine contro gli abusi del governatore. Di un tale stato d'animo seppero trarre profitto da una parte i riformati, dall'altra il Bellegarde.

Già abbiamo visto come fin dal giugno 1569 il governo della città fosse passato nelle mani di Ruggero di St. Lary, signor di Bellegarde. Affabile e cortese, quanto rigido ed altero pareva il Birago [41], egli non tardò a conciliarsi molte e forti simpatie non solo fra il popolo di Carmagnola, ma in tutto il Marchesato e a dare ombra al Birago per i grandi favori, di cui godeva alla Corte, e per la sua straordinaria ambizione.

Per quanto esteriormente si sforzasse di mostrarsi buon cattolico, il Bellegarde tratteneva segrete relazioni con i capi ugonotti e col partito dei Politici o Moderati, sia per influsso della contessa di Thermes, sua zia, fervente ugonotta, diventata sua moglie, sia per odio contro il casato dei Birago, che, italiano di origine, spadroneggiava alla Corte a detrimento dell'elemento francese ed era ligio al partito dei Guisa. Perciò egli era accusato di usare eccessiva condiscendenza verso i riformati, specialmente verso quelli di Carmagnola, terra del suo governo, e verso i fuorusciti, che per motivi religiosi vi affuivano da ogni parte del Piemonte e del Monferrato.

Questa tolleranza, che era in aperto contrasto con gli editti del re, offerse al Birago un ottimo pretesto per mettere il Bellegarde in cattiva luce, ora davanti al duca di Nevers ora alla Corte stessa. E in questa campagna, che rivestiva aspetto antiereticale, ebbe pronto alleato il vescovo di Saluzzo, desideroso di sradicare l'eresia dalla sua diocesi e di togliere ai riformati tutte le libertà, delle quali godevano.

Nel novembre (1571) il Birago o per mezzo del vescovo o per mezzo del proprio cappellano, arciprete di Carmagnola, riuscì ad avere nelle mani una lista di ugonotti residenti a Carmagnola [42] e si affrettò ad inviarla al duca di Nevers, forse non tanto con l'intento di provocare provvedimenti contro i dissidenti, quanto di creare imbarazzi al Bellegarde. Non avendo ricevuta pronta risposta, riscriveva al Nevers il 26 novembre, ricordandogli la lista dei riformati trasmessagli nella lettera precedente ed aggiungendo queste prudenti considerazioni: «Et pource que selon que l'occasion se veoit, il se joue commencer beaucoup de sorte de stratagemes par le monde, jay pensé de vous dire que venant a parler desdicts huguenots, il me semble qui sera le meilleur, comme j'escris aussi au Sr. André mon nepveu den parler en termes generaulx dautant que sa venant aux particularités on pourroit fere absenter ceulx qui seroient nommés et par apres dire, que ce qui en auroit esté escrit, seroit faulx. Encores que ce soit chose manifeste et sceue de beaucoup de personnes».

Le cautele, prese dal Birago per tenere celata la lista, non impedirono tuttavia che qualche sentore venisse al popolo ed ai consiglieri di Carmagnola per imprudenza degli emissari del vescovo o del Birago, che si erano affrettati ad agire, approfittando della momentanea assenza del Bellegarde. Se ne ebbe subito l'eco in seno al Consiglio. Nella seduta del 9 dicembre (1571) dice il verbale [43] fu fatto presente «si come in questo luogo di Carmagnola da pochi mesi in qua vi sono venuti ad habitare molti banditi et foransiti (fuorusciti) da diversi luoghi et molti di queli di la nova religione et di continuo adgumentano, il che puotrebbe portar scandallo grande al luogo et pericullo stando la magior parte di detti foransiti ne gli borghi giorno et note armati et detti della religione tenendo scuolla segretamente et di continuo in palese et in secreto cerchando cum le luor belle parolle machiare li homini et habitanti del luogo». Fu deciso di mandare i sindaci a riferire i fatti al governatore della città, signor di Bellegarde, da poco rientrato dal suo viaggio in Francia.

I sindaci eseguirono prontamente il mandato, e, recatisi dal governatore, gli esposero i fatti e le lagnanze così come erano stati esposti nella seduta consigliare del 9 dicembre. Questa fu la risposta del Bellegarde: «.... non creder che siano altrimenti augumentati foransiti né ugonoti in questo luogo dopoi che lui he in questo governo per non haver giamai havuto querella né in generale né in particolare di tal fatto né essersi alcuno a S.a Ecc a doluto, per lo che il Consiglio gli donasse la lista di talli augumentati come si dice et lui informatto de le qualità di essi, come ragionevolmente si conviene, provvederà, non essendo mai stato la mente sua che in questo luogo debbano radunarsi foransiti maxime del ducato di Savoia, quali a conto nessuno intende né volle che vi stiano, né meno ughonotti di più di quello vi erano inanti che sua Ecc.a fossi al detto governo».

La risposta del Bellegarde fu riferita al Consiglio nella seduta del 15 dicembre. Il governatore, forse con riposte intenzioni, aveva chiesto al comune di presentargli la lista precisa dei fuorusciti e dei religionari venuti recentemente nella città. Ma i consiglieri videro la difficoltà e la delicatezza di una simile designazione e declinarono ogni loro responsabilità dichiarando «di non voler altramente tuor la carigha di far alcuna descriptione de simili persone, non posendo giustamente giudichar alcuno ne la conscienza sua». Stabilirono pertanto di rimettersi «al consignamento di essi che per l'ordine di S.a Ecc.a sarà fatto nelle mani del Commesso a tal fatto».

Il Bellegarde nel suo colloquio con i sindaci si era lamentato, perché, a sua insaputa, correva voce «che in città e nei sobborghi vi fossero alcuni ministri di la nova religione o altri quali fano professione di predichare portando gran scandalo al luogo» ed aveva ordinato al Consiglio di appurare il fatto per potervi prontamente provvedere.

Interrogati anche su questo secondo punto, i Consiglieri unanimi dichiararono «non haver mai oldutto (udito) dire, sapere né havuto noticia che in Carmagnolla foserro (fossero) ministri né altri qualli predicassero la detta nova religione vedendo di continuo il popullo tanto terieri come habitanti, salvo perhò quelli che di lungho tempo si suono deschiarati per vughonotti andar a le giessie (chiese) a sentir li divini uffici né havere mai oldutto dire che in questo luogo fosse fatto altro essercitio di religione che quello tiene et osserva la Santa Madre Chiesa Cattolica Romana, per non esservi più di tre o quattro de li suddetti dichiarati del luogo et forsi altri tanti delli Habitanti quali stano molto ristretti ne le case lurgo atendendo al luoro esercitio per intratenere luoro famiglia».

I documenti sopra riferiti mostrano chiaramente che, mentre il Birago tendeva ad esagerare l'entità e la gravità del pericolo dell'eresia in Carmagnola per mettere il Bellegarde in cattiva luce presso la Corte, questi, con pari sforzo, mirava a minimizzare la consistenza di quella congrega di riformati e soprattutto a liberare se stesso da ogni responsabilità, negando che il numero dei fuorusciti e dei religionari fosse aumentato dal giorno in cui egli aveva preso possesso della piazza. E in questa discolpa aveva facilmente dalla sua il Consiglio, che, posto nell'alternativa di inimicarsi il Birago, smentendo le sue insinuazioni, o di compromettere il proprio comandante, confermandole, preferì mettersi dalla parte del secondo, il quale, salvaguardando la propria responsabilità, salvaguardava anche quella delle autorità cittadine e le liberava dal sospetto di connivenza con gli eretici. Ma circondò la sua condotta di una prudente cautela, rifiutandosi di farsi accusatore diretto dei propri amministrati e trincerandosi dietro l'impossibilità di poter sondare la coscienza altrui: pretesto, che rivela come in Carmagnola al pari di molte altre terre accanto ai riformati aperti e dichiarati, relativamente esigui, ci fosse un altro nucleo della popolazione, difficilmente controllabile, il quale si serbava esteriormente cattolico, ma non era completamente immune da ogni influsso delle nuove dottrine.

L'accusa rivoltagli di favorire eretici e fuorusciti fece capire al Bellegarde che qualche cosa si tramava nell'ombra contro di lui. Non ebbe difficoltà ad individuare da chi fosse partita la prima accusa. Suo primo atto fu di arrestare l'arciprete di Carmagnola, cappellano del Birago, sospettato di aver sparso ad arte le notizie false od esagerate sugli eretici di Carmagnola. Il Bellegarde sperava con l'interrogatorio dell'arciprete, di «uscire giustificato dappresso a Dio, al re e al mondo», delle gravi accuse che gli erano state rivolte. Ma siccome l'arrestato era persona ecclesiastica e, come tale, non poteva essere processato da autorità civili, il Bellegarde indirizzò al Vescovo di Saluzzo [44] il seguente biglietto (18 dic. 1571): «R.mo Monsignore, Essendosi falzamente pubblicato che in Carmagnola se predicava nelle forme della nuova religione et che ci eran molti forestieri ugonotti, né havendo io inteso questo che da puochi giorni in qua, sono venuto in questo luogo per poterne meglio intendere la verità et provederci se così era, havendo però sempre creduto che questa fosse una calomnia nata et divulgata da miei nemici, ch'io non mi poteva persuadere che V. Ecc.za R.ma in effetto havendo la cura delle anime, non ne fosse stato benissimo informato, et che non n'havesse fatto gratia di chiamarmi per prestargli la mano con l'auttorità che io ho dal re per farne quel esempio che tale scandalo meriterebbe: ma finalmente havendo ricercato di saperne il vero, non ho trovato che solo quattordici ugonotti forastieri, tra li quali ce n'è tre che habitavano prima che io ne fossi governatore. Li altri undici ci sono senza mia licenza, benché tra quali ci ne sono quattro o cinque di Racconigio, li quali mi sono stati raccomandati per persone che me ne possono comandare. Et perché io ho inteso che l'arciprete di questa chiesa, huomo scandaloso e di male esempio, è stato quello c'ha inventato tal cosa, la quale, per toccarmi alla reputatione et all'honore, poiché in questo ci è crimine di lesa maiestà divina et humana, io l'ho fatto mettere in prigione, volendo in ogni modo restar giustificato appresso Iddio, appresso il re et appresso il mondo. Et perché la cognitione di questo galant'huomo et per esser persona ecclesiastica appartiene a V. E. R. ma, io la supplico voler mandar qua il suo vicario, acciò che, informandosi della verità, io resti libero et discaricato de la falsa accusatione et V. E. R. ma satisfatta al debito del Uffitio suo. Et non essendo questo per altro, io supplicarò nostro Signore Iddio la conservi longamente nella gratia sua. Di Carmagnola lì 18 di dicembre 1571. Di V. E. R. ma affettionatissimo et ubbidientissimo figliolo, Rugiero di Bellegarde.

Come si vede dalla lettera, il Bellegarde, nonostante le sue smentite alle «false accusationi», era pur stato costretto ad ammettere che almeno 14 ugonotti fuorusciti e stranieri si annidavano in Carmagnola. Uniti ai 7 riformati aperti e dichiarati, abitanti della città, già denunciati dal Consiglio Comunale, abbiamo un primo totale di una ventina di persone, capi di casa, che rappresentano i riformati nettamente individuati nella città e nei sobborghi di Carmagnola. Ma il numero, volutamente mantenuto esiguo, era destinato a crescere a mano a mano che la controversia fra il Birago ed il Bellegarde si faceva più aspra e serrata.

Non sappiamo ciò che il vescovo di Saluzzo rispose al Bellegarde né quale contegno tenne verso di lui in quest'occasione. Sappiamo tuttavia che, offeso nella sua dignità ed autorità, si affrettò a comunicare la lettera del Bellegarde al governatore Birago e che questi, fattane una copia, la trasmise al duca di Nevers, accompagnandola con una lettera [45] piena di accuse contro il suo rivale (24 dic. 1571). La lettera è molto importante, perché alle dichiarazioni del Bellegarde, che miravano a minimizzare il numero ed il pericolo dell'eresia in Carmagnola, il governatore contrappone nuove liste di eretici e precisa fatti e circostanze, che danno una ben altra entità al moto riformato di Carmagnola.

«Je vous mandai dernierement, Monseigneur, une liste de huguenots qui sont dans Carmagnolles et a present je vous en envoye encores une autre comme aussi coppie d'une lettre que Monseigneur de Bellegarde a ecrite a M.r l'evesque de Saluces, par la quelle il confesse qu'il y en a seulement quatorze, taisant que ce sont chefs, qui ont suite de femmes, enfants et serviteurs quil ny comtent pas. Mais je sais bien pour vray qu'il y en a beaucoup davantage, car il y a personnes de qualité, qui se sont offertes de me bailler une lieste de plus de cent par nom et surnom, m'ayant asseuré quilz preschent tantost en une meschante cassine distante de Carmagnolles de deux mil, appartenente a ung nomme Puburo, qui est massier [46] en ung audict lieu nommé St. Georges pres du dict Carmagnolles, et tantost en une église nommée Sainte Croix, qui est en campagne pres d'un demy quart de mil et en la maison d'un Anthoine de Losso, boucher, et en celle d'Evangeliste Faudin au bourg de Monnaye (Moneta). Le dict Sr. Bellegarde, comme verrez par la sudicte coppie de lettre, a faict emprissonner l'archipreste dudict Carmagnolles, qui a este mon chapelain plus pour exercer quelque vindicte a lancontre de ceux qui mappartiennent que pour cause quil y ait; presupposant (combien que non) que ce soit luy qui ait divulgué l'uguenotterie dudict Carmagnolles comme le debvoir du lieu qu'il tient porte qu'il face, et qu'il y ait l'oeil, et s'usurpant en ce faisant l'auctorité du dict evesque et pareillement la vostre et la mienne. Et depuis il la faict relacher et lui a permis de venir icy, moyennant toutefois cautions de retourner. En la dicte premiere liste y a un ministre nommé Monoculo [47], que je pensois estre florentin, mais jay depuis entendu (encores que telles sortes de gens falciffient vous ay mandé par ma derniere que vous aurez avec la presente, il sera meilleur, parlant desdicts huguenotz, d'en eviter et prevenir les deguisements qui se pourroient faire pour essayer de reprouver ce qui en seroit dict. Ce que (sil avenoit en quelque partye) par consequant on vouldroit fere de tout le reste, combien quil y ait que la pure verite, evidante et manifeste».

Il Birago ed il Bellegarde avevano entrambi potenti fautori alla corte parigina, ed ambigua ed incerta era più che mai in quei mesi la politica religiosa del re e della regina madre. Queste considerazioni persuasero forse il Nevers a non entrare direttamente nella controversia Birago-Bellegarde, aspettando che gli animi si calmassero e che qualche fatto nuovo gli indicasse più chiaramente la via da seguire [48].

Mentre ancora duravano i fatti incresciosi di Carmagnola, nella limitrofa terra di Caraglio si rinnovava la persecuzione religiosa contro i fratelli Solaro, signori di Villanova, Caraglio e Levaldigi.

Abbiamo ricordato com'essi, nel luglio 1571, avessero ottenuto dal duca di Savoia una patente speciale, la quale li ristabiliva nei loro beni e li garantiva da ogni molestia. Ma la loro pace doveva durare assai poco.

La tradizione [49] narra che una notte del settembre successivo il fiscale Barberi o per segreto ordine di E. Filiberto o per odio personale contro i Solaro o come sembra più probabile assaltasse improvvisamente - per ingordigia dei loro beni, il castello di Caraglio, che andò distrutto, malgrado la strenua difesa dei castellani e dei loro fidi. Le quattro Farina ed Anna di Moretta, moglie di Niccolò, riuscirono a riparare sul Marchesato di Saluzzo e di là quasi subito in val Luserna: ma dei fratelli Solaro, Cesare sarebbe morto combattendo e Carlo e Francesco-Luigi avrebbero ricevuto ferite così gravi da morirne poco dopo. I due superstiti avrebbero poco dopo raggiunto le donne in Val Luserna.

Ma il racconto ha valore puramente tradizionale, perché è in molte parti smentito da inoppugnabili documenti storici. Né Cesare perì nell'assalto del castello, né Carlo e FrancescoLuigi soccombettero per ferite. I fratelli erano viventi tutti e cinque nell'aprile del 1573, anno in cui Niccolò, Francesco Luigi e Cesare, tanto a nome proprio quanto a nome dei fratelli assenti, Carlo e Giov. Battista, firmarono un consignamento delle quote loro spettanti sui beni di Villanova, Casalgrasso, Moretta e dipendenze [50]. Sappiamo inoltre che Carlo nel 1572 soggiornava a Levaldigi e Villafalletto [51+, che nel 1575 era a Bobbio, nella Valle del Pellice, insieme coi fratelli Giov. Battista e Niccolò [52] e che morì a Villanova nell'aprile del 1578 [53]. Come eretico fu sepolto in una chiesa campestre, dove già un altro ugonotto aveva trovato sepoltura. Risulta pure che Francesco-Luigi era ancora vivo nel 1591, perché in quell'anno combatté nel forte di Mirabocco, nell'alta valle del Pellice [54], tra le file dei soldati ducali, insieme col fratello Giov. Battista, che dimorava a Bobbio.

Quanto a Niccolò sappiamo che nel 1572 soggiornò con la moglie Anna di Moretta in casa del genero Gioffredo Falletto dei Signori di Villafalletto [55], e che nel 1574 prese parte alla spedizione ugonotta contro Dronero e la Val Macra; che di là passò ad Abries nella valle del Queyras, poi a Barcellonetta, sempre militando tra le file ugonotte [56]. Forse in qualche fatto di guerra trovò la morte, che avvenne prima del 1589, poiché documenti dell'anno ci attestano che la vedova Anna di Moretta, ritirata nelle sue terre di Verzuolo, meditava di passare a seconde nozze con un capitano ugonotto amico del Lesdiguières [57]. Ma il duca di Savoia, che aveva da poco occupato il Marchesato, temendo che i beni di lei cadessero in mani straniere e che un matrimonio ugonotto desse pretesto a indesiderati interventi stranieri nelle terre ancora mal fide del Marchesato, gliene fece categorico divieto, proponendole invece la mano di un nobile e facoltoso dronerese. Ma Anna non si piegò al volere del duca, il quale, non volendo ricorrere alla violenza in un momento così delicato per la sicurezza dei suoi Stati a causa della persistente minaccia ugonotta, finì col rimettere la cosa alla prudente decisione dell'Infanta Caterina, sua moglie [58]. «Al particolar d'Anna di Moretta, io mi rimetto alla A. V. che ne facci quello gli paresi bene: per essere heretica marza (marcia), male è haverla vicina e peggio tenerla in casa» [59].

Nel febbraio 1572 riprendeva nuovo vigore la controversia Birago-Bellegarde. Non avendo fino allora ricevuta risposta, o risposta soddisfacente, dal duca di Nevers, il governatore, deciso a spuntarla, anche se ne andavano di mezzo, vittime espiatorie, i religionari di Carmagnola, spedì al duca il capitano Marco [60] con l'incarico d'informarlo minutamente delle vere condizioni del Marchesato.

Ma le insistenze del Birago erano destinate al più completo insuccesso! Il 9 febbraio, da Blois [61], il duca di Nevers dichiarava esplicitamente al Birago di non aver voluto trattare alla Corte la questione degli eretici di Carmagnola, sia perché il suo intervento sarebbe parso sospetto e parziale, sia perché sperava che la questione sarebbe risolta presto con un editto del re. «Je nay poinct voullu dire a leurs mayestés des huguenotz, qui sont dedans Carmagnolles. Car par apres loy y pourveoira. Et sembleroit que je parlasse par trop grande affection que jeusse en votre endroit, de laquelle je suis accusé, et non sans cause combien que je ne face rien qui ne soit pour le service du Roy .

Quattro giorni più tardi, il 13 febbraio, il re emanava la patente annunciata dal Nevers, ma in senso assai diverso da quello sperato. La patente, dando finalmente corso all'ordinanza scritta il 14 ottobre dell'anno precedente e ritardata per il malvolere del Gran Cancelliere Renato Birago, zio di Ludovico, ordinava la supplicata scarcerazione dei due ministri Solfo e Truchi, detenuti nel castello di Saluzzo. Garante dell'esecuzione era il Parlamento di Grenoble, che, interinato l'ordine, lo trasmise al governatore Birago. Le lettere regie non ordinavano soltanto la liberazione dei due detenuti, ma fatto insolito e sorprendente - - raccomandavano «di trattar questi di la religione come li stessi catholici sudditi di sua maestà» [62].

Era un insperato trionfo del partito protestante e pareva promettere l'auspicata politica di tolleranza religiosa: ma era effimero trionfo, voluto dalla Corte per meglio mascherare l'orrendo macello che essa meditava da più tempo e che doveva avverarsi pochi mesi dopo nella ricorrenza della S. Bartolomeo.

Il Birago ne rimase confuso e sbalordito! Proprio lo stesso giorno (27 marzo 1572), in cui il Parlamento gli comunicava le ferme intenzioni del re, egli aveva rinnovato al duca di Nevers le sue lamentele contro i riformati del Marchesato, narrandogli quanto era successo dopo l'invio del capitano Marco e sollecitando ordini repressivi. La lettera è purtroppo cifrata in alcune parti e manca della relativa interpretazione. «Da Saluzzo 27 marzo 1572.

L'Ecc.a vostra hara inteso per il Capitano Marco l'esser delle cose da diqua, come esso per una sua m'ha fatto intendere haver fatto. Di modo che hora gli dirò succintamente quello è successo da poi secondo ch'io vengo avisato. Nella val di Magra cominciono licentiosamente, più del solito, venir ministri a predicar oggi in un luogo et domane in un altro, dar la Cena, far matrimoni et altri esercitii di loro religione, che sono li frutti quali si cominciono a ricoglier delle lettere ultimamente mandate et.... servendosi hora dil mezzo.... tutti questi dil stato del Re han recapito. Però è necessario che sua maestà mi scrivi una lettera in buona forma, comandandomi che, nonobstante altra lettera scritta in contrario, ne anche al Governatore di Pinerolo, vuole che l’editto suo pubblicato qua per più volte sij osservato et davantagio ch’io mi governi secondo conoscerò esser di suo servitio, rimettendosi in questo a quello ch'io ne farò, perché io mi governerò poi secondo l'occasione et che porterà detto suo servitio, tenendo la lettera in me solo per mia giustification et mostrarla a chi et quando sara bisogno, et questo è necessario quanto prima, altramente potrebbe nascer tal disordine, che non sarebbe in mia mano di rimediarli poi, massime essendo le cose fomentate et sostenute come sono, et l'Ecc.a Vostra intende .

Ricevute poi le lettere del re, unitamente ad una del Presidente del Parlamento, datata del 15 marzo, che gli ordinava la pronta esecuzione della volontà sovrana, il Birago aggiungeva alla missiva per il duca di Nevers questo post-scriptum che tradisce il suo smarrimento e il suo amaro disinganno: «Scrivendo questa ho riceputo dal s.r presidente di 15 dil presente insieme con una patente di sua maestà di 13 di febraro, per la qual mi è commandato di far liberar questi ministri come farò, ma più di trattar questi di la Religione come li stessi catholici sudditi di sua Maestà. Cosa che mi mette in tanta confusione, oltra le difficultà già scritte prima all'Ecc.a Vostra, che non so come risolvermi. Però è necessario sapi (sappia) la mente di sua maestà. Et per non fastidire l'Ecc.a Vostra di sì longhi discorsi n'ho scritto diffusamente al S.r Andrea con ordine facci intendere particularmente il tutto a l'Ecc.a vostra et al s.r presidente, qual si degneranno farmene haver risposta quanto prima, affin sappi come governarme, poi che i patroni loro stessi van ponendo in difficultà et in compromesso loro servitio .

Il Birago, non volendo sottostare passivamente allo smacco subito, cercava d'inaugurare nel Marchesato una politica religiosa equivoca e personale, ch'egli diceva essere la sola consentita nelle attuali condizioni del Marchesato: osservare cioè esteriormente le patenti del re, facendo concessioni ai riformati, finché queste non ledevano la maestà del re o la sicurezza dello stato; ma poter intervenire energicamente contro di essi, a dispetto dell'editto recente, ogni qualvolta gli pareva che gli abusi potessero degenerare in licenza od in violenza a detrimento dell'autorità sua e del re. Perciò chiedeva che gli fosse inviata una lettera segreta del re, che lo potesse giustificare davanti ai suoi avversari delle eventuali deviazioni fatte alle patenti tolleranti del re, se il caso lo richiedesse.

Ignaro di quanto avveniva nel regno di Francia e della duplice politica religiosa seguita dal re e dalla Madre, il Birago rinnovava la sollecitazione al Nevers nella sua lettera del 12 aprile [63]. «Io non ho anchora ricevuto il dispatio quale l'Ecc.a Vostra mi scrive debb'havere fatto S. M.tà, per conto degli Uganotti, quali si vanno ogn'hora rendendo più insolenti, poiché hano visto per la liberatione de questi ministri, essere non solo sostentati, ma favoriti. Starò aspettando la rissolutione di detta S. M.tà et poi mi governerò secondo l'occasioni».

Ma una nuova delusione aspettava il Birago! Il Nevers, rispondendo il 19 aprile [64] alla lettera del governatore, spedita il 27 marzo, gli mostrava l'impossibilità assoluta, in cui si trovava lui e la Corte, di agire contro i riformati a causa del grande credito, che gli ugonotti avevano presentemente presso il re, e del forte malcontento, che l'intervento delle milizie francesi nei torbidi di Fiandra aveva suscitato alla Corte del re Cattolico.

«De Blois 19 apvril 1572. Vostre lettre du 27 mars me fut baillée le huictieme avril, par la quelle jay veu comme en la vallée de Magra les huguenotz commencerent a y prescher, faire la Cene et des mariages par la faveur daucuns, chose qui est tres mauvaise et qui grandement me deplaist. Mais après en avoir parlé avec Monsieur le President, je ne trouve quil y ayt aucun moien pour le present dy pourvoir, veu le credict que les huguenotz se font a croire d'avoir, et avons deliberé de ny toucher pour le present, sachant bien que nen aurions que mauvaise resolution, et suys attendant davoir une coppie autenctique de ledict que sa majeste feist publier de par dela plusieurs annees sont, affin que sur icelle nous puissions veoir ce que lon y pourra faire. La quelle sil vous plaist, vous envoyerez au plustost et pense que vous avez eu la lettre que sa majesté vous a escript contraire a lautre que de la Brosse vous avoit portée, ainsy que par ma derniere depesche je vous ay escript .

Dopo tante inutili recriminazioni è probabile che il Birago si persuadesse che non era quello il momento propizio per invocare ed attuare misure repressive e violente contro i riformati del Marchesato [65], e che, secondando l'aura di libertà, che sembrava aleggiare in tutta la Francia, si limitasse a sorvegliare le mosse dei religionari e le mene dei più facinorosi, per poterne trarre vendetta in migliore occasione.

In questi mesi tornava di Francia anche il Galatea, che era andato a perorare la liberazione dei ministri imprigionati nel castello di Saluzzo. Avendo l'animo pieno di illusioni e di speranze per l'effimera pace, che regnava in Francia, pasceva delle stesse speranze ed illusioni anche i riformati del Marchesato e ne accresceva la baldanza ed il proselitismo.

Della nuova ondata di tolleranza fa prova anche l'esito favorevole, che ottenne presso il re la supplica degli eredi di quel Vincenzo Adamo dei Signori di Rigrasso, il quale fin dal 1560, quando Savigliano apparteneva al duca di Savoia [66], era stato condannato come eretico ostinato alla confisca della vita e dei beni. Passata la città di Savigliano, con il suo distretto, alla Francia nel 1562, l'Adamo, che viveva in Francia, aveva supplicato il re di farlo reintegrare nei suoi beni ed aveva ottenuto all'uopo lettere di annullamento di confisca e di persecuzione [67]. Ma il Consiglio Superiore di Pinerolo, che doveva interinare e far eseguire la sentenza regia, oppose difficoltà e ne rinviò, con vari pretesti, l'esecuzione. Avveniva frattanto la morte dell'Adamo. Il suo erede riprese con maggior energia la causa rimasta sospesa, presentando una nuova dichiarazione del re, che annullava l'alienazione dei beni dell'Adamo fatta dal duca di Savoia e riconosceva ai legittimi eredi di lui il diritto di essere reintegrati nei beni confiscati e devoluti ad altri e di goderne pacificamente i frutti.

Ma a questa decisione del re si oppose Gaspardo Cambiano, detentore e beneficiario dei beni dell'Adamo, protestando che la sentenza del re era illegale «essendo molto ragionevole che l'un principe non distrugga quello che ha fatto l'altro giuridicamente, ch'altramente sarebbe mettere sottosopra il tutto», ed insisteva presso il cancelliere ducale, conte di Stroppiana, affinché il caso fosse fatto presente all'agente piemontese a Parigi, Sig. di Sanfré. Al re doveva essere messo bene in chiaro che l'Adamo era stato non solo eretico, ma relapso e che, tale essendo morto, egli era escluso «da ogni benefizio della ragione di poter ricuperare il suo». Ma non è probabile che, almeno per allora, il Gaspardo sia riuscito a spuntarla.

Nell'estate (1572) il vescovo Tapparelli faceva nuove visite alle parrocchie della diocesi, ma nulla troviamo nel suo diario, che ci interessi direttamente. Ricorderemo solo che l'8 giugno andò a Dronero a riconciliare quella chiesa, violata dalla sepoltura di una donna scomunicata, probabilmente ugonotta, e che in agosto (24 agosto) si trasferì per lo stesso motivo a S. Michele e che «ivi fu ben veduto tanto da Catholici quanto da altri» [68].

Tutto nel Marchesato, come in Francia, sembrava esteriormente annunciare un lungo periodo di tolleranza e di tranquillità religiosa e civile. Il 4 maggio Carlo IX aveva inviato una lettera circolare a tutti i governatori per compiacersi della pace, che regnava in tutto il regno, e per esortarli a vegliare sulla esatta osservanza dell'editto di pacificazione [69].

L'ammiraglio di Coligny sembrava avere il sopravvento alla Corte ed avere soppiantato l'autorità goduta fino allora dai duchi di Guisa. Incitava il re a portare la guerra nei Paesi Bassi contro la potenza del re di Spagna ed otteneva dalla Corte facili concessioni a favore dei riformati. Ma il credito di cui godeva alla Corte o come diceva il Nevers, credeva - di godere non era che fittizio e colmo d'insidie forse da lungo tempo segretamente preparate. Caterina aveva giurato odio mortale al Coligny e agli altri capi ugonotti, e, non avendo potuto distruggerli con la guerra, non indietreggiò davanti ad uno dei più orribili delitti, che la storia ricordi, per sbarazzarsi di loro.

L'occasione fu offerta dal matrimonio del giovane Enrico, re di Navarra, con Margherita di Valois, sorella del re. Alle feste, che durarono quattro giorni (18-22 agosto 1572), intervennero il Coligny, il principe di Condé e molti altri fra i più autorevoli e temuti capi ugonotti con scarso seguito di armati. L'ultimo giorno l'ammiraglio veniva gravemente ferito a tradimento da un sicario prezzolato e preparato dalla regina madre e dal Guisa, il signor di Maurevel. Il re affettò ira e dolore per il vile attentato e minacciò contro gli autori ed i mandanti la pena di morte.

Ma il ferimento del Coligny non era che il preludio di guai ben maggiori! La regina madre, timorosa di essere scoperta e sempre più irritata contro i capi protestanti, che chiedevano al re la punizione dei colpevoli e minacciavano gravi torbidi nel regno, avrebbe allora meditato non solo l'uccisione dei capi ugonotti convenuti in Parigi, ma l'eccidio di tutti gli ugonotti di Parigi e del regno. Con la sua astuta diplomazia riuscì a strappare al re, dapprima riluttante, l'ordine dell'eccidio generale dei protestanti, giustificandolo come una meritata punizione alla ribellione ed al complotto, che i capi ugonotti stavano tramando contro la persona e la vita del re.

L'eccidio, scoppiato improvviso nella notte della San Bartolomeo [70], insanguinò Parigi per più di quattro giorni e si propagò rapidamente a tutte le città della Francia. Il Coligny fu assalito nel suo letto, dove giaceva infermo per la ferita; ed il suo cadavere, buttato dalla finestra, mutilato e svillaneggiato, fu tratto a ludibrio dalla folla fanatizzata per le vie e le piazze della città. I principali ugonotti, alloggiati al Louvre, furono orrendamente massacrati: solo il Navarra ed il Condé ebbero risparmiata la vita, ma furono tenuti in stretta prigionia e minacciati anch'essi di morte, se non abiurassero la fede protestante.

Da quattro giorni l'odio religioso, lasciato senza freno, insanguinava le province del regno, quando il 28 agosto il re, sia che fosse sazio di tanto sangue, sia che temesse la rinascente potenza dei Guisa e le rappresaglie delle nazioni protestanti, spediva a tutti i governatori delle province una nuova circolare. In essa, dopo aver giustificato l'orrendo eccidio come necessario rimedio alla congiura del Coligny e degli altri capi ugonotti ed aver protestato che esso non aveva avuto nessun movente religioso, ordinava di sospendere le crudeli esecuzioni e dichiarava di prendere tutti i riformati sotto la sua protezione, comminando la pena di morte contro chiunque in avvenire violasse l'editto di pacificazione [71].

Nella Provenza e nel Delfinato, le due province francesi più prossime al Marchesato, dove rispettivamente erano governatori Onorato di Tenda e il barone Bertrando de Gordes de Simiane, gli ordini sanguinari del re furono procrastinati e mitigati, avendo l'uno e l'altro governatore orrore del sangue innocente. Ci furono tuttavia alcuni eccidi isolati, come a Romans, Valence e Montélimar; molte fughe in Piemonte e nella Svizzera e molte abiure. La calma ritornò nella prima decade di settembre, non appena giunse il successivo ordine pacificatore del re [72].

Quanto al Marchesato di Saluzzo non sappiamo con esattezza quando pervennero al governatore Birago i due ordini così contrastanti del re.

Il primo se pur giunse non poté pervenire che alla fine di agosto o ai primi di settembre. È quindi inesatto quanto asserisce il Savio [73], che cioè il Birago ricevette da Parigi l'ordine crudele di far trucidare in quella notte (24 agosto) i religionari del Marchesato. E qualche dubbio solleva anche il racconto tradizionale degli storici, tanto cattolici quanto protestanti, riguardo a quanto fu fatto a Saluzzo in quella circostanza.

Secondo questo racconto [74], l'ordine del re del 24 agosto si sarebbe limitato a prescrivere al Birago di sorvegliare i riformati del Marchesato, per impedire che facessero tumulti alla notizia del massacro di Parigi: per il resto gli comandava di rimettersi a quanto gli sarebbe dichiarato a parte dai latori del messaggio. E questi, a voce, gli avrebbero ordinato, a nome del re, di far perire tutti i capi riformati, dei quali gli erano presentati i nominativi in un'apposita lista. L'elenco era forse il compendio delle varie liste, che erano state trasmesse dal governatore al duca di Nevers in occasione della ricordata controversia con il Bellegarde.

Il Birago aveva più volte, e con grande istanza, invocato provvedimenti punitivi ed esemplari contro i riformati del Marchesato, fino al punto di dichiarare esplicitamente ch'egli avrebbe disubbidito al suo re, se fosse stata adottata nei loro confronti una politica troppo blanda e tollerante. Eppure, messo di fronte all'ordine sanguinario, non ebbe il coraggio di eseguirlo, sia che per mitezza d'animo rifuggisse da azioni di sangue, sia che temesse violente reazioni in alcune terre del Marchesato, dove i cattolici erano in forte minoranza.

Adunato il Consiglio, composto dei più autorevoli magistrati ed ecclesiastici, trovò gli animi perplessi e dissenzienti: alcuni, i più fanatici, avrebbero voluto che si desse piena ed immediata esecuzione all'ordine di eccidio: ma i più preferirono procrastinare, adducendo che il nuovo ordine era in aperto contrasto con gli ordini regi precedenti, i quali comandavano di non molestare gli eretici, ma di trattarli tutti alla stessa stregua dei cattolici. Sostenevano inoltre che i riformati del Marchesato non avevano fino a quel giorno commesso né delitti né eccessi tali da dover essere puniti con una pena così grave e che la Corte doveva essere stata vittima di false accuse. Prevalse quindi il partito di assicurarsi delle persone designate nella lista, per dare parvenza di obbedienza all'ordine del re; ma di rimandarne l'esecuzione capitale fino a quando non si fosse conosciuta esattamente la definitiva volontà del sovrano. Alle proposte più moderate ed umanitarie avrebbe dato il suo appoggio autorevole Michele Antonio Vacca, arcidiacono della Cattedrale e vicario generale della diocesi, interpretando i sentimenti del vescovo Tapparelli e di buona parte del clero saluzzese.

La saggia determinazione avrebbe avuto l'effetto desiderato, perché bastarono le pene minacciate a soffocare il temuto pericolo di una sommossa. I riformati, fuggiti davanti alla minaccia di una generale carneficina, avrebbero potuto poco dopo ritornare indisturbati e continuare a professare la loro fede nei limiti concessi dagli editti.

Il Manuel [75], partendo dal fatto che in Dronero, dove i riformati erano così numerosi ed influenti, non avvennero in quel tempo né arresti né massacri di ugonotti, e che negli archivi di quel Comune, pur così ricchi di documenti del tempo, «non trovasi alcuna memoria, la quale nemmeno di lontano accenni o al pericolo che abbiano anche i protestanti di questo paese corso di essere involti nella strage o che alcuni ne siano stati allora per qualsiasi motivo o pretesto imprigionati», argomenta che sia per lo meno incerto, se non falso, che l'ordine del massacro abbia valicato le Alpi. I fatti pertanto narrati nella relazione tradizionale, più che per espresso ordine regio, si sarebbero svolti per privata iniziativa del governatore e come semplice atto precauzionale all'annuncio della strage di Parigi.

L'ipotesi del Manuel trova conferma nella lettera, che il Birago scrisse 1'8 settembre «al Gran Commendatore di Milano», cioè al duca di Nevers, per informarlo del modo con cui si era comportato nel Marchesato all'annuncio del ferimento e della morte dell'ammiraglio e dei suoi complici. In essa il Birago esplicitamente esclude di aver ricevuto lettere od ordini dal re («ancorché non havessi lettere di S. M.tà né di V. E.» e «poiché non haveva lettere di Sua Maestà»).

Ma se su questo punto il Manuel ha apparentemente ragione, egli non può essere seguito, quando afferma che né a Dronero né altrove si trovino prove di atti di violenza contro i riformati.

Se Dronero per ovvii motivi poté essere risparmiata, a Carmagnola invece sappiamo, per testimonianza stessa del Birago, che qualche provvedimento repressivo o precauzionale fu preso a carico dei religionari, in assenza del Bellegarde.

Sapendo che in Carmagnola vi erano due compagnie, i cui capitani con buona parte dei soldati stessi erano ugonotti, temette che essi, per rappresaglia alla carnificina di Francia, potessero provocare qualche grave disordine nel Marchesato: perciò pensò subito che fosse prudente «far pigliare detti cappi o mandarli fuori».

Fermo in questa risoluzione, fece chiamare a sé il barone De Sadrex, il quale reggeva il governo di Carmagnola nell'assenza del Bellegarde, e gli comunicò il suo primo espediente, che fu trovato ottimo. Ma in seguito, riflettendo che non aveva lettere da parte di sua maestà contro questi tali, il Birago credette che fosse più saggio e meno impegnativo per lui mandarli via che cacciarli in prigione senza un motivo provato. E così fu fatto «con ogni destrezza». Ma, poiché molte altre fortezze del Marchesato avevano, come Carmagnola, non solo guarnigioni ugonotte, ma molti forestieri ugonotti nella cerchia delle loro mura, volle premunirsi da ogni possibile sorpresa, facendo un ordine generale che «ciascheduno de'quelli si sii stato, grado o conditione, sesso et età, et sì soldati come altri, quali siano Ugonotti et non nativo del luoco dove si pubblica detto nostro ordine, habbi assentarsi in termine di tre giorni dal dominio regio de qua de monti et non ritornarvi senza licienza sotto pena della vita e della robba».

L'ordine fu fatto prontamente eseguire, di maniera che il Birago poteva dichiarare «che le cose se vanno assicurando al meglio si può, senz'alcun strepito» (8 sett. 1572) [76].

Il capovolgimento della politica religiosa avvenuta in Francia pareva al Birago sommamente propizio per avere ragione del Bellegarde nella sua lunga controversia a proposito dei riformati di Carmagnola. Continuando la sua lettera in stile cifrato ed in forma riservatissima, il governatore ribadiva contro il suo rivale la solita accusa di ugonotteria. Riferiva che, appena avuta notizia della morte del Coligny, il Bellegarde, che si trovava da molti giorni a Cardé presso la contessa di Thermes, sua moglie, ed in procinto di recarsi a Torino per prendere commiato dal duca di Savoia prima di trasferirsi in Guascogna, era, contro ogni aspettativa, ritornato precipitosamente a Carmagnola senza più accennare a partirne. Il fatto dava qualche sospetto al Birago, il quale temeva che il Bellegarde, favorendo gli ugonotti e seguendo il partito della Casa dei Montmorency, opposto a quello dei Guisa, mirasse ad impadronirsi del governo di tutto il Marchesato. La cosa poteva riuscire a lui assai facile, avendo in suo potere le due principali piazze del Marchesato, Carmagnola e Revello, dove «la più parte de soldati sono hugonotti  e non avendo, per contro, il Birago né forze né autorità sufficienti per opporvisi. Perciò il governatore raccomandava al Nevers di fare urgentemente avvisato il re che, «se vuole assicurare questo paese, provveda d'altri a questi governi, che non siano né suo fratello [77] né dipendenti da lui et che siano anche catholici, altrimenti saremo sempre in confusione». Qualche sospetto il Birago nutriva anche sul barone di Sadrex, vice comandante di Carmagnola, che egli aveva preso come suo consigliere all'annuncio della strage della San Bartolomeo. Costui, sebbene si dimostrasse ossequientissimo a tutti i suoi ordini, conversando con lui e con altri, aveva tuttavia in più occasioni dimostrato «una gran malla contentezza», cioè vivo rammarico per le stragi di Francia, di modo che insinuava il Birago se si dovesse fare un «retrenchiamento», cioè un eccidio di riformati, si sarebbe potuto fare ben scarso assegnamento sopra di lui.

Le accuse di ugonotteria, lanciate contro il Bellegarde, si trovano ribadite anche in uno stralcio di lettera, che non porta né firma né data [78], ma che è evidentemente di mano del Birago e sincrona a questi fatti. In essa il governatore, scrivendo al Nevers, insinuava che il Bellegarde, dacché aveva udito che l'ammiraglio era stato ucciso e che la Casa dei Mont morency era in sospetto presso il re, se ne stava «molto stordito», temendo che fossero state scoperte le lettere raccomandatizie da lui indirizzate all'ammiraglio e ad altri capi ugonotti, per perorare la causa dei ministri prigionieri nel castello di Saluzzo e facilitare la missione del Galatea. E concludeva, rinnovando le raccomandazioni e gli avvertimenti fatti nella lettera precedente, che, per evitare confusioni e rivolte nel Marchesato, non bisognava dare autorità qualsiasi in queste parti né al Bellegarde né ad altri suoi simili, i quali erano d'intesa con la Casa dei Montmorency ed impegnati a favorire con ogni potere gli ugonotti.

Col settembre, in virtù dell'editto pacificatore del 28 agosto, la calma, momentaneamente turbata, ritornò in tutto il Marchesato. I riformati, che all'annuncio della strage ugonotta erano fuggiti sui monti o riparati su terra ducale [79], a poco a poco ritornarono alle loro case ed ai loro beni. Del resto, un più lungo soggiorno sulle terre sabaude sarebbe stato loro impossibile a causa degli editti di E. Filiberto. Inquieto per l'afflusso di tanti ugonotti, fuggiti dalle terre regie, e sollecitato dalle proteste dell'Arcivescovo di Torino, aveva infatti emanato un editto, che ordinava a qualsiasi persona, di qualunque stato, grado e condizione, che non fosse stanziata nei suoi Stati da almeno due mesi, di partire nel termine di tre giorni dopo la pubblicazione dell'ordine e di uscire dai dominî ducali sotto pena della confisca della persona e dei beni [80].

Il Birago si volse da allora ad una condotta di saggia tolleranza, giustificando il suo operato col dichiarare che i riformati del Marchesato, citati nella lista fatale, erano tutti cittadini onorati, fedeli e pacifici, e che ad essi nulla poteva essere rinfacciato, se non di aver abbandonato la fede cattolica [81].

A Dronero i riformati, come se nessun pericolo avessero corso, continuarono ad avere parte attiva nella vita amministrativa del Comune, tanto che verso la fine di settembre, procedendosi all'annuale rinnovazione del Consiglio, riuscirono eletti, come nell'anno precedente, parecchi riformati, con la solita riserva di «riformarne la nomina», se ne venisse ordine dall'autorità superiore. Ma il divieto non venne né in quest'anno né nei successivi, avendo gli editti regi parificati cattolici e protestanti di fronte alle cariche pubbliche, sicché dice il Manuel [82] intensificandosi il numero ed il prestigio dei riformati, a poco a poco il Consiglio o tutta intera l'amministrazione rimase composta di eretici o loro fautori. Se i riformati del Marchesato, in questi tragici mesi, poterono insperatamente evitare le crudeli persecuzioni di Francia, lo si deve non solo alla moderata condotta del governarore e dei magistrati regi, all'umanità di una parte del clero ed alla presenza di capitani e soldati ugonotti, i quali avrebbero potuto intervenire a difesa dei loro correligionari con la forza delle armi ed accendervi la guerra civile, ma anche al fatto che i religionari del Marchesato non avevano mai costituito un vero partito politico, non avevano capi né politici né militari, e solo individualmente e sporadicamente, fino allora, avevano preso parte alle fazioni politico-religiose di Francia.

Nel mese di dicembre (28 dic. 1572) moriva in Saluzzo, all'età di 63 anni, il governatore Ludovico Birago. Monsignor Agostino della Chiesa, che scrisse mezzo secolo dopo (1629) la «Vita del Beato Ancina» [83], dice di lui «che governò questa città (di Saluzzo) con tanta soddisfazione, che ancor hoggidì fra vecchi cittadini è ricordata la sua gloriosa memoria . Fu amante del fasto ed alquanto altero nei modi e nelle parole Fu ostile ai riformati, ma non crudele, e forse più per zelo al servizio del re, per odio al Bellegarde e per suggestione dei suoi parenti di Francia, che per intima intolleranza religiosa. Il Manuel [84] gli fa colpa di non aver saputo o voluto con sufficiente prontezza e severità impedire i primi progressi della Riforma e lo accusa di essere stato segretamente calvinista e fautore del partito ugonotto. Ma questa affermazione, che tradisce l'intima avversione dello storico alla Riforma, contrasta, ci pare, con molti scritti e fatti del Birago, che siamo venuti esaminando nel corso del nostro studio. Non solo fu zelante nel dare esecuzione agli ordini repressivi, che venivano di Francia, ma spesso agì di propria iniziativa, senza ordini regi o contro di essi, quando gli parve che fosse in pericolo la pace e la sicurezza del Marchesato o che i riformati trascorressero a troppo aperte violazioni degli editti regi.

A Ludovico successe il fratello Carlo «consigliere dell'Ordine di sua Maestà Cristianissima, capitano di uomini d'arme, governatore e luogotenente generale per detta soa Maestà di qua de'monti». Saluzzo fin dal 1566 gli aveva concesso il diritto di cittadinanza [85].

I primi mesi del governo di Carlo non furono turbati da fatti di speciale importanza, sebbene fin dall'ottobre 1572 la guerra civile si fosse riaccesa in alcune province della Francia, specialmente nelle Cevenne, dove il re mandò il maresciallo Danvilla a combattere i protestanti, che resistevano con grande fermezza. Occupata la città di Sonmières (8 aprile 1573), egli fece tregua coi protestanti. Più accanita si svolse la lotta civile nella Francia meridionale ed occidentale, dove la Roccella, diventata supremo baluardo ugonotto dopo la San Bartolomeo, sebbene stremata dalla fame e dalle malattie, sostenne validamente ben dieci assalti delle forze regie, comandate dal fratello del Enrico di Valois, duca di Angiò [86]. re.  

Torbidi e fazioni civili scoppiarono nella primavera del 1573 anche sui confini del Marchesato, in Provenza, nel bacino dell'Ubaye e dell'Ubayette, e nel Delfinato. Qui il governatore regio De Gordes, fieramente combattuto dai protestanti, dovette ricorrere per aiuti al duca stesso di Savoia, che gli mandò un contingente di 1500 uomini armati [87]. Complotti e tumulti furono scoperti o sospettati anche al di qua delle Alpi, nelle valli di Pragelato e di Perosa soggette al re di Francia, e fra i Valdesi del Pellice, sudditi del duca di Savoia, uniti da segreti accordi di aiuto e di difesa [88].

Il Birago, sebbene avesse lo sguardo fisso specialmente verso le terre del Pinerolese, dove ordini intolleranti avevano provocato forti reazioni da parte dei Valdesi e dove il Consiglio Superiore di Pinerolo stava meditando una spedizione punitiva in grande stile contro i ribelli [89], non cessava però dal badare anche al Marchesato di Saluzzo, che aveva numerosi ugonotti nelle sue valli e facili comunicazioni con i riformati di Francia.

Il 17 maggio, inquieto, informava Adriano di Saluzzo dei Signori Della Manta [90], prevosto di Verzuolo, che gli ugonotti di Francia meditavano d'impadronirsi di qualche castello del Marchesato, forse di quello di Verzuolo, e che a questo scopo avevano preparata «una somata di corde» e stretto intelligenza con le guardie del castello. Perciò lo esortava a vigilare attentamente sugli uomini preposti alla difesa ed a far loro fare «la miglior guardia che potrà». Verzuolo, posta allo sbocco della valle della Varaita, popolata in gran parte di riformati, poteva effettivamente, sia per questo motivo sia per l'importanza che aveva il suo castello, essere una delle località prescelte dagli ugonotti per porre sicuro piede al di qua delle Alpi. È probabile che un consimile ordine di vigilanza sia stato mandato dal Birago anche ai comandanti di altre fortezze, specialmente di Dronero, Revello, Acceglio, Centallo, più facilmente esposte alle insidie improvvise degli ugonotti di Francia.

Ma l'allarme, come tanti altri, fu fortunatamente vano.

In Francia intanto continuava l'estenuante assedio della Roccella, quando giungeva improvvisa al campo la notizia che Enrico di Valois, duca d'Angiò, il quale dirigeva l'assalto, era stato eletto re di Polonia. Qui il 7 luglio 1572 era morto l'ultimo dei Jagelloni, Sigismondo II Augusto, senza eredi legittimi, e la regina madre, Caterina de'Medici, si era affrettata a mandare il vescovo Monluc a sostenere davanti alla Dieta polacca l'elezione del figlio, duca d'Angiò.

La difficoltà dell'espugnazione della fortezza ugonotta e l'elezione di Enrico a re di Polonia facilitarono la conclusione della pace fra cattolici e protestanti. Essa fu stipulata il 24 giugno 1573 alla Roccella e fu confermata e chiarita alcuni giorni dopo con l'editto di Boulogne (6 luglio) [91].

La nuova tregua segnava un regresso sulla precedente pace di San Germano. Era concessa libertà di culto nelle tre città di La Roccella, Nîmes e Montauban, ma a condizione che i riformati si radunassero in piccolo numero e senz'armi; che osservassero le feste cattoliche; che abbandonassero ogni alleanza con Stati stranieri; che nelle tre città fosse restituito il culto cattolico e ridato al clero cattolico l'uso dei templi, dei fmonasteri e dei beni ecclesiastici. I nobili potevano celebrare nelle loro case matrimoni e battesimi secondo il rito ugonotto, ma alla presenza di non più di dieci persone. Nessuno poteva essere ricercato dall'Inquisizione in merito alla sua coscienza: chi non volesse abitare nel regno, poteva vendere i suoi beni e ritirarsi dove voleva, purché non si trattasse di paesi nemici della Corona.

La pace pose fine all'assedio della Roccella, che ricevette un governatore regio; ma non soddisfece i protestanti del mezzogiorno della Francia, che rimasero in armi, reclamando dal re maggiori libertà religiose.

Adunati in assemblea generale in Montauban il 24 agosto 1573, nel giorno stesso, che segnava l'anniversario della strage della San Bartolomeo, essi osarono chiedere alla Corte la riabilitazione delle vittime e nuove garanzie per l'avvenire, il processo contro gli autori dell'orrendo massacro, la restituzione dei beni confiscati, l'accesso a tutte le scuole ed a tutti gli impieghi, la creazione di una Camera Protestante in ogni sede di Parlamento e due piazze di sicurezza.

Gettavano fin d'allora le basi di quella «Union Protestante», i cui effetti si faranno sentire sempre più efficaci nelle lotte degli anni successivi.

Note

[I] JALLA, op. cit., I, 296.

[2] Il DAVILA (op. cit., I, 383 e segg.; II, 66 e segg.) afferma che, quando Caterina firmava il trattato di San Germano, essa era già d'accordo con il cardinale di Lorena e con il futuro re di Francia, Enrico di Angiò, per un massacro generale degli ugonotti. Anche al papa sembrava che fra cattolici e protestanti non vi potesse essere alcuna pace «se non falsa e simulata» (lett. del papa Pio V al card. di Lorena in data 14 agosto 1570, in JALLA, loc. cit.).

[3] Così si esprime Giov. BATTISTA SOLARO, l'autore delle Memorie della famiglia Solaro, cit.; cfr. JALLA, loc. cit.

[4] ARCH. COMUN. di VERZUOLO, Ordinati, a. 1570 (18 agosto).

[5] Si tratta della copia dell'ordine regio trasmesso dal Birago.

[6] BIBLIOT. NAZ. di PARIGI, F. fr. 3251, fol. 21 (lett. di Lud. Birago al duca di Nevers, 12 ott. 1570).

[7] IBIDEM, fol. 62 (s. d.).

[8] IBIDEM, fol. 43 (lett. di Lud. Birago al Nevers, 2 dic. 1570).

[9] PASCAL, Storia della Riforma Protestante a Cuneo, pp. 76-78; JALLA, op. cit., I, 301-302. Servono di fonte le Memorie della famiglia Solaro, in loc. cit.

[10] Giov. Ludovico Bersore (o Bersatore) appare fin dal 1565 tra i riformati dichiarati di Cuneo, dati in nota dal governatore Roero. Cfr. CLARETTA, Successione al trono di E. Filiberto, pp. 260 e segg.; MANUEL DI SAN GIOVANNI, Una pagina inedita della storia di Cuneo al sec. XVI, Torino, 1879, pp. 6-10.

[11] D. BERTOLOTTI, Martiri del libero pensiero, Roma, 1892, p. 57 (Avvisi da Roma, 6 gennaio 1571, acclusi alla lett. dell'ambasciatore mantovano Libramonte alla Corte di Mantova). Il Bertolotti identifica erroneamente Alfonso con Giorgio, suo fratello, il famoso medico emigrato in Transilvania e Polonia del quale già abbiamo parlato al cap. IV. Cfr. anche CANTIMORI, Profilo di Giorgio Biandrata, in loc. cit., p. 355 e JALLA, op. cit., I, 280. PASCAL, La Colonia Piemontese a Ginevra nel sec. XVI, nel vol. «Ginevra e l'Italia» (Bibl. Stor. Sansoni, Firenze, XXXIV, 1959, N. S., pp. 127-129).

[12] Il Birago, ignorando la fuga di Alfonso, in una lettera del 24 genn. 1571 al duca di Nevers, così scriveva: «Per conto d'Alfonso ho parlato a Mons.r Rever.mo di Saluzzo, quale fà prendere le informationi et tolte le inviarò subito al Car. di Pisa». BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, mss. F. Fr. 3251, fol. 70-71.

[13] V. cap. V, n. 23.

[14] DAVILA, op. cit., II, 72 segg.; LAVISSE, op. cit., V, 114-125; MARIÉJOL, op. cit., pp. 188-189.

[15] ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 203-205; IDEM, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 259 e segg.; CHARRONET, op. cit., pp. 62-65. A pacificare la Guienna, la Provenza ed il Delfinato il re mandò il maresciallo Danvilla.

[16] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, mss. F. Fr. 3251, fol. 70-71, cit. e 3252, fol. 21 (Avviso non firmato, da Grenoble, 20 dic. 1570).

[17] IBIDEM, MSS F. fr. 3252, f. 28.

[18] GABEREL, Hist. de Genève, Ginevra, 1855-62, vol. I: Pièces justificatives, p. 17; JALLA, op. cit., I, 303; e lett. cit. del Birago al Nevers, 24 genn. 1571, in loc. cit.

[19] «Io sono bene rissoluto (anchorché il Re me ne scrivesse) di non farlo, sin gli habbi dato avviso delle ragioni, che mi movano a ciò fare a fine che intese, se non vorrà poi si facci, et ne segua male, l'imputti a se stesso, et non ad altri».

[20] Lett. cit. del Birago al Nevers (24 genn. 1571).

[21] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, MSS f. fr. 3251, f. 70-71, cit. e f. 74 (Lett. del Birago al Nevers, 6 febbr. 1571): «Si è anche sotto pretesto della penuria passata et quella si teme quest'anno per conto delle gran nevi, facendo la discritione de grani generalmente per tutto il paese, dato ordine di farla delle bocche, et in particolare di tutte le persone habbili a portar armi et dell'armi che si trovano, et si d'una Religione, come dell'altra, affine di sapere de chi potersi servire».

[22] Il 20 marzo il Birago scriveva al Nevers (IBIDEM, F. fr. 3251, fol. 82): «il libro si va pur scrivendo, ma lentamente a causa delli molti negotii che vi sono et poco aggiutto (aiuto) ch'ò, havendo fatto discrivere tutte le persone che sono in questo paese per nomi et cognomi, si ugonotti, come papisti; quegli sono abbili a portar armi et quali armi si trovano, la quantità et qualità de grani ecc....». L'II novembre aggiungeva (IBIDEM, fol.117) che il libro era ormai prossimo al suo compimento.

[23] ARCH. VATIC. ROMA, Nunziature di Savoia, vol. 10, f. 232 (28 febbraio 1571), f. 238 (24 marzo 1571), f. 240 (26 maggio 1571); RODOCANACHI, op. cit., II, 470.

[24] Un Giov. Antonio Panizza è segnalato come abitante di Ginevra fin dall'anno 1568. Cfr. GALIFFE, op. cit., p. 124.

[25] Un maestro Sebastiano Visca insegnava dottrine riformate a Villanova d'Asti verso l'anno 1567. JALLA, op. cit., II, 63, 64.

[26] ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. di Savoia, vol. X, f. 234 (24 marzo 1571),

[27] IBIDEM, fol. 240 (26 maggio) e fol. 241 (2 giugno 1571).

[28] Per la corrispondenza intercorsa tra il S. Offizio di Roma ed il duca di Mantova, cfr. BERTOLOTTI, op. cit., pp. 58-60 (lett. del Card. di Pisa al duca di Mantova, in data 16 giugno, 15 settembre ed 8 dicembre 1571); JALLA, op. cit., I, 307.

[29] V. cap. XI.

[30] BIBLIOT, NAZION. di PARIGI, MSS. F. fr. 3252, fol, 37 (5 aprile 1531).

[31] A. S. T., Mater. Eccles., Inquisizione, m. I, n.º 21 (Deposizione dell'avvocato Felice Leone).

[32] II JALLA, op. cit., I, 281, ascrive questi fatti all'anno 1567. A noi pare più esatto riferirli al 1571, poiché il teste, che depone nel 1595, dichiara di esercitare l'ufficio di avvocato e segretario della senescalcia da 24 anni continui: quindi fatti da lui narrati non possono essere anteriori al 1570-71. D'altra parte non possono essere posteriori al 1572, perché il deponente asserisce che i fatti avvennero sotto il governo di Ludovico Birago, che mori nel dicembre 1572.

33 A. S. T., I, Lett. Arcivescovi di Torino, m. I, lett. di Gerolamo Della Rovere (lett. 19 ott. ed 8 nov. 1572. Acclusa è la lett. del Vicario di Cavour, in data 18 ott. 1572). Cfr. «Boll. Studi Vald.», n.º 105, 1959, 90-92.

[34] JALLA, op. cit., I, 281.

[35] Su questa ambasceria dei riformati saluzzesi, cfr. GILLES, op. cit., I, 415-17; LÉGER, op. cit., II, 51 e segg.; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 77; JALLA, op. cit., I, 305-306; SAVIO, op. cit., I, 245.

[36] Già abbiamo ricordata al cap. IV la dignitosa confessione di fede scritta in carcere dal ministro Truchi.

[37] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 78.

[38] A. S. T., Lettere di Principi stranieri: Francia: Carlo IX al duca di Savoia (2 marzo 1571). Alcuni sudditi del re erano stati arrestati dagli ufficiali del duca sulle montagne del Delfinato in occasione degli ultimi torbidi. Il re prega il duca di lasciarli in libertà, in virtù dell'editto di pacificazione recentemente emanato.

[39] I manoscritti parigini citati 3251 e 3252 serbano numerosi documenti, che contengono lagnanze di varia natura mosse dal Birago al Bellegarde. Ci limiteremo ad accennare a quelle, che hanno rapporto con le vicende della Riforma nel Marchesato. In questo stesso anno scoppiava quella fiera controversia, che doveva durare due anni, fra il Birago ed il Comune di Carmagnola a proposito dell'alloggiamento di una compagnia di cavalleggeri di Giulio Centurione. Avendo rifiutato l'alloggiamento, perché troppo dispendioso, il Comune dovette sostenere una lite contro il governatore, prima a Saluzzo, dove i sindaci carmagnolesi furono imprigionati per ordine del Birago, poi a Parigi stessa. Il Bellegarde intervenne nella controversia a favore della città, che gli era soggetta, e pare che riuscisse a spuntarla, perché negli Ordinati del 1573 si legge che «fu terminata per mediazione di Bellegarde la vertenza di Giulio Centurione e che il Comune, riconoscente, decretò un donativo alla moglie di lui, la contessa di Thermes». Cfr. MENOCCHIO, op. cit., p. 129 e A. S. T., I, Registro Lettere della Corte, a. 1571, f. 83 e 85, dove sono lettere del duca e della duchessa di Savoia al Birago, perché voglia rappacificarsi col Bellegarde per i fatti di Carmagnola (4, 15 agosto).

[40] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 95-96, 98, 103-104 (17 e 27 sett. ed 8 ott. 1571, lett. del Birago al duca di Nevers).

[41] MENOCCHIO, op. cit., p. 129.

[42] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3252, fol. 81 (26 novembre 1571).

[43] RODOLFO, op. cit., in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 50, pp. 15-17 (doc. 13-14), 9 e 15 dic. 1571.

[44] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 124.

[45] IBIDEM, F. Fr. 3252, fol. 86 (24 dic. 1571).

[46] Mezzadro, fattore.

[47] Il medesimo frate più volte ricordato all'anno 1561. Cfr. cap. V.

[48] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3252, fol. 105, lett. del Nevers al Birago, da Blois, 9 febbr. 1572.

[49] Le Memirie della famiglia Solaro, che avrebbero potuto chiarire queste oscure vicende, si interrompono alla data del 21 luglio 1571. Per la tradizione, cfr. B. Pons, I fratelli Villanova-Solaro (1560-1571], Firenze, 1901; T. GAY, Eroine Valdesi. Bozzetti e Monologhi, Pinerolo, 1908; JALLA, op. cit., I, 303.

[50] A. S. T., I, Categ. Paesi: Saluzzo, città e provincia (VillanovaSolaro), m. 14, n.º 8 (I apr. 1573).

[51] A. S. T., I, Lett. di Arcivescovi di Torino, m. I, lett. di Girol. Della Rovere al duca di Savoia, 8 nov. 1572, già cit.: «Ma di più la supplico di voltare l'occhio della sua Giustitia, sopra Villafaletto: dove vi è buona copia di heretici et non dei più poveri del luoco: il quale si riempie ancora di quelli della Valdis (Levaldigi) et del Marchesato di Saluzzo, che già ve ne sono venuti ad habitare alcuni et il s.r Carlo di Villanova, qual sta alla Valdis ci viene assai spesso, per quanto sono avvisato: et non manca di essere di continuo seco un Michel Antonio Ciapello (Cappello), capo di quegli heretici. Et se ne raggiona in quella terra così apertamente come in qual si voglia luogo d'hugonotti....». 52 PASCAL, Stor. della Riforma a Cuneo, p. 78.

[53] CAMBIANO DI RUFFIA, Memorabili dal 1545 al 1611, editi da V. PROMIS in «Miscell. Storia Ital.», IX, pp. 185-317. All'anno 1578: «D'aprile morse a Villanova il Signor Carlo Solaro e lasciato il Sig.r Filiberto, nato di una signora qual fu prima moglie d'un cugino germano d'esso Signore Carlo et perché era ugonotto fu sepolto in una giesia campestre non sacra, dove già si era sepolto un altro ugonotto».

[54] PASCAL,

[55] Vi si recarono nel dicembre (1572), in occasione del parto della loro figliola, sposa di uno dei signori di Villafalletto. La loro presenza spiacque al frate Cornelio, che, temendo l'infezione ereticale da parte dei due zelanti riformati, ne avvertì la Corte. Al Falletto, che era Gentiluomo di Camera del duca e castellano di Villafalletto, fu prontamente ordinato di espellere i suoceri e di far cessare in quelle terre ogni esercizio pubblico e privato di culto riformato. Cfr. PASCAL, Docum. sulla Riforma a Villafalletto, in Bull. de la Soc. d'Hist. Vaud, n.º 63, a. 1935, pp. 89-91 e la lett. cit. dell'Arcivescovo della Rovere al duca, in data 8 nov. 1572, dove l'intensità dell'infezione ereticale è ritratta a foschi colori, p. 78.

[57] PASCAL, op. cit., p. 79; A. S. T., I, Lett. Principi di Savoia: Caterina d'Austria, a. 1589 (m. 35-36), lett. al governatore di Mommegliano, s.r di Jacob.

[56] PASCAL, Storia della Riforma a Cuneo

[58] A. S. T., I, Lett. Principi di Savoia: Carlo Emanuele I, m. 13, lett. 20 luglio alla Infanta Caterina d'Austria.

[59] È probabile che, molestata dal duca, Anna riparasse nel Delfinato e di là in Val Luserna, dove - a detta del GILLES (op. cit., I, 351) fini la sua vita in casa del cognato Giov. Battista Solaro.

[60] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 144 (lett. del Birago al Nevers, 27 marzo 1572).’’

[61] Sui pericoli, che correva il Marchesato, ci informa il capitano di giustizia del Contado d'Asti e marchesato di Ceva, Giov. Secondo Crosetto, che il 14 febbraio inviava al duca questi avvisi ricevuti da amici fidati: «che l'armiraglio (di Coligny) fa quanto può per farli una burla in uno di quelli forti di Savoya et che deve venire qua in Piemonte nel Marchesato di Saluzzo et che già v'ha mandato una compagnia di fantaria francese, di quelle che haveva nella Rochiella, et che a questa hora crede che sia passata di qua et che sia in Carmagnola, però che si va intratenendo di là, come fa il falzone sino che gli vengha fatto il suo dissegno, et che Mr. di Brachemura (Briquemaut ?) non fa altro che andare in qua e in là, et che si ordischono grande cose nel ayre, et che stava aspettando danari, et che di presente si volevano servire di non so quanti millioni d'oro di intrate ecclesiastiche, et che detto Armiraglio è molto d'acordo col Re, però mal veduto da Mons.r il fratello, però che è tanto astuto che si intrattiene con tutti....». A. S. T., Lettere di Particolari, C. mazzo 114

[62] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3252, fol. 105.

[63] IBIDEM, Lett. del Birago al Nevers, 27 marzo 1572, già cit. Postscriptum.

[64] IBIDEM, F. Fr. 3251, fol. 149 (17 apr. 1572, Il Birago al Nevers).

[65] IBIDEM, F. Fr. 3252, fol. 123 (19 apr. 1572).

[66] Il 19 giugno il Birago giustificava la sua condotta, dichiarando che il re di Francia, a causa di qualche dissapore sorto fra lui ed il re di Spagna per gli avvenimenti di Fiandra, fomentati dai protestanti francesi, gli aveva espressamente comandato di non alterare nulla in queste parti. IBIDEM, F. Fr. 3251, fol. 158.

[67] A. S. T., Lett. di Particolari, S. mazzo 88: Stroppiana alla Corte, 6 apr. 1572. Si trova accluso: Instromento nel fatto di Gaspario Cambiano, indirizzato al molto mio Honorato il Signor di Sanfré.

[68] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 77-78; SAVIO, op. cit., I, 271.

[69] CHARRONET, op. cit., p. 70.

[70] Sulla strage della San Bartolomeo, sui fatti che la precedettero e la seguirono, sui presunti responsabili ecc. esiste una copiosa bibliografia. Poiché questo tragico avvenimento non interessa direttamente il nostro studio, ci limiteremo a menzionare solo alcune opere di carattere generale, dove si trovano citati gli studi particolari. Cfr. DAVILA, op. cit., III, lib. V, pass., pp. 95-120; LAVISSE, op. cit., V, 120-133; MARJÉJOL, op. cit., pp. 188-193; MERKI, op. cit., cap. V, pp. 442-481. Inoltre gli studi del MAURY, in «Journal des Savants», a. 1871, pp. 276-295, 417-439; del BOUTARIC, in «Bibliothèque de l'École des Chartes», V série, t. III, II e segg. (a. 1862), del GARDY, in «Rev. Quest. Histor.», 1866, pp. 16 e segg.

[71] CHARRONET, op. cit., p. 70.

[72] ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 205 e segg.; IDEM, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 263-275; DUFAYARD, op. cit., pp. 37 e segg.; CHARRONET, op. cit., pp. 72-74; Cfr. anche A. S. T., Lett. di Principi Stranieri: Francia, lett. di Carlo IX al Gordes (24 agosto 1572); JALLA, op. cit., I, 309.

[73] Op. cit., I, 272-273.

[74] Cfr. GILLES, op. cit., I, 416-419; RORENGO, op. cit., p. 93; LÉGER, op. cit., II, 54; Histoire Véritable des Vaudois, in loc. cit., p. 700; CHIATTONE, Primi Vescovi di Saluzzo, in loc. cit., pp. 296-297; SAVIO, op. cit., I, 272-273; JALLA, op. cit., I, 310; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 79-81.

[75] MANUEL DI SBN GIOVANNI, op. cit., loc. cit.

[76] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 178 (8 settembre 1572).

[77] Allusione al duca di Alençon, che apparteneva al partito dei Politici.

[78] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 135.

[79] Lett. dell'Arcivescovo Della Rovere, in loc. cit., 19 ott. 1572: «Ma un maggior sacrilegio seguita tuttavia di rubbare le pretiose anime redente col proprio sangue di Giesù Christo: perché essendo gl'Huguenotti scacciati per ordine del re Christianissimo dalli suoi stati, inondano per quelli di V. Alt. et ne vengano da Lione et da Marchesato di Saluzzo, senza quelli di Geneva et a Chieri, et Engrogna, o, per dir meglio, Lucerna et per tutto....».

[80] Con altro editto vietava ai forestieri, che capitassero in seguito nei suoi Stati, di fermarvisi per più di un giorno senza licenza firmata di mano ducale. Transitando nei suoi dominî, dovevano passare «alla fila e sbandati, per strade ordinarie e senza portar armi proibite», osservando scrupolosamente gli ordini che sarebbero loro impartiti dagli ufficiali ducali. Erano comminate pene severe anche a chi occultasse dei forestieri dopo quel termine. PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. 96, 98, 99, 101; JALLA, op. cit., p. 311.

[81] BIBLIOT. NAZION. di PARIGI, Mss. F. Fr. 3251, fol. 181 (21 settemgre 1572); JALLA, op. cit., I, 310.

[82] Op. cit., II, 80.

[83] F. A. DELLA CHIESA, Della vita del servo di Dio Monsig.r Giovenale Ancina, cit., p. 69.

[84] Op. cit., II, 65, 81; SAVIO, op. cit., I, 274, 75.

[85] SAVIO, op. cit., loc. cit.

[86] DAVILA, op. cit., II, 122-135; LAVISSE, op. cit., VI, 134-140.

[87] ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 207-209, e Hist. des protest. du Dauphiné, I, 275 e segg.; CHARRONET, op. cit., pp. 75-82.

[88] JALLA, op. cit., I, 317. Nel nov. 1572 il Birago citò dinanzi a sé in Saluzzo 45 religionari di Val Perosa insieme con il ministro Truchi. Lett. di Castrocaro, in loc. cit. (16 e 23 nov. 1572).

[89] JALLA, op. cit., I, 317-324.

[90] RODOLFO, op. cit., in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 55, p. 117, doc. 2 (17 maggio 1573).

[91] DAVILA, op. cit., II, 136-38; LAVISSE, op. cit., V, 140-42; MARIEJOL, op. cit., pp. 196-97.