Storia/Saluzzo riformata/XIII La Riforma nel Marchesato dalla morte del maresciallo di Bellegarde alla Pace di Fleix (1579-1580)

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Capitolo Tredici

La Riforma nel Marchesato dalla morte del maresciallo di Bellegarde alla Pace di Fleix (1579-1580)

Il Marchesato alla morte di Bellegarde. Cesare di Bellegarde aspira al governo paterno. Nuovi intrighi del duca E. Filiberto e del marchese di Ayamonte. La missione di Giov.-Luigi de La Valette. Effimero accordo tra il La Valette, il Bellegarde ed il signor di Centallo. Intelligenze del D'Anselme con gli agenti spagnoli. La rivolta del D'Anselme. Intervento armato del duca di Savoia. Il re conferisce il governo del Marchesato a Bernardo de La Valette. Nuovo accordo tra il Bellegarde, il D'Anselme ed il La Valette con la mediazione del duca. L'ambigua condotta religiosa del Bellegarde. L'assemblea riformata di Castel-Delfino e le sue decisioni riguardo al Marchesato. Patto di concordia tra cattolici e riformati della valle di Macra. Ripresa del proselitismo protestante ed istituzione delle missioni gesuitiche. Nuovi torbidi militari. La Riforma a Verzuolo. I Gesuiti a Dronero e Saluzzo. Morte di E. Filiberto e sue ripercussioni sulle vicende religiose del Marchesato. La settima guerra civile e la pace di Fleix.

Con la morte improvvisa del maresciallo di Bellegarde il Marchesato di Saluzzo ripiombò in piena anarchia.

Il figlio Cesare, non ancora ventenne, si lusingò di poter conservare il governo del Marchesato, quasi si trattasse di un feudo ereditario, e pretese il titolo di governatore. Ma non aveva esperienza politica, non forza militare, non autorità sufficiente né per comandare alle milizie paterne, indisciplinate e mal pagate, né per tenere a freno l'ambizione dei capitani, che avevano assecondato la rivolta del padre contro il Birago, né per disimpegnarsi dalla ferrea morsa degli intrighi, coi quali E. Filiberto aveva guidata l'impresa del maresciallo e cercava di volgerla a proprio profitto [1],

Appena morto il genitore, Cesare corse a Carmagnola per assicurare quella fortezza contro le eventuali mene del Capitano La Volvera, suddito e creatura del duca di Savoia, e ne rafforzò il presidio; poi spedì un corriere espresso al re di Francia, per pregarlo di conferire a lui il governo del Marchesato, di conservargli i redditi del vescovato di Conserans e dell'Abbadia di Gimont, dei quali suo padre aveva goduto, ed infine di volergli far pagare le somme di danaro, che erano state promesse al maresciallo nel convegno di Monluel [2]. In pari tempo si preoccupò di conservare la preziosa amicizia di tutti coloro che, al di là come al di qua delle Alpi, avevano cooperato all'impresa del padre, e di allontanare anzitutto da sé ogni sospetto di ugonotteria, che in quel momento avrebbe potuto pregiudicare seriamente la sua fortuna. A Torino mandò il segretario di suo padre, il sig. di Charretièr (o Chartier) ed il suo più intimo confidente, il capitano D'Anselme, con un duplice mandato: dichiarare al duca di Savoia la devozione del giovane Bellegarde [3] e pregarlo di prenderlo sotto la sua protezione e di guidarlo con i suoi autorevoli consigli, così come aveva guidato fino allora il padre suo: in pari tempo, dichiarare al nunzio pontificio i sentimenti cattolici di lui, la sua devozione alla Sede Papale ed il suo fermo proposito di nettare il Marchesato da ogni germe di eresia [4]. Identiche protestazioni di amicizia e richieste di aiuti il giovane Bellegarde mandò anche al re di Navarra, ai capi ugonotti del Delfinato ed al marchese di Ayamonte, governatore di Milano [5]. Infine, senza aspettare la risposta del re, nei giorni successivi pretese il giuramento di fedeltà da tutti i Comuni del Marchesato; ma non lo riconobbero per governatore, prestandogli omaggio, che gli abitanti di Carmagnola e di Revello, i quali già erano stati governati direttamente dal padre e da lui. Le altre Comunità preferirono attendere le decisioni del re di Francia, ed ubbidire frattanto al senescallo Geronimo Porporato [6], mentre a Dronero il capitano Gay, comandante del castello, si comportava da padrone ed imponeva forti taglie alla popolazione della città e della valle [7].

La risposta del re non fu quale Cesare di Bellegarde aveva sperato [8]. Prima ancora di ricevere il suo corriere espresso, il re, informato della morte del maresciallo, aveva già designato a succedergli nel governo del marchesato uno dei suoi maggiori favoriti [9], Bernardo di Nogaret, signore de La Valette. Rimandò pertanto il corriere con questa risposta: che il re voleva che il Bellegarde venisse alla Corte, dove sarebbe stato trattato con tutti gli onori dovutigli; che gli avrebbe conservato i benefizi ed i redditi paterni e fatto pagare le somme promesse; si attenesse alle più precise istruzioni che gli avrebbe comunicate il suo legato, Giov. Luigi di Nogaret, signore deLa Valette [10] (il futuro duca di Épernon), in procinto di partire per il Piemonte. Ma prima ancora del giovane La Valette il re mandò al di qua delle Alpi il segretario, sig. di Révol [11], che recava lettere per il duca di Savoia e per il capitano La Volvera di Carmagnola. Ma pare che il Révol non agisse con molto tatto e che, comunicando al Bellegarde ed al duca la lettera del re indirizzata al La Volvera [12], contribuisse a rendere più difficile la successiva missione del giovane La Valette.

Segrete pressioni con offerte di danaro venivano intanto fatte dal duca di Savoia e da misteriosi agenti [13] del governatore di Milano e del duca di Mantova, per indurre il giovane Bellegarde a dar loro nelle mani o il governo del Marchesato o almeno la fortezza di Carmagnola. Anche la corte di Madrid seguiva con attenzione lo svolgersi dei fatti nel Marchesato, cercando di I sapere quale seguito il figlio del maresciallo avesse nel Marchesato; se fosse persona di valore; se fosse stato messo dal padre al corrente di tutti i suoi affari e se l'improvvisa morte del maresciallo non potesse pregiudicare la tranquillità del governo. Premeva alla Corte madrilena riannodare col figlio quella rete di intrighi di intelligenze, che essa aveva svolto al tempo del padre e a detrimento del regno di Francia, il quale osava ingerirsi nelle faccende interne dei Paesi Bassi [14].

Ma più di ogni altro controllava uomini e cose del Marchesato il duca di Savoia, deciso a non lasciarsi strappare i frutti già conseguiti con la rivolta del maresciallo. Infatti, appena saputa la morte del Bellegarde, aveva dato ordine al vescovo di Venza, suo nuovo agente alla Corte parigina [15], affinché ottenesse dal re e dalla regina un'esplicita assicurazione che, in cambio dei molti servigi ricevuti, essi, nel procedere alla nomina del nuovo governatore del Marchesato, volessero tener conto dei desideri e degli interessi del duca e dare la preferenza ad una persona, che gli fosse accetta e gradita e «< qui fust bon catholique et que heust par expres commandament de ne innover ni changer aucune chose sur le faict de la religion». Il re e la regina, prodigandosi in espressioni di lode e di riconoscenza verso il duca per i grandi servigi resi alla Corona di Francia negli avvenimenti trascorsi, dichiarono fermamente che i desideri del duca sarebbero stati rispettati; che essi avevano ventilata l'idea di dare il governo del Marchesato ad uno dei signori de La Valette, ma che avrebbero sospesa la nomina fino al ritorno del giovane La Valette, che doveva andare in Piemonte per conferire col duca e con lui provvedere alla tranquillità ed al buon governo del Marchesato. Quanto alla religione, S. Maestà dichiarò esplicitamente che la sua intenzione non era diversa da quella del duca «et que en ce S. A. faysoit autant pour luy que pour elle et qu'il seroyt bien marry que ceulx qu'il commet aux gouvernements hussent aultre Religion que la sienne».

Nonostante queste formali promesse, il Venza avvertiva il suo sovrano di stare molto attento, perché « in questo regno ciascuno vuole essere re nel suo governo e non si pensa che a mettere piede in qualche parte per poi rimanervi stabilmente».

La raccomandazione era pressoché superflua, perché E. Filiberto seguiva con occhio vigile gli avvenimenti del Marchesato, pronto a volgere a suo vantaggio ogni errore o perplessità dei suoi avversari ed a trarre profitto da ogni situazione ingarbugliata, senza tuttavia lasciare scorgere apertamente le sue mire segrete [16]. Pare che nel principio egli non fosse alieno dal favorire il governo del giovane Bellegarde e gliene desse esplicita promessa [17], sperando di potersi prevalere, quando volesse, della giovane età di lui, della sua inesperienza politica e del suo scarso prestigio. Ad ogni modo è certo che alla venuta del La Valette che pur sconcertava suoi piani e le sue intime speranze [18]. E. Filiberto seppe abilmente dissimulare il suo dispetto, non ricusando d'intervenire come consigliere e mediatore nelle trattative con il Bellegarde e con l'Anselme, così come pochi mesi prima aveva efficacemente interposti i suoi interessati uffici nella controversia scoppiata tra il maresciallo ed il Birago, poi tra il maresciallo e la Corte di Parigi.

L'inviato regio, Giov. Luigi de La Valette, giunse a Torino il 6 gennaio 1580 e fu alloggiato, a spese del duca, nel palazzo dei Bellegarde, in Torino [19]. Dal 6 all' 8 di gennaio ebbe vari colloqui col duca e coi ministri ducali, i quali gli fornirono utili esortazioni e consigli per la sua non facile missione egli promisero ogni più efficace assistenza [20]. Sorretto da queste speranze, il La Valette il 9 gennaio si trasferì a Carmagnola e Saluzzo, ove ebbe numerosi colloqui col giovane Bellegarde, suo cugino per parte di madre, e coi capitani del suo seguito. Le trattative furono lunghe e difficili [21], perché il Bellegarde, sobillato dai suoi confidenti e imbaldanzito dalle promesse di protezione ricevute, a quanto diceva, dal duca, ricusava di rimettere il governo del marchesato nelle mani di uno che vi avesse meno diritto di lui, e, perché, diffidando delle promesse del re, temeva di dover scontare su di sé la rivolta del padre, qualora avesse consegnate tutte le fortezze. Ai cugini Cesare rinfacciava apertamente di aver ordito, col favore del re, un complotto per spodestarlo non solo del governo del Marchesato, ma anche dei redditi e dei beneficî, che suo padre aveva goduto al di là delle Alpi. Di fronte a tali insinuazioni l'ambasciatorė regio reagì, anzitutto negando che lui ed il fratello avessero mire segrete sul Marchesato, poi esortando il Bellegarde a considerare quali conseguenze, liete o funeste, avrebbe potuto avere la sua condotta futura: ubbidendo, avrebbe giustificato se stesso ed il padre suo, ed avrebbe conservato la grazia del re ed i ricchi redditi promessi; disubbidendo, avrebbe corso il rischio di perdere tutto in un'impari lotta contro il sovrano, si sarebbe attirata la taccia di ribelle ed alienati per sempre i favori della Corte.

Uguali trattative il La Valette svolse presso il capitano D'Anselme, che in quei giorni aveva ricevuto dal re di Navarra due forti esortazioni « à vouloir employer tout ce qu'avez de coeur, de foy et de moyens pour retenir les choses en la mesme disposition que le dict defeunct (il maresciallo di Bellegarde) les avoit laissées, et conserver l'amityé et bienveillance que sa prudence et vertu luy avoyent acquises [22]». Ma i risultati dei negoziati furono assai scarsi tanto sul Bellegarde e sul D'Anselme, quanto sugli altri confidenti, sebbene il La Valette promettesse loro forti somme di danaro, se fossero riusciti a piegare all'obbedienza i loro principali.

Il 20 gennaio, scoraggiato, il La Valette rientrò a Torino [23] per riferire al duca i risultati delle sue prime trattative e studiare con lui gli espedienti più atti a raggiungere lo scopo voluto dal re [24].

L'autorità e l'abile diplomazia del duca riuscirono sulla fine di gennaio ad appianare tutte le difficoltà ed a far accettare dalle parti contrastanti un nuovo piano di assetto [25] per il Marchesato. Le condizioni erano queste: Cesare di Bellegarde avrebbe conservato il governo personale di Carmagnola e di Revello, città, che già erano state tenute da lui e dal padre prima della rivolta: il D'Anselme avrebbe mantenuta la signoria di Centallo, dove si era fortificato: tutto il resto del Marchesato rnatore di suo gradimento, cioè Bernardo de La Valette, sopra ricordato. Il Bellegarde inoltre avrebbe conservato i suoi beneficî transalpini ed avrebbe ricevuto dal re i danari occorrenti al pagamento delle truppe. Per impedire poi sommosse e per allontanare al più presto le milizie straniere ed ugonotte, che erano state assoldate dal maresciallo l'anno precedente e che rifiutavano di rivalicare le Alpi, se non fossero state regolarmente pagate, E. Filiberto anticipava 10.000 scudi [26].

Una copia dell'accordo fu immediatamente trasmessa al re, perché ricevesse forza e garanzia di esecuzione dalla firma sovrana.

Tutto sembrava tornare un'altra volta nella normalità: ma la calma non era che apparente.

Le stesse passioni, le stesse ambizioni e rivalità, che l'anno prima avevano posto di fronte il maresciallo di Bellegarde ed il Birago, aprirono la via ad un nuovo insanabile dissidio fra il giovane Bellegarde, l'Anselme, il La Volvera ed il La Valette. Soffiò nel fuoco il governatore di Milano, duca di Ayamonte [27], il quale, indispettito e svergognato per essersi lasciato così apertamente gabbare l'anno precedente dal maresciallo e dai suoi agenti, sperò di poter rafforzare il suo prestigio, scosso alla Corte madrilena, annodando più felici intrighi col giovane Cesare di Bellegarde. Fu strumento il sig. di Baudissé, quel medesimo, che già aveva funto da intermediario al tempo del maresciallo. Ma soprattutto sperò nel capitano D'Anselme, del quale erano note la grande ambizione, la scarsa scrupolosità morale e la latente velleità di rivolta contro il re di Francia. Agli interessi della politica spagnola importava assai prolungare e ravvivare i torbidi scoppiati nel Marchesato, per creare imbarazzi al re di Francia, in un momento in cui la Corte parigina cercava l'aiuto dei Paesi Bassi e dell'Inghilterra ed il duca stesso di Alençon (ora duca d'Angiò), fratello del re, faceva insorgere i Fiamminghi contro il dominio spagnolo e cercava la mano della regina Elisabetta per una riscossa generale contro la preponderanza spagnola in Europa.

Mentre il giovane Bellegarde, ancora nuovo agli intrighi, tentennava [28] e rinviava ogni decisione, il D'Anselme, rotto ad ogni artificio della politica e della guerra, fu pronto ad afferrare l'insperata fortuna che gli offriva l'assistenza e la sollecitazione spagnola. Trasferitosi egli stesso a Milano col Charretier, ex-segretario del maresciallo, cominciò ad intavolare segrete trattative col marchese di Ayamonte, ed altre, in pari tempo, col barone Sfondrati, agente spagnolo, a Torino, assicurando di aver l»animo ed i mezzi per occupare il Marchesato e per tenerlo in nome del re di Spagna, e ricevendo, in cambio, promesse ed offerte di uomini, di armi e di danaro a sostegno dell'audace impresa [29].

Il La Valette fu informato di questi intrighi [30] e protestò presso il duca E. Filiberto, che si era reso, per così dire, garante dell'accordo. Lo pregò d'intervenire autorevolmente presso il marchese di Ayamonte, affinché volesse interrompere le pratiche con l'Anselme, le quali riuscivano non solo a danno del re di Francia, ma della pace stessa d'Italia, e affinché gli rifiutasse qualsiasi aiuto di uomini e di danari, dal momento che il ribelle era un fedifrago e ricusava di sottostare all'accordo, ch'egli stesso aveva firmato. L'Ayamonte, redarguito dal duca di Savoia, si giustificò con lettere ed ambascerie, alle quali il duca rispose con altre lettere ed ambascerie, poco sincere dall'una e dall'altra parte [31].

Frattanto ritornava da Parigi il segretario sig. di Révol con l'approvazione del re al compromesso, che il La Valette ed il duca avevano concertato col Bellegarde e con l'Anselme. I due interessati furono convocati a Torino per udire le decisioni definitive del re. Il D'Anselme, ormai risoluto a violare la promessa fatta, ricusò di venire ed il Bellegarde, accampando il pretesto di qualche insidia, che gli poteva essere tesa nel viaggio, inviò al suo posto il segretario Charretier ed il controllore sig. di Montarbut. Dopo scambio di lettere e di ambascerie, il Bellegarde finì con l'arrendersi alle esortazioni del duca e dichiarò di accettare le condizioni e le promesse, che gli erano fatte a nome del re, e di rimettersi alla lealtà ed alla protezione del duca. Ma il D'Anselme rifiutò di piegarsi e si diede più alacremente che mai a preparare la sua rivolta [32].

Intanto a Carmagnola scoppiava un grave tumulto. Il capitano La Volvera, una notte, cacciava dal presidio del castello tutti i soldati guasconi e francesi [33], che il Bellegarde aveva messo a guardia fidata della piazza, accusandoli di voler cedere la fortezza agli Spagnoli e di attentare alla sua vita stessa, e li sostituiva con 100, o 200 soldati scelti piemontesi, per premeditata intesa col duca di Savoia.

Mentre il Bellegarde accorreva [34] ad assicurarsi la città, il signore di Centallo usciva improvvisamente dal suo turrito castello a capo delle truppe e dava inizio al suo piano di rivolta [35], fidando negli aiuti spagnoli e nella neutralità od assistenza degli ugonotti del Delfinato, coi quali si manteneva in intimi rapporti.

Con la collaborazione del capitani Espiard e Besserie e con l'aiuto di numerosi aderenti, che speravano trarre profitto dall'impresa, il D'Anselme riuscì facilmente ad occupare la città ed il castello di Saluzzo (2 marzo 1580), lasciandone il comando a due capitani ugonotti e traendone fuori parecchi pezzi di artiglieria per fortificare la terra di Centallo. Il Bellegarde accorse prontamente con le milizie rimastegli fedeli per riprendere il possesso della città: ma le sue truppe ne furono escluse ed egli stesso fu fatto prigioniero. Il D'Anselme cercò di giustificare il suo operato, alla presenza del Bellegarde, protestando di essersi mosso per il solo interesse di lui, perché egli, nella sua giovanile inesperienza, non prevedeva la sua rovina, la quale avrebbe tratto dietro di sé anche quella di tutti coloro, ch'erano stati amici e collaboratori di suo padre. Aggiunse che, se egli avesse voluto prendere un'animosa risoluzione, non gli sarebbero mancati gli aiuti di tutti gli amici e servitori di suo padre per conservare il Marchesato con la stessa autorità e potenza. Ma il Bellegarde dichiarò di voler tenere fede alla promessa fatta al re e al La Valette.

Sdegnato e protestando che quel giovane non sapeva ciò ch'era buono ed utile, l'Anselme lo fece rinchiudere in una stanza del castello con le sentinelle alla porta. S'impossessò delle 10.000 lire, che il duca aveva anticipato al La Valette per il pagamento delle truppe, e, senza punto curarsi del messo del re, prese a farla da governatore e da padrone. Strinse segreti accordi col capitano La Volvera, che aveva nelle sue mani la fortezza di Carmagnola, e col comandante del castello di Dronero e rinnovò all'Ayamonte urgenti richieste di uomini e di danari per poter condurre rapidamente a termine l'impresa già felicemente avviata.

Ma il colpo di mano del signor di Centallo non ebbe l'esito sperato, sia perché il duca sorvegliava ogni sua mossa, sia perché il Bellegarde dopo venti giorni di prigionia riuscì a fuggire [36] ed i comandanti di Carmagnola e di Dronero tradirono la fiducia incautamente riposta in essi dall'Anselme. Il duca «< con tre corrieri in due giorni» avvertì l'Ayamonte di non prestare fede alle vanterie del capitano ribelle e di guardarsi bene dall'avventurarsi in imprese rischiose, perché l'Anselme, lungi dall'essere padrone, come diceva, del Marchesato, non aveva nelle sue mani che il piccolo forte di Centallo ed il castello di Saluzzo, il quale più che « castello» poteva chiamarsi «palazzo», mentre le due maggiori fortezze, quelle di Revello e di Carmagnola, che comandavano a tutto il Saluzzese, erano tuttora in possesso dei suoi avversari [37].

L'Ayamonte si finse persuaso e mandò ad avvertire il D'Anselme di non fare ulteriore assegnamento sugli aiuti spagnoli, dal momento che la città e la piazza di Carmagnola non erano cadute in sua mano e che l'impresa ordita pareva gravemente pregiudicata. Ma sottomano continuò a fargli affluire soccorsi di uomini e di danaro [38].

Informato di ciò, E. Filiberto decise di agire energicamente a tutela dei propri interessi [39], o, com'egli, diceva, a difesa del re di Francia e della pace d'Italia.

Il duca, dopo la rivolta dell'Anselme, aveva segretamente concentrato 2.000 fanti e 200 cavalli a Savigliano, a protezione delle sue fortezze di Cuneo, Fossano e Mondovì. Il 9 marzo diede ordine a Ferrante Vitelli di muovere con le truppe all'assalto della fortezza di Revello [40]. Se ne impadronì e, con l'artiglieria tratta di là, assalì la città di Saluzzo, difesa dal capitano Spiard (o Espiard), che dopo tre giorni di lotta si arrese (13 marzo 1580), consegnando prigionieri anche tre figli del signore di Centallo. Al comando della città e del castello fu preposto il sg.r de La Creste, segretario del duca. La città di Carmagnola non oppose resistenza, date le intelligenze, che E. Filiberto aveva col capitano La Volvera e col presidio piemontese sostituito a quello francese. Cosicché rimase nelle mani dell'Anselme, con poche terre minori, soltanto la città di Centallo, nella quale egli si ritirò con i suoi aderenti, premuto dalle truppe ducali [41] e segretamente soccorso di uomini e di danaro dal marchese di Ayamonte.

A Parigi la notizia della rapida e felice azione del duca suscitò grande gioia [42] dopo le apprensioni, che aveva destato la rivolta dell'Anselme, simile, sotto molti aspetti, a quella del maresciallo di Bellegarde [43]. Il re e la regina madre si profusero in vive espressioni di lode e di ringraziamento all»indirizzo del duca; ma al Venza non sfuggiva che essi, nel fondo dell'animo, nascondevano un forte dispetto, constatando che il Marchesato era ormai effettivamente più nelle mani del duca che in quelle della Corona di Francia.

Assai amare delusioni l'intervento tempestivo del duca provocò presso tutti coloro, che con mire diverse avevano assecondata la rivolta del D'Anselme. Ne fu sconcertato il duca di Mantova [44], il quale, con la sconfitta del ribelle, vedeva sfumare ogni possibilità di riavere quelle terre del Monferrato, che i marchesi di Saluzzo avevano incorporato nei loro domini e che l'Anselme, a impresa compiuta, aveva promesso di cedere in cambio di aiuti adeguati. Il Gonzaga si guardò tuttavia dal protestare presso E. Filiberto, per non essere costretto a rivelare le sue segrete trattative col signor di Centallo, e si limitò a premunirsi da ogni sorpresa, rafforzando i presidî del Monferrato lungo la frontiera del Marchesato e degli Stati Sabaudi. Protestò invece fieramente presso il duca di Savoia il marchese di Ayamonte, il quale per la seconda volta aveva visto fallire i suoi disegni proprio nel momento, in cui già pregustava la gioia del successo. Per rappresaglia, raddoppiò gli aiuti al D'Anselme, riuscendo a forzare il blocco ed a fare entrare nel castello qualche soccorso di viveri e di armi. Protestò a sua volta il duca, lamentando che il marchese continuasse a somministrare aiuti a chi turbava la pace e la concordia faticosamente ristabilita nel Marchesato e poteva accendere «un gran fuoco di guerra e di eresia» al di qua delle Alpi.

Ma le proteste dell'una e dell'altra parte non mutarono il corso degli eventi. Amareggiato per i continui insuccessi della sua politica avventata ed addolorato per gli acri rimproveri, che gli venivano dalla Corte di Spagna, verso il 20 di aprile (1580) il marchese di Ayamonte moriva improvvisamente, di crepacuore secondo gli uni, secondo altri di morte volontaria [45]. Dopo la sua morte, E. Filiberto, reiterando le sue proteste, ottenne facilmente che il Consiglio di Milano si astenesse dal continuare gli aiuti al ribelle di Centallo [46]; ma, aveva appena ottenuta la promessa, che, con un misterioso voltafaccia, spediva a Milano un corriere espresso per pregare quel Consiglio di continuare i suoi aiuti all'Anselme. La ragione va ricercata secondo il Quazza [47] Inel fatto che il signor di Centallo, privato degli aiuti spagnoli, minacciava di chiedere assistenza agli ugonotti di Francia [48] e che, se la piazza di Centallo fosse caduta effettivamente in mano ugonotta, la sua forte posizione, l'audacia del D'Anselme e le intemperanze delle truppe ugonotte, calate in suo aiuto, avrebbero potuto trasformare quel lembo del Marchesato in una fiera minaccia per gli Stati Sabaudi ed in un forte baluardo per la propagazione dell'eresia al di qua delle Alpi.

In aprile il re di Francia, volendo porre definitivo assetto al Marchesato, si decise a mandare in Piemonte quel Bernardo de La Valette, fratello di Giovan Luigi, ch'egli aveva designato al governo di Saluzzo fin dalla morte del maresciallo di Bellegarde.

Bernardo de La Valette giunse a Torino verso la fine di aprile [49] e fu alloggiato, come già il fratello, nel palazzo Bellegarde, a spese del duca. Portava lettere di ringraziamento del re e della regina madre e nuove esortazioni al duca, perché volesse continuare i suoi buoni uffici verso la Corona di Francia ed assistere dei suoi consigli il nuovo governatore mandato a reggere le sorti del Marchesato 50. Il duca si disse lieto della fiducia del re e promise la sua assistenza; ma, o perché fosse incalzato da altri affari urgenti o perché volesse nascondere la sua partecipazione personale e diretta nelle cose del Marchesato, nominò due suoi ministri, il Presidente di Leyni ed il segretario Mollart, affinché assistessero il La Valette in tutti gli affari, che riguardavano il servizio del re e la pacificazione del Marchesato.

L'Anselme ed il Bellegarde furono invitati a Torino davanti al consiglio dei tre. Il primo si mostrò insolitamente arrendevole; dichiarò di voler fare la volontà del re ed ubbidire al suo governatore; promise di congedare le sue truppe e di rompere ogni intelligenza col governatore di Milano e con gli ugonotti del Delfinato. Ricevette in cambio il riconoscimento del governo di Centallo, il comando di due compagnie di 50 uomini, una per lui e l'altra per uno dei suoi figli, e 1.000 scudi, seduta stante, come anticipo dei 2.000 promessigli da Giov. Luigi de La Valette. Il Bellegarde si mostrò più restio, indispettito che si fosse trattato con l'Anselme senza di lui ed a condizioni così vantaggiose. Gli si promise a nome del re il comando delle piazze di Carmagnola e di Revello, il pagamento di quanto era dovuto al padre suo, il comando di una compagnia di 50 lance e la nomina di mastro di campo della cavalleria leggera del re.

Nessun accenno esplicito fu fatto nei colloqui al castello di Carmagnola, e la ragione è che il La Volvera lo teneva apparentemente in nome proprio, ma in realtà a nome del duca di Savoia.

Dopo i colloqui il Bellegarde ed il La Valette si ritirarono a Saluzzo, dove quest'ultimo fu accolto solennemente come governatore dai sindaci e dal popolo.

Il duca si prestò come garante dell'accordo, e, per prevenire ogni pretesto di turbamento nel Marchesato e nelle terre ducali limitrofe, ordinò alle Casate dei Nobili ed agli ufficiali delle milizie di tener pronta, ad ogni evenienza, una congrua schiera di fanti e di cavalieri; aumentò le guarnigioni di Cuneo, Fossano, Villafranca e Busca, e vietò agli ugonotti delle valli pinerolesi di accorrere in armi a prestare man forte al capitano Anselme o a qualsiasi altro, che meditasse nuovi intrighi nel Marchesato [51]. Il La Valette fu riconosciuto come governatore da tutte le terre del Saluzzese e l'autorità del re di Francia sembrò, nominalmente almeno, ristabilita dopo tanti travagli e tante velleità di ribellione. Ma in realtà il Marchesato, più che sotto l'autorità del re, continuò a rimanere sotto il controllo ed alla mercè del duca di Savoia [52], sia per la poca autorità del La Valette, sia per il malcontento e le latenti rivalità degli antichi pretendenti [53], sia infine per le sicure intelligenze, che E. Filiberto aveva in Carmagnola e in altre fortezze del Marchesato.

Pare che la Corte parigina si rendesse perfettamente conto di querta situazione anormale [54], e che mentre esteriormente affettava sentimenti di riconoscenza verso il duca per la sua condotta, intimamente meditasse qualche colpo mancino per vendicarsi di lui e per riavere il possesso diretto di Carmagnola, Revello e Centallo. Ma, in seguito, riconoscendo la propria impotenza per le miserande condizioni del regno, cercò legare più strettamente il duca alla propria politica, facendogli sperare l'alienazione o la sovranità del marchesato, come dote della principessa di Lorena, ripetutamente proposta in moglie per il principino Carlo Emanuele [55].

Anche la Corte di Spagna, ad onta delle gravi umiliazioni patite per la poco avveduta diplomazia del marchese di Ayamonte, accettò il fatto compiuto, impegnata, com'era, a far valere i suoi diritti sul trono di Portogallo [56] e disposta anch'essa a rinunciare ad ogni brama sul Marchesato quale incentivo alle nozze ventilate tra il principe Carlo Emanuele e l'Infanta Caterina di Spagna.

Così per l'impotenza della Francia e per la benevola neutralità della Spagna, il Marchesato poteva dirsi ormai assicurato, quando egli lo volesse, nelle mani del duca di Savoia, il quale, padrone della situazione, aspettava solo più che da parte della Francia gli venisse qualche proposta concreta per rendere il possesso effettivo e duraturo.

Mentre si svolgevano le vicende e le trame politiche e militari sopra accennate, una lotta, non meno incerta, si combatteva tra i riformati del Marchesato e gli ecclesiastici cattolici.

Offrendo entrambi il loro aiuto ai vari pretendenti al governo i primi reclamavano, in ricompensa, qualche maggiore libertà di coscienza e di culto: i secondi, invece, un freno più rigoroso alla propagazione dell'eresia ed un'assistenza più efficace alle predicazioni ed alle Missioni dei Padri Gesuiti.

Infatti, era appena spirato il maresciallo di Bellegarde e già il Nunzio torinese gettava l'allarme a Roma, esprimendo il timore che il figlio, per conservare il governo di Saluzzo, si volgesse ad implorare l'aiuto degli ugonotti di Francia [57]. Lo stesso timore comunicava alcuni giorni dopo anche a proposito del D'Anselme, asserendo che correva voce ch'egli non solo avesse stretto intelligenza con gli ugonotti del Delfinato, ma avesse addirittura promesso protezione e libertà di predicazione ai riformati del Marchesato, se lo avessero aiutato a rendersi padrone del governo [58]. Parecchi fatti sembravano dare consistenza a queste voci. Infatti, subito dopo la morte del Bellegarde, un capitano ugonotto, il Gay, aveva cercato di far sollevare i riformati della Val Macra a difesa delle loro libertà religiose; pochi giorni dopo, nella domenica successiva al Natale (1509), i riformati della valle di Paesana e di altre terre contigue avevano avuto l'ardire di radunarsi nella Chiesa cattolica di San Peyre, in Val Varaita, per celebrarvi, contro l'opposizione del curato, la loro «diabolica Cena»>. In tutte poi le valli si predicava pubblicamente e senza ritegno alla stregua riformata e si facevano preparativi per una imminente calata degli ugonotti del Delfinato [59].

Ma più ancora che queste voci, raccolte da varie parti e spesso contradittorie, stavano a dimostrare la rinnovata baldanza dell'eresia fatti più gravi ed indiscussi.

Gli ugonotti del Delfinato ed i religionari del Marchesato, prima di concedere il loro appoggio al giovane Bellegarde, avevano desiderato sapere quali fossero le sue precise intenzioni in materia di religione. Perciò, fin dal 9 di gennaio (1580), gli avevano indirizzata una lettera [60], lamentando che, dopo aver riposta la loro speranza nel padre suo e dopo averlo aiutato a cacciare dal Marchesato i suoi nemici, fossero ora abbandonati dal figlio «< come un piccolo gregge alle fauci di lupi rapaci». E poiché egli a detta dei riformati - «conosceva il vero Dio e la sua Parola», cioè era stato istruito nella fede riformata [61], gli ricordavano il dovere di prenderli sotto la sua protezione come già aveva fatto il padre suo, e di permettere che essi potessero vivere in pace nella libertà delle loro coscienze e nell'obbedienza al loro re. Pertanto lo invitavano a precisare le sue intenzioni, dichiarandosi pronti, se esse risultassero consone alle loro aspirazioni, a dare la loro vita per lui e ad arruolare in sua difesa tutti i riformati del Pragelato, della Val Macra, di San Damiano e di Casteldelfino.

Il Bellegarde rispose l'indomani stesso alla lettera dei riformati (10 genn. 1580); ma, desideroso di non compromettere la sua condotta in un momento così delicato ed incerto, si attenne a termini assai generici ed evasivi, seguendo la stessa via ambigua tenuta dal padre. Nella risposta se genuina è la copia a noi pervenuta [62] - Cesare mostrava ai riformati le gravi difficoltà, che attualmente si opponevano al riconoscimento pubblico del suo governo e, senza né promettere né negare qualsiasi libertà di culto, li assicurava tuttavia che, se avesse avuto sentore di qualche torto o di qualche pregiudizio fatto ai loro danni, vi avrebbe rimediato secondo il suo potere. Li pregava pertanto di pazientare, per non accrescere i suoi imbarazzi, e di serbargli lo stesso affetto dimostrato al padre suo, in attesa che si potesse conoscere quale assetto sarebbe dato al Marchesato e quale sarebbe la definitiva volontà del re e del La Valette, appositamente inviato al di qua delle Alpi. Né si tenne pago di questa risposta ambigua. Alcuni giorni dopo, informato dei sospetti e delle accuse di ugonotteria, che i suoi avversari seminavano a piene mani contro di lui, il giovane Bellegarde ritenne opportuno dimostrare la sua buona fede, mandando al Nunzio di Torino, al quale facevano capo tutte le accuse, sia la lettera dei riformati, sia la risposta ch'egli stesso aveva data. In pari tempo smentiva i suoi calunniatori, assicurando di non aver mai permesso a chicchessia di predicare pubblicamente nel Marchesato; anzi di aver fatto cacciare personalmente i dommatizzatori di San Peyre e di aver preso le misure necessarie per impedire qualsiasi protesta o sommossa, che i riformati intendessero fare a favore della loro religione [63].

Persuaso o no, il Nunzio rispose al Bellegarde, rallegrandosi che egli operasse con tanto zelo a favore della fede cattolica ed esprimendo l'augurio che il suo esempio fosse tosto seguito anche dal sig. D'Anselme, per precludere la via ad ogni sobillazione degli ugonotti [64].

Ma il Nunzio ignorava tutto il lavorio segreto che si svolgeva tra il Bellegarde e gli ugonotti di Francia. Fin dal 9 gennaio [65], infatti, il re di Navarra, capo del partito ugonotto, aveva inviato un'apposita lettera al Lesdiguières, che comandava a suo nome le forze protestanti del Delfinato, nella quale lo pregava di far pervenire al giovane Bellegarde l'espressione del suo dolore per la morte del padre, legato a lui da lunga e fedele amicizia. E con il rimpianto, inviava a Cesare anche le esortazioni ed i consigli, ch'egli riteneva opportuni, data la sua giovane età e la precarietà del momento. Lo avvertiva anzitutto di stare in guardia contro i nemici del padre, i quali, ora più di prima, avrebbero cercato di sfogare su di lui quelle vendette e quelle ostilità a mala pena trattenute di fronte alle virtù ed al prestigio del genitore, e lo esortava a seguire con virile fermezza le orme del defunto maresciallo. Ma soprattutto lo assicurava in ogni occasione della sua protezione ed assistenza. Prometteva di mettere a suo servizio tutta la dei nemici suoi e paterni. E dopo avergli raccomandato di guardarsi con particolare premura dai Biraghi e d'impedire il loro ritorno nel Marchesato, perché, assetati di vendetta, sarebbero stati più spietati contro di lui che contro il padre, concludeva esortando il giovane Cesare a scegliere con prudenza le persone del suo seguito e del suo Consiglio ed a dare la preferenza a quelli della nuova religione, «i quali per esser da lunga mano separati dagli altri, che li hanno così spesso ingannati, non gli faranno mai torto e non si separeranno mai dalla sua fortuna, perché dipendono da un re (il Navarra), che non è mai venuto meno alla parola data».

Il Lesdiguières fece sollecitamente recapitare la lettera al Bellegarde [66] per mezzo del sig. De Mercure, aggiungendo alle promesse del re di Navarra le proprie assicurazioni di amicizia e di assistenza, a bocca e per iscritto. Gli ripeteva con particolare insistenza l'ammonimento a rimanere saldo nella sua unione con i riformati del Delfinato e della Provenza. «S. M. (il Navarra) desidera che questa provincia (il Delfinato) sia ben unita con quella del Marchesato di Saluzzo e con le altre, che vorranno stringersi in unione secondo quello che fu concordato col fu maresciallo, essendo S. M. risoluta e di buona volontà per prendere sotto la sua protezione tutti quelli, che saranno di detta unione». Terminando, lo pregava d»informarlo se egli conservasse in Provenza le stesse amicizie ed intelligenze del padre e lo esortava a tenersi pronto ad ogni evenienza ed al primo avviso, non muovendo nulla senza ordine di lui, ma autorizzandolo ad agire di propria iniziativa, senza aspettare conferme, se si trattasse di cosa, che non comportava dilazione.

Non conosciamo le risposte, che il Bellegarde fece alle esortazioni del re di Navarra e del Lesdiguières. Sappiamo però che i riformati, incerti sui veri sentimenti del Bellegarde e sulla loro sorte futura, continuarono ad agitarsi ed a ricercare i mezzi più opportuni per tutelare l'incolumità delle proprie persone ed il pubblico esercizio della loro fede.

Nel successivo febbraio (8 febb. 1580) gli ugonotti del Marchesato e quelli di alcune valli limitrofe tennero un'assemblea generale in Casteldelfino, alla presenza dei rappresentantinobiltà ugonotta del Delfinato ed i riformati delle chiese circonvicine, a patto tuttavia ch'egli mantenesse con loro la stessa leale amicizia serbata dal padre e non si lasciasse stornare da belle promesse ed apparenze, abbandonando una posizione sicura per correre dietro ad una incerta o dando appiglio alle calunnie del re di Navarra e del Principe di Condé e col concorso di numerosi ministri e deputati delle congreghe riformate. A detta del Gilles [67], in quest'assemblea le chiese avrebbero esaminato e discusso tutto ciò che occorreva «pour la bonne et unie conduite ecclésiastique et pour leur conservation entr'eux»>, cioè avrebbero stabilito i mezzi più idonei per rinsaldare il buon funzionamento interno delle congreghe, per garantire una saggia disciplina ecclesiastica e per promuovere una più intima ed assidua assistenza delle chiese le une verso le altre, sia nel caso, in cui dovessero provvedere alle loro particolari necessità spirituali, sia quando dovessero difendersi dagli abusi delle autorità civili o dalle intemperanze dei predicatori cattolici.

Oltre a queste questioni di carattere più generale, ne fu trattata un'altra più particolare, ma non meno importante per l'avvenire delle chiese riformate del Marchesato. Si discusse cioè quale atteggiamento i riformati avrebbero dovuto seguire nei riguardi del Bellegarde e del La Valette, nel caso che all'uno o all'altro fosse toccato il governo del Marchesato. Per incitamento del ministro Guerino e dell'Anelli, governatore di Casteldelfino, fu stabilito che si dovesse dare di preferenza l'assistenza al Bellegarde, in considerazione delle promesse di aiuto fatte al padre, ma a patto ch'egli garantisse il libero esercizio del culto riformato in tutte le terre del Marchesato. Riguardo al La Valette fu presa questa decisione: che, se egli avesse avuto il governo del Marchesato, i riformati si sarebbero considerati sciolti dalle promesse fatte al defunto maresciallo, e, prestando obbedienza al nuovo governatore, avrebbero cercato ogni mezzo per ottenere da lui la libertà di predicare e di celebrare ovunque e pubblicamente gli atti del loro culto [68].

Nella stessa occasione fu anche stipulato un importante trattato di pace e di concordia fra i cattolici ed i riformati della Valle di Macra, di San Damiano e di Pagliero, allo scopo di tutelare la libertà e la pacifica professione dell'una e dell'altra fede e di salvaguardare l'incolumità reciproca degli abitanti.

Il patto è degno di essere ricordato, non solo perché attesta il notevole sviluppo, che la Riforma Protestante aveva raggiunto in quelle terre e che le permetteva ormai di trattare da pari a pari con i rappresentanti della chiesa dominante, ma perché mostra, in pari tempo, come i popoli, nonostante la disparità di religione, avrebbero potuto quasi ovunque convivere pacificamente insieme, se il fanatismo e l'ambizione dei capi o l'intolleranza delle autorità civili e religiose non avessero troppo spesso sollevato motivi di contesa e di odio fra i cittadini d'una stessa terra.

I termini dell'accordo sono riassunti in un prezioso documento che porta per titolo: «Articoli et conventioni fra quelli della Religione Riformata e quelli della Chiesa Romana di Valle di Maira, Santo Damiano et Pagliero et risorti, diocesi di Saluzzo, fatti nella congregatione tenuta nel Castel Delfino li VIII febraro 1580» [69].

I capi sono singolarmente favorevoli alla fede riformata. «Primo, che gl'uni prendino in protettione gl'altri, et il ministro sia in libertà d'andare dovunque sarà chiamato o da pochi o d'assai per far l'officio suo.

Che tutto il paese rispondi ad ogni sforzo, ingiuria o insolenza, che il ministro potesse ricevere in qual si voglia modo.

Che il ministro possi andar con quei che li piacerà per sua sicurtà et, dove arriverà, li sindici l'habbiano in protettione che gli sia libertà (di) predicare, dovunque li piacerà, a quelli dai quali sarà ricerco (richiesto).

Che li beni ecclesiastici servino secondo che s'aviserà tanto agl'uni, come agl'altri.

Che gli uni prendino in diffesa gl'altri contra ognuno che volesse disturbar tal pace et concordia.

Che non si habbia sopra queste cose intelligenza né si prendi consiglio con alcuni fuori delli luoghi di detta Valle di qualunque qualità siano.

Che sia fatta prohibitione tanto agl'uni come agl'altri di non far cosa in disprezzo del esercitio de l'una né de l'altra Religione.

Che si facci dichiaratione verso li Superiori dell'accordo fatto insieme di vivere ciascuno in libertà di sua Religione et se ne facci atto publico».

È evidente che, se simili trattati di concordia fossero stati stipulati anche nelle altre parti del Marchesato e se la pacifica convivenza delle due religioni in una stessa terra si fosse generalizzata, un grave danno sarebbe derivato alla fede cattolica, perché la Chiesa nel suo processo, pacifico o violento dell'estirpazione dell'eresia avrebbe trovato un forte ostacolo nei suoi fedeli stessi, impegnati dai patti ad impedire non solo qualsiasi violenza contro ministri e riformati, ma anche qualsiasi limitazione alla loro opera di predicazione e di pro- selitismo.

Vide il pericolo E. Filiberto, che seguiva da vicino le cose del Marchesato, in apparenza per far servizio al re di Francia, in realtà per tutelare i suoi interessi politici e religiosi. E corse subito ai ripari! Per prima cosa incitò il signor de La Valette a rinnovare gli editti contro gli eretici [70]; poi inviò a Casteldelfino il suo segretario stesso, per avvertire i riformati che non pensassero a far novità in quelle parti, massime in ciò che concerneva l'esercizio pubblico della loro religione [71].

L'avvertimento non era ingiustificato, dal momento che si sapeva che in più terre del Marchesato i riformati, approfittando del disordine politico, amministrativo e religioso, si adoperavano con mezzi pacifici, ma talora anche violenti, a stabilire il pubblico esercizio del loro culto in nuove terre, fidando nelle promesse del Concistoro ginevrino, il quale aveva lasciato sperare un pronto invio di ministri e di dommatizzatori per sopperire alle crescenti necessità spirituali ed ecclesiastiche.

Il P. Gesuita Sacchini afferma infatti che in quest'anno ben sette ministri ugonotti lavoravano con gran zelo [72] nelle contrade del Marchesato per il pervertimento dei cattolici. A Saluzzo sappiamo che si predicava in casa di un dottore dell»illustre famiglia dei Falconis, con l'assenso ed il beneplacito delle autorità marchionali; che pubblicamente i riformati si radunavano a San Peyre, a Verzuolo, a Dronero ed in molte altre località della Valle Varaita e della Valle di Macra per assistere alla predica e per celebrare gli atti del loro culto. Da più luoghi i preti erano fuggiti e ricusavano di tornare alla loro sede, nonostante le esortazioni e le rimostranze del Vescovo. Gli ufficiali regi, senza autorità e senza forza militare. non potevano opporsi, se non debolmente, agli abusi degli ugonotti e le loro rimostranze verbali avevano più l'aria di una semplice «bravata» che di una deliberata repressione, poiché «tutta la giustizia si risolveva nel pigliare informazioni senza farci altro». Al vicesenescallo, che esortava i religionari a vivere in pace e nell'obbedienza degli editti regi, essi avevano esplicitamente risposto che vivrebbero in pace, «< se sarà loro concesso l'esercizio della loro religione; se non, lo prenderanno ad ogni costo» [73].

In questo disordine ben poco valeva anche l'autorità e l'opera del vescovo [74]. Più forte baluardo l'espansione dell'eresia incontrava nei Padri Gesuiti, che il pontefice aveva mandato nel Saluzzese a sue spese e di sua iniziativa: P. Pietro Reggio, Giov. Antonio Grasso, Cesare Casullo e Giov. Battista Righi. Ma la loro missione era oltremodo difficile [75], perché i frati dovevano lottare non solo contro l'ostinazione degli eretici, ma anche contro la diffidenza del vescovo, dei frati domenicani e di una parte stessa del clero secolare, i quali temevano che l»invadenza e la sottile diplomazia del nuovo Ordine diminuissero 11 loro antico prestigio presso il popolo e distraessero, a danno loro, redditi, prebende e donazioni fino allora goduti. A vero dire, i Padri raccoglievano frutti non tanto in mezzo agli eretici militanti quanto tra le file di quei cattolici, che sino allora erano rimasti dubbiosi tra le due fedi, parteggiando ora per l'una, ora per l'altra, e che son parole - dei frati “vedendo le crudeltà e latrocini brutti che si commettevano da questa razza”, si riducevano a vivere in pace e cattolicamente, persuasi dalla predicazione e dai buoni costumi dei Padri.

La resistenza degli eretici alla predicazione dei frati ed agli editti regi era nutrita a detta del Nunzio torinese dalle discordie, che regnavano fra quelli, che si disputavano il governo del Marchesato: il Bellegarde, il D'Anselme e il La Valette, propensi tutti a favorire, più o meno apertamente, chiunque si ponesse dalla loro parte, a qualunque fede appartenesse. Ma era alimentata soprattutto dai denari, che ora agli uni ora agli altri largiva il governatore di Milano. Cosicché, secondo il Nunzio, per stroncare l'eresia nel Marchesato, sarebbe occorso anzitutto rompere queste intelligenze con Milano [76], affinché il male non diventasse contagioso ed insanabile.

Nel marzo la situazione religiosa accennò a migliorare in alcune terre del Marchesato in seguito all'allontanamento di una parte delle milizie ugonotte assoldate fin dall'anno precedente durante la rivolta del maresciallo di Bellegarde. A Carmagnola il La Volvera, dopo aver cacciato come abbiamo veduto il presidio francese e messo al suo posto una guarnigione piemontese, sembrava voler energicamente procedere all'epurazione della città ed assecondare l'opera dei frati gesuiti inviati a predicarvi la fede cattolica e ad istituirvi un Collegio [77].

Le inquietudini [78] più vive rimanevano per Centallo, definito il «nido dell'ugonotteria», dove il capitano D'Anselme, non appagato nelle sue ambizioni, spargeva il terrore nelle terre circonvicine e annodava trame, per far scendere al di qua delle Alpi i capi ugonotti, con la speranza «< di travagliare il Marchesato», cioè di accendervi nuovi torbidi, dai quali egli potesse trarre qualche profitto [79]. E la minaccia parve tradursi in atto, quando, come vedemmo, nel marzo, il capitano ribelle mosse all'assalto di Saluzzo e, cacciato dalle truppe di E. Fiberto, si rinchiuse nel suo castello di Centallo e si accinse a chiamare in aiuto le milizie ugonotte del Delfinato [80].

Particolarmente irrequieta rimase la valle della Varaita a causa della vicinanza degli ugonotti di Casteldelfino. Il giovedì santo i riformati, sprezzanti di ogni divieto, osarono nuovamente radunarsi nella chiesa di San Peyre e celebrarvi pubblicamente la predica e la Cena. Altri fermenti religiosi scoppiarono anche a Dronero e nelle terre dipendenti [81]. Cosicché c'era da prevedere che, finché Centallo e Casteldelfino rimanevano nelle mani degli ugonotti, sarebbe stata assai ardua, per non dire impossibile, la distruzione dell'eresia nel Marchesato e che sarebbe risultata assai sterile anche la lotta ingaggiata dai Padri Gesuiti, esigui di numero, poveri di mezzi e non sorretti da un valido braccio secolare.

I nuovi accordi stipulati sulla fine di maggio ed il principio di giugno tra Bernardo de La Valette, il Bellegarde e il D'Anselme, sotto la garanzia del duca di Savoia, parvero ridare un po»di calma al travagliato Marchesato di Saluzzo. Ma non valsero a togliere completamente ogni incubo, sia per le mal celate gelosie dei pretendenti e per le insistenti dicerie di una prossima calata dei capi ugonotti, sia per i misteriosi maneggi di emissari scoperti a Milano [82], sia infine per l'afflusso di persone riformate o sospette in più terre del Marchesato, segnatamente a Dronero ed a Levaldigi, distretto di Savigliano [83].

Bernardo de La Valette, insediatosi come governatore a Saluzzo, ricompensò il duca di Savoia della sua assistenza, rimettendo in vigore gli editti precedenti del re, dei Birago e del Nevers, i quali tendevano gli uni ad escludere i riformati nativi del Marchesato da qualsiasi esercizio di culto pubblico, gli altri ad impedire che ugonotti e religionari stranieri potessero soggiornare nelle terre del Marchesato. Premeva al governatore di liberare il Marchesato da tutta quella gente turbolenta ed oziosa, ch'era calata nel Saluzzese durante la rivolta del maresciallo di Bellegarde o l»infausta sommossa del D'Anselme e che rimaneva annidata in vari castelli del Marchesato o scorrazzava qua e là per la pianura a scopo di rappresaglie e di rapina. Vi erano resti di milizie ugonotte, fuorusciti e disertori degli Stati ducali, del Monferrato e del Milanese. Ma gli editti venivano a colpire anche pacifici cittadini, che la persecuzione religiosa, scatenata da E. Filiberto nelle terre cuneesi, tendesi e nizzarde, aveva fatto affluire ad intervalli sul territorio del Marchesato, specialmente a Dronero, a Verzuolo, a San Damiano e nelle valli della Grana e della Macra, dove sostenevano pacificamente la loro vita con qualche professione manuale, coi commerci o coi lavori dei campi. A favore di nove di questi profughi, ugonotti e quasi tutti operai o mercanti, intervenne il 9 giugno (1580) il Consiglio Comunale di Dronero [84], chiedendo che essi fossero esclusi dall'obbligo dello sfratto, perché «persone probe ed oneste e di vita grata ed utile al Comune». Fu mandata a Saluzzo a perorare la loro causa davanti al governatore - e, con la loro, la causa di tutti i riformati delle terre droneresi quel Vincenzo Polloto, che già abbiamo più volte ricordato, come uno dei cittadini più illustri e dei riformati più zelanti del Marchesato.

Aperte e violente reazioni od infrazioni agli editti regi erano segnalate anche in questo mese in parecchie terre saluzzesi. A Carmagnola un ministro ugonotto predicava liberamente e con successo, sotto la protezione del governatore stesso, Cesare di Bellegarde e di uno dei sindaci della città [85]: ed a San-Peyre gli ugonotti, violando i patti stretti coi cattolici, cercavano d'impedire con la violenza la ricostruzione della chiesa cattolica [86]; in val Macra poi il ministro Francesco Guerino continuava il suo focoso proselitismo, incurante di ogni legge e di ogni pericolo. Già da tempo si era dato ordine di ammazzarlo, ma il delittuoso disegno non aveva potuto avere esecuzione a causa della grande autorità, di cui il ministro godeva presso la massa dei riformati e per il patto di concordia stipulato fra cattolici e protestanti [87]. Poiché il La Valette non aveva né la forza né la volontà di togliere di mezzo l'importuno dommatizzatore, il Nunzio si augurava che lo potesse fare con successo il duca di Savoia, il quale << ne aveva voglia»: perciò con ogni mezzo si proponeva di «accenderlo» alla criminosa impresa [88].

In tanto tumulto di odi e di passioni, anche l'opera dei Padri Gesuiti si svolgeva assai spesso lenta, difficile, con alternative di successo e d'insuccesso.

I frati mandati a Carmagnola avevano avuto da principio buona accoglienza, godendo i favori e la protezione del capitano La Volvera: avevano veduto molti fedeli accorrere alle loro prediche ed accostarsi ai Sacramenti prima disertati, ed avevano trovato popolo e Consiglio ben disposti ad assisterli di alloggio e di ogni altra cosa occorrente alla loro Missione. Ma presto al primo entusiasmo erano seguiti maltrattamenti e sorde persecuzioni, ora per opera del Bellegarde, ora per istigazione dei sindaci. Privati del loro alloggio, furono perseguitati di casa in casa, vilipesi con parole e con mali modi, sebbene frattanto il Bellegarde rivolgesse al Vescovo ed al Nunzio pubbliche protestazioni di fede cattolica. I buoni frutti iniziali correvano pericolo di essere compromessi, se i Padri avessero disertato il campo. Furono esortati a pazientare, in attesa dell»intervento del Nunzio, che, chiamati a sé i sindaci, li redarguì vivamente per il loro operato [89]. I sindaci si giustificarono, rinnovando la loro dichiarazione di fede cattolica ed asserendo di non nutrire alcun malanimo contro i Padri Gesuiti; che, se pareva che fosse stata loro usata «qualche scortesia per causa dell'alloggiamento», ciò doveva essere imputato unicamente alla necessità di alloggiare il forte presidio militare mandato nella città. Ma forse la ragione vera stava nelle esorbitanti pretese dei frati, nelle forti spese che il loro alloggio ed il loro mantenimento causava all'erario cittadino, già gravato di tanti balzelli, e nel malcontento, che accomunava indistintamente cattolici e riformati in un sordo impeto di reazione [90].

Più fortunati furono i Padri mandati a Dronero [91]. Assistiti dal vicesenescallo Porporato, dal La Valette e dal vescovo di Saluzzo, pare che facessero buon frutto e non fossero osteggiati né dal Consiglio né dagli ugonotti stessi, che componevano più della metà di quella popolazione. Da Dronero essi avrebbero voluto espandersi anche nelle terre circonvicine, ma temevano che la esiguità dei proventi, di cui disponevano, li costringesse ad interrompere a buon punto la loro opera con grave scapito del loro prestigio. Infatti, non si potevano richiedere ulteriori sovvenzioni alle Comunità, già gravate da tante tasse; anzi c'era da temere che le spese straordinarie causate dal mantenimento della Missione raffreddassero là, come a Carmagnola ed altrove, lo zelo stesso dei cattolici e che col tempo fornissero agli eretici un ottimo pretesto per accrescere il malumore latente contro il clero ed i nuovi Ordini monastici.

A spronare ecclesiastici e fedeli nella lotta contro l'eresia intervenne da Roma il Pontefice stesso con una lettera indirizzata il 1 giugno (1580) al vescovo di Saluzzo [92]. Dopo avergli ricordato che l'ufficio del buon pastore è quello di conservare pura la vera religione ed impedire gli assalti di Satana, lo invitava ad esortare tutti i fedeli sottoposti alle sue cure, laici ed ecclesiastici, a perseverare costantemente nella fede cattolica, a guardarsi dai morsi letali degli eretici, ad evitare la loro presenza e la loro conversazione piena di sottile veleno ed a sopportare con fede e con rassegnazione ogni sacrificio ed ogni offesa. «Poiché non v'è male maggiore che di sentirsi lontani e reietti da Dio, né più dolce conforto che il sapere che le sofferenze diventano guadagno, quando siano sopportate per amore di Dio e sotto i segni della sua grazia».

Col mese di luglio la situazione politica e militare del Marchesato tornò a destare nuove preoccupazioni [93], rendendone precarie le condizioni morali e religiose. Il Bellegarde, chiusosi in Carmagnola, rifiutava di pubblicare gli editti del re, che davano autorità e comando al La Valette; e il D'Anselme, adducendo a pretesto, che non erano state mantenute le promesse a lui fatte, lungi dal congedare le truppe, ne raccoglieva delle altre dalle valli della Stura e della Macra, rinforzava le sue intelligenze con gli ugonotti di Castel Delfino e col Lesdiguières, richiedeva danaro agli agenti di Spagna [94] ed ordiva congiure per impadronirsi di Carmagnola e di altri castelli, col fermo proposito di cacciare il La Valette dal Marchesato e di usurparne il governo [95]. In realtà il La Valette, non soccorso dal re di Francia e tradito in parte anche dal duca di Savoia, il quale in quei giorni, perseguendo i suoi propri interessi, si era assicurato il possesso di Carmagnola con la riconciliazione avvenuta tra il Bellegarde e il La Volvera, vedeva ormai seriamente compromessa la sua autorità di governatore: titolo diventato vuoto e senza efficacia, dal momento che il luogotenente regio non aveva danaro né uomini fidati né piazze forti sicure. Infatti, Saluzzo, l'unica città, di cui egli fosse padrone, era città “vaga ed indifesa” e le otto piazze forti del Marchesato erano nelle mani dei suoi nemici. A Parigi le sconfortanti notizie, che giungevano dal Marchesato, destarono una forte irritazione [96], non tanto contro il Bellegarde e il D'Anselme, quanto contro il duca di Savoia, al quale si faceva risalire la responsabilità diretta della torbida situazione del Marchesato. Dispiaceva soprattutto la perdita di Carmagnola e si reclamava a gran voce che il duca la facesse restituire, poiché egli solo ne aveva la possibilità, dal momento che il La Volvera ed i soldati ultimamente introdotti nel castello erano sudditi ducali e quindi tenuti alla sua obbedienza.

Alimentava il risentimento della Corte francese contro il duca anche la losca attività del sig. di Charrettier (Chartier), ex-segretario del maresciallo di Bellegarde [97]. Indispettito contro E. Filiberto, che aveva fatto arrestare tre suoi figlioli, aveva rese pubbliche le scritture e la corrispondenza scambiata tra il maresciallo ed il duca ed aveva pubblicato un ampio memoriale, nel quale precisava le responsabilità del principe sabaudo in tutti gli intrighi, che da due anni funestavano la pace del Marchesato. Affermava che, senza le mene di lui, il Marchesato sarebbe quieto, nell'obbedienza del re; ma che il duca faceva di tutto, perché il re fosse obbligato a lasciare il Marchesato nelle mani del Bellegarde e non mandasse un altro a comandarvi. E la ragione di tale condotta era evidente. Dipendendo il Bellegarde dal suo volere ed avendo nelle sue mani le principali fortezze, il Sabaudo era sicuro di potersi rendere padrone del Marchesato, quando lo volesse.

I torbidi si acuirono con la fine di luglio ed il mese di agosto [98]. Il capitano Espiard (o Spiard), uscito da Saluzzo, congiungeva le sue forze con quelle del D'Anselme e, senza trovare forte resistenza nelle milizie paesane, occupava la I città di Dronero, favorito dal tradimento del capitano Carlo Gay, che comandava il castello. Occupata saldamente la terra, il D'Anselme se ne ritornò a Centallo; ma lo Spiard rimase a presidiare la rocca dronerese, riattandone le fortificazioni smantellate ed imponendo agli abitanti, sia cattolici sia protestanti, esose tasse e gravi prestazioni di lavoro. Tra le vittime della sua violenza fu Costanzo Fresia, uno dei riformati più influenti della città, il quale fu gettato in prigione e non poté essere liberato che mediante il riscatto di 600 scudi. In agosto lo Spiard mandava un suo luogotenente, il capitano Lochi, ad occupare anche San Damiano ed altre terre vicine. Le memorie del tempo dicono ch'egli occupò il borgo, cingendo di fosso la chiesa situata all'ingresso del paese, e che ne profanò o distrusse con rabbia ugonotta gli altari e le immagini sacre.

Queste incursioni di capi e di milizie ugonotte, ora in una, ora in altra parte del Marchesato, davano grande apprensione al Nunzio di Torino, il quale temeva che, senza un tempestivo rimedio, andassero completamente distrutti i frutti promettenti della predicazione gesuitica a Dronero e nelle città vicine e che presto si dovesse vedere in più luoghi il culto ugonotto stabilmente sostituito a quello cattolico. Per le sue sollecitazioni il La Valette ed il Porporato corsero ai ripari. Saputo che si era ricominciata la predicazione ugonotta a San Damiano, essi la fecero interrompere, vietando ai riformati di far predicare pubblicamente in qualsiasi terra del Marchesato ed ordinando alle Comunità di non ammettere predicatori senza espressa licenza ed approvazione del vescovo [99].

Anche a Carmagnola i PP. Gesuiti, nonostante «la malignità del Bellegarde», poterono continuare senza gravi molestie la loro Missione. Ma la situazione religiosa del Marchesato, non meno caotica di quella politica e militare, faceva desiderare a molti che le predicazioni dei frati, finora saltuarie ed itineranti, diventassero continue e regolari e che essi avessero una sede fissa nel Marchesato. Già fin dalla primavera si erano iniziate pratiche in questo senso tra il Nunzio, il vescovo di Saluzzo e la corte di Roma. Le trattative si fecero più serrate e concludenti nel mese di luglio, quando Saluzzo fu scelta come sede stabile di una Missione di frati Gesuiti e ne fu nominato rettore il P. Adorno. E perché la nuova istituzione ledeva gl»interessi e le prerogative del vescovo e dei PP. Domenicani e suscitava nascoste ostilità, si ebbe ricorso all'autorità del La Valette e del Porporato, nonché all»interessamento stesso del duca di Savoia, al quale la sanità religiosa del Marchesato stava particolarmente a cuore per l'influsso deleterio, che l'empietà o l'eresia potevano esercitare sulle contigue terre sabaude [100].

Lo stesso D'Anselme fece mostra di voler assecondare le Missioni gesuitiche, chiedendo che fosse mandato un predicatore anche a Centallo, terra notoriamente ugonotta. Ma il Nunzio sospettava che simile richiesta non movesse da schietto zelo religioso, ma piuttosto da astuto calcolo di interesse, poiché a detta di lui il D'Anselme sarebbe stato capace - di accogliere nelle sue terre, secondo che la necessità esigesse, tanto un ministro ugonotto quanto un frate predicatore cattolico [101].

Una delle terre più infette del Marchesato era Verzuolo, a poca distanza da Saluzzo. Quivi gli ugonotti rappresentavano ormai la quasi totalità degli abitanti ed erano senza dubbio l'elemento più istruito e più influente della popolazione. Ma in virtù degli editti regi, pubblicati negli anni precedenti, essi erano stati esclusi dalle cariche del Comune e dal Consiglio Comunale, nel quale erano rimasti pochi cattolici «inabili e non idonei», cosicché le cose del Comune avevano preso una cattiva piega e c'era da temere qualche subbuglio da parte della popolazione malcontenta. La particolare situazione del Comune o il desiderio di trarre dalla sua i riformati dopo il riuscito colpo di mano contro il castello tenuto dal Bellegarde, indusse il La Valette a riammettere i riformati nelle cariche ed a permettere che essi potessero essere eletti come «credendari» del Comune. (10 agosto 1580). Anzi, alcuni giorni dopo (18 agosto) ordinò addirittura che, avendo i «credendari» cattolici fatta cattiva prova, dovessero essere sostituiti da altrettanti << credendari >> della nuova religione e che questi dovessero rimanere in carica per un tempo uguale a quello, in cui i cattolici avevano esercitato l'ufficio. Sembrava un atto insolito di tolleranza religiosa e di uguaglianza civile ed essere un segno foriero di nuovi tempi: eppure i riformati, non sappiamo perché, chiesero essi stessi di essere esonerati da ogni carica, adducendo come giustificazione del loro rifiuto «quod non iurant nec cupiunt esse credendarii nec bona communitatis administrare» [102].

- La situazione nel Marchesato rimase fluida ed incerta per tutto il mese di agosto [103]. Divenne anche più incerta dopo la morte improvvisa di E. Filiberto (30 agosto), la cui politica ferma e sagace se pur non sempre rettilinea, perché troppo spesso determinata da mire ambiziose o da oscillanti ragioni di Stato aveva non solo ridato al ducato l'antico splendore e benessere, ma, direttamente o indirettamente, esercitato un notevole influsso nelle vicende interne del Marchesato, tanto nel campo politico e militare, quanto in quello religioso, per arginare l'eresia, che dal Marchesato minacciava di straripare nelle terre ducali.

Moriva, senza aver veduto avverati i suoi due grandi sogni: l'occupazione del Marchesato di Saluzzo e la riconquista della ribelle Ginevra. Ma i due propositi saranno ripresi dal figlio C. Emanuele I, e, se il secondo, più volte tentato, fallirà clamorosamente nella notte de «L'Escalade» (1602), il primo, già quasi avverato alla morte del padre, vedrà la sua realizzazione pochi anni dopo, nel 1588, e la sua definitiva sanzione nel trattato di Lione del 1601.

I tre mesi che seguirono alla morte di E. Filiberto, trascorsero relativamente tranquilli per il Marchesato [104]. Gli usurpatori rimasero ciacuno al governo delle terre occupate, in attesa di conoscere quali fossero le intenzioni del nuovo sovrano sabaudo e quale esito avesse la settima guerra civile, che si era iniziata nel febbraio di quell'anno sotto il nome de «Guerre des Amoureux» [105].

Dopo alcuni iniziali successi delle armate ugonotte, che al comando del Condé investirono la piazza di La Fère sull'Aisne, e sotto il comando del re di Navarra occuparono Cahors nel Lot, i capi ugonotti furono costretti alla difensiva. Il maresciallo di Byron invase la Navarra, minacciandone la capitale Nérac, mentre un altro esercito regio investiva La Fère, costringendo il principe di Condé a riparare in terra tedesca, per non essere chiuso nella città. Anche in Delfinato le truppe del duca di Mayenne riportavano successi sulle milizie del Lesdiguières, occupando dopo aspri combattimenti la piazzaforte ugonotta di La Mure [106].

Appunto in questi mesi il Principe di Condé, rientrando dalla Germania, attraversava il Marchesato di Saluzzo, per congiungersi nella Provenza e nel Delfinato col capitano ugonotto Lesdiguières. Ma nel passare presso Demonte, nella Valle di Stura, fu sorpreso col suo piccolo seguito e svaligiato da alcune bande armate, che scorrazzavano per quelle valli al soldo dei capitani D'Anselme ed Espiard. Riconosciuto e liberato, poté felicemente valicare i monti sotto la guida di alcuni riformati di Demonte e congiungersi col capitano ugonotto, che, approfittando delle sue buone relazioni col duca di Savoia, fece restituire al Principe i bagagli, che gli erano stati sequestrati al di qua delle Alpi [107].

La guerra si trascinava ormai stanca dall'una e dall'altra parte, quando, nel novembre, il duca di Angiò (Alençon) si intromise come paciere, assecondato dal partito dei Politici e desideroso di assicurarsi l'aiuto dei cattolici e dei protestanti nella spedizione preparata contro i Paesi Bassi. Il 26 novembre 1580 il re di Navarra accettava di firmare la pace detta di Fleix [108], la quale ribadiva sostanzialmente gli editti di Poitiers (17 sett. 1577) e gli articoli della convenzione di Nérac (28 febbr. 1579), senza eliminare tuttavia le vecchie cause di dissenso fra cattolici e protestanti. Infatti, se il trattato lasciava per altri sei anni le piazze di sicurezza e riconosceva ai riformati la libertà di coscienza e permetteva che in alcune località della Francia meridionale si potessero istituire Camere di Parlamento mipartite, riconfermava, d'altra parte, le ingiuste restrizioni, che ostacolavano l'esercizio pubblico del culto riformato. Protestarono contro la pace cattolici e protestanti: più fieramente di tutti il Condé, che rifliutò dapprima di riconoscerla e solo dopo vive istanze si rassegnò ad accettarla.

Note

[1] A. S. T., I, Storia d. R. Casa, cat. III: Storie Partic., m. XI, n.o 20, Relazione di quanto è seguito nel Marchesato di Saluzzo dopo la morte del Maresciallo di Bellegarde. Cesare è definito «giovane di poca esperienza e accompagnato da gente appassionata e fra sé divisa come che la maggior parte di loro tendino a diversi fini ». Il Barbaro, ambasciatore veneto alla Corte sabauda (ALBERI, op. cit., V, serie II, pp. 73 e segg.), dopo aver narrato come E. Filiberto, d'accordo col La Volvera, occupò Carmagnola, aggiunge: «il duca poté condurre l'opera a sua méta, tanto più che, essendo uomo di valore e accorto, non ebbe che da trattare che con persone di poca esperienza. Perciocché né in Bellegarde figlio, né in M.r de La Valletta, che fu mandato dal re per suo luogotenente nel Marchesato, erano parti né condizioni da poter se non esser guidati ad ogni volontà del duca, dove più gli potesse piacere...». Cfr. anche SECOUSSE, op. cit., I, pp. 206-207; SEGRE, Riacquisto e ingrandimento, in loc. cit., p. 133.

[2] SECOUSSE, op. cit., I, pp. 209-17 e t. II, Additions: (MAUROY, op. cit.), p. 182.

[3] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit.: perché lui si gettava nelli suoi brazzi et intendeva guidarsi in tutto secondo il suo buon parere et consiglio, havendogli il padre nel passare di questa vita commandato espressamente di dover così fare ». Il duca però avrebbe prese queste parole come semplice complimento, sapendo che il figlio non era stato presente alla morte del padre e che il maresciallo, per testimonianza dei medici e confidenti, che avevano assistito alla sua morte, non aveva mai dato consigli di quel genere. Evidentemente il duca tendeva a nascondere la sua complicità col maresciallo.

[4] ARCH. VAT. ROMA, Nunziat, Savoia, vol. VII, f. 380 (13 dic. 1579), in PASCAL, Lotta contro la riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CCX.

[5] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., loc. cit.; RICOTTI, op. cit., III, p. 5; SEGRE, op. cit., loc. cit.; QUAZZA, Preponderanza spagnola, Milano, 1950, pp. 385-86.

[6] QUAZZA, E. Filiberto e Guglielmo Gonzaga, cit., p. 225.

[7] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 92; RICOTTI, op. cit., III, 5.

[8] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., loc. cit.; ALLAIS, op. cit., pp. 193-94; RICOTTI, loc. cit.; SEGRE, loc. cit.

[9] Carlo Birago, che sperava di riavere il governo del Marchesato la morte del Bellegarde, ne risenti forte dispiacere e cercò di opporsi alla scelta del re. Cfr. DESJARDINS, op. cit., IV, 273 (lett, del Saracini al Granduca di Toscana, 30 dic. 1579).

[10] Era fratello minore di Bernardo. Gli storici fanno spesso confusione tra i due. Giov. Luigi venne nel Marchesato come inviato del re; Bernardo, invece, alcuni mesi dopo, come governatore.

[11] Sulla missione del Révol, cfr. A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., I, pp. 216-17. ALLAIS, op. cit, pp. 193-94. Alcune lamentele sono anche nelle lettere dell' Inviato sabaudo a Parigi, il vescovo di Venza. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. VI (lett. alla Corte, 19 genn. e 16 febbr. 1580). Dal Venza apprendiamo che il Révol aveva agito in modo da dar diffidenza al duca ed al Bellegarde e che il re, appena informato di ciò, scrisse al La Valette ed al duca, assicurando che non era sua intenzione di alterare le cose del Marchesato. Il Révol aveva anche sparso alla Corte la notizia che il duca di Savoia, se non avesse avuto paura di far dispiacere al re, avrebbe potuto avere Carmagnola per 10.000 scudi, subito dopo la morte del Bellegarde. Invitato a spiegarsi, dichiarò al Venza di aver detta quella frase, non per denigrare il duca, ma per mostrare il grande rispetto che questi aveva per il re di Francia.

[12] Nella lettera il re esortava il La Volvera ad avere «plus d'esgard à son service qu'à tout autre respect et considération » e a non lasciarsi distogliere dai suoi doveri, ascoltando le sobillazioni di quelli, che stavano al seguito del giovane Bellegarde.

[13] Da una lettera assai posteriore del Venza, loc. cit. (21 ott. 1580), apprendiamo che subito dopo la morte del maresciallo un tale Bossicaud' (forse Bausicauld ?) mandò a dire a Cesare che, essendo sempre stato fedele servitore del padre, aveva cosa importante da dirgli, se volesse sentirlo. Venuto con un salvacondotto a Revello, dichiarò al Bellegarde ch'egli aveva modo di fargli sborsare subito in contanti 7.000 scudi e di fargliene dare 12.000 ogni mese per suo trattenimento ordinario: mandasse con lui poco lontano uno dei suoi fidi, per sincerarsene. Ma Cesare non volle saperne e minacciò di fare impiccare il mal cauto sobillatore, se gli parlasse un'altra volta di simili cose. Lo stesso rifiuto oppose anche al segretario del duca di Savoia, sig. de La Creste, inviato con analoghe proposte.

[14] A. S. T., I, Lett. Ministri Spagna, m. 20 (lett. del Pallavicino alla Corte, 28 genn. 1580).

[15] Lett. del Venza, in loc. cit. (26, 27, 29 dic. 1579).

[16] Pare che l'atteggiamento assunto dal duca di Savoia nelle cose del Marchesato, subito dopo la morte del maresciallo, destasse qualche diffidenza alla Corte di Francia, v. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. 2° (lett. del Belli alla Corte, 27 genn. 1580).

[17] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit. Si dice che alla richiesta di aiuto del Bellegarde «il duca rispose umanamente, promettendo che per l'amore portato a suo padre, gli darebbe ogni aiuto e favore in quanto potesse». Promise anche di scrivere in suo favore al re di Francia. Inoltre: SECOUSSE, op. cit., I, 219-20.

[18] Il duca, per mezzo del Venza, si adoperava a Parigi, affinché il governo del Marchesato non fosse eventualmente dato al sig. di Villequier, che si diceva vi aspirasse, ma che non era accetto al duca, e affinché fra tante candidature non fosse dimenticata quella del proprio figliuolo, il Principe di Piemonte. Cfr. lett. del Venza (29 dic. 1579), in loc. cit.

[19] PENNACCHINI, op. cit., in loc. cit., p. 142.

[20] Alla domanda di assistenza, il duca avrebbe risposto al La Valette che Dio sapeva il puro e fedele affetto ch'egli nutriva per il re e che, per provarlo, non risparmierebbe cosa alcuna in suo potere. SECOUSSE, op. cit., I, 217-22; II, 182-83; THUANI, op. cit., IV, lib. 74, paragr. 19, pp. 36-37.

[21] DESJARDIN, op. cit., IV, 284 (lett. del Saracini al Granduca, 18 genn. 1580).

[22] BERGER DE XIVREY, Lettres Missives de Henry IV, cit., VIII, p. 156 (19 genn. 1580).

[23] PENNACCHINI op. cit., in loc. cit., p. 142.

[24] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit. L'autore della relazione afferma che il duca di Savoia aderì all'invito del re e del La Valette di occuparsi delle cose del Marchesato per diversi motivi: 1º) perché, se Cesare Bellegarde non si fosse accordato col re, essendo troppo debole per poter resistere al sovrano, avrebbe dovuto ricorrere all'aiuto degli ugonotti «et mettendogli qualche luogo forte in mano tirar quella maladetta setta di qua da monti in Italia con molto danno de la fede cattolica et del servitio di Dio»; 2°) perché, se fosse intervenuto in aiuto del Bellegarde il marchese di Ayamonte, l'intervento avrebbe potuto causare una «< rottura», cioè una guerra aperta tra Francia e Spagna con pregiudizio della Cristianità e della pace d'Italia; 3°) perché, se il Bellegarde e il D'Anselme si fossero messi d'accordo per consegnare il Marchesato nelle mani del re di Spagna, avrebbero potuto farlo facilmente, essendo in loro potere tutte le fortezze, le artiglierie e le munizioni del Marchesato.

[25] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; THUANI, op. cit., loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., I, 223-25, e II (MAUROY, Vie de La Valette), p. 183; RICOTTI, op. cit., III, pp; 5-6; QUAZZA, E. Filiberto e Guglielmo Gonzaga, pp. 224-225; SEGRE, Riacq. e Ingrand., in loc. cit., p. 133; TONSI, op. cit., pp. 224-26.

[26] Il re e la regina di Francia dimostrarono la loro gratitudine al duca per il suo efficace intervento, sia con lettere e messi al duca ed al Principe di Piemonte, sia negli abboccamenti avuti col Venza a Parigi. Promisero anche un sollecito rimborso dei 10.000 scudi prestati dal duca. Cfr. lett. del Venza, in loc. cit. (19 e 28 gennaio, 9 febbraio 1580): LA FERRIÈRE, Lettres de Cather. de Médicis, in loc. cit., VII, p. 224 (lett. al Principe di Piemonte, 8 febbr. 1580).

[27] RAULICH, op. cit., I, 16; QUAZZA, E. Filiberto e Guglielmo Gonzaga, p. 226, e Preponderanza Spagnola, pp. 385-86.

[28] Anche il duca di Angiò (Alençon) cercava, per mezzo del Baudissè, d'indurre il Bellegarde a passare al suo servizio, avendo intenzione di scendere in Italia per far valere le sue pretese sul Monferrato, in seguito alla rinunzia fattane dal duca di Nevers. QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 226.

[29] A. S. T., I, Storia R. Casa, loc. cit.; QUAZZA, Preponderanza Spagnola, pp. 305-86, ed E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 226.

[30] Sulla fine di febbraio il La Valette informava la Corte parigina che non c'era speranza di stabile accomodamento per le cose del Marchesato e chiedeva l'autorizzazione di ritornarsene in patria, v. Lett. del Venza, in loc. cit. (27 febbr. e 4 marzo 1580).

[31] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; Negoziati Spagna, m. I, n.º 13 (Istruzione al Marchese d'Este, apr. 1580) e n.º 14 (Istruzione al sig. de Peres (nov. 1580); Lett. Ministri Spagna, m. III (Lettere minute della Corte al marchese Pallavicino a Madrid, marzo 1580). Da questa lettera stralciamo il passo seguente: « Et perché vediamo che Anselme continua sempre la fortificatione di Centallo con molta diligenza et che alcuni dei suoi si sono lasciati intendere ch'egli faceva dissegno sopra Cuneo e Savigliano o altro de»nostri luoghi vicino a Centallo per alargarsi et per poter meglio essequire li suoi concetti, ne scrivessimo al S.r marchese d'Ayamonte, come vederete per la copia della lettera che sarà qui inclusa. Il quale ci fece la risposta, della quale parimente vi mandiamo copia et potrete veder per essa che egli non ci risponde cosa alcuna al proposito sopra il far cessare la fortificatione di Centallo né sopra l'assicurarci con la sua parola delli precedenti disegni di Anselmo. Per il che quando detto S.r marchese non vi facci altra provisione, noi siamo risoluti di pigliarvi quel espediente, che giudicaremo necessario per assicurar le cose nostre et per levarci di sospetto. Il che tutto farete intendere al S.r Cardinale di Granvella et anco quando esso s.r Cardinale trovasse buono che voi andassi da S. M.tà per informarla d'ogni cosa, lo potrete fare, acciocché ella sappia la verità et che talvolta altri non pretenderebbero di discaricar loro errori sopra di noi et direte al detto Cardinale che non ci pare che il luogo di Centallo né le persone con le quali si tratta siano di tal importanza che se gli possa far fondamento sopra e che non sarebbe buon consiglio per così poca cosa di dar giusta occasione a francesi di rottura».

[32] La corte parigina, aveva qualche diffidenza verso il duca; ma, poiché intuiva che tutta la soluzione del problema saluzzese dipendeva dalla sua volontà, si profondeva in espressioni di gratitudine e di amicizia verso il duca, sia per mezzo del Révol, sia per il tramite del Venza. Ritornava insistente la voce che i reali non fossero alieni dal cedere il marchesato al Principe di Piemonte insieme con la mano di una principessa di Lorena. La regina madre si proclamava così entusiasta e confidente nel duca, che andava ripetendo che, se fosse stata più giovane, ella si sarebbe resa « amoureuse» di lui. Per contro i nemici del duca andavano insinuando che l'affare del Marchesato « era un gioco che S. A. faceva giocare» per cercare di mettere in urto il re con la regina madre. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. VI (lett. del Venza alla Corte, 20 e 27 febbr. 3 e 4 marzo 1580.

[33] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; Lett. del Venza alla Corte, loc. cit. (lett. 15 marzo 1580; SECOUSSE, op. cit., I, 234-35, e II (MAUROY, Vie de La Valette), p. 185-86; ALLAIS, op. cit., pp. 193-94; TONSI, op. cit., p. 227.

[34] II SECOUSSE, loc. cit., dice che il Bellegarde, accorso a Carmagnola, trovò la porta chiusa. Il La Volvera si giustificò, dicendo di aver agito in tal modo per interesse proprio e del Bellegarde stesso. Sapeva che alcuni dei presunti amici di Cesare meditavano, con l'aiuto dei Guasconi, d»impadronirsi del castello di Carmagnola per cederlo al re di Spagna e che l'Ayamonte aveva detto che il castello era suo, perché l'aveva comperato da persone, che avevano la potestà di venderlo. Ma assicurò che, non appena il Bellegarde si fosse liberato da questi insidiatori, egli avrebbe mostrato di quanta devozione era capace verso di lui. A Carmagnola era stata ritirata gran parte delle artiglierie francesi, che avevano servito per la campagna di Piemonte e Lombardia. TONSI, op. cit., pp. 227-28.

[35] Sulla rivolta del D'Anselme, cfr. A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; IBIDEM, Lett. Min. Francia, m. VI (lett. del Venza alla Corte, 10, 18, 28 marzo e 5 apr. 1580); SECOUSSE, op. cit., I, 225-26, e II (MAUROY, op. cit.), pp. 183-84; QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, PP. 226-27; SEGRE, op. cit., in loc. cit., p. 133; CAMBIANO, Historico discorso, in loc. cit., col. 1209-10; TONSI, op. cit., pp. 224-25.

[36] Il capitano Gault, rimasto fedele al Bellegarde, assaltò il castello e riuscì a liberare il prigioniero dopo 29 giorni di detenzione. SECOUSSE, op. cit., I, 226-27.

[37] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 228; IDEM, Preponderanza spagnola, p. 386.

[38] A. S. T., I, Negoz. Spagna, m. I, n.º 13 «Istruzione al marchese d'Este». Alludendo al marchese di Ayamonte, il doc. ricorda che « trovandosi detto S.r Marchese.... imbarcato troppo avanti per havere creduto al detto Anselme più facilmente di quello che si debba con simil gente, pareva che S. E. mal volentieri si volesse retirare da detta pratica, benché vedesse chiaramente il molto danno che ne poteva uscire et il poco bene che ne doveva sperare». QUAZZA, loc. citt., afferma che il duca, per meglio giustificarsi, inviò all'Ayamonte anche le lettere del Lesdiguières e le altre scritture, dalle quali appariva la stretta intelligenza, che esisteva tra gli ugonotti e il D'Anselme.

[39] Il duca non voleva gli spagnoli nel Marchesato; d'altra parte temeva che il D'Anselme, non soccorso dagli Spagnoli o non sufficientemente aiutato, si rivolgesse ai capi ugonotti, sollecitando la loro calata nel marchesato. SECOUSSE, op. cit., I, 227.

[40] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., I, 225-35, II, 185-86; GUICHENON, op. cit., II, 269; QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 228; IDEM, Preponderanza spagnola, pp. 386-87; SEGRE, op. cit., in loc. cit., p. 133; TONSI, op. cit., p. 226.

[41] Secondo il SECOUSSE, op. cit., I, 228-30, il La Valette esortò il Vitelli ad assalire anche Centallo, che, per non essere ancora molto fortificata, avrebbe potuto facilmente essere presa: ma il capitano sabaudo rispose di non avere istruzioni in proposito dal suo sovrano.

[42] V. le lett. del Venza, in loc. cit., in data 10, 18, 28, 29 marzo, 5 apr., 5 e 7 maggio 1580. Si sospettava che il La Valette avesse sparso alla Corte notizie non troppo favorevoli riguardo al duca, asserendo che tutto nel Marchesato dipendeva dal volere di E. Filiberto.

[43] A Venezia la notizia della rivolta del D'Anselme giunse quasi contemporaneamente con quella dell'azione vittoriosa del duca di Savoia. Il doge ebbe vive parole di lode e di gratitudine per la sagacia e prontezza di E. Filiberto, alla presenza dell'ambasciatore francese. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. 2° (lett. del Belli alla Corte, 18 e 19 marzo 1580.

[44] QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 231; SEGRE, op. cit., in loc. cit., p. 134. Il Gonzaga temeva che il duca di Savoia, occupato il Marchesato ed assicuratosi l'appoggio del re di Francia mediante le nozze del figlio con una principessa di Lorena, rivolgesse le sue mire ambiziose sul vicino Monferrato.

[45] QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 231; IDEM, Preponderanza spagnola, p. 386; SEGRE, loc. cit., p. 134. Non si può credere che l'Ayamonte avesse agito di propria iniziativa, senza il consenso del governo di Madrid. A Venezia la morte del marchese fu appresa con un certo sollievo, perché si conoscevano i suoi maneggi con l'Anselme e si temeva che essi potessero scatenare una guerra con la Francia. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. 2 (Belli alla Corte, 29 apr. 1580).

[46] A. S. T., I, Negoz. Spagna, m. I, n.º 13 (Istruz. al D'Este, mandato al consiglio di Milano dopo la morte del marchese di Ayamonte). «Dovrà dire al Consiglio che noi crediamo che si per la qualità dei tempi presenti che del luogo di Centallo e della persona del Cap. Anselmo, non sia servitio di Sua Maestà di seguitare la pratica ch'aveva detto fu S.r Marchese col detto Anselme, sì per non dar giusta caggione a Francesi di rottura per cosa di sì poca importanza che per il poco fondamento che si può fare sopra di esso Anselme, i dissegni del quale non tendono ad altro che a tirar il più di dinari ch'egli puotrà dalli ministri di S. M.tà per fortifficarsi et puoter poi tirar li eretici in quel luogo et conseguentemente sparger l'heresia in Italia». IBIDEM, Storia R. Casa, in loc. cit.

[47] Locc. citt.

[48] Già abbiamo menzionata la lettera del re di Navarra al D'Anselme (19 genn. 1580). Si diceva che il D'Anselme si fosse accordato con gli ugonotti, volendo sbalzare dal governo il La Valette, e che il Lesdiguières accarezzasse il progetto propostogli di scendere nel Marchesato e di impadronirsene, ritenendolo come la chiave di tutto il Piemonte. DUFAYARD, op. cit., p. 54.

[49] Il SECOUSSE, op. cit., I, 236-37, e II, 186 (MAUROY, op. cit.) afferma che Bernardo giunse a Torino sulla fine di maggio. Lo stesso ripete, sulla sua falsa riga, l'ALLAIS, op. cit., pp. 193-94. Ma il PENNACCHINI, op. cit., in loc. cit., p. 146, lo segnala a Torino fin dal 26 di aprile. Anche il Venza, il 6 aprile, annuncia come imminente l'invio nel Marchesato del La Valette l'Aisné (cioè di Bernardo, non di Giov. Luigi, come opina il QUAZZA, loc. cit.).

[50] SECOUSSE, op. cit., I, 239-60 e II, 186-87 (MAUROY, op. cit.); MANFRONI, Carlo Emanuele I, in loc. cit., pp. 7-8; BRAMBILLA, op. cit., p. 42; QUAZZA, E. Filiberto e G. Gonzaga, p. 232 e Preponderanza spagnola, p. 387; ALLAIS, op. cit., pp. 194-95; SAVIO, op. cit., I, 307308.

[51] A. S. T., I, Storia R. Casa, in loc. cit.

[52] Il QUAZZA (E. Filiberto e G. Gonzaga, pp. 229-30 e Preponderanza spagnola, p. 386) così riassume la politica ambigua del duca di Savoia riguardo alla questione del Marchesato: «giovarsi degli Spagnoli, finché si potevano creare situazioni favorevoli; intervenire in nome del re di Francia, quando le condizioni mutavano, finché sorgesse la congiuntura sperata, che gli permettesse di tenere stabilmente il Marchesato».

[53] Malcontento sopra tutti era il Bellegarde, perché non gli erano state corrisposte le somme promesse. Il Venza cercava di persuadere il re che, se egli voleva mantenere tranquillo il Marchesato, doveva per prima cosa fare in modo che fossero mantenute le promesse fatte dai suoi ministri «perché si ha da fare con persone, che, frustrate nelle loro promesse, si appigliarebbero a nuovi disordini e causerebbero danno agli Stati regi e ducali». Lett. del Venza alla Corte, in loc. cit, (29 apr. e 7 giugno 1580).

[54] V. Lett. del Venza, in loc. cit. (6, 12 aprile, 5, 7, 28, 30 maggio, 7 giugno 1580). Nella lett. 30 maggio l'ambasciatore sabaudo, dopo aver detto che i Reali esteriormente si mostrano soddisfatti del duca, aggiunge confidenzialmente: «mais ilz sont en couvert tout au contraire et ne se peuvent persuader que tout ne soit entre les mains de V. A. et que l'argent fourny de Milan ne soit de V. A. Et je croy que s'ilz luy en pouvoit fere une, qu'ilz la feroint et ne taschent que de s'assurer de la ville et chasteau de Carmagnole, Rével et Cental. Que me faict prendre la hardiesse de dire a V. A. qu'il ne sera que bon de tenir les cartes haultes, ne se fier guieres de la Valette ny aultres».

[55] Cfr. le lett. del Venza, in loc. cit. (15, 29 apr., 5 maggio, 20, 21, 30 giugno 1580). Il duca insisteva perché il Marchesato non gli fosse semplicemente dato in alienazione o deposito, ma in piena sovranità, e che al Marchesato fosse aggiunta ancora come dote qualche altra terra. V. anche RAULICH, op. cit., cap. I, pass.; QUAZZA, loc. cit.; SEGRE, op. cit., p. 134. Sui progettati matrimoni di C. Emanuele I, cfr. A. S. T., I, Storia R. Casa, cat. 3ª, m. 11, n.º 3 (Discours sur le mariage de C. E. I., duc de Savoie, par le Rev. Père Monod de la Compagnie de Jésus).

[56] A. S. T., I, Lett. Ministri Spagna, m. 2° (lett. del Pallavicino alla Corte, 7 agosto 1580)

[57] ANCH. VATIC. ROMA, Nunziature Savoia, vol. IX, f. 4 (1 genn. 1580). L'allarme fu raccolto dal card. Carlo Borromeo, il quale in quei giorni si trovava a Roma. Al ritorno, passando per Venezia, si affrettò a chiedere al Belli, agente sabaudo presso la repubblica veneta, se fosse vero che nel Marchesato di Saluzzo si predicasse pubblicamente. Il Belli rispose di non aver notizie in proposito, ma che riteneva la cosa impossibile, data la vigilanza estrema del duca. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. 2° (13 febbr. 1580).

[58] ARCH. VATIC. ROMA. Nunz. Savoia, vol. IX, f. 4-6 (1 genn. 1580).

[59] IBIDEM, vol. IX, f. 23 (15 genn.) e f. 26 (28 genn. 1580); MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 92; GROSSO-MELLANO, op. cit., I, 191.

[60] IBIDEM, vol. IX, f. 33 (9 genn. 1580).

[61] Certamente aveva subito l'influenza della Marescialla, sua presunta madre, la quale era una zelante riformata, come già abbiamo avuto occasione più volte di ricordare.

[62] IBIDEM, Vol. IX, f. 33, 34 (9-10 genn. 1580).

[63] IBIDEM, vol. IX, f. 19 (15 febbr. 1580).

[64] IBIDEM, vol. IX, f. 22. Già abbiamo ricordata la lettera di esortazione del re di Navarra al D'Anselme.

[65] A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 14.

[66] IBIDEM, loc. cit.

[67] GILLES, op. cit., I, 452; RORENGO, op. cit., p. 109; FERRERIO, op. cit., II, 231; MUSTON, op. cit., I, 299; JALLA, op. cit., I, 365, e Synodes Vaudois de la Réform. à l'exil, in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 20, p. 108.

[68] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 36, 38, 41 (II e 21 febbr. 1580).

[69] IBIDEM, vol. IX, f. 53.

[70] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 95-96.

[71] ARCH. VAT, ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 36.

[72] “jam tartareas faces spargentes”, SACCHINI, Hist. Societ. Jesus, vol. III; P. IV, p. 256.

[73] ARCH. VAT. ROMA, Nunz, Savoia, vol. IX, f. 36 (11 febbr. 1580), f. 41 (21 febbr. 1580).

[74] IBIDEM, f. 36 e 38.

[75] JALLA, op. cit., I, 365.

[76] «questa mala pianta nutrita coi danari del governatore di Milano». ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 41 (21 febbr. 1580).

[77] MENOCCHIO, op. cit., p. 130; ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 50 (1 marzo 1580) e f. 156 (7

[78] Al principio di marzo il Nunzio annunciava a Roma che l'ugonotteria era introdotta in tutte le valli del Marchesato, che si seguitava a predicare pubblicamente all'ugonotta e che tutte le valli circonvicine erano in subbuglio. ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 50.

[79] IBIDEM, Vol. IX, f. 56-59 (9 marzo), 81 (24 marzo), 89 (8 apr. 1580).

[80] IBIDEM, loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., I, 256 e II, 189 e segg. (MAUROY, op. cit.). Il Mauroy assicura di aver veduto le lettere intercettate, che il D'Anselme scriveva al Lesdiguières: lettere, dalle quali appariva chiara l'intenzione del capo ugonotto di scendere quanto prima nel Marchesato. Ma il D'Anselme, mentre segretamente favoriva gli ugonotti, pubblicamente ostentava sentimenti cattolici, si confessava e comunicava secondo il rito cattolico.

[81] ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 93, 96 (8-12 apr. 1580).

[82] Nel luglio venivano arrestati a Milano due capitani, Giov. Batt. Muratore di Valfenera ed il cap. Secondino Riccardi, che risiedevano sulle terre del Marchesato di Saluzzo ed erano in rapporti col Baudisse e col signor di Centallo. Il primo era venuto parecchie volte a Milano «per una certa negociatione che si trattava con alcuni del marchesato. di Saluzzo» ed aveva ricevuto dalla Signoria molti danari «con ordine di consegnarli a certe persone in quel Marchesato». Ma ne aveva tenuto una buona parte per sé. Fu chiuso in carcere, finché non restituisse il mal tolto e non pagasse il fio delle «molte burle a questi S.ri ministri regi». Il secondo fu arrestato, mentre tornava dalla Schiavonia con quattro cavalli e si accingeva a comperarne un quinto nella città. Essendo risultato che aveva comperato i cavalli con danaro datogli dal sig. di Baudissé, debitore di notevoli somme di danaro al Comune di Milano, ebbe i cavalli sequestrati e subi anch'egli il carcere in attesa di appurare la sua vera identità. Commentando i fatti, l'agente sabaudo scriveva: «A me pare che in quel marchesato si faccia, come dice un proverbio: «l'un barbero rade l'altro». Si vede anco in questa città alcune volte un capitano, ch»io intendo esser uno di quelli di Centale, assai giovane et grasso, non so bene se lo dimandano il cap. Oloc (Gault?) et passeggia liberamente in corte et per la città quando è qui». A. S. T., I,  Lett. Min. Milano, m. 2° (lett. Della Torre, 11 agosto 1580).

[83] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 126 (5 maggio 1580).

[84] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 91.

[85] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 154 (2 giugno 1580). Contro la presenza di quel ministro ugonotto aveva protestato il duca di Savoia.

[86] IBIDEM, f. 168 (23 giugno 1580).

[87] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 95. L»11 giugno i delegati della Val Macra Superiore, radunati a Stroppo, procedevano alla nomina di tre deputati, che dovevano rappresentare la valle alla Congregazione di Saluzzo. Furono eletti due eretici di Acceglio ed un cattolico di La Marmora. Ciò mostra la buona armonia che regnava fra i fedeli delle due religioni, ma anche la prevalenza numerica dei riformati.

[88] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 156 (7 giugno 1580).

[89] IBIDEM, f. 172-75 (21-30 giugno 1580) e 191 (16-17 luglio 1580).

[90] IBIDEM, f. 168 (23 giugno 1580). Il Nunzio insisteva a Roma, perché si provvedessero i mezzi sufficienti ai PP. Gesuiti, ed avvertiva che, non avendo essi danari propri e dovendo stare «a spese del paese, li stancheranno».

[91] IBIDEM, f. 154, 168, 175 (23-30 giugno 1580).

[92] THEINER, op. cit., III, 222.

[93] Su questi nuovi torbidi, che agitarono il Marchesato fino alla morte di E. Filiberto (30 agosto 1580), cfr. soprattutto: SECOUSSE, op. cit., I, 246-61 e II, pp. 187-89 (MAUROY, op. cit.); RICOTTI, op. cit., III, 5-6; ALLAIS, op. cit., pp. 196-99.

[94] Si diceva che l'Anselme cercasse di occupare quante più terre potesse per consegnarle al re di Spagna, dal quale tirava danaro, e che in una recente rassegna dei soldati avesse pagato le truppe con doppie di Spagna. Cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. VI, lett. del Venza alla Corte (4 luglio e 10 agosto 1580); SECOUSSE, op. cit., loc. cit.

[95] Il La Valette con lettere e con messi avvertiva la Corte parigina che la sua situazione sarebbe diventata oltremodo precaria, se non ricevesse prontamente aiuti di uomini e di danaro: che tutto nel marchesato era perduto e che a lui non rimaneva altra prospettiva che quella di essere quanto prima cacciato da Saluzzo, perché il signore di Centallo continuava a raccogliere uomini e danari, sotto pretesto che il governatore lo aveva ingannato e non gli aveva corrisposto ciò che gli era stato promesso al momento dell'accordo. Cfr. lett. del Venza, loc. cit. (luglio-agosto 1580) e SECOUSSE, op. cit., II, pp. 188-89.

[96] Ne troviamo l'eco nelle lettere del Venza, loc. cit. Cfr. specialmente lett. 30 giugno; 4, 8, 24 luglio; 10 e 26 agosto.

[97] Cfr. il Memoriale del Charretières, accluso alle lettere del Venza sopra citate. Si vantava di avere i mezzi per strappare al duca di Savoia le città di Cuneo e di Fossano, per fare insorgere buona parte dei suoi sudditi e per renderlo «l'ung des plus petits de tous les princes de l’Itallye».

[98] SECOUSSE, op. cit., I, 254-61, II (Vie de La Valette par MAUROY), pp. 188-89; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 92-93; ALLAIS, op. cit., loc. cit.

[99] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. IX, f. 189 (19 luglio 1580).

[100] IBIDEM, Vol. IX, f. 189 (19 luglio), 194 (28 luglio), e vol. VIII, f. 188-91 (agosto 1580).

[101] IBIDEM, Vol. IX, f. 198-203.

[102] ARCH. COMUN. di VERZUOLO, Ordinati, a. 1580 (10-18 agosto).

[103] Un notevole successo per il La Valette fu la riconquista della città di Casteldelfino. La popolazione, ribellatasi contro il comandante Ansély (o Anelly), duro ed avaro, gli mozzò la testa e la portò in trofeo al La Valette, chiedendo un nuovo comandante. Il riacquisto della fortezza rese più difficili le comunicazioni tra il D'Anselme e gli ugonotti del Delfinato. SECOUSSE, op. cit., 1, 255-56 e II, (Vie de La Valette par MAUROY), p. 191; ALLAIS, loc. cit. Fallirono invece tutti i tentativi per riprendere Dronero.

[104] Il La Valette, ricevuti rinforzi di uomini e di danaro, riuscì ad impedire che il D'Anselme occupasse Costigliole, ma non lo poté cacciare da Venasca. Rafforzò tuttavia il suo potere, annodando relazioni più amichevoli sia col La Volvera, sia col Bellegarde. Cfr. lett. del Venza, loc. cit., 2 ott. 1580, SECOUSSE, op. cit., loc. cit. Tutti questi torbidi e maneggi che avvenivano nel Marchesato, rendevano inquieto il Nunzio, che già alla morte del duca E. Filiberto, aveva previsto giorni brutti per il Piemonte e per la Chiesa. Scrivendo a Roma il 30 agosto, così esprimeva la sua inquietudine: «Havemo vicino questo fuoco di Saluzzo, queste valli che bollono tanti humori strani per tutto quello stato che in sostanza è da ricorrer alla misericordia di Dio, et io che vedo da presso come stanno le cose tremo ne mancherò de ricordar quello che conoscerò da me et quello che dalla S.tà Sua mi verà comandato». ARC. VAT. ROMA, Nunziature Savoia, vol. IX, fol. 207 e seg.; GROSSO-MELLANO, op. cit., I, 192-94.

[105] Il re di Navarra intraprese questa nuova guerra ad istigazione della moglie Margherita, irritata contro il fratello Enrico III, perché aveva denunciato il suo adulterio con Enrico de La Tour d'Auvergne, visconte di Turenna e duca di Bouillon. Sui fatti generali di questa campagna, cfr. DAVILA, op. cit., t. II, pp. 285-92; LAVISSE, op. cit., VI, 198-200; MARIÉJOL, op. cit., 316-19.

[106] ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 244-45; CHARRONET, op. cit., pp. 147-53; DUFAYARD, op. cit., loc. cit.

[107] CAMBIANO, Histor. Discorso, in loc. cit., colon. 1209%; GILLES, op., cit., I, 454; RICOTTI, op. cit., III, 6; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit. II, 94: DU FAYARD, op. cit., pp. 64-65. 108 DAVILA, op. cit., II, 292-93; LAVISSE, op. cit., loc. cit.