Storia/Saluzzo riformata/XII Il Marchesato e la Riforma protestante durante il governo del Maresciallo di Bellagarde (luglio-dicembre 1579)
Il Marchesato e la Riforma protestante durante il governo del Maresciallo di Bellagarde (luglio-dicembre 1579)
:Il convegno di Grenoble tra il duca E. Filiberto e la Regina Madre. Ambigua condotta del maresciallo in materia di religione. Lo stato morale e religioso del Marchesato secondo due relazioni di fonte gesuitica. Il ministro Guerino e la Riforma in Val Macra. Organizzazione ecclesiastica delle congreghe riformate e richiesta di ministri a Ginevra. Istanze della regina madre presso il Bellegarde, perché venga a giustificarsi davanti a lei. Tergiversazioni del maresciallo. La regina madre cerca di rompere i buoni rapporti e le intese, che esistono fra il Bellegarde, il re di Navarra ed il Lesdiguières. Intervento persuasivo del duca di Savoia presso il maresciallo. Il Bellegarde accetta d'incontrarsi con Caterina a Monluel sotto la salvaguardia del duca. Si giustifica davanti alla regina, ottiene il perdono e la conferma del governo del Marchesato. È incaricato della pacificazione del Delfinato. Il Memoriale dei riformati del Marchesato e le proteste del Nunzio presso il Bellegarde e la regina. Ritorno del maresciallo a Saluzzo e sua morte improvvisa (dic. 1579).
Il 27 luglio 1579 E. Filiberto partiva da Torino per incontrarsi a Grenoble con la regina Madre, che, dopo aver percorso le province della Francia meridionale, si era avanzata nel Delfinato per cercare di riconciliare anche colà cattolici e protestanti, per fare deporre le armi e ricondurre la provincia all'obbedienza del re.
Il duca giunse a Grenoble la sera dell'otto agosto [1] e l' indomani ebbe il primo abboccamento con la regina [2]. Gli scopi del convegno erano multipli e di notevole importanza [3]: fare omaggio riverente a Caterina, per averla più arrendevole ai suoi desideri: allontanare da sé ogni responsabilità per i fatti accaduti nel Marchesato e sollecitare qualche soluzione, che, riconducendo la pace e la stabilità in quelle terre, favorisse gl'interessi suoi e dei suoi Stati; tastare l'animo della regina riguardo ad una eventuale cessione del Marchesato nelle proprie mani [4], se non fosse possibile il pacifico accomodamento col Bellegarde; rompere, infine, la protezione, che il re aveva concesso alla città di Ginevra e che ledeva gl' interessi e le mire di conquista del duca.
I colloqui furono improntati a grande cortesia, ma gli animi erano sinceri né da una parte né dall'altra. Caterina simulò di trovar buone le giustificazioni del duca a proposito del Marchesato e lo pregò di adoperarsi con ogni mezzo, per convincere il Bellegarde a venire a giustificarsi davanti a lei, essendo riuscite vane fino allora le sollecitazioni rivoltegli ripetutamente con lettere e con ambascerie. Ma il duca, che non voleva tradire la sua intesa col maresciallo, rispose freddamente che egli ben poco poteva fare, perché il Bellegarde non era suo suddito e non gli doveva né rispetto né obbedienza che tuttavia avrebbe volentieri messo in opera tutta la sua autorità per cercare di persuaderlo. Allora la regina, che già aveva chiaro nella mente il piano di condotta, aperse più confidenzialmente il suo animo, dichiarando che il re amava tanto il Bellegarde quanto il Birago e che non aveva preferenze né per l'uno né per l'altro, purché fosse salva l'obbedienza al re.
Era una larvata promessa d'impunità per il maresciallo. Il duca la colse a volo, sperando di potere più facilmente con essa spingere Bellegarde al colloquio richiesto. Dopo aver giustificato il lungo rifiuto del maresciallo col dire che ne era causa il timore di non poter rientrare nelle grazie di lei e del re e che questa diffidenza era scusabile, dati i fatti trascorsi, il principe propose di vincere la riluttanza del Bellegarde indicendo il colloquio su terra ducale ed indicò come eventuale luogo d'incontro il castello ducale di Monluel, presso Lione, impegnandosi lui stesso ad ottenere il consenso del maresciallo. La regina, poiché non aveva altro mezzo di abboccarsi col ribelle e diffidava ormai delle vane promesse di lui, si arrese alla proposta di E. Filiberto ed accettò il convegno a Monluel entro il più breve tempo possibile. Il duca si accomiatò dalla regina e si ritirò nelle sue terre di Savoia, dove rimase tutto il mese di settembre [5], sollecitando ed aspettando la venuta del Bellegarde.
Al seguito del duca era venuto a Grenoble anche il Nunzio di Torino. Gli fu facile ottenere udienza dalla regina, alla quale descrisse la misera condizione religiosa del Marchesato, supplicandola di prendere pronti ed efficaci provvedimenti per arrestare l'espansione dell'eresia anche al di qua delle Alpi. Caterina promise, pur facendo osservare al Nunzio che essa ben poco poteva fare, finché il Marchesato era nelle mani del Bellegarde e non era compiuta la sua riconciliazione con la Corte [6].
Le apprensioni del Nunzio per la sorte della fede cattolica nel Marchesato e le sue richieste di un pronto intervento regio non erano infondate.
Dopo un momentaneo miglioramento, la condizione religiosa del Saluzzese era ritornata caotica ed inquietante, sia per la prolungata permanenza di ugonotti, militari e civili, al seguito del Bellegarde, sia per la politica ambigua seguita dal maresciallo, costretto a fingersi cattolico ed oppressore dell'eresia davanti al Nunzio ed al vescovo di Saluzzo, ma ugonotto e fautore di ugonotti di fronte ai riformati del due versanti delle Alpi. E quanto più la regina madre coi suoi soliti intrighi cercava di screditarlo presso i protestanti del Delfinato, per rompere le loro pericolose intese, tanto più il maresciallo si sforzava di mantenere amichevoli rapporti con essi, per non trovarsi solo a fronteggiare un'eventuale reazione del re [7].
Di questo ibrido stato di cose cercarono trarre profitto i Padri Gesuiti, quali si diedero a premere sul Nunzio e sul Papa, affinché si ponesse argine all'eresia con la fondazione di due collegi, uno a Pagno, in val di Bronda, e l'altro a Carmagnola. Ma per l'attuazione di questo piano occorreva trovare nel Marchesato qualche ricco benefizio ecclesiastico o qualche rendita di consistenza [8].
A questo scopo furono mandati in settembre due Padri, i quali ci lasciarono una minuta relazione della loro visita. Più ottimistica la prima, più pessimistica la seconda [9], esse rispecchiano le reali condizioni religiose del Marchesato, incerte ed ambigue come ambigua e fluttuante era la condotta del maresciallo.
La prima, anonima, prospetta i fatti in una luce nettamente favorevole al Bellegarde. Si afferma, infatti, che il maresciallo, sia quando fu comandante di Carmagnola, sia dopo che diventò padrone del Marchesato, non concesse mai ai riformati il permesso di predicare pubblicamente, sebbene ne fosse richiesto più volte dai ministri ugonotti; che pertanto nessuna predica fu mai tenuta a Saluzzo durante la sua permanenza e, che, se qualcuna fu celebrata, ciò avvenne durante la sua assenza ed a sua insaputa. Si conferma inoltre che già da molti giorni le prediche ugonotte sono cessate anche a Verzuolo e a San Peyre e che nella terre di Centallo sig.r D'Anselme non solo proibì ogni esercizio di culto pubblico riformato, ma autorizzò ed istigò gli abitanti ad ammazzare qualunque predicatore fosse sorpreso a dommatizzare senza suo permesso.
Un quadro ben diverso ci offre la seconda relazione indirizzata al Cardinale di Como e scritta dal P. Gesuita Giov. Battista Peruschi, inviato espressamente dal papa e dal Generale dell'Ordine per vedere se fosse possibile impiantare una regolare Missione nel Marchesato e se il Priorato di Pagno avesse redditi sufficienti a questo scopo.
La visita alle case ed alle terre del Priorato diede esito completamente negativo per la povertà dei redditi e per le forti spese che sarebbero occorse al restauro degli edifici cadenti in rovina; né miglior esito ottenne colloquio del frate col Bellegarde e col Vescovo, diffidenti l'uno e l'altro verso l'Ordine dei PP. Gesuiti.
Ecco come il Peruschi narra i due colloqui: «Gli (al Bellegarde) parlai per far il debito mio, et mi ha fatto molto belle parole al solito et offerte, ma confessava che non vi era fondamento et non fu altro. Il Vescovo mi ha fatto assai carezze et buone parole, ma non mi pare che si sia riscaldato, con tutto c'havea la lettera del papa che gli portai et che l'ha fatto per forma, et se ben desideraria aiuto, come dice, è perché vorria gli ammaestrassimo qualche chierico, non havendo Preti né seminario né modo da farne, et che vi fusse copia di messe, et haver predicatori per i contorni: ma mi è parso c'habbia qualche gelosia che non diamo danno ai suoi Frati et ne ho segni evidentissimi, come anco lor mostrano havere».
Segue una minuta descrizione delle condizioni religiose del Marchesato e della condotta del Bellegarde. Ne riferiamo i passi più importanti: «Hor per dargli qualche informatione delle cose di Saluzzo, delle quali la S.tà di Nostro Signore mi pare c'ha gran gelosia, prima il Bellegarda si mostra cattolico com' ha fatto sempre: l'animo non si può sapere se non dai segni: ma ben mi pare che in multis conniveat', non potendo forse far altro come chi si vuol mantenere in stato, et ha bisogno di quella mala gente, et così intendo che in casa et per tutto, et in sua presentia comporta molte cose disdicevoli contra mores, non dogmata', et che in casa sua non v'è ordine nessuno né creanza, com'è comunemente nelle Corti di Francia, et perhò non me ne maraviglio: ma quanto alli essentiali, come dico, mi par che sta forte, se ben forse qualche cosa dissimula per necessità. Questi dì fece un atto cattolico, essendo io là, che non ci son stato due dì intieri: et fu il Sabbato delle quattro tempora, vigilia di S. Mattheo, che per non trovarsi ova, come loro mettevano scusa, havevano apparecchiato di grasso, et cominciato a portare in tavola, et erano già molti uccellacci, come harpie, attorno aspettando al solito di divorare, perché ha molti amici di mensa in questi rumori, et uscendo egli fuora vidde la carne, et si turbò molto, et con molti gridi mostrando che havessero fatto contra la mente et ordine suo, et con gran furore tornandosene dentro, fece portar via ogni cosa et bisognò ch'ognuno se ne andasse a cercare.... Lui se ben ne mangia in giorni prohibiti, dice haver licentia da S. Stà et lo fa in secreto. Lui va ordinariamente a Messa, et Messe si dicono in tutte le chiese al solito di quel paese, et quando vi va, mena tutta la sua comitiva, et l'ode nel chiostro de' Dominicani dentro al capitolo, acciò credo, possa star di fuora chi vuole, nei portici, etc. Và alle volte alla predica in San Giovanni chiesa de' Dominicani, ma non sempre, et da alcuni dì in qua vi si predica le Domeniche freddamente et pur con buon auditorio, non vi essendo altra chiesa da farlo.
«Nella città non permette predica di Ugonotti, anzi havendo alcuni ministri predicato nelli contorni, ha proihibito, et mandato a dir che non ci tornino, che gli farà dar delle archibugiate: ma a me è stato detto, non so se sia vero, che qualche cosa dissimuli. Loro bene si lamentano che lui gli ha promesso questo et altro, ma lui tace et dissimula, et publicamente non permette. Nell'ingresso et in quelle furie, sono state fatte, com' harà inteso, alcune insolentie et abominationi, ma egli vi rimediò subito avvisato.
”Nel Domo raccolsero le bagaglie et vi ferno (fecero) alloggiamento di huomini et di bestie et la casa del Vescovo servi per le munitioni et non si disse Messa se non in S. Domenico, essendo restato un sol Padre vecchio et un converso et mentre diceva la Messa gli fu spogliata la cella. La giustizia ancora, a quel che vedo, và dissimulata et pro forma, ma la fanno di tanto in tanto come questi dì, che non vi essendo il Marescial [10], ma un luogotenente, et havendo certi soldati detto parole disoneste a certe donne, et una di loro ingiurie contro di essi, si mosse un di loro, et gli dette con la spada alcune ferite et fu fatto attaccare a un luogo, et dargli delle archibugiate, andando poi da un estremo all'altro. Li contorni sono infetti di Heretici, et per tutto mi pare che ne sia: anzi nella città, non solo con questa occasione, ma avanti ve n'erano parecchi. Una cosa vi è da piangere et un mal segno, che dove li anni passati contrastavano li cattolici et li heretici, et si resentivano, hora sono d'accordo, et conversano indifferentemente et vi è intrinsichezza, non si disputa più della vera religione. Una gran libertà in tutte le cose è in quel popolo, partecipata, credo, da gli Ugonotti et venuta dalla puoca cura, et puoco esser coltivato il paese. Et non solo ne i laici: ma li Preti comunemente hanno concubina et figliuoli, et le cose son publiche, che è peggio, né si vergognano che si dica: 'è il figliuolo del l'archidiacono, etc. et delli più grandi me l'ha confessato il Vescovo da sè, dicendo non poter provedere per li favori, ma io intendo esser assai comune. In quella città comunemente si mangia carne la quaresima, delli digiuni non se ne parla.... Un hoste disse a un mercante divoto mio amico: se non volete mangiar carne, non vi tornate più, che non so che vi mettere dinanzi'. Il peggio è che si va attaccando al Venere et Sabbato, il che però non si fa se non da gli heretici, o huomini guasti vicini ad infettarsi: ma hora essendone tanta copia in Saluzzo, si fà pur troppo et il mal va crescendo. Il Marascial fa ordini et remonstranze et commanda ai Preti et il Vescovo non ha auttorità et sta a vedere. Questi dì ha fatto alcuni ordini che i Preti non tengano concubina e donne giovani in casa, né figliuoli et che non si permettano predicatori heretici: ma che debbano mettere cattolici et buoni predicatori: che se ben son cose buone, pur non tocca a lui, massime ch'è senza participazione del Vescovo, al quale parlandogliene, disse che lo faceva, perché lui non saria obedito.... Noi havemo havuto degli scherni assai, et irrisioni, et sentito delle parolacce, ma dissimulato, et in presentia dell' istesso Bellegarda, stando per parlargli 'insultabant nobis haeretici, forte ut provocarent vel impedirent' et all'entrar della città, le prime parole furono: Questi poltroni, che vanno facendo di qua?'. Mentre semo (siamo) stati lì, nessuno ci ha fatto invitto né ditto che vuoi; parlo delli cattolici, ma mostratosi alcuni che 'per accidens' m'hanno parlato in casa del Vescovo restar scandalizzați che andassemo cercando benefizi et che non ci riuscirebbe. Di modo che li Ugonotti non pono veder li Gesuiti, se ben sono addomesticati con Frati, et vanno dal Bellegarda in chiesa. Et credo li farebbono male: et alli catholici semo puoco grati quali sapevano ch'eramo lì per questo effetto.
«La chiesa Parrocchiale sta molto disfatta, et come una stalla, con riverenza, et come ho visto delle altre verso queste bande, che partecipano delli costumi franzesi. Il Duomo stà male a ordine, ma può passare, et non è maraviglia a questi tempi. Non vi è né dottrina christiana, né altro buon instituto, se non due casaccie, come dicono a Genova, di Disciplinati, che veramente pareno spelonche, dove mi dicono che la mattina della domenica avanti dì si radunano et fanno dir messa et per me non ho veduto né saputo conoscere che vi sia un huomo speciale, il che è comune in questi luoghi infetti di heresie, che quei puochi catholici che vi sono, dal credere in su, par che non habbino altro, né vi si vede zelo et un puoco di fervore: se ben mi ha riferito Mons.r Rever.mo che li suoi frati hanno alcune buone anime (quali credo siano molto puoche) che si confessano ogni mese.
«In conclusione io credo che vada molto male (se ben puoco ho potuto squadrare in così puoco tempo) perché li operarii son guasti et non vi è l'auttorità né l'esempio, poiché 'si sal infatuatur, in quo salietur?'. Et veramente se non si ha l'aiuto del braccio secolare, non si può fare cosa buona, tanto più se loro mettono impedimento; il ch'è commune in Francia, et però le cose loro vanno male: et questo luogo oltra che depende da Francia, hora è sotto l'ombra et custodia di un esercito ugonotto. Iddio li aiuti, et io per me credo sia «pena peccatorum». Basta che un buon benefitio ci darà Sua Santità, se ci manda là, et potemo aspettare persecutioni da Ugonotti, da Preti, et Frati, et laici, et da tutti: et io per me temo che questo non sia un solfanello, et un principio di fuoco qui in Italia, et noi sarremo li primi a star alle botte, massime che Saluzzo non è forte più che tanto, che per questa causa molto meglio sarria stare in Carmagnola, et per altre molte che non scrivo, salvo che non è buon aria come a Saluzzo....».
Il quadro delle condizioni religiose del Marchesato, tracciatoci dal P. Peruschi nell'autunno del 1579, presenta più ombre che luci. Attesta la permanenza di truppe ugonotte nel Marchesato, nonostante le solenni promesse del Bellegarde; la condotta ambigua, spesso enigmatica del maresciallo; le violenze e le profanazioni commesse dalle milizie ugonotte; ma, in pari tempo, rivela anche l'incuria e l'impotenza del Vescovo di Saluzzo, l'ignoranza e l'immoralità di una buona parte del clero, l'intiepidimento della fede cattolica nella massa del popolo, l'abbandono e lo squallore di molte chiese, il disuso della confessione, del digiuno e della preghiera, una eccessiva dimestichezza tra cattolici ed eretici nelle conversazioni come nei rapporti della vita quotidiana.
Il quadro, già di per sé assai fosco, trova conferma in fatti e documenti anche di altra natura e di altra fonte. Gli storici saluzzesi narrano l'orribile delitto, del quale si sarebbe macchiato un luogotenente del Bellegarde, il capitano ugonotto La Prada, a danno del Priore di Pagno. Venuto in quella terra a capo di una masnada di ugonotti armati, il La Prada penetrò nel priorato, e, avuto nelle mani il vecchio ed infermo Enrico di Saluzzo, prima lo seviziò, poi lo precipitò giù dalla finestra, senza che se ne sapesse la ragione. L'efferrato delitto fu riferito al Bellegarde, il quale, non potendo rinnegare gli editti emanati da lui contro i profanatori di chiese e contro gli attentatori di persone ecclesiastiche, diede ordine che il La Prada venisse ucciso: il che avvenne poco tempo dopo [11].
Con le truppe ugonotte era sceso nella Val Macra il focoso ministro Francesco Guerino, nativo di Dronero, il quale, approfittando della presenza di truppe protestanti e del diordine, che regnava nel Marchesato, si diede a predicare pubblicamente la dottrina riformata nella Valle della Macra e nelle valli attigue, facendo rifiorire in breve tempo le congreghe riformate, che erano state soffocate sotto il governo del Birago. Gli scrittori cattolici [12] pretendono che il Guerino fosse aiutato nella sua impudente propagazione della fede riformata dalla moglie stessa e da una masnada di armati, detta la «Compagnia dei cappelli bianchi», perché portavano in capo cappelli di tale colore, e che facesse molti proseliti, ma col timore e con la violenza, devastando e profanando chiese cattoliche ed arnesi sacri, maltrattando preti e cattolici ostinati. Predicava che tutti i re, i principi ed i papi, che non appartenevano alla sua setta, erano dannati e si circondava di consiglieri e di collaboratori scelti fra gli uomini più violenti e più spregevoli della valle, chiamati «Giordanasso, Michelasso, Damianasso e Romanasso». Ma bastano questi nomi per farci sospettare della veridicità di tutte queste affermazioni.
Quello che è certo è che, per effetto della predicazione del Guerino e di altri dommatizzatori, l'elemento riformato in Dronero e nella valle di Macra riprese tanto ardire che gli abitanti della valle osarono, a dispetto delle leggi vigenti, designare a loro rappresentanti nella Congregazione del Marchesato tre eretici, uno nativo della terra e due rifugiati francesi, mentre i cittadini droneresi si ostinavano a riproporre un noto riformato, Vincenzo Polloto, nella rosa del podestà e tre altri in quella del luogotenente del podestà [13].
Le proposte non ottennero esito favorevole né nel primo né nel secondo caso, perché al Bellegarde premeva di apparire in ogni atto pubblico il difensore della fede cattolica e il repressore dell'eresia.
Ma queste ed altre manifestazioni esteriori d'intolleranza del maresciallo non valsero ad arrestare il rinnovato zelo dei riformati del Marchesato. Della rinata floridezza delle congreghe riformate saluzzesi può far prova quel manipolo di otto o quattordici giovinetti [14], che nel settembre furono avviati a Ginevra, parte per frequentare l'Accademia e consacrarsi al ministero pastorale, parte per impararvi una professione; ma ne sono documento anche più certo le deliberazioni, che i rappresentanti delle chiese valdesi del Piemonte e delle chiese riformate del Marchesato presero nella sinodo tenuta a Bobbio, nell'alta Val Pellice, verso la fine di settembre od il principio di ottobre (1579).
Fidando nelle segrete promesse del Bellegarde e nell'assistenza dei capi ugonotti d'oltralpe, i riformati saluzzesi sperarono che sarebbe loro finalmente concessa la piena libertà del culto pubblico. Perciò, volendo ricostituire su salde basi le loro chiese, com'erano nel 1567, e non bastando all'uopo l'opera del solo Guerino, pregarono la Sinodo di provvedere alle loro urgenti necessità. Ma le chiese delle Valli di Luserna non erano in grado di fornire più di tre ministri: uno per Dronero (il Guerino), uno per Casteldelfino ed uno per Praviglielmo. Di fronte a questa impossibilità, la Sinodo, come già altre volte, pensò di rivolgersi alle chiese ginevrine ed incaricò il ministro Francesco Truchi di scrivere a Teodoro di Beza, successore di Calvino, e a Niccolò Balbani, ministro della chiesa italiana di Ginevra [15].
I riformati della Val Macra chiedevano essi soli per la loro valle quattro ministri: uno per Dronero, un secondo per San Damiano, Pagliero e Cartignano, un terzo per S. Michele. Prazzo e Canosio, un quarto per Acceglio, il borgo più montano, quasi interamente eretico. La Castellata ne richiedeva tre, cioè uno per ciascuna delle località di Casteldelfino, Bellino e Chianale. Si reclamavano ancora ministri fissi o itineranti per le località di San Peyre, in Val Varaita, visitata fino allora dal ministro di Casteldelfino: per le congreghe di Saluzzo, Savigliano, Carmagnola. Levaldigi, Villafalletto, Verzuolo, Piasco, Costigliole, Festeona e Demonte, situate le une nel Marchesato, le altre al margine di esso, su terra ducale, e composte promiscuamente di sudditi sabaudi e marchionali. È vero che in quasi tutte queste località venivano saltuariamente dei ministri a predicare e a dare ai fedeli la Santa Cena, provocando le lagnanze del Nunzio papale, ora al Bellegarde ed ora al duca di Savoia, ma si sentiva dappertutto il bisogno di un ministero più regolare ed attivo.
È probabile che nella stessa sinodo di Bobbio i rappresentanti delle chiese del Marchesato informassero i loro confratelli della deputazione, che essi avevano in animo di mandare alla Regina Madre per ottenere, nel prossimo riassetto del Marchesato, sotto il maresciallo di Bellegarde, il libero esercizio del culto riformato nelle terre saluzzesi. Fu deputato un certo Chiarva (o Chiarvia) di Costigliole, il quale, fornito di apposite istruzioni e di un Memoriale a capi, approfittò del viaggio, che il Bellegarde faceva oltralpe verso la regina, per porsi, come vedremo, nel suo seguito.
Il convegno della regina madre e del Bellegarde non avvenne che verso la metà di ottobre; ma già da lunghi mesi era stato sollecitato da Caterina con lettere ed ambascerie al Bellegarde ed al duca di Savoia.
Non sarà inutile ai fini della nostra narrazione rifare per sommi capi la storia di questo colloquio secondo l'epistolario cateriniano [16], perché da essa appariranno sempre più evidenti l'ambigua condotta del Bellegarde dopo l'occupazione del Marchesato ed i suoi stretti impegni con gli ugonotti, nonostante i ripetuti dinieghi fatti al papa, al nunzio ed ai príncipi d'Italia.
La regina madre si trovava in Provenza, intenta a pacificare quella provincia, quando ebbe sentore dei gravi dissensi scoppiati fra il Birago ed il Bellegarde, e, fin dal 13 maggio, invitava il maresciallo a venire ad esporre davanti a lei le sue ragioni [17]. Inviava in pari tempo speciali istruzioni al signor di Santa Maria, che il re aveva delegato presso il duca ed il Bellegarde per tentare la pacificazione dei due rivali e tutelare gl' interessi della Corona. Ma non avendo ricevuto risposta, al principio di giugno [18] inviava al maresciallo una nuova sollecitazione per mezzo del signor di Chabanes, marchese di Courton, rimasta anch'essa senza risultato positivo. Conosciuta poi la presa di Saluzzo da spacci e messi spediti dal duca di Savoia, da Carlo Birago e dal cap. Lussan, deputava al Bellegarde il S.r di Soutournon con nuove istruzioni e sollecitazioni, ed in pari tempo avvertiva il re che era urgente porre riparo al disordine del Marchesato, se non si voleva accendere una rivolta generale in tutto il regno, poiché c'erano troppi, tanto al di qua come al di là delle Alpi, che avevano stretta intelligenza e corrispondenza col maresciallo [19]. Postasi alla ricerca dei complici, alcuni giorni dopo denunciava al re che il Bellegarde, in Italia, riceveva aiuti dal marchese di Ayamonte [20] e dal duca di Mantova [21], e, al di là dei monti, in Provenza, dal Sig.r de Vins e dal Carcès [22]. Per rompere le trame, se il maresciallo [23] persistesse nel suo disegno, proponeva di denunziare al papa ed ai principi italiani le funeste intenzioni del Bellegarde, le quali non erano solo di occupare il Marchesato, ma di stabilire e diffondere in tutta Italia la religione riformata. Confidava l'astuta donna che i potentati della Penisola, abboccando all'amo, avrebbero arruolato essi stessi un numero sufficiente di soldati per cacciare l'eretico e il ribelle, evitando al re di armare in Francia delle milizie, che avrebbero potuto provocare sospetti e sommosse di ugonotti. Alla fine di giugno, ignorando ancora la caduta del castello di Saluzzo, inviava al Lussan, che lo difendeva, nuove esortazioni alla resistenza, ed al Bellegarde nuove sollecitazioni a rappacificarsi col re e ad abboccarsi con lei. Erano intermediarii il Vicario di Marsiglia ed il Courton. Nello stesso tempo la regina premeva sul duca di Savoia, perché con ogni mezzo si adoperasse a persuadere il maresciallo ad ubbidire ed a venire incontro a lei, che dalla Provenza si dirigeva verso il Delfinato [24].
come Nel mese di luglio parve che il maresciallo stesse per cedere [25] e lasciasse sperare la sua venuta oltralpe, in compagnia del duca di Savoia, che si recava a Grenoble abbiamo veduto per rendere omaggio alla regina e trattare con essa alcuni affari, che gli stavano a cuore. Il maresciallo venne infatti a Torino (18 luglio) [26] e conferì a lungo col duca: ma alla fine ricusò di accompagnarlo oltralpe, sia che diffidasse di qualche insidia da parte della regina o dei suoi nemici, sia ch'egli trovasse intollerabile la condizione posta da Caterina, che alle trattative dovesse precedere la restituzione integrale del Marchesato nelle mani del re [27]. Preferì far saggiare l'animo di Caterina dal duca di Savoia e rinviò a tempo più propizio il colloquio con la regina.
Intanto Caterina, trasferitasi a Grenoble, mentre, da una parte, controllava la situazione nel Marchesato e la condotta del Bellegarde, dall'altra annodava relazioni con gli ugonotti del Delfinato, per tentare non solo la pacificazione della provincia, ma per conoscere quali rapporti di amicizia esistessero tra essi e il maresciallo. Venne così a sapere non solo che il Lesdiguières aveva mandato aiuto di armati al maresciallo per mezzo del suo luogotenente Gouvernet, ma che in una recente assemblea delle chiese ugonotte, tenuta a Montauban, il sig.r di Montbérault ed il consigliere Calignon, parlando a nome del Bellegarde e del Lesdiguières, avevano fatto offerta delle città del Marchesato di Saluzzo «a quelli della religione»>, cioè al partito ugonotto, e che intendevano pregare il re di Navarra di prenderle sotto la sua protezione. Seppe inoltre che il Lesdiguières, pochi giorni prima del suo arrivo in Delfinato, si era vantato di avere tanta autorità da far venire il Bellegarde a Gap o a La Mure per un abboccamento con la regina, e che gli aiuti militari, mandati al maresciallo dagli ugonotti del Delfinato, erano stati autorizzati dal re di Navarra. Erano questi dei fatti più che sufficienti per provare le strette relazioni ed i segreti maneggi, che correvano tra il Bellegarde, gli ugonotti del Delfinato ed il re stesso di Navarra. Sdegnata e decisa ad appurare quanto ci fosse di vero in tutte queste notizie raccolte dai suoi agenti, scrisse ripetutamente al re ed alla regina di Navarra, pregandoli d'informarla su questi fatti, che le stavano particolarmente a cuore per ottenere la pacificazione del regno. In pari tempo, nell'eventualità che l'accordo col maresciallo fallisse, ordinava al re di preparare truppe e danaro per un'azione di forza [28].
e Intanto il Bellegarde, sollecitato da tanti messi e da tante lettere della regina [29], sulla fine di luglio, mentre a Grenoble si preparava il convegno del duca di Savoia con Caterina, decideva finalmente di giustificarsi davanti alla sovrana deputava ad essa un suo confidente, il sig.r di Donine, latore di una lettera e di speciali «Istruzioni» [30]. Il Donine «bien instruict des justes desfiances ou je suis entré et qui m'ont comme par désespoir contraint de rechercher la réparation de mon honneur et la seurete de ma vie par les armes», doveva, in compagnia del sig.r de La Valette, cugino del maresciallo, giustificare il suo padrone e davanti al re e davanti alla regina. Riguardo al re doveva dimostrare che il maresciallo nella sua azione guerresca non aveva avuto altro scopo che l'onore del sovrano; che nessuno più di lui gli aveva obbligo per i grandi favori ricevuti; che la gratitudine sua non era punto scemata, sapendo che la propria disgrazia non dipendeva dal re, ma da alcuni nemici personali, che agivano ad insaputa della Corte; che non dubitava punto che il re, conosciute le sue vere intenzioni, gli fosse grato di quanto aveva fatto, ristabilendo nel Marchesato l'autorità del re e riformando i presidî militari, che l'incuria del Birago aveva lasciati disarmati o aveva riempiti di un malfido elemento straniero. Alla regina madre il Donine doveva anzitutto porgere i ringraziamenti del Bellegarde per la protezione, che essa gli prometteva: mostrare la sua costante fedeltà al re: ricordarle come vari calunniatori, da cinque anni in qua, avevano cercato di allontanarlo dalla grazia del sovrano, svisando tutte le sue intenzioni, denigrando tutti i suoi negoziati, privandolo del suo stesso stipendio, fino al punto da obbligarlo, per il decoro della sua persona, a vendere i propri gioielli. In secondo luogo doveva sventare l'accusa mossagli dai nemici, sia ch'egli fosse d'accordo col duca di Savoia ed agisse solo per suo comando o consiglio; sia che avesse avuto intenzione di dare Avignone al duca, se il re gli avesse conferito il governo della Provenza: in una parola, sfatare tutte «les piperies, inventions, et artifices, dont les estrangers et toutes les harpies nous ont infectés et succés (succhiati) depuis dixhuicts ans en ça». Era questa una evidente allusione ai Biraghi, al Nevers ed agli altri italiani, che avevano acquistato grande credito in Francia e che a poco a poco, conquistando l'animo del re e della regina, avevano soppiantato e screditato il maresciallo agli occhi del sovrano.
Le ragioni addotte dal Bellegarde a discolpa del suo operato e le proteste di fedeltà alla Corona non fecero tuttavia grande effetto sull'animo della regina, maestra essa stessa di dissimulazioni; perciò, scrivendo al figlio [31], gli dichiarava che il maresciallo aveva belle parole in bocca ed era disposto, a parole, a chiedere perdono e ad ubbidire, ma che le giustificazioni, che aveva messo per iscritto nel suo Memoriale, non erano così chiare come quelle che adduceva a voce.
Nelle sue trattative con Caterina il Bellegarde non aveva fatto parola né della sua venuta oltralpe né del suo desiderio di abboccarsi con la regina. Le ragioni del suo riserbo erano parecchie. La prima era da ricercarsi nella diffidenza, che il maresciallo nutriva sulla lealtà del re e della regina e nella conseguente esitazione ad avventurarsi fuori del Marchesato anche con salvacondotto regio. Gli rintronava ancora nelle orecchie la frase imprudente che il signor di Lancosme (o Lencosme) aveva pronunciato davanti a lui, quand'era venuto nel Marchesato per incarico della Corte: «che il re, se lo avesse avuto fra le mani, lo avrebbe fatto impiccare». Un altro ostacolo alle trattative era fornito dalle pretese eccessive di Caterina. Il Bellegarde era disposto a rimettere il Marchesato com'era prima dei moti, mentre la regina pretendeva che la restituzione di esso fosse integrale, cioè venissero comprese anche le due fortezze di Carmagnola e di Revello, delle quali il maresciallo aveva da tempo il governo, prima diretto, poi indiretto, per cessione fattane al proprio figlio Cesare. Il terzo ostacolo, forse il più forte, era costituito dal patto giurato, che il maresciallo ed il Lesdiguières avevano stretto, di aiutarsi a vicenda e di non conchiudere nulla, né riguardo al Marchesato, né riguardo al Delfinato, senza reciproca intesa.
La regina madre subodorava il patto ed avrebbe voluto spezzarlo, intavolando trattative separate col maresciallo di Bellegarde e col capitano ugonotto: ma nessuno dei due pareva aver fretta di trattare né voleva negoziare separatamente. Aggravava le preoccupazioni di Caterina la notizia sparsasi in quei giorni che gli ugonotti del Lesdiguières premevano vivamente sul Bellegarde, affinché consegnasse nelle loro mani 12 cannoni e 6 colubrine, che erano custoditi nelle piazze del Marchesato, affermando che queste armi erano state promesse al capitano Gouvernet in ricompensa dell'aiuto prestato contro il Birago [32].
Appena informatane, la regina mandò una fiera protesta al Bellegarde ed una lettera al duca di Savoia già in viaggio per Grenoble ordinando al primo di non cedere ciò che non era suo e che avrebbe ritardato la pacificazione del Delfinato, alla quale era intenta, e pregando il secondo, affinché con ogni mezzo impedisse il transito di quelle artiglierie sulle proprie terre.
Nel frattempo giungevano alla regina le prime giustificazioni del re di Navarra alle accuse mossegli di connivenza col maresciallo di Bellegarde. In una lettera datata del 29 luglio [33] il capo del partito ugonotto protestava che aveva sempre avuto a cuore il fedele servizio del re e che era pertanto assurda l'accusa, anzi il sospetto, ch'egli potesse favorire coloro, che sotto qualsiasi pretesto miravano ad indebolire l'autorità del sovrano o a turbare la tranquillità del regno, annodando relazioni con i nemici aperti della Francia: «Tant s'en fault que je veuille adhérer à toute première nouveauté, ne me joindre ou avoir intelligence avec ceulx qui veulent troubler ce Royaulme et soubz nouveaux prétextes et desseings couverts du nom et lustre de protection de la religion ou de la restauration de l'Estat, rompre la paix publique, se saisir des places de Sa Majesté, soublever les peuples, que au contraire je suis résolu d'employer mes moyens et ma vie propre pour la conservation et entretenement de la tranquillité publique». Nello stesso tempo il Navarrino informava che era venuto da lui il signor di Calignon, deputato delle chiese protestanti del Delfinato, per giustificarsi di «aver capitolato col Bellegarde contro il servizio del re». Il Calignon scusava se stesso ed i correligionari del Delfinato, affermando che essi non credevano di aver fatto male nel mandare delle milizie al maresciallo, né di dover essere rimproverati, poiché non avevano fatto altro che ubbidire alla richiesta di uno che era maresciallo di Francia e che per giunta comandava, a nome del re, sulla loro provincia.
Il Navarrino chiudeva la sua lettera, pregando la regina a non voler prestare fede leggermente a tutte le voci, che si erano sparse, ma ad attendere l'arrivo dei signori di Salignac e di Lesignan, ch'egli mandava da lei per essere più pienamente giustificato e per cooperare con lei alla pacificazione del Delfinato, secondo le deliberazioni prese dall'assemblea protestante di Montauban.
Venne infatti il Salignac pochi giorni dopo a Grenoble e ribadì alla regina le giustificazioni del re di Navarra. Ebbe anche vari abboccamenti con gli ugonotti, ai quali mosse fiere lagnanze per la collaborazione prestata al maresciallo di Bellegarde. Erano accuse forse mosse ad arte per scagionare la responsabilità del re di Navarra: ma i riformati si difesero, dichiarando di aver prestato aiuto al maresciallo, perché credevano che questa fosse appunto l'intenzione del re di Navarra e perché sapevano che egli aveva fatto pervenire nelle mani del Bellegarde delle lettere in bianco, con la propria firma, per conferire al maresciallo il governo del Marchesato. A queste esplicite dichiarazioni degli ugonotti, il Salignac contrappose risoluti dinieghi, affermando che il Navarra, lungi dall'approvare, aveva trovato «très mauvais et de très pernicieuse et dangereuse conséquence les secours et assistences qu'ils avoient données à Bellegarde» e che, se il maresciallo aveva nelle mani come affermava un mandato di governo firmato dal re di Navarra, questo certamente gli era stato trasmesso non dal re, ma da qualche suo familiare o servitore, ed a sua insaputa [34].
Il grave dissenso, che minacciava di rompere la stretta unione esistente tra il Bellegarde, il re di Navarra e gli ugonotti del Delfinato, fece sperare a Caterina d'aver trovato il bandolo per dipanare l'arruffata matassa della pacificazione del Marchesato e del Delfinato. Pertanto si diede a premere con più insistenza sul maresciallo per indurlo ad abboccarsi con lei, nella speranza di potergli strappare la confessione delle relazioni ch'egli tratteneva con gli ugonotti del regno [35]; ma in pari tempo, con lettere ed ambascerie cercava di costringere il re di Navarra. facendo appello al suo onore di principe del sangue a confermare o a smentire esplicitamente l' intesa, che si diceva ch'egli avesse col maresciallo ribelle. L'astuta donna prevedeva che il re, per liberarsi da ogni accusa di connivenza coi nemici del re di Francia, avrebbe negato ogni effettiva assistenza prestata al Bellegarde e che pertanto la sua smentita avrebbe, da un lato, obbligato i protestanti del Delfinato a troncare ogni ulteriore aiuto al maresciallo; dall'altro, posto quest'ultimo in urto col Navarra, rompendo quella stretta colleganza, che minacciava di far naufragare tutti i suoi tentativi di pacificazione nelle due province del Delfinato e del Marchesato.
A metà di agosto giunsero, in risposta alle sollecitazioni della regina, nuove giustificazioni del re di Navarra [36], le quali, se riabilitavano il capo ugonotto, mostravano con maggior evidenza il doppio gioco, che il Bellegarde stava facendo, con gli ugonotti e col papa, nella questione religiosa.
Il re avvisava ch'era venuto da lui il sig.r di Montbérault recandogli lettere e memorie del Bellegarde, nelle quali il maresciallo respingeva lontano da sé tutte le calunnie dei suoi nemici, negava di essersi voluto ribellare all'autorità del suo re, o di aver congiurato contro il bene della Francia o di essersi alleato con gli Spagnoli, ricevendone aiuti e danari. Giustificava il suo operato, accusando a sua volta il Birago non solo di aver teso insidie alla sua persona ed al suo prestigio, ma di aver avuto intelligenze e macchinazioni con i nemici della Corona di Francia: fatti tutti, ch'egli poteva provare per mezzo delle scritture, che erano cadute nelle sue mani e che lo avevano indotto a prendere le armi, per prevenirli, come maresciallo di Francia e devoto alla causa del re. E per meglio dimostrare l'inesistenza delle sue presunte intese con gli spagnoli, affermava di aver invece cercata l'assistenza degli ugonotti del Delfinato, come quelli che non solo facevano parte delle terre sottoposte alla sua giurisdizione, ma erano nemici dichiarati del re di Spagna; e solennemente protestava di voler rimanere unito con essi «tant pour la conservation de l'Estat que de leur religion». A queste proteste d'amicizia del Bellegarde, il Navarrino informava di aver risposto in questi termini: «tant qu'il rendra la fidélité et service qu'il doibt à la patrye, au Roy monseigneur, et à Vous Madame, ausquels il a tant d'obligation, de luy estre amy: que s'il avoit desseing et intelligence avec les Espagnols ou aultres ennemys de cest Estat, je le prye de ne renvoyer plus devers moy pour quelque occasion que ce soit, ayant tant d'obligation et affection naturelle au service du Roy, et bien de ce Royaulme, que je serais toujours ennemy de ceulx qui y vouldront tant soit peu attenter»>.
Con quest'abile risposta il Navarrino eludeva la domanda esplicita della regina e senza compromettersi riaffermava la sua devozione al re e alla Madre.
Caterina non si perdette d'animo e continuò nei suoi intrighi, opponendo simulazione a simulazione.
Per tentare il Bellegarde gli mandò un salvacondotto ed una malleveria del duca di Savoia, che dopo il colloquio di Grenoble soggiornava nella Savoia e nella Bressa in attesa di sapere le decisioni del maresciallo. Gli dichiarava di essere disposta ad abboccarsi con lui a Mommegliano, o dovunque altrove gli piacesse, sugli stati del duca: gli spediva anche 1.000 scudi per sopperire alle spese di viaggio e gliene prometteva altre 4.000 per mezzo del sig.r Philippe de Ruffec a colloquio avvenuto [37]. Al re di Navarra mandò il Salignac e l'abate Guadaigne con una lettera, per mezzo della quale lo invitava a rispondere categoricamente a questi due punti: 1º) se fosse vero ch'egli avesse ordinato agli ugonotti di tener fermo e di non restituire né piazze né città, che potessero essere utili alla loro sicurezza ed alla loro religione; 2º) se fosse vero ch'egli avesse mandato al Bellegarde, per il tramite del sig.r di Calignon, «un pouvoir pour estre vostre lieutenent général de deça du Rosne et protecteur de ceux de vostre religion >>. Ricordava inoltre al re la sua recente dichiarazione di fedeltà alla Corona di Francia e la promessa fatta di mettere la sua persona a servizio del re, se il Bellegarde non volesse piegarsi all'ubbidienza dovuta; anzi, facendo appello al suo onore, lo istigava a smentire pubblicamente il maresciallo e a dichiararlo apertamente «bugiardo», e egli affermasse fatti inesistenti. Per staccarlo poi più facilmente dal Bellegarde, gli confermava che il maresciallo aveva ricevuto e continuava a ricevere mensilmente sovvenzioni in danaro dal re di Spagna e dai suoi agenti milanesi e che una tale colleganza non poteva essere diretta ad altro che alla rovina della Francia [38].
Le esortazioni a smentire pubblicamente il Bellegarde ed a schierarsi contro di lui, a fianco del re di Francia, furono rinnovate al Navarrino più volte nelle settimane seguenti, ora direttamente, ora indirettamente per interposte persone [39]. Ma sembra che il re, temporeggiando, rimanesse in un prudente riserbo, sconcertando l'abile piano di intrighi, che Caterina aveva escogitato per spezzare l'intesa del Bellegarde con gli ugonotti di Francia. Alla regina non rimase pertanto che premere più vigorosamente sul duca di Savoia [40] e sul Lesdiguières [41], affinché l'aiutassero ad affrettare la venuta del Bellegarde e si rendessero garanti della sua incolumità. Scrisse lei stessa il 26 agosto al maresciallo [42], promettendogli buona accoglienza ed una giusta soddisfazione dei suoi desideri e assicurandolo che avrebbe avuto salvacondotti e malleverie dal re, dal duca di Savoia e dal Lesdiguières per tutto il percorso del viaggio. Il Bellegarde sembrò cedere: ma presto accampò nuovi pretesti per ritardare la partenza. Voleva l'assicurazione di avere il comando del Marchesato da parte del re e dichiarava un'altra volta ai messi della regina di non poter trattare con lei senza il consenso ed una preventiva intesa con gli ugonotti del Delfinato, i quali, a loro volta, protestavano di non poter prendere nessun impegno senza il beneplacito del maresciallo [43].
Il Bellegarde temeva che durante la sua assenza il re tentasse qualche azione guerresca al di qua delle Alpi, giacché vedeva truppe regie ammassate alla frontiera del Lionese ed in Provenza [44], e credeva che lo si volesse tirare su terra regia per tendergli qualche insidia. Perciò rifiutò come insufficienti e difettose le lettere di garanzia, che la regina gli aveva inviate e ne redasse una di propria mano, che Caterina dovette accettare, per non mandare a monte il colloquio, sebbene contenesse beaucoup de clauses et de mots captieux» [45].
Tra promesse, mezze promesse e rinvii passò anche tutta la prima metà di settembre, quantunque la regina rinnovasse i suoi inviti con lettere e con messi, con promesse di buon trattamento e con offerta di ogni sorta di malleverie [46]. E. Filiberto, che soggiornava tuttora nella Bressa, assecondò validamente l'opera della Corte, offrendo al maresciallo, come garante della sua incolumità, il proprio figlio naturale Amedeo e promettendo i suoi buoni servigi «pour ensemblement prendre une bonne résolution, pour le repos public, bien et contentement vostre et des dicts de la religion» (16 sett. 1549) [47].
Confortato da tante promesse e rassicurato da tanti salvacondotti, il Bellegarde sembrò finalmente deciso ad ubbidire e fece sapere alla regina che sarebbe partito fra qualche giorno alla volta di Barcellonetta e di Gap [48], dove sperava incontrare il Lesdiguières, che gli aveva promesso di mandargli incontro qualche gentiluomo con milizie di scorta: da Gap, in compagnia dell' Ugonotto, sarebbe venuto immediatamente a Monluel per abboccarsi con la regina.
Fidando in questa promessa, Caterina, prima di spostarsi dal Delfinato verso Lione, inviò al Lesdiguières il sig.r de La Roche per consegnare il salvacondotto, che già da tempo teneva pronto per lui e per il maresciallo.
Ma, quando già lo si credeva in viaggio, ecco il Bellegarde accampare nuovi pretesti e nuove pretese; che non aveva il danaro per fare il viaggio e che i 4.000 mila scudi promessi gli dovevano essere pagati prima della partenza.
La regina dapprima resistette, sospettando che il ribelle, una volta intascato il danaro, accampasse altri pretesti per rinviare la sua venuta, ed offerse di farglieli avere dal duca di Savoia non appena egli avesse varcate le Alpi. Ma, poiché Bellegarde persisteva nella sua richiesta e minacciava di rompere ogni trattativa, Caterina si vide costretta a fargli pagare i 4.000 scudi, ottenuti in prestito dal duca di Savoia, per mezzo del sig.r di Ruffec «avec regret come scriveva al re, suo figlio d'estre contrainte de bailler de l'argent à un homme, pour avoir mal faict» [49].
In previsione dell'abboccamento [50], la regina il 16 settembre partì da Grenoble e a tappe si diresse su Lione, dove giunse il 19 seguente. Là per più di dieci giorni attese invano l'arrivo del maresciallo [51]. Temendo di essere stata un'altra volta ingannata, il 1° ottobre, ormai spazientita per la lunga attesa, mandò una nuova lettera al Bellegarde per avvertirlo categoricamente che lo avrebbe aspettato a Monluel non oltre il 12 ottobre, dovendo rientrare improrogabilmente a Parigi [52]. Ma la lettera era ormai inutile, perché il maresciallo si era finalmente messo in viaggio e già aveva varcato i monti dirigendosi su Gap. Qui erano ad attenderlo il Lesdiguières e molti capi e ministri ugonotti. Fu tenuta un'assemblea generale, nella quale si trattò questione del Marchesato, si tracciò un nuovo piano di pacificazione della provincia da sottoporre alla regina e si rinnovò il giuramento di reciproca assistenza.
Caterina, saputo l'arrivo del maresciallo a Gap, si affrettò a spedirgli un messo per sollecitarlo a venire prontamente a Monluel insieme col Lesdiguières. Le premeva d'impedire una troppo lunga familiarità del Bellegarde con gli ugonotti del Delfinato. Il maresciallo promise di essere a Monluel per il lunedì seguente, poi procrastinò fino al giovedì 15 ottobre [53]. Vi giunse guidato dal duca di Savoia, il quale aveva promesso di essere presente al colloquio, ed in compagnia di parecchi gentiluomini della religione, che il Lesdiguières inviava per guardia d'onore del maresciallo e per sottoporre alla regina le proposte di pacificazione formulate dai deputati delle chiese riformate del Delfinato.
Ammesso alla presenza della regina [54], il Bellegarde mise le ginocchia a terra e fece la riverenza d'uso, poi accennò a ritirarsi. La regina, dissimulando l'odio, che aveva in cuore, gli fece «un gracieux accueil», felicitandosi per la sua venuta; poi, mentre il duca, che l'accompagnava, si tratteneva col cardinale di Borbone, tratto il maresciallo in disparte, lo invitò a parlare. Il Bellegarde cominciò col dichiarare il grande affetto che aveva per il re e il grande desiderio di servirlo in ogni cosa. Al che la regina replicò che, se tali erano veramente i suoi sentimenti verso il sovrano, doveva dimostrarlo con i fatti, disponendosi a fare quanto il re richiedeva.
Dopo questo breve colloquio, il duca di Savoia ed il maresciallo si ritirarono per pranzare. Ritornarono dalla regina nel pomeriggio. Essendo alquanto indisposta, essa li ricevette nella camera da letto. Aveva sulla parete un grande ritratto del re: lo mostrò al maresciallo, dicendogli «Voylaz le Roy vostre maistre à qui je vous ay donné et qui vous a depuis tant aymé et faict tant d'honnoeur ! [55]. Il Bellegarde rimase profondamente turbato a questo ricordo; ma si limitò a dire che trovava l'effigie del re perfettamente uguale a quella che rimaneva scolpita nella sua mente. La regina allora aggiunse che il re sarebbe sempre stato tale nei suoi riguardi, se egli avesse fatto il suo dovere verso di lui. Il maresciallo, costretto a giustificarsi, fece un lungo discorso per mostrare la sua inalterata devozione e per spiegare i motivi che lo avevano indotto a prendere le armi contro il Birago. Terminò, dicendo di avere un gran rimorso della sua azione, se essa aveva offeso il re, e di essere disposto a dare metà del suo sangue per poterla cancellare. Chiese allora la regina che cosa intendesse fare per rimediare al suo fallo e quale soluzione egli potesse proporre per soddisfare l'onore ed il prestigio del suo Signore.
Ma il Bellegarde, invece di rispondere, tentò schermirsi, divagando sulle questioni che riguardavano i riformati del Delfinato e facendo capire ch'egli era vincolato da promesse agli ugonotti e che non gradiva che si trattassero direttamente e privatamente con lui le soluzioni, che riguardavano la sua persona. Ma la regina energicamente obbiettò ch'essa era venuta a Monluel appositamente per trattare ed accomodare la questione del Marchesato; che alle cose del Delfinato si sarebbe pensato in seguito, poiché gli ugonotti per ora non avevano altro da fare che osservare puntualmente l'editto di pacificazione; che essa piuttosto desiderava che, essendo egli ufficiale della Corona e conoscitore esperto della situazione del Marchesato, le dichiarasse apertamente che cosa intendeva fare per ricondurre la tranquillità in quella provincia e per dare al re la soddisfazione e la riparazione dovuta. Il Bellegarde a queste parole si fece oscuro in volto, pregò un'altra volta la regina di non parlargli di quello che lo riguardava personalmente e dichiarò di rimettersi a quanto avrebbero proposto per lui il duca di Savoia e gli altri suoi amici presenti a Monluel. Negò di avere qualsiasi intelligenza con il re di Spagna o con i suoi ministri e solo ammise di aver ricevuto sovvenzioni di danaro dalla repubblica di Venezia.
Il colloquio terminò senza che né il Bellegarde né la regina lasciassero chiaramente trapelare le loro intenzioni o avanzassero proposte. Incerta sui propositi del maresciallo, Caterina pregò il signor di Ruffec di recarsi dal duca E. Filiberto per invitarlo a saggiare l'animo del Bellegarde e conoscere le sue pretese. La regina, per conto suo, desiderando un' integrale riparazione dell'onore del re, pretendeva che il maresciallo riconducesse l'artiglieria a Carmagnola; che rimettesse il Marchesato nelle mani del sovrano; che eseguisse quanto gli sarebbe stato comandato e prestasse fedele obbedienza al nuovo luogotenente, se il re ritenesse opportuno di mandarne uno nel Marchesato: solo così, ubbidendo al re, egli avrebbe fatto vedere se era vero ciò che affermava, di aver agito per solo odio contro il Birago.
Erano proposte ed esigenze inaccettabili per il Bellegarde. Protestando che lo si era ingannato, quando, per indurlo a venire a Monluel, gli si era fatto sperare un buon trattamento dalla regina ed una giusta soddisfazione dei suoi desideri, minacciò di partirsene sull'istante e di voler provvedere ai casi suoi come meglio stimerebbe. Fu allora che la regina, temendo la rottura delle trattative, si decise finalmente a mettere in atto quell'espediente, che già da più di un mese [56] aveva concertato col re, suo figlio, ma che aveva sempre tenuto in serbo come «ultima ratio», nella speranza di poter ottenere assai di più con la sua sottile arte diplomatica.
Fatto chiamare il Bellegarde in privata udienza, si accordò facilmente con lui a queste condizioni: il maresciallo, alla presenza del duca di Savoia e di tutto il Consiglio della regina, inginocchiato davanti a lei, avrebbe chiesto perdono al re del fallo commesso e dichiarato di non aver avuto intenzione né di offendere l'onore del re né di nuocere al suo servizio, anzi di volerlo amare e servire fedelmente per tutta la vita: a sua volta la regina, dichiarandosi paga e lieta dell'affetto e della devozione promessa, gli avrebbe consegnato due lettere patenti del sovrano ed «un pouvoir», o mandato, per poter pacificamente comandare nel Marchesato al posto del Birago [57]. Così fu fatto. Il Bellegarde chiese perdono nella forma stabilita; fu investito a nome del re del governo del Marchesato e prestò davanti alla regina, in ginocchio, il solenne giuramento di fedeltà [58].
"Così dice il Mauroy tutti e tre rimasero contenti: la regina madre, perché aveva tappato un buco pericoloso nella compagine del regno: il duca di Savoia, perché credeva di aver rimosso da sé ogni sospetto di complicità ed il Bellegarde, più di tutti, perché aveva ottenuto ciò che ardentemente desiderava”.
Risolta felicemente la questione del Marchesato, rimaneva da compiere la difficile pacificazione civile e religiosa del Delfinato. Il Bellegarde, che già l'anno precedente aveva ricevuto analogo incarico dal re, pregato da Caterina, promise di adoperarsi a questo scopo presso i suoi amici ugonotti di oltralpe. Dal suo diretto intervento la regina si riprometteva buon frutto, perché i deputati ugonotti, che avevano accompagnato il maresciallo, sia nel loro Memoriale, sia nell'arringa tenuta alla presenza del Bellegarde, avevano formalmente dichiarato qu'ilz estoient uny avec luy et qu'ilz avoient pris leur protection pour la conservation de leurs vies et establissement du dict edict de pacification». "(
Preso congedo dalla regina, il Bellegarde si trasferì nel Delfinato per eseguire le istruzioni ricevute dalla Corte. Si abboccò con i deputati cattolici e con quelli protestanti ed agendo con grande tatto e moderazione, ottenne che dagli uni e dagli altri gli fosse conferito l'incarico di redigere un regolamento provvisorio per la distensione degli animi, per la restituzione o lo smantellamento delle fortezze contemplate dall'editto di pacificazione e dalla convenzione di Nérac. Al principio di novembre poteva conchiudere le sue ardue fatiche, stipulando a MonnestierdeClermont un accordo fra cattolici ed ugonotti [59].
Durante il soggiorno nel Delfinato a detta di parecchi storici del tempo il Bellegarde sarebbe riuscito a persuadere il giovane capo ugonotto Lesdiguières a rimettere a lui il comando generale di tutte le forze protestanti del Delfinato, della Provenza e del Lionese. Ma, poiché occorreva, a questo fine, l'approvazione del re di Navarra, capo supremo del partito ugonotto, il Bellegarde ed il Lesdiguières si accordarono per mandare da lui un proprio deputato nelle persone rispettivamente del barone di Montbérault e del sig.r di Calignon. Essi dovevano proporre al re di riconoscere il maresciallo di Bellegarde come suo luogotenente generale per le province del Delfinato, della Provenza e del Lionese nell' imminenza della nuova guerra civile, che già si profilava all'orizzonte. Il Navarrino accolse benevolmente la richiesta del Maresciallo e gli fece spedire il brevetto di nomina nel senso desiderato [60].
Alle trattative di Monluel aveva assistito con occhio vigile
ed inquieto il Nunzio papale di Torino, il quale aveva accompagnato E. Filiberto nel viaggio, stimolandolo senza posa a sorvegliare attentamente sia le dichiarazioni e le promesse del Bellegarde, sia quelle della regina madre riguardo al Marchesato.
Già abbiamo detto come i riformati saluzzesi avevano approfittato del viaggio del maresciallo verso la regina per mandare al suo seguito un loro deputato, il Chiarva di Costigliole. Egli recava con sé un «Memoriale a capi» che le chiese riformate del Marchesato intendevano sottoporre alla regina madre, nella speranza che l'assistenza dei capi ugonotti, accarezzati allora dalla regina, sarebbe valsa a strappare alla Corte qualche concessione più favorevole al libero esercizio della fede protestante nelle terre del Marchesato.
Ma il Nunzio vegliava! Avendo concepito sospetti dalla presenza del deputato ed avendo intuito facilmente i propositi dei riformati saluzzesi, si affrettò ad informare il duca di Savoia della pericolosa richiesta, che il Memoriale celava. Mostrò al principe i danni irreparabili, che sarebbero derivati alla fede cattolica non solo nel Marchesato, ma in tutto il Piemonte, dal libero esercizio della fede ugonotta e lo esortò ad impedire con ogni mezzo l'esaudimento della domanda [61].
La stessa pressione fece anche sul maresciallo. Questi, a sua discolpa, disse di non aver potuto impedire ai riformati del Marchesato di venire a presentare direttamente alla regina le loro richieste; ma promise al Nunzio che avrebbe fatto del suo meglio presso Caterina, affinché tali richieste non fossero accolte. Anzi davanti al Nunzio s'impegnò a restituire al più presto i beni tolti alle chiese ed agli ecclesiastici e ad impedire in qualsiasi modo l'espansione dell'eresia al di qua dei monti.
L'intervento tempestivo del duca e del Bellegarde presso la regina fece fallire il tentativo dei riformati. Tra gli articoli del compromesso concluso tra Caterina ed il Bellegarde il duca riuscì a far inserire un articolo separato e segreto, il quale prescriveva «che nel Marchesato di Saluzzo non si habbi a introdurre esercitio d'altra religione che della cattolica«.
La conclusione di questo articolo, sollecitamente trasmesso a Roma col tramite del Nunzio, riempi di gioia il cuore del pontefice, il quale lodò e ringraziò il duca per la pietà e per lo zelo, che poneva a proteggere la fede cattolica non solo nei suoi Stati, ma anche in quelli più vicini.
Verso la fine di novembre il Bellegarde, terminata la sua missione nel Delfinato, rientrava a Saluzzo, deciso a stabilire fermamente il suo governo, a riordinarne l'amministrazione ed a consolidarvi la concordia e la pace, insidiata da parecchi suoi luogotenenti, desiderosi, come lui, di trasformare in feudo il governo provvisorio ottenuto. Sapeva di poter fare sicuro assegnamento, se non sulle truppe, almeno sul danaro del duca di Savoia e del re di Spagna [62].
Il Nunzio si offrì al maresciallo come confidente e consigliere in quest'opera di risanamento, che aveva così importanti aspetti religiosi [63]. Il Bellegarde, in un nuovo abboccamento col Nunzio, rinnovò la solita protesta di fede cattolica e confermò di aver fatte nuove istanze presso la regina, affinché non fosse introdotto il culto ugonotto al di qua delle Alpi. Lamentò tuttavia di non poter fare grandi frutti nella repressione dell'eresia a causa dell'incuria del vescovo di Saluzzo, il quale non si dava affatto pensiero di mandare in giro, nelle terre più infette, dei buoni predicatori a combattere le dottrine degli eretici. In seguito a questa lagnanza il Nunzio ritenne opportuno di abboccarsi anche col vescovo di Saluzzo. Questi gli confermò che la situazione religiosa del Marchesato era grave, ma che andava gradatamente migliorando: che egli faceva sicuro assegnamento sulle promesse del maresciallo e che lo avrebbe assecondato in tutto ciò che comandasse a favore della fede cattolica.
D'accordo col vescovo, il Nunzio dispose che alcuni dei PP. Gesuiti del Collegio di Pinerolo si recassero a predicare nelle valli del Marchesato più infette; ma dell'esito della loro predicazione nulla sappiamo di sicuro.
Ma, mentre la situazione politica e religiosa sembrava ritornare normale nel Marchesato, improvvisamente il maresciallo moriva (12 dic. 1579) [64]. Corse voce insistente che egli fosse
morto di veleno propinatogli per ordine della regina madre di Francia, la quale era rimasta ferita dal contegno altezzoso del Bellegarde e poco persuasa delle promesse di fedeltà del maresciallo [65]. Moriva, lasciando il Marchesesato in preda alle ingordigie di molti ambiziosi ed acuendo la sanguinosa piaga delle contese, che per quasi un anno avevano travagliato la pace ed il benessere di quelle terre.
Il suo governo ambiguo, incostante e spesso insincero, ma sostanzialmente più tollerante del precedente, aveva riacceso le speranze dei riformati e risvegliato il loro zelo di proselitismo. Ma, stretto nella morsa del duca di Savoia e del Nunzio papale, risoluti ad impedire che l'eresia si diffondesse dal Marchesato nel Piemonte, ed obbligato, d'altra parte, a tollerare i riformati a causa dei precedenti impegni contratti con gli ugonotti del Delfinato e col re di Navarra, per aver costoro baluardo e difesa contro le eventuali rappresaglie del re, non è facile dire quale norma di condotta religiosa egli avrebbe seguito in avvenire, né quale, di conseguenza, sarebbe stata la sorte ulteriore dell'eresia nelle terre saluzzesi.
A detta di storici cattolici, egli sarebbe morto da buon cattolico, confessandosi e comunicandosi alla presenza di parecchi testimoni [66].
Fu sepolto con gran pompa e spesa» dal figlio Cesare l'ultimo giorno dell'anno (1579) nella chiesa di San Giovanni, nel sepolcro dei marchesi di Saluzzo [67].
Note
[1] Il duca partì da Torino il 27 luglio. Per le tappe del suo viaggio e per le successive peregrinazioni del duca al di là delle Alpi fino al convegno di Monluel, cfr. PENNACCHINI, Itinerario del duca E. Filiberto, in loc. cit., pp. 13538.
[2] Sull'abboccamento di Grenoble tra Caterina ed il duca di Savoia, cfr. THUANI (DE THOU), Hist. libri, t. III, lib. 68, paragr. 6, pp. 670673; SECOUSSE, op. cit., I, 17375, 17879; e MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., II, pp. 17980, Relaz. del Barbaro, in loc. cit.; GUICHENON, op. cit., II, 268; RICOTTI, op. cit., II, 456; SEGRE, Riacquisto ed ingrandimento, in loc. cit., pp. 13233; QUAZZA, op. cit., p. 219; TONSI, op. cit., pp. 22021.
[3] Il convegno dava qualche apprensione al re ed ai ministri ostili a Caterina. Si temeva che la regina, per fare in fretta o per darsi il vanto di aver saputo risolvere da sé la spinosa questione del marchesato, proponesse ed accettasse condizioni lesive alla reputazione ed agli interessi del re. Cfr. lett. del Monreale, in loc. cit. (17 agosto 1579).
[4] A Parigi correva voce che il re pensasse un'altra volta ad alienare il Marchesato e si sapeva che un principe italiano aveva offerto in cambio di esso 300.000 scudi; ma che l'offerta era stata rifiutata. Il Monreale lavorava a tutt'uomo presso i grandi della Corte, affinché, in caso di alienazione, il prescelto fosse il duca di Savoia. Anche i Birago dicevano di volersi adoperare a favore del duca, se questa fosse l'intenzione del re. Sorretto da questa speranza, il Monreale il 25 luglio avvertiva il duca che, se gli fossero date delle patenti d'alienazione del Marchesato, stesse attento che fossero « in buona forma », perché la regina, nella fretta di conchiudere, avrebbe potuto lasciare sospeso qualche punto, riservandosi di completarlo dopo il suo ritorno a Corte; ciò che sarebbe stato assai aleatorio a causa degli intrighi degli invidiosi. Cfr. lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit., (4, 12, 20 giugno, 25 luglio 1579).
[5] I DE THOU, il MAUROY, loc. cit. affermano che il duca dopo il convegno di Grenoble ritornò in Piemonte a sollecitare il Bellegarde. Ciò non è esatto. Il duca soggiornò un mese a Grenoble soggiorno che dava ombra all'agente spagnolo di Parigi, poi peregrinò per varie città della Savoia fino al convegno di Monluel e non rientrò a Torino che il 9 novembre. Cfr. PENNACCHINI, op. cit., in loc. cit.
[6] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXCVIICXCVIII (lett. del Nunzio da Grenoble, 8 e 10 agosto 1579).
[7] Il re aveva mandato il sig. di Lancosme (o Lencosme) dal re di Navarra per invitarlo a non proteggere più oltre il Bellegarde. V. lett. del Monreale, in loc. cit., 4 agosto. Le pratiche della regina col Navarra saranno narrate più oltre.
[8] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXCVIII e CXCIX (21 luglio e 23 sett. 1579).
[9] PASCAL, loc. cit., doc. CC e CCI.
[10] Era in quei giorni partito per il convegno di Monluel.
[11] CAMBIANO, Historico Discorso, in loc. cit., colon. 1208; MANUEL DI SAN GIOVANNI, Notizie storiche di Pagno, in «Miscell. Stor. Ital.», XXVII, pp. 2122; JALLA, op. cit., I, 361. Il La Prada fu ucciso nel suo covo di Chäteaudouble, in Delfinato, donde coi suoi bravi terrorizzava cattolici e protestanti.
[12] RORENGO, op. cit., pp. 8189; MANUEL DI SAN GIOVANNI, Memorie stor. di Dronero, II, 8990; SAVIO, op. cit., I, 28889.
[13] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 8689.
[14] Li accompagnò il ministro valdese Geronimo Miolo, il quale al ritorno da Ginevra fu arrestato dagli ufficiali del duca, come violatore degli editti, che vietavano di mandare fanciulli a studiare in stati stranieri, massime se eretici. Poiché tra i fanciulli i più risultavano oriundi del Marchesato, si pensò perfino di consegnarlo nelle mani del Bellegarde. Ma poi prevalse la clemenza ed il Miolo, dopo qualche giorno di carcere, riebbe la libertà. Cfr. PASCAL, Un episodio ignoto nella vita di Girolamo Miolo, in «Bull. de la Soc. Hist. Vaud»., n.º 25, 1908, pp. 4156.
[15] JALLA, Correspondance Ecclésiastique Vaudoise du XVIe siècle, in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 33, 1914; pp. 8992; IDEM, Stor, della Riforma, I, 364.
[16] Edito da HECTOR DE LA FERRIÈRE e BAGUENAULT DE PUCHESSE, già cit., nella «Collec. des docum. inéd. de l' Ist. de France». V. specialmente i tomi VIVIII.
[17] IBIDEM, VI, 363 e 368 (Cater. al re, 13 maggio, 1820 maggio 1579). In esse si legge che il Bellegarde «già s'è impadronito di tutto il Marchesato e che sta assediando Saluzzo, dove si tiene chiuso il Birago».
[18] IBIDEM, VII, p. 10 (Cater. al Principe di Piemonte, 16 giugno 1579).
[19] IBIDEM, VII, p. 16 (Cater. al re, 17 giugno).
[20] La regina il 24 giugno (IBIDEM, VII, 25) informa il re di aver saputo che l'Ayamonte ha dato al Bellegarde 4.000 scudi per assisterlo nelle sue imprese, tenendolo in speranza di maggiori soccorsi; ma che il re di Spagna non ha approvato l'operato del suo ministro, perché fatto "trop grossièrement» e gli ha ordinato di astenersene.
[21] IBIDEM, VII, 30 (Cater. al duca di Nevers, 28 giugno 1579).
[22] IBIDEM, VII, 3031 (Cater. al duca di Nevers e al re, 2829 giugno 1579).
[23] Del Bellegarde la regina diceva «J'en croys tout ce qui ce peut de mal». Cfr. la lett. al Nevers, cit.
[24] IBIDEM, VII, pp. 3132 (Cater. al re, 2829 giugno) e pp. 33 (Cater. al Principe di Piemonte, luglio 1579.
[25] IBIDEM, VII, p. 46 (Cater. al Re, 13 luglio 1579), p. 51 (Cater. al re, 18 luglio).
[26] Vi abbiamo già accennato nelle pagine precedenti.
[27] IBIDEM, VII, p. 46, lett. cit.
[28] IBIDEM, VII, pp. 3855 (Cater. al Re, 1, 9, 18, 20 luglio 1579)
[29] Oltre che col Courton e col Lencosme, il Bellegarde ebbe un abboccamento a Carmagnola con il duca De Maine (Umena), mandato dalla regina madre; TONSI, op. cit., pp. 21718.
[30] IBIDEM, VII, pp. 60 (Cater. al re, 2629 luglio), pp. 42526 (lett. di Bellegarde a Caterina, 30 luglio 1579). Inoltre: A. S. T., I, Negoziazioni Francia, m. IV, n.º 12 :Istruzione data dal maresciallo di Bellegarde al sig.r Donine e al sig.r de la Valette sulle rappresentanze che devono fare alla regina madre di Francia per giustificarlo delle imposture, di cui veniva caricato, specie riguardo alla sua intelligenza col duca di Savoia per gli affari del Marchesato (1 agosto 1579). Cfr. anche THUANI, op. cit., loc. cit.: SECOUSSE, op. cit., I, 158-59.
[31] LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, Lettres de Catherine, VII, 60 (lett. al re, 2629 luglio 1579).
[32] IBIDEM, VII, pp. 65 (Cater. al re, 3 e 4 agosto 1579).
[33] DE XIVREY, Recueil des lettres missives de Henry IV, in «Coll.des docum, inédits de l'Hist. de France», I série, Parigi, 1843 t. I, pp. 23640 (il re di Navarra alla regina madre, 29 luglio), pp. 24041 (Navarra al re, 30 luglio); pp. 24142 (Navarra alla regina madre, 30 luglio); pp. 24243 (Navarra al re, 30 luglio); t. VIII, 13738 (Navarra a M.r de Benoc, 25 luglio 1579).
[34] LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., VII, pp. 6570 (Cater. al re, 3 e 4 agosto 1579).
[35] IBIDEM, VII, pp. 76, 86, 89 (Cater. al re, 10, 15, 18 agosto 1579).
[36] DE XIVREY, op. cit., t. VII, 14043 (Navarra alla regina madre, 12 agosto 1579).
[37] LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., loc. cit.
[38] IBIDEM, VII, pp. 9395 (Cater. al re di Navarra, 20 agosto 1579); e alla regina di Navarra (20 agosto 1579).
[39] IBIDEM, VII, 95 (Cater. al re di Navarra, 23 agosto); p. 98. (Cater. al maresciallo di Byron, 22 agosto); p. 99 (Cater. al re, 23 agosto); p. 106 (Cater. al re di Navarra, 28 agosto 1579).
[40] La regina diceva che nononfidava in nessun altro, fuorché nel duca di Savoia. A. S. T., Lt. ministri Francia, m. VI: lett. del vescovo di Venza alla Corte (6, 8, 9 sett. 1579).
[41] LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., VII, pp. 112 (Cater. al Lesdiguières, I sett. 1579). La regina pregava il capitano ugonotto di andare prontamente a cercare il Bellegarde, che aveva promesso di venire sotto la sua scorta. A questo fine gli mandava un passaporto suo ed un altro del duca di Savoia, assicurandolo di avere già nei giorni precedenti inviato al maresciallo «les seuretés nécessaires» per il suo viaggio, sicché lo troverebbe pronto a partire o forse già in viaggio. Inoltre: p. 113 (Cater. al re, I sett.) e p. 116, (Cater. al re, 4 sett. 1579).
[42] IBIDEM, VII, 101 (Cater. al Bellegarde, 26 agosto 1579).
[43] IBIDEM, VII, pp. 103104 (Cater. al re, I e 4 sett. 1579).
[44] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V (lett. del Monreale alla Corte, 22 e 24 sett.). Si diceva che le milizie del re si raccogliessero per assalire il Bellegarde, ma anche per fare qualche rappresaglia contro il duca. Altra insidia il B. temeva, durante la sua assenza, da parte del Birago, il quale, nonostante l'ordine ricevuto dal re, per mezzo del sig. di Ruffec, di recarsi a Lione, ricusava di allontanarsi dal Fiemonte, adducendo la sua malattia di gotta. Il Ruffec perciò sollecitava l'intervento del Principe Carlo Emanuele, A. S. T., I, Lett. Principi di Savoia, mazzo XII, lett. di Carlo Emanuele I (15761588), 5 sett. 1579.
[45] LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., VII, 119 (Cater. al re, 6 e 7 sett. 1579).
[46] IBIDEM, VII, p. 126 (Cater. al re, 12 sett.); p. 129 (Cater. al re, 14 sett.); pp. 13032 (Cater. al re, 15 sett.); e al duca di Montmorency (16 sett. 1579).
[47] IBIDEM, VII, 139 e App. p. 432 (lett. del duca di Savoia al Bellegarde, 16 sett. 1579).
[48] IBIDEM, VII, 13036 (Cater. al re, 15, 17, 1922 sett.; al Montmorency, 16 sett. al De Ferrier, ambasciatore francese a Venezia, 19 sett. 1579; A. S. R., I, Lett. Ministri Francia, m. VI (lett. del vescovo di Venza al duca di Savoia, 14, 15, 16 sett. 1579) e m. V. (lett. del Monreale alla Corte, 30 sett. 1579).
[49] IBIDEM, VII, 136 (Cater. al re, 1922 sett. 1579). A. S. T., I, Lett. di Carlo Emanuele I, in loc. cit., 23 e 28 sett. 1579, al padre. 50 Il re, come aveva disapprovato il convegno di Grenoble fra la regina madre ed il duca di Savoia, così per gli stessi motivi, continuava a nutrire apprensioni per quello progettato a Monluel tra Caterina ed il Bellegarde. Diceva ch'era meglio lasciare le cose come si trovavano: che, al peggio, avrebbe accettato gli uffici, che gli offrivano molti principi italiani. Si sapeva che il duca di Firenze gli aveva fatto offerta di danaro per l'alienazione del Marchesato e che il duca di Mantova aveva mandato a Parigi un suo gentiluomo per giustificarsi dell'accusa di complicità col Bellegarde e per cooperare con il re alla pacificazione delle cose d'Italia. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V (lett. del Monreale, 15 e 30 sett. e 21 ott.) e m. VI (lett. del Venza, 15 sett.).
[51] Durante il soggiorno di Lione, vennero dalla regina Carlo Birago ed i suoi cugini Mario e Luigi per muovere forti lagnanze contro il maresciallo. Affermavano ch'egli era d'accordo col re di Spagna e col duca di Savoia e che meditava grandi progetti a danno della Francia: che la sua amicizia con gli ugonotti non era che una finta per ingannare loro ed il re di Francia ed offrire le frontiere al re Cattolico. Cfr. THUANI, loc. cit.; SECOUSSE, op. cit., I, 17172.
[52] Lettres de Catherine, VII, pp. 14249 (Cater. al re, 24, 26 sett. e I ott. 1579). Al Bellièvre (26 sett.), al Montmorency (20 sett.), al sig.r D'Abain (24 sett. 1579).
[53] IBIDEM, VII, pp. 152170 (Cater. al re (23 ott., 5, 8, 11, 14 ott.
1579); Al duca di Montmorency (6, 11 ott. 1579); A Mr. de Rambouillet (9 ott.); A mr. le Grand Escuier (Carlo di Lorena) (13 ott. 1579).
[54] Sul convegno di Monluel, cfr. THUANI, op. cit., loc. cit.; BRANTÔME, op. cit., V, 303; CAMBIANO, Historico Discorso, in loc. cit., col. 1208209; MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, II, 180181; SECOUSSE, op. cit., I, 18693; TONSI, op. cit., 22223; GUICHENON, op. cit., II, 268; RICOTTI, op. cit., II, 457. Ma la fonte più importante è data dalle Lettere di Caterina, citt., t. VII, pp. 17176 (lett. al re, 16 e 17 ott.); pp. 17879 (lett. a Mr. D'Abain, ott.); pp. 18081: (lett. a Mr. de Rambouillet, 22 ott.); pp. 18586 (al Montmorency, 23 ott.); pp. 19293 (a Mr. de Ferrier, I nov. 1579); pp. 43840 (processo verbale della seduta del 17 ott.); pp. 44041 (giuramento di fedeltà del Bellegarde); pp. 44344 (processo verbale dell'accordo conchiuso con gli ugonotti del Delfinato. I sentimenti della regina riguardo alla fedeltà del Bellegarde variano secondo che le lettere sono dirette al re ed ai familiari o agli agenti francesi presso le Corti estere. Nelle prime la regina madre lascia trasparire i suoi dubbi sul pentimento e sulla sincera devozione del maresciallo al re di Francia, nelle seconde affetta di credere alle protestazioni di fedeltà del Bellegarde. Inoltre v. DESJARDINS, op. cit., t. IV (lett. de 1Saracini al duca di Toscana, 25 ott. e 2 nov. 1579).
[55] Il Saracini (loc. cit.) racconta un po' diversamente l'episodio «Giurando (il Bellegarde) fedeltà al suo Re, mostrò la Regina di non essere bene sicura di qual re il Bellegarde intendesse, onde fece portargli innanzi un ritratto del Cristianissimo, suo figliolo, e dimandandogli se quello era l'immagine di quel re che egli diceva, siccome era di quello, alla Maestà del quale egli non solamente era nato soggetto, ma particolarmente obbligato per singolari benefici, fece che di nuovo confermasse il giuramento». Il Bellegarde infatti era sospetto di avere intese col re di Spagna. MARTIN, Hist. de France, Paris, 1858, 4ª ediz, IX, p. 486.
[56] Fin dal 15 luglio il Monreale avvertiva il duca di Savoia che alla Corte di Parigi circolava la voce che fosse stato mandato al Bellegarde «un potere» per conservare il governo del Marchesato e che insieme fossero state spedite alla regina madre delle pergamene in bianco, con la sola firma del re e del ministro Villeroy, perché se ne servisse secondo le contingenze.
[57] Secondo il (DE THOU) THUANI, loc. cit., la regina fece chiamare subito Mr. Pinard, segretario di Stato al seguito di Caterina, e gli ordinò di scrivere, sulle pergamene inviate dalla Corte, le lettere patenti di nomina del Bellegarde a governatore del Marchesato. Appena redatte, le prese dalle mani del Pinard e le consegnò essa stessa al maresciallo, che le ricevette con rispetto e con riconoscenza. Il potere porta la data del 13 sett. 1579. Cfr. Lettres de Catherine, in loc. cit., t. VII, pp. 44142.
[58] Né il potere né il giuramento contenevano clausole di natura religiosa. Il maresciallo era obbligato a non avere intelligenza con chicchessia e a non dipendere che dal re: doveva tenere in pace e concordia i sudditi, assicurare le città e le fortezze, fare eseguire gli editti regi ed amministrare la giustizia, punire i riottosi e curare la disciplina delle milizie, raccogliere danaro per le neccessità della guerra o della Corona, ecc. Ma è evidente che sotto questa forma evasiva, cercata apposta per non urtare la suscettibilità degli ugonotti, coi quali il Bellegarde era legato, si dava al maresciallo il potere di punire ogni infrazione, che i riformati del Marchesato tentassero contro gli editti del re, anche in materia religiosa.
[59] Lettres de Catherine, in loc. cit., VII, 44344; Procès verbal de l'accord avec les députés protestants du Dauphiné (20 ott. 1579), CHARRONET, op. cit., 14546; ARNAUD, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, 37576; DUFAYARD, op. cit., pp. 6061.
[60] SECOUSSE, op. cit., I, 19294.
[61] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, doc. CCIVCCVII (19 e 29 nov. 1579), e A. S. T., I, Lett. Ministri Roma, m. VII, lett. dell'AviMadruzzo alla Corte, 16 nov. 1579.
[62] Lettera del Monreale (28 ott. 1579), in loc. cit.
[63] PASCAL, op. cit., docc. citt.
[64] La data della morte varia negli storici: il CAMBIANO, Memorabili, a. 1579, in loc. cit., dà come data il 10 dicembre; il SAVIO, op. cit., I, 8788 il 12, il MANUEL, op. cit., II, 90 il 13; il MAUROY (in SECOUSSE, op. cit., I, 198202 e II, 182) il 20 dicembre. Era certamente già deceduto il 13 dicembre, poiché gli Ordinati del Comune di Saluzzo ordinano in quel giorno la compera di «trenta torchie di cera bianca« per i suoi funerali. Cfr. MANUEL, op. cit., loc. cit.
[65] Incerta è anche la causa della morte. Il CAMBIANO, loc. cit., lo dice morto di mal di vescica, il PERUSSIS (in SECOUSSE, op. cit., I, 199200) di «gravelle (renella), il SECOUSSE (op. cit., I, 199) di stravizi: ma i più di veleno. BRANTÔME, op. cit., V, p. 203 dice «il se trouva attaint de malladie par belle poison, de la quelle il mourut». Il LE LABOUREUR, Mémoires de Castelnau, II, 716 e segg. afferma che si ritiene per cosa certa che il maresciallo fu fatto avvelenare dalla regina madre.
[66] FANTONI, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., I, 202; PASCAL, op. cit., doc. CCX.
[67] SAVIO, op. cit., I, 288.