Storia/Saluzzo riformata/XIV La Riforma nel Marchesato dalla pace di Fleix alla fine dell’anno 1582
Capitolo Quattordici
La Riforma nel Marchesato dalla pace di Fleix alla fine dell’anno 1582
La missione del maresciallo di Retz alla Corte di Savoia. La mediazione del duca. Pacificazione del Marchesato. Morte del vescovo Tapparelli. Ordini repressivi dl La Valette contro i riformati. Pressioni del Nunzio torinese sulla Corte parigina per arginare l'espansione dell'eresia nel Saluzzese. Le Missioni Gesuitiche nell'anno 1581. Il La Valette si scagiona dell'accusa di ugonotteria. Trattative per il matrimonio del duca di Savoia con la principessa di Navarra. Le Missioni gesuitiche a Dronero e Verzuolo. Truppe misteriose e timore di una nuova S. Bartolomeo nel Marchesato. Ripresa delle trattative per il matrimonio del duca con la principessa di Navarra. La missione del sig. di Clervant alla Corte torinese. Le trattative matrimoniali falliscono per motivi religiosi. Costanti aspirazioni del duca Carlo Emanuele I al possesso del Marchesato.
Appena conosciuta la morte di E. Filiberto (30 agosto 1580), il re Enrico III decise l'immediato invio a Torino, in speciale missione, di uno dei suoi più vecchi ed esperti diplomatici, Alberto di Gondi, più noto sotto il nome di maresciallo di Retz [1], fratello di quella contessa Maria di Pancalieri, ch'era stata dama d'onore della duchessa Margherita e governante del giovane duca C. Emanuele.
Il pretesto del viaggio era quello di porgere al nuovo sovrano sabaudo le condoglianze del re e della regina madre per la morte del genitore e le loro felicitazioni per la recente assunzione di lui al trono. Ma, in realtà, il Gondi veniva per cercare di dare un nuovo e definitivo assetto alle cose del Marchesato, per conoscere le inclinazioni del principe e per ricordargli i vincoli di sangue e di riconoscenza che lo legavano alla Corona di Francia; più particolarmente, poi, per ottenere la restituzione della fortezza di Carmagnola e per legare Carlo Emanuele più strettamente, con lusinghe di aiuti e con offerte di matrimonio, al carro della politica francese, sventando le analoghe pressioni che si presumevano fatte su di lui dalla Corte madrilena.
Il duca, che fin dal settembre era stato informato del progetto di questa missione, presagendo che il Retz veniva soprattutto per chiedere la restituzione di Carmagnola, aveva cercato con ogni mezzo d'impedirla, ed a questo scopo, aveva inviato precise istruzioni ai suoi agenti a Parigi, il conte di Sanfré ed il vescovo di Venza [2]. Non essendo riuscito nell'intento aveva offerto d'incontrare Retz in Savoia, a Chambéry, in occasione dei funerali del padre, adducendo il pretesto che la presenza a Torino di un così famoso diplomatico avrebbe potuto suscitare i sospetti del governo spagnolo [3]; ma il maresciallo gli aveva fatto rispondere di avere ordine dal re e da Caterina di venire in Piemonte per trattare alcune questioni, che non potevano essere trattate e risolte se non al di qua dei monti. Al duca fu giocoforza cedere ed attendere pazientemente l'arrivo del Retz a Torino stessa. Poiché l'ambasciatore, vecchio ed infermo, viaggiava a brevi tappe, fu inviato innanzi il commendatore Birago, con l'incarico dice il Secousse [4] di raccomandare al duca «les affaires du marquisat, et de lui témoigner que le roy estoit bien aise que le château de Carmagnole étoit en sa disposition ». La risposta del duca, su questo punto, ch'era il più scottante di tutta l'aggrovigliata matassa del Marchesato, fu insolitamente fiera ed aspra: ch'egli non aveva mai messo soldati nella fortezza; che questo sospetto del re era la bella ricompensa per tanti servigi, che suo padre aveva reso alla Corte di Francia; che egli era francese e che lo avrebbe dimostrato, se gli interessi del re lo esigessero. Ma non lasciò scorgere chiaramente quali fossero le sue risoluzioni future intorno alla fortezza saluzzese. Su preghiera del Retz, presentatagli dal Birago, il duca non poté tuttavia esimersi dal mandare due suoi gentiluomini al Bellegarde e al D'Anselme, per informarli che il maresciallo veniva per accomodare le cose del marchesato a nome del re: che il sovrano di Francia era risoluto a riavere ciò che gli apparteneva, ma voleva prima tentare la via della persuasione e della dolcezza che, se essi avessero fatto spontaneamente il loro dovere, S. M. non solo avrebbe loro condonati gli eccessi trascorsi, ma dato nuove prove della sua benevolenza e della sua liberalità. Ma i gentiluomini del duca non riportarono dal Bellegarde e da D'Anselme che «belle parole in termini generali e nulla più Nel frattempo giungeva in Piemonte il maresciallo di Retz (ott. 1580) senza truppe, ma con forti somme per assoldarne e per corrompere i ribelli. Il duca, sebbene l'intervento sconcertasse i suoi piani sul Marchesato ed inceppasse la libertà delle sue relazioni con la Corte spagnola, si rassegnò a fare buon viso a cattivo gioco e ad assecondare, come paciere, l'opera del Retz per non scoprire le sue intime aspirazioni né irritare la Corte parigina, prima di essersi sufficientemente assicurato dell'aiuto di Spagna.
Il Secousse afferma che a Torino il maresciallo «parla hault; il prit le ton convenable au ministre d'un roy de France et il se fit écouter ». In vari colloqui avuti col duca e con l'ambasciatore veneziano, Francesco Barbaro [5], il Retz ribadi esplicitamente che il re aveva ferma intenzione di ricuperare l'intero Marchesato, per tenere «questa porta d'Italia » sempre aperta e libera ad ogni eventuale intervento nella Penisola che egli era risoluto ad ottenere lo scopo, anche se avesse dovuto impegnare l'ultima gemma della Corona di Francia e mandare al di qua dei monti tutto l'esercito, che si andava raccogliendo nel Delfinato sotto il comando del duca di Mayenne (o Du Maine); che tuttavia, nella considerazione che il territorio del Marchesato era attiguo, anzi incorporato nei dominî del duca, preferiva differire la violenza e cercare prima una soluzione pacifica con la cooperazione di lui. Sembra anzi che il Retz si lasciasse andare ad un'ardita proposta, invitando il duca stesso a prendere le armi in servizio del re, per ridurre all'obbedienza ricalcitranti e porre fine ai torbidi del Marchesato.
Ma l'insidiosa profferta, che avrebbe costretto il duca a svelare le sue intenzioni, a legarsi indissolubilmente alla politica francese e ad attirarsi le rappresaglie della Spagna, fu abilmente rifiutata. Per lo stesso motivo il duca ricusò anche d'intervenire con forze armate a fianco del La Valette contro il D'Anselme, che aveva occupato Costigliole col danaro e con le istigazioni degli agenti spagnoli [6]. A giustificazione del suo rifiuto, protestò ch'egli non voleva ingerirsi nelle questioni, che riguardavano i due re di Francia e di Spagna, ma voleva essere servitore ed amico di entrambi.
Tuttavia Carlo Emanuele I non poté esimersi dal promettere al Retz tutto il suo contributo di consiglio e d'autorità per giungere ad una rapida e duratura pacificazione del Marchesato [7]. Ma il punto di partenza era evidentemente la restituzione nelle mani del re di Francia della fortezza di Carmagnola, che comandava a tutto il Marchesato e che era nominalmente nelle mani del duca, poiché il La Volvera, che la teneva, ubbidiva agli ordini di lui. Carlo Emanuele rimase lungo tempo dubbioso, se conservarla o restituirla, ben intuendo che il restituirla equivaleva a rinnegare tutta la faticosa opera del genitore e rinunciare ad una méta ardentemente agognata [8]; ma che il conservarla avrebbe certamente scatenata una guerra tra lui ed il re di Francia, in un momento, in cui non era ancora sufficientemente sicuro l'aiuto spagnolo. Il papa ed il Nunzio di Torino gli raccomandavano la prudenza e gli davano saggi consigli [9]: che, se voleva restituire Carmagnola, la rendesse in modo che la cessione sembrasse determinata da ragioni di giustizia, non da paura, e con proficuo compenso; se invece volesse ritenerla, misurasse bene le sue forze, sapendo di non poter tener fronte al re di Francia senza gli aiuti della Spagna e del papa. Il duca dichiarò dapprima di essere risoluto a conservarla per timore che cadesse in mani spagnole, poi improvvisamente mutò parere. Non solo fece consegnare Carmagnola dal Capitano La Volvera (18 dic. 1580), ma si adoperò anche perchè tutti gli altri capitani restituissero al re le terre, che avevano usurpate. La ragione dell'improvviso cambiamento del duca, più che nella sua inesperienza giovanile, più che nel desiderio e bisogno di pace agli inizi del regno, va forse ricercata nella promessa, sincera o simulata, con la quale il maresciallo di Retz assicurava al duca la neutralità o la protezione stessa del re nel caso di un'eventuale impresa sabauda contro Ginevra [10].
La risoluzione ducale ebbe una immediata risonanza nel Marchesato. Adunatisi a Lagnasco, il Bellegarde, il D'Anselme, lo Spiart (Espiart), il Baussicauld, il SaintMartin, il Charretier ed altri responsabili dei torbidi del Marchesato, alzarono fiere proteste contro la Corte torinese, lamentando che il defunto duca E. Filiberto «les avoit mis en la dance » e che ora il figlio li abbandonava, e minacciarono di vendicarsi del tradimento, occupando qualche fortezza del duca, dove avevano spie ed amici fidati [11]. La situazione nel Marchesato diventò più che mai torbida nel dicembre, quando venne in Piemonte un emissario del duca di Angiò, fratello del re di Francia. Era costui un ugonotto, Giacomo de la Fin, signore di Beauvoir-La Nocle. Apparentemente veniva per rendere omaggio al nuovo sovrano sabaudo a nome del duca di Angiò; ma, in realtà, per stringere segreti accordi, a danno del re, con i capitani ribelli del Marchesato, specialmente col Bellegarde e con il D'Anselme, che, vistisi abbandonati dal duca di Savoia e temendo le vendette del re di Francia, avevano chiesto la protezione del fratello del re. Ma le trattative non ebbero seguito, sia perché il re, informato, protestò presso il fratello per i suoi loschi maneggi, sia perché il La Fin si rese conto delle esigue forze e delle malsicure fortezze, sulle quali si era voluto fare assegnamento [12].
Venuta a mancare anche la protezione del duca d'Angiò, i capitani ribelli, abbandonati a sé stessi, diventarono più arrendevoli e disposti a prestare orecchio alle proposte di obbedienza, che faceva loro il maresciallo di Retz «Questi dice il Raulich alle promesse ed alle minacce aggiunse per piegarli, una ben più potente ragione, quella dell'oro [13], dinanzi a cui vacillò la virtù guerriera dei ribelli ».
Ma malgrado le buone speranze iniziali, le clausole definitive del trattato, la determinazione delle immunità e dei compensi da concedersi ai capitani rinunciatari, richiesero tempo e faticose trattative, prolungando il soggiorno del Retz a Torino ed accrescendo i sospetti degli agenti spagnolo e veneziano. Solo il 25 gennaio 1581 il maresciallo riuscì a vincere ogni diffidenza e a concludere il trattato coi tre maggiori pretendenti. In virtù di esso, mediante adeguate immunità e ricompense [14], il La Volvera cedeva la piazza di Carmagnola a La Valette, e il Bellegarde consegnava quella di Revello con tutte le artiglierie e le munizioni. Ma il capitano D'Anselme, il più riottoso e diffidente dei tre, preferì consegnare le terre da lui occupate, fra le quali le principali erano Dronero, Centallo e San Damiano, come deposito, nelle mani del duca, facendo Carlo Emanuele garante del trattato a queste precise condizioni; che le terre dovessero ritornare sotto la Corona di Francia, se entro tre mesi fossero stati corrisposti a lui i compensi pattuiti; ma in caso di inadempienza, esse gli fossero nuovamente riconsegnate nelle stesse condizioni, nelle quali si trovavano al momento della cessione.
Carlo Emanuele accettò il delicato deposito, non solo perché gl'importava di dissipare i sospetti del re verso la sua persona [15] e far cessare i torbidi del Marchesato, «riducendolo all'obbedienza del re e di un ministro solo »; ma soprattutto per «< troncare la speranza alli heretici et Hugonotti di potere per questa via mettere un piede in Italia come talvolta si credevano e quasi si assicuravano per mezzo delle sudette novità » [16]..
L'accordo stipulato dal Retz fu approvato dal re, che con lettere ed ambascerie manifestò la sua gratitudine al duca, per avere così efficacemente cooperato col maresciallo alla felice composizione delle controversie del Marchesato [17]. Ma, essendogli stato fatto balenare il sospetto che il Retz complottasse col duca di Savoia per far dare il comando della fortezza di Carmagnola ad uno dei suoi parenti, si affrettò ad avvertire ch'egli pretendeva che tutto il Marchesato, senza eccezioni, fosse rimesso nelle mani del sig. De La Valette [18].
In esecuzione del trattato, il Bellegarde passò in Francia al servizio diretto del re e seguì più tardi il duca d'Angiò nel suo breve avventuroso regno di Fiandra [19]. Morì nella battaglia di Coutras, nell'anno 1587, all'età di 25 anni. Il capitano D'Anselme, uscito da Centallo, entrò, come abile manipolatore d'intrighi [20], al servizio del duca di Savoia, che meditava imprese contro Ginevra e contro il Monferrato, e di lui avremo ancora occasione più volte di fare ricordo. A reggere incontrastato il Marchesato [21], a nome del re, rimase Bernardo de La Valette. Anche il capitano ugonotto Spiard abbandonò Dronero e la valle della Macra, ma non senza aver prima imposto alle Comunità, come taglia, la somma di 1000 sacchi di grano, che furono consegnati per metà in segale, data la penuria di grano, di cui soffrivano quelle Comunità montane [22].
Partì anche il ministro Guerino, che per molti anni saltuariamente aveva dommatizzato e predicato nelle valli della Varaita e della Macra protetto dalle truppe ugonotte: e da questo momento non c'è più notizia sicura del suo ritorno nel Marchesato.
Mentre la tranquillità e la concordia ritornavano nelle terre saluzzesi, moriva il vescovo Giov. Maria Tapparelli (24 febbr. 1581) [23], il quale aveva dato un singolare esempio di povertà e di austerità di vita, distribuendo ai poveri gran parte delle sue rendite: ma aveva avuto poca autorità sul clero, apertamente concubinario, spesso ignorante e negligente; né sempre aveva saputo valersi delle situazioni favorevoli per opporre un valido freno alle eresie dilaganti. Di animo mite e conciliante, rifuggì dai mezzi violenti e sanguinari contro i riformati, sebbene gli venissero forti stimoli dal Nunzio torinese e dalla Corte di Roma, e non mostrò neppure soverchio entusiasmo per le Missioni dei PP. Gesuiti, dalla invadenza dei quali temeva rimanesse pregiudicata la propria autorità e quella dei frati domenicani, che operavano nel Marchesato da parecchi decenni.
Alla morte del Tapparelli, la sede vescovile di Saluzzo restò vacante per circa due anni, dovendosi procedere alla nomina del successore secondo gli usi della chiesa gallicana, vigenti nel regno di Francia, e reclamando la Corte parigina, la nomina di un vescovo di nazionalità francese. Nell'intervallo resse la diocesi l'arcidiacono Michelantonio Vacca, il quale conservò l'ufficio anche quando, con bolla del 17 aprile 1581, fu innalzato al seggio vescovile di Saluzzo Giov. Ludovico Pallavicino, dei marchesl di Ceva, tosto trasferito alla diocesi di Nizza per l'opposizione promossa dalla Corona di Francia, delusa nelle sue aspirazioni [24].
In assenza del vescovo, l'opera dell'arcidiacono fu direttamente assecondata da papa Gregorio XIII. Volendo porre un saldo argine all'eresia, che, fiorente nel Marchesato, minacciava il Piemonte e l'Italia, dispose perché fossero mandati in quelle terre dei sacerdoti e dei coadiutori di grande dottrina ed integrità di vita. Costoro a detta del Tesauro [25] percorsero tutte le valli, le città e le borgate, insegnando, amministrando i Sacramenti e disputando con i ministri eretici, dei quali andavano ad ascoltare le prediche, per poi confutarne gli errori davanti al popolo.
Nel marzo (1581) il Consiglio Comunale di Saluzzo, volendo anch'esso assecondare il rinnovato spirito di fede cattolica e sconfessare le numerose defezioni avvenute durante il governo dei capitani ugonotti, decideva di solennizzare ogni anno la festa della «Purificazione della Vergine » con una processione generale e con l'istituzione di uno speciale gonfalone, in ricordo della liberazione, che la città aveva ottenuta, in tal giorno, dalle milizie ugonotte calate nel Marchesato col maresciallo di Bellegarde [26].
Ma tutte le provvidenze escogitate dalle autorità ecclesiastiche sarebbero rimaste inefficaci poiché i riformati del Marchesato prendevano a pretesto le concessioni fatte agli ugonotti di Francia per tentare, ora qua ora là, di ripristinare il pubblico esercizio del loro culto se, in appoggio del potere religioso, non fosse intervenuto, con ben maggiore efficacia, il potere civile. Infatti il 2 marzo il governatore La Valette, a togliere ogni abuso ed ogni falsa interpretazione degli editti regi, emanava, prima a Saluzzo, poi successivamente in ogni altra terra del suo governo, un Ordine o editto, che esplicitamente vietava ai protestanti qualsiasi atto di pubblico culto nelle terre del Marchesato [27]. Diceva l'editto: "Più si proibisce ogni essercitio della Religione reformata in questo nostro governo alla forma degli Regi, dichiarando coloro che faranno tale essercitio contraventori delli detti editti et degni di tale castigo, come sono li violatori di pace et quiete publica. Mandando a tutti li Ministri et Ufficiali di Giustitia di tenere la mano all'osservanza di essi editti di pacificatione et non permettere che li sia contravenuto in modo alcuno, sì per rispetto della politica come ancora delli scandali, quali potrebbero dare li di detta religione in non osservare le feste, et in esse lavorare pubblicamente et in qualunque maniera contravenirli ».
In questa nuova riscossa contro l'eresia aveva gran parte il Nunzio di Torino, Vincenzo Lauro, il quale appunto in quei giorni, su richiesta dei PP. Gesuiti, aveva ricevuto da Roma speciali poteri per «absolvere ab heresi in foro conscientiae »> e per dare licenza agli scolari di leggere libri di leggi e di medicina di autori eretici, purché non trattassero di religione [28]. Con grande zelo egli si adoperava, affinché in ogni terra dei dominî sabaudi e del Marchesato fosse pubblicata ed affissa in chiesa la Bolla «In Coena Domini » e perché fossero scrupolosamente osservati i Decreti del Concilio di Trento [29]. Ma, impotente a mettere riparo da solo agli scandali religiosi, che avvenivano nel Marchesato, sollecitava ripetutamente il suo collega di Parigi, affinché la Corte ordinasse che nei dominî regi al di qua dei monti non si potesse vivere se non cattolicamente e che contro i disubbidienti si potesse procedere da parte del vescovo e dell'inquisitore, a dispetto degli Statuti della Chiesa Gallicana vigenti nel Marchesato [30]. In pari tempo, lamentando che i frati predicatori inviati nelle terre saluzzesi, erano troppo esigui di fronte al gran numero degli eretici ed alla deplorevole defezione o apatia dei cattolici, invocava da più parti aiuti di uomini e di danari [31].
In questi mesi sappiamo che i PP. Gesuiti avevano nel Marchesato tre sedi o stazioni, cioè una in ciascuna delle tre maggiori città: Carmagnola, Saluzzo e Dronero. A Saluzzo risiedeva il P. Cesare Casullo, teologo di qualche grido, il quale predicava nel duomo, facendo gran frutto a detta delle relazioni gesuitiche [32] e rafforzando la devozione dei fedeli. A Dronero reggeva la missione P. Battista Righi con un coadiutore. Ma anche in due non bastavano a tutte le necessità dell'opera ed invocavano l'aggiunta di altri due colleghi. A Carmagnola vi era un terzo Padre, forse Antonio Grasso, già ricordato, ed anche qui si predicava con successo. Una quarta Missione, era stata iniziata a Revello, in Val Paesana; poi quasi subito soppressa, perché considerata superflua, essendo la popolazione della valle, ad eccezione dei borghi montani, interamente cattolica [33]. Si inclinava a trasferirla a SanPeyre, nella Valle della Varaita, dove il numero degli eretici era assai considerevole; ma si nutriva qualche apprensione a causa delle frequenti incursioni di truppe ugonotte. A Saluzzo poi, come centro del Marchesato, si reclamava l'istituzione di un Collegio [34] ed alla sua realizzazione si adoperavano con grande zelo i Padri Predicatori, raccogliendo fondi e rendite e sollecitando tra i fedeli abbondanti donazioni e legati testamentari. Analogo privilegio chiedeva anche la città di Carmagnola [35], che disputava a Saluzzo il primo posto nel Marchesato.
Il rinnovato fervore cattolico non poteva lasciare indifferente il governatore La Valette, tanto più ch'egli sapeva di essere stato messo in cattiva luce a Roma dai suoi avversari, come fautore segreto dell'eresia. Chiamato pertanto davanti a sé il P. Casullo, rettore della Missione saluzzese, si lagnò che i PP. Gesuiti avessero così poca fiducia in lui e rifuggissero dal ricorrere alla sua protezione ogni qualvolta ne avevano bisogno; poi, giustificandosi delle false accuse mosse contro di lui alla Corte del Papa, dichiarò apertamente di volere assecondare con tutta la sua autorità «la vera fede », cioè la fede cattolica. E, per dare una prova immediata della sua buona volontà, indicò ai frati, come la terra più infetta di ugonotteria, il borgo di Celle, allo sbocco della Val Macra, e li esortò a mandarvi tempestivamente un predicatore, assicurando che egli gli avrebbe dato un salvacondotto ed una guardia armata, per proteggerlo contro le eventuali insidie degli eretici [36].
Il motivo, per cui il La Valette era stato posto in cattiva luce presso la Santa Sede, deve essere ricercato nel fatto che durante i mesi precedenti il governatore aveva fatto pubblicare anche nel Marchesato l'editto di pacificazione promulgato in Francia, nel quale erano concesse alcune libertà religiose ai riformati del regno. Ciò aveva offerto ai protestanti del Marchesato il destro per agitarsi e per chiedere che le stesse prerogative fossero riconosciute anche alle chiese al di qua dei monti. Ma il papa, informatone, aveva protestato energicamente presso il re di Francia per mezzo del Nunzio parigino, chiedendo che l'editto del La Valette fosse ritirato, e corretto in modo da escludere ogni velleità di proselitismo pubblico dei religionari del Marchesato. Cedendo alle sobillazioni papali, il re ordinò al suo governatore e luogotenente al di qua delle Alpi di esigere che nel Marchesato si vivesse da tutti cattolicamente e che il vescovo e l'inquisitore vi potessero esercitare indisturbati le loro specifiche mansioni a pro'della fede cattolica [37].
Così, per l'efficace e tempestivo intervento del Nunzio torinese e della S. Sede, veniva sempre più stringendosi la morsa intorno all'eresia. Dronero stessa, terra eminentemente eretica, era in quei mesi richiesta di fornire aiuti di armi e di danaro per combattere il Lesdiguières, capo degli ugonotti del Delfinato [38].
Frattanto tra il re di Navarra e il duca Carlo Emanuele I venivano prendendo sempre più forza e concretezza le pratiche vagamente avviate fin dal tempo di E. Filiberto per un eventuale matrimonio del duca con Caterina, sorella del re di Navarra, giovane bella, colta e virtuosa, che il principe aveva conosciuto nei primi anni della sua fanciullezza. Il Navarrino, fin dall'autunno del 1580, inviando al duca le condoglianze per la morte del padre [39], gli aveva apertamente manifestato il desiderio di stringere con lui più intimi legami di amicizia e di parentela, e, nei mesi seguenti, a varie riprese, per mezzo dei suoi confidenti, inviati alla Corte torinese od al Venza a Parigi, aveva cercato di saggiare le intenzioni di Carlo Emanuele [40]. Favoriva il matrimonio il duca di Montmorency, che era capo del partito dei Politici e vedeva di buon occhio ogni intesa, che potesse indebolire la potenza del re di Francia o della Casa dei Guisa, suoi acerrimi nemici. L'offerta della principessa di Béarn era accompagnata dalla promessa di una dote di 100.000 scudi e di un corredo di gioie per altri 400.000. Il matrimonio poteva riuscire vantaggioso sia al re di Navarra sia al duca sabaudo: ad Enrico, perché egli aveva bisogno di alleati fuori dei confini del regno per creare diversivi alle guerre civili della Francia e per tener impegnati in più parti gli eserciti del re e della Lega: al duca di Savoia, perché il matrimonio avrebbe contribuito a rendere il Navarra ed il partito ugonotto più condiscendenti a tollerare sia la vagheggiata riconquista di Ginevra, sia l'occupazione violenta del Marchesato di Saluzzo, che erano gli obbiettivi principali della politica di Carlo Emanuele I. Del progettato matrimonio si rallegrarono specialmente i riformati del Marchesato e della pianura piemontese, sperando che il forte legame stretto dal duca di Savoia con il capo del partito ugonotto e la presenza sul trono sabaudo di una principessa educata nella loro religione quand'anche le fosse imposta formalmente un'abiura avrebbero potuto sensibilmente modificare la condotta del duca nei loro riguardi e che nella nuova sovrana essi avrebbero potuto trovare, come già in Margherita di Valois, moglie di E. Filiberto, una pietosa moderatrice delle intemperanze religiose del marito e della Corte [41].
Ma al matrimonio ostava non solo il grado di parentela, ma la differenza di religione; ostacoli non facili a superare, data l'opposizione fatta dalla Corte romana ed il rifiuto all'abiura opposto dalla principessa di Navarra.
Carlo Emanuele, senza impegnarsi con il Navarra, finse di non essere alieno dall'accettare una simile offerta di amicizia e di parentela, sia che volesse lasciare maturare gli eventi, sia che con l'eventualità di quelle nozze egli volesse indurre a più precise concessioni il re di Francia ed il Re Cattolico, che gli offrivano in moglie l'uno una principessa di Lorena [42], l'altro una Infanta di Spagna [43], ma non sembravano disposti, coi beni dotali, ad assecondare le mire ambiziose della sua politica. Contro la strana condotta del duca protestarono parecchi ministri piemontesi, timorosi che la prospettiva delle nozze regali con una principessa protestante togliesse ogni freno all'espansione dell'eresia al di qua delle Alpi e provocasse inevitabili e funeste reazioni da parte del governo spagnolo. Protestò energicamente anche il papa per mezzo del Nunzio torinese, ammonendo il giovane duca, affinché non avesse contatti con gli ugonotti di Francia e non si fidasse delle loro promesse, ma tenesse fede ai suoi doveri di principe cattolico.
Il duca finse di cedere, ma volendo, per i suoi fini reconditi, serbarsi amico il re di Navarra, protrasse come vedremo la pratica più a lungo possibile con lettere e con ambascerie, accampando bensì l'ostacolo della diversità di religione, ma senza rompere mai in un aperto rifiuto, né precludere la via ad ulteriori negoziati, qualora ciò gli sembrasse vantaggioso.
L'anno 1582 segna il sicuro stabilimento delle Missioni Gesuitiche nel Marchesato. Da quest'anno i Padri Predicatori si sparpagliano con grande fervore nei borghi della pianura e nei più alpestri villaggi per richiamare alla fede i cattolici tiepidi e vacillanti e per convertire gli eretici ostinati.
Ma la loro opera non è sempre irenica né ispirata all'amore ed alla persuasione delle anime erranti: spesso alla predicacazione si accompagnano atti di violenza e d'intolleranza, che irrigidiscono gli eretici nella loro ostinazione e ne provocano le proteste e le reazioni violente: e queste, a loro volta, richiedono l'uso del braccio secolare e l'intervento delle autorità civili. In questa lotta serrata fra gli eretici, da una parte, edi Padri Gesuiti, dall'altra, si può dire che si compendi quasi tutta la storia del periodo sessennale, che va dal 1582 al 1588, anno in cui il Marchesato di Saluzzo cadrà nelle mani del duca di Savoia.
Le condizioni politiche e religiose sono in quest'anno particolarmente favorevoli al pacifico sviluppo delle Missioni, perché nel regno di Francia perdura la pace civile, e l'attenzione dei contendenti, concentrandosi di preferenza sugli avvenimenti di Fiandra e d'Inghilterra, lascia che le limitrofe province del Delfinato e della Provenza [44] godano di un'insolita calma. Nel Marchesato poi continua ad essere vacante la sede vescovile, essendo stato il Pallavicino, poco tempo dopo la sua nomina, come abbiamo detto, trasferito alla diocesi di Nizza.
L'assemblea dei Tre Stati, convocata a Saluzzo [45] secondo le norme della Chiesa Gallicana (genn. 1582), aveva proposto di elevare al seggio vescovile il canonico dronerese Orazio Bianco, esaltandolo «come persona zelante del culto divino, bene amato dal popolo e da tutti desiderato, perché di buone qualità, grado, costumi, dottrina et esemplar di vita e perché acerrimo propugnatore degli eretici e difensore della fede cattolica » [46]. Ma la scelta non garbò neppure questa volta al re di Francia, il quale, per mantenere il Marchesato più avvinto alla Corona e per avervi un fido informatore di quanto potessero tramare, a danno degli interessi regi, non solo i governatori e gli ugonotti, ma anche il duca di Savoia ed il re di Spagna, desiderava che il vescovo fosse di nazionalità francese e di sicura devozione alla Corona di Francia.
Così la cattedra vescovile di Saluzzo continuò ad essere retta dal vicario capitolare Michelantonio Vacca fino al termine dell'anno 1583, quando fu promosso alla direzione della diocesi il monaco benedettino Antonio Pichot, nativo del Delfinato, confessore ed elemosiniere privato della regina madre, consigliere e predicatore personale di Enrico III. Il Pichot prese possesso della diocesi con un atto di procura il 1° nov. 1583, ma solo il 16 successivo fece il suo solenne ingresso nella città [47].
Intanto il sig. De La Valette, onorato di speciali missioni e comandi dal Re, veniva richiamato in Francia, lasciando interinalmente il governo del Marchesato al sig. Giacomo de La Fitte, gentiluomo ordinario della Camera del re, uomo fiacco ed inetto, che tenne saltuariamente il Marchesato dal 1582 al 1588, senza lasciare tracce notevoli nell'amministrazione interna della provincia [48].
La lunga assenza del sommo prelato e le deficienze del governo civile contribuirono a dare sempre maggiore importanza e più ampia libertà ed autonomia alle Missioni Gesuitiche, che si presentavano con un apparato di uomini e di istituzioni saldamente costituito e come l'unico organismo religioso capace di porre un argine ai progressi dell'eresia, la quale si diceva favorita sotto mano dalla condiscendenza del La Valette [49].
A partire dal 1582 [50], gli sviluppi delle Missioni possono essere seguiti, anno per anno, mercé le Relazioni, che i Padri Gesuiti solevano inviare ai Superiori dell'Ordine e che si trovano riassunte nella preziosa raccolta delle «Litterae Annuae ». Le quali, anche se non sono sempre in tutto attendibili per la palese glorificazione dell'Ordine e per le inesattezze, le esagerazioni e le contraddizioni, che talora vi si riscontrano, costituiscono pur sempre, insieme con le lettere dei Nunzi torinesi, la fonte più preziosa per ricostruire le vicende della Riforma Protestante nel Marchesato, in un periodo, nel quale scarseggiano i documenti diretti.
Secondo le «Litterae » [51] dell'anno 1582, c'erano in quest'anno nel Marchesato sei Padri concionatori o predicatori, assistiti da altrettanti coadiutori. A due a due percorrevano infaticabili le città, le borgate e le campagne, ravvivando la fede cattolica e confutando le menzogne degli eretici. Il primo frutto della loro fatica sarebbe stato questo: che dopo la loro entrata nel Marchesato più nessun cattolico si sarebbe fatto eretico, ma, per contro, molti eretici si sarebbero riconvertiti alla fede cattolica.
A Saluzzo si ebbe in quell'anno l'abiura di cinque religiomari; ma più di cinquanta cittadini, che da molti anni non avevano più praticata la confessione, si confessarono e fecero la comunione e la penitenza. A Verzuolo, dove gli ugonotti rappresentavano i tre quarti dell'intera popolazione, le concioni dei Padri incontrarono tanto favore, che gli eretici, i quali dapprima si erano mostrati riservati ed ostili ai frati, finirono anch'essi con l'assistere numerosi alle prediche ed alle funzioni cattoliche. Uno fra i più autorevoli della città, fratello di un ostinato eresiarca, fu tra i primi a permettere che i propri figli assistessero al Sacrificio della Messa. In breve tutti gli uffizi religiosi cattolici furono ristabiliti in quella roccaforte eretica, e la scuola di dottrina, tenuta dai Padri, si popolò di fanciulli e di fanciulle desiderose di essere istruite nella fede romana.
A Dronero, come a Verzuolo, la maggioranza della popolazione seguiva la religione riformata. Qui furono mandati due concionatori, i quali prestavano il loro Ministero uno in città, l'altro nelle campagne e nelle borgate circostanti. Entrambi facevano gran frutto. Quando si recavano a predicare in una località, il loro arrivo era salutato dal suono giulivo delle campane. Ventidue eretici si convertirono alla fede cattolica; tra questi un esosissimo usuraio e la moglie e la figlia di un capo ugonotto, che aveva dichiarato odio implacabile alla Missione. Appena morto costui, i parenti vollero dare la figlia in sposa ad un eretico, contro il volere della madre, e ricorsero dal governatore stesso, perché la figlia fosse sottratta alla tutela materna. Ma i Padri intervennero prontamente: la figlia fu restituita alla madre e data in sposa ad uno dei cattolici più influenti della città, il quale col suo prestigio riuscì a rintuzzare i furori e le vendette degli eretici delusi. Altre due coppie di coniugi religionari abiurarono i loro errori nelle mani dei frati e fecero penitenza.
Ci fu in quest'anno (1582) un momento di panico, che parve dover turbare un'altra volta la tranquillità del Marchesato e compromettere il felice sviluppo delle Missioni. Ciò avvenne nel marzo, quando il capitano D'Anselme scese improvvisamente dalla Provenza con una schiera di seicento fanti [52]. La sua fama di ugonotto ed il ricordo delle sue precedenti bravate destarono, sulle prime, forti apprensioni, non potendosi intuire a quale scopo fosse venuto e con quali sentimenti. Se ne allarmò il duca di Mantova, il quale, conoscendo le mire ambiziose del duca Carlo Emanuele I, sospettò che il D'Anselme fosse stato assoldato dal duca per tentare qualche impresa insidiosa contro il Monferrato [53]: ma se ne insospettirono anche i Valdesi del Pinerolese ed i riformati del Marchesato, i quali, sapendo che il D'Anselme era passato al servizio del duca di Savoia e dei duchi di Guisa, temettero che si preparasse contro di loro una nuova San Bartolomeo. Ma le apprensioni dileguarono, quando si scoperse che l'impresa meditata dal duca non era rivolta né contro i Valdesi né contro il Marchesato, ma contro la città di Ginevra, la quale egli sperava di sorprendere impreparata mediante il traditore Du Pan.
L'Anselme, di cui erano noti il coraggio e la prontezza d'azione, era stato scelto a capo della rischiosa impresa; ma, in seguito, nato il sospetto ch'egli, occupata la città, la volesse tenere per sé [54], come aveva fatto pochi anni prima a proposito di Centallo, fu prudentemente sostituito nel comando con Bernardino di SavoiaRacconigi, capitano della guardia del duca. Ma l'impresa [55], che, per riuscire, richiedeva prontezza e somma segretezza [56], condotta male e senza le necessarie cautele, fu tempestivamente scoperta e falli. La calma ritornò nel Marchesato, ma non cessò ogni apprensione, sia a causa del D'Anselme [57], sia a causa dei misteriosi intrighi, che il duca Carlo Emanuele svolgeva con Enrico di Montmorency, governatore della Linguadoca [58], col signor di Vins, comandante delle forze regie in Provenza, e col duca di Terranova, agente spagnolo a Milano. Il complotto mirava a sottrarre varie città e province della Francia meridionale al possesso del re di Francia, per darle in mano dei congiurati e del re di Spagna, sobillatore e sovvenzionatore del complotto. Era facile prevedere che il duca di Savoia, nel generale disordine e nell'impotenza del re di Francia, non si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione di gettarsi sul Marchesato di Saluzzo o di occupare almeno la fortezza di Carmagnola [59], di cui rimpiangeva amaramente la restituzione fatta due anni prima alla Corona di Francia [60].
Ma il complotto meditato abortì, perché il capitano D'Anselme, il quale fungeva da intermediario fra il duca di Savoia, il Montmorency ed il Vins, fu improvvisamente arrestato in Provenza per ordine del re, processato e condannato a morte, sebbene il Vins ne reclamasse la liberazione e mettesse in fermento tutta la Provenza [61].
I complotti militari e politici sopra riferiti non avevano probabilità di riuscita, se non a condizione che il partito ugonotto facilitasse l'impresa con una insperata neutralità. Per il tramite del Montmorency furono pertanto riprese ed intensificate le pratiche per il matrimonio del sabaudo con la sorella del re di Navarra [62]. In giugno ci fu un attivo scambio di lettere e di messi tra le Corti di Nérac e di Torino; ma i rapporti si fecero più intensi nella seconda metà dell'anno. In agosto il duca Carlo Emanuele spediva in Francia il sig. di Bellegarde, savoiardo, suo Gentiluomo di Camera, con speciali istruzioni per il Montmorency, per il Cardinale di Armagnac e per il re di Navarra. Al primo, l'inviato doveva raccomandare di mettere in opera tutta la sua autorità, perché il re di Navarra fosse più corrivo ad accettare le condizioni, che il duca poneva per le nozze della sorella; al secondo, render noto l'ostacolo, che la differenza di religione poneva alla felice conclusione del matrimonio, e rivolgergli preghiera di cercare i mezzi più adatti per eliminare l'impedimento: al terzo, infine, presentare i vivi ringraziamenti del duca, per essere stato prescelto, fra tanti principi, per la stipulazione di un patto di amicizia e di alleanza; dichiarare il suo ardente desiderio di compiacere al re in ogni cosa, ma in pari tempo esporre le gravi ragioni, per le quali egli sarebbe costretto, con grande rammarico, a declinare l'offerta, se la principessa di Navarra persistesse nel rifiuto di mutare religione. E le ragioni erano essenzialmente queste: che l'ereticità di una principessa sul trono sabaudo avrebbe leso l'interesse e la tranquillità dello Stato, offeso la sua coscienza di principe cattolico e reso difficile ottenere da Roma la necessaria dispensa, dato che la principessa protestante era per giunta sua cugina in seconda.
Il re trovò dure le pretese del duca e poco probanti le sue ragioni, e, a sua volta, dichiarò i motivi, per cui non si sentiva d'imporre alla sorella un sacrificio che non solo offendeva la coscienza di lei, ma che si sarebbe risolto in danno anche per il duca, rendendo insincera e malsicura la loro amicizia. Promise che avrebbe trattato più ampiamente questo punto col duca stesso per mezzo di una prossima ambasceria alla corte torinese.
Il 3 settembre il re di Navarra annunciava, infatti, l'invio di un suo agente e confidente. Assicurava Carlo Emanuele della sua devota amicizia, lo ringraziava dell'onore fattogli col chiedere la mano della sorella e gli manifestava l'intima speranza che le condizioni poste per la felice conclusione delle nozze fossero talmente moderate «que ma conscience, honneur et réputation soient conservées. Cela résolu, je me tiendray bienheureux de vous faire paroistre combien cela m'est agréable ».
L'inviato del re di Navarra fu il suo Granciambellano, Claudio Antonio di Vienne, sig. di Clervant, zelante riformato. Le sue «Istruzioni » gli fissavano i termini, entro i quali egli doveva rimanere nel trattare le due questioni, che il duca aveva abilmente abbinate, cogliendo l'occasione del matrimonio: la richiesta della neutralità ugonotta nella eventualità di un'impresa sabauda contro Ginevra ed implicitamente contro il Marchesato di Saluzzo; e le condizioni poste per l'assunzione sul trono piemontese della principessa di Navarra. Assai vago sul primo punto, il Clervant fu invece fermo e preciso sulla pregiudiziale ducale che la principessa Caterina dovesse prima abiurare la propria fede. Parlando a nome del suo re e chiarendo le ragioni già addotte dal sovrano al sig. di Bellegarde nel precedente colloquio, il Clervant dimostrò che gli obblighi, che si hanno verso Dio, debbono avere la precedenza su ogni altro, soprattutto nei re e nei principi, che da Dio ricevono la loro autorità; che il re non poteva consigliare alla sorella di rinnegare la propria fede, non solo perché ciò sarebbe stato violare la coscienza altrui, ma fare cosa pregiudicevole al duca ed a lui stesso: al duca, perché, esigendo una condizione così dura, egli non avrebbe mai potuto contare sopra un affetto ed un'amicizia leali e duraturi; a lui Navarra, perché se avesse dato un tale consiglio, non soltanto non avrebbe più potuto in avvenire acquistare nuovi amici ed alleati, ma avrebbe perso anche quelli che già possedeva, perché avrebbe dimostrato di far poco conto di quella fede, che fino allora aveva protetta e difesa.
Il colloquio si conchiuse senza pratico risultato, sia perché il duca di Savoia ormai inclinava alle nozze con una Infanta di Spagna, scartando tutti gli altri partiti che gli erano offerti, sia perché il matrimonio con la principessa di Navarra non era, in realtà, che un semplice pretesto per tenere amico il re ed partito ugonotto e per perseguire fini reconditi contro Ginevra ed il Marchesato. Perciò il duca si schermì, adducendo a giustificazione del suo riserbo che la conversione della principessa avrebbe dovuto precedere le nozze e non seguirle ciò che il Clervant non era autorizzato a concedere né a nome del suo re, né a nome della principessa [63]. Ma se la missione del Clervant fallì al suo scopo preciso, non fu tuttavia del tutto inutile, perché durante la sua permanenza in Piemonte, i riformati del Marchesato e delle terre sabaude trovarono modo di ricorrere da lui per supplicarlo di voler interporre i suoi buoni uffici presso il duca di Savoia, presso il re di Francia ed il re di Navarra, affinché fossero tolti gli ostacoli, che si opponevano al libero esercizio della loro religione al di qua delle Alpi.
Il Clervant non ritenne opportuno trattare la questione presso il duca di Savoia, in un momento, in cui il movente religioso era il principale scoglio all'intesa tra il duca ed il re di Navarra; tuttavia promise che al suo ritorno avrebbe caldamente perorata la loro causa presso il suo sovrano e che lo avrebbe indotto ad intervenire in loro favore presso Carlo Emanuele, se il matrimonio fosse stato felicemente conchiuso.
Le trattative per il matrimonio continuarono anche nell'anno seguente 1583, ma non ebbero miglior risultato, sebbene il duca inviasse al Navarrino condizioni assai più concilianti per mezzo del sig. di Servant e si sforzasse di fare intendere al re che il cambiamento di religione della principessa era bensì necessario, almeno nella sua forma esteriore, per la conservazione dei suoi Stati, ma che egli era disposto ad apportarvi «toutes les modifications et la discrétion que le Roy pourroit désirer ». Ma la risposta del Navarra fu su questo punto ancora più ferma ed intransigente di prima, sebbene egli si mostrasse, per contro, più condiscendente riguardo all'altra richiesta della neutralità ugonotta nell'eventualità di un'azione sabauda contro Ginevra.
La notizia delle progettate nozze tra Carlo Emanuele e la sorella del re di Navarra non rimase per lungo tempo segreta. Conosciuta alla Corte di Parigi, vi destò un vivo risentimento contro il duca [64], giudicando i reali che questo fosse il peggiore dei matrimoni, che il sabaudo potesse scegliere fra i molti proposti, e che di tutti fosse il più pregiudicievole agli interessi della Corona di Francia. Infatti, svolgendosi la pratica sotto il patrocinio del Montmorency, il re e la regina madre erano facilmente portati a considerare il matrimonio come un semplice pretesto per stringere più saldamente il cerchio dei nemici del re e tentare qualche funesta impresa contro l'integrità del regno. Di tutti questi mali umori della Corte parigina il Venza teneva assiduamente avvertito il suo sovrano, mostrandogli i gravi pericoli e le gravi rappresaglie, a cui esponeva la sicurezza e l'integrità dei suoi dominî cisalpini e transalpini.
In parte per questi timori, in parte per le riprensioni, che gli movevano il papa ed il Nunzio, in parte perché erano venute ormai a mancare le ragioni politiche, che lo avevano suggerito, il progetto fu alla fine abbandonato. Ma il duca non cessò mai in tutte le proposte di matrimonio, che gli furono fatte in seguito ed in tutte le contingenze favorevoli, che gli si presentarono, di aver l'occhio al Marchesato di Saluzzo, destreggiandosi abilmente, per vedere se mai gli riuscisse di averne l'ambito possesso o pacificamente, come regalo nuziale, o militarmente, per mezzo di violenze e di intrighi. Lo chiese a Filippo II come pegno delle nozze con l'Infanta Caterina e lo reclamò, con poteri sovrani, anche dalla Corte di Francia, come dote di Cristina di Lorena, che era offerta con insistenza dalla regina Madre, Caterina de'Medici. Con lo stesso fine avviò intrighi anche col duca di Guisa, capo della Lega Cattolica, promettendo di aiutarlo a salire sul trono di Francia, se il Guisa, una volta diventato re, gli cedesse in ricompensa il Marchesato di Saluzzo ed altre terre al di là delle Alpi [65].
Ma il tempo non era ancora propizio per il gran sogno!
Note
[1] I La missione del Retz in Piemonte ebbe larga risonanza. Tra le fonti edite citiamo: DAVILA, op. cit., II, 297; THUANI, op. cit., IV, lib. 74, paragr. 19, pp. 3637; BRANTÔME, op. cit., V, 204; CAMBIANO, Histor. Discorso, in loc. cit., colon. 1214, e Memorabili, in loc. cit., pp. 211 e seg.; TRITONIUS, Vita Vinc. Laurei Card. Monregal., Bononiae, 1599, pass.; GUICHENON, op. cit., II, 282; SECOUSSE, op. cit., I, 26996 e II, (Vie de La Valette par MAUROY), pp. 193-95; RICOTTI, op. cit., III, pp. 67; MANFRONI, Carlo Emanuele I e la sua impresa sul Marchesato di Saluzzo, Torino, 1891, pp. 34; ALLAIS, op. cit., p. 199; LA FERRIÈRE, Lettres de Catherine de Médicis, in loc. cit., vol. VII; M. H. JULIEN DE POMMEROL, Albert de Gondi, maréchal de Retz, in «Travaux d'Humanisme et Renaissance», V. 1953, pp. 139-50. Tra le fonti manoscritte italiane citiamo: A. S. T., I, Storia R. Casa, cat. III, m. 11, n.º 2 «Relazione delle cose successe nel March. di Saluzzo dopo la morte di E. Filiberto»; IBIDEM, Negoz. Francia, m. IV, n.º 15, «struzione al conte di Sanfré, sett. 1580»; Negoz. di Spagna, m. I, n.º 14, “Istruzione al sig. di Peres inviato a Madrid, nov. 1580»; Lett. Ministri Spagna, m. II, lett. della Corte al Pallavicino, 21 nov. 1580 e lett. del Pallavicino alla corte, 26 ott. e 14 nov. 1580, e del Leyni al Pallavicino, nov. 1580; Lett. Ministri Francia, m. VI, lett. del Venza alla corte, 8, 27 sett.; 2, 16, 21 ott.; 9 e 23 nov. 1580; 24 e 31 dic. 1580; 8, e 26 genn.; 13 e 22 febbr.; 2 e 12 marzo 1581; Lett. Ministri Roma, m. VIII, lett. del Madruzzo alla corte, 9 genn. 1581. Per altre fonti francesi, cfr. il libro della POмMEROL, cit., in loc. cit.
[2] Il Venza, con molta efficacia, aveva prospettato al re il pericolo che la venuta a Torino del Retz suscitasse gelosie e sospetti presso il governo spagnolo ed aveva perfino ammonito che la fanteria e la cavalleria spagnola già si stava avvicinando alla frontiera sabauda. Il re e la regina madre, dopo qualche esitazione, avevano concluso che non si poteva ormai più richiamare il maresciallo già in viaggio; che, del resto, essi non credevano che un'ambasceria fatta da cugino a cugino in una luttuosa circostanza, come quella, potesse dar ombra al governo spagnolo; che il Retz era persona saggia e discreta e che si sarebbe ritirato appena assolta la sua missione. Caterina mandò pertanto ordine al Retz di continuare il viaggio. Cfr. M. H. JULIEN DE POMMEROL, op. cit., loc. cit., p. 141.
[3] A Madrid il Pallavicino aveva cercato di togliere ogni motivo di sospetto, asserendo che il duca non poteva, né per parentela ed amicizia né per sicurezza sua, rifiutare la deputazione del re di Francia, trovandosi «posto qua in mezzo di questi due gran Re, con quali bisogna necessariamente che procuri di mantenersi grato et governare le sue attioni in mcdo che non dia giusta occasione di sdegno né di mala soddisfazione a l'uno né all'altro». Lett. del Pallavicino, 21 nov. 1580, in loc. cit.
[4] Loc. cit.
[5] RAULICH, op. cit., I, 14 e segg. (dispacci del Barbaro, 20 ott., 25 ott., e 5 nov. 1580). M. H. JULIEN DE POMMEROL, op. cit., in loc. cit., p. 141.
[6] Il vicesenescallo di Saluzzo, fin dall'ottobre, aveva avvertita la regina madre che era necessario forzare la piazza di Centallo prima dell'inverno, perché il D'Anselme avrebbe potuto introdurvi una guarnigione spagnola, che gli era stata ripetutamente offerta e che fino allora aveva rifiutata, contentandosi di una sovvenzione in danaro. Cfr. lett. del Venza, in loc. cit., 21 ott. 1580. Fu intercettata perfino una lettera del card. di Granvella, che ordinava al governatore di Milano di non risparmiare danaro né cosa alcuna per avere Carmagnola. IBID, lett. 26 genn. 1580. Gli agenti spagnoli si scusavano degli aiuti dati al D'Anselme col dire di «essere a ciò stati provocati dalla continua prattica tenuta da Mons.r fratello del Re (Alençon) con Fiamminghi»>, cioè per rappresaglia e diversivo di guerra. V. lett. Barbaro, 5 nov. 1580, in RAULICH, op. cit., loc. cit.. Si diceva che anche il Bellegarde ricevesse dagli Spagnoli da 8 a 10.000 scudi al mese. QUAZZA, Preponderanza Spagnola, pp. 385-86.
[7] Il Madruzzo, informando il Papa dell'assistenza, che C. Emanuele aveva prestato al maresciallo di Retz, dichiarava che il suo sovrano si sarebbe sempre impegnato «a mantenere la quiete in quelli luoghi, tanto per zelo de la religione cattolica et pubblica quiete d'Italia, quanto per il suo interesse particolare il quale in questo va congiunto con il pubblico bene». A. S. T., I, Lett. Ministri Roma, 9 genn. 1581.
[8] Il Barbaro, agente veneziano a Torino nella sua Relazione (cfr. ALBERI, op. cit., t. V, p. 90) dice che C. E. avrebbe voluto seguire le orme del padre; ma il re mandò il Retz «personaggio di negozio sagacissimo, al quale, mal potendo competere il duca giovane obbligato, a servirsi nelle deliberazioni di qualche consiglio d'altri.... poco fedele.... fu costretto ad abbandonare le cose del Marchesato e divergere i pensieri da quel cammino, nehl quale l'aveva introdotto il padre e permettere che il maresciallo ricuperasse Carmagnola, da cui dipese la ricuperazione del Marchesato».
[9] CHIAPUSSO, op. cit., pp. 34; RAULICH, op. cit., I, 1920.
[10] THUANI, op. cit., t. IV, lib. 74, pp. 3637; TRITONIUS, op. cit., p. 66; GUICHENON, Généalogie de la Maison de Savoye, Torino, 1778, 282; M. H. JULIEN DE POMMEROL, op. cit., in loc. cit., p. 143. Il re di Francia però non approvò la promessa, e, quando poco dopo Carlo Emanuele assaltò Ginevra, lo obbligò a levare l'assedio.
[11] Lett. del Venza alla corte, in loc. cit., 24 dic. 1580.
[12] A. S. T., I, Storia R. Casa, cat., 3ª, m. 11, m.º 2°, cit.; THUANI, op. cit., loc. cit.; BRANTÔME, op. cit., V, 204 e IX, 27475; SECOUSSE, op. cit., I, 273, 27980; II, 19495; RICOTTI, op. cit., III, 67; Lett. del Venza alla corte, in loc. cit., 24 dic. 1580; M. H. JULIEN DE POMMEROL, op. cit, in loc. cit., pp. 14142.
[13] Si parlava a Parigi di 100.000 scudi promessi al D'Anselme ed ai suoi capitani. DESJARDINS, op. cit., IV, 353; JULIEN DE POMMEROL, op. cit., p. 142.
[14] A. S. T., I, Storia R. Casa, categ. III, m. 11, n.º 2°; Trattati Diversi, m. VIII, n.º 10; THUANI, op. cit., loc. cit.; SECOUSSE, loc. cit.; DESJARDINS, op. cit., IV, 349, 353, 371 (lett. del Ranieri al Vinta, 7, 27, 28 febbr. 1581; JULIEN DE POMMEROL, op. cit., in loc. cit., p. 143. Il Bellegarde, rinunciando alle patenti concessegli dal re, ottenne in ricompensa la carica di mastro di campo generale di tutta la «Cavalleria Leggera», ricevette una determinata somma come ricompensa delle spese fatte da lui e dal padre per la sicurezza delle piazze del Marchesato e per la paga dei soldati, ed inoltre la riconferma di tutti i redditi e beneficî goduti al di là delle Alpi. Il D'Anselme, avendo chiesto un luogo sicuro per proteggersi dai suoi nemici, ebbe il comando della città e del castello di Tarascona, con due compagnie di cavalleria stipendiate dal re, e l'abbazia di Montemaggiore per un suo figlio o fratello: in più 10.000 scudi per rimborso delle spese fatte per la fortificazione di Centallo. Il duca di Savoia prometteva di prendere il D'Anselme ed i suoi sotto la sua protezione, se le piazze dovessero essere restituite per inadempienza del trattato, e, durante il periodo dei due mesi successivi gli assicurava il libero passaggio di armi e di armati attraverso le terre ducali, a certe condizioni. In novembre il D'Anselme aveva preteso il comando del castello di Tarascona e della città di Sisterone e 25 mila scudi di rimborso; ma le sue pretese erano sembrate esorbitanti. Cfr. Lett. del Venza, in loc. cit. (23 nov. 1580). Il La Volvera fece dapprima qualche difficoltà, perché gli pareva che si facesse torto alla sua lealtà e fedeltà; ma alla fine acconsenti anche lui, dietro compenso in danaro ed altre promesse, a lasciare il comando della piazza. Il Retz pose un nuovo presidio ed un nuovo comandante in Carmagnola, perché temeva che il La Volvera, per essere suddito del duca, allacciasse nuovi intrighi col suo sovrano a danno del re.
[15] Il Venza aveva informato (loc. cit., 7 dic. 1580 e 12 marzo 1581) che una dama di Chambéry, certa La Garde des Ceaulx, già amica del maresciallo di Bellegarde, aveva scritto alla corte parigina, dichiarando di essere in grado di rivelare «grands secrets de feu M.r de Bellegarde», e di avere nelle sue mani «plusieurs papiers et lettres de plusieurs personnages qui tenoient main avec luy», e tra le altre anche alcune di S. A. Il Venza consigliava al duca di farle rubare prima che capitassero alla Corte di Parigi.
[16] A. S. T., I, Stor. R. Casa, cat. III, m. II, n.º 2, cit.
[17] Cfr. lett. del Venza, in loc. cit. (dic. 1580 aprile 1581); IBID., Lett. di Principi Forestieri: Francia, m. I (lett. del re di Francia al duca C. E., 27 febbr. 1581). Il re ringrazia della cooperazione data al Retz ed assicura che sarà corrisposto al Bellegarde e al D'Anselme quanto il maresciallo ha promesso; M. H. JULIEN DE POMMEROL, op. cit., in loc. cit., pp. 14344.
[18] Si diceva che il Retz brigasse col duca per far dare la luogotenenza generale del re al di qua dei monti, in assenza del La Valette, a suo nipote, il sig. di Pommiers, ed al capitano Antonio Gondi, suo cugino, il comando di una compagnia della guarnigione di Carmagnola. Lett. del Venza, in loc. cit. (22 febbr. e 19 apr. 1581) e DESJARDINS, op. cit., IV, 353 (lett, del Renieri al Vinta, 28 febbr. 1581) M. H. JULIEN DE POMMEROL, loc. cit.
[19] Nell'aprile 1582 fu mandato dal duca d'Angiò a raccogliere truppe nella Linguadoca e nella Guascogna. V. lett. del Venza, in loc. cit. (14 apr. 1582).
[20] Nel giugno 1581 era nel Contado di Avignone con 8, o, 9.000 armati. Si sospettava che fosse al servizio del re di Spagna e che meditasse, per incarico di lui, l'assalto di qualche fortezza della Provenza. Cfr. DESJARDINS, op. cit., IV, 370 (lett. del Renieri al Vinta, 20 giugno 1581).
[21] Nel gennaio (1581) era corsa voce alla Corte madrilena che il re Cristianissimo meditasse di dare il Marchesato di Saluzzo al proprio fratello, duca d'Angiò, e di fare col duca di Savoia il cambio della Savoia con l'isola di Sardegna. Cfr. Lett. del Pallavicino alla Corte, 23 gennaio 1581, in A. S. T., I, Lett. Min. Spagna, m. 2º.
[22] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 9697.
[23] CHIATTONE, I primi vescovi di Saluzzo, in loc. cit., p. 298300; SAVIO, op. cit., I, 28399.
[24] CHIATTONE e SAVIO, loc. cit.
[25] THESAURO, Storia della Compagnia di San Paolo, 1701, Torino, p. 32; JALLA, op. cit., II, 10.
[26] SAVIO, op. cit., II, 32; JALLA, op. cit., II, 44; FERRATO, op. cit., PP. 5760.
[27] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XII, f. 287 (2 marzo 1581).
[28] IBIDEM, vol. X, f. 51 (16 apr. 1581) e vol. XII f. 113.
[29] IBIDEM, vol. XI, f. 97, 115 (19 maggio e 30 giugno 1581); vol. XII, f. 194 (30 giugno 1581).
[30] IBIDEM, vol. VIII, f. 291 (maggio 1581).
[31] IBIDEM, vol. VIII, f. 294
[32] Litterae Annuae, a. 1581 (15 maggio 1581).
[33[ ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XII, fol. 14250 (12 maggio 1581); M. GROSSOM. F. MELLANO, op. cit., I, 21012.
[34] IBIDEM, vol. XI, fol. 134 (11 agosto 1581).
[35] Il MENOCCHIO (op. cit., pp. 14244) ricorda come con successivi testamenti, dal 1581 al 1610 Guglielmo Baldessano, dottore in medicina, e poi teologo e canonico della Metropolitana di Torino, lasciò tutti i suoi beni alla Compagnia di Gesù, perché fosse istituito un collegio a Carmagnola. Alla morte del Baldessano (1610) il Generale dei Gesuiti accettò l'eredità, impegnandosi a fondare il Collegio quando le rendite lo permettessero. I Gesuiti vennero effettivamente a Carmagnola nel 1618, prendendo in affitto una casa; ma nel 1620 abbandonarono la Missione, stornando i fondi ad altri scopi, nonostante le proteste del Comune.
[36] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XII, f. 292 (lett. del P. Casullo da Saluzzo, II agosto 1581).
[37] IBIDEM, vol. X, f. 66 (24 luglio 1581), f. 68 (7 agosto 1581); vol. XI, f. 13435 (11 e 23 agosto 1581), vol. XII, f. 294 (23 agosto 1581).
[38[ MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 95.
[39] BERGER DE XIVREfY, Lettres missives de Henry IV, in loc. cit., t. I, 337-38. «.... Je m'efforceray toujours de vous tesmoigner par vrays effects que n'aurez jamais amitié avec prince qui Vous rende plus de debvoir ne qui désire Vous obéir plusque moy. Je Vous supplie doncques M.r me faire ceste faveur que nous nous entr'aimions comme freres et prendre de moy l'intelligence et mutuelle correspondance que Vous adviserez».
[40] Per questa prima fase delle trattative cfr. A. S. T., I, Storia R. Casa, cat. III, m. 11, n.º 3: «Discours sur le mariage», già cit.; Lett. Ministri Francia (lett. del Venza alla Corte, 31 dic. 1580, 3 marzo, 14 agosto, 25 nov. 1581); THUANI, op. cit., t. IV, lib. 83, paragr. 5, p. 336; RICOTTI, op. cit., III, 1920; MANFRONI, op. cit., p. 9; RAULICH, op. cit., I, 12022, 14457; BERGER DE XIVREY, Lettres Missives de Henry IV, in loc. cit., I, 33238.
[41] Era questo il timore del Card. Carlo Borromeo (RAULICH, op. cit. I, 14849), il quale, per sventare le nozze del duca con la principessa di Navarra, patrocinava quelle con una principessa di casa Gonzaga, ed avvertiva il duca dei gravi pericoli che «per lui e per lo Stato avrebbe celato l'eresia, quando in tal modo fosse riuscita ad insinuarsi accanto al trono di Savoia».
[42] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia: lett. del Venza alla Corte (16 ott., 23 nov. 1580, 26 genn., 3 marzo, 14 agosto, 7 ott. 1581).
[43] Cfr. RICOTTI, MANFRONI, RAULICH, locc. citt.; lett. del Venza, in loc. cit. (26 genn. 1581).
[44] Il Lesdiguières aveva concluso una pace col duca di Mayenne il 19 luglio 1581. Cfr. VIDEL, op. cit., cap. VIII, pp. 11623; DUFAYARD, op. cit., pp. 7479; CHARRONET, op. cit., pp. 15760; ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 24648, IDEM, Hist. des Protest. du Dauphiné, I, p. 401 e segg.
[45] ARCH. CIV. di SALUZZO, Ordinati a. 1582, in SAVIO, op. cit. I, 299.
[46] SAVIO, op. cit., I, 300; CHIATTONE, Primi Vescovi di Saluzzo, in loc. cit., pp. 298-300.
[47] SAVIO, op. cit., I, 300301. Il CHIATTONE, op. cit., dà all'atto di procura la data 30 ott. 1583 e fissa l'entrata del Vescovo a Saluzzo nel sett. 1584. Ma quest'ultima data è evidentemente errata, poiché sappiamo che nel maggio 1584 il Pichot tenne una sinodo a Saluzzo.
[48] SAVIO, op. cit., I, 308.
[49] DESJARDINS, op. cit., IV, pp. 42021 (lett. del Busini al Vinta, 4 e 19 giugno 1582). L'agente del Granduca di Toscana afferma che il La Valette non solo si appoggiava agli Ugonotti, come il Montmorency, ma aveva fatto pubblicare nel suo governo «que chacun pouvait venir vivre là selon sa conscience, à la condition d'être bon et fidel sujet du Roy». Contro questa concessione il Nunzio torinese aveva protestato.
[50] Già abbiamo avuto occasione di notare come siano incerte e spesso contraddittorie fra loro le notizie che gli scrittori cattolici trasmettono intorno alle missioni gesuitiche nel Marchesato. Il RORENGO (op. cit., cap. XLI, p. 216) ne pone le origini al 1561; il SACCHINI (op. cit., IV, lib. VIII, n. 23 e t. V, lib. II, n. 49), ne pone lo stabilimento tra gli anni 1580 e 1581; il SAVIO (op. cit., I, 29192) all'anno 1582. Crediamo che il trapasso dalle Missioni saltuarie a quelle stabili avvenne gradualmente tra il 1580 e il 1582.
[51] Annuae Litterae Societatis Jesu, anni M.DL.XXXII, Romae, 1584.
[52] RICOTTI, op. cit., III, pp. 1118; GAUTIER, Hist. de Genève, Ginevra, 1901, t. V, 26379%; RAULICH, op. cit., t. I, cap. II, pass.; JALLA, op. cit., II, 1821. Fin dal febbraio il re e la regina madre avevano protestato presso il Venza, perché il duca tratteneva al suo servizio i capitani Spiart e D'Anselme e permetteva loro di assoldare soldati. Si assicurava che il D'Anselme, d'intesa col re di Spagna, aveva tentato di sorprendere il forte di Antibe e di St. Pol. cfr. lett. del Venza, in loc. cit. (15 febbr. 1582).
[53] RAULICH, loc. cit., pp. 5760. Anche a Venezia si aveva lo stesso sospetto. Cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, lett. del Belli alla Corte (16, 24, 30 marzo; 27 apr.; 11 maggio 1582).
[54] RAULICH, loc. cit., p. 62 (Nunz. Savoia, vol. XII, f. 477) «Temendo che non gli venisse voglia di tenersi Geneva per sé».
[55] A Parigi si diceva che l'impresa fosse stata voluta dal papa e dal re di Spagna, che aveva promesso aiuti al giovane duca sabaudo in cambio delle sue nozze con una Infanta di Spagna. Lett. del Venza, loc. cit. (8 maggio 1582).
[56] Già nel maggio il La Valette aveva avvertito il Venza (lett. del Venza alla Corte, 30 maggio 1582) che c'era poco da fidarsi dei soldati che il D'Anselme arruolava per il duca, perché ce n'erano di quelli che al momento dell'azione avrebbero tradito S. A. con grave danno di lui. Era forse un'allusione a quei soldati ugonotti, che, arruolati dal d'Anselme sotto vari pretesti, lo abbandonarono, quando capirono che l'impresa era diretta contro Ginevra, e corsero a rivelare la trama ai magistrati ginevrini. Anche il Lesdiguières, del resto, aveva avvertito a tempo la città intorno ai maneggi del duca. Cfr. CAMBIANO, Histor. Dicorso, in loc. cit., colon. 1217; SPON, Hist. de Genève, Genève, 1730, I, 323-24; GAUTIER, op. cit., V, 251 e segg.; RICOTTI, op. cit., loc. cit.; DUFAYARD, op. cit.., pp. 11920.
[57] Il 18 nov. 1582 il re di Francia avvisava il duca C. Emanuele che il La Valette si era lamentato, perché l'Anselme, riparato sulle terre della Contea di Nizza, continuava di là a suscitare torbidi nel Marchesato ed a turbarvi la quiete. Lo pregava pertanto di portarvi pronti rimedi. A. S. T., I, Lett. Principi Forestieri: Francia, m. 1. Il turbolento capitano non continuò però a lungo i suoi intrighi, perché l'anno seguente, arrestato e condannato a morte dal Parlamento di Provenza, ebbe la testa mozzata.
[58] Cfr. RICOTTI, op. cit., III, 7; RAULICH, op. cit., cap. pp. 123-39.
[59] Il duca contava, per il tentativo, di valersi di due case, che il Leyni aveva presso una delle porte di Carmagnola. RAULICH, op. cit., I, 126.
[60] CHIAPUSSO, op. cit., p. 4 (lett. del Nunzio, 16 nov. e 26 dic. 1583, 21 genn. 1584) «È tempo assai che il duca, mostrando gran pentimento di haver seguito il consiglio di quelli che gli fecero restituire Carmagnola, si scoperse meco di voler attendere alla ricuperatione di essa con un trattato».
[61] RAULICH, op. cit., I, 128.
[62] Su questa nuova fase delle trattative per le nozze SavoiaNavarra, cfr. A. S. T., I, Storia R. Casa, cat. III, m. II, n.º 3 Discours sur le mariage ecc., cit.; IBID., Negoz. Francia, m. IV, n.º 17 (Istruz. al sig. di Bellegarde, 10 giugno 1582, con lett. al re ed alla principessa di Navarra, al card. D'Armagnac ed al Montmorency) e n.º 19 (Istruz. al sig. di Châtillon per impegnare il maresciallo di Retz ad essere favorevole al duca nella questione del marchesato, notificandogli la sua intenzione di prendere il partito della principessa di Lorena, se il re non si opponesse al riacquisto di Ginevra); IBIDEM, Lett. Principi Forestieri: Francia (lett. di Enrico III al duca, sett. 1582), m. 11; BERGER DE XIVRER, Recueil des lettres missives de Henry IV, t. I, 46770 (lett. del Navarra al duca, 3 sett. 1582; lett. del duca al Navarra, 10 agosto 1582; Istruz. al sig. de Clervant); GILLES, op. cit., II, 13; RICOTTI, op. cit., III, 1624; MANFRONI, op. cit., p. 9; RAULICH, op. cit., I, 167-69; JALLA, op. cit., II, 23, 45.
[63] Sulla fermezza della principessa di Navarra a non mutar religione, nemmeno per un trono, ci informa anche il Presidente del Senato di Savoia Pobel in una lettera scritta da Chambéry il 18 gennaio 1583 al barone De La Pierre, sig. di Mollard, consigliere di Stato e luogotenente del duca di Savoia. Nella lettera egli narra come fosse venuto da lui il barone Des Adrets, forse mandato dalla corte parigina, per parlare dei progettati matrimoni del duca. Secondo lui, scartate le principesse spagnole, la scelta del sovrano avrebbe dovuto cadere o sulla principessa di Navarra o sulla principessa di Lorena. Disse che il primo partito pareva ottimo a molti, perché il re di Navarra era il più prossimo al trono di Francia e perché la principessa aveva cento mila franchi di reddito ed assai più avrebbe potuto avere per successione fraterna; ma che vi ostava la differenza di religione «qui ne pourroist apporter qu'une maulvaise intelligence et désunion d'amitié». Aggiunse poi di aver saputo da un amico venuto in quei giorni di Fiandra, che il principe di Orange, parlando di questo matrimonio, aveva dichiarato que pour certain Madame la princesse de Navarre estoit resollue di vivre et mourir en sa religion, la quelle ne changeroist jamais pour quelque grand party qui se peult presenter pour elle, et qu'ainsi puis peu de temps en ca elle l'avoit déclaré». Cosicché il barone Des Adretz non vedeva altro partito possibile per il duca che quello della principessa di Lorena, la quale avrebbe potuto portargli in dote non solo 700, o 800.000 scudi, ma, per il particolare affetto della regina madre, anche il Marchesato di Saluzzo «chose veritablement de grand prix». A. S. T., I, Lett. di Partic., M. m. 59, v. Mollard.
[64] Cfr. lett. del Venza alla corte, in loc. cit. (5, 8, 10, 24 ott.; 5 nov. 1582; 5 gennaio, 5 apr., 26 sett. 1583) Si diceva addirittura che il duca, nel chiedere la mano della sorella del Navarra, avesse promesso al capo ugonotto «ogni confederazione ed intera alleanza e di mettere tutti i suoi mezzi per fare la guerra nel regno e ridurre il re in tale calamità che fosse obbligato a ritirarsi in un monastero».
[65] A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 21 (Istruz. al barone d'Hermance per portarsi segretamente dal duca di Guisa, ecc. (1583). MANFRONI, loc. cit.; RICOTTI op. cit., III, 26.